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Il Palazzo dell'AMministrazione Provinciale di Catanzaro

Province: la mini-riforma è solo l’inizio di un lungo percorso non più rinviabile

di MICHELE DROSI – Il 7 agosto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge 144 sulla funzionalità della Pubblica amministrazione e degli enti territoriali, che prevede il riallineamento della durata dei mandati dei consiglieri provinciali  a quella dei presidenti. L’intervento normativo supera  una delle tante anomalie della legge Delrio e risolve un problema contingente ma, come ha opportunamente sottolineato il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, lascia aperte tutte le contraddizioni irrisolte di una delle riforme più fallimentari della storia repubblicana.

Le vecchie  Province, che hanno rappresentato per oltre un secolo e mezzo l’anello di congiunzione funzionale tra Stato e territorio, infatti, sono state spinte sull’orlo del baratro dalla legge 56 del 2014, che ha dato luogo a un sistema elettorale di secondo grado che prevede come elettori i Sindaci e i consiglieri comunali del territorio, con un voto ponderato in base alla popolazione che rappresentano.

Per cui le “nuove” Province non rappresentano più direttamente la volontà dei cittadini-elettori, ma si pongono a metà strada per mediare tra la volontà dei consiglieri-grandi elettori e le Regioni.

Insomma, una vera e propria torsione intrisa di demagogia e populismo, che, purtroppo, da qualche tempo, sono il tratto distintivo di buona parte del dibattito politico nel Paese.

Con l’aggravante di aver innescato tagli inesorabili. Con ventimila dipendenti in meno su 48.000 totali, pur in presenza delle competenze che sono rimaste sempre le stesse: la manutenzione di 135 mila chilometri di strade (la nervatura carrozzabile del Paese) e la gestione di 6000 scuole.

Manutenzione e gestione messe a dura prova a causa dell’assurda e inspiegabile soppressione di cospicui finanziamenti messa in atto dal governo centrale (650 milioni tagliati nel 2015, un miliardo e 300 milioni svaniti nel 2016 e così via).

Da qualche tempo le Province sono tornate a farsi sentire per sollecitare un  giusto ritorno all’elezione diretta dei consigli provinciali da parte dei cittadini.

In questa direzione si è dato da fare innanzitutto l’UPI (Unione Province Italiane) che nella trentacinquesima Assemblea congressuale, che si è svolta alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha posto la necessità di riformare le Province, riattribuendo loro il ruolo sancito dalla Costituzione di collante tra territori e le comunità locali, di garante di coesione sociale. Assicurando certezza normativa, funzioni fondamentali chiare che prevedano l’adeguata copertura finanziaria, personale, una nuova fiscalità dell’Ente, la previsione dell’elezione a suffragio universale e diretto di Presidente e Consiglio, la reintroduzione della Giunta.

E anche forze politiche come la Lega, alcune Regioni come il Friuli e la Sardegna, il gruppo consiliare del PD della Regione Piemonte e tanti altri hanno assunto iniziative di vario segno tendenti a ripristinare l’elezione diretta che comporterebbe una previsione di spesa di 223 milioni di euro. Ma, ad oggi, senza alcun esito.

Ogni sincero proposito di riforme merita certamente l’auspicio e l’augurio di conseguire un risultato positivo. Ma l’esperienza pluriennale di tentativi falliti, alcuni anche all’ultimo miglio, induce, se non al pessimismo, almeno alla cautela.

 

Tuttavia, se prima di avviare il cantiere delle grandi riforme, che si è rivelato un impegno sempre molto faticoso e complicato, si riuscisse a fare insieme alcune cose, più piccole benchè significative, sarebbe il modo migliore per creare quel clima giusto e necessario per realizzare successi più ambiziosi e rilevanti.

La riforma per tornare alle vecchie  Province sarebbe una di quelle piccole cose da fare subito con un pò di buon senso e tenendo conto di bisogni e criticità largamente emersi ed evidenziati dalla crisi della democrazia negli ultimi decenni.

In questi anni le Province sono sopravvissute mantenendo quasi per intero le loro funzioni ma con mezzi del tutto inadeguati. E’ importante, quindi, ridare a questi Enti i mezzi e gli strumenti che servono a esercitare quelle funzioni a cui sono chiamati.

Altrimenti il ruolo di collegamento che è venuto a mancare tra i Comuni e la Regione rischia di ripercuotersi, come è già avvenuto, da un lato, sul senso di solitudine istituzionale dei Comuni, e dall’altro sulla impossibilità delle Regioni di ottenere la collaborazione dei Comuni in rapporto alla riuscita delle politiche pubbliche organizzate per ambiti territoriali o per ambiti tematici.

In conclusione è necessario evitare che, nel mettere mano alle riforme relative all’articolazione istituzionale del Paese, prevalga, come spesso è avvenuto, una certa schizofrenia che ha provocato confusione, sovrapposizioni, contraddizioni e ritardi.

Mentre, invece, c’è assoluto bisogno di delineare un quadro chiaro, razionale, lineare e più efficiente per poter erogare nel migliore modo possibile i servizi essenziali ai territori e alle comunità.

Ecco perché decidere definitivamente come deve funzionare questa istituzione, smettendola una volta per tutte con le toppe normative, è la vera riforma da compiere.