Addio a Lillo Manti, politico dc di lungo corso

di FRANCO CIMINO – Ho conosciuto Lillo Manti in anni, ahimè, assai lontani, sebbene io fossi più giovane di lui di circa dieci anni. A Catanzaro lo conobbi. Nella sede della Democrazia Cristiana, al secondo piano di galleria Mancuso. Fu in occasione del passaggio di carica di delegato regionale del Movimento Giovanile tra Mario Tassone, ora non ricordo se divenuto segretario regionale o deputato, e lui, reggino, già al limite d’età per quell’incarico che mantenne, forse per questo, per breve tempo.

A prima vista, ovvero a primo udito, diciamo, non mi piacque. O meglio non mi fece simpatia. E non perché fosse di Reggio Calabria, città allora lontanissima sotto tutti gli aspetti da Catanzaro, contestato capoluogo per giunta, ma per essere lui distante mille miglia da me. E sotto ogni profilo. Abituato all’oratoria effervescente e appassionata di Mario, mi apparve un grave difetto quel che poi si rivelò invece un suo pregio e anche un suo prezioso strumento di lavoro. Immodificabile. Parlava piano, tono monocorde, tempi e concetti ristretti all’essenziale. E spirito di una tale concretezza che lo rendeva quasi incompatibile con qualsiasi pur tenue esprit de finesse. “Andiamo bene”, mi dissi. “ Andiamo bene”, dissi apertamente.

L’impressione che mi fece Lillo era di una personalità politica di quelle che non avrebbero avuto molto da dire e molto da recitare sul proscenio della politica calabrese. Il solito pragmatico “ aggiustatavoli” dietro le quinte, la mia presunzione e arroganza giovanile mi portarono a pensare. E a dire apertamente. E, poi, anche a lui stesso quando prendemmo confidenza e “amichevolezza” ( mi scuso della forzatura lessicale) di rapporti, che però, purtroppo, non si trasformarono mai in amicizia. Ci fu tra di noi, tuttavia, simpatia tanta e rispetto tantissimo nell’eguale reciproca stima. Un fatto identico, doloroso e personale, accaduto nelle nostre vite ci unì in una sorta di solidarietà a distanza, che accrebbe la stima, portando lui, in un momento particolare, a rivolgermi consigli assai premurosi e sinceri. Lo fece, anche qui con quel suo stile che d’impatto all’inizio non mi piacque. Discreto, delicato, pacato, umile, attento, mi disse tanto. E mi disse parole che ora mi ritornano con maggiore affettuosità.

difetto, quindi, fu invece una dote, la sua, quasi esclusiva. Uno strumento del suo lavoro. Una delle molteplici qualità che lo portarono al successo pur non ricevendo, qui però a causa della sua umiltà, le più alte cariche che avrebbe meritato. Lillo era molto intelligente, aveva grande intuito politico. Con esse riusciva ad arrivare prima di tanti altri a comprendere la realtà e a trovare la soluzione al problema, che generosamente offriva.

Egli era dotato di un forte senso tattico che ben impiegava in quella sua visione strategica della politica cui collegava ogni iniziativa. Il suo spiccato senso pratico era frutto di una lucida razionalità, talvolta apparsa spenta di emozioni, fino a coprire, ingannando chi non lo conosceva abbastanza, la sua profonda sensibilità. Una sensibilità anche delicata con cui veicolava il suo spiccato senso dell’amicizia e quel fortissimo sentire la lealtà come elemento imprescindibile del vivere la politica. Una persona buona, dunque, un politico eccellente, un democristiano convinto, appassionato, fedele e coerente. Un uomo pacifico che mal sopportava divisioni e posizioni belligeranti. E anche qui con una visione alta del partito, della Politica e delle istituzioni. La rottura e la divisione all’interno dello stesso corpo sociale erano per Lillo il male più rovinoso. Per la Calabria, innanzitutto. Per il suo partito, la guida che avrebbe dovuto rivelarsi sempre attenta e sicura dei processi di cambiamento della Regione.

Per tutte le forze politiche e tra le forze politiche, necessarie alla costruzione di un tessuto democratico più forte, qui da noi. Rovinose divisioni, per le istituzioni tutte, quelle territorialmente più piccole maggiormente. Per questa sua idea dell’unità possibile e necessaria, Lillo Manti si adoperava, vieppiù e quando gli veniva richiesto, per il superamento delle “ guerre diverse” calabre. Fu quindi l’uomo delle mediazioni. Un ruolo che anche gli piaceva, come e di più gli piaceva riuscirci. Cos’altro dire senza scadere nella retorica da cui rifuggiva? Beh, diciamoglielo adesso, ché quel bel po’ di vanità glielo lo farà apprezzare.

Era un bell’uomo, dall’invecchiamento impossibile. Sempre elegante in quei suoi abiti classici corredati da camicie ben stirate e cravatte griffate. A volte la pochette nel taschino. Quei capelli neri e lisci e lucidi sempre ben “imbrillantinati”. E quei baffetti alla Clark Gable, che aggiungevano fascino alla bellezza autentica. Ciao Lillo. (fci)

Michele Affidato, icona di una Calabria bella e identitaria

È una icona di una Calabria bella e identitaria Michele Affidato, il Maestro orafo e ambasciatore Unicef che ha firmato, anche quest’anno, le diverse opere attraverso le quali sono stati riconosciuti i premi agli artisti che hanno calcato il palco del Teatro Ariston, a Sanremo.

«Testimonial oltre i confini regionali, è quello che l’estro, l’energia, la creatività e la missione del maestro orafo Michele Affidato continua a rappresentare per la nostra terra nel mondo. Ogni calabrese dovrebbe essere orgoglioso di poter contare su imprese e intelligenze che contribuiscono ad esportare l’immagine di una Calabria bella e identitaria, intraprendente e coraggiosa», ha dichiarato Giovanni Macrì, sindaco di Tropea.

Dal Premio Sala Stampa Lucio Dalla e Premio della Critica Mia Martini, entrambi conquistati da Colapesce e Di Martino con la canzone Splash; ai Soundies Award di Casa Sanremo, destinato alle case discografiche e tributato a Leo Gasmann per il suo videoclip, promosso come migliore tra i brani presentati alla 73esima edizione del Festival di Sanremo; passando dai Premi Afi assegnati a Paolo Vallesi e Albano (menzione speciale), a Michele Zarrillo (alla carriera) e dal Premio Numeri Uno – Città di Sanremo andato a Giorgia, tornata sul palco dell’Ariston dopo 22 anni.  Affidato ha realizzato anche l’Award Luk per il Music for Change Award – Musica contro le mafie, ideato da Gennaro De Rosa.  (rrm)

Fortunato Caccamo, un eroe reggino della guerra di Liberazione

di COSIMO SFRAMELI E CIRO NIGLIOIl carabiniere Fortunato Caccamo, nato a Gallina (Reggio Calabria) il 1 febbraio 1923, cento anni fa, a soli 21 anni, sacrificò la sua giovane vita per la nostra Libertà.

Concretizzato il desiderio di arruolarsi nell’Arma, il 19 dicembre 1942 fu assegnato alla Legione di Roma, destinato dapprima presso la Stazione Carabinieri Scalo Termini e poi al Posto Fisso CC.RR. del Senato. A Roma, giovane Carabiniere di vent’anni, visse le vicende che segnarono il futuro del nostro Paese. Fatti che videro anche protagonisti eroici militari dell’Arma, che quest’anno, nell’ottantesimo anniversario, è doveroso ricordare.

Il 19 luglio 1943, la Capitale fu bombardata per la prima volta dagli alleati, con vittime anche illustri come il Comandante Generale dei Carabinieri Reali, Generale Azolino Hazon. 

Il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio depose il duce, che venne arrestato su ordine del re, dai Carabinieri, al comando dei Capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa, quest’ultimo era il Comandante di Compagnia del giovane Fortunato. 

In un clima di crescente tensione, l’8 settembre 1943 fu proclamato l’armistizio. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, un Battaglione Allievi Carabinieri (quasi 700 militari) fu duramente impegnato nella difesa della Capitale dall’avanzata tedesca. Nella mattinata del 9 settembre, cadde il Capitano dei Carabinieri Orlando De Tommaso che, pochi mesi prima, era stato tra gli insegnanti e formatori del Carabiniere Fortunato Caccamo. 

Il 22 settembre 1943, a Palidoro (Roma), il Vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, un suo coetaneo, decise di accusarsi di un’inesistente attentato subito dai nazisti, in un moto di assoluto altruismo. Come noto, fu fucilato, salvando così 22 civili innocenti da morte certa. Oggi è Servo di Dio, oltre che decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

In quei giorni terribili del 1943, il giovane Carabiniere Caccamo ebbe un quotidiano esempio nel suo Comandante di Compagnia, il Capitano Raffaele Aversa, che ripeteva ai suoi uomini: “Siamo rimasti solo noi Carabinieri a fronteggiare gli eccessi dei tedeschi ai danni della popolazione che abbiamo il dovere di proteggere anche se non ci sono stati impartiti specifici ordini. Per questo, nessuno di noi, deve abbandonare il suo posto. Per me se ritengono ciò che ho fatto un delitto (riferendosi all’arresto del duce, cui aveva partecipato, n.d.r.), mi arrestino e mi uccidano pure, ma io non solo non mi nascondo, ma debbo e voglio operare in uniforme. Ordino che tutti i dipendenti compiano il loro attuale dovere, a qualsiasi costo”.

Il Capitano Aversa fu fucilato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine. 

Una settimana prima di rastrellare il ghetto ebraico di Roma, i nazisti decisero di arrestare e deportare tutti i Carabinieri romani. I tedeschi consideravano i militari dell’Arma “inaffidabili”, anche per avere combattuto a Napoli in favore della popolazione durante le famose “quattro giornate” del settembre 1943. Fu così che, il 7 ottobre del ’43, oltre 2000 Carabinieri furono disarmati e deportati verso il Nord. Fortunato Caccamo, come centinai di suoi commilitoni, riuscì a scappare prima che l’operazione di rastrellamento fosse conclusa. 

Come tanti militari, in quei terribili mesi, il Carabiniere Caccamo entrò, col nome di battaglia “Tito”, nel “Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri”, definito anche Banda Caruso”, perché organizzato dal Generale dell’Arma Filippo Caruso, anch’egli calabrese. 

Nella guerra di liberazione, il partigiano “Tito”, ancor che ventenne, partecipò a variate azioni nella zona dei Monti Albani e di Palestrina, occupandosi di curare i collegamenti con le formazioni partigiane guidate prima dal Maggiore Lazzaro Dessy e poi dal Maggiore Costantino Ebat, che sarà fucilato insieme al nostro Fortunato. I nazisti nella Capitale eseguirono continue perquisizioni per catturare i Carabinieri, anche attraverso delazioni. Ed è probabile che le SS, il 10 dicembre 1943 e il 23 marzo 1944, arrestarono il Tenente Colonnello Giovanni Frignani, il Maggiore Ugo de Carolis, il Capitano Raffaele Aversa, i Tenenti Romeo Rodriguez Pereira e Genserico Fontana, nonché il Brigadiere Candido Manca, anch’essi tra i 335 italiani fucilati alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Due giorni dopo, il 26 marzo 1944, l’attività operativa di Fortunato Caccamo fu definitivamente bloccata. Il giovane “Tito” fu arrestato dai nazisti a Roma, in Piazza Bologna, tradito da una spiata. Ripetutamente torturato nel carcere di via Tasso, rispose con l’assoluto silenzio. In questo modo, il giovane Fortunato evitò che le SS avessero informazioni sui capi e sui gregari dell’organizzazione. Come recita la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare concessagli: “Nessuna lusinga o allettamento dei suoi aguzzini lo faceva deflettere dal giuramento prestato”. Il 9 maggio 1944 fu processato e condannato a morte dal Tribunale di guerra tedesco. Gli alleati erano da settimane alle porte di Roma, liberata il 4 giugno.

Ma fu il giorno prima, alle ore 10:00 del 3 giugno 1944, mentre i tedeschi preparavano la ritirata, che il Carabiniere Fortunato Caccamo fu condotto a Forte Bravetta e fucilato con Mario De Martis (tenente pilota), Costantino Ebat (maggiore dell’Esercito), Guido Orlanducci (sergente), Giovanni Lupis e Emilio Scaglia (guardie di pubblica sicurezza). Dopo la guerra, alla memoria dell’eroico Carabiniere Fortunato Caccamo fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione: “Carabiniere animato da elette virtù militari, sottrattosi coraggiosamente alla cattura delle forze tedesche, entrava subito a far parte dell’organizzazione clandestina dei Carabinieri della Capitale. Catturato su delazione, sebbene sottoposto, per lunghi mesi, a feroci torture, manteneva assoluto silenzio, evitando così di far scoprire capi e gregari dell’organizzazione. Nessuna lusinga o allettamento dei suoi aguzzini lo faceva deflettere dal giuramento prestato. Compreso solo del bene della Patria, donava la sua giovane esistenza affrontando serenamente la morte per fucilazione. Luminoso esempio di attaccamento al dovere e all’onore militare”.

La motivazione della Medaglia d’Oro è chiara per comprendere l’eroismo di Fortunato Caccamo, Carabiniere ucciso a 21 anni per la libertà della nostra Italia. 

L’Eroe reggino è stato tra i tanti militari protagonisti della guerra di liberazione. Un partigiano vero, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel 1984 volle riconoscere l’impegno dei Carabinieri anche in quei momenti drammatici per l’Italia, concedendo la terza Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Bandiera dell’Arma.

Questa è la motivazione: “Dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, in uno dei periodi più travagliati della storia d’Italia, in Patria e oltre confine, i carabinieri frazionati nell’azione ma uniti nella fedeltà alle gloriose tradizioni militari dell’Arma, dispiegarono sia isolati, sia nelle formazioni del Corpo Volontari della Libertà e nelle unità operanti delle Forze Armate eminenti virtù di combattenti, di sacrificio e di fulgido valore, attestate da 2735 caduti, 6521 feriti, oltre 5000 deportati. Le ingenti perdite e le 723 ricompense al valor militare affidano alla storia della prima arma dell’Esercito la testimonianza dell’insigne contributo di così eletta schiera di carabinieri alla Guerra di Liberazione, tramandandola a imperituro ricordo. Zona di operazioni, 8 settembre 1943- 25 aprile1945”.

Nel centenario della sua nascita, affermiamo che Fortunato Caccamo non è un eroe dimenticato. L’Arma dei Carabinieri ha intitolato a lui le caserme del Comando Provinciale di Reggio Calabria in Via Aschenez e del Comando Stazione Carabinieri di Roma “San Giovanni” in via Britannia. Il suo nome non è stato dimenticato dalle migliaia di militari che, negli ultimi decenni, hanno lì operato silenziosi in favore dei cittadini onesti.

Nel Centenario della sua nascita, si auspica che la sua città d’origine possa decidere di intitolare a Fortunato Caccamo una via nella città di Reggio Calabria per ricordare l’eroico concittadino e non dimenticare il sacrificio, le rinunce, il sangue versato di tutti i patrioti della guerra di liberazione. Così, a testimoniare il ripudio per le guerre e inneggiare un monito alle generazioni a venire, perché Reggio Calabria continui il percorso di legalità intrapreso e confermi un ulteriore riscatto. E non è utopia! (cs e cn)

Addio a Empio Malara, il grande urbanista cosentino

Cordoglio in Calabria per la scomparsa di Empio Malara, decano degli architetti italiani. Nato a Cosenza, ma trapiantato a Milano, Malara diede un importante contributo alla città di Rende, con lo sviluppo del Piano Regolatore di cui è stato l’artefice.

«Un precursore della modernità e tra gli antesignani della sostenibilità ambientale applicata all’architettura, ma anche il depositario di una visione delle città estremamente innovativa e al passo con i tempi», lo ha definito il sindaco di Cosenza, Franz Caruso, esprimendo il suo cordoglio.

«Fine urbanista – ha sottolineato ancora Franz Caruso – Empio Malara ha dato un contributo decisivo allo sviluppo della città di Rende del cui Piano regolatore è stato grande artefice. Formatosi a Milano, non recise mai il legame con la sua terra d’origine che ha fertilizzato con progetti sempre lungimiranti e di portata rivoluzionaria. Le sue teorie sui modelli di città urbanisticamente sostenibili hanno fatto scuola, illuminando il cammino di intere generazioni di architetti».

«Empio Malara – ha aggiunto il primo cittadino – è stato un visionario, nel senso più positivo del termine, qualità che non mancava di trasferire in articoli ed interventi pregni di significato e contenuti e che gli faceva accarezzare, fino alla scorsa estate, l’idea più volte vagheggiata, di una Grande Cosenza in grado di diventare, in un futuro neanche troppo lontano, la capitale della Calabria. Un sogno al quale Empio Malara non metteva limiti, né condizionamenti e che poggiava il suo fondamento su un processo di rigenerazione della Cosenza storica che lui definiva “Alta”».

«E alla Grande Cosenza, che aveva ribattezzato, appunto, città-Capitale – ha proseguito – Malara attribuiva, demandando i collegamenti all’alta velocità, una centralità geografica regionale innegabile e baricentrica, con una potenzialità urbana di gran lunga superiore a tutte le altre città della Calabria. Il suo disegno della Cosenza del futuro non era disgiunto dalla necessità di valorizzare il patrimonio culturale e le bellezze paesaggistiche. E anche sulla realizzazione del nuovo Ospedale, Malara ha dato sostegno alle nostre scelte rafforzandole con il suo autorevole punto di vista».

«Ne sentiremo la mancanza, ma i suoi insegnamenti e le sue intuizioni vanno additati alle nuove generazioni e a chi ha a cuore le sorti delle città», ha concluso.

Cordoglio è stato espresso dall’Amministrazione comunale di Rende, ricordando Malara come «uno dei redattori dello strumento urbanistico di Rende e redattore delle varianti successive fino agli anni ’80. Una figura che ha considerevolmente contribuito al peculiare volto e patrimonio identitario della nostra città. L’indissolubile legame tra la Città di Rende e la tangibile e ben riconoscibile attività professionale espletata dall’architetto Empio Malara a favore della nostra comunità non andrà persa, ma la nostra città ne serberà per sempre memoria».

«Empio Malara, ha inoltre contribuito alla progettazione del Seminario Arcivescovile e Teologico San Carlo Borromeo – ha ricordato l’Amministrazione – del Centro Sociale di Saporito e del Quartiere Europa in qualità di co-progettista nell’epoca a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Malara tratteggiò quello che sarebbe diventato un esempio virtuoso di pianificazione urbana capace di coniugare residenzialità e socialità in perfetta armonia con l’ambiente».

«Un modello che, ancora oggi – conclude la nota – l’amministrazione comunale persegue e che continuerà a seguire». (rrm)

Al poeta gioiese Rocco Giuseppe Tassone il Premio Internazionale “Letteratura”

Prestigioso riconoscimento per il poeta gioiese Rocco Giuseppe Tassone, a cui è stato assegnato il Premio Internazionale “Letteratura”, per la poesia in lingua La morte non parla.

Il riconoscimento, giunto alla 38esima edizione, è indetto dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli.  La cerimonia di premiazione si terrà a Napoli il prossimo 18 febbraio nella sala Gabriele D’Annunzio dell’Istituto di Cultura di Napoli. La Giuria presieduta dal prof Roberto Pasanisi e composta dai redattori della rivista Nuovi Lettere ha scelta la lirica del Tassone tra 1037 autori partecipanti.

Rocco Giuseppe Tassone, Cavaliere della Repubblica, ha dato alle stampe 70 volumi tra poesia, storia locale, glottologia, saggistica ed è nato a Candidoni. (rrm)

Ernesto Carbone un cosentino al Csm

di PINO NANO – È calabrese Ernesto Carbone, l’avvocato eletto dal Parlamento in seduta comune come membro del Consiglio Superiore della Magistratura, e come consigliere laico di opposizione.

Avvocato, in passato anche parlamentare eletto alla Camera dei deputati per il PD, membro della Segreteria nazionale del Partito Democratico come Responsabile della Pubblica Amministrazione e del Made in Italy, amico personale e fidatissimo di Matteo Renzi da tempi non sospetti, e da giovane tra i migliori ricercatori di Nomisma, il gruppo degli intellettuali e degli analisti che ruotavano attorno all’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi.

Nato a Cosenza il 25 giugno del 1974, mai come nel suo caso il segno zodiacale rende perfettamente aderente e reale il racconto del personaggio. «Quello del Cancro è un segno molto complesso. È fortemente orientato alla difesa dei propri spazi, conscio degli innumerevoli pericoli del mondo. Per questo motivo, è molto legato alla famiglia e alla casa. Sa che, creandosi una propria sfera protettiva, potrà affrontare gli imprevisti in maniera efficace. L’ospitalità all’interno di questo mondo è concessa soltanto a pochi e fidatissimi eletti, i quali vengono però accuditi e assistiti come nessun altro segno sa fare. Non a caso, il Cancro è associato al culto del letto e del sonno sereno».

La storia di Ernesto Carbone è la classica storia dell’enfant prodige, che lascia Cosenza per Bologna, e all’Università diventa uno dei “primi del suo corso”. Si laurea nel 1998 con tesi di laurea in Diritto Costituzionale dal titolo Il finanziamento pubblico dei partiti politici, relatore il famoso Prof. Augusto Antonio Barbera, e da qui poi il salto in politica. Dal 2001 al 2004 lavora con ruoli diversi in Nomisma, la società di consulenza bolognese fondata da Romano Prodi, e nel 2002 incomincia ad esercitare la professione forense.

Tra il 2004 e il 2005 è direttore delle relazioni istituzionali di Alma Graduate School dell’Università di Bologna, e questo lo rende personaggio di spicco e di riferimento del grande ateneo boglognese, ma già a Cosenza, da giovanissimo studente del Liceo Telesio, Ernesto Carbone si era contraddistinto per questo suo carattere aperto gioviale ed estroverso, e per questa sua capacità di sintesi rispetto ai problemi da risolvere. Probabilmente suo padre Antonio, storico direttore del Banco di Napolia Cosenza tutti lo ricordano per il suo garbo estremo e la sua disponibilità umana – sognava per lui una futuro da commercialista o da bancario, ma Ernesto aveva deciso invece di girare il mondo e di fare cose diverse dalla solita routine che suo papa ogni sera si portava a cena a casa, e così ha fatto.

Tra il 2005 e il 2008 ricopre l’incarico di Direttore Generale della Fondazione “Governare Per” guidata da Romano Prodi, qualche anno più tardi trasformatasi in Fondazione per la collaborazione tra i popoli e da aprile 2012 ad aprile 2013  diventa Presidente e Amministratore Delegato della Sin Spa, società pubblica controllata dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, società che si occupa di sviluppare e gestire il sistema informativo agricolo nazionale (Sian) ed ha, come soci di minoranza, Ibm, AlmavivA, Telespazio, Agriconsulting e Cooprogetti.Poi nel 2014 diventa membro della Fondazione Italia USA, un ruolo strategico e anche internazionale.Sei anni dopo, nel 2020 viene nominato membro del consiglio d’amministrazione di Terna dalla Cassa Depositi e Prestiti. Un curriculum dunque di tutto rispetto.

Ma il giovane cosentino svoilge anche un ruolo di primo piano nelle vicende della Seconda Repubblica. Tra il 1998 e il 2000 è membro della segreteria tecnica del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, nel ruolo di esperto di problemi giuridici relativi all’impresa e nello stesso tempo è assistente del presidente della Commissione europea.Tra il 1999 ed il 2000 è membro del gruppo di lavoro della Presidenza del Consiglio dei ministri, per il coordinamento della Missione Arcobaleno in Albania, città di Durazzo e Kukes. E tra il 1999 ed il 2000 è membro del nucleo di supporto tecnico del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali.

Ma non è tutto. Da gennaio ad aprile 2000, diventa parte fondamentale del nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici, legge 144 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali , e tra il 2006 e il 2008 assume il ruolo di capo della segreteria particolare dell’allora ministro per le politiche agricole Paolo De Castro. Poi ancora tra il 2009 e il 2012 collabora con la Presidenza della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.

Non soddisfatto però di far parte della macchina burocratica del Paese, si candida al Parlamento e alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato nella circoscrizione III Lombardia per il Partito Democratico. Una volta a Montecitorio diventa componente della Commissione Finanze e della Commissione Giurisdizionale per il personale della Camera dei deputati.

Per tre anni di seguito, dal 2014 al 2017, sarà poi ogni sera in televisione, come responsabile nazionale del Partito Democratico con delega alla Pubblica Amministrazione, innovazione e Made in Italy, Segretario del partito Matteo Renzi, e di cui Ernesto Carbone è uno degli amici più fidati e inseparabili.

In parlamento molti lo chiamano il “Turborenziano”, come per indicare l’energia con cui Carbone si è sempre dato a Matteo Renzi.Il 4 marzo 2018 si ricandida alle elezioni politiche al Senato della Repubblica in Emilia-Romagna, ma non viene eletto.Nel 2019 lascia poi definitivamente il Partito Democratico e aderisce ad Italia Viva, seguendo Matteo Renzi in questa nuova avventura politica. Come dire? Renzi for ever. (pn)

Addio a Giovanni Puccio, storico dirigente del PD

Cordoglio, in Calabria, per la scomparsa di Giovanni Puccio, storico dirigente del PD, ex responsabile organizzativo regionale e sindaco di Botricello.

Era molto conosciuto in tutta la regione per la sua lunga militanza nell’ex Pci prima e appunto nel Pd dopo, con incarichi a livello provinciale, regionale e nazionale. È stato, anche, coordinatore del PD per l’area Metropolitana di Reggio Calabria.

«Il Partito Democratico della Calabria – si legge in una nota – annuncia con dolore e commozione la dipartita del compagno Giovanni Puccio, storico dirigente leale e solidale, per tutti amico sincero, uomo onesto e generoso».

«Giovanni lascia in tutti noi il ricordo del suo impegno costante e integerrimo – continua la nota – sempre disponibile, sempre pronto a sostenere il partito ed i nostri valori. La nostra affettuosa vicinanza alla famiglia, a coloro i quali fino alla fine gli hanno voluto bene ed hanno lottato insieme a lui, a chi come noi lo porterà sempre nei suoi ricordi».

Il segretario regionale del Pd, Nicola Irto, ha detto: «con lui se ne va un uomo di partito di alto valore. Un compagno di tante battaglie politiche del Partito Democratico».

«Ha dato tutto al partito, sempre – ha continuato –. Presente sia nei momenti dei successi sia, soprattutto, nei passaggi più critici e di difficoltà. Giovanni c’era. Pronto a sostenere la comunità, le idee condivise, l’organizzazione di una grande comunità politica. Per me un punto riferimento per la lucidità dell’analisi e la concretezza. Ci mancherai, Giovanni».
Anche Giusy Iemma, vicesindaco di Catanzaro, ha espresso il suo cordoglio per Giovanni Puccio, «per gli amici Già Già».
«Una lunga malattia lo ha portato via, dopo tanta sofferenza – ha scritto su Facebook –. Eppure lui ha combattuto come sempre, in silenzio e con la dignità e la discrezione che lo hanno contraddistinto in questa vita terrena. L’anima del Partito, che tanto ha dato al popolo di sinistra e nulla ha chiesto, se ne va in punta di piedi».
«Tante le battaglie fatte con lui, Giovanni ha sempre avuto visione politica e generosità – ha concluso –. Un pezzo della nostra storia se ne va via. Faremo tesoro dei tuoi insegnamenti».
«Giovanni Puccio è stato un uomo e un dirigente politico di grande valore – ha scritto su Facebook, Ernesto Magorno – competente e appassionato. Una figura d’altri tempi per onestà intellettuale, spirito di servizio e umiltà con il quale ho avuto modo di condividere parte del mio percorso politico, trovando in lui sempre un prezioso e insostituibile punto di riferimento».
«La notizia della sua morte addolora moltissimo e con lui la Calabria – ha continuato – perde un custode e un autentico interprete della storia politica regionale. Lucido e generoso nelle analisi politiche, non ha mai fatto mancare il suo sostegno nella crescita e nella formazione delle nuove generazioni che si affacciavano alla militanza politica. Giovanni ha fatto tanto, perché ha sempre creduto nella politica come strumento di cambiamento e di servizio alle comunità. Un sentimento di vicinanza e affetto in questo momento di addi e saluti mi lega alla sua famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene».
«Oggi è un giorno molto triste. Abbiamo perso un riferimento, un compagno, un caro amico – hanno scritto i Giovani Democratici Locri –.

Giovanni Puccio rappresentava la generazione dei valori politici e dell’onestà, del confronto sincero e diretto e degli sguardi speranzosi verso i giovani e il futuro. Ci uniamo al dolore dei suoi cari nella speranza che con l’esempio che ci ha lasciato e con il ricordo, Giovanni illumini la nostra azione. Riposa in pace, Compagno Puccio». (rrm)

Addio a Francesco Bruno, tra i padri della criminologia italiana

di PINO NANOAveva 74 anni, e se ne è andato in silenzio per come aveva scelto di vivere, dopo essersi ritirato nella sua Celico, dove era nato il 10 maggio del 1948, alla ricerca probabilmente delle sue origini e del suo passato. Con lui scompare uno dei padri della criminologia italiana- lo chiama così Giancarlo Costabile, suo collega e compagno di lavoro all’Università della Calabria- dove il prof. Francesco Bruno era approdato dopo aver lasciato la Sapienza di Roma e la nevrosi di Roma Capitale.

Aveva una dote rara Francesco Bruno, non sapeva mai dirti di no, e ogni qualvolta dalla Rai lo cercavamo per una sua analisi o la lettura complessa di un vicenda di cronaca, lui c’era sempre, puntuale, preciso, preparato fino alla nausea, come se il caso trattato fosse già passato dalle sue mani e lui lo avesse già vivisezionato fino in fondo. Incredibilmente chiuso, malinconico, severo, prima di tutto con sé stesso, non concedeva nulla della sua vita privata agli altri, e per chi non conosceva a fondo la sua storia professionale pareva di avere a che fare con un intellettuale schivo e riservatissimo, che aveva scelto di vivere sommerso dai libri e con la testa immersa nei testi che più amava rileggere.

Uno scienziato – in questo ha ragione Arcangelo Badolati nel salutarlo ieri dalle pagine della Gazzetta del Sud – Uno scienziato capace di leggere tra le più nascoste pieghe della psiche umana. Uno studioso che ha analizzato le condotte e i comportamenti dei personaggi più pericolosi della storia del nostro Paese.

I funerali si sono svolti ieri nella chiesa di San Michele a Celico e che lui considerava la sua vera casa. Lo studioso lascia la moglie, Simonetta Costanzo, docente universitaria all’Unical e il figlio Alfredo. A dare notizia della sua scomparsa è stato il sindaco di Celico, Matteo Lettieri. Criminologo di fama internazionale, docente di Psicopatologia forense alla “Sapienza” di Roma e di Pedagogia degli Adulti all’Università della Calabria, lo studioso – ricordano i suoi amici più cari – era malato da tempo.

A suo modo, un mito. Francesco Bruno – ricorda Arcangelo Badolati – ha legato il suo nome alle grandi vicende di cronaca del Paese, dal “mostro di Firenze” al terrorismo, passando per decine di casi di “nera” registrati negli ultimi 40 anni, offrendo il suo illuminato contributo scientifico alle più importanti organizzazioni europee specializzate nella lotta al crimine. Nella veste di consulente ha collaborato anche a lungo con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e i servizi di sicurezza.

Nei primi anni ’80, su impulso di Vincenzo Parisi, che allora era al vertice del Sisde, l’illustre studioso calabrese pubblica il primo studio universitario che collega gli omicidi commissionati al “Mostro di Firenze” con l’esoterismo e il fine sacrificale.

Allievo del grande criminologo Franco Ferracuti, Francesco Bruno ci lascia come sua eredità spirituale decine di pubblicazioni scientifiche e di saggi importanti. Durante tutta la sua carriera accademica ha compiuto ricerche fondamentali nel campo delle droghe di abuso, dei crimini mostruosi, dell’adolescenza e dei rapporti tra i sessi firmando originali monografie che hanno poi attirato su di lui l’attenzione del mondo accademico di tutto il mondo. Ricordo che quando veniva da noi in RAI per una delle sue tante interviste e io provavo a ricordargli dei suoi successi lui si schermiva e si nascondeva dietro un semplice sorriso, mai una parola di troppo, mai una battuta superficiale, mai un gesto di insofferenza o di superficialità. 

Eccellenza cosentina prima ancora che italiana. «Il prof. Francesco Bruno – sottolinea il sindaco di Cosenza, Franz Caruso – è stato vanto ed orgoglio per Cosenza, la sua provincia e la Calabria intera e tutto questo ancor prima che la sua notorietà fosse notevolmente accresciuta dalle numerose trasmissioni televisive cui abitualmente veniva invitato e partecipava. Il fatto che oggi non sia più tra noi ci rattrista e ci priva di una grande figura nell’ambito degli studi di criminologia, settore nel quale ha rappresentato una vera eccellenza e  di profilo non solo nazionale».

Va ricordato anche – aggiunge Arcangelo Badolati – che in Calabria, tra le tante cose di cui il famoso criminologo s’è occupato, vi fu a metà degli anni 90 del secolo scorso, «la vicenda riguardante l’unico serial killer individuato nel territorio regionale: Francesco Passalacqua, poi condannato all’ergastolo, responsabile di tre delitti compiuti nell’area dell’Alto Tirreno cosentino. Il professore esaminò la personalità dell’uomo come consulente della pubblica accusa».

Commosso anche il ricordo di Alfredo Antoniozzzi, ex europarlamentare di Forza Italia e oggi deputato di Fratelli d’Italia: «L’Italia perde un grande uomo Piango la morte di un grande concittadino che lascia un grande vuoto in ognuno di noi». (pn)

 

All’Università di Bologna la tesi sul futuro della chemioterapia del calabrese Aurelio Spinoso

di PINO NANOEccellenze fuori casa, o meglio eccellenze calabresi oltre. In questo caso parliamo di un giovane ricercatore calabrese, il dottor Aurelio Spinoso, che si laurea all’Università di Bologna con una tesi di laurea sperimentale sulla terapia fotodinamica, e che a giudizio degli analisti più sofisticati di questo settore traccia i confini dei nuovi orizzonti della lotta contro il cancro.

«Il mio lavoro di tesi – spiega il giovane ricercatore calabrese – è stato incentrato sulla realizzazione di un sistema nanoparticellare da utilizzare in terapia fotodinamica. Questa rappresenta ad oggi una validissima alternativa rispetto alle convenzionali chemio e radio terapia poiché risulta: selettiva, non invasiva (non prevede interventi chirurgici), immunostimolante (e non immunosoppressiva come nel caso di chemio e radio). Per applicare la terapia fotodinamica ci si serve di una molecola fotosensibile e di una specifica radiazione. Tale molecola viene iniettata al pazienta disciolta in una formulazione specifica, dopodiché grazie ad una lampada che emette la radiazione prescelta si irradia la zona interessata dal tumore». 

E qui sta la conclusione più esaltante della sua tesi di laurea.

«Grazie infatti alla luce irradiante – sorride con estrema semplicità il dr. Aurelio Spinoso – la molecola iniettata si attiverà distruggendo selettivamente le cellule tumorali e preservando quelle sane. La ricerca in questo settore è ancora in corso, molti aspetti tecnici vanno ancora migliorati ma di certo si è sulla buona strada». 

Cosa farà a questo punto dottore? Rimane a Bologna o è già pronta una nuova valigia e un nuovo biglietto aereo?

«Confesso che il mio obiettivo è quello di proseguire in quel settore della chimica che strizza sempre un occhio al corpo umano, una sorta di ponte con il settore medico, poiché da sempre desta in me fascino ed interesse». 

Me lo traduca in parole più semplici per favore…

«Dato il primato nell’ambito delle nanotecnologie l’obiettivo prioritario è ora quello di partecipare agli studi condotti dai gruppi di ricerca della Nanyang Technological University di Singapore. Ma non per fermarsi alle loro conclusioni, ma per andare oltre e immaginare sempre di più una sanità al servizio di chi soffre».

Il dottor Aurelio Spinoso è nato a Cosenza il 19 settembre 1996, dopo il diploma di maturità scientifica al Liceo Enrico Fermi di Cosenza prende la laurea triennale in Chimica presso l’Università della Calabria, e da qui si sposta a Bologna per la sua laurea magistrale. Titolo della tesi: “Sintesi, caratterizzazione e biocounigazione di nanoparticelle di albumina per applicazioni fototeranostiche”, relatore di tesi: prof. Matteo Calvaresi (UniBo), quanto basta per pensare che la ricerca scientifica non si ferma mai, e in questo caso ha la faccia e lo sguardo disincantato di un ragazzo che fino a ieri l’altro viveva e giocava a due passi dall’Ospedale Civile di Cosenza, dove la sua mamma lavora dodici ore al giorno nel chiuso di un laboratorio chimico con una passione e una professionalità che certamente Aurelio ha assorbito da ragazzo, e che oggi ha prodotto questo suo primo successo professionale. (pn)

 

Il catanzarese Vincenzo Ursini vince il Festival dei Due Parchi di Ascoli Piceno

È il poeta catanzarese Vincenzo Ursini ad aver vinto la 13esima edizione del Festival dei Due Parchi di Ascoli Piceno, con la lirica Tristezze vagabonde.

Ursini,  noto anche come editore, paroliere e presidente dell’associazione culturale “Accademia dei Bronzi”, sarà premiato il 15 dicembre ad Ascoli Piceno. Ursini si è imposto con la lirica Tristezze vagabonde, scritta alla fine degli anni Settanta. Poesia intensa, sofferta, carica di chiari riferimenti personali e dedicata al padre, deceduto nel 1966 a soli 39 anni.

Al 2° posto si è classificata Loretta Stefoni con “Quell’eco di pianto”, mentre la sezione “ragazzi” è stata vinta da Asije Hadziu, Lucia Mazzola e Angela Rodriguez.

«Dal ricordo dell’infanzia, passata a giocare fra divertimenti improvvisati e difficoltà di una condizione non agiata – scrive Alessandro Randone in merito alla lirica di Ursini – emerge un rapporto conflittuale col genitore, fatto di momenti estremi, nei quali il poeta si lascia andare a desideri di rivalsa, espressi in forma di turpi preghiere. Tutto ciò fino al momento in cui il genitore muore, prematuramente, lasciando nel figlio il desiderio del contatto con le sue mani, così forti e ruvide nel trasmettere le proprie carezze, eredi di un’epoca dai tratti eroici che, purtroppo, non esiste più”.

Il Festival dei Due Parchi era articolato in due sezioni: la prima, a tema libero, riservata alla partecipazione di poeti professionisti e la seconda aperta ai ragazzi di età inferiore ai 14 anni che sono stati chiamati a confrontarsi con le problematiche ambientali e dei territori, con la riscoperta e la conservazione delle bellezze naturali ed in particolare di quelle del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Promosso dal Centro Internazionale Antropoartistico Counseling (CIAC), con il Patrocinio della Regione Marche e del Comune di Ascoli Piceno (Medaglia d’oro al valore militare per attività partigiana), il Festival dei due Parchi è nato, quindi, con l’intento di dar vita ad una sorta di unione simbolica tra i due Parchi Naturalistici, lì dove corrono i confini tra la regione Marche e la regione Abruzzo. Il tutto, proponendo l’utilizzo dell’arte e dei linguaggi artistici universali come veicolo d’incontro e di dialogo tra le persone e tra i popoli.

Dopo il saluto delle autorità e l’intervento della presidente di giuria, Rosa Iarussi, il programma prevede la lettura delle opere poetiche premiate, con omaggio coreografico da parte delle allieve di Danza Classica e Moderna della professoressa Maria Luigia Neroni dell’Istituto Musicale “Gaspare Spontini”. L’incontro si concluderà con la proclamazione dei vincitori e la premiazione di Vincenzo Ursini.

Nato a Pertrizzi, Ursini vive da tempo a Catanzaro. Ha pubblicato: “Senza frontiere” (Perri, 1973), “La terra dei padri” (Gabrieli, 1974), “L’esule” (Gabrieli, 1976), “Storie di periferia” (Gabrieli, 1977), “Il cuore e le pietre” (Isteu, 1981) e – lo scorso mese di novembre – “Eravamo comunisti”, poesie e canzoni di lotta, amore e libertà  (Nuova Accademia dei Bronzi, 2022). 

Nel 1973 è stato insignito del Premio di Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha, inoltre, promosso e presieduto centinaia di iniziative artistico-letterarie, tra le quali il premio “Città di Valletta” (realizzato per dieci anni consecutivi a Malta, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Maltese che consegnava personalmente i riconoscimenti ai vincitori) e il premio “Alda Merini” giunto, quest’anno, all’undicesima edizione. (rrm)