Famiglie monoreddito con figli, la Calabria è maglia nera

di RAFFAELE FLORIO – Openpolis fotografa una situazione che, per la Calabria, appare allarmante: città come Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro figurano ai primi posti per incidenza di famiglie monoreddito con bambini piccoli.

Questo fenomeno, lungi dall’essere un semplice indicatore statistico, riflette criticità profonde nei sistemi locali del lavoro, nei servizi di welfare e nelle politiche di sostegno alla genitorialità.

A partire da questi dati, abbiamo intervistato, con cinque domande di carattere tecnico, il demografo dottor Giovanni Durante, per approfondire le cause, le responsabilità e le possibili strategie di intervento utili a ridurre la vulnerabilità economica delle giovani famiglie calabresi.

– Dottor Durante, i dati evidenziano che Vibo Valentia e Crotone figurano tra i primi dieci capoluoghi italiani per incidenza di famiglie monoreddito con figli di età inferiore ai sei anni. Quali fattori strutturali, economici o demografici possono spiegare una simile concentrazione?

«Innanzitutto cominciamo col dire che purtroppo l’Italia continua ad essere un Paese in cui prevalgono le famiglie monoreddito, dato che le famiglie con due o più occupati, al momento della pandemia da Covid-19, rappresentavano solo il 44,6% del totale delle famiglie della penisola. Un dato, questo, conseguenza soprattutto del basso tasso di occupazione femminile (53% a gennaio 2024, mentre quello maschile tocca il 70,5%), ostacolato non solo da una domanda di lavoro insufficiente ma anche dalle difficoltà che le donne con carichi familiari hanno nel conciliare famiglia e lavoro, specialmente se hanno più figli, in assenza di servizi adeguati. Difficoltà che aumentano se le donne hanno una bassa qualifica.

È interessante poi notare che alcuni studi – come quello della sociologa Chiara Saraceno – hanno evidenziato come siano soprattutto le coppie con figli più piccoli a mostrare una maggiore asimmetria di genere nell’occupazione e quindi un divario maggiore rispetto a quelle senza figli conviventi, poiché in quest’ultime risultano occupati il 46% di entrambi i componenti della coppia, a fronte di un tasso di occupazione del 29% che si registra invece nelle coppie con figli conviventi.

Su questo quadro complessivo nazionale si innesta poi il divario territoriale, dal momento che da un lato, se la quota di coppie con entrambi i partner occupati si attesta al 55,4% nel Nord Italia, tale percentuale scende al 26,4% nelle regioni meridionali; e dall’altro, se nel Nord ben il 65,3% delle famiglie con figli ha due o più occupati, questa percentuale si riduce a poco più di un terzo nel Sud Italia».

In contesti territoriali caratterizzati da alta disoccupazione e bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, quali misure ritiene più efficaci per incentivare la pluri-occupazione familiare e sostenere l’occupazione genitoriale, in particolare quella delle madri?

«Anche in questo campo abbiamo molti esempi edificanti che ci vengono dagli altri Paesi occidentali. Ma sarebbe auspicabile che tali interventi fossero racchiusi in un unico “pacchetto”.

Si dovrebbe innanzitutto promuovere la cosiddetta parità salariale tra uomo e donna (si badi che nel nostro Paese la differenza salariale annuale complessiva – “gender overall earnings gap” – tra uomo e donna arriva al 43%, mentre la media europea è del 15%).

Si dovrebbero promuovere maggiori sgravi contributivi per le imprese o i datori di lavoro che assumono donne, così come si potrebbe istituire un fondo di sostegno per l’imprenditoria femminile. Altre strategie potrebbero comprendere l’offerta di congedi parentali più flessibili e, naturalmente, il varo di un serio piano nazionale per i servizi della prima infanzia. Solo per fare degli esempi».

– La prevalenza di città del Mezzogiorno in questa graduatoria suggerisce un divario territoriale ancora marcato. A suo giudizio, quali limiti delle politiche di coesione e delle misure di welfare territoriale emergono da questi dati?

«Ma guardi, mi verrebbe innanzitutto da dire che mi sembra quasi del tutto assente una vera e propria politica di coesione territoriale degna di tale nome.

In Francia, ad esempio, è stata istituita un’Agenzia nazionale per la coesione territoriale, che da noi esisteva ed è invece stata soppressa, divenendo un semplice dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Sta inoltre entrando nel vivo il dibattito sulle politiche di coesione europee post-2027 (quando scadrà l’attuale programmazione). La proposta della Commissione europea, attesa entro la fine dell’anno, si intreccia con il dibattito sull’eredità di Next Generation EU e, in particolare, del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF) e quindi con i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza.

Ebbene, tra gli scenari possibili vi è quello che vedrebbe la politica di coesione così come esistita finora trasformata secondo il paradigma dell’RRF, e questo comporterebbe una centralizzazione a livello nazionale delle fasi di definizione, programmazione e implementazione stessa degli interventi, a discapito dell’approccio territoriale place-based. Approccio nuovo che andrebbe quindi ponderato molto bene e che sta spingendo molte regioni a mobilitarsi per riaffermare la centralità del loro ruolo nella politica di coesione».

– Alla luce della limitata capacità di spesa degli enti locali, quali strategie di governance o di programmazione integrata potrebbero essere adottate dai comuni per ridurre la dipendenza da un solo reddito familiare e promuovere modelli di resilienza socioeconomica?

«Cominciamo innanzitutto col dire che anche qui ogni possibile intervento si scontra con l’enorme divario territoriale esistente. Perché, se prendiamo i dati della Fondazione IFEL, notiamo subito che, a fronte di una media di spesa nel sociale di 160 euro per abitante, i comuni del Centro-Nord (150 euro a persona) spendono quasi il doppio di quelli del Mezzogiorno (80 euro a persona).

Divari territoriali che appaiono strutturali, con un Nord sempre al di sopra del resto del Paese, un Centro che insegue e un Mezzogiorno perennemente in affanno. E la situazione, già grave, si fa drammatica quando scendiamo a livello regionale, poiché in Calabria la spesa sociale per abitante è di appena 24 euro, molto inferiore persino a quella di altre regioni meridionali come la Campania (55 euro per abitante), la Puglia (77 euro per abitante) o la Sicilia (80 euro per abitante).

Servono quindi maggiori risorse in primo luogo, ma bisognerebbe anche ridurre l’eccessiva frammentazione di una regione con ben 404 comuni».

– In che misura la carenza di infrastrutture sociali – come asili nido, servizi educativi integrativi e politiche di conciliazione tra vita e lavoro – incide sulla tendenza al monoreddito e sulla vulnerabilità delle famiglie con minori?

«Incidono moltissimo, a mio modesto parere. Prendiamo ad esempio gli asili nido. Questi hanno tutta una serie di capacità strategiche, in quanto aiutano le donne a mantenere il loro posto di lavoro, incentivano la socialità dei bambini e delle bambine, e tutti gli studi concordano nell’affermare che tra i maggiori fattori di rischio per far scivolare una famiglia verso la povertà ci sono proprio l’avere un reddito monogenitoriale e la presenza di uno o più bebè in famiglia.

Alla luce di questi dati è facile capire perché gli asili nido siano un servizio prezioso. Eppure, nonostante la copertura di posti in assoluto si attesti oggi al 30%, il numero di posti disponibili in rapporto al numero dei bambini è però rimasto stabile intorno ai 350.000 posti autorizzati, per via del calo della natalità.

Senza contare poi l’enorme divario territoriale esistente, che vede la Calabria con 15,6 posti ogni 100 bambini, a fronte dei 46,5 dell’Umbria o – se si limita il raffronto ai soli capoluoghi di provincia – i 22,8 posti di Vibo a fronte dei 48,8 posti di Mantova». (rf)

(Courtesy LaCNews24)

La nuova Giunta regionale e le deleghe del Presidente

di SANTO STRATI – È stato un parto rapido, com’è nello stile dell’”uomo del fare”, qual è Roberto Occhiuto, ma non indolore, visti gli inevitabili malumori provocati soprattutto negli alleati di Noi Moderati che saltano un giro, in attesa della Giunta a nove. Ma è un governo regionale che ha le carte in regola per affrontare con piglio deciso le sfide che attendono la Calabria già nei prossimi mesi e negli anni a venire. Competenza e capacità sono i criteri che hanno guidato le scelte, ma parliamo di politica e, si sa, l’arte del compromesso fa parte delle regole del gioco. La scelta di sei consiglieri come assessori equivale a creare altrettanti consiglieri “supplenti” (e sappiamo che in molti scalpitavano in attesa dei nomi…), ma è da mettere in evidenza la scelta di un tecnico (Minnenna) al Bilancio, dove servono esperienza e capacità operative. Libero da “ingiustificate” indagini che avevano legittimato inevitabilmente ingenerosi sospetti sulla sua persona, Minnenna avrà modo di mostrare quanto sa lavorare con i numeri, soprattutto con la scadenza ormai prossima (a fine 2026) del PNRR.

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le delghe più pesanti e cruciali per  alimentare la visione e l’idea di sviluppo che ha in mente: gli asset strategici (cultura, turismo, infrastrutture  – ovvero Ponte, Ue, etc) saranno la leva per svegliare questa terra da un torpore non più tollerabile.

I calabresi le hanno ridato fiducia con grandi numeri: Presidente persegua la sua visione e non li deluda.

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Le deleghe del Presidente

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le deleghe più pesanti, quelle strategiche, in attesa di riassegnarne qualcuna quando sarà varato il provvedimento che porta a nove il numero degli assessori, allineando lo Statuto regionale alle nuove norme vigenti in materia di Regioni.

Sono dleghe cruciali, soprattutto quella Alle Infrastrutture e sistemi infrastrutturali complessi: il pensiero corre subito al Ponte sullo Stretto e alla sua valenza strategica per lo sviluppo non solo delle due regioni interessate da di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese. A questo proposito, c’è da mettere in evidenza che mentre in Sicilia hanno predisposto una valanga di richieste di opere compensative con relativi progetti, in Calabria tutto ancora tace, forse anche per l’indisponente atteggiamento negativo e contrario del sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà (oggi diventato consigloiere regionale del PD, della sindaca di Villa San Giovanni Giusy Caminiti e del sindaco di Campo Calabro Sandro Repaci. Si deve guardare oltre il Ponte e immaginare uno sviluppo del territorio che può “usufruire” delle opportunità offerte dalla grande Opera che il Parlamento italiano ha varato. Lo stop temporaneo della Corte dei Conti non ferma il progetto, ma ne ritarda l’avvio, però sulle proposte per le opere compensative sul territorio calabrese non si può aspettare ancora oltre.

Inoltre, Occhiuto trattiene per sé la Cultura e gli asset strategici: marketing territoriale, promozione, protezione civile e, soprattutto, salute. Fino a quando ci sarà il commissariamento non è possibile nominare un Assessore alla Sanità, ma farebbe bene Occhiuto a cominciare a pensarci su. Con una botta di “coraggio”  politico potrebbe fare una scelta trasversale (Rubens Curia, di sinistra, medico e con ampia competenza di conti nella sanità) e raggiungere due risultati eccellenti: l’uomo giusto al posto giusto e l’opposizione che avrebbe poco da ridire sulle scelte del Governo regionale per la sanità.

Poi c’è la Cultura, che richiede competenza e capacità: Occhiuto ce l’ha entrambe, ma gli manca il tempo, quindi sarebbe un assessore dimezzato. Deve trovare l’uomo o la donna giusti.

Ultima annotazione: non c’è una delega specifica per l’Ambiente che richiederebbe la massima attenzione. Ma questa è una Giunta in fieri: vedremo come finirà la schermaglia con Noi Moderati che pur avendo portato voti (4%) è  stata “rimandata” nonostante le aspettative del partito di Lupi, che pensava di poter partecipare al Governo. È stato uno schiaffo a Lupi e si attendono reazioni. Intanto si cominci a lavorare, a litigare c’è sempre tempo. (s)

Ecco la nuova Giunta: Occhiuto ha firmato le deleghe agli assessori
La vicepresidenza a Filippo Mancuso (Lega)

La Calabria ha il suo nuovo Governo regionale. Roberto Occhiuto ha firmato il decreto con il quale  vengono nominati i nuovi assessori ed assegnate le relative deleghe.

«Ad eccezione di un unico componente tecnico dell’esecutivo, tutti gli assessori erano candidati alle ultime elezioni regionali, viene ovviamente garantita la rappresentanza di genere, così come c’è stata la giusta attenzione agli equilibri territoriali: ogni circoscrizione elettorale – Nord, Centro, Sud – avrà due rappresentanti», ha spiegato Occhiuto, aggiungendo come «la nuova Giunta parte subito con sette assessori».

La vicepresidenza è stata affidata a Filippo Mancuso (Lega), con competenze di indirizzo politico in materia di lavori pubblici, urbanistica, difesa del suolo e politiche della casa.

Gli assessori sono: Giovanni Calabrese (FDI) con competenze di indirizzo politico in materia di sviluppo economico, lavoro e politiche attive del lavoro, turismo, fiere nazionali ed internazionali nelle materie allo stesso delegate.

Gianluca Gallo (FI) con competenze di indirizzo politico in materia di agricoltura e relative attività di promozione, ivi incluse le fiere nazionali ed internazionali in materia, risorse agroalimentari, forestazione, aree interne, minoranze linguistiche e trasporto pubblico locale;

Eulalia Micheli(Occhiuto Presidente) assessore con competenze di indirizzo politico in materia di istruzione, sport e politiche per i giovani;

Marcello Minenna, assessore con competenze tecniche di indirizzo in materia di bilancio e patrimonio, programmazione fondi nazionali e comunitari, transizione digitale, energia, enti strumentali, fondazioni e società partecipate;

Antonio Montuoro (FDI), con competenze di indirizzo politico in materia di valorizzazione del capitale umano ed innovazione nel lavoro pubblico, legalità e sicurezza, valorizzazione dei beni confiscati, cooperazione internazionale ed ambiente;

Pasqualina Straface (FI), con competenze di indirizzo politico in materia di inclusione sociale, sussidiarietà e welfare, pari opportunità, benessere animale.

Vengono, infine, riservate alla diretta competenza del presidente della Giunta: Cultura, rapporti con l’Unione europea, marketing territoriale, promozione della Calabria e dei suoi asset strategici, attrazione degli investimenti e incoming, infrastrutture di trasporto e sistemi infrastrutturali complessi, edilizia sanitaria, iniziativa legislativa, protezione civile, salute e servizi sanitari, ogni altra materia non espressamente attribuita alla competenza di un assessore.

«Prende ufficialmente il via l’avventura della nuova Giunta che guiderà la Regione Calabria nel corso del mio secondo mandato», ha commentato Occhiuto, ringraziando «sentitamente i vertici nazionali e regionali dei partiti della maggioranza per il sostegno, la fiducia e la preziosa collaborazione che hanno dimostrato durante la campagna elettorale prima e nel dare forma, con scelte collegiali, a questa nuova squadra di governo poi».

Il Governatore, poi, ha annunciato che «già a novembre porteremo in Consiglio regionale la legge per modificare lo Statuto calabrese e adeguarlo alla nuova legislazione nazionale: al termine delle due letture previste, nei prossimi mesi, avremo dunque la possibilità di allargare la squadra, arrivando a nove componenti».

«I due nuovi assessori in più verranno proposti, uno ciascuno, da Lega e da Noi Moderati.

Al vice presidente e agli assessori i più sinceri auguri di buon lavoro», ha concluso. (rrm)

Il ministro della Salute Schillaci a Catanzaro
Memorandum delle cose che servono alla Calabria

di GIACINTO NANCI – Le diamo il benvenuto a Catanzaro sig. Ministro della Salute on. Schillaci, la ringraziamo della visita e cogliamo l’occasione di porgerle alcune domande sulla sanità calabrese. Il governatore Occhiuto è stato riconfermato Commissario ad Acta per il piano di rientro sanitario cui è sottoposta la Calabria dal dicembre 2009. Un incarico (che già detiene da oltre tre anni) per riportare la sanità calabrese alla “normalita”. Ricordiamo a tutti noi che la Calabria è sottoposta al piano di rientro sanitario dal dicembre 2009 e, per questo, ha la sua sanità commissariata dal 2011. Inoltre, dal 2019 la Calabria ha commissariate tutte e 5 le sue Asp e i tre ospedali regionali. Ed è per questo che sorge spontanea una domanda: «perché questa ulteriore rinomina a commissario del governatore Occhiuto che governa la Calabria dal 2022, sia come governatore che come commissario alla sanità, dovrebbe portare la sanità calabrese alla “normalita”, se né Lui negli ultimi tre anni né gli altri otto commissari che lo hanno preceduto dal 2011 ci sono riusciti? La prova del fallimento, non solo di Occhiuto, ma di tutti gli altri commissari (e questo deve far pensare perché ad esempio il ponte caduto a Genova è stato ricostruito dal commissario in un anno) è data dal fatto che l’ultimo dato che misura le spese dei calabresi costretti alle cure mediche fuori regione è arrivato alla stratosferica cifra di 308 milioni di euro, e che il numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici è di quasi il doppio della media italiana. Non le sembra, sig. Ministro Schillaci, che è normale che i calabresi si sentono ancora una volta presi in giro? Come lo si sentono anche per la norma che il suo Governo ha messo nella legge finanziaria 2025 sulla riduzione dell’Irpef, che porterà nelle tasche degli italiani circa 300 euro in più. Ma lo sa, sig. Ministro, che i lavoratori calabresi, con un imponibile lordo di circa 20.000 euro, pagano in più di Irpef ben 428 euro in più rispetto agli altri lavoratori italiani già dal lontano dicembre 2009, a causa dell’imposizione del piano di rientro sanitario, e che un imprenditore calabrese, con un imponibile lordo di un milione di euro, sempre per lo stesso motivo, paga in più ben 10.700 euro? E, poi, noi calabresi paghiamo in più le accise sulla benzina (il tutto per oltre cento milioni all’anno), abbiamo il blocco del turn over in sanità e abbiamo avuti chiusi ben 18 ospedali. Credo che ci sia, quindi, un giusto motivo per sentirsi ancora una volta presi in giro. Noi, quindi, ci permettiamo di suggerire cosa sarebbe giusto fare per i malati calabresi. Prima di tutto, segnalarle il fatto che il piano di rientro sanitario è stata una ingiustizia in quanto, dati dei Centri Pubblici Territoriali (facenti parte del Sistan – Sistema Statistico Nazionale) dicono che la Calabria ha speso dal 2000 al 2018 in media 1612 euro/anno pro capite contro i 2217 della Lombardia, quindi se la Calabria avesse speso pro capite quanto la Lombardia (mai andata in piano di rientro) avrebbe potuto spendere, in quegli anni, oltre 20 miliardi in più per i suoi malati. Sorge, allora, spontanea una domanda come mai alla Calabria, che è stata la terzultima regione per spesa sanitaria pro capite fin dall’anno 2000, è stato imposto il piano di rientro sanitario?

Sig. Ministro, alla Calabria è stato imposto il piano di rientro perché ha da sempre ricevuto, rispetto alle altre regioni, meno fondi pro capite per la sua sanità. Avrebbe, invece, dovuto riceverne molto di più rispetto alle altre regioni perché, tra i suoi abitanti, ha molti malati cronici in più rispetto alle altre regioni. Di questo, sig. Ministro, dovrebbe esserne a conoscenza perché nel suo Ministero c’è il Dca n. 103 del 30 settembre 2015, firmato dall’allora commissario ad acta ing. Scura che, alla pagina 33 dell’allegato n. 1 dello stesso, il commissario scriveva «si segnala la presenza in Calabria di almeno il 10% di malati cronici in più del resto d’Italia». Essendo il decreto fornito di dettagliate tabelle, è stato facile calcolare allora in 287.000 i malati cronici presenti in più in Calabria rispetto al resto d’Italia. Da notare che l’ing. Scura non ha potuto mandare direttamente il Cda al Suo Ministero, ma lo ha dovuto mandare prima al Ministero dell’Economia, che deve valutare “preventivamente” i decreti della Calabria in piano di rientro perché devono essere “votati” più all’economia e al risparmio che non alla salute dei calabresi (della serie tutti non possono non sapere). Quindi, la Calabria è stata ingiustamente sottoposta al piano di rientro perché i pochissimi fondi che ha da sempre ricevuto non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più ed ha sforato la spesa sanitaria, nonostante, lo ripetiamo, che la sua è la spesa sanitaria pro capite più bassa delle altre regioni. Ma, per salvare i malati calabresi dai viaggi della speranza e dal fatto che sono in numero altissimo, quelli che evitano di curarsi per motivi economici una cosa si potrebbe fare sig. Ministro Schillaci: applicare in toto il comma 34 dell’art.1 della legge 662 del 1996. Sì, sig. Ministro, applicare semplicemente una “vecchia” legge dello Stato Italiano che prevede il riparto dei fondi sanitari alle regioni in base alla “Epidemiologia”, che vuol dire maggiori fondi dove ci sono più malati cronici come in Calabria. Purtroppo è sempre avvenuto il contrario: pochissimi fondi alla Calabria dove ci sono stati e ci sono, maggiormente adesso, più malati cronici che non nelle altre regioni italiane. Grazie sig. Ministro della sua venuta a Catanzaro, adesso aspettiamo, come malati calabresi, l’applicazione della legge dello Stato che ci potrebbe salvare oltre ovviamente alla immediata chiusura del piano di rientro che tanti danni ha fatto ai malati calabresi e anche a tutta la sua economia. 

(Medico di Famiglia

in pensione ed ex ricercatore Health Search)

Né sussidi né politiche che disperdono risorse: alla Calabria serve una prospettiva di crescita

di FRANCESCO AIELLO – A una settimana dalla presentazione del Rendiconto Sociale Regionale 2024 dell’Inps, il dibattito sui contenuti resta vivace, segno che il documento tocca questioni strutturali e irrisolte della realtà economica e sociale calabrese. Tuttavia, gran parte della stampa e delle emittenti regionali si è limitata a rilanciare i dati principali e le dichiarazioni istituzionali, senza tentare un’analisi delle cause o delle implicazioni. Eppure, i numeri del rapporto, se letti nel loro insieme, offrono molto più di una fotografia: raccontano un mercato del lavoro fragile, specchio di una struttura economica sbilanciata verso settori a bassa produttività e scarsa innovazione. Comprendere queste connessioni è il primo passo per trasformare la pubblicazione dell’Inps da semplice rassegna statistica a diagnosi economico-sociale della Calabria contemporanea.

Il Rapporto dell’Inps fornisce infatti una base informativa ampia e dettagliata: decine di indicatori su giovani, retribuzioni, disoccupazione, politiche di sostegno al reddito e regolarità contributiva delineano l’immagine coerente di una regione in cui la fragilità del lavoro non è congiunturale, ma strutturale. È una mole di dati che merita di essere interpretata come parte di un unico racconto: quello di un’economia regionale ancora lontana da una piena maturità produttiva.

La radice delle fragilità risiede nella struttura settoriale del sistema economico regionale, che riflette un modello di sviluppo polarizzato su comparti a basso valore aggiunto e scarsamente innovativi. La sezione del rapporto che riporta la distribuzione delle imprese e degli occupati per settore ne offre una chiave di lettura eloquente. Su circa 500.000 occupati complessivi, solo il 6,3% (31.602 unità) lavora nel manifatturiero in senso stretto. La gran parte dell’occupazione si concentra invece in agricoltura (10,8%, pari a 53.980 addetti complessivi), nel commercio (10%, 49.139 occupati) e nei servizi di alloggio e ristorazione (6,1%, 30.247 occupati). La quota più rilevante, tuttavia, è assorbita dai servizi pubblici – scuola, sanità, amministrazione dello Stato ed enti locali – che nel complesso impiegano oltre 140.000 persone, ossia poco più di un terzo dell’occupazione regionale. Alla fragilità settoriale si aggiunge una debolezza dimensionale del tessuto imprenditoriale. Nel 2024, l’Inps rileva 147.270 imprese, di cui il 97% è costituito da microimprese (1-9 addetti): unità spesso familiari, poco patrimonializzate, con scarsa propensione all’innovazione, limitate economie di scala e difficoltà di accesso al credito. Solo una quota minima (0,38%, pari a 553 imprese) rientra nella fascia medio-grande (oltre 50 addetti). Il quadro non cambia nel settore manifatturiero: su 4.001 imprese registrate, 3.381 (oltre l’84%) sono micro, 565 di piccola dimensione (10-49 addetti) e appena 45 superano i 50 addetti, in genere le più aperte ai mercati internazionali e più inclini a investire in ricerca e sviluppo.

Questi dati settoriali trovano un riscontro diretto negli indicatori sociali e occupazionali, che ne rappresentano le conseguenze più tangibili. In un sistema economico dominato da microimprese e da settori a basso valore aggiunto, le opportunità di lavoro sono spesso discontinue, scarsamente qualificate e mal remunerate. Non stupisce, dunque, che il Rapporto dell’Inps restituisca l’immagine di un mercato del lavoro in cui la fragilità occupazionale si intreccia con la povertà salariale e con il rischio di esclusione sociale.

Il tasso di NEET, pari al 26,2% contro il 15,2% della media nazionale, rappresenta uno degli indicatori più eloquenti di questa debolezza strutturale. Un giovane su quattro non studia e non lavora, non solo per mancanza di volontà, ma per l’assenza di un canale di ingresso stabile. Si tratta dell’effetto congiunto di una domanda di lavoro poco qualificata, di percorsi formativi non allineati alle esigenze produttive e di politiche attive del lavoro ancora frammentate. Il rischio maggiore, tuttavia, è di lungo periodo: i NEET di oggi saranno tra 15-20 anni adulti privi di competenze e con scarsa occupabilità, destinati non solo a ridurre il potenziale di crescita della regione, ma anche a gravare sui sistemi di welfare.

La carenza di lavoro qualificato si accompagna a una diffusione elevata del part-time, che coinvolge il 44,2% dei dipendenti, con punte del 62,5% tra le donne, a fronte di una media nazionale del 27,5%. Nella maggior parte dei casi si tratta di forme contrattuali non volute, ma legate alla stagionalità (agricoltura, turismo in primis) e alla frammentazione del sistema produttivo. Colpisce inoltre che la fascia più interessata non sia quella dei giovani in ingresso, ma quella degli adulti tra i 30 e i 50 anni: segno che la precarietà non è più transitoria, ma un tratto permanente del mercato del lavoro calabrese. Le conseguenze sono evidenti: minore produttività, salari ridotti, bassa contribuzione previdenziale e una crescente vulnerabilità economica.

Le retribuzioni ne sono un riflesso diretto. La retribuzione giornaliera media in Calabria è inferiore di circa il 27% rispetto alla media nazionale: 77,9 euro per gli uomini e 58 euro per le donne, contro 107,5 e 79,8 euro in Italia. Nei settori a più alta intensità di lavoro, come alloggio e ristorazione, il divario resta ampio (–22% per gli uomini, –20% per le donne). All’interno della regione, poi, le retribuzioni nel comparto turistico-ricettivo risultano molto più basse della media economica complessiva: -34,9 euro per gli uomini e -5,4 euro per le donne al giorno. Si tratta di numeri che descrivono un’economia dove la competitività, in presenza di bassa produttività, si fonda sulla compressione del costo del lavoro, anziché sulla qualità dei processi, mentre la mancanza di investimenti selettivi in tecnologia e in capitale umano alimenta un ciclo di stagnazione salariale e produttiva.

Anche i dati su NASpI e Cassa Integrazione Guadagni (CIG) rimandano alla stessa diagnosi. Nel 2024 sono state accolte 161.492 domande di NASpI, destinate ai lavoratori subordinati disoccupati per cause involontarie, e autorizzate 2,34 milioni di ore di CIG, a beneficio dei dipendenti sospesi o a orario ridotto. Questi numeri non descrivono fluttuazioni congiunturali, ma un equilibrio di precarietà in cui la disoccupazione è ricorrente e la cassa integrazione diventa un meccanismo ordinario di gestione dell’instabilità produttiva. Il sistema calabrese riesce dunque ad assorbire forza lavoro, ma non a stabilizzarla: un assetto che compromette la crescita dei redditi, indebolisce la base contributiva e mina la coesione sociale.

Per invertire questa traiettoria non bastano interventi parziali o misure emergenziali: serve una strategia di sviluppo che accompagni nel medio periodo il cambiamento strutturale dell’economia calabrese. Non è più tempo di politiche orizzontali, rivolte indistintamente a tutti i settori e a tutti i territori. La storia degli ultimi decenni mostra con chiarezza che non tutti i comparti produttivi sono uguali, né tutte le aree della regione possiedono le stesse potenzialità di crescita. Dopo un lungo periodo di persistenti ritardi, dovrebbe essere ormai acquisita la consapevolezza che lo sviluppo non è automatico, ma deve concentrarsi là dove esistono condizioni favorevoli, risorse endogene, capitale umano e reti produttive capaci di generare effetti moltiplicativi. Occorre dunque un cambio di paradigma: dalle politiche orizzontali a un approccio verticale e selettivo, nel quale l’agenda degli interventi sia guidata da criteri di priorità sia settoriali sia territoriali. Solo una politica di sviluppo che scelga dove e su cosa investire potrà contribuire a bloccare il declino.

In questa prospettiva, la Calabria può e deve puntare su tre assi strategici. Il primo riguarda la specializzazione produttiva: spostare progressivamente il baricentro dell’economia verso comparti ad alto contenuto tecnologico e di conoscenza – come la manifattura evoluta, la logistica intermodale, i servizi digitali e la bioeconomia – favorendo investimenti mirati e partenariati pubblico-privati. Le università e i centri di ricerca regionali possono diventare piattaforme di innovazione territoriale, ma solo se sostenuti da politiche industriali coerenti e da un quadro istituzionale capace di ridurre l’incertezza amministrativa. Dal lato delle università, serve un trasferimento tecnologico più efficace: laboratori congiunti con selezionati gruppi di imprese, dottorati industriali in comparti prioritari, contratti di ricerca e una gestione della proprietà intellettuale orientata a portare soluzioni dalla ricerca applicata all’industrializzazione, con esiti misurabili in contratti conto terzi, spin-off e licenze. Il secondo asse è il rafforzamento del capitale umano. Le imprese non possono innovare senza competenze adeguate, e la formazione non può funzionare senza una domanda reale di lavoro qualificato. Occorre dunque coordinare istruzione tecnica e università con le traiettorie di sviluppo industriale, costruendo percorsi formativi permanenti e coerenti con i fabbisogni del sistema produttivo. Il terzo asse, infine, investe la qualità istituzionale, prerequisito di ogni strategia di crescita. Senza tempi certi, semplificazione procedurale e legalità amministrativa, anche le migliori politiche industriali perdono efficacia. Una governance efficiente è il primo segnale di credibilità verso imprese, investitori e cittadini, e può trasformare la fiducia in motore di sviluppo.

Tuttavia, un modello di sviluppo realmente sostenibile deve poggiare su un’idea di economia capace di competere nei mercati internazionali con prodotti di qualità e ad alto contenuto tecnologico. È ormai chiaro a tutti che la crescita della Calabria non potrà fare leva sulla domanda interna o sulla spesa pubblica, ma richiederà un’ampia e stabile presenza di imprese che operano nei mercati esteri e nei settori più dinamici.

Perché questa traiettoria si realizzi, occorre mobilitare capitali e competenze adeguate. Da qui una domanda cruciale: su chi e con quali capitali fare affidamento per innescare questa trasformazione? È illusorio pensare che la Regione Calabria o, più in generale, le istituzioni pubbliche possano realizzare da sole un cambiamento di tale portata. La missione delle Regioni non è quella di sostituirsi al mercato, ma di creare le condizioni affinché il mercato possa funzionare: ridurre le asimmetrie informative, garantire legalità e infrastrutture, coordinare le politiche industriali e territoriali. Il loro compito è abilitare, non produrre direttamente sviluppo. In questo senso, è necessaria anche una svolta culturale: uscire dall’aspettativa che crescita e opportunità provengano dagli apparati pubblici (incarichi, prebende, consulenze, sussidi, aiuti) e orientare lo sguardo verso l’impresa, la competizione e i mercati. In altri termini, passare da una domanda sociale di rendita a una domanda di investimento.

Resta il nodo dei capitali privati locali, che in Calabria appaiono sottodimensionati, frammentati e poco propensi al rischio. In queste condizioni, è difficile immaginare che la spinta alla trasformazione possa provenire unicamente dall’interno. Diventa quindi strategico attrarre investimenti privati extraregionali e internazionali, capaci di introdurre innovazione, nuove competenze e pratiche manageriali più avanzate. Gli effetti positivi di tali investimenti – in termini di occupazione, trasferimento tecnologico e rafforzamento della produttività – saranno tanto più elevati quanto più riusciranno a integrarsi con il tessuto imprenditoriale locale, creando filiere e partnership stabili.

Perché questo accada, la Calabria deve diventare un territorio attrattivo, capace di annullare gli svantaggi di localizzazione che ancora scoraggiano nuovi insediamenti produttivi. L’esperienza insegna che gli incentivi fiscali o le agevolazioni basate sul costo del lavoro possono certamente svolgere un ruolo di stimolo, ma non bastano se manca il contesto. In assenza di un ambiente favorevole, infatti, l’iniziale vantaggio di costo tende a dissolversi nel tempo, eroso dall’incidenza di costi esterni elevati – infrastrutturali, amministrativi, logistici, energetici – che, come mostra la letteratura economica, riducono la produttività e la competitività delle imprese nel medio periodo.

Diventa quindi essenziale intervenire sulle condizioni di contorno, investendo nella qualità delle istituzioni, nell’efficienza amministrativa, nella certezza delle regole e nel potenziamento delle infrastrutture, materiali e immateriali. È proprio su questo terreno che le istituzioni regionali e locali possono esercitare una funzione decisiva: non quella di sostituirsi agli attori economici, ma di garantire le precondizioni dello sviluppo, creando un contesto in cui investire sia possibile, conveniente e sicuro.

In questa prospettiva, i responsabili delle politiche per lo sviluppo della Calabria devono avere il coraggio, a Roma e a Catanzaro, di osare nelle scelte, puntando con decisione su quei territori che presentano i maggiori vantaggi competitivi, infrastrutturali e logistici, dove la concentrazione di risorse pubbliche e private può generare effetti di scala e di trascinamento sull’intero sistema regionale. Solo una governance efficiente e credibile, fondata su tempi certi, semplificazione e legalità, può dare concretezza a questa visione. Dove le istituzioni funzionano, anche le imprese scommettono; dove la governance è debole, invece, anche le migliori politiche industriali si disperdono.

La Calabria non ha bisogno di nuovi sussidi né di politiche indistinte che disperdano risorse, ma di scelte selettive e coraggiose. Sviluppo significa concentrare gli sforzi dove le condizioni di successo sono reali: nei territori con infrastrutture adeguate, capitale umano qualificato e potenzialità produttive inespresse. Solo orientando la strategia regionale verso i settori ad alta produttività e i luoghi più competitivi sarà possibile costruire un’economia capace di crescere e non semplicemente destinata a sopravvivere in un equilibrio di permanente dipendenza da sussidi e trasferimenti pubblici. La sfida, oggi, non è fare di più, ma fare meglio e scegliere dove farlo: creare (pochi) ecosistemi territoriali che facilitino il “fare impresa”, valorizzino il lavoro qualificato e amplino la capacità competitiva internazionale dei comparti tradable più dinamici (manifattura evoluta, servizi avanzati, logistica). È questa la direttrice più credibile per invertire la stagnazione e offrire alla Calabria una prospettiva di crescita. (fa)

[Courtesy OpenCalabria] 

Lo stop della Corte dei Conti alla realizzazione del Ponte
Ma il progetto non si fermerà

di b SANTO STRATI La Corte dei Conti non dà il visto di legittimità al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e formalmente blocca l’opera di cui si attendeva la pubblicazione del relativo decreto del Cipess sulla Gazzetta Ufficiale. È un provvedimento che susciterà polemiche a non finire: da un lato già ieri sera i no-ponte esultavano di gioia, mentre chi crede ed è convinto delle grandi opportunità di sviluppo del territorio che l’Opera porterà ci è rimasto male. Delusi e confusi calabresi e siciliani per questa nuova “perdita di tempo” che farà slittare qualsiasi programma operativo. La Corte dei Conti, al termine di una lunga Camera di Consiglio ha bocciato la registrazione della Delibera del Cipess dello scorso agosto, negando il visto di legittimità necessario per sbloccare in via definitiva l’iter realizzativo. La Corte dei conti aveva chiesto al governo di spiegare in modo più approfondito la compatibilità del progetto con il parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Per aggirare quel parere negativo, il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva approvato la cosiddetta relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest, “motivazioni imperative di rilevante interesse pubblico”) dichiarando il ponte un’infrastruttura di interesse militare. La procedura seguita dal governo era stata contestata da associazioni ambientaliste e comitati, che avevano presentato ricorsi all’Unione Europea.

Tra le altre cose, i magistrati contabili avevano segnalato al governo aumenti delle spese non motivati, come quelli relativi ai costi per la sicurezza, passati da 97 a 206 milioni, e quelli per le opere compensative. Un altro rilievo riguardava l’esclusione dalla procedura dell’Autorità di regolazione dei trasporti, che interviene su concessioni, accesso alle infrastrutture e tariffe. Bisognerà attendere le motivazioni per capire su quali punti l’organo contabile dello Stato si è irrigidito, bloccando di fatto l’avvio dei lavori.

È un film già visto, purtroppo: se non ci fosse stata l’”insano” stop di Mario Monti e del suo governo nel 2011, oggi probabilmente calabresi e siciliani utilizzero tranquillamente il Ponte e tutta l’area dello Stretto avrebbe subito una sraordinaria trasformazione in termini di benessere, mobilità e sviluppo. Ancora una volta, forse pretestuosamente (a pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci si azzecca), c’è chi rema contro lo sviluppo del Mezzogiorno e dice sempre NO (M5S, tanto per fare qualche nome, assieme ai Verdi di Bonelli e Fratoianni) a qualunque idea di progresso e crescita del Paese, ma nel caso specifico del territorio delle regioni più derelitte d’Italia.

Per Calabria e Sicilia il Ponte significa un volano di sviluppo eccezionale: basti pensare che alla prima richiesta di presnetare candidature per manovalanza, hanno risposto il primo giorno in oltre 4.000. Questo conferma che il Sud ha fame di lavoro e non vuole più chiacchiere e “nientismi” inutili e dannosi. Il Ponte significa anche tantisismi posti di lavoro e un indotto formidabile per i territori: chi verrà a lavorare per il Ponte (occorre essere ottimisti, questo blocco è solo temporaneo) dovrà trovare un alloggio, mangiare, acquistare vestiti per sé, giocattoli per i bambini, un profumo per la moglie (o il marito), consumerà caffè e acqua al bar, solo per fare un modesto esempio di quanta ricchezza si vuole negare al territorio.

Il blocco – dev’essere chiaro – è temporaneo: bisognerà aspettare entro il 30 novembre le motivazioni per presentare, a chi compete, i necessari ricorsi. Non si ferma il progetto, ma si impone un ritardo illogico e ingiusto. Il Governo dovrà fare la sua parte e riproporre, motivando le ragioni di necessità e urgenza, una nuova delibera che ha il poter di travalicare la delibera odierna della magistratura contabile. Che dovrebbe badare alla correttezza dei conti e non entrare in valutazioni che, a naso, sembrano esulare dalle sue competenze.

Il Governo è, comunque, furioso: la premier Giorgia Meloni parla di “un ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento. I ministri interessati e la Presidenza del Consiglio hanno fornito puntuale risposta a tutti i quesiti formulati». La premier ha anche aggiunto che «per avere un’idea della capziosità, una delle censure ha riguardato l’avvenuta trasmissione di atti voluminosi con link, come se i giudici contabili ignorassero l’esistenza dei computer. La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti, entrambe in discussione al Senato, prossime all’approvazione, rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento»

Molto irritato il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che parla di «scelta politica e un grave danno per il Paese», sottolineando che il progetto non si ferma: «Andremo avanti». Salvini ha poi stigmatizzato la sua posizione: «In attesa delle motivazioni, chiarisco subito che non mi sono fermato quando dovevo difendere i confini e non mi fermerò ora, visto che parliamo di un progetto auspicato perfino dall’Europa che regalerà sviluppo e migliaia di posti di lavoro da sud a nord. Siamo determinati a percorrere tutte le strade possibili per far partire i lavori».

Cosa succederà adesso? Di sicuro un ulteriore slittamento dell’inizio dei lavori di cui non viene cancellata l’esecuzione: è un ritardo che peserà sulle spalle dei calabresi e dei siciliani, soprattutto per quanto riguarda la creazione di migliaia di posti di lavoro, di cui il Sud ha estremo bisogno.

C’è da osservare che, da un punto di vista strettamente tecnico, anche in presenza del parere negativo della Corte dei Conti il Governo può ugualmente decidere di andare avanti con il progetto.

È stato, infatti, spiegato che nel caso in cui il controllo riguardi un atto governativo, secondo la legge, l’amministrazione interessata, in caso di rifiuto di registrazione da parte della Corte dei Conti, può chiedere un’apposita deliberazione da parte del Consiglio dei ministri. Quest’ultimo può ritenere, a sua volta, che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori e debba avere comunque corso.

Tra i diversi punti sotto la lente dei magistrati le coperture economiche, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto definitivo alle normative ambientali, antisismiche e alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Le eccezioni sollevate durante l’adunanza della Sezione centrale della Corte, dal consigliere, Carmela Mirabella – secondo quanto riferisce l’Ansa – sarebbero state diverse: tra queste anche quella sulla competenza del Cipess, considerato organo “politico”.

Il ministro Salvini in un question time molto acceso alla Camera ha spiegato che «la Corte dei Conti ha deciso di sottoporre la valutazione alla sezione centrale di controllo», ma «si tratta di una scelta che non modifica il termine previsto per la determinazione sulla registrazione fissato per il 7 novembre». Salvini ha voluto sottolineare che il lavoro svolto sul progetto «è stato serio, articolato e trasparente nel rispetto delle norme italiane ed europee, è stata rispettata la normativa ambientale».  E ha ribadito che  «il ponte farà risparmiare tempo, denaro e salute».

Per cui, secondo il ministro non c’è  «nessuna violazione, nessun ritiro della delibera Cipess. Il mio impegno è fare questo ponte e farlo bene».

Salvini si è poi scontrato nuovamente con il deputato di Avs, Angelo Bonelli, che aveva posto l’interrogazione sull’opera da 13,5 miliardi e bollato come «vecchio di 26 anni» il progetto.

Secondo Bonelli, «Nella delibera Cipess ci sono gravi profili d’illegittimità che sono stati evidenziati dalla Corte dei Conti e in un paese normale un governo che rispetta la legge e le istituzioni avrebbe ritirato il progetto sul Ponte che sottrae 15 miliardi di euro ai cittadini dopo aver tagliato fondi al trasporto pubblico».

L’irritazione di Salvini si è stemperata con una battuta: «Se avessimo adottato le sue politiche del no, non avremmo l’autostrada del Sole e l’Av ma andremmo a cavallo nel nostro Paese». Poi, più serio, Salvini ha affermato che «Nessuna opera sarà definanziata per pagare il Ponte da Bolzano a Palermo. Ognuno la pensa come vuole, noi intendiamo andare avanti con il Ponte. Che un ponte non abbia interesse pubblico lo scopro oggi, un’opera pubblica che coinvolgerà 120 mila posti di lavoro e quindi dire di no a questi posti di lavoro mi sembra curioso da parte di alcune forze politiche o sindacali di sinistra».

Numerose le reazioni da parte delle forze politiche che sostengono la fattibilità dell’Opera.

Il Presidente della Regiona Calabria Roberto Occhiuto ha dato ragione al vicepremier Salvini: «La decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese. Il Ponte sullo Stretto non rappresenta solo una grande infrastruttura che il Mezzogiorno attende da decenni, ma anche un’immensa occasione per la Calabria e per la Sicilia: la concreta possibilità che queste Regioni hanno di dimostrare al mondo intero che sono capaci di condurre a termine opere straordinarie.

Il Sud vuole opportunità, vuole misurarsi con sfide entusiasmanti, vuole concorrere per creare sviluppo e per competere con il resto del Paese.

«Trovo assurda la presa di posizione della Corte dei Conti, ma sono certo che il governo andrà avanti in un processo ormai non più reversibile».

Analoga la posizione del sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracurano (compagna del Presidnete Occhiuto e deputata di Forza Italia): «Il governo ha creduto sin dall’inizio nella realizzazione del Ponte, un’infrastruttura non più rinviabile, indispensabile per lo sviluppo e la modernizzazione dell’intero Mezzogiorno. Attendiamo di leggere le motivazioni, ma è difficile comprendere la logica di una decisione che appare più politica che tecnica».

Secondo la deputata leghista Simona Loizzo, «Il Ponte sullo Stretto è un’opera strategica, inserita nel corridoio Ten-T, capace di creare sviluppo, essere motore per la crescita di Calabria e Sicilia e di tutto il Mezzogiorno. Eppure, la Corte dei Conti sceglie di bloccare tutto. Una scelta illogica, che non fa il bene del Paese, una ingerenza contro un Governo che vuole costruire».

Ovviamente, l’opposizione gongola per il temporaneo blocco dell’Opera. Il segretario regionale calabrese del PD, Nicola Irto, senatore e capogruppo in Commisisone Ambiente ha affermato che «La mancata approvazione della delibera CIPESS non è un cavillo tecnico, ma proprio la prova che il progetto bandiera della destra è stato costruito in fretta, senza basi giuridiche solide e con una gestione delle risorse a dir poco opaca. Una illusione, come abbiamo più volte detto. Meloni e Salvini hanno venduto agli italiani un’illusione, mentre gli organi di controllo dello Stato certificano che non tutto quello che si annuncia nei talk show può diventare realtà per decreto. È un fallimento politico e istituzionale: mesi di conferenze stampa, slogan e passerelle e alla fine l’illusione si ferma davanti alla prima verifica di legalità. Invece di cercare capri espiatori, il Governo dovrebbe fare autocritica e smettere la propaganda elettorale. L’Italia ha bisogno di serietà, non di cantieri fantasma».
Come si ricorderà, il Cipess (Comitato Interminisateriale per la Programmazione economica e lo Sviluppo Sostenibile) aveva varato la delibera sul Ponte lo scorso 6 agosto. A settembre la Corte dei conti, cui toccava verificare il rispetto da parte della delibera del Cipess di leggi e norme, aveva chiesto una serie di chiarimenti al governo sul progetto definitivo del ponte. Nelle sei pagine di osservazioni inviate alla presidenza del Consiglio, i magistrati contabili avevano espresso dubbi sulle procedure seguite dal governo, in particolare sulle deroghe ai vincoli di protezione ambientale e sull’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate, come strade e ferrovie. Nelle scorse settimane erano stati gli ulteriori approfondimenti richiesti e la documentazione necessaria a sostegno della validità del progetto. ieri, inattesoa la bocciatura e il mancato visto che avrebbe autorizzato la pubblicazione della delibera Cipess sulla Gazzetta Ufficiale con il consgeuente avvio dei lavori preliminari già programmati.

L’amministratore delegato della Stretto di Messina Pietro Ciucci ha detto di aver accolto «con grande sorpresa l’esito del controllo di legittimità operato dalla Corte dei Conti che non ha ammesso al visto e alla conseguente registrazione la delibera Cipess n. 41/2025 del Ponte sullo Stretto. Tutto l’iter seguito è stato sempre svolto nel pieno rispetto delle norme generali e speciali italiane ed europee relative alla realizzazione del ponte. Restiamo in attesa delle motivazioni mantenendo l’impegno di portare avanti l’opera, missione che ci è stata affidata da tutto il governo e dal ministero delle Infrastrutture in attuazione delle leggi approvate dal Parlamento italiano».

Caustico il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha così commentato su Twitter (X) la decisione della Corte dei Conti: «Non è ammissibile che in un Paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare. Quella sul Ponte dello Stretto da parte della Corte dei Conti è una decisione che mi lascia esterrefatto e che arriva alla vigilia dell’ultimo voto in Parlamento per realizzare la riforma della giustizia. Il Governo andrà avanti».

Anche da parte siciliana c’è molta amarezza. Secondo il Presidnete della Regione Siciliana Renato Schifani si tratta di «una decisione che sa molto di ingerenza e che rischia di paralizzare l’azione di governo, ostacolando un’opera strategica per lo sviluppo dell’Italia e per il futuro della Sicilia.  Un conflitto apparente tra poteri che abbiamo già vissuto e segnalato anche in Sicilia. Il Ponte sullo Stretto  è un’infrastruttura attesa da decenni dai nostri cittadini e dal nostro sistema produttivo. Ribadisco la mia piena sintonia con il governo nazionale e con il ministro Salvini, che ringrazio per la determinazione dimostrata in questi anni. Continueremo a difendere con forza il diritto della Sicilia a colmare un divario infrastrutturale che dura da troppo tempo».

Mobilità e trasporti sull’Arco Jonico: quali interventi per il territorio

di ELISABETTA BARBUTO, SANDRO FULLONE e DOMENICO MAZZA – Le nuove politiche infrastrutturali europee, ormai da qualche decennio, prediligono la realizzazione di opere fruibili per lotti funzionali. La richiamata nomenclatura è utilizzata per consentire l’uso di segmenti delle opere pensate, sin dal momento del collaudo dei tronchi e ancor prima che l’intera infrastruttura sia completamente realizzata. Per permettere ciò, ogni tratta dell’opera deve essere adeguatamente interconnessa e collettata a infrastrutture esistenti e operative.

Tali metodologie rappresentano le linee d’indirizzo che si stanno utilizzando per una serie di opere ferro-stradali attualmente in cantiere. Il terzo megalotto della statale 106 così come il lotto Battipaglia-Romagnano della nuova AV SA-RC, sono esempi plastici di quanto precedentemente esposto. Pur inquadrandosi, le richiamate opere, nei più ampi progetti di ammodernamento della dorsale stradale TA-RC e della direttrice ferroviaria tra SA e RC, saranno pienamente operative, nelle tratte sottoposte a intervento, già nei prossimi anni. L’illustrato dovrebbe invogliare le classi dirigenti locali a sviluppare idee che possano concorrere efficacemente a risollevare i territori dal baratro dell’isolamento geografico, suggerendo e adottando la messa a terra di opere che nel medio lungo periodo favoriscano la connessione per segmenti funzionali.

Lungo l’Arco Jonico, tuttavia, a percorsi di ricucitura e rigenerazione delle infrastrutture esistenti, si preferisce dedicare forze ed energie nella sponsorizzazione di opere dalla dubbia funzionalità. Vieppiù, adottando terminologie geograficamente inappropriate e figurativamente inadeguate per giustificare gli investimenti. A tal proposito, si prospettano cloni di aviosuperfici nella Sibaritide, immaginando improbabili bacini di riferimento e inquadrando come istmo una fra le più grandi pianure del Mezzogiorno d’Italia. Infrastrutture e definizioni geografiche che, evidentemente, esistono solo nella mente di chi le pensa.

La Politica deve studiare il territorio in cui opera. Basta alla povertà delle idee e ai linguaggi infarciti di slogan

Gli Establishment, a ogni livello di stratificazione, dovrebbero comprendere, prima di qualunque altra cosa, che per rappresentare, amministrare e gestire un territorio, quel territorio andrebbe studiato. La conoscenza di un ambito, d’altronde, non può essere certamente circoscritta al perimetro del Comune di residenza, al confine intermunicipale o al semplicistico concetto di limite provinciale. Sono tante le variabili che determinano l’appellativo di “territorio” a un determinato ambiente geografico. Si potrebbe partire dalla demografia, dalle omogeneità d’ambito, dai processi economici comuni, dalle condivise difficoltà a emergere e contribuire, sinergicamente, alla crescita della Regione di riferimento e del Paese tutto. Senza avere percezione di quanto in precedenza riportato, l’utilizzo del termine territorio, per definire un quadrante geografico, appare assolutamente fuori luogo e privo del benché minimo senso logico nell’affermazione. Tuttavia, ahinoi, è quanto sta accadendo lungo la sponda jonica sibarita. In quest’ambito, infatti, a visioni di crescita e prospettiva nel campo dei trasporti, della mobilità e della intermodalità, si preferiscono visioni megalomani e del tutto scollate dalla realtà effettuale. Non è pensabile, invero, che si continui a propagandare un nuovo scalo a Sibari, sapendo della grave emorragia demografica che attanaglia il territorio jonico e in generale la Calabria tutta. Parimenti, è del tutto anacronistico pensare a un quarto aeroporto in Calabria, quando Regioni demograficamente molto più dimensionate della nostra gestiscono i propri bisogni di mobilità (commerciali e civili) con la metà degli scali aerei. È da imprudenti definire l’area di Sibari come “istmo”, atteso che anche un bambino, con basi poco solide in geografia, capirebbe che una fra le principali pianure del Mezzogiorno di certo non può essere appellata come lingua di terra adagiata tra due mari. Non a caso, l’unico istmo d’Italia è lo stretto corridoio che si estende fra Catanzaro e Lamezia, bagnato dallo Jonio e dal Tirreno. Pertanto, se davvero si volesse connotare l’area di Sibari come raccordo e potenziale deviatoio dei flussi, bisognerebbe comprendere che l’ambito di maggior peso, in termini demografici, arriva da sud-est e non già da altri immaginati e improbabili quadranti cardinali.

È nella direttrice Sibari-Crotone che si nasconde il possibile potenziale dell’area, e non da altre parti. Se iniziamo a inquadrare Sibari come frontiera e non già come deviatoio alle diramazioni adriatica e tirrenica, non facciamo altro che favorire il gioco del centralismo storico. Non è un caso, infatti che, storicamente, giunti a Sibari, i flussi ferro-carrabili siano stati instradati verso l’area valliva della Calabria. Ambito, quest’ultimo, in cui le geometrie centraliste si annidano da tempo immemore. Tale sciagurato disegno ha generato la morte di Corigliano-Rossano e l’ecatombe per Crotone. Se davvero si volessero favorire i processi di crescita territoriale, bisognerebbe capire che è dall’asse Sibari-Crotone che si dovrebbe partire e non da altro. Perché è nel segmento Sibari-Crotone che il macrocontesto del Golfo di Taranto ha il suo anello debole. Dovrebbe essere, quindi, dirimente per tutta la Politica studiare soluzioni funzionali a rammagliare tutto il tessuto infrastrutturale della dorsale interregionale est compresa tra Ta-Metaponto-Sibari-Kr. E, certamente, ciò di cui il l’ambito non ha alcuna necessità è un nuovo scalo aereo. Se non altro perché dispone già di due scali (Taranto e Crotone) che necessitano di essere funzionalmente collegati al resto del contesto.

Pianificare opere di rigenerazione strutturale e upgrading tecnologico lungo la dorsale ferro-stradale KR-Sibari-Metaponto-TA

Le scelte relative al futuro tracciato della linea AV SA-RC hanno chiarito che non si prospettano cantieri imminenti in Calabria. Riteniamo inutile, pertanto, se non solo a fini strumentali, riservare attenzioni esclusivamente alle future vicende di tracciato della nuova AV, perdendo di vista il dibattito sui necessari lavori di upgrading lungo la ferrovia jonica. Parimenti, la predisposizione dei lavori di ammodernamento della statale 106 tra Sibari e Corigliano-Rossano e tra Crotone e Catanzaro, non possono rappresentare il raggiungimento di un risultato concreto. Un territorio potrà definirsi tale solo quando avrà la consapevolezza di essere tessera fondamentale e insostituibile di un più ampio mosaico geografico. Diventa, invero, fondamentale pensare a interventi che, nell’immediato futuro, possano permettere all’area dell’Arco Jonico di immaginare un domani. E non sarà certo la semplice elettrificazione del tronco Sibari-Crotone-Lamezia a disegnare un avvenire di sviluppo sostenibile per l’ambiente in questione. Abbiamo la certezza che entro il 2026 la velocizzazione AVR (alta velocità di rete fino a 200km/h) raggiungerà lo Jonio sulla sponda lucana. Dovrebbe essere un imperativo, quindi, per la politica nostrana, studiare sistemi che facilitino il percorso da e per Crotone-Sibari-Metaponto.

La riconnessione della dorsale a sud di Metaponto, pertanto, diventa funzionale per consentire all’Arco Jonico calabrese di avere un primo accesso alla AV già dal 2026. I lavori di miglioria lungo il tracciato compreso tra Metaponto e Battipaglia e le speranze riposte nella variante Tito-Auletta, permetteranno al Metapontino di raggiungere la Capitale in un tempo stimato di circa 3,5H. Sarebbe necessario, altresì, predisporre l’innalzamento a rango C della tratta Sibari-Metaponto. Quest’ultima, infatti, nonostante sia elettrificata già da circa 40 anni, risulta ancora non adeguata a rango C, pertanto inibita al transito dei treni veloci. Una sua elevazione strutturale, con l’aggiunta di un deviatoio nei pressi di Scanzano Jonico, consentirebbe ai treni provenienti dal Capoluogo pitagorico di raggiungere Roma in meno di 5 ore. Nella pianificazione del Por (’21-’27), è stata prevista la spesa di 32 miliardi da destinare al sud Italia. Una cifra mai vista prima e le cui modalità di assegnazione seguono le medesime prerogative dei fondi di Recovery.

Le prelazioni, dunque, dovrebbero favorire i territori rimasti indietro rispetto al Sistema Italia e, come dichiarato dal Ministero alle infrastrutture, particolare riguardo dovrà essere riservato alle opere ferroviarie. Sarebbe opportuno, quindi, lavorare a una riconnessione dei porti di Crotone e Corigliano-Rossano alla strada ferrata e, contestualmente, alla già prevista variante a sud di Crotone (a oggi sparita dai radar) verso lo scalo aeroportuale di Sant’Anna. Ancora, alla possibile fermata per la nota località turistica di Le Castella e alla nuova stazione baricentrica a servizio della futura area direzionale di Corigliano-Rossano. Senza dimenticare, la rettifica di tracciato a sud dell’abitato di Torre Melissa. Soprattutto, bisognerebbe smetterla di farsi abbindolare da RFI che vorrebbe barattare un progetto di innalzamento degli standard della mobilità d’ambito come la Bretella di Thurio, per una più modesta e poco funzionale Lunetta di Sibari. Ecco, gli interventi descritti rappresentano il minimo sindacale per cui una politica attenta, e non affascinata dall’effimero, dovrebbe impegnarsi. La velocizzazione del percorso verso Metaponto-TA, oltretutto, avrebbe un duplice vantaggio: avvicinerebbe temporalmente l’Arco Jonico calabrese al ramo AV Sa-Ta e rilancerebbe la direttrice verso l’Adriatico, oggi sconnessa dalla jonica. Non abbiamo più scuse, quindi, per continuare a cincischiare del nulla mescolato al niente. L’invito, pertanto, alle classi dirigenti della Sibaritide e del Crotonese affinché si rispetti una temporalità nelle azioni da perseguire. Senza, necessariamente, strumentalizzare argomenti al solo fine di scrivere qualcosa per dimostrare la loro esistenza ai rispettivi Popoli.

(Rispettivamente già parlamentare, già Amministratore e presidente del Comitato Magna Graecia)

Il trasferimento dei rifiuti radioattivi di Crotone: c’è il rischio di inquinare il suolo

di  GIOVANNI MACCARRONE Ritorniamo a parlare del Sito di interesse Nazionale (SIN) di “Crotone-Cassano-Cerchiara”. Lo facciamo a seguito della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, avvenuta il 30 aprile 2024, del  Regolamento (UE) 2024/1157 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024.

Il predetto regolamento è entrato in vigore il 20 maggio 2024, ma si applicherà a decorrere dal 21 maggio 2026, salvo alcune disposizioni che presentano date differite.

Nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 21 gennaio 2025 è stata poi pubblicata la rettifica nel frattempo intervenuta del Regolamento citato (la rettifica, in particolare, riguarda l’articolo 12, l’articolo 42 e l’articolo 43).

L’art. 2 prevede che il regolamento di cui sopra si applichi nelle seguenti ipotesi: a) spedizioni di rifiuti tra Stati membri, con o senza transito attraverso paesi terzi;

b) spedizioni di rifiuti importati nell’Unione da paesi terzi;

c) spedizioni di rifiuti esportati dall’Unione verso paesi terzi;

d) spedizioni di rifiuti in transito nel territorio dell’Unione nel corso del tragitto verso o da paesi terzi.

Durante il trasporto (transfrontaliero), i rifiuti, in particolare quelli classificati pericolosi, possono causare una dispersione nell’ambiente se non gestito correttamente. Questo rischio è reale a causa della possibilità di contaminazione di suolo, acqua e aria, che può danneggiare ecosistemi e la salute umana. Per questo motivo, la gestione e il trasporto di rifiuti è regolamentato dal diritto europeo e dal diritto internazionale.

A livello internazionale il trasporto transfrontaliero dei rifiuti è disciplinato dalla Convenzione di Basilea del 22 marzo 1989 sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e dalla Decisione del Consiglio dell’Ocse C(2001)107/Final (entrata in vigore nel 2002) sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti destinati a operazioni di recupero.

A livello europeo, fino al 21 maggio 2026, la materia è invece governata dal Regolamento n. 1013/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006 che si basa su principi e procedure simili a quanto previsto nella Convenzione di Basilea del 22 marzo 1989.

Pertanto, i richiedenti che intendono esportare rifiuti in un paese membro dell’unione europea devono osservare anche il regolamento di cui sopra (in vigore dal 12 luglio 2006).

Il 21 maggio 2026 entrerà in vigore il nuovo regolamento voluto dall’Ue (Regolamento n. 2024/1157 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 aprile 2024.), il quale, oltre a modificare i regolamenti (UE) n. 1257/2013 (riciclaggio navi) e n. 2020/1056 (informazioni sul trasporto merci), ha provveduto ad abrogare anche il precedente Regolamento (CE) n. 1013/2006).

Attualmente, quindi, a livello europeo continuerà ad applicarsi il Regolamento da ultimo citato. Dal 21 maggio 2026 in poi troverà applicazione il Regolamento n. 2024/1157 che introduce nuove regole per il trasporto transfrontaliero dei rifiuti.

Nel testo di tale Regolamento, viene previsto il divieto di spedizione di tutti i rifiuti UE destinati allo smaltimento verso paesi Ue e extra Ue, tranne in casi limitati, autorizzati e debitamente giustificati. Inoltre, vengono vietate le esportazioni di rifiuti pericolosi dell’UE verso Paesi non Ocse.

Quindi, la norma a tutt’oggi applicabile consente la spedizione transfrontaliera di rifiuti destinati allo smaltimento salva la possibilità, per le autorità competenti di destinazione e di spedizione, di sollevare obiezioni motivate entro un termine determinato (cfr. art. 11 Reg. CE n.2006/1013).

Invece, la norma, applicabile a partire dal 21 maggio 2026, prevede il divieto generale di spedire qualsiasi tipologia di rifiuti se destinati allo smaltimento (art. 4 co.1 Reg. UE 2024/1157), salvo il caso in cui le autorità competenti di destinazione e spedizione rilascino l’autorizzazione a fronte della verifica della sussistenza di tutti i presupposti elencati dall’art. 11 del Reg. UE 2024/1157).

Importante notare che, a partire dal 21 maggio 2026, per poter esportare rifiuti destinati allo smaltimento, il notificatore dovrà dimostrare (tra le molte altre cose) tutte le seguenti circostanze: i rifiuti non possono essere recuperati in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile o devono essere smaltiti a causa di obblighi giuridici a norma del diritto dell’Unione o di quello internazionale; i rifiuti non possono essere smaltiti in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile nel paese in cui sono stati prodotti; la spedizione pianificata o lo smaltimento pianificato è conforme alla gerarchia dei rifiuti e ai principi di prossimità e autosufficienza, come stabilito dalla direttiva 2008/98/Ce, e i relativi rifiuti sono gestiti in modo ecologicamente corretto (ovvero il loro smaltimento garantisca il rispetto degli obblighi di protezione della salute umana, del clima e dell’ambiente considerati equivalenti a quelli previsti dalla normativa UE).

Stando così le cose, risulta forte e fondato il sospetto che, a seguito delle modifiche intervenute, i rifiuti provenienti dalla bonifica del sito di interesse nazionale (Sin) “Crotone-Cassano-Cerchiara” non potranno più essere smaltiti fuori dalla Calabria.

L’obiettivo dichiarato del nuovo Regolamento UE è quello di proteggere la salute umana e l’ambiente dagli effetti negativi derivanti dalla generazione, dai movimenti transfrontalieri e dalla gestione dei rifiuti pericolosi e di altri rifiuti.

Per cui, al fine di proteggere “l’ambiente e la salute pubblica”, anche i rifiuti provenienti dal Sin di “Crotone Cassano-Cerchiara” devono essere recuperati in uno degli impianti idonei più vicini al luogo di produzione o raccolta degli stessi.

Immaginate, infatti, cosa potrebbe succedere a lungo andare se si continuasse a trasportare fuori regione rifiuti pericolosi derivanti dalla bonifica del SIN di cui sopra, come ad esempio il Tenorm  (technologically enhanced naturally occurring radioactive materials) che è un materiale che presenta una concentrazione di radioattività maggiore della media delle stesse tipologie di materiali.

Considerate anche che i centri per la raccolta dei rifiuti speciali spesso sono a centinaia di chilometri dal luogo di produzione, se non addirittura all’estero e quindi, a livello ambientale, si rischia l’inquinamento di suolo, aria e falde acquifere, con danni a lungo termine per gli ecosistemi.

A dire il vero già prima dell’intervento del nuovo Regolamento (UE) 2024/1157  veniva fermamente sostenuto che l’applicazione dei principi di prossimità e autosufficienza comporta anche il divieto di spedizione transfrontaliera dei rifiuti speciali, così come previsto dal Regolamento UE n. 1013/2006.

Inoltre, la Corte Cost., con sentenza 14 dicembre 2002, n°505 aveva già sostenuto che “…il principio dell’autosufficienza locale nello smaltimento dei rifiuti in ambiti territoriali ottimali vale, ai sensi dell’art. 5, comma 3, lettera a) del citato decreto legislativo n. 22 del 1997, per i soli rifiuti urbani non pericolosi e non anche per altri tipi di rifiuti, per i quali vige invece il diverso criterio della vicinanza di impianti di smaltimento appropriati, per ridurre il movimento dei rifiuti stessi, correlato  a quello della necessità di impianti specializzati per il loro smaltimento, ai sensi della lettera b) del medesimo comma 3: a siffatto criterio sono stati ritenuti soggetti i rifiuti speciali (definiti dall’articolo 7, commi 3 e 4), sia pericolosi (sentenza n. 281 del 2000) che non pericolosi (sentenza n. 335 del 2001).

Anche sulla base di questi principi si era mosso il Prof. Gen. di Brigata (ris) della Guardia di Finanza Emilio Errigo, il quale, vista l’inerzia delle amministrazioni interessate, ha deciso di emanare immediatamente l’ordinanza n. 1/2025.

Comunque sia, è certo che, a partire dal 21 maggio 2026, “le spedizioni di tutti i rifiuti destinati allo smaltimento sono vietate” (art. 4 del Regolamento UE 2024/1157).

Quindi, sulla base di quanto sopra, dovrebbe riconoscersi “che, dal maggio 2026, il Regolamento UE 2024/1157) renderebbe impossibile spedire rifiuti pericolosi in altri Stati membri, ostacolando il completamento della bonifica” (cfr: Eni Rewird).

E’ necessario tuttavia osservare che il citato Regolamento precisa che le spedizioni di rifiuti destinati allo smaltimento sono consentite soltanto in casi eccezionali in cui siano soddisfatte determinate condizioni.

Per cui nel caso di specie, prima del 21 maggio 2026, esiste l’obbligo di accertarsi che i rifiuti derivanti dagli interventi di bonifica dell’ex area industriale di Crotone “non possono essere recuperati in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile o devono essere smaltiti a causa di obblighi giuridici a norma del diritto dell’Unione o di quello internazionale” (sul punto si rinvia alla risposta data da Jessika Roswall a nome della Commissione europea in data 30.07.2025).

Inoltre, esiste l’obbligo di accertarsi che “i rifiuti non possono essere smaltiti in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile nel paese in cui sono stati prodotti”. Non esistendo queste condizioni, l’esportazione di rifiuti non potrà più realizzarsi.

E questo, a ben vedere, vale non solo per il Sin di “Crotone-Cassano-Cerchiara”, ma anche per l’esportazione di rifiuti – pericolosi e non – prodotti all’interno di uno Stato e trasferiti verso il nostro Stato.

Per quanto concerne invece lo spostamento all’interno dello Stato membro troverà applicazione l’art. 36 del  Regolamento (UE) 2024/1157 il quale stabilisce che “Ciascuno Stato membro istituisce un regime appropriato di sorveglianza e controllo del trasporto di rifiuti che ha luogo esclusivamente all’interno della sua giurisdizione nazionale” e che “lo Stato membro informa la Commissione del proprio regime di sorveglianza e controllo del trasporto di rifiuti. La Commissione ne informa gli altri Stati membri”.

A quanto pare, quindi, gli spostamenti di ambito nazionale dei rifiuti, sebbene consentiti, dal 21 maggio 2026 saranno sottoposti a sorveglianza e a controlli più penetranti.

In futuro, le nuove regole permetteranno anche di combattere più facilmente la criminalità legata ai rifiuti all’interno dello Stato membro dell’UE.

Questa è una vera vittoria per le prossime generazioni.

Diamo tempo al tempo, se ci va (tratto da una canzone contenuta nell’album Vecchio realizzato dal gruppo musicale Thegiornalisti).

Speriamo bene. (gma)

Povertà minorile in Calabria, tra emergenza invisibile e crisi di futuro

di  SALVATORE BARRESI  – Non è solo una statistica, ma una rappresentazione simbolica della fragilità strutturale della società calabrese, che un bambino su tre in Calabria vive in condizioni di povertà economica.

Essa manifesta una povertà che è insieme materiale, educativa e relazionale, con effetti intergenerazionali.

Il 13,8% dei minori in povertà assoluta e oltre il 35% in povertà relativa confermano una tendenza radicata: l’impossibilità di molti bambini di accedere alle condizioni minime per una vita dignitosa.

Povertà economica come esclusione sociale

La povertà minorile va letta come esclusione sistemica da beni e servizi essenziali: abitazioni dignitose, educazione, sport, cultura, socialità.

L’assenza di pratiche culturali (solo il 36% legge nel tempo libero) e sportive (meno del 45%) traduce in termini sociologici la mancanza di capitale culturale e sociale (Bourdieu) che si trasmette ereditariamente.

Il bambino povero non è solo privo di risorse economiche: è privato della possibilità di scelta, di relazioni educative e di esperienze di libertà.

La dimensione

educativa e la povertà simbolica

La “povertà educativa” descritta nel testo è un fenomeno più profondo: la rottura del patto educativo comunitario.

Famiglia, scuola e comunità — i tre pilastri della socializzazione primaria — faticano a interagire. Il risultato è una generazione che cresce nel “vuoto relazionale”: pochi stimoli, scarsa fiducia, ridotte competenze affettive e civiche. È una povertà simbolica: mancano i significati condivisi, la narrazione di un futuro possibile, l’immaginazione sociale.

La fragilità digitale e la nuova disuguaglianza

Solo il 79,2% dei minori ha accesso a un computer o tablet connesso: un dato che denuncia il digital divide come nuova frontiera della disuguaglianza. Nel contesto calabrese, il deficit digitale non è solo infrastrutturale ma educativo: i bambini poveri non sono solo senza rete, ma senza guida, senza accompagnamento critico all’uso delle tecnologie. Questo produce un ulteriore isolamento culturale, aggravando la marginalità.

L’emergenza invisibile e la responsabilità collettiva

La definizione dell’Albero della Vita – “un’emergenza invisibile” – coglie il punto centrale: la povertà minorile non ha volto, non fa rumore, non genera consenso politico. È invisibile perché normalizzata, integrata nel paesaggio quotidiano. Questa invisibilità è un segno di rassegnazione sociale e di assenza di cittadinanza attiva: la comunità smette di percepire il dolore dei più piccoli come un problema pubblico.

Dalla carità alla giustizia sociale

L’appello a “unire forze pubbliche e private” è necessario ma insufficiente se non si accompagna a un nuovo paradigma di welfare comunitario. Non bastano interventi compensativi o assistenziali: serve un modello di giustizia sociale territoriale, fondato su: educazione come bene comune, reti di prossimità tra scuola, Chiesa, terzo settore e famiglie, protagonismo dei giovani nella costruzione del futuro.

Conclusione: generare speranza

La povertà minorile in Calabria è il sintomo di un sistema sociale che ha smarrito il futuro. Ogni bambino che cresce nella privazione è una speranza negata per la comunità. Affrontare questa emergenza significa rigenerare legami, restituire fiducia, creare contesti di appartenenza. La sociologia, qui, non è solo analisi: è vocazione etica e civile a rendere visibile ciò che la società tende a nascondere.

Strategie per rigenerare futuro

Verso un modello calabrese di welfare educativo e comunitario

Ricomporre la frattura educativa: investire sui legami

La povertà minorile non si combatte solo con fondi, ma con relazioni generative.
Occorre ricostruire una comunità educante territoriale che unisca scuola, parrocchie, terzo settore, famiglie e istituzioni locali.

Le esperienze di “patti educativi di comunità” possono essere la base per: garantire attività pomeridiane gratuite e inclusive (sport, musica, laboratori manuali); valorizzare il ruolo degli educatori di strada e dei mediatori familiari; creare spazi di ascolto e accompagnamento per genitori in difficoltà.

Obiettivo sociologico: ridurre la frammentazione sociale e restituire alla comunità la sua funzione di “ambiente di crescita”, non solo di assistenza.

Educazione come riscatto: oltre la scuola dell’obbligo

In Calabria l’istruzione è ancora vissuta come un percorso di obbligo, non come strumento di emancipazione.

È necessario un patto educativo pubblico-privato che sostenga: scuole aperte anche nel pomeriggio e durante l’estate; biblioteche e spazi di lettura itineranti nei quartieri periferici; programmi di mentoring intergenerazionale tra giovani e anziani.

Obiettivo sociologico: aumentare il capitale culturale diffuso e rompere la trasmissione ereditaria della povertà educativa.

Rigenerazione territoriale: comunità come ecosistemi sociali

La povertà minorile si concentra dove il territorio è disgregato.

Serve una politica integrata di rigenerazione sociale e urbana, che unisca interventi infrastrutturali e comunitari: trasformare scuole e oratori in hub di prossimità per servizi educativi, psicologici e culturali; recuperare immobili inutilizzati per farne centri di socialità e doposcuola; incentivare imprese sociali giovanili legate al territorio (artigianato, agricoltura sostenibile, turismo educativo).

Obiettivo sociologico: generare capitale sociale attraverso la valorizzazione dei luoghi, restituendo senso di appartenenza.

Giustizia digitale: inclusione e competenze

Il digital divide calabrese non è solo tecnologico ma cognitivo.

Occorre una politica di giustizia digitale minorile: dotare ogni bambino di dispositivi e connessioni, ma anche di tutor educativi digitali; formare genitori e insegnanti su uso consapevole e creativo delle tecnologie; promuovere laboratori di cittadinanza digitale per prevenire isolamento e dipendenze.

Obiettivo sociologico: trasformare la tecnologia da fattore di disuguaglianza a strumento di inclusione.

5. Pastorale della prossimità: la Chiesa come “rete di cura”

In una regione dove le istituzioni pubbliche faticano a raggiungere tutti, la Chiesa può e deve essere presenza educativa e politica nel senso più alto del termine, cioè promotrice del bene comune.

La pastorale sociale e familiare potrebbe: sostenere reti parrocchiali di doposcuola e orientamento al lavoro; attivare centri di ascolto per genitori in difficoltà economica o relazionale; promuovere campi scuola educativi e di volontariato per adolescenti, per rafforzare l’esperienza di cittadinanza attiva; favorire la collaborazione tra Caritas, diocesi e amministrazioni locali per microprogetti di welfare comunitario.

Obiettivo teologico-sociale: incarnare la “diaconia del futuro” – cioè una Chiesa che serve generando speranza e inclusione.

Politiche pubbliche e responsabilità collettiva

L’azione istituzionale dovrebbe basarsi su tre linee: Piano regionale per l’infanzia e l’adolescenza, con fondi vincolati per contrasto alla povertà educativa. Osservatori locali permanenti sul benessere minorile (scuola, salute, relazioni). Sostegno alle famiglie vulnerabili, attraverso misure di reddito, alloggi sociali e percorsi di genitorialità positiva. Obiettivo politico-sociale: passare da una logica di assistenza a una di investimento sociale.

Verso una cultura della speranza

Contrastare la povertà minorile significa ripensare il modello di sviluppo calabrese: da società di sopravvivenza a comunità generativa.

Ogni bambino deve poter dire “io posso”. La speranza non nasce dai numeri, ma da relazioni credibili, presenze costanti e testimonianze di fiducia.

Solo così la Calabria potrà passare da “emergenza invisibile” a territorio educante visibile, dove la povertà non è più destino ma punto di partenza per la rinascita. (sb)

Efficienza amministrativa, spesa publica e divario territoriale: il vero nodo del Mezzogiorno

di ERNESTO MANCINIIn Italia, la Pubblica Amministrazione è generalmente percepita come inefficiente a causa di una burocrazia eccessiva, di procedure lente e farraginose, di una digitalizzazione ancora insufficiente e di una gestione poco efficace delle risorse pubbliche. 

Queste criticità sono più gravi nel Mezzogiorno, dove la debole capacità amministrativa ed i ritardi nella spesa pubblica accentuano il divario con il Centro-Nord.

Imputare tali criticità solo ad una minore qualità della classe politica del Mezzogiorno rispetto a quella del Centro-Nord può essere fuorviante. In effetti i sindaci, i governatori delle regioni e gli altri amministratori politici del Sud non sono generalmente meno capaci dei loro omologhi del Centro-Nord. Invero la qualità della classe politica può dirsi mediamente omogenea, seppure tendenzialmente bassa, lungo l’intera penisola. 

Sembra invece più corretto affermare che una componente significativa del divario risiede nella minore efficienza dell’apparato amministrativo (meglio dire: “tecnico-burocratico”) delle pubbliche amministrazioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord.

Questa carenza strutturale limita drasticamente l’efficacia dell’azione politica nel Mezzogiorno nel senso che una dirigenza politica, quand’anche sia di valore, risulta depotenziata e non può incidere in modo significativo in quanto non supportata da una macchina tecnico-burocratica efficiente, capace di tradurre le scelte strategiche in atti concreti e tempestivi.

Al Nord può succedere l’opposto, e cioè che la direzione politica degli enti, quand’anche in alcuni casi mediocre, si avvantaggia molto dalla presenza di una struttura permanente di buona qualità.

Beninteso, anche la classe politica del Sud ha le sue responsabilità se non migliora se stessa e se non si dedica a rendere ben più produttivo l’apparato della propria struttura. Quanto stiamo dicendo trova conferma nelle rilevazioni Pnrr.

Gli investimenti del Pnrr e la capacità amministrativa e progettuale del Mezzogiorno.

Secondo il rapporto Svimez 2024 «le risorse che il Pnrr destina alla realizzazione dei lavori pubblici è pari a 65 miliardi, circa la metà delle risorse territorializzabili. La quota di risorse PNRR per interventi infrastrutturali è del 54,2% nel Mezzogiorno (26,2 miliardi) di circa 6 punti percentuali superiore al dato del Centro Nord 48,5 % – 38,8 miliardi» (valore assoluto, quest’ultimo che ovviamente tiene conto delle maggiori dimensioni di territorio e popolazione: 66% Centro-Nord, 34% Mezzogiorno – n.d.r.).

Svimez chiarisce che il dato 54,2% è solo apparentemente favorevole al Mezzogiorno «perché non basta a compensare il divario infrastrutturale storico (ferrovie, strade, scuole, ospedali connessioni digitali) e l’impatto minore sull’economia reale perché i grandi cantieri e le filiere produttive delle opere pubbliche (imprese di costruzioni, forniture, ingegneri, tecnici) si concentrano prevalentemente nel Centro Nord».

Svimez sottolinea pure – ed è ciò che qui interessa – che lo squilibrio territoriale Nord-Sud rischia di permanere nonostante il Pnrr essendo evidente «la minore capacità amministrativa e progettuale degli enti territoriali del Sud che rischia di far perdere fondi e ritardare i lavori».

Al riguardo va detto che la fase realizzativa per le Regioni del Sud appare lenta. Tali regioni hanno avviato solo il 50% circa dei valori dei progetti di loro competenza contro il 75-76% del Centro Nord (cfr Orca Puglia). Le opere del settore sanità territoriale (es: case ed ospedali di comunità) sono particolarmente in ritardo.

Diversi report mostrano che le regioni meridionali sono tra quelle con le percentuali più basse di spesa effettivamente rendicontata: Calabria 10%, Campania 13%, Sicilia 13%, Sardegna 14% (cfr Openpolis).

Le gare di importo più elevato (>5 milioni) al Sud presentano un’alta quota di lavori che non sono ancora avviati: circa il 66% delle gare per lavori di tale importi non ha ancora visto l’inizio del cantiere (cfr Ance).

Le performance variano molto da regione a regione: Sicilia, Calabria, Sardegna sono spesso tra le peggiori in termini di spesa effettiva, mentre regioni come la Puglia o la Campania vanno meglio, pur con margini di miglioramento. (cfr Federcepi Costruzioni).

Le ragioni della inefficienza

Violazione dell’art. 97 della Costituzione sul “buon andamento”.

I Responsabili Unici dei Procedimenti nella stragrande maggioranza dei casi garantiscono la legittimità degli atti (es.: imparzialità nell’aggiudicazione degli appalti) ma sono meno efficaci nel garantire anche il buon andamento dell’azione amministrativa e cioè la rapidità, l’efficacia, il risultato.

I Rup (responsabili unici dei procedimenti) spesso non si rendono conto che la legittimità, se pure irrinunciabile, è solo un prerequisito dell’azione amministrativa e che tale azione si misura anche sul resto e cioè sulla rapidità e ragionevolezza dei tempi di esecuzione, sull’efficacia e rendimento delle scelte, sul raggiungimento del risultato. Insomma, su ciò che i nostri Costituenti hanno chiamato “buon andamento” della pubblica amministrazione (art.97). 

Ci si trova perciò assai spesso di fronte a procedimenti corretti sotto il profilo formale ma pessimi sotto il profilo sostanziale (es.: procedura di opera pubblica realizzata in tempi irragionevoli rispetto al necessario, danni gravi derivanti dai ritardi, perdita dei finanziamenti, ecc. ecc.). Gli atti amministrativi di queste procedure (delibere, decreti, ecc.) sono tutti legittimi formalmente ma il risultato complessivo è disastroso. Va ricordato che la illegittimità dell’azione amministrativa non si ha solo per violazione della legge ordinaria ma anche per violazione della norma costituzionale sul buon andamento di cui all’art.97.

La violazione di questo principio costituzionale ha un impatto negativo sia nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord. Tuttavia, le conseguenze sono molto più gravi al Sud, dove spesso mancano infrastrutture e servizi di base. Al contrario, nel Centro-Nord questi servizi e opere pubbliche sono generalmente presenti, pur necessitando di ulteriori miglioramenti, sicché le conseguenze delle inadempienze risultano meno drammatiche.

La contrattualistica pubblica

Il settore della contrattualistica della pubblica amministrazione (appalti per la realizzazione di opere pubbliche e per le forniture di beni e servizi) è particolarmente strategico.

In alcune regioni del Sud tale settore è palesemente inefficiente. In Calabria, per esempio, si sono dovuti esternalizzare ad Invitalia con sede in Roma, numerose procedure di aggiudicazione di appalti pubblici della sanità perché le strutture tecnico-burocratiche della Regione o delle Asp non erano in grado di avviarle e gestirle. Addirittura, col Governo Conte 1 (decreto-legge del 18 aprile 2019) si è stabilito che le otto aziende sanitarie (cinque provinciali territoriali e tre ospedaliere) avevano l’obbligo di rivolgersi a centrali di committenza esterne alla Regione per tutti gli appalti di lavori, forniture e servizi oltre la c.d. “soglia europea”, cioè le più importanti quanto a dimensioni, costi e incidenza sulla funzionalità degli enti.

Ne discendeva che per tutto il settore della contrattualistica pubblica, che impegna per diversi miliardi oltre la metà del bilancio delle aziende sanitarie territoriali ed ospedaliere (!!!), l’attività è stata interdetta agli uffici degli enti ed affidata ad uffici esterni.

Si è trattato di vera e propria “interdizione legale della Regione” e dei suoi apparati tecnico burocratici perché, come si sa, l’interdizione ha come presupposto la c.d. “incapacità di agire”.

Queste situazioni disastrose, che hanno continuità nel tempo, sono del tutto assenti nelle regioni del centro nord dove i governatori si guardano bene dall’affidare a soggetti esterni appalti pubblici di pertinenza regionale e nessun Governo può imporre loro di agire diversamente pena la violazione del principio di autonomia regionale.

Ostacoli: finanziamenti, inconcludenza e criminalità

Che vi sia una carenza  di finanziamenti statali destinati al Sud è ipotesi reale, considerato il denegato criterio della spesa storica, il quale tende a cristallizzare l’esistente e a impedire un effettivo potenziamento dei singoli settori (ad esempio: servizi sociali, sanitari, infrastrutturali,ecc.).
Tuttavia, è altrettanto vero che, in numerosi casi, i fondi effettivamente erogati non sono stati utilizzati, determinandone la perdita, oppure – a causa di ritardi locali nell’attuazione dei progetti – la loro sopravvenuta insufficienza rispetto ai costi aggiornati delle opere o dei servizi previsti. Si veda al riguardo il caso emblematico di tre nuovi grandi ospedali calabresi dichiarati solennemente di somma urgenza, debitamente finanziati fin dal 2007 ed ancora oggi, dopo circa vent’anni, non ancora costruiti. Che ciò abbia portato al raddoppio dei costi economici è cosa grave ma è ben poco rispetto ai ben maggiori danni per carenza di assistenza ospedaliera nelle zone interessate (migrazione sanitaria, “malpractice”, gravi disagi per le categorie più deboli che non hanno alternative alla sanità pubblica, ecc. ecc.).

Quanto all’ipotesi di una strategia criminale volta a ostacolare la realizzazione di nuove opere pubbliche o servizi (strade, trasporti, ospedali, ecc.), essa non appare, salvo rari casi documentati, convincente. Invero, le organizzazioni mafiose non hanno generalmente interesse a impedire tali opere pubbliche, poiché da esse possono trarre vantaggi economici diretti e indiretti: proventi corruttivi, cointeressenze nelle imprese affidatarie, tangenti su appalti e forniture, nonché cospicui guadagni dall’indotto che inevitabilmente si genera.

Men che meno i ritardi possono essere attribuiti a un’area politica piuttosto che a un’altra. Complessivamente, nelle regioni del Mezzogiorno gli avvicendamenti politici si sono verificati nel corso degli anni, ma non hanno prodotto cambiamenti significativi riconducibili a una specifica compagine. Il Sud, nonostante i rinnovi delle legislature regionali e comunali, continua a rimanere distante da un livello accettabile di efficienza amministrativa. Le pur presenti eccezioni di singole realtà non fanno che confermare la regola generale.

Il ruolo politico 

Salvo, come sempre, alcune lodevoli eccezioni, la responsabilità dei politici chiamati a dirigere enti del Mezzogiorno consiste soprattutto nell’aver trascurato la qualità e l’efficienza delle proprie strutture tecnico-burocratiche.

Molti politici hanno dato grande enfasi ai propri programmi pre-elettorali, formalizzandoli persino nei primi atti di governo. Tuttavia, nel corso della legislatura, la debolezza degli apparati amministrativi e l’incapacità politica di riformarli o potenziarli hanno vanificato, di fatto, la maggior parte di quei propositi, anche di quelli più realistici e attuabili.

Le soluzioni, peraltro, non sono ignote e possono sintetizzarsi anche solo per titoli. Adeguare gli organici ove risultino oggettivamente carenti, assicurando continuità e competenze stabili; Formare il personale alla corretta applicazione dei principi consolidati della scienza dell’amministrazione e del management: non solo legittimità, ma anche efficacia, rapidità, trasparenza, partecipazione e orientamento al risultato; Dotare gli uffici di strumenti informativi e informatici adeguati, capaci di incrementare realmente la produttività e la qualità dell’azione amministrativa; Favorire percorsi di carriera, combinando concorsi interni ed esterni, per incentivare lo studio e l’autoformazione costante, premiare il merito e incentivare la crescita delle professionalità migliori; Amministrare per obiettivi di impatto e risultati misurabili, garantendo che i premi di produttività siano assegnati in modo serio, trasparente e imparziale.

Solo una politica che faccia propri questi obiettivi e li persegua con coerenza potrà restituire credibilità alle istituzioni del Mezzogiorno e rendere la pubblica amministrazione un vero motore di sviluppo.

È un progetto di lungo termine ma bisognerà pur cominciare.