Svimez, è emergenza: giovani e anziani in fuga dal Sud

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È una continua fuga, quella dei giovani dal Sud. Secondo la Svimez, infatti, dal 2002 al 2024 sono quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la propria residenza dal Mezzogiorno in una regione del Centro-Nord dal 2002 al 2024: una mobilità fortemente selettiva dal punto di vista del capitale umano (oltre un terzo di questi giovani aveva

almeno una laurea). Considerando i rientri dal Centro-Nord, la perdita secca di popolazione nella fascia 25-34 anni del Mezzogiorno supera le 500mila unità, di cui circa 270mila laureati. Dati preoccupanti, che sono emersi nel corso della presentazione del Report della Svimez ‘Un Paese, due emigrazioni’, presentato in collaborazione con Save the Children, in cui viene rilevato come «il fenomeno appare inoltre in progressivo rafforzamento sul piano qualitativo: nel 2002 la quota di laureati tra i giovani meridionali diretti verso il Centro-Nord non superava il 20%, nel 2024 ha raggiunto quasi il 60%.

Nel solo 2024 le partenze di giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord sono state circa 23mila, determinando un saldo netto negativo superiore a 17mila unità.

Sebbene i flussi migratori dei giovani che lasciano il Mezzogiorno per stabilirsi in una regione del Centro-Nord risultino nel complesso equilibrati dal punto di vista di genere – con una quota femminile stabile intorno al 47/48% – emerge una crescente selettività delle migrazioni delle giovani donne. Tra il 2002 e il 2024, sono oltre 195mila le giovani laureate ad aver lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, quasi 42mila in più rispetto agli uomini under35 laureati (153mila).

Non è un caso, infatti, che l’Associazione parli di “nuove emigrazioni” includendo giovani, laureati e soprattutto donne: la quota di migrazioni qualificate tra migranti meridionali al Centro-Nord è cresciuta in modo particolarmente marcato tra le donne: dal 22% nel 2002 a quasi il 70% nel 2024 (circa 13mila unità), contro un aumento dal 14,6% al 50,7% tra gli uomini (circa 10mila).

Nel complesso, questi dati indicano che la mobilità femminile dal Mezzogiorno è sempre più concentrata sui profili a elevata istruzione, rafforzando il carattere qualitativamente selettivo della fuoriuscita di capitale umano.

Nel rapporto, viene indicato come, spesso, si scelga di emigrare dal Sud all’estero. Una scelta fatta da oltre 210mila giovani under 35  tra il 2002 e il 2024. Di questi, un terzo sono laureati. Questo significa che il Mezzogiorno ha perso – al netto dei rientri – 142mila giovani, di cui 45mila in possesso di titolo di studio di terzo livello. Il picco di emigrazione all’estero – evidenzia la Svimez – si è registrato nel 2019, con la partenza di 19mila giovani e, dopo un rallentamento provocato dal covid, questo fenomeno è tornato a rafforzarsi, raggiungendo il picco massimo nel 2024, con oltre 20mila trasferimenti all’estero di under35 meridionali.

Ma perché si verifica sempre più questo fenomeno? Lo spiega la Svimez nell’introduzione del Report: «le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano troppo spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. Sono necessarie nuove “politiche pubbliche per il diritto a

restare” orientate a creare condizioni favorevoli alla valorizzazione del capitale

umano formato nel Mezzogiorno, contrastando la fuga dei talenti e migliorando le opportunità di realizzazione professionale e di vita».

Una condizione, tuttavia, che non colpisce solo il Sud: Anche il Nord registra una crescente emigrazione internazionale: tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato una regione del Centro-Nord. Il fenomeno ha raggiunto il picco nel 2024: 21mila giovani laureati under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, valore doppio di quello del 2019 (circa 10 mila).

Il Centro‑Nord compensa ampiamente le proprie perdite estere grazie ai flussi dal Mezzogiorno: +270mila saldo netto positivo nei confronti del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2024.

Il risultato, rimane comunque lo stesso, che sia del Nord o del Sud: la perdita di competenze. L’emigrazione dei laureati dai territori in cui si sono formati si traduce in una dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la loro istruzione a beneficio delle regioni e dei Paesi di destinazione. La SVIMEZ quantifica in 6,8 miliardi di euro l’anno il costo associato alla mobilità interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord: un trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche a favore delle aree più forti del Paese.

A questo si aggiunge il costo delle migrazioni estere: per il Mezzogiorno la perdita di investimento formativo è stimabile in 1,1 miliardi di euro annui, mentre il Centro-Nord registra una perdita superiore ai 3 miliardi di euro l’anno per l’emigrazione all’estero dei profili più qualificati.

La mobilità non attende più la fine degli studi: si anticipa già al momento dell’avvio degli studi universitari. Nell’anno accademico 2024/2025, quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila – studiano in un ateneo del CentroNord: oltre il 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da EmiliaRomagna e Lazio.

L’emigrazione “anticipata” è motivata dalla scelta di avvicinarsi ai mercati del lavoro caratterizzati da maggiori opportunità occupazionali. Tra i laureati occupati che hanno conseguito il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. La situazione appare significativamente diversa per chi si è laureato in un ateneo del Mezzogiorno: meno del 70% dei laureati trova occupazione nei territori di origine.

La SVIMEZ evidenzia un segnale importante in controtendenza. Negli ultimi anni è migliorata la capacità attrattiva degli Atenei meridionali: a parità di immatricolazioni negli atenei meridionali (108mila), per i corsi di laurea triennali e a ciclo unico, gli immatricolati meridionali negli Atenei nel Centro-Nord si sono ridotti dai 24mila studenti nell’a.a. 2021/2022 a 17mila nell’a.a 2024/2025.

Per i ragazzi che vivono in aree marginali e periferiche, come attestano i dati di Save the Children, già in età adolescenziale oltre un terzo dei giovanissimi che vivono nelle regioni del Sud e nelle Isole ritiene particolarmente importante spostarsi in futuro in un altro comune o città: 37,5% contro il 26,9% di chi vive al Centro o Nord Italia. I ragazzi e le ragazze che vivono nelle regioni meridionali sono anche i più propensi a valutare positivamente l’idea di andare a vivere all’estero (38,2% rispetto al 35,6% di chi vive al Centro o al Nord). Tra gli adolescenti figli di famiglie immigrate, il 58,7% dichiara di volersi trasferire in futuro in un altro paese, possibile testimonianza delle difficoltà incontrate nel percorso di crescita anche a causa di uno status giuridico incerto. L’aspirazione di trasferirsi all’estero è condivisa da un numero rilevante anche di 15-16enni di origine italiana, uno su tre (34,9%). A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del NordOvest. Il differenziale retributivo tra una laureata del Mezzogiorno e un laureato del Nord-Ovest ammonta a circa 375 euro mensili a favore di quest’ultimo (1.862 contro 1.487 euro).

Ma non sono solo più i giovani a emigrare: adesso anche i nonni hanno la valigia in mano che, conservando la residenza al Sud, raggiungono figli e nipoti emigrati al Centro-Nord.

La SVIMEZ ha stimato il numero di over 75 meridionali che, pur mantenendo la residenza in una regione del Sud, vivono stabilmente nel Centro-Nord. Le stime si basano sull’analisi delle compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e sulla spesa pro-capite per farmaci della popolazione anziana.

Secondo le stime Svimez, tra il 2002 e il 2024 gli anziani formalmente residenti al Sud  che vivono stabilmente al Centro-Nord (“nonni con la valigia”) sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184 mila unità. Questa emigrazione “sommersa” riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto die carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali.

«Sono necessarie nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, orientate a valorizzare le competenze formate nel Mezzogiorno, mutuando gli strumenti di incentivo al rientro dei cervelli», ha detto Luca Bianchi, nel corso della presentazione a Roma.

«Le migrazioni dei giovani laureati dal Mezzogiorno rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. In questa prospettiva – ha aggiunto – la SVIMEZ propone l’introduzione, a livello europeo, di un Graduate Staying Premium, basato su una detassazione parziale dei redditi da lavoro dei giovani laureati neoassunti nei primi cinque anni di attività nelle regioni europee collocate nella trappola dei talenti».

«Il Graduate Staying Premium – ha detto Bianchi – potrebbe configurarsi come uno degli strumenti innovativi delle politiche per l’occupabilità nella programmazione europea 2028-2034, intervenendo su uno dei principali fattori che alimentano la mobilità dei giovani qualificati. La misura consentirebbe infatti di aumentare il salario netto di ingresso, riducendo il divario rispetto alle aree più forti e rendendo concretamente più praticabile il diritto a restare».

Per la responsabile analisi e ricerche di Save the Children, Antonella Inverno, «sono proprio le ragazze e i ragazzi cresciuti nelle aree marginali e periferiche del Paese che faticano a immaginare un futuro in Italia e le loro aspirazioni trasformate in progetti di vita concreti. È invece in questi luoghi che dovrebbero concentrarsi politiche pubbliche, adeguatamente finanziate, affinché i più giovani possano pensare di rimanere nei territori di origine, diventando così a loro volta fautori dello sviluppo di quegli stessi territori».

Alla presentazione sono intervenuti anche il presidente della Consulta Anci Giovani, Domenico Carbone, il presidente dei Giovani imprenditori Confindustria Salerno Vincenzo Iennaco, la segretaria nazionale dei Giovani Democratici, Virginia Libero, il giornalista di Will Media, Carlo Notarpietro.

Per la Svimez e Save the children, dunque, «le migrazioni giovanili dal Mezzogiorno non possono essere interpretate come l’espressione piena di una libera scelta individuale, ma vanno lette prevalentemente come una risposta obbligata alla persistente carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine. Come evidenziato nel Rapporto SVIMEZ 2025, questa dinamica emerge con particolare chiarezza dalla profonda contraddizione che ha accompagnato la recente ripresa occupazionale: per ogni giovane laureato occupato in più nel Mezzogiorno, quasi due hanno lasciato l’area».

«Il Rapporto segnala – si legge – che nel Mezzogiorno non risultano ancora pienamente garantite le condizioni economiche e sociali necessarie a rendere effettivo il diritto a restare. La definizione di nuove politiche nazionali ed europee volte a costruire op-portunità per giovani laureati nei luoghi dove sono nati e si sono formati è il presupposto indispensabile affinché la mobilità possa configurarsi come una scelta e non come una necessità». (ams)

Voto distanza: diritti violati ai residenti fuorisede, ma il progetto telematico non decolla

di LEO BERENOVIC  – Da trent’anni vivo all’estero, sono regolarmente iscritto all’Aire e conosco bene cosa significhi mantenere un legame affettivo con la propria terra pur avendo costruito altrove la propria vita. È un legame che non si spezza, ma che cambia forma: diventa memoria, diventa nostalgia, diventa racconto. Non è più quotidianità, non è più partecipazione diretta, non è più immersione nella vita reale di un territorio. Per questo, quando sento parlare di voto telematico per le elezioni regionali e comunali rivolto ai calabresi residenti all’estero, non riesco a considerarlo un passo avanti. Anzi, mi sembra un modo per complicare ulteriormente un rapporto già fragile tra chi vive quotidianamente in una regione e chi, come me, questo territorio lo vede ormai da lontano, spesso solo durante le vacanze o in occasione di visite familiari.

La Calabria ha uno dei rapporti più alti d’Italia tra residenti all’estero e aventi diritto al voto: il 22%, contro una media nazionale del 10%. È un dato enorme, che pesa, che incide, e significa che più di un elettore su cinque non vive in Calabria, cifra più o meno pari ai cosiddetti fuori sede. In alcuni comuni, gli iscritti Aire superano persino i residenti effettivi, creando una distorsione democratica evidente: chi vive altrove, chi non paga tasse locali, chi non usa i servizi, chi non affronta i problemi quotidiani, può comunque determinare la scelta di un sindaco o di un presidente di regione. E questo, a mio avviso, non è sano per nessuno.

Per le elezioni comunali la situazione è ancora più paradossale. La legge prevede che gli iscritti Aire votino nel comune dell’ultima residenza, un criterio puramente amministrativo che non tiene conto del fatto che quel comune, per molti di noi, non è più nulla: non è casa, non è luogo di lavoro, non è comunità. È solo un ricordo burocratico. Posso essere legato a vita a un comune con cui non ho più alcun rapporto, nessuna casa, nessuna famiglia, nessun interesse reale, eppure posso contribuire a decidere chi lo governerà. È un cortocircuito democratico, perché il voto dovrebbe essere un atto di responsabilità verso una comunità reale, non un gesto nostalgico verso un luogo che non fa più parte della nostra vita quotidiana. E questo vale anche per le regionali: la regione che ho lasciato trent’anni fa non è quella di oggi, e non posso pretendere di capirla attraverso i social, i racconti estivi o le nostalgie familiari. La politica regionale richiede conoscenza diretta del territorio, dei servizi, delle dinamiche economiche, dei problemi quotidiani. Chi vive all’estero da decenni non ha più questa conoscenza, e votare senza conoscere significa votare male, e votare male significa danneggiare chi in Calabria ci vive davvero.

Spesso si mettono nello stesso calderone i residenti all’estero e i fuorisede, ma sono due mondi completamente diversi. I fuorisede mantengono un legame reale con la Calabria: tornano, hanno una casa, una rete familiare, un radicamento. Molti pensano di rientrare, o comunque vivono un pendolarismo affettivo. Gli iscritti Aire da decenni, invece, hanno costruito altrove la propria vita, vivono in un altro sistema politico, economico, culturale. Tornano, quando tornano, da turisti. E un turista non vota. Eppure, paradossalmente, chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza può votare, mentre chi vive a duecento chilometri, in un’altra regione italiana, spesso non può farlo. È una contraddizione che dice molto su come il legislatore concepisce la partecipazione: chi è lontano migliaia di chilometri può votare, chi è fuori sede per studio o lavoro no. Chi vive stabilmente all’estero da decenni può incidere sulle scelte locali, chi studia o lavora in un’altra regione italiana ha difficoltà quasi insormontabili nel poter votare, fattispecie di cui si parla in questi giorni, su un referendum nazionale. È un sistema che non premia il radicamento, non premia la conoscenza del territorio, non premia la partecipazione reale, ma solo l’appartenenza formale.

E poi c’è la questione del voto telematico. Si dice che serva a facilitare la partecipazione, ma partecipazione a cosa? Se la domanda è “come faccio a votare più facilmente in un luogo dove non vivo più?”, allora la risposta dovrebbe essere “forse non dovresti votare”. Il voto postale esiste già, è semplice, sicuro, alla portata di tutti, e lo utilizziamo per il referendum e per le elezioni politiche. Se davvero si vuole estendere la partecipazione, perché non adottare lo stesso sistema anche per le regionali e le comunali? Perché inventarsi un voto telematico, con tutte le complessità, i rischi, le vulnerabilità che comporta, quando abbiamo già uno strumento collaudato, comprensibile, accessibile anche agli anziani, e che funziona da anni? Il voto telematico non risolve un problema reale, ma risolve un problema politico: quello di ampliare un bacino elettorale che può essere influenzato, mobilitato, orientato. E questo, in una regione fragile come la Calabria, è un rischio enorme.

E qui si apre un altro paradosso tutto italiano: per il prossimo referendum potranno votare gli italiani temporaneamente all’estero, per un periodo definito e per motivi ben precisi stabiliti dalla legge, ma non potranno votare gli italiani fuori sede in Italia. È una contraddizione che mette in luce un sistema che non ha ancora trovato un equilibrio tra diritto di voto e responsabilità civica. Se davvero si vuole modernizzare il voto, perché non partire da chi vive in Italia ma lontano dal proprio comune di residenza? Perché non permettere a studenti, lavoratori, persone in mobilità interna di votare per posta o in seggi speciali? Perché introdurre il voto telematico per chi è lontano da decenni, quando non si riesce nemmeno a garantire un voto semplice e accessibile a chi è lontano solo temporaneamente?

E poi c’è un altro aspetto, che conosco per esperienza diretta. Molti anni fa, prima dell’introduzione del voto postale, sono stato presidente di seggio al consolato. Ricordo bene le file, le persone, le storie che si portavano dietro. Ricordo gli elettori con doppia nazionalità che venivano a votare per le europee e che dovevo rimandare indietro, perché in Belgio il voto è ancora obbligatorio e non potevano votare due volte. Ricordo persone che parlavano un italiano stentato, e gli anziani che parlavano solo il dialetto del loro paese d’origine, un dialetto che spesso non era nemmeno più parlato nel paese stesso. Ricordo persone arrivate negli anni Cinquanta, nel dopoguerra, che erano rimaste all’Italia uscita dal ventennio, come se il tempo si fosse fermato. Per loro l’Italia era un ricordo immobile, un’immagine congelata, un Paese che non esiste più. Eppure votavano per decidere il futuro di un’Italia che non conoscevano più, di una Calabria che non avevano più visto da decenni.

E poi c’è il tema della seconda generazione, iscritti all’Aire senza aver mai vissuto nel luogo di origine dei genitori o del genitore. Ragazzi e ragazze nati e cresciuti all’estero, che parlano poco o nulla l’italiano, che non hanno alcun legame reale con il comune in cui risultano iscritti. Eppure, formalmente, hanno diritto di voto. È un tema delicatissimo, perché tocca l’identità, la memoria, l’appartenenza, ma anche la responsabilità. Che senso ha che una persona che non ha mai vissuto in Calabria, che non conosce il territorio, che non ha alcuna esperienza diretta della vita locale, possa contribuire a scegliere un sindaco o un presidente di regione? È un diritto o è un errore del sistema? È inclusione o è una forma di distorsione democratica?

Tutte queste esperienze, tutte queste scene, tutte queste contraddizioni mostrano quanto il tema sia complesso. Non si può ridurre tutto a uno slogan sulla modernizzazione o sulla partecipazione. Il voto non è un ricordo, non è un legame sentimentale, non è un diritto astratto. È un impegno verso una comunità reale. E una comunità, per essere tale, deve essere vissuta, non solo ricordata. Io, da residente all’estero da trent’anni, lo dico con chiarezza: non è giusto che io voti per decidere il futuro di un territorio che non vivo più. È una questione di etica, di responsabilità, di rispetto verso chi in Calabria ci vive davvero. Se vogliamo davvero migliorare la partecipazione democratica, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il voto locale deve appartenere a chi vive il territorio, a chi ne conosce i problemi, a chi ne subisce le conseguenze. Tutto il resto rischia di essere una forma di nostalgia istituzionalizzata, che non aiuta nessuno e che, anzi, può fare danni profondi. (lb)

Addio a Michele Albanese, il giornalista simbolo della lotta alla mafia in Calabria

Michele Albanese, il giornalista simbolo della lotta alla mafia in Calabria è morto ieri a Cosenza.

Le condoglianze e la vicinanza di Calabria.Live alla famiglia. Il giornalismo calabrese perde un grandissimo e valoroso rappresentante della professione.

Carlo Parisi segretario nazionale della Figec, (Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione) nuovo sindacato dei giornalisti di cui Albanese era consigliere nazionale, lo ricorda così.

di CARLO PARISI – Michele Albanese non ce l’ha fatta. Il suo cuore si è fermato oggi, al reparto di animazione dell’Ospedale Civile di Cosenza, dopo l’ennesima, disperata, lotta che, dal 12 giugno scorso, ha reso più dura la sua lunga odissea iniziata quasi dodici anni fa costringendolo a vivere sotto scorta.Ovvero da quando, il 17 luglio del 2014, il Prefetto di Reggio Calabria lo aveva convocato d’urgenza informandolo che alcuni mafiosi volevano farlo “saltare in aria” per non aver “gradito” i suoi servizi e le sue inchieste sulla ’ndrangheta della Piana di Gioia Tauro e i propri affari in tutto il mondo.

Michele non è stato solo uno stimatissimo collega, è stato un amico, un fratello, un uomo che con la sua passione e la sua saggezza ha sempre incarnato il vero giornalista che, in una terra di frontiera come la Calabria, piuttosto che piangersi addosso si è sempre rimboccato le maniche alla ricerca della verità e, soprattutto, nel tentativo, quasi sempre disperato, di dare una soluzione ad ogni problema.

Michele – va sottolineato a chiare lettere – non è mai stato un privilegiato. Ha pagato sulla sua pelle il duro e caro prezzo di pensare sempre al prossimo, agli altri. E gli altri, purtroppo, non sono stati quasi mai generosi con lui che, per tanto, troppo tempo, lo hanno costretto a vivere in na condizione tutt’altro che privilegiata. Dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello umano.

Michele non si è mai tirato indietro quando c’è stato da combattere, mettendoci la faccia, in nome del diritto e della tutela dei cittadini e dei colleghi. Lo ha fatto da cronista, nelle sue mille battaglie per denunciare i soprusi e gli orrori della ’Ndrangheta; lo ha fatto da sindacalista, sempre in prima linea nella difesa dei diritti dei colleghi. Nei comitati di redazione, nel sindacato: prima nella Fnsi e dal 28 luglio 2022 nella Figec di cui è stato tra i promotori e fondatori, ma soprattutto meglio di chiunque altro ha ricoperto l’incarico di consigliere nazionale con delega alla legalità.

È stata sua l’idea, suggerita all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, di istituire al Viminale il “Centro di coordinamento per le attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti”.

Nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, il 27 dicembre 1960, Michele Albanese era giornalista iscritto all’Ordine della Calabria dal 8 maggio 1999 (elenco pubblicisti) e dal 14 dicembre 2010 (elenco professionisti). Da qualche anno era responsabile della comunicazione della Medcenter di Gioia Tauro, il più grande terminal per il traffico dei container presente in Italia. Una scelta professionale fatta con molta fatica, considerata la sua vocazione per il giornalismo da strada, ma dettata dalla necessità di garantire dignità al suo lavoro e certezza alla sua famiglia.

Per tanti anni ha lavorato al Quotidiano del Sud e all’Ansa e collaborato al settimanale L’Espresso. Consigliere nazionale del sindacato dei giornalisti Figec-Cisal con delega alla legalità, in passato ha ricoperto lo stesso incarico nella Fnsi ed è stato presidente del Gruppo Cronisti del Sindacato Giornalisti della Calabria e consigliere nazionale dell’Ucsi.

Dal 17 luglio 2014 è stato costretto a vivere sotto scorta dopo la scoperta, attraverso alcune intercettazioni telefoniche, di un attentato alla sua persona: «Perché la ‘ndrangheta vuole uccidermi? Sicuramente – ha spiegato – perché ho dato fastidio con la mia attività giornalistica. Davo e continuo a dare fastidio perché mi occupo di questi temi, perché denuncio come la criminalità organizzata costituisca il primo impedimento all’occupazione e allo sviluppo della Calabria».

«Nessuno dimentichi il sacrificio di chi ha perso la vita e di chi è costretto a vivere sotto scorta» e «Innamoratevi della verità, ricercatela dappertutto. Costi quel che costi»: i messaggi che ha sempre lanciato in occasione dei numerosissimi incontri a cui ha partecipato in tutta Italia «perché la libertà di stampa intesa come capacità di analisi, di riflessione, di spunti finalizzati alla ricerca della verità dei fatti è vitale per la democrazia e la libertà di un Paese».

«Le mafie – ha sempre ricordato Michele Albanese – sono sempre più sofisticate. Cambiano pelle e mutano strategie, diventando pezzi di politica, di classe dirigente, grazie alla straordinaria capacità di rigenerarsi. L’informazione libera va tutelata perché è attaccata non solo dai contesti criminali, ma anche da chi ritiene che si possa comunicare senza bisogno di mediazioni. Il giornalismo sano e resiliente deve riscoprire la consapevolezza del proprio ruolo. Abbiamo il dovere deontologico di contrastare tutto ciò che è negativo in una società civile. In primo luogo le mafie che ne contaminano economia e politica».

Nel giugno dello scorso anno un infarto prima e due ischemie agli arti inferiori poi, hanno segnato profondamente un fisico già compromesso da anni di fatica, delusione e dolore. Ricoveri e interventi in varie strutture ospedaliere e riabilitative hanno seminato un po’ di speranza, ma Michele, che nonostante tutto ha sempre tenuto alto il suo spirito battagliero e acceso il suo umorismo anche davanti al problema più grave, il suo futuro lo vedeva già seriamente compromesso. Per questo il suo dolce sorriso non ha mai smesso di accompagnare gli amorevoli gesti d’affetto che la famiglia gli ha sempre riservato non lasciandolo mai un istante solo.

Oggi è un giorno di lutto e non c’è spazio per la retorica. Se la vita dal punto di vista personale ha regalato a Michele una splendida famiglia, con la moglie Melania eternamente innamorata e due figlie d’oro, Maria Pia e Michela, sempre al suo fianco, da quello professionale il saldo della bilancia è fortemente negativo e altrettanto ingeneroso nei suoi confronti, considerato quanto ha dato al giornalismo fino alle estreme conseguenze. Una vita e  una storia che devono farci riflettere tutti. Seriamente e sempre.

A Melania, Maria Pia e Michela un abbraccio forte e un grazie immenso per quanto Michele ha fatto per una professione e una categoria che, purtroppo, spesso lascia soli i suoi uomini migliori. (cpa)

Segretario Nazionale Figec

(Courtesy Giornalistitalia)

Le aree interne calabresi da declino demografico a laboratori di sviluppo

di  FRANCESCO RAO – La questione demografica delle aree interne calabresi non rappresenta più un semplice indicatore statistico, ma costituisce una vera e propria variabile strutturale di trasformazione sociale. I dati sulla denatalità, sull’emigrazione giovanile qualificata e sull’invecchiamento della popolazione descrivono un territorio attraversato da un processo di rarefazione demografica che incide simultaneamente sulla tenuta economica, sulla coesione comunitaria e sulla capacità riproduttiva del capitale sociale. Il fenomeno migratorio in uscita – oggi prevalentemente culturale e professionale – si innesta su un contesto caratterizzato da obsolescenza occupazionale e da una persistente povertà educativa. Nelle aree interne della Calabria, l’assenza di strutture aggregative, la carenza di presìdi culturali e la fragilità delle infrastrutture formative limitano la possibilità per i giovani di sviluppare competenze avanzate e aspirazioni professionali coerenti con le trasformazioni del mercato del lavoro contemporaneo. In termini sociologici, si assiste a un costante indebolimento dell’ascensore sociale, tradizionalmente incarnato dall’istituzione scolastica. Quando la scuola non è supportata da un ecosistema territoriale favorevole – composto da servizi educativi adeguati, connessioni digitali efficienti, reti culturali e opportunità occupazionali – la mobilità sociale tende a rallentare fino a bloccarsi. Queste condizioni determinano uno scenario nel quale la probabilità che un bambino nato in una famiglia a reddito medio nelle aree interne possa migliorare significativamente la propria posizione socioeconomica rispetto ai genitori si riduce sensibilmente. Il rischio è quello di una trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze sociali, che alimenta la rassegnazione di chi resta e accelera la decisione di partire di chi possiede capitale culturale e ambizione. Si tratta di una dinamica riconducibile ai modelli della “desertificazione demografica”: meno giovani significano meno servizi; meno servizi generano ulteriore emigrazione. Questo circolo vizioso contribuisce a svuotare i territori non solo di popolazione, ma soprattutto di progettualità e fiducia collettiva. In tale contesto, il fenomeno migratorio in entrata viene spesso percepito come una criticità, anziché come una possibile risorsa.

Eppure, diverse esperienze nelle aree interne calabresi dimostrano come l’integrazione di famiglie straniere abbia contribuito a mantenere l’autonomia scolastica, a sostenere il tessuto produttivo agricolo e artigianale e a riattivare dinamiche comunitarie altrimenti destinate all’estinzione. Il tema della regolarizzazione e dell’inclusione socio-lavorativa dei cittadini extracomunitari dovrebbe essere affrontato in chiave sistemica e con la massima urgenza, concentrandosi sull’importanza del lavoro regolare, della contribuzione fiscale, della stabilità abitativa e dell’accesso ai diritti. Si tratta di fattori che producono effetti moltiplicativi sull’economia locale. Questo processo inclusivo non va considerato come un atto meramente umanitario, ma come un investimento demografico e produttivo. La chiusura culturale, al contrario, rischia di privare le aree interne di una delle poche leve realisticamente disponibili per contrastare il declino. In una regione come la Calabria, segnata da tassi di natalità tra i più bassi d’Europa, l’apporto di nuove famiglie può rappresentare un elemento di riequilibrio, purché accompagnato da politiche di integrazione efficaci e da un disegno strategico di lungo periodo. Se le aree interne sono oggi percepite come periferie, occorre ribaltare il paradigma e considerarle come potenziali laboratori di innovazione sociale. La letteratura sullo sviluppo territoriale individua un modello articolato su quattro direttrici fondamentali: Rinforzo del capitale educativo: investimenti strutturali nel sistema 0-6, nel tempo pieno, nella digitalizzazione scolastica e nella formazione tecnico-professionale coerente con le vocazioni territoriali. Rigenerazione occupazionale: riconversione delle filiere tradizionali — agricoltura, turismo sostenibile, artigianato — attraverso innovazione tecnologica e reti cooperative. Infrastrutture materiali e immateriali: connettività digitale, mobilità interna efficiente, servizi sanitari di prossimità. Politiche di inclusione demografica: accoglienza e integrazione come strumenti di riequilibrio sociale e produttivo.

La sociologia dello sviluppo territoriale insegna che la crescita non è mai esclusivamente economica: essa è il risultato dell’interazione tra capitale umano, capitale sociale e qualità istituzionale. Senza una classe dirigente capace di superare logiche frammentarie e di assumere una visione sistemica, il declino rischia di diventare irreversibile. La domanda se sia ormai troppo tardi per invertire la rotta è comprensibile, ma rischia di produrre un effetto paralizzante. Le giovani generazioni non sono disposte ad attendere tempi indefiniti: cercano contesti in cui talento e impegno siano riconosciuti e valorizzati. Se tali condizioni non vengono costruite attraverso incubatori di start-up nei territori di origine, percorsi di imprenditorialità integrati sin dalla scuola e strumenti come portfolio delle competenze orientati ai diversi segmenti dell’istruzione, la mobilità diventerà una scelta razionale, con vantaggi a favore delle città più dinamiche e delle università capaci di attrarre talenti. Tuttavia, la storia calabrese è segnata da cicli migratori che hanno prodotto reti diasporiche, competenze diffuse e capitale relazionale globale. La sfida contemporanea consiste nel trasformare questa tradizione migratoria in un circuito virtuoso di ritorno, scambio e cooperazione, superando la logica dell’abbandono definitivo. Le aree interne non possono essere considerate un residuo del passato: possono diventare l’architrave di un nuovo modello di sviluppo fondato su prossimità, sostenibilità e coesione. Ciò richiede una scelta politica netta: mettere al centro l’infanzia, la scuola, il lavoro qualificato e l’inclusione, riconoscendo che la demografia non è un destino ineluttabile, bensì il risultato delle politiche adottate con uno sguardo proiettato ai prossimi cinquant’anni. La vera alternativa non è tra declino e nostalgia, ma tra immobilismo e capacità progettuale. Ed è proprio nei territori oggi più fragili che si gioca la possibilità di costruire il futuro della Calabria. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)

Maltempo, non c’è tregua per la Calabria

di ANTONIETTA MARIA STRATINon c’è tregua per la Calabria. Dopo il ciclone Harry, la nostra regione è stata colpita dal ciclone Nils, che ha provocato danni ingenti in tutto il territorio, in particolare a Cosenza e nelle zone limitrofe.

Violente precipitazioni e raffiche di vento hanno colpito la regione che, ancora, stava facendo la conta dei danni provocati al ciclone Harry. Oltre al danno, anche la beffa: mentre il ciclone Nils si appresta ad abbandonare la regione, ecco che è pronto a prendere il suo posto il ciclone Oriana, ribattezzato “ciclone di San Valentino”, che provocherà, ancora una volta, piogge e temporali che colpiranno sia le aree tirreniche che quelle joniche.

A subire i danni peggiori, la Provincia di Cosenza, tra crolli, evacuazioni, inondazioni, smottamenti e allagamenti. Ed è proprio lì che il presidente Occhiuto si è recato, per un sopralluogo, in particolare in contrada Iassa e nella zona di Molino Irto, le due zone con gravi criticità. Con lui il sindaco Caruso, che ha avviato un’interlocuzione che ha segnato, da parte dei due rappresentanti istituzionali, una forte intesa e una sinergia «necessaria – ha detto Franz Caruso – per risollevare il nostro territorio dai danni subìti e riportarlo alla normalità». 

«L’azione di prevenzione che abbiamo messo in campo sin dal nostro insediamento, in particolare per quanto riguarda la pulizia dei fiumi cittadini, ha consentito di limitare in maniera significativa i danni. Siamo intervenuti tempestivamente per limitare al massimo i danni e stiamo lavorando senza sosta per rimuovere le frane e ripristinare la viabilità. I danni sono ingenti, ma grazie alla sinergia avviata con la Regione Calabria, consolidata nel corso dei sopralluoghi effettuati questa mattina nelle zone più colpite, contiamo di attivare ogni misura necessaria per il pieno ritorno alla normalità», ha aggiunto il primo cittadino.

Per il Partito Democratico calabrese, guidato dal senatore Nicola Irto, «urgono risorse immediate per i danni provocati dalla nuova ondata di maltempo abbattutasi sulla Calabria, come progetti e fondi adeguati al fine di mettere in sicurezza il territorio. Il governo regionale e quello nazionale devono attivarsi subito, senza ulteriori indugi, perché la situazione è molto grave».

«Non possiamo limitarci alla gestione dell’emergenza. Serve un doppio intervento: ristori rapidi e adeguati per i territori colpiti e un piano strutturale di prevenzione contro il dissesto idrogeologico». «La Calabria – hanno sottolineato i dem – è ancora più fragile e vulnerabile, quindi non può essere lasciata sola. Chiediamo al governo Meloni di garantire stanziamenti aggiuntivi e tempi certi per l’erogazione delle risorse, e alla Regione guidata da Roberto Occhiuto di accelerare sull’utilizzo dei fondi disponibili e sulla progettazione degli interventi necessari». Il Pd Calabria ribadisce «la necessità di investimenti concreti per la messa in sicurezza dei versanti, la manutenzione dei corsi d’acqua, il rafforzamento delle infrastrutture e la tutela dei centri abitati più esposti».

«La provincia di Cosenza è colpita da un evento atmosferico che ha generato frane, mareggiate, esondazioni e smottamenti che hanno provocato moltissimi danni e disagi. In questa fase è fondamentale seguire le indicazioni della Protezione Civile Calabria e dei sindaci, che ringrazio per la pronta risposta e per il grande lavoro che stanno svolgendo a tutela delle comunità locali. Insieme supereremo questa fase di emergenza ed intraprenderemo le azioni necessarie per ripristinare i danni», ha detto il consigliere regionale Angelo Brutto.

Il capogruppo Brutto sottolinea inoltre la necessità di avviare con determinazione una strategia strutturale di prevenzione: «Questi eventi, pur nella loro eccezionalità, impongono una riflessione seria sulla messa in sicurezza del territorio. È indispensabile investire in opere di prevenzione del dissesto idrogeologico, nella manutenzione ordinaria e straordinaria dei corsi d’acqua e in una pianificazione più attenta e sostenibile. Solo attraverso una programmazione lungimirante potremo ridurre i rischi e limitare i danni in futuro».

«La Regione – ha concluso – sarà al fianco dei cittadini, delle imprese e delle amministrazioni locali per garantire sostegno concreto e interventi rapidi, con l’obiettivo non solo di ricostruire, ma di prevenire e proteggere il nostro territorio». (ams)

Autonomia Lep e Pre-Intese: il tranello di Calderoli per beffare il Sud

di MICHELE CONIA – Apprendo  dalla stampa, non senza stupore e preoccupazione, che il Ministro degli Affari regionali e dell’Autonomie abbia consegnato al Presidente della Regione Calabria una bozza simile alle pre-intese sull’autonomia differenziata firmate, lo scorso novembre, con Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte,  proponendo la stesura  di un possibile testo ad hoc. Questo, nonostante le recentissime osservazioni scritte in un documento, approvato all’unanimità, dello scorso 5 febbraio, della Conferenza delle Regioni sul ddl delega per la determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni in cui le Regioni chiedono un maggiore coinvolgimento nella definizione dei Lep e ribadiscono che i Livelli essenziali delle prestazioni devono essere integralmente finanziati dallo Stato per evitare nuovi divari territoriali. Nello specifico, giova ricordare  che le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria hanno sottoscritto con il Governo le pre-intese per il trasferimento di protezione civile, previdenza complementare e integrativa, professioni e sanità che si configurano come materie cosiddette non Lep – ossia per le quali non è necessario fissare preventivamente i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Quattro intese identiche, quattro autentiche fotocopie, contravvenendo così ai principi della sentenza della Corte Costituzionale secondo la quale ogni accordo che preveda incremento di competenze da parte di una Regione debba essere riconducibile ad una specificità territoriale comprovata: “Ogni richiesta (sent.192/2024) va giustificata e motivata con precipuo riferimento alle caratteristiche della funzione e al contesto in cui avviene la devoluzione. La devoluzione non può riferirsi a materie o ambiti ma a specifiche funzioni”.

Inoltre, trovo inaccettabile che i Lep siano stati inseriti  nella manovra finanziaria così come sostenuto anche dalla Svimez  (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nell’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, aggirando la sentenza della Corte costituzionale, che aveva prescritto una revisione radicale dell’architettura della legge sull’autonomia differenziata e  un maggior coinvolgimento del Parlamento.  Non si deve dimenticare che nella sentenza 192/2024 del 3 dicembre 2024, la Corte Costituzionale ha imposto l’impossibilità di devolvere intere materie e limitandosi alle singole funzioni, la necessità di definire i Lep, ribadendo il ruolo centrale del Parlamento per colmare i vuoti aperti dalle norme dichiarate incostituzionali. Nonostante la sonora bocciatura da parte della Consulta della legge quadro sull’autonomia differenziata ( Legge 86/2024),  e nonostante  tali raccomandazioni, il ministro ha presentato a maggio 2025, un Disegno di Legge–delega (DdL 1623) per la definizione dei Lep e, più tardi, ha introdotto surrettiziamente nelle Legge di Bilancio 2026 (art.123-128), i Lep relativi alle prestazioni nel settore sanitario, inclusione, diritto allo studio, all’ assistenza nel settore sociale, all’assistenza all’ autonomia e alla comunicazione personale per  gli studenti con disabilità.

Sono sempre stato  presente nelle piazze mobilitate e nella mia  audizione  in Commissione Affari costituzionali della Camera, nell’ambito dell’esame del Ddl Calderoli, non solo ho ribadito che Cinquefrondi è stato il primo comune in Italia che, nel dicembre 2018, ha adottato una delibera contro l’attuazione del federalismo fiscale ma ho anche sostenuto che sia più opportuno parlare di Livelli Uniformi in quanto i Lep (livelli essenziali di prestazione) sarebbero un’eguaglianza costruita sul minimo, che lascerebbe invariate le attuali e gravi diseguaglianze. Convinto che questo progetto porterà  alla frantumazione dell’assetto istituzionale, compromettendo in modo irreparabile il principio di universalità dei diritti, continuerò a battermi contro la cristallizzazione dei divari territoriali e la condanna dei territori più poveri.  In particolare, penso al  diritto alla salute che è un diritto costituzionale e non un privilegio. I dati shock sulla sanità calabrese (mobilità oncologica, rinuncia alle cure, spesa per i medicinali insostenibile per le famiglie, carenza di personale) ci impongono una riflessione urgente. Basta con soluzioni emergenziali, occorre un piano di stabilizzazione del personale sanitario e rafforzare la sanità di prossimità. Il Servizio sanitario della nostra regione, già segnato da inaccettabili diseguaglianze con il resto del Paese, rischia il collasso e richiede soluzioni definitive non più rinviabili. Continuerò ad essere presente in tutte le piazze mobilitate accanto ai più deboli e ai più vulnerabili. Al rischio di  disgregazione della Repubblica democratica, del suo tessuto sociale e civile, rispondo con determinazione  chiedendo che non sia intrapreso  alcun percorso diretto ad ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia legislativa e a non chiedere alcuna devoluzione di funzioni o poteri amministrativi o legislativi ai sensi dell’ art. 116 comma 3 della Costituzione ed esorto i miei colleghi sindaci e le mie colleghe sindache a fare altrettanto.

(Avvocato, sindaco di Cinquefrondi (RC) e consigliere metropolitano della città metropolitana di Reggio Calabria, delegato a Trasparenza ed Anticorruzione, Politiche dell’Immigrazione e dell’Accoglienza e della Pace, Beni Culturali, Cultura, Spettacolo, Sanità, Sviluppo e crescita della Piana di Gioia Tauro)

Per il Bergamotto di Reggio Calabria l’IGP è una reatà: ora si aspetta la ratifica della UE

di ANTONIETTA MARIA STRATI Adesso si attende solo la Commissione Europea, ma l’Igp – Indicazione Geografica Protetta del Bergamotto di Reggio Calabria è realtà. Infatti il 5 febbraio 2026 il Ministero dell’agricoltura ha decretato la bocciatura di tutte le opposizioni che erano state intentate contro l’Igp e contro la pubblicazione del Disciplinare sulla Gazzetta Ufficiale da parte del Consorzio dell’olio essenziale di bergamotto di Reggio Calabria Dop, presieduto da Ezio Pizzi insieme a Confagricoltura Reggio Calabria (a firma del presidente Giuseppe Canale) e Coldiretti Reggio Calabria (a firma del direttore Gino Vulcano) e da parte della ditta Fratelli Foti.

Il 6 febbraio 2026 il Ministero ha pubblicato sul proprio sito web istituzionale il decreto dell’approvazione italiana dell’Igp, con la contestuale trasmissione alla Commissione Europea della domanda di registrazione del “Bergamotto di Reggio Calabria Igp” proposta dal Comitato promotore il 5 giugno 2021. La partita, dunque, ora si sposta a Bruxelles per l’approvazione europea, tenendo conto che esistono ancora i ricorsi pendenti al Tar Lazio contro l’Igp intentati sempre dal Consorzio dell’essenza Dop e che dovrebbero essere discussi ad aprile, salvo ulteriori ricorsi aggiuntivi o salvo il ritiro del ricorrente, o salvo la decisione di Bruxelles di approvare comunque l’Igp, ritenendo infondati tali ricorsi, come altre volte è accaduto in passato.

Viva soddisfazione per il risultato ottenuto è giunto delle associazioni a sostegno dell’Igp (Copagri Calabria, Anpa Calabria-Liberi agricoltori, Conflavoro Pmi, Unci Calabria, Usb Lavoro agricolo, FederAgri, Comitato dei bergamotticoltori reggini), dall’assessore regionale all’agricoltura Gianluca Gallo, delle numerose aziende della filiera e, naturalmente, dall’agronomo Rosario Previtera presidente del Comitato Promotore per il Bergamotto di Reggio Calabria IGP.

«Siamo davvero tutti contenti – ha detto Previtera – di essere giunti alla conclusione della procedura nazionale alla quale segue immediatamente la cosiddetta fase dell’Unione per il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta. Un lungo e complesso percorso che è stato sempre corretto e giusto a favore dei bergamotticoltori ma ostacolato a più riprese e con modalità di ogni tipo intraprese da vari soggetti in questi anni. Come già in precedenza dichiarato, non ci preoccupavano le opposizioni contro l’Igp presentate dalla controparte a novembre e completamente smontate dalle nostre controdeduzioni a dicembre scorso, in quanto si trattava di opposizioni forzate e prive di fondamento tecnico e giuridico e a tratti letteralmente contraddittorie se non addirittura esilaranti».

«Tant’è – ha proseguito – che la controparte prima ha richiesto al Tar Lazio anche una istanza cautelare urgente, riproponendo proprio tali opposizioni, poi quando è stata fissata l’udienza per il 21 gennaio scorso la controparte ne ha paradossalmente richiesto il differimento. È stato subito evidente che le memorie difensive presentate dell’Avvocatura dello Stato per conto del Ministero in tale contesto sono state precise ed efficaci e, a nostro modesto avviso, probabilmente qualunque giudice avrebbe rigettato le richieste del ricorrente. Cosa che poi è avvenuta in sede ministeriale con la “chiusura della procedura nazionale di opposizione” della scorsa settimana. Opposizioni e ricorsi al Tar hanno però determinato e probabilmente causeranno ancora la perdita di ulteriore tempo prezioso a discapito della filiera bergamotticola, quella vera e produttiva che vuole commercializzare il prodotto fresco con il marchio IGP in Italia e in Europa».

«Cinque anni di beghe burocratiche e legali – ha proseguito Previtera – hanno fino a questo momento impedito l’ottenimento del marchio di qualità Igp per il prezioso Bergamotto di Reggio Calabria, a discapito di centinaia di agricoltori e a favore del mantenimento di una consolidata e storica posizione di vantaggio da parte di una ristrettissima lobby a tutti nota e, sopratutto, senza alcuna rappresentatività per come è stato più volte dimostrato».

«L’abnorme ritardo accumulato ha, inoltre – ha spiegato – causato importanti perdite economiche per gli agricoltori e una dilatazione eccessiva dei tempi utili di ogni campagna produttiva trascorsa, per almeno un triennio, che ha impedito alla filiera bergamotticola di usufruire di numerose opportunità commerciali e di finanziamento limitandone le possibilità di sviluppo e innovazione. Ci aspettiamo dalla controparte ulteriori inutili e dispendiosi ricorsi sia al Tar Lazio sia probabilmente al Tribunale della Corte di Giustizia dell’Ue, tanto per continuare solamente a procrastinare l’approvazione dell’Igp da parte di Bruxelles e continuare a non mollare le ricche e inossidabili poltrone. Confidiamo che la Commissione Europea possa comunque procedere velocemente con la conclusione dell’iter di approvazione al di la dei ricorsi pendenti».

Proprio per questo il Comitato – ha spiegato Previtera – ha avviato una raccolta fondi per sopperire alle spese legali necessarie per sostenere la difesa dell’IGP in giudizio, a cui stanno aderendo produttori, simpatizzanti e semplici cittadini non solo reggini e addirittura dall’estero.

Così come è tanta la solidarietà «da più parti e ci giungono interessanti proposte di collaborazione per la raccolta fondi che stiamo valutando attentamente. Tra queste vi sarà prossimamente l’organizzazione di una cena di autofinanziamento, specifica e a tema, presso il noto ristorante della legalità “L’Accademia gourmet” dello chef Filippo Cogliandro nel centro storico di Reggio Calabria, a pochi passi dal museo e dal lungomare, proprio di fronte l’area di Rada Giunchi dove, nel 1750, fu impiantato il primo bergamotteto».

«Al termine di questa incredibile vicenda di riscatto sociale e a dir poco rivoluzionaria – ha concluso – verranno quantificati tutti i danni subiti direttamente e indirettamente dagli agricoltori e più di qualcuno, in qualità di responsabile e di corresponsabile secondo la legge italiana sui procedimenti collettivi, dovrà in solido risarcire grandemente l’intera comunità bergamotticola dell’area vocata reggina».

Per il parlamentare europeo Denis Nesci, «il via libera definitivo, rilasciato il 6 febbraio 2026 dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, rappresenta un passaggio istituzionale di rilievo e il compimento di un iter avviato nel 2021, che riconosce formalmente il valore di una filiera strategica per il territorio. Il riconoscimento dell’Igp certifica il legame indissolubile tra qualità, reputazione, storicità del prodotto e specificità geografica dell’area di Reggio Calabria, rafforzando la tutela dell’autenticità, contrastando fenomeni di imitazione e offrendo maggiori garanzie economiche e prospettive di sviluppo ai produttori».

«In qualità di europarlamentare, seguirò con attenzione – ha assicurato – il dossier nelle sedi competenti, impegnandomi affinché il riconoscimento dell’IGP sia conseguito anche a livello dell’Unione europea nel più breve tempo possibile. Un impegno istituzionale orientato alla tutela degli interessi della filiera e alla piena valorizzazione internazionale di un’eccellenza del Made in Italy».

«È stata dura ma ce l’abbiamo fatta, come avevamo previsto: solo una questione di tempo. Purtroppo di tempo perso», ha detto Francesco Macrì, presidente di Copagri Calabria, ricordando come «più volte si è parlato di guerra del bergamotto. Ma in realtà gli sconfitti a causa del tempo sprecato sono i bergamotticoltori che non hanno potuto usufruire dei benefici che può apportare al valore del prodotto un marchio Igp». Molti che ci hanno osteggiato oggi si sono defilati o provano a salire sul “carro dei vincitori”: non precludiamo alcuna possibilità di partecipazione a nessuno poiché la filiera bergamotticola è di tutti e soprattutto di coloro che vogliono operare con trasparenza e lungimiranza».

Pino Mangone presidente di ANPA – Liberi Agricoltori Calabria sostiene che «la pressante azione di contrasto messa in atto dai nemici dei bergamotticoltori reggini ha sicuramente rallentato l’iter per il riconoscimento dell’IGP, soprattutto per quanto riguarda gli adempimenti del Masaf ma non è servita a scoraggiare i produttori che, viceversa, con il sostegno delle organizzazioni professionali e dei vari movimenti a sostegno del Comitato Promotore, in questi lunghi cinque anni, hanno continuato a battersi per la giusta causa del riconoscimento. Con l’IGP si chiude una fase storica caratterizzata dal controllo economico e sociale del settore del bergamotto da parte di gruppi di potere che hanno sempre fatto i loro interessi a discapito dei produttori e se ne apre un’altra dove i bergamotticoltori potranno organizzarsi per essere protagonisti del presente e per il futuro».

«Sapevamo che prima o poi le fatiche rese, le risorse impiegate e soprattutto la tenacia degli agricoltori reggini e delle loro rappresentazioni ci avrebbero consentito di raggiungere un traguardo d’eccellenza che non consideriamo un punto di arrivo ma un vero punto di partenza verso nuovi progetti, nuove strade che percorreremo con l’ambizione e la consapevolezza di essere riusciti a consacrare il Bergamotto di Reggio Calabria come simbolo di identità della nostra terra in Europa», ha detto Lidia Chiriatti presidente di Nuova UNCI Calabria, spiegando come la battaglia «è stata lunga, pesante e a volte avvilente ma mai demotivante anche perché intrisa di speranza e di voglia di riscatto sociale».

Aurelio Monte di USB Lavoro Agricolo, ha espresso preoccupazione per eventuali contestazioni e ricorsi, nonostante l’invio del dossier a Bruxelles.

Antonino Merenda presidente di FederAgri Reggio Calabria «è un importante viatico per l’esportazione di questo frutto identitario fuori dai confini regionali e nazionali come è giusto che sia: troppi anni sono trascorsi nell’immobilismo del settore e nel disinteresse generale. Finalmente anche i nostri agricoltori potranno avvantaggiarsi come gli altri agrumicoltori italiani ed europei che producono secondo i sistemi di qualità».

«Si è conclusa la fase più importante del riconoscimento dell’Igp Bergamotto di Reggio Calabria», ha detto Peppe Falcone del Comitato dei bergamotticoltori reggini sottolineando la necessità di andare avanti». (ams)

L’Aeroporto di Reggio decolla con nuovi record, ma Ita taglia i voli da e per Roma e Milano

di PINO FALDUTO – Il tema del trasporto aereo a Reggio Calabria va affrontato con equilibrio e serietà, evitando letture parziali.

È un dato di fatto che oggi lo scalo reggino sta vivendo una fase di crescita. I voli sono aumentati, i passeggeri crescono e sono in corso interventi infrastrutturali importanti, a partire dalla nuova sala imbarchi, che migliora concretamente l’esperienza dei viaggiatori.

È altrettanto corretto riconoscere che le compagnie low cost, a partire da Ryanair, hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale in questa fase.                                                 Senza queste compagnie, oggi, Reggio sarebbe ancora più isolata. Allo stesso modo, va riconosciuto il lavoro svolto dalla Regione Calabria e il ruolo politico di chi ha sostenuto questa strategia.

È giusto dirlo chiaramente: il presidente Roberto Occhiuto e l’onorevole Francesco Cannizzaro hanno spinto in modo convinto sul rafforzamento del sistema aeroportuale, ottenendo risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Proprio per questo, però, il dibattito va portato un livello più avanti, non riportato indietro.

Quando si critica il modello degli incentivi o si mette in discussione l’attuale fase di crescita, bisognerebbe ricordare da dove veniamo.

Per oltre dodici anni, Reggio Calabria e la Città Metropolitana sono state governate dalla stessa classe politica che oggi solleva dubbi sul sistema.

In quegli anni, però, non è stato rafforzato il ruolo strategico dell’aeroporto di Reggio, né è stata costruita un’alternativa reale.  Un fatto resta evidente: Reggio è stata progressivamente spogliata del ruolo di aeroporto di rete, mentre il baricentro delle attività della compagnia di riferimento nazionale veniva spostato su Lamezia.            

Cosa sta succedendo davvero all’aeroporto

di Reggio Calabria

Il problema dell’Aeroporto di Reggio Calabria non è la mancanza di voli.

Il problema è la perdita del ruolo funzionale dello scalo.                                                                              Dal punto di vista tecnico e infrastrutturale, sta avvenendo una trasformazione precisa:

Reggio viene progressivamente riclassificata, di fatto, da aeroporto di rete a aeroporto leisure, cioè uno scalo basato quasi esclusivamente su traffico turistico e incentivato.

Questo processo avviene quando si verificano tutti i seguenti fattori tecnici: i collegamenti di rete vengono ridotti o resi marginali; gli orari non consentono più l’andata e ritorno in giornata; le frequenze su Roma e Milano non sono più adeguate al traffico professionale.                                                                      Quando questi tre elementi vengono meno, il traffico business smette di utilizzare l’aeroporto, anche se il numero complessivo dei passeggeri può crescere.

Questo è un punto fondamentale: la crescita dei passeggeri non coincide con la crescita del ruolo dello scalo.

Le compagnie low cost non sono il problema. Il problema nasce quando diventano l’unico pilastro del sistema. Dal punto di vista tecnico: le low cost operano su rotte incentivabili; non garantiscono continuità pluriennale; modificano orari e frequenze in base alla redditività.

Questo significa che non possono sostituire i collegamenti di rete, quelli che servono a: imprenditori; professionisti; funzionari; aziende che lavorano fuori regione.

Nel frattempo, il traffico di rete viene concentrato su altri scali, che assumono il ruolo di hub regionale, mentre Reggio viene lasciata a una funzione secondaria.

Il risultato finale è tecnicamente chiaro: l’aeroporto diventa dipendente da incentivi pubblici; perde la funzione economica di infrastruttura di lavoro; non sostiene più le professioni e l’impresa.

In sintesi, quello che sta succedendo a Reggio non è l’assenza di voli, ma l’assenza dei voli giusti.

Il risultato è che oggi la città dipende quasi esclusivamente che legittimamente operano secondo logiche di mercato.

Questo non è un male in sé. Diventa un problema se manca il secondo pilastro.                                                                         Perché senza collegamenti stabili e affidabili su Roma e Milano, con orari compatibili con il lavoro, si indebolisce il traffico professionale; si rende più difficile fare impresa; si scoraggiano le giovani classi professionali.

Ed è qui che nasce la contraddizione politica.

Dopo dodici anni di governo locale, non è credibile limitarsi a smontare un percorso che, oggi, sta dando risultati, senza indicare una soluzione alternativa immediata e praticabile. Soprattutto quando, in tutto questo tempo, non si è riusciti a risolvere i nodi strutturali noti, come il limite all’operatività della pista 33, a causa del torrino da demolire.

Il punto, quindi, non è “contro” qualcuno.

Il punto è come si completa il lavoro iniziato. Le cose da fare sono chiare: consolidare il ruolo delle low cost senza demonizzarle; affiancare collegamenti stabili per il traffico professionale; vincolare gli incentivi a continuità e orari utili; risolvere definitivamente i limiti strutturali dello scalo – chiarire il ruolo di Reggio come città del lavoro e delle professioni, non solo del turismo.

Quello che si sta facendo va riconosciuto.

Ma proprio perché qualcosa sta funzionando, va rafforzato, non indebolito con critiche prive di alternative. (pfa)

(Imprenditore)

Infanzia: troppe criticità del Sistema 0-6. Alle famiglie serve sostegno vero

di FRANCESCO RAO – In Calabria il sistema integrato zero-sei anni continua a essere raccontato come una priorità strategica. Nei fatti, però, resta uno dei simboli più evidenti della distanza tra pianificazione istituzionale e vita reale delle famiglie. Non è più il tempo dei convegni, delle linee guida, dei documenti programmatici. È il tempo delle verifiche. E le verifiche, oggi, restituiscono una verità scomoda: il sistema 0-6 in Calabria esiste più sulla carta che nella quotidianità dei territori, soprattutto nelle aree interne. Il punto non è se le risorse esistano.

Il punto è come vengono trasformate – o non vengono trasformate – in servizi reali. Perché, mentre si discutono modelli pedagogici e architetture normative, ci sono famiglie che non hanno un solo posto nido nel raggio di decine di chilometri. Ci sono madri costrette a rinunciare al lavoro. Ci sono comunità che continuano a svuotarsi perché mettere al mondo un figlio diventa una scelta economicamente e logisticamente insostenibile, e il divario territoriale non è più tollerabile. Non si può continuare ad accettare che nascere in un piccolo comune dell’entroterra significhi partire già con un diritto educativo ridotto. Questo non è un limite tecnico.

È una scelta politica, anche quando viene mascherata da complessità amministrativa alla quale, spesso, manca una simmetria tra politica e burocrazia e, soprattutto, manca la conoscenza reale dei territori e della loro complessità sociale. Altro nodo, ancora più grave, è quello della sostenibilità economica. Negli ultimi anni si è parlato molto di costruire nuove strutture. Poco – troppo poco – di come mantenerle aperte. Senza personale stabile, senza copertura della spesa corrente, senza modelli gestionali sostenibili, il rischio è semplice: inaugurazioni, foto, tagli di nastro e poi servizi che funzionano a metà o non partono affatto. Tutto ciò rimarrà inalterato fino a quando la politica non deciderà di considerare l’istruzione come investimento e non come costo. E qui si entra nel terreno delle responsabilità. Perché programmare un servizio senza garantirne la gestione nel tempo non è prudenza amministrativa. È scaricare il problema sul futuro. È trasferire il costo sociale sulle famiglie.

La governance, poi, resta uno dei punti più deboli. Il sistema integrato 0-6 richiede una regia vera tra Regione, Ambiti, Comuni, scuola e soggetti accreditati. Dove questa regia non esiste o resta una sporadica occasione per svolgere qualche convegno, il risultato rimarrà invariato e continuerà a essere sotto gli occhi di tutti: progettualità episodiche, servizi disomogenei, territori lasciati indietro. Nel frattempo, il personale educativo sarà sempre più difficile da reperire, soprattutto nei territori interni. E senza personale qualificato non esiste sistema educativo: esistono solo strutture vuote e fallimenti colossali. Il dato più duro è quello sociale: in molte realtà calabresi l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia è ancora condizionato dal reddito familiare. Questo significa che il diritto educativo non è universale, ma selettivo. E un diritto selettivo non è più un diritto garantito a tutti.

La Calabria, oggi, non ha bisogno di ulteriori diagnosi. Ha bisogno di decisioni operative. Piani territoriali obbligatori per Ambito, con obiettivi misurabili annualmente. Fondi strutturali per la gestione e non solo per i cantieri. Tariffe realmente progressive e detraibili.In questo passaggio la politica dovrà agire, facendo diventare l’istruzione un investimento e non un costo. In tal senso, condivido una curiosità: le famiglie interessate, portano in detrazione le somme spese per i servizi educativi zero-sei? Gli accreditamenti del privato, in tale ambito, potrebbero essere un’opportunità, anche perché potrebbero essere rappresentate dal Terzo settore in regime di co-progettazione, ma non dovranno rivelarsi un’opportunità per poche famiglie e opportunità di utilizzo miope di fondi pubblici.

Ecco perché é necessario che siano previsti incentivi reali per portare educatori nei territori interni in modo stabile e continuativo. Il coordinamento pedagogico previsto é un grande risultato ma dovrà essere funzionale e soprattutto presente nelle fasi di programmazione e monitoraggio, evitando una presenza meramente formale finalizzata al solo adempimento amministrativo. Ogni bambina e ogni bambino hanno il diritto di ricevere la migliore offerta didattica e, per questo, occorre investire anche nella formazione continua, attraverso la quale sia possibile disporre di personale docente altamente formato e motivato. In tal senso, mi piace pensare che la scuola non debba avere dipendenti, ma costruttori di futuro. Ma la domanda politica resta una sola, e non può più essere elusa: cosa cambierà concretamente entro il prossimo anno scolastico, alla luce dei recenti confronti avvenuti presso il Consiglio regionale in occasione di un evento pubblico? Oltre ai numerosi post sui social e ai tanti reel, quanti nuovi posti saranno realmente attivi dal prossimo settembre? Quali servizi oggi inesistenti partiranno davvero? Quali territori smetteranno di essere zone educative scoperte? Perché, se non esistono risposte verificabili, il rischio è uno solo: trasformare il sistema 0-6 nell’ennesima occasione persa. Nell’ennesima riforma raccontata bene e realizzata male.

Tutto ciò la Calabria non può più permetterselo. Non può permetterselo dal punto di vista demografico. Non può permetterselo dal punto di vista sociale. Non può permetterselo dal punto di vista economico. Soprattutto, non può permetterselo dal punto di vista della credibilità delle istituzioni. Oggi la sfida non è più dimostrare che il sistema 0-6 è importante. Questo lo sanno tutti.

La sfida è dimostrare che la politica è ancora capace di trasformare le priorità dichiarate in diritti reali. Il tempo delle buone intenzioni è finito. Ora servono risultati. Misurabili, visibili e immediatamente verificabili dai cittadini. (fr)

Calabria e sottosuolo: storie di energia antica con la geotermia invisibile

di  MARIO PILEGGI  – L’Italia è un Paese che vive su più livelli. In superficie, città, borghi e paesaggi modellati da secoli di storia e trasformazioni urbane. Sotto, un mondo invisibile fatto di rocce, sedimenti, acque sotterranee e calore naturale. È in questo spazio silenzioso, lontano dallo sguardo ma vicino alla vita quotidiana, che si nasconde una delle risorse energetiche più diffuse e meno valorizzate del Bel Paese: la geotermia a bassa entalpia.

Eppure, quando si parla di transizione energetica, l’attenzione si concentra quasi sempre su ciò che è visibile: pannelli fotovoltaici sui tetti, impianti eolici nelle aree aperte, grandi infrastrutture percepibili nel paesaggio. Raramente lo sguardo si rivolge verso il basso, come se il sottosuolo fosse soltanto un vincolo tecnico o uno spazio già saturo di funzioni. In realtà, sotto gran parte delle città e dei quartieri italiani è presente una risorsa energetica continua, disponibile tutto l’anno, capace di fornire calore e raffrescamento senza alterare il volto urbano.

La geotermia a bassa entalpia non è una tecnologia confinata a pochi territori “eccezionali”. Al contrario, sfrutta una condizione comune a larga parte del territorio nazionale: la stabilità termica del sottosuolo a basse profondità. Dai grandi centri urbani alle città medie, dalle aree costiere alle pianure alluvionali, fino a molte zone collinari, il terreno e le acque sotterranee mantengono temperature pressoché costanti, generalmente comprese tra 12 e 20 °C. Condizioni ideali per sistemi di climatizzazione efficienti, affidabili e programmabili nel lungo periodo.

In questo senso, la geotermia rappresenta una risorsa diffusa, utilizzabile in una vasta porzione dei quartieri italiani. Non richiede nuove infrastrutture visibili, non occupa superfici pregiate e non entra in conflitto con il patrimonio storico, architettonico e paesaggistico che caratterizza gran parte delle città del Paese. È proprio questa invisibilità a renderla particolarmente adatta al contesto nazionale. In un Paese in cui la tutela dei centri storici è un valore fondante, la possibilità di sfruttare il calore naturale del sottosuolo senza modificare skyline e prospettive urbane costituisce un vantaggio strategico.

All’interno di questo quadro generale, Roma rappresenta un caso emblematico. Non perché sia un’eccezione, ma perché concentra in modo paradigmatico molte delle condizioni che rendono la geotermia a bassa entalpia una risorsa strategica per le città italiane. Roma è una città costruita in verticale: in alto, la stratificazione millenaria della storia; in basso, una complessa architettura invisibile di rocce, sedimenti, acque sotterranee e calore naturale.

Il sottosuolo romano non è soltanto il fondamento fisico della città o un archivio archeologico. È un sistema geologico complesso e dinamico, modellato da antichi mari, cicli vulcanici e processi fluviali, che offre condizioni particolarmente favorevoli allo sfruttamento geotermico. A profondità di poche decine di metri, il terreno e le acque sotterranee mantengono temperature pressoché costanti durante l’anno, generalmente comprese tra 16 e 20 °C.

Questa stabilità termica è alla base del funzionamento delle pompe di calore geotermiche, in grado di trasferire calore dal sottosuolo agli edifici in inverno e di dissiparlo nel terreno durante l’estate. Il risultato è una climatizzazione continua ed efficiente, con consumi ridotti e assenza di emissioni locali. In un contesto urbano storicamente vincolato come quello romano, la geotermia si distingue per la capacità di integrarsi nel tessuto esistente senza interferire con il paesaggio.

Roma diventa così una lente attraverso cui leggere il potenziale geotermico di molte altre città italiane e, più in generale, di intere regioni del Paese. Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dalla Calabria, dove il sottosuolo racconta una storia energetica antica ma ancora poco valorizzata. La presenza diffusa di sorgenti termali, note e utilizzate fin dall’antichità, costituisce la manifestazione più evidente di un calore naturale che risale in superficie attraverso rocce fratturate e circuiti idrici profondi.

Dalle Terme Luigiane, lungo la costa tirrenica cosentina, alle Terme di Caronte nella piana di Sant’Eufemia, dalle Terme di Galatro sull’Aspromonte occidentale fino alle Terme di Antonimina–Locri sul versante ionico reggino, il territorio calabrese mostra con chiarezza come il calore endogeno sia una componente strutturale del sistema geologico regionale. Queste acque calde non rappresentano soltanto una risorsa termale o terapeutica, ma sono anche un indicatore di un potenziale geotermico diffuso, sfruttabile a basse profondità per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici.

In molte aree della regione, soprattutto nelle pianure costiere e nei fondivalle, il sottosuolo mantiene temperature stabili già a poche decine di metri di profondità, una condizione ideale per l’impiego della geotermia a bassa entalpia in ambito residenziale, pubblico e produttivo. Un potenziale riconosciuto anche a livello normativo: la Legge Regionale 40/2009 e il Regolamento Regionale n. 3/2011 disciplinano infatti l’utilizzo delle risorse geotermiche a bassa entalpia in Calabria, definendo procedure autorizzative chiare e prevedendo iter semplificati per impianti di piccola e media taglia.

Dal punto di vista tecnico, la geotermia a bassa entalpia si fonda su un principio semplice ed efficace: la capacità del sottosuolo di mantenere temperature relativamente costanti a basse profondità. In molti contesti urbani, le acque sotterranee svolgono un ruolo decisivo, grazie alla loro elevata capacità di immagazzinare e trasferire calore. Quando correttamente gestite, le falde possono funzionare come vere e proprie riserve termiche naturali, come dimostra il caso dell’acquifero delle ghiaie di base del Tevere, esteso lungo l’asse fluviale e caratterizzato da temperature comprese tra 18 e 19 °C. Le tecnologie geotermiche applicabili in ambito urbano si articolano principalmente in sistemi a circuito chiuso, basati su sonde geotermiche, e sistemi a circuito aperto, che utilizzano direttamente le acque di falda. In entrambi i casi, il cuore del sistema è la pompa di calore geotermica, capace di fornire più unità di energia termica per ogni unità di energia elettrica consumata, con rendimenti nettamente superiori a quelli dei sistemi tradizionali.

Le elevate prestazioni trovano conferma anche nelle applicazioni reali. Studi condotti su edifici residenziali in ambito urbano, inclusi casi romani, mostrano coefficienti di prestazione compresi tra 5 e 6, con riduzioni significative delle emissioni di anidride carbonica rispetto alle soluzioni convenzionali.

Il vero salto di qualità risiede nel passaggio dalla scala del singolo edificio a quella urbana. La realizzazione di distretti geotermici, in cui più edifici condividono una rete di scambio termico alimentata dal sottosuolo, consente di ottimizzare l’uso della risorsa e di ridurre i costi complessivi. In questo scenario, la geotermia può integrarsi efficacemente con le comunità energetiche rinnovabili e con gli strumenti di pianificazione energetica e climatica, come i PAESC, che ne riconoscono sempre più il ruolo nella riduzione delle emissioni climalteranti.

In questa prospettiva, la geotermia non appare più come una tecnologia di nicchia, ma come una infrastruttura energetica invisibile, capace di rafforzare la resilienza climatica, migliorare la sicurezza energetica e accrescere la qualità della vita urbana.

Sotto le nostre città non scorrono soltanto reti e infrastrutture tradizionali, ma anche un flusso costante di energia termica naturale: valorizzarlo significa costruire una transizione energetica radicata nel territorio e coerente con l’identità dei luoghi. (mpi)

(Geologo Consiglio Nazionale Amici della Terra)