Allarme inquinamento ambientale a Saline e nelle aree ex industriali di Reggio
Occorre che l’area venga dichiarata Sito di interesse Nazionale (SIN)

di EMILIO ERRIGO – Ho più volte richiamato l’attenzione nazionale e internazionale sulle incomparabili bellezze, ancora non pienamente valorizzate, del patrimonio ambientale e territoriale della nostra amata Calabria, tanto montana quanto costiera.

In una recente e corposa monografia curata da Legambiente sui Siti di Interesse Nazionale (SIN), ricca di dati tecnici e riferimenti giuridico-ambientali, il lettore può trovare utili strumenti per formarsi un’opinione libera e informata. Proprio quello studio, insieme ad altri approfondimenti giuridici cui mi dedico come docente universitario presso l’Università della Tuscia (VT), ha rafforzato la mia convinzione che non possa e non debba sfuggire all’attenzione degli studiosi e delle istituzioni la questione del Polo industriale di San Gregorio, Mortara–San Leo e Saline Joniche.

Un territorio vasto e fertile, un tempo coltivato a bergamotti e ortaggi di pregio, oggi compreso nella fascia costiera jonica della Città Metropolitana di Reggio Calabria e del Comune di Montebello Jonico.

L’area versa da decenni in un evidente stato di degrado ambientale, conseguenza diretta di scelte industriali errate e di una colpevole inerzia amministrativa. Opere nate con l’intento di promuovere lo sviluppo economico si sono rivelate, col tempo, dannose per la spesa pubblica e inutili per le comunità locali della costa jonica reggina.

Negli anni ’70, con il cosiddetto “Pacchetto Colombo” – divenuto poi, amaramente, un “pacco” per la Calabria – si era immaginato di trasformare quest’area in un motore di crescita. Oggi, invece, quel progetto incompiuto obbliga tutti coloro che dicono (e spesso ripetono) di amare la Calabria ad assumersi, con senso di responsabilità morale e istituzionale, il dovere di agire.

Occorre che le aree ex industriali di San Gregorio–Mortara–San Leo–Porto Bolaro–Pellaro, la mai entrata in funzione Liquichimica e il territorio dei Pantani e del Porto di Saline Joniche – oggi insabbiato e inutilizzabile – vengano finalmente riconosciute come Siti di Interesse Nazionale o Regionale (SIN/SIR).

Lo stesso vale per le aree delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato, mai operative ma comunque fonte di rischio ambientale. La proposta, dunque, è chiara: avviare la caratterizzazione, bonifica, messa in sicurezza, riqualificazione e valorizzazione di un territorio ad altissima vocazione turistica, sportiva, alberghiera e nautica. Un’area di straordinaria bellezza, a pochi chilometri dai borghi grecanici di Pentidattilo, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo, Bova e Palizzi, luoghi di storia e identità che meritano protezione e rinascita.

La mia convinzione nasce da esperienze dirette e da competenze acquisite nel corso di incarichi istituzionali complessi.

Esperienze che mi hanno reso fiducioso nella fattibilità tecnica e amministrativa di un piano di bonifica e messa in sicurezza permanente delle infrastrutture ex industriali, metalliche e ferroviarie oggi in stato di pericolo.

L’iniziativa di accertare e, se del caso, dichiarare tali aree come SIN/SIR spetta giuridicamente, per competenza, innanzitutto al Comune di Reggio Calabria e al Comune di Montebello Jonico, quindi al Consiglio Regionale della Calabria, al Dipartimento regionale competente e infine al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Con spirito di fiducia, auspico che, sostenuti da una rinnovata volontà politica e istituzionale, si possa giungere quanto prima alla firma del Decreto Ministeriale da parte del Signor Ministro dell’Ambiente, da sempre sensibile ai temi ambientali e alla rigenerazione dei siti industriali dismessi, in Calabria come altrove.

È indispensabile una visione d’insieme e il coinvolgimento sinergico di Arpacal, Ispra–Snpa, dell’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto (AdSP) e del Direttore Interregionale per le Opere Pubbliche delle Regioni Sicilia e Sardegna.

Nessuno può pensare di affrontare da solo problematiche tecnicamente complesse, soprattutto quando le matrici ambientali – suolo, acqua e aria – hanno già risentito di mezzo secolo di inerzia amministrativa.

Le opere infrastrutturali incompiute in Calabria sono molte, pur essendo state progettate, finanziate e in parte avviate.

Oggi, grazie all’impegno del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dei Ministri competenti, del Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, e di numerosi Sindaci coraggiosi e intraprendenti, si registra un nuovo slancio.

Ciò che ancora manca, tuttavia, è una decisa unità politica: maggioranza e opposizione (destra, centro e sinistra) devono sentirsi ugualmente coinvolte, perché nessuno può tirarsi indietro di fronte al destino della propria terra.

Nutro profonda stima per il Vicepresidente della Regione Calabria, Filippo Mancuso, così come per i parlamentari reggini: il senatore Nicola Irto, la senatrice Tilde Minasi, e la Sottosegretaria agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Maria Tripodi.

Sono certo che, nei limiti consentiti dalla legislazione nazionale ed europea, potranno fare molto per questa causa. (e.e.)

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, studioso di Diritto Internazionale dell’Ambiente, docente titolare a contratto di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali)

SERVE L’IMPEGNO DELLA REGIONE

È un territorio ad altissima vocazione turistica, alberghiera, nautica, sportiva e, non da meno, con grandi potenzialità di sviluppo industriale: l’area di Saline Joniche, a poche decine di km da Reggio è da decenni in evidente stato di degrado ambientale non più accettabile. Individuata come zona per il motore di avvio di un rilancio industriale sempre sognato ma mai attuato, è oggi la terra delle eterne incompiute.  A ricordarlo, per chiunque transiti sulla 106, tra Lazzaro e Melito di Porto Salvo, la ciminiera, mai entrata in funzione, dell’ex Liquichimica che svetta, imperterrita su un totale (e pericolosissimo) abbandono ambientale. Poi ci sono le Officine Grandi Riparazioni dismesse da molti anni e in vana attesa di riutilizzo industriale con evidenti ricadute occupazionali. E il porto insabbiato e inutilizzabile. E gli orrendi silos arrugginiti che danno una visione spettrale di un territorio un tempo bellissimo e ambito per la sua affascinante costa, meta di bagnanti di tutta la zona.

Tutta l’area – è l’allarme lanciato dal gen. Emilio Errigo, già commissario Arpacal ed ex commissario dell’area SIN di Crotone, Cerchiara di Calabria e Cassano allo Ionio – mostra significativi segnali di inquinamento ad altissima tossicità. Occorre intervenire subito, senza ulteriori esitazioni, a far diventare tutta l’area Sito di interesse nazionale (SIN) o, almeno, regionale, per poter attivare azioni di bonifica del territorio che non possono più essere rinviate.

Se la ciminiera di Saline è il simbolo delle tante incompiute in Calabria, la stessa può diventare il “faro” (anche dal punto di vista marittimo) di un vero rilancio di un’area bellissima e, un tempo, incontaminata. Vanno rimossi subito tutti i “residui” industriali di una fabbrica mai entrata in funzione (la Liquichimica) e restituito alla popolazione un territorio sicuramente produttivo., da utilizzare per iniziative a vantaggio della popolazione residente: occupazione e lavoro, riscoperta di una vocazione turistica mai valorizzata adeguatamente e ambiente protetto dove far crescere i propi figli. 

Presidente Occhiuto,il caso Saline merita una nota evidenziata sulla sua agenda delle cose da fare subito: serve il suo intervento! (s)

Cresce il PIL della Calabria e supera quello nazionale e di tutto il Mezzogiorno

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Il Pil della Calabria supera quello dell’Italia e del Mezzogiorno. A certificare questo straordinario dato la filiale di Catanzaro della Banca d’Italia nel periodico rapporto sull’andamento congiunturale della economia calabrese, da cui emerge che, per i primi sei mesi del 2025, si è registrata un’ espansione del prodotto interno lordo (Pil) dell’1,3%.

«Quanto confermato oggi dalla Banca d’Italia rappresenta un segnale incoraggiante: la Calabria ha finalmente imboccato la direzione giusta», ha commentato l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Giovanni Calabrese, sottolineando come «anche se la nostra resta una terra complessa, le azioni messe in campo negli ultimi quattro anni dal governo Occhiuto stanno cominciando a produrre risultati concreti».

I risultati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia, condotto tra settembre e ottobre, evidenziano una crescita del fatturato delle imprese calabresi nei primi nove mesi dell’anno. La redditività e la liquidità aziendale sono rimaste su livelli elevati. L’attività di investimento delle imprese ha manifestato una dinamica favorevole.

Dopo la stabilizzazione registrata lo scorso anno, «l’industria in senso stretto – si legge – ha mostrato segnali di miglioramento, principalmente nel comparto alimentare, che ha continuato a beneficiare dell’aumento della domanda estera, e nelle utilities. Secondo i risultati del sondaggio congiunturale della Banca d’Italia (Sondtel), condotto in autunno su un campione di imprese con almeno 20 addetti, oltre il 40 per cento delle aziende ha segnalato una crescita del fatturato nei primi nove mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte di circa un quarto che ne ha riportato un calo.

Per quantoriguarda la Zona economica speciale (Zes) unica per il Mezzogiorno, secondo i dati della Struttura di missione Zes presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, «nel primo semestre del 2025 in Calabria sono stati rilasciati otto provvedimenti di autorizzazione unica (272 nel Mezzogiorno), lo strumento di semplificazione amministrativa introdotto per agevolare la realizzazione di progetti di investimento produttivi. Di questi, due riguardano nuovi insediamenti mentre gli altri si riferiscono ad ampliamenti e ristrutturazioni di stabilimenti già esistenti. Le attese a breve rimangono favorevoli: la maggioranza delle imprese del campione prevede vendite stabili o in crescita nei prossimi mesi; per il 2026 il saldo tra le attese di aumento e quelle di riduzione degli investimenti risulta moderatamente positivo».

L’attività nelle costruzioni è rimasta particolarmente elevata, sostenuta ancora dal segmento delle opere pubbliche; vi ha contribuito la spesa per investimenti degli enti territoriali, favorita dall’avanzamento degli interventi connessi al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)».

Secondo i dati dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e del Portale Italia Domani realizzato dal Consiglio dei ministri per il monitoraggio del PNRR, in Calabria a luglio 2025 le gare bandite per opere pubbliche finanziate dal Piano erano circa 1.700, per un valore complessivo di 1,8 miliardi di euro, corrispondente ai quattro quinti dell’ammontare totale delle gare per interventi in regione. Le procedure rimanenti fanno riferimento ad appalti pubblici per forniture di beni e servizi.

Nel complesso, l’importo dei bandi è riconducibile per il 34 per cento alle Amministrazioni centrali, per il 47 per cento agli enti locali, per il 10 per cento alla Regione e la parte restante alle altre Amministrazioni pubbliche locali. In termini numerici, più del 70 per cento delle gare faceva capo ai soli Comuni. Secondo i dati di Bankitalia elaborati sui dati Commissione nazionale paritetica per le Casse edili (CNCE Edilconnect), lo stato di avanzamento delle gare appaltate per interventi da realizzare in Calabria risulta pressoché in linea con quello nazionale. Tra novembre 2021 e luglio 2025 sono stati avviati in regione cantieri per il 62 per cento delle gare aggiudicate, di cui quasi un terzo conclusi e poco meno della metà in ritardo sui tempi di esecuzione; per il 38 per cento delle gare aggiudicate non è ancora osservabile un cantiere».

L’attività è cresciuta anche nel terziario; permangono, però, difficoltà nel commercio. I livelli occupazionali sono aumentati a un ritmo superiore rispetto alla media nazionale e del Mezzogiorno. Questo andamento ha riguardato sia la componente alle dipendenze sia il lavoro autonomo. Il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente, mentre il tasso di partecipazione è rimasto stabile.

Per quanto riguarda il lavoro, l’Istituto ha rilevato come, nel 2025, l’occupazione nella regione abbia continuato a crescere: «secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, nella media dei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati in Calabria è aumentato del 5,0 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024. L’incremento risulta significativamente superiore a quello osservato in Italia e nel Mezzogiorno (rispettivamente 1,4 e 2,2 per cento), ma ancora insufficiente a colmare il divario rispetto alle due aree di riferimento che si era ampliato a partire dal 2021».

«Il tasso di occupazione – si legge – ha raggiunto il 46,5 per cento (era il 44,3 nello stesso periodo del 2024; fig. 3.1.b), anche per effetto di un lieve calo della popolazione in età da lavoro, diminuita dello 0,4 per cento rispetto al primo semestre del 2024 (0,1 in Italia); il divario dal tasso medio nazionale si è ridotto di oltre un punto percentuale ma rimane ancora ampio (16,1 punti percentuali). Il miglioramento dei livelli occupazionali si è associato a una sensibile riduzione del tasso di disoccupazione, all’11,4 per cento (dal 15,4 dello stesso periodo del 2024); il divario dal dato nazionale si è quasi dimezzato, scendendo a 4,7 punti percentuali. Distinguendo per età, il tasso di disoccupazione è diminuito per tutte le fasce, compresi i lavoratori più giovani (15-34 anni), per i quali rimane però sensibilmente superiore a quello medio regionale».

«Il credito bancario al settore privato non finanziario si è rafforzato, sospinto dalla maggiore domanda di finanziamenti, a fronte di politiche di offerta improntate alla prudenza. L’accelerazione ha riguardato principalmente i prestiti alle aziende di più grandi dimensioni e, in presenza di una ripresa del mercato immobiliare, i mutui per l’acquisto dell’abitazione. Il costo del credito ha continuato a diminuire per le imprese, mentre si è stabilizzato per le famiglie. Dopo il rialzo osservato nel biennio precedente, il tasso di deterioramento del credito al settore produttivo si è ridotto; come per le famiglie, si mantiene su livelli storicamente contenuti ma più elevati di quelli medi nazionali. La crescita dei depositi bancari si è intensificata. Anche il valore dei titoli detenuti presso il sistema bancario è aumentato, ma a un ritmo meno sostenuto dello scorso anno».

Per quanto riguarda il settore dei trasporti, è continuata la dinamica positiva del traffico negli aeroporti calabresi. Nei primi 8 mesi dell’anno il numero di passeggeri transitati per gli scali regionali è aumentato del 26 per cento (fig. 2.4.b), un andamento analogo a quello osservato per il numero di voli. L’ampliamento delle rotte offerte ha interessato sia quelle domestiche sia quelle sull’estero, cresciute rispettivamente di circa un quinto e della metà rispetto al periodo corrispondente del 2024.

Nel porto di Gioia Tauro è proseguita la fase di crescita in atto dalla seconda metà del 2019. La movimentazione di container nei primi nove mesi dell’anno è aumentata dell’11,6 per cento rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno.

Per quanto riguarda gli scambi con l’estero, «nel primo semestre del 2025 in Calabria è continuata la crescita degli scambi con l’estero in atto dal 2021. Le esportazioni di merci a prezzi correnti si sono attestate a 491 milioni di euro, registrando un aumento del 4,6 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2024 (2,1 e -2,8 per cento, rispettivamente, in Italia e nel Mezzogiorno; tav. a2.1). L’incremento ha riguardato in particolare i prodotti dell’industria alimentare e quelli dell’agricoltura, cresciuti rispettivamente dell’11 e del 13 per cento; i due comparti rappresentano quasi la metà del valore dell’export regionale nel semestre. Sono invece calate le vendite delle sostanze e prodotti chimici (-13,3 per cento) che pesano per quasi un quarto del valore nel periodo considerato».

«I dati di Bankitalia, che attestano per la Calabria un aumento del Pil dell’1,3% nei primi sei mesi del 2025 – superiore alla media nazionale e del Mezzogiorno – rappresentano una conferma autorevole della qualità e dell’efficacia del lavoro portato avanti dal Presidente Roberto Occhiuto e dalla sua Giunta», ha commentato il capogruppo di FI in Consiglio regionale, Domenico Giannetta.

«I dati sull’occupazione – ha proseguito – sulla redditività delle imprese e sulla vitalità del settore delle costruzioni e degli investimenti pubblici testimoniano una regione che sta finalmente invertendo la rotta, grazie a una visione concreta, moderna e credibile di governo».

«Forza Italia – ha detto ancora Giannetta – è orgogliosa di sostenere un modello amministrativo fondato sulla serietà, sull’efficienza e sui risultati tangibili. La crescita economica della Calabria non è frutto del caso, ma della programmazione e dell’impegno quotidiano di una squadra che ha saputo tradurre le opportunità del PNRR e dei fondi europei in sviluppo reale».

«Il gruppo di Forza Italia in Consiglio regionale – ha concluso – continuerà a sostenere con convinzione il nuovo corso politico e amministrativo avviato dal Presidente Occhiuto, nella certezza che la continuità di questo percorso sia la migliore garanzia per una Calabria che vuole crescere, lavorare e guardare al futuro con fiducia». (ams)

Il grido della terra di Calabria: l’olio evo è stato abbandonato. Agricoltori in crisi profonda

di LUANA GUZZETTI – Doveva essere il momento della gioia e della speranza, la ricompensa per un anno di sacrifici culminato in un’estate di siccità estenuante. Invece, per la Calabria, una delle più grandi regioni olivicole d’Italia per superficie coltivata, la raccolta delle olive si è trasformata nell’ennesima, amara conferma di una crisi strutturale che sta mettendo in ginocchio migliaia di aziende. I campi restano desolatamente spopolati: mancano i lavoratori, i costi di produzione sono alle stelle e, sul versante opposto, il mercato tradisce chi produce onestamente.
Gli agricoltori calabresi sono stretti in una morsa finanziaria insostenibile. L’impiego di operai specializzati dotati di mezzi scuotitori arriva a costare fino a 150 euro l’ora, mentre la frangitura, l’atto finale della trasformazione, tocca i 20 euro al quintale. A questi si aggiungono gli oneri essenziali per la sopravvivenza della pianta e della filiera, aggravati dalle emergenze climatiche: gli oneri crescenti per l’irrigazione resa necessaria dalla crisi idrica, la concimazione organica, le complesse operazioni di potatura, la gestione del terreno e, non ultimo, l’aumento nel costo dei materiali come l’alluminio per l’imbottigliamento. Un salasso economico che si scontra violentemente con un mercato sempre meno disposto a riconoscere il valore del lavoro.
Il paradosso più doloroso si manifesta nel settore biologico. Nonostante gli investimenti e i rigidi protocolli di coltivazione, il mercato, in molti casi, non vuole nemmeno acquistare l’olio biologico, costringendo i produttori a svalutarlo.

Cooperative e intermediari offrono di acquistarlo come se fosse convenzionale, a non più di 7,50 euro al chilo: una cifra che non copre i costi, offende la qualità e calpesta la dignità di chi ha scelto di investire nella sostenibilità e nella tracciabilità. Questo è un chiaro disincentivo a produrre qualità.
Questa offerta “da fame” avviene mentre l’Italia registra importazioni record di olio d’oliva: oltre 252 mila tonnellate nei primi mesi del 2025, con un incremento del 66% e, contemporaneamente, un crollo del valore medio d’acquisto. Gran parte di questo flusso proviene da Paesi come la Tunisia, dove i prezzi all’origine sono scesi a cifre irrisorie, come 2,80 euro al chilo.
L’Italia acquista, imbottiglia nei propri stabilimenti e sfrutta un vuoto normativo: l’etichetta della vergogna. Le norme europee permettono che l’origine estera sia scritta in piccolo, rendendola invisibile, mentre in grande campeggia la dicitura “imbottigliato in Italia”. Un inganno visivo e legale che sfrutta la percezione del Made in Italy e premia la speculazione a scapito del produttore onesto.
La radice del problema è chiara: una tracciabilità asimmetrica e una legalità di comodo. Mentre l’agricoltore italiano/calabrese è soffocato da controlli, registri e obblighi digitali, l’olio importato sfugge a un monitoraggio trasparente, mancando un registro pubblico che ne segua il percorso dal porto allo scaffale.

Ciò alimenta un sistema ingannevole che confonde le carte e toglie valore al vero prodotto italiano, minando la fiducia dei consumatori e la sicurezza alimentare.
A questa dinamica internazionale si aggiunge il mercato invisibile dei social network, un vero e proprio “Far West” digitale. Pagine e profili vendono olio direttamente ai consumatori, spesso senza alcuna garanzia.

Ci appelliamo alle Istituzioni: Chi controlla l’etichettatura di questi prodotti? Quale tracciabilità è assicurata se l’olio parte da un magazzino anonimo o da un frantoio non registrato? Le autorizzazioni sanitarie ci sono? E la fatturazione? Quante vendite rispettano le regole fiscali e quante restano nell’ombra di un mercato digitale fuori controllo?
Senza trasparenza, questo mercato schiaccia l’imprenditore che lavora in regola, diventando la porta aperta alla frode e alla concorrenza sleale.La Calabria è il simbolo di questo fallimento: gli uliveti si spengono, i giovani fuggono. È il fallimento di un modello che premia la speculazione e abbandona i territori.

L’agricoltura calabrese non chiede sussidi o assistenza; chiede giustizia, parità di condizioni e il diritto di competere ad armi pari.
È vostro dovere, come Istituzioni, prendere a cuore il problema e agire con la massima urgenza per: imporre l’etichettatura chiara che indichi in modo evidente l’origine delle olive, il Paese di molitura e l’annata di produzione. Istituire una tracciabilità effettiva e controlli rigorosi su tutto l’olio importato, equiparando gli obblighi a quelli del produttore italiano. Regolamentare e sanzionare severamente la vendita online anonima che elude le regole fiscali e sanitarie.
Solo così potremo fermare l’emorragia e restituire dignità a un patrimonio produttivo unico, garantendo la verità e la salute sulle nostre tavole.

(Coordinamento regionale Altragricoltura Calabria olivicoltrice calabrese)

Una Galleria subacquea nel Mare di Calabria per collegare Jonio e Tirreno

di EMILIO ERRIGO Se alcuno di voi lettori intendesse immergersi negli studi e ricerche inusuali, consiglio per ridurre di molto i tempi occorrenti per lo studio, di studiare la Calabria. Non sarà molto difficoltoso venire a conoscenza di primati ambientali di tutto rispetto che appagherebbero e renderebbero molto merito agli sforzi psicofisici sostenuti.

Quello di cui oggi ho avvertito il bisogno di rendervi noto è il primato dei due mari Jonico e Tirreno. Per chi di voi ancora non lo sapesse, nella bellissima e sempre ospitale Città Metropolitana di Reggio Calabria, in men che non si dica, sarà molto facile e gradevole attraversare in pochi batter di ciglia, il Tunnel stradale della Limina, con una galleria di 3,2 km, detto anche “Tunnel dei due Mari” che consente a ogni autoveicolo, ancora meno se in moto, di viaggiare e spostarsi in poco tempo dal Mar Tirreno al Mare Jonio, godendosi le meraviglie storiche, architettoniche, artistiche, paesaggistiche e ambientali, presenti nei 97 Comuni del Tirreno e dello Jonio, visitando i numerosi  Borghi Grecanici, Romani, Angioini, Aragonesi, Borbonici, Bizantini, Normanni, presenti numerosi in tutta la Calabria, costruiti  durante i vari periodi storici di dominazioni  dello straniero conquistatore in Italia Meridionale.

Quello che recentemente mi ha fatto sapere, discorrendo del più e del meno  a tavola in buona amichevole compagnia, l’Ingegnere Mario Bruno Lanciano, uno tanti scienziati giramondo, nato  per destino, nella a noi Italiani cara terra d’Argentina, da genitori calabresi, è la fattibilità e sicurezza ingegneristica di poter realizzare un Tunnel Marittimo in Calabria, che  possa collegare in meno di un ora di navigazione, il Mare Jonio al Mar Tirreno, facilitando e riducendo di molto i costi e rischi ambientali della navigazione marittima, tra il Golfo di Squillace (c.d. Prima Italia), e il Golfo di Sant’Eufemia, (Istimo di Marcellinara o Catanzaro) poco più di 27 km, di 15 miglia marine, (1  miglio nautico 1852 metri). Tale in opera  di attraversamento marittimo consentirebbe alle navi Mercantili, da crociera, traghetto, da diporto, rimorchiatori, porta container, da carico merci miste e ogni altro mezzo galleggiante compatibile con le caratteristiche dimensionali della ipotizzata infrastruttura di superficie marittima polivalente (non sottomarina che è tutt’altra opera ingegneristica).

Incuriosito dal suo dire, ho chiesto al nostro amico, figlio orgoglioso della migliore gente di Calabria, ing. Mario Lanciano, noto inventore e scienziato della “Sicurezza Pubblica Antincendio”, con oltre 30 Brevetti internazionali registrati, padre e madre di Badolato in Calabria, se esistessero nel mondo altre iniziative già realizzate. Mi ha informato che in Norvegia è stato ideato, progettato e finanziato, peraltro in avanzato corso di esecuzione, un Tunnel Marittimo (una vera e propria galleria del mare) lunga  1,7 chilometri, che consentirà di collegare via mare, due Fiordi in Norvegia. Avrà un’altezza di 37 metri e una larghezza di 26,5 metri, il costo previsto è meno di 300 milioni di euro.

I tempi di realizzazione in Norvegia un anno. I costi a chilometro lineare per realizzare la Galleria del Mare in Calabria, oscillerà tra 100 e 150 milioni per chilometro di escavo del tunnel, dragaggio e approfondimento dei fondali marini, complessivamente si tratta di un investimento pubblico-privato sostenibile.

Basti pensare al contenimento dei costi complessivi ambientali connessi con il minor numero di ore navigazione, quindi meno consumi di combustibili e minore produzione di CO2, da parte delle navi da crociera e RO-RO e RO-PAX, presenti sempre più numerose ogni giorno e notte nel Mar Mediterraneo. (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, studioso di diritto  internazionale ed europeo dell’ambiente, è docente titolare a contratto di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle Attività Portuali, presso l’Università degli Studi della Tuscia)

L’Italia del paradosso: ci sono più occupati ma anche più poveri. L’obiettivo del salario minimo

di SALVATORE BARRESI – Il lavoro è tornato al centro del dibattito pubblico, ma spesso come una “parola d’ordine” piuttosto che come un impegno concreto per affrontare le sfide attuali. In un Paese come l’Italia, segnato da disuguaglianze, salari stagnanti e precarietà diffusa, la vera sfida va oltre la semplice creazione di posti di lavoro: si tratta di restituire senso e dignità all’occupazione. La “piena e buona occupazione” si delinea così come il vero banco di prova per la giustizia sociale e la tenuta democratica del Paese.

Il Paradosso dell’Occupazione Povera

Dopo decenni di neoliberismo e flessibilità spinta, il mercato italiano è oggi caratterizzato da un’occupazione spesso povera e instabile, incapace di garantire sicurezza e prospettive. Ci troviamo di fronte a un paradosso evidente: ci sono più occupati, ma sono anche più poveri. La crescita quantitativa, infatti, non è bastata a garantire stabilità e prospettive di sicurezza.

Milioni di persone vivono con redditi inferiori alla soglia di dignità, spesso con contratti a termine o part-time involontari. Questo nonostante l’Articolo 36 della Costituzione sancisca in modo inequivocabile che “ogni lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”.

Salario Minimo e Dignità Salariale

È in questo contesto che emerge l’urgenza dell’introduzione di un salario minimo legale, già in vigore in ventuno Paesi dell’Unione Europea. In Italia, circa il 12% dei lavoratori percepisce meno di 9 euro lordi l’ora. Un minimo salariale non sarebbe solo una soglia di tutela, ma rappresenterebbe anche un argine contro la concorrenza al ribasso tra le imprese.

Emergenza Demografica e Competenze

Accanto alla piaga dei salari bassi, l’Italia deve affrontare anche un’emergenza demografica: entro il 2034, la popolazione in età lavorativa è prevista calare di quasi tre milioni di unità, una riduzione del 7,8%. Questo declino rischia di compromettere la crescita economica e la sostenibilità del sistema previdenziale.

Si verifica un altro paradosso cruciale: da un lato le imprese faticano a reperire figure professionali adeguate, dall’altro mancano competenze qualificate. La ragione è duplice: gli stipendi troppo bassi non incentivano né l’ingresso né la permanenza nel mercato del lavoro.

Tecnologia e Formazione Continua

Non meno cruciale è il rapporto tra lavoro e tecnologia. La rivoluzione digitale, accelerata dall’Intelligenza Artificiale, sta trasformando radicalmente i processi produttivi e la domanda di competenze. È necessario costruire un ecosistema formativo che accompagni i lavoratori per l’intero arco della vita, investendo in competenze digitali, green e relazionali.La digitalizzazione, però, non deve diventare una nuova linea di frattura. Oggi circa la metà degli utenti dei servizi pubblici per l’impiego ha difficoltà a utilizzare strumenti digitali complessi. È fondamentale intervenire con l’alfabetizzazione tecnologica diffusa e il rafforzamento del personale pubblico, affinché gli algoritmi facilitino l’incontro tra domanda e offerta, anziché generare nuove esclusioni.

Oltre i Numeri: Il Lavoro come Fondamento della Società

Non bastano i numeri dell’occupazione: servono contratti stabili, percorsi formativi, possibilità di carriera e una regia pubblica capace di orientare gli investimenti. La povertà lavorativa interessa quasi due milioni di persone, mentre l’inflazione continua ad erodere il reddito reale delle famiglie a basso reddito.

La politica deve tornare protagonista: gli investimenti pubblici (sanità, istruzione, rigenerazione urbana) sono una leva per la crescita più elevata delle riduzioni fiscali. Le disuguaglianze si colmano con lavoro di qualità: servono contratti stabili, percorsi di carriera e valorizzazione della contrattazione collettiva.

In definitiva, “rimettere il lavoro al centro” significa restituirgli la sua dignità, non come una mera variabile economica, ma come il cuore della cittadinanza democratica. È attraverso un’occupazione dignitosa che le persone costruiscono identità, relazioni e senso di appartenenza. Significa garantire a ogni cittadino la possibilità di vivere del proprio lavoro, di formarsi e di contribuire al bene comune, eliminando precarietà e povertà. (sb)

(Economista e sociologo)

Il Comune di Reggio batte cassa per tasse e tributi
ma i ricavi del contenzioso vanno ai funzionari che fanno causa ai cittadini

di PINO FALDUTO  – A Reggio Calabria il contenzioso tributario ha raggiunto livelli insostenibili: oltre 60 milioni di euro di crediti fiscali fermi nei tribunali e più di 40 milioni non riscossi, legati a IMU, TARI, TOSAP e ad altre imposte locali.

Ogni anno il Comune spende oltre 1,5 milioni di euro tra difese legali, consulenze e incentivi, mentre cittadini e imprese sopportano le conseguenze di un sistema che sembra alimentare le cause invece di risolverle.

Tutto nasce dal Regolamento sul Contenzioso Tributario, approvato nel 2016 dalla Giunta Comunale (Delibera G.C. n. 220/2016)), che riconosce compensi aggiuntivi a dirigenti e funzionari  che rappresentano l’Ente davanti alle Commissioni Tributarie.

Un atto formalmente legititmo, ma che solleva domande profonde: può davvero un sistema che premia chi difende le cause contribuire a ridurle?

Nella realtà, le somme contestate vengono richieste ai cittadini, che spesso non hanno la forza economica per difendersi.

Chi perde una causa deve pagareil proprio avvocato e anche le spese di lite del Comune, cioè gli incentivi previsti per i dipendenti che difendono l’Ente. Un doppio danno che colpisce famiglie, pensionati, artigiani e piccole imprese in una città che si colloca all’ultimo posto in quais tutte le classifiche nazionali per reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.

Ma dietro i numeri ci sono persone. Molti vivono il contenzioso come una forma di oppressione, fatta di ansia, stress, e problemi psicologici.

Ogni lettera, ogni cartella, ogni udienza diventa un peso emotivoche logora e porta molti a perdere fiducia nelle istituzioni.

È  chiedersi perché la Corte dei Conti non abbia mai approfondito l’impatto di questo regolamento, né verificato se gli incentivi e le risorse spese abbiano porttao reali benefini alla collettivitò.

E perché gli stessi ruoli dirigenziali retsino invariati da anni, nonostante risultati tanto negativi.

Reggio Calabria ha bisogno di una riforma vera, che metta fine a un sistema che scaica sui cittadini  i costi degli errori amministrativi, che provoca disagio, tensione e paura e che premia la litigiosità ivece della conciliazione. Perché una città giusta non si misura dal numero delle cause che vince, ma da quante riesce a evitare con trasparenza, equilibrio e rispetto per la propria gente. (pf)

(Imprenditore)

COSA DICE LA DELIBERA N. 220 DEL 13 DICEMBRE 2016?

(…) art. 13) I compensi di cui agli artt. 10 e 11, spettanti a titolo di spese di lite liquidate e recuperate ai sensi  dell’art. 15 (…)  sono suddivise tra il dirigente, il responsabile della Macro-Area Contenzioso giudiziario, il responsabile del Servizio Contenzioso Tributario e il personale di cui all’art. 3, comma 3, del presente regolamento, delegato a rappresentare l’Ente e stare in giudizio nelle udienze dinanzi alle Commissioni Tributarie, secondo i seguenti criteri:

1.1 – Il 25% del compenso spetta al dirigente o al responsabile della Macro-Area Contebzioso tributario, ovvero al Funzionario delegato che ha sottoscrittoi gli atti di causa (controdeduzioni, memorie illustrative, appelli, ecc.;

1.2 – Il 25% del compenso spetta al personale che ha rappresnetato l’Ente in udienza davanti alle Commisisoni tributarie;

1.3– Il 20 % del compenso spetta al personale che ha predisposto e sottoscritto gli atti di recupero e riscossione delle spese liquidate giudizialmente (mediante la procedura dell’ingiunzione fiscale preceduta da sollecito di pagamento;

1.4 – Il restante 30% (oltre alle quote eventualmente non attribuite) è suddivisio in parti uguali tra il personale del Settore Tributi assegnato alla gestione del Contenzioso tributario. (…)

Aeroporto di Reggio: più traffico e meno voli

di SILVIO CACCIATOREAll’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

All’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

Eppure, proprio adesso, ITA decide di chiudere ben due collegamenti su tre. Non per una crisi di domanda, ma per una combinazione di ragioni – spiegano dalla compagnia – economiche: valutazione negativa sul rendimento della rotta, slot limitati a Linate, manutenzione e flotta ridotta. Lo dicono le fonti ufficiali. Ma i numeri raccontano una storia diversa. Dal 2021 in poi, la rotta è cresciuta anno dopo anno, e nel triennio 2022–2024 ha registrato un aumento secco di quasi 44.000 passeggeri.

Su Roma Fiumicino, concentrando il confronto a partire dal 2020, quando i passeggeri furono 66.011 e il load factor al 57%. Nel 2022, con la ripresa della piena operatività post emergenza, i passeggeri tornano a crescere: 74.564 viaggiatori, load factor al 57%. Nel 2023 il salto è netto: 144.598 passeggeri e coefficiente al 68%. Il 2024 conferma la tendenza con 163.819 passeggeri e 72% di riempimento. Una crescita, quindi, quasi raddoppiata in due anni, ma certamente ben lontana dai fasti del decennio precedente: 315.237 passeggeri (e tasso di riempimento del 75%) nel lontano 2015.

Il taglio del night-stop in alcune date di novembre da e per Roma Fiumicino ha fatto gridare i più allo scandalo. Certamente la paura è che questa sia solo una effettiva prova in vista di un possibile taglio definitivo nel breve termine. Una riduzione che fa rumore, perché colpisce proprio quell’intermodalità che negli ultimi anni ha sostenuto lo scalo reggino.

Dal 2020, infatti, Reggio Calabria è collegata all’Alta Velocità ferroviaria. O per meglio dire, i treni AV proseguono da Salerno fino a raggiungere la città dello Stretto. E proprio questa connessione – treno + volo – ha permesso a tanti viaggiatori, in particolare dalla Sicilia orientale, di scegliere lo Stretto come porta d’accesso per Roma e Milano. L’offerta funzionava perché integrata. Ma ora, senza partenze serali e con la cancellazione progressiva di Linate e Fiumicino, quel modello rischia di saltare. Il sistema si spezza. E lo scalo diventa meno competitivo.

Intanto Ryanair, vettore low cost sostenuto dalla Regione Calabria, rafforza la sua presenza su Malpensa e altre tratte nazionali, a scapito anche di destinazioni estere che non sono andate niente male specialmente nei mesi estivi (vedi Francoforte – Hann). I voli crescono, la concorrenza si sposta. E ITA si ritira proprio mentre i dati premiano la fedeltà dei viaggiatori reggini. Il 2024 sarà con ogni probabilità l’anno record per l’Aeroporto dello Stretto, con circa 950mila passeggeri. Senza i tagli di ITA, probabilmente, avremmo superato il milione. Eppure, proprio in questa fase di espansione, si cancellano rotte storiche e si riducono le frequenze.

Non è una questione di nostalgia. È una questione strategica. Reggio rischia di perdere quel poco che ha conquistato. Nonostante un bacino che cresce, un load factor stabile, una domanda reale. Le scelte di ITA, pur motivate da logiche economiche, non possono essere considerate solo «aziendali». E qui la politica, lo Stato, ma soprattutto la Regione, dovrebbe far sentire la sua voce e la sua forza. Affinché lo slogan «Reggio Calabria vola» non diventi presto solo un ricordo.

[Courtesy LaCNews24]

Arco Ionico: è necessaria l’emancipazione demografica e politica

di DOMENICO MAZZA – Non c’è alcun dubbio, nell’agone politico, lo Jonio, riesce a esprimere attori che non brillano per lucidità, valore e competenza. Non trovo altre parole per descrivere una classe dirigente incapace di evolversi e guardare oltre. Nonostante il mondo proceda a velocità supersoniche, tra Corigliano-Rossano e Crotone si continua a incedere con il freno motore tirato. Quando la calma, poi, viene spezzata da azioni apparentemente visionarie, si scopre che le stesse rappresentano l’espressione più becera del rinnovamento e, al contempo, l’imperizia di stare al passo con i tempi. Così, mentre altrove, una politica lungimirante firma protocolli d’intesa per la realizzazione di nuovi Policlinici, opzioni di Campus universitari, imminenti aperture di metropolitane leggere, restyling di tracciati e nuovi svincoli autostradali, lungo lo Jonio si lanciano petizioni per riabilitare chi confonde la democrazia con un ring. Si esaltano, ancora, Commissioni Consiliari che svolgono il compitino di ricercare e rilegare, in appositi fascicoli, delibere dei Consigli comunali datate di 30 anni. Si apprezzano, altresì, le opinioni di neo consiglieri regionali che paragonano la Calabria alla Florida, pensando, forse, che i due contesti territoriali siano sovrapponibili. Vieppiù, si disegnano rendering aeroportuali senza uno straccio di studi di fattibilità e incuranti dell’emorragia demografica in cui l’Arco Jonico versa. Dulcis in fundo, a dibattiti di crescita, per tentare una via d’uscita da un pantano che vede i contesti jonici essere sempre ultimi in Italia in ogni statistica, si salutano come conquiste sfalci e potature, nonché la posa di qualche piastrella lungo i marciapiedi delle Città.

La sesta provincia in Calabria: un pensiero che non troverebbe giustificazione neppure a uno spettacolo di cabaret

Quando 20 anni fa l’idea della sesta Provincia calabrese (Sibaritide) fu bocciata in Parlamento, nessuno si stracciò le vesti. Mancavano già allora i requisiti per poter immaginare un ulteriore decentramento in Regione e, inoltre, non esisteva un’idea identitaria e condivisa sulla Comunità che avrebbe dovuto assurgere al ruolo di Capoluogo. Subito dopo l’elevazione di Monza e Brianza, Fermo e dell’ambito BAT, il Testo Unico degli Enti locali venne rimpinguato, nella voce relativa alla istituzione di nuovi Enti, di un tetto demografico e una superficie territoriale minima per poter avanzare richieste di decentramento amministrativo. Contrariamente a quanto pensano gli stolti, la Delrio, intervenuta anni dopo, non influì sul pennacchio provinciale, ma sulla devoluzione dei servizi da Roma. Il decentramento dei servizi amministrativi, fino ad allora concesso senza alcun riferimento demografico all’ambito scorporato da preesistenti contesti, venne fissato su base d’Area vasta e non più su base provinciale. La nuova impostazione normativa, frenò una serie di iniziative rimaste impantanate nel limbo del Parlamento. Non era più la semplice Provincia a rappresentate l’emancipazione di un territorio, ma l’inquadramento di ambiti omogenei, affini e costituiti da almeno 350mila abitanti e 2500km di superficie. La Delrio, invero, non si inventò di cancellare le piccole Province. Razionalizzò, piuttosto, la spesa pubblica come già ampiamente fatto durante il ventennio della Seconda Repubblica, con il processo d’aziendalizzazione statale.

Uno sguardo alla storia: le modifiche avvenute in campo nazionale e regionale sulla distribuzione dei servizi agli ambiti periferici

Nel lontano 2008, l’allora Governo Loiero, riformò l’offerta della ex 11 ASL (Aziende sanitarie locali) calabresi creando le ASP (Aziende sanitarie provinciali) e, contestualmente, diede vita alle AO (Aziende ospedaliere) per inquadrare i neocostituiti ospedali Hub (CZ-RC-CS) a riferimento degli ambiti vasti nord, centro e sud Calabria. Sebbene Crotone e Vibo Valentia fossero già Capoluoghi delle rispettive Province da oltre 16 anni, nessuno dei due ambiti, per ovvi criteri demografici, beneficiò di un’AO. Al contrario, i servizi sanitario-ospedalieri del Crotonese e del Vibonese furono inquadrati nel perimetro vasto dell’AO di Catanzaro, oggi Azienda Ospedaliero-Universitaria Dulbecco. Qualche anno più tardi, poi, Trenitalia, che aveva sostituito Ferrovie dello Stato, riadeguò la mappatura della rete ferroviaria italiana, inquadrando la jonica come ramo secco. Risultato? Nessun treno a lunga percorrenza da Crotone verso nord e spazio ai privati con l’offerta su gomma. Con una riforma più recente, le Camere di Commercio, originariamente ubicate in ogni Capoluogo di Provincia, sono state accorpate sulla base di ambiti comprensivi di almeno 75mila imprese. Di colpo, quindi, le oltre 100 CdC, sono state ridimensionate a 62. Le sedi soppresse, in diversi Capoluoghi italiani, sono state sostituite da dimore di rappresentanza. Anche i distretti Sub-Provinciali Inps, vennero declassati. Si utilizzò per tali uffici l’aggettivo “complessa” a fianco al termine Agenzia. Fortuna che, nell’ultimo caso, la nascita delle Filiali, annoverò tra queste la sede del neonato, al tempo, Comune di Corigliano-Rossano. Questo breve excursus per chiarire, anche ai più incalliti, che la definizione dei servizi periferici da Roma non è stabilità su base provinciale, ma, solo ed esclusivamente, su tetti demografici d’ambiti vasti. Chiaramente, se la Politica jonica non studia quelle che sono state le modifiche storiche intervenute negli anni, non potrà mai partorire idee originali, innovative e, soprattutto, rispettose dei requisiti minimi affinché possano realmente rappresentare il ragionevole tasso di interesse per le popolazioni residenti nell’area perimetrata. Si lancerà, piuttosto, come del resto sta facendo, in idee superate dal tempo e dai fatti, inattuabili e finanche improponibili.

Sibaritide-Pollino: un gigante dai piedi d’argilla. Non servono nuovi Enti. Necessaria la rimodulazione degli ambiti esistenti

A quasi 40 anni dal primo embrione di richiesta d’autonomia nella Piana di Sibari, la sostanza del progetto non è cambiata neppure di una virgola. Fermo restando quanto già definito nei precedenti capoversi e considerata l’inutilità di un piccolo Ente, a fianco di una fittizia autonomia amministrativa resterebbe la consapevolezza di una totale impalpabilità politica del nuovo Ente. È al vaglio del Parlamento l’idea di inquadrare nuovamente le Province come Enti a suffragio universale. Tuttavia, non è neppure lontanamente considerata l’idea di istituire nuove Province. Resta in essere, come stabilito dall’articolo 133 della Costituzione, poter rimodulare gli ambiti provinciali esistenti normalizzando Enti sovradimensionati e riequilibrando contesti sottodimensionati. In quest’alveo si inserisce la proposta “Magna Graecia” che non immagina nuove burocrazie per la Calabria. Disegna, piuttosto, ambiti ragionati e omogenei per creare i presupposti affinché gli stessi concorrano efficacemente e sinergicamente alla crescita dell’intero sistema regionale. Un’idea policentrica, dunque, che si contrappone nettamente a ogni scampolo centralista che ha caratterizzato, sin dalla sua nascita, il deviato regionalismo calabrese. Eppure, una classe politica spenta, incapace di guardare oltre al piccolo steccato municipale, tanto a Corigliano-Rossano quanto a Crotone, continua a non vedere la bontà di detta visione strategica. Meglio impegnarsi, bontà loro, in progetti che vorrebbero cambiare tutto per non cambiare niente. D’altronde, essere proni ai diktat centralisti è una delle prerogative principali con cui gli Establishment jonici elemosinano candidature nelle segreterie politiche dei Capoluoghi storici. 

Uno sguardo al futuro per avviare riforme vincenti da attuare con sussidiarietà

I recenti tentativi di creare nuove sedi decentrate di servizi nelle aree periferiche sembra non ci abbiano insegnato nulla. La vicenda relativa alla possibilità di rifunzionalizzare l’ex tribunale di Rossano, avrebbe dovuto chiarire che il criterio alla base di una riapertura non è la semplice messa in funzione di un Presidio soppresso, ma il suo inquadramento su base territoriale a vasta scala. L’istituzione del tribunale della Pedemontana in Bassano non ricalca l’ex foro bassanese. Amplia, al contrario, l’area di competenza a porzioni dei fori di Treviso, Vicenza e Padova. Sulla stessa scia si inquadrano le probabili aperture in predicato per le città di Alba, Lucera e Corigliano-Rossano. Le dedicate Commissioni parlamentari valuteranno di istituire il nuovo tribunale delle Langhe, tra gli attuali fori di Asti e Cuneo, e il secondo tribunale della Capitanata per razionalizzare l’ambiente geografico dell’immensa provincia di Foggia. Se Corigliano-Rossano non riuscirà a costruire sinergie con Comunità silane e dell’alto Jonio, la possibilità di inquadrare il nuovo Presidio della Sibaritide nella Città jonica sarà sempre più fosca. In funzione di quanto finora descritto, dovrebbe essere interesse della Politica coltivare idee che aprano alle ampie vedute. Qual è il senso di nascondersi dietro flebili processi, ripetitivi e stantii, già monchi numericamente ancor prima di essere concretizzati? Il discorso, naturalmente, vale per la Provincia della Sibaritide che mette su carta 203mila abitanti, rimanendo schiacciata dal peso demografico dei circa 500mila che resterebbero su Cosenza. Ma è altrettanto valido per la questione di un quarto scalo a Sibari che si andrebbe a inquadrare all’interno di una Regione che perde oltre 8000 abitanti l’anno e con una demografia complessiva che non giustificherebbe neppure i tre scali attualmente esistenti. Il vero riformismo non è parcellizzare l’esistente per dare vita a inutili cloni privi di reale autonomia. Al contrario, è necessario promuovere azioni finalizzate a unire e creare proficue sinergie istituzionali tra ambiti omogenei per generare ambienti politico-amministrativi paritetici, in dignità istituzionale, a quelli esistenti. Su questa scia, l’amalgama degli Ambiti crotonese e sibarita può rappresentare la biogeocenosi vincente per realizzare un contesto equanime a quello dei Capoluoghi storici. Non esiste altra strada per emancipare demograficamente e, soprattutto, politicamente, tutto l’Arco Jonico calabrese. L’invito, pertanto, a riflettere e soprattutto a evitare di promuovere e sponsorizzare proposte che nell’opinione pubblica di altri contesti geografici suscitano solo ilarità e scherno. (dm)

(Comitato Magna Grecia)

Quante dimenticanze nel Masterplan di Reggio Calabria

di PINO FALDUTO A Palazzo San Giorgio si è tenuto un nuovo incontro sul Masterplan 2050.

Un appuntamento che, come molti altri, viene presentato come un momento di “ascolto e condivisione”, ma che nei fatti si riduce all’ennesima passerella di parole, senza un vero confronto con chi rappresenta il mondo produttivo e senza alcun documento pubblico, verificabile o condiviso.

Il Masterplan 2050 viene descritto come la “visione del futuro della città”, ma se si leggono le linee guida, non si trova una sola proposta urbanistica innovativa, né un solo progetto concreto in grado di incidere realmente sullo sviluppo economico del territorio.

Si ripetono gli stessi slogan di vent’anni fa: mobilità leggera, sostenibilità, rigenerazione urbana, transizione verde.

Tutte parole giuste, ma prive di contenuto se non accompagnate da un piano operativo realistico e da una conoscenza delle dinamiche economiche e sociali del territorio.

Manca completamente un’analisi delle attività produttive, commerciali e turistiche già esistenti, così come non risultano considerate le proposte già avanzate negli ultimi anni da operatori privati e imprenditori locali.

Chi lavora e investe quotidianamente a Reggio Calabria viene sistematicamente ignorato, come se non esistesse.

Il risultato è che, ancora una volta, si rischia di approvare un piano calato dall’alto, scollegato dalla realtà, utile solo a chi deve dimostrare di aver “presentato un progetto” ma non a chi deve poi viverlo e realizzarlo.

Ed è qui che si misura tutta la distanza tra le parole e i fatti.

Si vantano di essere i primi ad aver ideato una cosiddetta “Valutazione di Impatto Generazionale”, ma se davvero avessero voluto dare seguito a ciò che predicano, non avrebbero dovuto presentarla subito, come parte integrante del Masterplan?

In realtà, non si tratta affatto di un’idea nuova: è un’indicazione europea, nata nel solco delle mille strategie e visioni scritte negli ultimi decenni e mai realizzate.

Ancora una volta, quindi, predicano bene e razzolano male, e si limitano a riempire di parole altisonanti quello che rimane, nei fatti, un documento vuoto.

Eppure il Ponte sullo Stretto è ormai una realtà in fase di avvio. Qualsiasi pianificazione strategica che non parta da questa premessa è già superata. Parlare di Masterplan 2050 senza considerare gli effetti del Ponte sulla mobilità, sui collegamenti, sulla logistica e sull’attrattività dell’area metropolitana è un errore gravissimo.

Significa non comprendere che il Ponte cambierà radicalmente la geografia economica dello Stretto e che Reggio Calabria dovrà essere pronta a coglierne le opportunità.

Ma di questo, nel piano, non c’è traccia. Così come non c’è una sola parola su tutta la linea costiera reggina, dal litorale di Catona – dove era previsto un porto già inserito nel Decreto Reggio e mai realizzato – fino a Capo d’Armi, passando per il centro storico, il porto commerciale, il waterfront, le aree ex industriali, Porto Bolaro e i progetti turistici e urbanistici legati a Mediterranean Life.

Un asse strategico che dovrebbe rappresentare il cuore economico, logistico e turistico della città, e che invece continua a essere trattato come una somma di spazi marginali, senza una visione unitaria né una direzione di sviluppo.

Eppure proprio qui, lungo questa fascia costiera, si concentrano le uniche iniziative private di rilievo già esistenti o in corso di progettazione: realtà che generano occupazione, attraggono investimenti e costruiscono futuro, ma che non vengono nemmeno citate.

Si parla genericamente di “città sostenibile”, “città vivibile” e “mobilità dolce”, ma mentre si riempiono la bocca di queste parole, vengono di fatto annullate le fermate ferroviarie che collegano le strutture commerciali e produttive con il territorio, impedendo di utilizzare la ferrovia come vera metropolitana di superficie.

Un paradosso che smentisce nei fatti ogni slogan sulla “mobilità sostenibile” e rivela l’assenza di una strategia seria di integrazione dei trasporti con le funzioni urbane e produttive della città.

Questa impostazione, se dovesse passare senza opposizione, produrrebbe gli stessi effetti del PSC, del Piano Spiaggia e del PQRTP regionale: strumenti nati per “favorire lo sviluppo”, ma che si sono trasformati in trappole burocratiche capaci di bloccare qualsiasi iniziativa, anche la più semplice.

Ecco perché serve una presa di posizione netta.

Per questo motivo ho presentato una richiesta formale a Confindustria Reggio Calabria per la convocazione straordinaria e urgente dell’Assemblea, affinché l’Associazione, prima che il Masterplan 2050 venga approvato, possa: analizzarne il contenuto reale; verificarne la coerenza con le prospettive economiche legate al Ponte sullo Stretto; valutare la compatibilità con le iniziative produttive e turistiche già in corso lungo l’intero asse costiero; ed elaborare un documento ufficiale da trasmettere alle istituzioni come posizione condivisa del mondo imprenditoriale reggino.

Non possiamo continuare ad assistere passivamente alla costruzione di piani che ignorano la realtà.

La programmazione territoriale deve nascere dal basso, dal confronto con chi produce valore, non da studi astratti o da modelli importati da altre città. Reggio Calabria non ha bisogno di nuovi slogan: ha bisogno di concretezza, visione, scelte coraggiose e di una classe dirigente capace di mettere al centro le imprese, i lavoratori e i cittadini. La pianificazione non deve essere un alibi per non decidere. Deve essere uno strumento di crescita, di libertà e di opportunità.

E questo Masterplan 2050, così com’è impostato, non lo è.

Se non si parte dalla realtà, ogni piano diventa un ostacolo. (pf)

(Imprenditore)

Famiglie monoreddito con figli, la Calabria è maglia nera

di RAFFAELE FLORIO – Openpolis fotografa una situazione che, per la Calabria, appare allarmante: città come Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro figurano ai primi posti per incidenza di famiglie monoreddito con bambini piccoli.

Questo fenomeno, lungi dall’essere un semplice indicatore statistico, riflette criticità profonde nei sistemi locali del lavoro, nei servizi di welfare e nelle politiche di sostegno alla genitorialità.

A partire da questi dati, abbiamo intervistato, con cinque domande di carattere tecnico, il demografo dottor Giovanni Durante, per approfondire le cause, le responsabilità e le possibili strategie di intervento utili a ridurre la vulnerabilità economica delle giovani famiglie calabresi.

– Dottor Durante, i dati evidenziano che Vibo Valentia e Crotone figurano tra i primi dieci capoluoghi italiani per incidenza di famiglie monoreddito con figli di età inferiore ai sei anni. Quali fattori strutturali, economici o demografici possono spiegare una simile concentrazione?

«Innanzitutto cominciamo col dire che purtroppo l’Italia continua ad essere un Paese in cui prevalgono le famiglie monoreddito, dato che le famiglie con due o più occupati, al momento della pandemia da Covid-19, rappresentavano solo il 44,6% del totale delle famiglie della penisola. Un dato, questo, conseguenza soprattutto del basso tasso di occupazione femminile (53% a gennaio 2024, mentre quello maschile tocca il 70,5%), ostacolato non solo da una domanda di lavoro insufficiente ma anche dalle difficoltà che le donne con carichi familiari hanno nel conciliare famiglia e lavoro, specialmente se hanno più figli, in assenza di servizi adeguati. Difficoltà che aumentano se le donne hanno una bassa qualifica.

È interessante poi notare che alcuni studi – come quello della sociologa Chiara Saraceno – hanno evidenziato come siano soprattutto le coppie con figli più piccoli a mostrare una maggiore asimmetria di genere nell’occupazione e quindi un divario maggiore rispetto a quelle senza figli conviventi, poiché in quest’ultime risultano occupati il 46% di entrambi i componenti della coppia, a fronte di un tasso di occupazione del 29% che si registra invece nelle coppie con figli conviventi.

Su questo quadro complessivo nazionale si innesta poi il divario territoriale, dal momento che da un lato, se la quota di coppie con entrambi i partner occupati si attesta al 55,4% nel Nord Italia, tale percentuale scende al 26,4% nelle regioni meridionali; e dall’altro, se nel Nord ben il 65,3% delle famiglie con figli ha due o più occupati, questa percentuale si riduce a poco più di un terzo nel Sud Italia».

In contesti territoriali caratterizzati da alta disoccupazione e bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, quali misure ritiene più efficaci per incentivare la pluri-occupazione familiare e sostenere l’occupazione genitoriale, in particolare quella delle madri?

«Anche in questo campo abbiamo molti esempi edificanti che ci vengono dagli altri Paesi occidentali. Ma sarebbe auspicabile che tali interventi fossero racchiusi in un unico “pacchetto”.

Si dovrebbe innanzitutto promuovere la cosiddetta parità salariale tra uomo e donna (si badi che nel nostro Paese la differenza salariale annuale complessiva – “gender overall earnings gap” – tra uomo e donna arriva al 43%, mentre la media europea è del 15%).

Si dovrebbero promuovere maggiori sgravi contributivi per le imprese o i datori di lavoro che assumono donne, così come si potrebbe istituire un fondo di sostegno per l’imprenditoria femminile. Altre strategie potrebbero comprendere l’offerta di congedi parentali più flessibili e, naturalmente, il varo di un serio piano nazionale per i servizi della prima infanzia. Solo per fare degli esempi».

– La prevalenza di città del Mezzogiorno in questa graduatoria suggerisce un divario territoriale ancora marcato. A suo giudizio, quali limiti delle politiche di coesione e delle misure di welfare territoriale emergono da questi dati?

«Ma guardi, mi verrebbe innanzitutto da dire che mi sembra quasi del tutto assente una vera e propria politica di coesione territoriale degna di tale nome.

In Francia, ad esempio, è stata istituita un’Agenzia nazionale per la coesione territoriale, che da noi esisteva ed è invece stata soppressa, divenendo un semplice dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Sta inoltre entrando nel vivo il dibattito sulle politiche di coesione europee post-2027 (quando scadrà l’attuale programmazione). La proposta della Commissione europea, attesa entro la fine dell’anno, si intreccia con il dibattito sull’eredità di Next Generation EU e, in particolare, del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF) e quindi con i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza.

Ebbene, tra gli scenari possibili vi è quello che vedrebbe la politica di coesione così come esistita finora trasformata secondo il paradigma dell’RRF, e questo comporterebbe una centralizzazione a livello nazionale delle fasi di definizione, programmazione e implementazione stessa degli interventi, a discapito dell’approccio territoriale place-based. Approccio nuovo che andrebbe quindi ponderato molto bene e che sta spingendo molte regioni a mobilitarsi per riaffermare la centralità del loro ruolo nella politica di coesione».

– Alla luce della limitata capacità di spesa degli enti locali, quali strategie di governance o di programmazione integrata potrebbero essere adottate dai comuni per ridurre la dipendenza da un solo reddito familiare e promuovere modelli di resilienza socioeconomica?

«Cominciamo innanzitutto col dire che anche qui ogni possibile intervento si scontra con l’enorme divario territoriale esistente. Perché, se prendiamo i dati della Fondazione IFEL, notiamo subito che, a fronte di una media di spesa nel sociale di 160 euro per abitante, i comuni del Centro-Nord (150 euro a persona) spendono quasi il doppio di quelli del Mezzogiorno (80 euro a persona).

Divari territoriali che appaiono strutturali, con un Nord sempre al di sopra del resto del Paese, un Centro che insegue e un Mezzogiorno perennemente in affanno. E la situazione, già grave, si fa drammatica quando scendiamo a livello regionale, poiché in Calabria la spesa sociale per abitante è di appena 24 euro, molto inferiore persino a quella di altre regioni meridionali come la Campania (55 euro per abitante), la Puglia (77 euro per abitante) o la Sicilia (80 euro per abitante).

Servono quindi maggiori risorse in primo luogo, ma bisognerebbe anche ridurre l’eccessiva frammentazione di una regione con ben 404 comuni».

– In che misura la carenza di infrastrutture sociali – come asili nido, servizi educativi integrativi e politiche di conciliazione tra vita e lavoro – incide sulla tendenza al monoreddito e sulla vulnerabilità delle famiglie con minori?

«Incidono moltissimo, a mio modesto parere. Prendiamo ad esempio gli asili nido. Questi hanno tutta una serie di capacità strategiche, in quanto aiutano le donne a mantenere il loro posto di lavoro, incentivano la socialità dei bambini e delle bambine, e tutti gli studi concordano nell’affermare che tra i maggiori fattori di rischio per far scivolare una famiglia verso la povertà ci sono proprio l’avere un reddito monogenitoriale e la presenza di uno o più bebè in famiglia.

Alla luce di questi dati è facile capire perché gli asili nido siano un servizio prezioso. Eppure, nonostante la copertura di posti in assoluto si attesti oggi al 30%, il numero di posti disponibili in rapporto al numero dei bambini è però rimasto stabile intorno ai 350.000 posti autorizzati, per via del calo della natalità.

Senza contare poi l’enorme divario territoriale esistente, che vede la Calabria con 15,6 posti ogni 100 bambini, a fronte dei 46,5 dell’Umbria o – se si limita il raffronto ai soli capoluoghi di provincia – i 22,8 posti di Vibo a fronte dei 48,8 posti di Mantova». (rf)

(Courtesy LaCNews24)