LA SVIMEZ: INVESTIRE NELL’ACQUA AL SUD
PER FAR CRESCERE IL PIL E L’OCCUPAZIONE

Nel Mezzogiorno, soprattutto in Calabria, le perdite idriche e lo spreco dell’acqua sono un gravissimo problema. Eppure, se si investisse nel settore idrico, con un finanziamento aggiuntivo di 3 miliardi di euro da destinare alle imprese meridionali, si «genererebbe un incremento del Pil dello 0,3% in Italia, con un significativo recupero del Mezzogiorno: nel triennio 2021-2023 la maggiore crescita cumulata del Pil del Sud sarebbe +1,1%, contro +0,1% previsto per il Centro-Nord».

È quanto è emerso dal rapporto redatto dalla Svimez con il supporto di Utilitalia, che è stato presentato nel corso di un webinar sul tema Pnrr: Investimenti e nuove politiche per un moderno servizio idrico nel Mezzogiorno, a cui hanno partecipato il direttore Luca Bianchi, il presidente di Utilitalia, Michaela Castelli e il ministro per il Sud, Mara Carfagna.

Dal report, è emerso che «lo spreco dell’acqua, in particolare nelle regioni meridionali, è sempre troppo elevato: al Nord mediamente le perdite idriche si attestano intorno al 28%, al Sud superano il 47%, con picchi del 60% in alcuni capoluoghi siciliani e campani» e che «a fronte degli evidenti divari di qualità riscontrati, le tariffe mediamente non sono così difformi sul territorio nazionale: anzi, in alcune aree del Mezzogiorno sono perfino sensibilmente superiori rispetto a quelle del Nord, dove una parte dell’efficientamento del servizio si è riflessa in minori costi del servizio stesso oltre che nell’incremento della qualità».

Secondo il Report, «appena il 7% delle famiglie del Nord è poco o per niente soddisfatto del servizio, contro il 21% delle famiglie del Mezzogiorno, con una punta del 36% in Calabria».

«Rispetto a un investimento medio degli altri Paesi europei di 90 euro per abitante – si legge – l’Italia ha investito molto meno, circa 39 euro (dati 2017). Gli investimenti nel Mezzogiorno si attestano a meno, circa 26 euro, rispetto ai 39 del Centro-Nord. Per di più, nelle gestioni comunali in economia, significative in molte Regioni meridionali, l’investimento medio (2015-2016) scende tra i 4 ed i 7 euro per abitante. Per riequilibrare il divario di investimenti tra Nord e Sud, in base alla clausola del 34%, per la quale si è battuta a lungo la Svimez, e che è ormai legge, occorrerebbe un finanziamento aggiuntivo di quasi 3 miliardi da destinare alle imprese meridionali. Se, poi, si volesse riequilibrare in termini pro-capite il valore cumulato degli investimenti realizzati a partire dall’anno 2000, la misura di tale compensazione sfiorerebbe i 4 miliardi, con impatti maggiori in Sicilia, Campania e Calabria».

In base al Report, «il livello di fatturato per addetto è significativamente più elevato al Centro-Nord (circa 260mila euro) rispetto al Mezzogiorno (circa 184mila euro), così come la produttività lorda, misurata dal valore aggiunto per addetto, che al Centro-Nord si colloca intorno ai 134mila euro per addetto, contro i quasi 95mila del Sud. In base alle stime elaborate con il modello Nmods della Svimez, un piano di investimenti aggiuntivi per 3 miliardi nel settore idrico genererebbe un incremento del Pil dello 0,3% in Italia, con un significativo recupero del Mezzogiorno: nel triennio 2021-2023 la maggiore crescita cumulata del Pil del Sud sarebbe +1,1%, contro +0,1% previsto per il Centro-Nord».

«Sotto il profilo occupazionale – si legge – nel periodo di realizzazione degli investimenti, i posti di lavoro aumenterebbero di quasi 45mila unità, in gran parte, circa 40mila, concentrate nel Mezzogiorno, ma con una consistenza non trascurabile anche nel Centro-Nord (circa 5mila). Secondo il Report, serve nel Mezzogiorno una maggiore aderenza alle strutture d’impresa adottate al Nord, promuovendo aziende medio-grandi. Al Sud la dimensione media delle imprese supera di poco i 30 addetti, mentre al Centro-Nord raggiunge i 50. Inoltre, più di un terzo del valore delle gestioni idriche è privo di un soggetto industriale al Mezzogiorno, contro il 7,2% del Centro-Nord, con picchi in Molise, Calabria, Sicilia e Basilicata, dove oltre la metà del servizio idrico è in forma diretta».

«L’aver mantenuto in capo ai Comuni la gestione diretta del servizio idrico integrato nel Mezzogiorno, disapplicando sistematicamente la legge Galli, ha generato i ritardi rispetto al Nord. Nelle regioni dove la resistenza dei Comuni è stata maggiore nel cedere gli impianti a un gestore industriale, vi sono livelli più bassi d’investimenti e peggior qualità del servizio coniugata a tariffe più alte, proprio là dove le condizioni finanziarie e reddituali delle famiglie, in particolare al Sud, sono più precarie. La lievitazione dei costi, sommata alla mancata crescita delle tariffe, o alle blande riscossioni delle tariffe stesse pur se adeguate, rende insostenibile la resistenza dei Comuni».

Il Report contiene alcune proposte di policy per affrontare il problema: «Promuovere una gestione imprenditoriale; Allineare la governance agli standard nazionali; Individuare i gestori unici per ogni ambito ottimale; Imporre ai Comuni che erogano direttamente il servizio di cedere gli impianti al gestore individuato o di adottare il sistema regolatorio vigente e applicare tariffe coerenti con esso nel caso in cui non vi sia un gestore individuato; Garantire la capitalizzazione del gestore, realizzando una parte degli investimenti con un contributo pubblico, in modo da non scaricare sulle tariffe tutti gli oneri».

«Alla radice del divario di cittadinanza “idrico” ci sono scelte miopi della politica locale che hanno consegnato in molte parti del Mezzogiorno un servizio di pessima qualità, con perdite sulla rete anche del 70% e inesistenza di impianti di depurazione delle acque reflue” – ha commentato Luca Bianchi, Direttore Svimez –. Con il mantra illusorio dell’acqua pubblica è stata disapplicata la normativa nazionale, non sono stati fatti crescere i gestori industriali e si sono bloccati gli investimenti. Adesso bisogna accelerare per raccogliere la sfida della transizione ecologica e allineare le gestioni idriche del Mezzogiorno a quelle del Nord».

«Ridurre il gap infrastrutturale del sistema idrico al Sud – ha dichiarato la presidente di Utilitalia, Michaela Castelli – tutela i diritti dei cittadini ad usufruire di un servizio di qualità uniforme su tutto il territorio nazionale e, al contempo, può innescare una positiva dinamica di sviluppo economico e sociale. Occorre recuperare rapidamente il ritardo accumulato nelle regioni meridionali rispetto all’implementazione del quadro normativo e regolatorio nazionale. Nei territori in cui la riforma risalente a più di 25 anni fa non è stata ancora portata a compimento, servono interventi che permettano di superare le gestioni in economia, rilanciare gli investimenti e promuovere la strutturazione di un servizio di stampo industriale». (rrm)

 

TANTA ACQUA SPRECATA NEL MEZZOGIORNO
CALABRIA PRIMA NEI CONSUMI PRO-CAPITE

La Calabria è la regione con il maggiore consumo pro-capite di acqua potabile: è quanto emerge da un dossier di Legambiente, predisposto in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua. L’Italia, peraltro, è prima in Europa per prelievi di acqua a uso potabile, quindi risulta, nel complesso, un Paese a stress idrico medio-alto secondo l’Oms, poiché utilizza il 30-35% delle sue risorse idriche rinnovabili, con un incremento del 6% ogni 10 anni. La Calabria, tra tutte le regioni, è quella, tra le altre cose, che necessita di maggiori investimenti per quanto riguarda l’efficientamento della rete idraulica.

Fabio Borrello, presidente del Consorzio di Bonifica Ionio Catanzarese, parla di interventi per circa 527 milioni di euro, una somma non da poco, se si considera che in Calabria «anche per effetto dei cambiamenti climatici, si stanno già verificando e si verificheranno, con sempre maggiore frequenza, accanto ad eventi alluvionali estremi, fenomeni di grave siccità o carenza idrica» ha ricordato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

« Il dossier di Legambiente – ha detto Parretta – ci consegna una situazione allarmante che dovrebbe indurre le Autorità competenti ad agire con estrema urgenza per la tutela e valorizzazione delle fonti idriche e di tutti i servizi connessi. È necessario tenere molto alta l’attenzione su un tema così importante per la salute e per la stessa sopravvivenza della specie umana. L’acqua è un bene comune e costituisce un diritto che non può subordinato agli interessi privati ed al profitto».

Legambiente, nel suo dossier Acque in rete. Criticità e opportunità per migliorarne la gestione in Italia, rileva che per quanto riguarda le perdite di rete, «i dati raccontano come l’acqua che preleviamo non venga trattata adeguatamente e in modo sostenibile, ma spesso dispersa e sprecata, con un gap tra acqua immessa nelle reti di distribuzione e acqua effettivamente erogata che va da una media del 26% nei capoluoghi del Nord al 34% in quelli del Centro Italia, fino al 46% nei capoluoghi del Mezzogiorno».

Nel complesso, fino al 78%dell’acqua distribuita nelle città italiane può andare “sprecata” tramite le perdite nella rete di distribuzione, come nel caso di Frosinone. Tra le città metropolitane, dal 2014 al 2019 soltanto Bologna, Firenze, Milano e Torino si sono mantenute sotto il dato medio nazionale del 37%. C’è ancora molto da fare in città come Bari, Cagliari e Roma, costantemente rimaste al di sopra della media. Nel 2019, i consumi medi pro-capite di acqua nelle città capoluogo italiane non sono scesi sotto i 100 litri per abitante al giorno: tra quelle meno virtuose troviamo Milano e Reggio Calabria (entrambe oltre i 170 litri), mentre i consumi più contenuti si registrano a Palermo e Napoli (rispettivamente 111 e 114 litri).

Andando più nel dettaglio, nel rapporto si evince come «i tre capoluoghi colabrodo, cioè quelli con le perdite maggiori», siano Campobasso (68,2%), Catanzaro (55,6%) e Bari (49%) e che «le criticità legate alla disponibilità della risorsa idrica sono diventate sempre più rilevanti negli ultimi anni, soprattutto nel Mezzogiorno, area in cui sussistono annose carenze gestionali e strutturali che aggravano la situazione della disponibilità, che deve fare i conti anche con i cambiamenti climatici».

«Secondo i dati Istat – viene riportato – le misure di razionamento dell’acqua per l’uso domestico messe in atto nel 2019 hanno interessato 9 città, principalmente in Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo e Sardegna. Critiche le situazioni di Cosenza, Palermo e Agrigento in particolare che sono dovute ricorrere a misure di razionamento e/o sospensione del servizio in tutto o parte del territorio comunale in tutti i giorni dell’anno, ad Agrigento le misure coinvolgono tutti i quasi 58mila residenti. Più limitati sono i giorni, in alcuni casi sono solo poche ore, per Chieti, Reggio Calabria, Enna, Avellino, Trapani e Caltanissetta. Vibo Valentia, Cagliari e Carbonia, mentre sono per Avellino, Chieti, Cosenza, Reggio Calabria, Enna, Trapani e Caltanissetta. Per alcune città, come Trapani, Palermo Agrigento e Caltanissetta, l’attuarsi di queste misure si rende necessario ogni anno, da oltre 10 anni».

Milano, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia sono le cinque Città Metropolitane che hanno consumi pro-capite giornalieri, nel 2020, maggiori rispetto alla media di 161 l/ab/gg.

Preoccupano le elevate percentuali dei “non classificato”. Risultano, infatti, sconosciuti (per il quinquennio 2010-2015) lo stato chimico del 17% e quello quantitativo del 25% delle acque sotterranee, lo stato chimico del 18% dei fiumi e del 42% dei laghi italiani. Non ancora monitorato e classificato lo stato ecologico del 16% dei fiumi e del 41% dei laghi.

Questa scarsità di informazioni di base si registra soprattutto al Sud, dove alcune regioni presentano più della metà dei corpi idrici in stato sconosciuto(raggiungendo in alcuni casi, come Calabria e Basilicata, anche il 100%).Ci si augura che con i nuovi dati relativi al 2015-2020, ancora non disponibili in rete, si possa trovare una situazione nettamente migliorata.

Sempre più rilevanti le criticità legate alla disponibilità della risorsa idrica in regioni dove sussistono carenze gestionali e strutturali, cui si sommano gli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo dati Istat, le misure di razionamento dell’acqua per l’uso domestico messe in atto nel 2019hanno interessato nove città italiane, principalmente in Calabria, Campania, Abruzzo, Sardegna e Sicilia, dove in alcuni centri urbani la loro attuazione si rende ormai necessaria tutti gli anni da oltre un decennio.

Oltre ad agire sulle perdite di rete, nota Legambiente, serve completare la rete fognaria, riqualificare gli impianti di depurazione inefficienti o sottodimensionati e costruirne di nuovi dove mancano. Sono quattro, infatti, ad oggi, le procedure di infrazione a carico dell’Italia(due delle quali già sfociate in condanna) relative alla non conformità del servizio depurativo alla Direttiva 91/271/Cee sul trattamento delle acque reflue.

«Impensabile – si legge in una nota – andare avanti così: su dati del Ministero dell’Ambiente elaborati da Legambiente, e aggiornati al maggio 2020, si registrano ancora 939 gli agglomerati non conformi alle direttive europee, per quasi30 milioni di italiani interessati dai relativi disagi».

«Tre agglomerati su quattro in infrazione – continua la nota – si trovano nel Mezzogiorno o nelle Isole, e generano oltre il 60% dei carichi non depurati.E finora le multe, relative solo alla prima condanna riguardante ancora 69 agglomerati, sono costate al nostro Paese oltre 77 milioni di euro».

«La situazione – riporta Legambiente – è particolarmente critica per la Calabria, che presenta l’89% degli agglomerati regionali in stato di infrazione, la Campania (con il 77% degli agglomerati) e la Sicilia (il 75%)».

«Dal 2012 – si legge nel dossier – per superare l’emergenza, almeno quella relativa agli agglomerati oggetto delle prime due procedure di infrazione già sfociate in condanna, sono state introdotte risorse finanziare per oltre 3 miliardi di euro, attraverso diversi strumenti finanziari, come la delibera Cipe 60/2012, la legge di stabilità del 2014, il Piano Operativo Ambiente Fsc 2014/2020, i Patti per il Sud. In aggiunta a questi, altri 300 milioni di euro circa sono stati messi a disposizione con la Legge di Bilancio 2019».

«I fondi dunque ci sono – si legge ancora nel dossier – è auspicabile che gli interventi procedano in modo più spedito di quanto è stato fatto sinora, sviluppando un’impiantistica efficiente ed efficace, e, ove possibile, strutture che permettano il trattamento dei fanghi, il riutilizzo delle acque ma anche la connessione con impianti di biometano».

Da qui, le richieste di Legambiente: «Per garantire un servizio idrico equo, efficiente e sostenibile, Legambiente chiede: la ratifica italiana del Protocollo Acqua e Salute Oms-Unece, che garantisca un approccio complessivo sul tema e promuova l’integrazione delle politiche sull’acqua e i servizi igienico-sanitari; l’approvazione dei Piani di Sicurezza dell’Acqua (WSP) entro il 2027 su tutto il territorio nazionale, con particolare attenzione alla risposta e al coinvolgimento delle gestioni piccole e in economia, e l’introduzione di un sistema integrato di prevenzione e controllo esteso all’intera filiera idropotabile per superare l’approccio del controllo “a valle”, prevenendo inquinamento e situazioni di rischio legate alla contaminazione delle fonti».

«E ancora, l’applicazione di strumenti di partecipazione adeguati con l’individuazione di percorsi aperti e inclusivi insieme a tutti i soggetti interessati che, a partire dall’identificazione delle criticità, individuino le politiche da introdurre per risanare e tutelare le risorse idriche del Paese.  Rispetto agli interventi da attuare per una gestione dell’acqua volta al risparmio idrico e al riuso, l’associazione ritiene prioritari: una riqualificazione idrica degli edifici e degli spazi urbani; la regolamentazione delle acque minerali; una maggiore informazione sulla qualità delle acque di rubinetto; azioni a sostegno dell’incremento della ricarica delle falde; completamento e velocizzazione delle bonifiche; interventi sulle reti idriche e sui depuratori; riduzione degli sprechi e aumento del riuso delle acque depurate, anche attraverso la modifica del Dm 185/2003, operando su perdite di rete e agendo con innovazioni in settori specifici come l’agricoltura, e l’industria e anche in ambito civile; un rafforzamento della rete di controlli ambientali.

A sottolineare che l’acqua debba essere motore di sviluppo della Calabria è il consigliere regionale Pietro Molinaro, ricordando che la nostra regione è «ricca d’acqua, ma dobbiamo utilizzarla bene non sprecarla anzi trattenere l’acqua piovana  con adeguate opere infrastrutturali per la creazione di piccoli/medi invasi  e rilasciarla nei periodi di crisi idrica».

«Attualmente – ha spiegato – riusciamo a trattenerne a stento nemmeno il 15%. Sul versante dei Consorzi di Bonifica, oggi gli ettari irrigati sono 31mila e la superficie attrezzata è di 88mila ettari. La Casmez prevedeva 260mila ettari irrigabili al 2016. Siamo in ritardo. E allora conviene sicuramente investire. Significa creare 40mila posti di lavoro nella filiera agroalimentare, ed esaltare il nostro agroalimentare di qualità, perché la Calabria può far crescere il cibo 100% made in Italy nel mondo».

«Oggi più che mai – ha detto ancora Molinaro – il Recovery Plan è l’occasione unica  e ci sono ottimi motivi: Patrimoniali, Tecnico-Economici, di Competitività e Ambientali. Gli interventi devono riguardare: recupero dell’efficienza degli accumuli per l’approvvigionamento idrico;  completamento degli schemi irrigui;   sistemi di adduzione;  adeguamenti delle reti di distribuzione;   sistemi di controllo e di misura;  utilizzo delle acque reflue depurate; ripulitura del sedime depositato sul fondo degli invasi».

«Altro tema – ha detto l’esponente politico – sono le incompiute che riguardano alcune Dighe e, tra questa, ad esempio, quella dell’Esaro che è ferma, nonostante cospicui investimenti effettuati. Su questo fronte occorre uno scatto non solo di orgoglio, ma anche di programmazione, affinchè il  patrimonio, delle Dighe di cui ancora beneficiamo, che ha avuto il massimo splendore negli anni ’60-’70,  possa essere inserito per il loro completamento nel Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza».

«Questa – ha chiarito Molinaro – è una partita importante, poiché da un lato va a combinarsi anche con l’utilizzo potabile delle acque in diverse aree della regione che, in alcuni periodi, soffrono la carenza idrica e anche per la produzione di energia pulita, quella idroelettrica, che può contare su una morfologia territoriale idonea.

Il consigliere regionale, infine, ha ricordato che «la sfida è una: la Calabria deve essere  una Regione idricamente  virtuosa, perché ha le carte in regola per vincere e assicurare sostenibilità nella declinazione più ampia». (rrm)