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L'OPINIONE / Giuseppe Aieta: Alcune considerazionu sulla lettera del Vescovo Stefano Rega

L’OPINIONE / Giuseppe Aieta: Alcune considerazionu sulla lettera del Vescovo Stefano Rega

di GIUSEPPE AIETA – La lettera che il Vescovo della Diocesi San Marco-Scalea, Mons. Stefano Rega, ha indirizzato ai candidati a Sindaco, è un atto di speranza.

L’ho letta attentamente, l’ho squadernata, l’ho passata al setaccio per coglierne il senso e comprenderne l’approdo.
C’è il tentativo di indicare una rotta, di offrire una bussola, di recuperare la nobile missione della politica attraverso i principi e i valori eterni di questa antica attività umana: giustizia sociale, tolleranza, visione sono le coordinate attraverso cui chi governa dovrà muoversi sull’esempio di grandi uomini della storia.
La Pira, Dossetti e Don Peppe Diana rappresentano il Pantheon cui fa riferimento il Vescovo; potremmo aggiungerne altri, ma questi uomini sono sufficienti perché giganti del loro tempo. Anzi, sono senza tempo perché rappresentano riferimenti certi per qualsivoglia attività umana. Ma il Vescovo compie un ulteriore passo in avanti rispetto all’ovvietà di frasi fatte che riguardano i giovani. Perché, diciamoci la verità, sono i giovani la vera emergenza di questo territorio.
Infatti, l’espressione più odiosa che siamo costretti ad ascoltare ogni volta che si incontrano i ragazzi nelle scuole è quella stereotipata secondo cui i giovani sono il futuro, rappresentano la speranza e via con il valzer delle frasi fatte. È come se noi adulti ogni volta che ci troviamo davanti ad una platea di ragazzi e di ragazze volessimo rimandare la vera questione che interessa i giovani e cioè, vivere pienamente il loro presente, esprimere liberamente le proprie abilità, esercitare compiutamente il loro diritto alla felicità.
Ancora!
Finalmente ci si occupa di indicare la vera dimensione della politica. Ed è qui che la lettera del Vescovo si supera: «Sì cari candidati, non accontentavi di presentare dei progetti aderenti alla realtà, studiate per bene il territorio ma consegnate al nostro popolo anche una visione».
La visione presuppone una responsabilità e la responsabilità è legata alle nostre scelte e quindi al nostro essere uomini liberi da condizionamenti, costrizioni, infiltrazioni. La responsabilità termina quando inizia l’omologazione o, peggio ancora, la subordinazione. Essere responsabili significa, dunque, rispondere delle proprie azioni sapendo anche di sbagliare: da qui deriva la riluttanza assai diffusa ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte finendo per apparire come Ponzio Pilato, governatore della Palestina, passato alla storia come l’uomo politico che deteneva il potere senza però assumersi il coraggio della responsabilità. In Pilato prevale il quieto vivere che è la morte della politica.
La visione, invece, è propria di chi ha idee folli e coraggiose, di chi, come direbbe Mons. Rega, regala un sogno alla propria comunità.
Diciamoci la verità, questa lettera scuote la morta gora che rischia la politica che galleggia, che non ambisce al sogno e alla visione. Governare significa porsi il tema del cambiamento e della trasformazione evitando di incorrere negli incagli della quotidianità. Perché la quotidianità è sempre lì a costruire trappole, ad ostacolare, a tenerci insabbiati e a non farci intravedere il porto sicuro dove attraccare nelle tempeste per poi ripartire. D’altra parte governare, propriamente, vuol dire condurre la nave tra gli scogli e le secche, fra le tempeste ed i venti contrari portando la nave in porto. Metaforicamente significa reggere il timone dello Stato o di una qualsivoglia istituzione procurando al popolo la maggiore sicurezza e prosperità. In una parola, assicurare il diritto alla felicità!
Non c’è nella lettera del Vescovo il tentativo di una invasione di campo; siamo abituati ai predicatori di parole vuote di tutto e piene di niente; qui si rintraccia garbo ed equilibrio, sagacia e discernimento e sarebbe un peccato, per chi dovrà candidarsi a guidare la propria comunità, non riflettere assumendo questa preziosa lettera quale traccia della propria missione politica. E su questa lettera, aggiungo, infine, credo sia il caso di aprire un dibattito che possa aiutare a recuperare la riflessione, ad elevare il dibattito, a far impennare l’entusiasmo tra le classi dirigenti infiammando la curiosità dei più giovani perché, come dice il Vescovo, «quando pensiamo ai giovani, non associamoli solo ai campi sportivi, ai palazzetti dello sport come al pensare solo a momenti aggregativi o a luoghi di accoglienza per il disagio. Certo questi spazi, come il verde attrezzato, non devono mancare in ogni paese, ma credo sia giunto il momento di fare qualcosa in più: facciamo scelte più coraggiose, puntiamo sui giovani nei posti di responsabilità, senza attendere il futuro. Oggi. Nel presente». (ga)
[Giuseppe Aieta è già sindaco di Cetraro]