Cannizzaro (FI): Sul porto di Gioia servono risposte del Governo

Il deputato azzurro Francesco Cannizzaro vuole impegni precisi del Governo per risolvere la gravissima situazione del Porto di Gioia Tauro. «Il Governo  – scrive l’on. Cannizzaro in una nota – risponderà in aula venerdi 1° marzo sull’assurda vicenda che drammaticamente ha investito i lavoratori del porto di Gioia Tauro, uno dei maggiori porti europei operanti nel Mediterraneo, ha mostrato le lacune di un sistema di assegnazione delle concessioni nazionali che necessita di una urgente rivisitazione. Chiaramente le condizioni di una gestione che sostanzialmente rimane nelle mani dello Stato, che governa attraverso l’azione dell’autorità portuale e da cui dipende per assetti finanziari e decisionali, devono essere risolute ed improcrastinabili nell’interesse dell’attività operativa del porto stesso e, di conseguenza, dei lavoratori impegnati. È bene ricordare che la rete “core” di cui il porto calabrese fa parte, come previsto dal regolamento europeo competente, monitora costantemente i parametri relativi al volume di traffico che il sito è in grado di sopportare e gestire e, una crisi del genere, potrebbe danneggiarlo irrimediabilmente sul piano competitivo internazionale. L’irresponsabile carenza d’intesa fra i due soci per l’attività di gestione delle banchine portuali, Mct ed Msc,  è alla base di questa sciagurata diatriba che si è inteso giocare sulla pelle dei lavoratori, prime papabili vittime di una crisi reale, mettendo in mostra tutti i  limiti progettuali e d’investimento a lungo termine che hanno innescato la miccia sociale. Da plauso l’intervento immediato del Prefetto di Reggio Calabria e la conseguente riunione tenutasi al Ministero dei Trasporti con il ministro competente impegnato in rassicurazioni verso i lavoratori in protesta e minacce, promesse, verso le società interessate. Risultato: due mesi di tempo per rinsavire tutti. A mio giudizio troppo poco, ed è per questo che, supportato come sempre dal mio partito e dai colleghi parlamentari, ho deciso di presentare una Interpellanza urgente sull’intera vicenda».

«Ho atteso – afferma Cannizzaro – che le riunioni portassero a risultati immediati e concreti ma, tranne la buona volontà manifestata dal Ministro Toninelli e dalla sola Msc, di certo non vi è nulla. L’interpellanza  chiede l’immediato avvio dell’iter di valutazione dell’esistenza dei presupposti al mantenimento della concessione senza attendere i sessanta giorni decisi che potrebbero risultare deleteri al mantenimento dei livelli occupazionali. Purtroppo, infatti, l’assenza immotivata di Mct al tavolo governativo, al di là di una comunicazione che lascia il tempo che trova, dimostra irresponsabilità verso il proprio mandato concessionario ed assoluto disinteresse sulla sorte dei cinquecento lavoratori minacciati di licenziamento. Sicuramente la presenza di Msc e dei suoi vertici ha offerto uno spunto su cui il governo può agire ed è per questo che l’interpellanza prosegue  nel chiedere di considerare esclusivamente gli impegni manifestati da Msc al tavolo ministeriale e di concretizzare immediatamente gli accordi di investimento prospettati nelle cifre indicate al fine di realizzare l’incremento necessario del volume di traffico per un’azione di rilancio nazionale ed internazionale del Porto di Gioia Tauro. Chiedo, inoltre, di predisporre puntuali esami di mercato sulle proiezioni possibili e realistiche dettate dalle conseguenze dell’approvazione della Legge 136/2018 e dalla modifica della L 84/94, in termini di utilità per l’attività di sviluppo e crescita di cui necessita il porto calabrese di Gioia Tauro. Infine, con il documento presentato all’Aula, chiedo al Governo di manifestare urgentemente le opportune conseguenze di un eventuale ritiro della concessione alla società di gestione del porto, (dotarsi cioè del piano “B”) predisporre una fase transitoria che consenta lo svincolo e l’utilizzo dei fondi del programma finanziario europeo classificati nel piano di investimenti delle aree logistiche integrate del Paese, e lo studio di una celere eventuale riassegnazione della concessione titolare ad altra societaria italiana. Un’azione decisa e tempestiva del Governo, memore delle crisi degli anni precedenti sempre causati da Mct, oggi risulta essere fondamentale per il superamento di una crisi che per la Calabria sarebbe un disastro sociale dalle conseguenze incalcolabili. Lo sa bene il Premier Conte che incontrando i sindaci della Piana, guidati dal primo cittadino di Rosarno Giuseppe Idà, ha manifestato la volontà di chiedere al più presto la costituzione di un tavolo interministeriale che operi fino al rientro della crisi. Come parlamentare espresso dal territorio non abbasserò la guardia per un solo istante. (rp)

Bruno Bossio (PD): Il governo deve sbloccare gli investimenti per Gioia Tauro

La deputata Enza Bruno Bossio (PD) ha presentato oggi un’interrogazione al Consiglio dei ministri e al ministro delle Infrastrutture: «Quali sono le reali intenzioni del Governo per sbloccare la grave crisi che ha investito l’area portuale di Gioia Tauro? Quali le soluzioni per scongiurare 500 potenziali licenziamenti? E quali le iniziative per imprimere piena operatività alla Zes, restituire vigore all’Autorità portuale e attivare i necessari investimenti di rilancio?

La deputata Bruno Bossio, già nei giorni scorsi aveva richiamato il Governo alle proprie responsabilità su presente e immediato futuro del più grande terminal del Mediterraneo. «A fronte di una forte ripresa internazionale di merci scambiate e di lavoro nei terminali portuali – si legge nell’interrogazione – al Porto di Gioia Tauro (RC) permane una situazione di palese criticità già sollevata dalla Regione Calabria. Da quanto riportato anche dagli organi di stampa la società che gestisce il terminal di Gioia Tauro è in una condizione di stallo a causa delle  divergenze strategiche sugli investimenti tra i due soci che detengono il 50% ciascuno – spiega la deputata Pd per poi aggiungere – il blocco di circa 150 milioni di euro  relativi a impianti ferroviari, potenziamento assi stradali, potenziamento banchine, rende ancora più critica la situazione di un terminal che necessita di infrastrutture per rafforzare la propria capacità di funzionamento. Il combinato disposto di tutte queste criticità rischia di pregiudicare l’esistenza di 500 posti di lavoro». Da qui la sollecitazione al Governo e ai ministri competenti di convocare al più presto un incontro fra tutte le parti in causa, a partire dalla Regione e di attivare tutti gli strumenti necessari per dare piena operatività e forza espansiva all’area portuale e industriale. (rp)
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Il sindaco di Reggio Falcomatà: Il Porto di Gioia Tauro priorità nazionale

Il Sindaco Metropolitano Giuseppe Falcomatà è intervenuto sulla grave crisi del Porto di Gioia Tauro e il rischio di perdita di numerosi posti di lavoro:  «Deve essere – ha detto Falcomatà – una priorità nazionale. Il Governo ascolti l’allarme dei lavoratori».

«La Calabria faccia sentire forte la sua voce al fianco dei lavoratori del porto di Gioia Tauro. Dobbiamo scongiurare l’ipotesi nefasta dei licenziamenti annunciati da Medcenter che sarebbe un colpo mortale per i piani di sviluppo dell’area portuale, sulla quale ora è operativa la Zone Economica Speciale». Il Sindaco metropolitano ha manifestato la sua vicinanza ai lavoratori che hanno proclamato lo stato di agitazione trasmettendo una lettera unitaria, firmata dalle segreterie nazionali e calabresi di Cgil, Cisl e Uil, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai Ministri Danilo Toninelli e Barbara Lezzi.

«Il porto di Gioia Tauro è la più grande infrastruttura trasportistica del sud Italia, uno dei sistemi portuali più grandi del mondo. Il Governo ha il dovere di considerarlo come una priorità nell’agenda politica nazionale – ha aggiunto il sindaco – non si può continuare a trascinare in avanti una fase di crisi infinita che evidentemente sta generando una perdita di volumi accompagnata da continue minacce di tagli e riduzioni del personale. Riteniamo grave che gli accordi firmati con il precedente Governo siano stati disattesi, soprattutto rispetto al piano di investimenti già programmato e condiviso. Oggi non possono essere i lavoratori a pagare gli effetti di uno scontro irresponsabile tra i due colossi Mct e Msc che si contendono la governance del porto».

«Il Premier ascolti le richieste dei lavoratori e dimostri concretamente che questo Governo non è nemico del Sud. Le avvisaglie di questi primi mesi della compagine giallo-verde alla guida del Paese non lasciano ben sperare, ma Conte è ancora in tempo ad imprimere il necessario e dovuto cambio di rotta, a partire da un tema centrale come quello del rilancio del porto di Gioia Tauro. L’istituzione della Zes, recentemente entrata in funzione dopo anni di chiacchiere e tentativi malriusciti, può essere un’occasione di rilancio dell’area portuale, anche in virtù di un piano di sviluppo delle attività industriali che ruotano attorno ad esso. Ma è necessario che il Governo si faccia promotore di un’iniziativa forte e decisa, con l’obiettivo di attrarre su Gioia Tauro investitori in grado di implementare l’attività industriale ed aumentare i livelli occupazionali». (rrc)

Enza Bruno Bossio (PD): Per la crisi del Porto di Gioia Tauro dov’è il Governo?

La deputata Enza Bruno Bossio (PD) ha espresso la propria preoccupazione sull’assenza dell’azione di Governo sulla grave crisi che sta investendo il Porto di Gioia Tauro. «Il Governo – dice la deputata – batta un colpo sulla grave crisi del porto di Gioia Tauro, che in queste ore sta producendo drammatiche ricadute sul fronte occupazionale, con centinaia di lettere di licenziamento in partenza. Dopo aver lasciato l’Autorità portuale monca di un responsabile e sotto commissariamento, dopo aver tagliato fuori dalle decisioni le istituzioni regionali, dopo aver ideato lo spacchettamento dei terminal calabresi in una riforma dei porti insulsa e illegale tanto da costringere la Regione Calabria a far ricorso alla Corte costituzionale per affermare il proprio diritto a essere consultata in scelte così strategiche: oggi i vari ministri competenti (Toninelli, Di Maio e Lezzi), non senza inutili promesse e passerelle a Gioia Tauro, non sono in grado di pronunciare una parola sul futuro sempre più incerto del più importante terminal del Mediterraneo; non hanno neanche ipotizzato una trattativa con i due azionisti privati che, al di là della crisi economica, vanno indirizzati verso soluzioni che tutelino il futuro del porto e dell’intera area industriale e, soprattutto, mettano al riparo i lavoratori e le loro famiglie».

«La Calabria – sottolinea l’on. Bruno Bossio non può pagare il costo della completa insipienza e mancanza di autorevolezza del Governo: non lo permetteremo e non solo ci uniamo ai sindacati nella richiesta di un tavolo urgente presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, quanto attiverò tutti gli strumenti possibili – a partire da un’interrogazione urgente – per chiamare il Governo alle proprie responsabilità». (rp)

Il successo dell’Orchestra Giovanile della Calabria. Ascoltateli!

6 gennaio 2019 – Continua il meritato successo dell’Orchestra Sinfonica Giovanile della Calabria diretta mirabilmente dal maestro Ferruccio Messinese. Più di 300 esibizioni in tutt’Italia, 10 vittorie in concorsi internazionali e nazionali, un orgoglio della Calabria.

Ieri l’Orchestra – che fa capo all’Associazione culturale Musica Insieme di Gioia Tauro ed è coordinata da Stefania Prota – ha suonato a Cortale (CZ) nella Chiesa di S. Maria Cattolica, riscuotendo un ulteriore consenso e un nuovo, trionfale, successo. (rs)

Ecco un piccolo video del concerto di ieri. Ascoltate questi ragazzi, sono davvero bravi:

https://www.youtube.com/watch?v=I9yEVC9-B_E&feature=youtu.be&fbclid=IwAR0C5EE45ll5EVf48FbVE1AerKSEXIhtYkea85IxyVSu6rC0cgVFpvHbuSE

PERSONE / Antonino De Masi, l’imprenditore che vuol liberare la Calabria

di SANTO STRATI

8 ottobre – È possibile fare impresa in Calabria, senza clientele e senza assistenzialismo? La risposta, concreta, viene da un imprenditore, Antonino De Masi, originario di Rizziconi, che da anni combatte senza esitazioni e convintamente la sua personale guerra contro la mafia e le consorterie mafiose che infestano il suo territorio, quello di Rosarno-Gioia Tauro e non solo. Davanti alla sua azienda, accanto al porto di Gioia Tauro sempre più intristito da un’attività che sembra ormai destinata a morire, stazionano perennemente i militari della scorta. Soldati in assetto di guerra, gli stessi che presidiano il suo ufficio. De Masi è un uomo sul cui capo la ‘ndrangheta ha emesso una sentenza di morte, tanti anni fa, peggio di una fatwa integralista. Colpire l’uomo per distruggere o almeno fermare le sue idee che rischiano di “turbare” i giovani e i meno giovani, troppo spesso tentati da sapide lusinghe della criminalità organizzata, eppure allo stesso modo certamente in grado di cogliere un messaggio che può colpire al cuore, e quindi, a mente fredda, ragionarci su, riflettere, reagire.

Così, nonostante le minacce, i colpi di kalashnikov contro i suoi capannoni, i continui “suggerimenti” alla cautela, De Masi è sempre al suo posto. Dirige un’azienda sana e continua a sfornare idee e progetti per riscattare il territorio, la Calabria, per offrire occasioni e opportunità di occupazione, di formazione, di specializzazione. Una missione da “eroi” – ma io non sono un eroe si schermisce De Masi – o da visionari di olivettiana memoria: De Masi è l’esempio migliore di imprenditore “illuminato”, di cui tanto ha bisogno questa terra. Non accetta però il termine: «non sono un imprenditore illuminato, sono un uomo che ama il lavoro e ama questa terra. Tutti mi suggeriscono di mollare questa non-vita e andare via. Una scelta che non mi può appartenere». Per lui parlano le sue battaglie contro le ‘ndrine, contro le banche, contro il malaffare. Ha vinto, a prezzo di rinunciare a una vita tranquilla, ma la Calabria ha estremo bisogno di personaggi come De Masi per cercare il suo riscatto. Deve essergli grata, anche se la storia calabrese è ricca di indifferenza e solitudine verso i suoi figli migliori. I calabresi, però, devono conoscere ed essere orgogliosi di questo imprenditore che è diventato un esempio da imitare. Un modello contro il malaffare e l’omertà, ma anche contro la rassegnazione. E contro tutti coloro – politici, affaristi, rapaci imprenditori – che ignorano cosa voglia dire bene comune e impediscono, per proprio tornaconto, benessere e sviluppo.
La conversazione con Antonino De Masi rivela, dunque, una figura di imprenditore che potrebbe davvero tracciare il solco su cui innestare i germogli di una crescita sempre vagheggiata ma non impossibile. Certo, prevalgono, allo stato attuale, l’insofferenza e l’amarezza che vengono dalla constatazione che la Calabria ha più problemi “spirituali” che materiali, provocati da una classe politica inetta e da un territorio sempre più scollato dalla realtà.
«Se si va ad analizzare – dice De Masi a Calabria.Live – l’evoluzione culturale o l’involuzione ci si rende conto che il tessuto calabrese ci è scappato dalle mani. Abbiamo perso l’orgoglio di essere calabresi. Questa cosa io la vedo guardandomi intorno e vedo l’assuefarsi alla normalità: normalmente siamo contenti come siamo. Siamo contenti di vedere la spazzatura in mezzo alla strada, siamo contenti di andare all’ospedale e non avere sanità, siamo contenti di avere le strade sgarrupate. Perché questi decenni passati ci hanno normalizzato, il brutto ormai ci appartiene. Non è un brutto solo oggettivo ma un brutto culturale. Questa cosa io non la sopporto. Non sopporto che una minoranza di calabresi abbiano ridotto questa terra a quello che è: una regione puzzolente, la chiamo io. Una terra bella, magnifica, fatta di persone magnifiche».
De Masi si lascia andare ai ricordi per spiegare il senso della sua “mission”. «Quando con mio papà giravamo per le campagne a vendere macchine agricole, andavamo nelle case della gente quando ancora non c’era l’energia elettrica, c’erano i lumi a illuminare le case nelle campagne. Si andava in quelle case dove c’era povertà, dove c’era disperazione, ma in quelle case appena qualcuno bussava a quelle porte trovava la gente che diceva una parola – in dialetto – “favuriti” – fa-vu-ri-ti -, favorite, venite con noi a dividere quello che abbiamo e quello che non abbiamo. Quindi un concetto di accoglienza spinto ai massimi livelli. Dov’è quella accoglienza? Dov’è quel sorriso? Dov’è quella gioia che i nostri concittadini, i nostri antenati, avevano? Ora c’è un “chi t’indi futti”, in maniera indecente e incredibile. Questa cosa a me non va bene, non va bene perché mi domando cosa posso fare io. Posso continuare a lamentarmi con me stesso di come ci siamo ridotti o chiedermi se ho un ruolo in una società civile. In questi anni io vengo descritto come un eroe, una cosa che mi dà fastidio più di tutti, questa cosa mi disturba molto… Non è creando dei miti, non è creando delle figure eccelse che si risolve il problema, il problema va risolto spiegando a tutti che abbiamo un dovere di essere cittadini. Il concetto dell’io, quello che “io” posso fare».
Già cosa possiamo fare, ognuno col proprio piccolo “io”, per cambiare la situazione, trasformare il territorio che “pensa”? «Io come imprenditore – dice De Masi – cosa posso fare? Posso “normalizzarmi” come mi dicono i miei colleghi “ma chi te la fa fare a vivere in queste condizioni, a vivere una vita non-vita”. “Ti conviene? Con quattro soldi risolvi il problema…”. Adeguarmi? Oppure… oppure girarmi le maniche e combattere. Quindi essere da sprone con quello che dico e quello che faccio, certo essere anche da esempio. Per dire “guardate, con tutto ciò che io vivo in queste condizioni, sono ancora qui”. L’importanza di dire “svegliatevi”, svegliamoci. Noi ci siamo assuefatti a una “normalità”, non lo so se è rassegnazione, ma è una brutta cosa».
De Masi imprenditore ha studiato una soluzione da public company con l’idea di coinvolgere e far partecipare i dipendenti. Un’idea di impresa che è un bene comune sul territorio: in questo modo la criminalità non può colpire un’azienda che appartiene anche al popolo. Un’idea che potrebbe essere vincente, soprattutto se abbinata al percorso di formazione che De Masi intende offrire ai giovani. Uno dei suoi brevetti più interessanti l’ha sviluppato un giovane ingegnere catanzarese (un forno industriale per pizza che non produce fumi tossici), tanti altri progetti industriali allo studio provengono da giovani calabresi. È un modo di guardare ai giovani e offrire opportunità, quelle che mancano in questa terra.
«Ho letto un dato recente: 26mila giovani sono andati via dalla Calabria. Quei 26mila ragazzi che hanno lasciato la Calabria io dico che li abbiamo messi noi cittadini come genitori su quei treni, su quegli aerei e spinti ad andar via. Io credo che attorno a quei ragazzi abbiamo fatto terra bruciata per non consentire loro di restare qui. Oggi questo deserto, queste condizioni di non vivibilità su questa terra non ce li ha dati il Padreterno. Questo intorno a noi non era un deserto né materiale né immateriale, eppure noi abbiamo reso arido questo sistema costringendo quei ragazzi ad andar via. Questa terra noi l’abbiamo ammazzata, ammazzata col nostro silenzio, la nostra apatia, io la chiamo omertà. L’ha ammazzata la nostra non-dignità, abbiamo perso la dignità di essere oggi persone libere».
Pessimismo, amarezza? «No – risponde De Masi – se il mio è un ragionamento pessimistico vuol dire che non ci sono 26mila giovani che sono andati via, vuol dire che le strade che ha trovato venendo qui sono belle… Io non sono uno che si piange addosso, io analizzo il fatto per cercare una soluzione. Il fatto è che 26mila ragazzi sono dovuti andare via. Chi li ha mandati via? Il mio comportamento, il nostro comportamento di calabresi. Se dovessimo fare un elenco degli alibi che noi abbiamo ne troviamo duemila per dire che siamo in queste condizioni. Abbiamo l’alibi che non abbiamo strade, non abbiamo infrastrutture, non abbiamo nulla… Ma l’alibi ci giustifica? Ci dà da mangiare? L’alibi dà lavoro ai nostri figli? La storia del nostro Paese si è fatta partendo dalle macerie di una guerra che ha azzerato tutto e da quelle condizioni qualcuno s’è girato le maniche e ha ricostruito il Paese. Io non posso accettare, quando sento le interviste che vengono fatte ai miei concittadini, che lo Stato ci ha abbandonato, che è ora che lo Stato faccia qualcosa per noi. Sto leggendo un libro su don Sturzo che affermava che “i meridionali devono salvare il Meridione”: i calabresi devono salvare la Calabria, altrimenti non c’è storia. Il mio non è pessimismo, è una chiamata alle armi: giratevi le maniche perché i vostri figli siete voi che li avete mandati via, tutti noi siamo responsabili».
Qual è la formula di De Masi per l’occupazione? «Io sto lanciando due cose che sono apparentemente folli… io parlo di un’equa distribuzione della ricchezza. Mi ha chiamato il sindaco di Polistena, Michelangelo Tripodi che è di Rifondazione per dirmi che è attratto dalle mie proposte. Per parlare di equa distribuzione della ricchezza bisogna essere comunisti? Bisogna essere idealisti nel dire che non si può creare ricchezza puntando allo sfruttamento, alla schiavitù? Due passaggi, due estremi che non possono stare insieme. La ricchezza non può essere figlia di una prevaricazione perché, altrimenti, che ricchezza è? Allora, io parto da un altro tipo di ragionamento, che io posso fare ricchezza puntando a un’equa distribuzione e puntando sulla condivisione di un percorso: E allora io sono un comunista, sono un socialista? Sì, se socialismo significa che non c’è lo schiavo e non c’è il padrone. Io non sono illuminato, sono una persona normale che cerca di analizzare con gli occhi di chi ha studiato un poco di economia che il futuro dell’azienda non passa da quel “film”, da quella storia».
C’è qualche rimedio? «Il nostro Paese ha bisogno di un nuovo rinascimento, un rinascimento di dignità, della dignità dei valori… Tempo addietro un professore di Milano, illustre cattedratico, mi suggerì “lasci tutto, venga al Nord”. Gli ho scritto una lettera “La ringrazio, ma sono testardo. Rimango giù”. Il professore non mi ha dato un consiglio sbagliato, mi ha dato un consiglio razionale “vada a fare impresa altrove”. Se io dovessi puntare ai soldi, al business, alla ricchezza materiale, io qui non dovrei starci un minuto di più. Ma io credo nella legalità, un elemento essenziale, senza la quale non si può costruire un futuro, perché si diventa barbari. Allora il cittadino deve cominciare a dire “io devo rispettare le regole”. Il calabrese non deve fare il civile quando va al Nord e fare la raccolta differenziata, che la faccia qui la raccolta differenziata. Che non dia calci alle porte, alle cose e che rispetti le regole del gioco sapendo che rispetta se stesso».
De Masi è il calabrese che sarebbe piaciuto a Corrado Alvaro: usa la testa, il cervello ma non dimentica di ascoltare il cuore, un cuore che batte, orgogliosamente per una terra che può cambiare. A chi manda provocazioni su presunte mire politiche, immaginandolo – per sminuirne l’impegno personale –  prossimo governatore della Calabria, De Masi non esita a rispondere: «Non sono interessato al gioco dei partiti. Ho una sola finalità, che purtroppo la gente ancora non capisce. Io sono uno di quelli, cresciuto illuso che ci siano dei valori per i quali durante la guerra c’è stato chi è andato sulle montagne per preparare la liberazione: io vorrei liberare questo territorio da coloro i quali lo hanno massacrato». (s)

 

L’ACCORATO APPELLO DI ANTONINO DE MASI AL “CORRIERE DELLA CALABRIA”

8 settembre – L’imprenditore Antonino de Masi ha affidato al “Corriere della Calabria” un amaro sfogo e un vibrante appello sulla situazione sempre più drammatica in cui sta finendo la Calabria, una terra che il coraggioso imprenditore antimafia della Piana ama incondizionatamente. È un messaggio che tutti i calabresi devono conoscere e, magari, condividere. È un messaggio accorato, ma racchiude qualche speranza: «La nostra rabbia – dice De Masi – diventi la nostra risorsa per dare un futuro ai nostri figli, in questa magnifica terra».

«Quale autunno ci dobbiamo aspettare, quante e quali foglie cadranno? Foglie che metaforicamente sono rappresentate dalle speranze di un territorio e della sua gente. Certamente la nostra regione ha già perso, temo definitamente, quelle foglie rappresentate dai giovani costretti ad andare via. Quanti ragazzi pieni di speranze hanno lasciato e stanno lasciando questa terra? tantissimi, troppi. Assieme ad essi abbiamo perso anche quel poco di speranza che rimaneva nella crescita, nello sviluppo e nel lavoro.
Abbiamo perso l’illusione delle tante promesse fatteci di grandi cambiamenti, di sogni, di prosperità.
Abbiamo perso la speranza di non vedere più morti ammazzati per le strade, di una terra affrancata dalla criminalità.
Abbiamo perso la speranza di essere uomini e donne libere dai potenti “padrini e padroni” che hanno ammazzato e distrutto questa terra.
Abbiamo perso la speranza di vivere in un luogo civile dove il “sistema paese” funzioni, dove vi sia una sanità che funzioni con un minimo di decenza, dove vi siano strade ed infrastrutture accettabili.
Abbiamo perso la speranza di avere una classe politica che abbia come unico scopo il bene collettivo e non certo quello delle proprie tasche o, peggio ancora, degli interessi di malfattori e criminali.
Queste sono alcune foglie che il tempo ha fatto cadere in modo irreversibile dall’albero della nostra terra.
Diversi critici hanno spesso descritto la Calabria come una terra persa, suscitando le contestazioni e lo sdegno di molti. Si è gridato all’offesa ed alla denigrazione di un territorio. Tanti pseudo intellettuali, ieri come oggi, hanno rappresentato la “fiaba” di una mafia buona con dei codici d’onore e quindi rispettabile, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, ed una mafia nuova costituita da criminali. Si è cercato e si sta cercando di giustificare un fenomeno, distinguendo tra vecchio e nuovo, che ha alla base un unico elemento: essere organizzazioni barbare e criminali, in cui la sopraffazione e la violenza costituiscono il modo di agire.
Altro che nobili principi. Sono la criminalità e le sue organizzazioni che hanno rappresentato e rappresentano la causa principale dell’arretratezza culturale ed economica di questa terra. Come può un popolo sottomesso a tali organizzazioni essere libero di esprimersi, di agire e di creare prosperità per sé ed il prossimo? Come in contesti come questi si può esprimere un libero voto e quindi eleggere dei rappresentanti che rispondano ai bisogni reali di un popolo e di un territorio libero? La povertà – spesso anche morale – e la disperazione che ci circonda sono la drammatica risposta a queste domande.
La rassegnazione che ha portato ad una forma di omertà più o meno spinta, ed a volte a forme degenerate di collusione, ci ha progressivamente messo nelle condizioni di vivere ed accettare come normale “il male”.
Siamo purtroppo un popolo ed una terra persa, abbiamo perso la voglia di combattere, abbiamo perso l’orgoglio di essere calabresi, abbiamo perso la speranza. Ci siamo assuefatti ad essere “puzzolenti” portatori di male, ad essere trattati con disprezzo come “calabresi”.
Queste sono le foglie, le speranze, che sono volate via dall’albero della nostra vita.
Ci sarà mai una primavera interiore che possa far ricrescere quelle foglie?
Certamente no se aspettiamo gli altri, certamente no se speriamo che arrivi un cavaliere straniero con la bacchetta magica e risolva i nostri problemi. Certamente no se ognuno di noi continuerà a far finta di non vedere e sentire. Certamente no se non comprendiamo un elemento essenziale: che il nostro domani, il domani dei nostri figli, sta proprio nella nostra determinazione “combattere” per il nostro futuro. Oggi dobbiamo tutti capire che se non mettiamo al centro della nostra vita questo elemento essenziale non avremo mai un domani. Oggi dobbiamo riappropriarci del diritto dovere di essere parte di un sistema “pubblico”, di una società civile che ha proprio nell’interesse collettivo la ricchezza di ognuno.
Dobbiamo capire che una società civile, un sistema sociale ha nel suo essere e vivere insieme un elemento essenziale del proprio sviluppo; il bene pubblico, collettivo, rappresenta quindi la base di una società non solo moderna, ma funzionale e positiva che genera ricchezza. La piazza, la strada, l’ospedale, l’aiuola, sono beni di tutti, proteggiamoli. Ed un bene pubblico primario, che è il pilastro della società civile, è la legalità. La legalità infatti distingue una società evoluta, civilizzata, che punta per mezzo del rispetto delle regole (le leggi) alla prosperità. La legalità è quindi un bene pubblico e ciò dovremmo capirlo e fare di tutto per tutelarla.
Impariamo a vivere insieme rispettandoci, non solo con i sorrisi ed i saluti, ma rispettando anche noi stessi, vivendo dentro quei valori che garantiscono la nostra prosperità. Dignità, orgoglio, onore sono valori che sono insiti in ognuno di noi, in ognuno dei tantissimi – la stragrande maggioranza – calabresi per bene, risvegliamoli e giriamoci le maniche facendo quello che serve per far rifiorire le nostre speranze e – cosa principale – quelle dei nostri figli.
Solo da noi passa il riscatto della nostra terra e non certo dagli altri.
Questa credo possa essere la base della primavera che può far ricrescere le nostre speranze. Non più l’aspettare che altri facciano per noi, ma un mettersi in discussione per divenire attori principali del nostro domani, parlando di sviluppo, di lavoro, di legalità e di prossimo.
Occupiamoci, chiedendo conto, delle strategie sull’area industriale di Gioia Tauro, dove in altre sedi in questi momenti stanno discutendo il destino anche dei nostri figli. Cerchiamo di capire che il Porto non è solo un’attività produttiva come tante, ma può diventare invece con il lavoro che genera uno strumento di riscatto dalla criminalità.
Chiediamo e pretendiamo la prossima nomina all’Autorità portuale di persone competenti che abbiano al centro il solo interesse collettivo, e pretendiamo di conoscere i criteri di assegnazione dell’utilizzo di banchine a player che vorrebbero investire su Gioia Tauro.
Insomma rappresentiamo a tutti che il lavoro e lo sviluppo sono gli unici strumenti che possono sconfiggere la criminalità, liberando un territorio e la sua gente dalla sopraffazione criminale. Il lavoro in questa regione rappresenta, più che in altri territori, uno strumento di legalità, una politica per marginalizzare e sconfiggere un male, un fenomeno, che da decenni condiziona il futuro di questa terra e dell’intero Paese.
Chiediamo conto di tutte le positività e delle opportunità che ha questa Regione, dal Pollino sino allo Stretto, e facciamole diventare risorse; facciamo diventare risorsa la nostra rabbia, il nostro disperato bisogno di dare un futuro ai nostri figli in questa magnifica terra, diventiamo risorsa noi stessi e con rinnovato orgoglio diciamo “siamo Calabresi”». (rrm)

GIOIA TAURO: GIOVANI, IRTO E CASTORINA DAI COMMISSARI STRAORDINARI

2 luglio – Visita del Presidente del Consiglio Regionale della Calabria Nicola Irto insieme al delegato al Bilancio della città Metropolitana di Reggio Calabria Antonino Castorina al comune di Gioia Tauro da tempo sotto la guida della commissione straordinaria composta dal viceprefetto Franca Tancredi, dal viceprefetto aggiunto, Vito Turco, e dal funzionario economico finanziario, Berardino Nuovo a seguito della delibera di scioglimento del consiglio comunale di Gioia Tauro, nel quale sono state accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata.
Il Presidente Nicola Irto ed Antonino Castorina, insieme a vari amministratori della zona  si sono recati prima al Palazzetto dello Sport accolti dall’associazione ALAN Basket che si è aggiudicata il bando di gestione della struttura e che ora mai da qualche anno coinvolge un importante numero di ragazzi della Piana di Gioia Tauro che si allena e disputa i vari campionati proprio a Gioia Tauro.
Durante l’incontro si è fatto un punto sugli interventi migliorativi da fare nella struttura ed all’esterno e sul lavoro che l’associazione svolge nel quotidiano anche da un punto di vista sociale. I due rappresentanti istituzionali si sono recati successivamente al comune per incontrare i commissari con i quali si è pensato un piano di azione congiunto per fare fronte alle esigenze del Comune di Gioia Tauro che vive delle difficoltà per la complicata situazione economico-finanziaria.
«Un incontro importante – ha sottolineato il consigliere metropolitano Castorina – dove si è visto uno spaccato positivo di realtà giovanili che vogliono crescere e coinvolgere il territorio attraverso un confronto sano e positivo con i vari attori istituzionali». (rrc)