L’OPINIONE / Klaus Davi: Se Falcomatà rimarrà in carica, il PD dovrà risarcire danni di immagine ai reggini

di KLAUS DAVI– La segretaria del Pd Elly Schlein ieri (sabato ndr) ballava al Gay Pride. Siamo contenti per lei, siamo contenti  che gioisca . Molto meno per le casse del suo partito. Se veramente una commissione d’accesso dovesse arrivare a Reggio Calabria  e  malauguratamentE ravvisare gli estremi per uno scioglimento del comune per motivi di Ndrangheta  ,il suo partito verrà citato in sede civile per il danno d’immagine arrecato alle cittadine e ai cittadini di Reggio Calabria , quantificabile secondo i calcoli di una multinazionale della comunicazione quotata in borsa  in almeno 5 milioni di euro . Poiché parliamo di mafia e politica,  la macchia rimarrà indelebile anche sul percorso politico dei  vertici  del Pd e i suoi leader (incredibile il silenzio di Nicola Irto  da questo punto di vista… fa davvero impressione ) locali e nazionali. Vale la pena signora Schlein? Rifletta bene…

Il danno non è solo per Reggio ma anche per la Calabria tutta. Motivo per il quale auspico che anche la Regione possa quantificare il danno di immagine arrecato al marchio Calabria. Nell’ultima settimana la nostra regione  ha occupato le edizioni dei telegiornali in una fase chiave del turismo  precisamente in 70 edizioni dei tg nazionali, 55 articoli su giornali nazionali e siti, 208, notizie passate radio nazionali.

L’unico argine a questo scempio è stata la contronarrazione della Calabria come meta del  turismo ebraico. Facciamo quello che possiamo, ma il danno è fatto. (kd)

 

L’OPINIONE / Calderolo Imbalzano: L’Europa dà il via definitivo anche al Ponte con ok a rete Ten-T

di CANDELORO IMBALZANODopo  la conversione  in legge nelle scorse settimane da parte del  Parlamento del Decreto sul Ponte, anche l’Europa adotta in via definitiva il nuovo Regolamento per lo sviluppo della Rete transeuropea dei trasporti che comprende, come e’ noto, opere strategiche del nostro Paese e soprattutto il Ponte sullo Stretto. Vengono, ancora una volta, messe all’angolo tutte le Cassandre, nemiche dello sviluppo del  Sud, della Sicilia e della Calabria e soprattutto dell’Area Metropolitana dello Stretto.

Dopo il vergognoso stop del Governo Monti nel 2012 al progetto del Presidente Berlusconi, ed una volta forniti entro qualche mese i chiarimenti in corso di predisposizione richiesti dal Ministero dell’Ambiente, finalmente potrà partire  la costruzione della grande opera  che,  collegando la Sicilia alla Calabria ed al Continente, realizzerà  un sogno, ormai millenario,  per la cui concretizzazione alcuni di noi , da almeno 20 anni, hanno dedicato una parte importante della propria attività  politico-amministrativa. 

Una opera decisiva per rompere il sottosviluppo ormai  secolare  dei nostri territori, per l’impatto virtuoso  che avranno gli enormi investimenti infrastrutturali che  si stanno  già mobilitando nelle due regioni per opere stradali –a partire dalla S.S. 106 – e ferroviarie, fortemente volute e  sostenute dal presidente Occhiuto e dal deputato reggino Francesco Cannizzaro, nonché con quelli miliardari che sono previsti per la  costruzione  dell’intera  opera, in buona parte a carico dell’Europa, che provocheranno   un enorme sviluppo turistico del grande Comprensorio a cavallo delle due sponde  una volta che essa sarà  completata.

Questa straordinaria decisione del Consiglio Ue, che bandisce ancora una volta un ambientalismo ideologico e perniciosoche tanti danni ha prodotto fino ad oggi,  nel  ribadire la strategicità dell’opera, contribuirà a determinare, da subito, un forte  impatto lavorativo, e permetterà  a questa Area ed alla città di Reggio  di diventare, col grande porto di Gioia Tauro, un mega hub del Sud Europa e dell’intero Mediterraneo, offrendole  una occasione unica ed irripetibile di  sviluppo sostenibile, coerente con la sua secolare vocazione naturale. (ci)

[Candeloro Imbalzano è già consigliere regionale e primo assessore comunale all’Area dello Stretto, e fondatore del Movimento politico – culturale “Area  Metropolitana dello Stretto”]

L’OPINIONE / Franco Cimino: La rissa da osteria nelle aule sacre del Parlamento

di FRANCO CIMINO – No, non è una giornata di tensione, oggi (mercoledì ndr) alla Camera e al Senato, come titolano i giornali. È stata una giornata drammatica. Di dolore per il Parlamento, leso nella sua più profonda dignità. Di lutto per la Democrazia, colpita al cuore da cento coltellate. Non è la prima volta che accade una rissa violenta tra gli scranni delle due aule alte. Tante volte si è manifestata la più brutta espressione di persone elette dai cittadini al più alto onore, qual è quello di parlamentare della Repubblica. Tante volte sono volati pugni e schiaffi, urla e insulti, che neppure negli stadi più incivili abbiamo udito e visto.

E tutte quelle volte da quel luogo sacro, la Chiesa laica delle Democrazia, è stata impartita la peggiore lezione che i giovani, in buona parte, hanno appreso molto più rapidamente che quelle dei programmi scolastici. È la lezione della violenza come metodo per la soluzione dei conflitti e dell’aggressività come valvola di scarico delle tensioni e delle frustrazioni personali accumulate nel viaggio breve tra casa, scuola, piazza reale e virtuale, schermo luminoso del telefonino o tablet. Ma oggi, la stessa identica scena, per quelle scarne immagini che le televisioni di “Stato” , tutte quelle al servizio del potere, hanno trasmesso, è più grave. Dolorosa e drammatica. I motivi sono tanti e diversi e, nel dramma, convergenti.

Ne sottolineo solo alcuni, e neppure i più importanti. Ma quelli che mi vengono mentre ci penso e scrivo sulla poltrona dove tento di riposare una pesante stanchezza. La rissa alla Camera, le aggressioni verbali, con abbandono dell’aula dei senatori della maggioranza( atto gravissimo, l’aula non si deve mai abbandonare!) al Senato, avvengono il giorno dopo tre giorni importanti, e in quello, lunghissimo ormai tanti anni, della progressiva perdita di peso e di autorità del Parlamento. Il Parlamento, il nostro più democratico di quelli democratici, perché nato dalla cacciata della Monarchia, dalla condanna del Fascismo, dalla lotta dei partigiani, nato dal sangue versato nella più folle guerra e nella lotta della Resistenza.

Sangue dell’inchiostro rosso con cui è stata scritta la Costituzione più bella, proprio perché fondata, lo ripeto fino alla noia, su quattro pilastri fondamentali, la Libertà, la Persona in cui essa alberga, la Pace, con gli elementi di cui essa si costituisce, la pluralità delle istituzioni, di cui il Parlamento rappresenta l’aspetto più emblematico. Grave, doloroso e drammatico, il giorno funesto odierno, perché di questa fragilità del Parlamento si cerca di approfittare per imporre la più brutta riforma istituzionale, proprio ieri approvata da una delle due aule per il momento. La riforma denominata in gergo popolare del premierato, che, lungi dal rafforzare il potere decisionale del governo, di fatto riduce quello del Parlamento e ne svuota quello del presidente della Repubblica. Il giorno dopo. Quello delle elezioni del Parlamento europeo, la più grande delle vittorie della Democrazia italiana, che sull’Europa, ideata dai grandi della nostra Repubblica, ha fondato la sua più accesa speranza per un Continente che operi per il Progresso e la Pace nel mondo.

Il giorno dopo il centenario della morte di Giacomo Matteotti. Morte causata non, come ancora viene detto, da un manipolo di fascisti indisciplinati, non da una di quelle squadracce nere con il teschio nel cappello e nella bandiera, ambedue di nero colore. Ma trucidato vigliaccamente e orribilmente dal fascismo per ordine del suo despota dittatore. Matteotti, va ricordato, fu sequestrato all’uscita della Camera, dopo aver tenuto uno dei suoi discorsi più belli e significativi. Un discorso vibrante, che dovrebbe essere letto nelle scuole affinché i ragazzi, attraverso quelle parole poetiche comprendano meglio il valore altissimo del Parlamento e la bellezza della Democrazia, luogo privilegiato della Libertà.

In questo discorso Matteotti attacca, con decisione e forza dialettica, Mussolini e ne dimostra il suo aspetto dittatoriale nel progetto, ormai non più segreto, di costruire un regime dittatoriale. La prova che egli porta all’attenzione del Paese è proprio nella concezione fascista del Parlamento. Un ruolo tutto da modificare, in modo che esso diventasse, come poi è diventato, uno strumento del suo potere, il megafono della sua voce recitante, il “bivacco” di cui Mussolini stesso si è vantato, rivendicando con cinismo lo stesso atto barbaro consumato contro il leader socialista. Infine, il giorno dopo(questo odierno tragico), il discorso solenne, bello e pulito, del solito Mattarella, il presidente di tutti gli italiani, che, alle fatiche ordinarie, aggiunge quella immane della difesa della Costituzione, il Parlamento. Bastano, sì che bastano, solo questi motivi per dire della bruttezza di ciò che è accaduta alla Camera oggi.

Una pagina orribile. Non da stracciare. Deve restare aperta. Finché non l’avranno letta gli italiani. Tutti. Anche quelli che votano e sostengono i “forzuti” della politica, che hanno i muscoli ma non la ragione. Che hanno il potere piccolo, quanto il loro cervello, ma non il cuore. (fc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Ho votato per l’Europa che mi è stata insegnata e cucita addosso

di FRANCO CIMINO – Europa e Politica camminano insieme, come Repubblica e Democrazia. Come due persone che si amano. Europa è territorio esteso su tanti Stati che in essa si organizzano nella loro peculiare cultura. Europa è anche rottura dei vecchi steccati. È apertura dei confini, come nei primi anni cinquanta lo fu delle dogane. Europa è fine dei confini, l’apertura piena dei singoli stati per farne un territorio unito, come natura ha voluto che fosse terra unica. Unitaria. Ha voluto che fosse, la Natura con la sua intelligenze, unica terra per essere unita nei popoli che la abitano all’intero dei loro Paesi. Tanti popoli per uno soltanto, che li comprenda tutti restando ciascuno ciò che è sempre stato. E con il pensiero antico, la lingua dei padri, le tradizioni e le religioni proprie.

L’Europa non è un corpo forzuto che tutto prende e nulla dà. A chi ha paura dell’Europa per questo e, ignorante qual è, crea il terrore della perdita anche dell’identità propria di nazione e la caratteristica di popolo, va insegnato che la nuova istituzione aggiunge, non toglie. Offre, non prende. Una nuova lingua, offre. Per capirci tutti quando, senza limiti di movimento, ci parliamo e con tutti parliamo. Per gli scambi commerciali e le operazioni finanziarie. Per la costruzione di un’economia comune. Per lo scambio di lavoro e di lavoratori. Per gli studi e la comunicazione dei saperi e per il lavoro di ricerca nei laboratori comuni. La nostra lingua resta. Anzi, le due, dialetto compreso. Le possiamo parlare, dove e quando vogliamo. E tramandarle attraverso le nostre scuole, dove, proprio per merito dell’Europa, dovremmo liberarci del vecchio complesso di inferiorità per insegnare anche la lingua locale. E con con essa le trazioni più antiche, dai motti, che sono filosofia pura, ai ritornelli che sono poesia, ai canti e balli popolari, che sono musica e danza vere. Più vere perché sono sangue che scorre ancora nelle vene.

L’Europa non toglie, offre. Offre conoscenza, non ci priva di quella che abbiamo. Non ci toglie la terra, ma ci dona risorse e tecniche per “ararla” meglio e farla più ricca. Non ci prende l’acqua, né il vento, né il mare. Ci aiuta a curarli meglio e a farne, soprattuto del vento (ma quegli alberi di ferro, però, qui lo ripeto, no!)una risorsa per crescere in energia vitale, in miglioramento della qualità della vita. L’Europa non ci sottrae ricchezza, né pubblica, né privata. Il patrimonio nazionale verrà meglio tutelato e la sua ricchezza indiretta aumenterà con la visita di un numero crescente di europei, che considereranno il nostro ricchissimo patrimonio artistico non come monumenti da vedere, mordi e fuggi, ma beni incommensurabili di tutti. Di ciascun europeo. La ricchezza dei privati, anche se sono pochi e molto ricchi, sempre più ricchi, neppure verrà intaccata.

L’Europa, toglierà solo la povertà, che è di tantissimi e sempre più numerosi. Mentre alla stragrande maggioranza delle persone restituirà il benessere di un tempo ormai troppo lontano, ma che pure molti viventi hanno conosciuto. L’Europa non toglie neppure quel “ sano egoismo” che rassicura ancora non pochi, purtroppo spingendoli, nella crisi attuale, tra paure nuove e ancestrali bramosie, a sentirlo maggiormente. Dona, invece, la solidarietà, quello spirito che, vincendo le spinte a prendere per sé, fa sī che ciascuno si adoperi per l’altro, nell’intelligente convincimento, non ancora troppo tardivo, che non può esserci felicità per sé se non c’è felicità per gli altri. Anzi, oggi, suona così: non può essere serenità per me e la mia famiglia, se cresce la disperazione negli altri. La mia stessa antica sicurezza, non potrò garantirmela neppure con le forze d’ordine che lo Stato impiega per “l’ordine sociale”. Solidarietà tra le persone è, in Europa, solidarietà tra i popoli, tra Stati e, al loro interno, tra regioni e municipi. L’Europa nulla ci toglie neppure qui, ci “conquista” la Pace. E se Pace sarà per lei, per la Pace opererà nel mondo. Ché la Pace si costruisce con la Pace. Essa può essere cercata dagli uomini di pace. Soprattutto, da quelli che appartengono a paesi, vittoriosi o sconfitti, distrutti dalle loro guerre. Ancora in lutto per le vite cadute in battaglia o sotto le macerie a milioni. La vera Pace, però, non è la sospensione delle guerre, nel mentre, gli Stati continuano a spendere miliardi per gli armamenti nel il timore che le guerre ritornino. Ovvero, per la segreta intenzione di muoverle agli altri. Ovvero ancora, per la furbizia di continuare ad arricchire i mercanti più antichi di morte con la scusa che “e se venissimo attaccati, aggrediti?”.

Nelle ultime guerre conosciute, ancora in corso, sono state spese per armamenti, anche da parte dei paesi non direttamente belligeranti, come il nostro e di tanti europei, qualcosa di incalcolabile che da sola avrebbe ridotto la crisi economica di quei paesi e alleviato le loro popolazioni da preoccupazioni gravi sul tema della salute della povertà. Messi insieme questi denari, avrebbero potuto sanare la siccità e l’asciutezza delle terre più povere del pianeta, iniziare a favorire il loro autonomo sviluppo, consentendo a milioni di esseri umani di restare nel proprio paese per farlo ricco e progredito. E per contribuire a rendere più sano, dall’ambiente alla coscienza, dalla terra alla morale, questo mondo “inquinato”. Pace, allora, vuol dire solidarietà. Quella vera, che non è la misera carità che ti cade dalle tasche piene. Non è l’opportunistica accettazione della forza fisica e intellettuale dei migranti, utile alle nostre economie asfittiche.

Non è la presuntuosa concessione “agli stranieri” di percorsi di integrazione che vorrebbero essere svuotamento dell’identità altrui. Non è l’arrogante pretesa di farli tutti pienamente italiani o tedeschi o francesi (di serie b, evidentemente). Solidarietà è accettazione, riconoscimento del valore dell’altro. Valore pari al tuo. È la cancellazione del concetto di normalità, che le vecchie culture dominanti hanno inventato con lo stesso significato attribuito alla parola civiltà. Come per queste, per cui ogni popolo è civile, ogni uomo e ogni popolo, sono diversi. Il valore dell’Europa, è quello che campeggia silenzioso nella nostra Costituzione. Sulla cancellazione della “legge” segreta della normalità, si impone il principio della diversità come unico valore. Tutti siamo diversi. Perciò tutti siamo belli. La Pace vera è questa. La solidarietà è amicizia, fratellanza. Questo significa eguaglianza piena. Giustizia piena. Libertà senza aggettivi. Per tutti. Questa è la Pace che offre l’Europa, senza nulla togliere al nostro sentimentalismo romantico, al nostro amore per la famiglia, al nostro sentimento per la la patria, al nostro sentirci gemello di chi più somaticamente mi somiglia. I figli son figli anche quando sono dissimili fra loro. E non si somigliano affatto.

Se questa è l’Europa che vogliamo, quella che i padri fondatori ci hanno idealmente consegnato, essa o è democratica o non è. Sarà autentica perché si accompagnerà alla Democrazia, che ne costituirà il dna. Democrazia anche nella partecipazione dei cittadini europei. Piena. Libera. Diretta. Il cammino dell’Europa, però, ha bisogno di energie vitali, che corroborino la partecipazione alimentando lo spirito di cittadinanza europea accanto a quella originaria intangibile. L’energia più importante si chiama Politica. Senza di essa, con tutto il suo profondo significato che qui non richiamo, non ci sarà l’Europa. Ovvero, ci sarà un’altra Europa, la somma magari di tanti piccoli staterelli chiusi nel loro egoismo. Minuscole entità “nazionaliste”, che si incontrano pure spesso per prendere all’altro ciò che più gli aggrada. Una collaborazione-competizione per diventare singolarmente più forte degli altri. Questa non sarebbe l’Europa di cui ha bisogno il mondo.

L’Europa vera è, al contrario, bella. Sana. Ricca. Libera. Unita.Democratica. Per questa Europa io sto per andare a votare, nonostante la insistente assenza della Politica e di partiti che la facciano presto rinascere. Come per tutta la mia vita, da quel mio giuramento di ventunenne sul dolore dei giovani sottomessi dalle dittature, andrò a votare con gioia. E con sentimento d’Amore per l’Italia. Per l’Europa. Per la Democrazia. E per la Politica, che, come fuoco sempre acceso, arde dentro di me. (fc)

L’OPINIONE / Giovanni Macrì: Intervenire per evitare effetti negativi in Calabria per fallimento di Fti

di GIOVANNI MACRÌFallisce FTI Touristik, secondo tour operator tedesco e terzo in Europa. Stiamo parlando di un gruppo molto importante che ingloba diversi altri marchi del settore viaggi e soggiorni balneari in tutto il mondo, che è proprietario di 50 hotel in 8 Paesi e che è referente anche dell’universo Meeting Point (MP) Hotels con tante ramificazioni sul settore media, broker etc, con un totale di circa 50 strutture ricettive, la cui sede italiana è stata fondata nel 2013 a Tropea.

Per essere ancora più chiari e per quanti oggi parlano a vanvera di destagionalizzazione, stiamo parlando del primo tour operator tedesco con voli charter dalla Germania verso la nostra regione allargando per la prima volta, la stagione turistica da primavera ad autunno.

Insomma, ci riferiamo ad un gigante che da sempre è collegato a doppio filo anche con l’Hotel Rocca Nettuno di Tropea, tra i primi, pionieristici e consolidati investimenti turistici di successo in Calabria, un pilastro della storia turistica di questa destinazione e non solo.

Per tutti questi motivi messi assieme, ovviamente per la galassia costruita e consolidata fino ad oggi in tutta Europa da FTI, questa notizia pesante, che forse ci si aspettava, oltre comprensibilmente al pressing delle autorità tedesche, sta comunque costringendo da qualche giorno i ministri del turismo di diversi Paesi, ad esempio Spagna e Grecia, a dichiarazioni di fatto preoccupate per la sorte non solo ed anzi tutto occupazionale di quanti vi lavorano e di tutta la filiera, ma anche e soprattutto di tutti gli investimenti locali direttamente ed indirettamente connessi.

Esattamente come per Tropea e per la Costa degli Dei verso le quali l’anno scorso FTI annunciava investimenti di 11 milioni di euro per rafforzare la sua presenza.

Eppure, in Italia e soprattutto in Calabria, politica ed istituzioni sembrano non essere minimamente toccate ed interessate dalla crisi che invece potrebbe derivarne, che potrebbe colpire seriamente tutti i risultati enormi costruiti fino ad oggi in questa parte della regione e che sono da anni in netta controtendenza con i numeri negativi che si continuano a leggere sul turismo in Calabria. Una crisi che deve essere governata con urgenza.

Occuparsi oggi di turismi, soprattutto se si rivestono ruoli istituzionali a tutti i livelli significa dover e saper confrontarsi con un’industria globale dalle mille interconnessioni locali e con dinamiche, metodi e prospettive di politica economica e di management aziendale che non consentono improvvisazione, superficialità, generalizzazioni ma che obbligano alla competenza ed alla capacità se non proprio di previsione, così come sarebbe auspicabile, quanto meno di governo delle emergenze.

È questa del crollo di FTI, 11.000 dipendenti e terza compagnia di viaggi in Europa e lo ripetiamo leader in Germania da 25 anni per i viaggi in Calabria è a tutti gli effetti – scandisce – una di quelle emergenze internazionali e locali che sta giustamente allarmando gli albergatori di tutt’Italia ed anche della nostra regione, come le preoccupazioni già espresse e motivate nei giorni scorsi ad esempio dall’associazione degli albergatori di Tropea (Asalt), perché è evidente e più che prevedibile che gli effetti a catena di questo fallimento si riverbereranno su tutto ciò che è stato già programmato ed investito per questa stagione estiva ed autunnale nella nostra regione.

Così come è facilmente deducibile che le conseguenze ancora più gravi saranno avvertite e subite da quelle località che, da destinazioni storicamente privilegiate dalle politiche turistico-industriali di quel colosso oggi in crisi, risultano di fatto ancora impreparate a quella differenziazione dei target ed a quel trend internazionale del turismo esperienziale (più redditizio e con maggiori capacità di spesa di altri turismi, sicuramente di quello balneare), distinto e diverso da quello dei resort e sul quale la Calabria in generale ancora non risulta per nulla allineata.

Sicuramente tutte le strategie, gli investimenti e gli indirizzi messi in campo come istituzione in questi ultimi anni hanno consentito a Tropea non soltanto di avviarsi e consolidarsi progressivamente come destinazione matura anche e soprattutto da un punto di vista del turismo esperienziale, sganciandosi da dinamiche, circuiti e perimetri turistici del passato; ma anche di essere pronta e preparata a gestire ed assorbire spontaneamente gli effetti di crisi come questa che sta interessando il segmento turistico della FTI.

Allo stesso modo, riteniamo che pur essendo innegabili le conseguenze locali, soprattutto sulle prenotazioni, del fallimento del colosso tedesco, la qualità, le competenze e l’esperienze consolidate in questi decenni dal management dell’Hotel Rocca Nettuno possano restituire a questa importante realtà operante nel nostro territorio garanzie e certezze in termini di continuità e superamento delle emergenze contingenti.

Qualora non sia ancora chiara la partita in gioco, sono seriamente a rischio migliaia di voli e di viaggi in transito già prenotati, verso la nostra regione. Alla crisi di tipo finanziario che interessa direttamente FTI corrisponde, quindi, anche un’altra emergenza che è quella relativa ai disagi che stanno ricadendo e ricadranno su migliaia di viaggiatori incolpevoli che si vedranno cancellati voli e viaggi, di andata e/o di ritorno, rispetto ai quali deve essere prevista una parallela strategia di governo ad esempio con una cabina di regia anche soltanto per garantire assistenza, informazione ed accoglienza a quanti hanno comunque scelto la Calabria come loro destinazione e rispetto ai quali va preservato il rapporto di fiducia e preferenza comunque accordata.

Tutto il settore alberghiero e della ricettività ne avrà conseguenze enormi, se non gestite per tempo. Così come effetti negativi avranno anche i comuni, rientranti di diritto nella filiera turistica interessata da questa crisi.

Si intervenga prima che sia troppo tardi. Ci si confronti con tutta la rete degli attori ed operatori dell’industria turistica.

Si valuti, si agisca e vengano messe in campo dalla politica e dalle istituzioni le soluzioni praticabili e possibili per governare con visione una crisi che potrebbe trasformarsi però in una opportunità epocale per il management dei turismi nei prossimi mesi ed anni per la destinazione Calabria. (gm)

[Giovanni Macrì è ex sindaco di Tropea]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il potere a reti unificate e la televisione pubblica megafono del Governo

di FRANCO CIMINO – Oggi è stata dura. Una giornata pesante. È ormai così tutti i giorni. Ti alzi presto, da già che le notti si fanno brevi. E trovi, dai pensieri del sonno che non viene, le tante cose, tra le più urgenti, che devi fare. Ad iniziare da banche, poste, tabacchi autorizzati, ad effettuare i pagamenti delle utenze. D’altro ci pensa già la banca che trattiene direttamente dallo stipendio. E poi i figli, il lavoro, per chi ce l’ha. E i lavori in casa, che invecchia senza sperare nelle “cure estetiche”. Quelle recentemente eliminate, e tutte, dal ritorno strumentale di un rigore sanatorio di conti lungamente rovinati da risorse dissipate. Da loro, i governanti. E, continuando nella giornata che sembra non finire ma, per chi possa, o debba, o voglia, c’è la lettura, giornale e libri, e la scrittura di tutt’un po’. E così per tutti.

Per la maggior parte degli italiani, questa giornata tipo è ancora più dura. Specialmente, per i tanti che ritornano a casa a mani vuote. Dolore sulla fatica. Frustrazione e senso di fallimento negli occhi. Chi ne ha possibilità, indossa scarpe di running( dovrebbero essere le nostre vecchie di dinastica)e tuta, anche improvvisata, e va in palestra. A temprarsi i muscoli. O a camminare. Per alleggerire il cuore, respirare i polmoni, quietare la mente. Rasserenare il pensiero. Se ci si riesce, giunge anche la musica dagli auricolari e la poesia dal cuore. E qualche sogno ritorna, ché mica è fatica sognare. O un reato sperare che il sogno si realizzi. Sì, quel sogno bambino. Non dei bambini. A sognare ci siamo tutti. Il sogno è bambino. A me è successo quasi tutto questo, oggi. Tutti i giorni, escluso le parti che mi riparano dal dramma e dalla sofferenza immane, anche per me è così. Come i più. La stragrande maggioranza degli italiani. Resi uguali nel peggioramento della loro condizione, che ha cancellato una delle più grandi invenzioni della nostra democrazia, il ceto medio. La spina dorsale del Paese, cioè, spazio importante della scala sociale, che, nella stagione del Progresso inarrestabile, era il compimento di un’ascesa garantita a tutti. La società del pluralismo, anticamente detto dell’interclassismo per soddisfare le obbligate contrapposizioni ideologiche, nel dopoguerra molto attive.

La promessa della Costituzione, un popolo unito, felice, ricco nell’eguaglianza e nella libertà, è stata tradita proprio nella cancellazione con il ceto medio, di quella pluralità di classi, in cui quella dei ricchi, aperta nella scalata sociale a tutti, non risultava offesa a chi ricco non era. Ma una risorsa dell’intero Paese, che dalla quella produttività, unita alla generosità intelligente del mondo del lavoro, cresceva in ricchezza complessiva. Tutto diversamente da oggi, in cui la divisione netta della società in due classi, la piccolissima, meno del dieci per cento, dei ricchi, e quella larghissima, dei poveri, rappresenta la più grave offesa alla Democrazia. La più sanguinosa ferita alla dignità umana. Il più grave pericolo per la Repubblica. Il più pesante attacco all’Europa, che senza un’Italia robusta e sicura non farà un solo passo verso il Progresso. E, allora, qui ci sono pure io, che, fatta la camminata salutare, torno a casa per il telegiornale delle venti. Non è sempre lo stesso. Della Rai.

Alterno il TG Uno, con canale Cinque e il TG della Sette. Questa sera mi fermo sul Primo. E soffro. Più di ieri sulle notizie uguali che non sono ferme nelle conseguenze. Stasera, quella di ieri e dei giorni precedenti da un anno quasi. E da due, quasi superati. Israele, nel nuovo attacco a Gaza già distrutta, uccide molte vite di civili. I bambini sempre dentro questo crudele elenco. Le case, le scuole, distrutte, insieme alla terra, già stretta e asciutta. La Russia continua il suo forsennato assalto all’Ucraina e alla sua popolazione sfinita da una così lunga sofferenza. Tutto quello che raggiunge, distrugge. E con una carica d’odio che fa sanguinare anche le rovine materiali sulle quali un pazzo dittatore, con velleità napoleoniche, si propone al mondo ipocrita, quale mediatore tra sé stesso, criminale, e il nemico, che ha giurato di cancellare o di asservire. A telegiornale finito, non faccio in tempo a indignarmi dinnanzi a questo vero schifo, che compare, sul motivo che mi piaceva in giovinezza sognante, il faccione bello e abbronzato di Bruno Vespa. Spostamento lento di telecamera, e arriva il volto bello, che a me piace pure tanto, della presidente del Consiglio, avvolta in una camicia celeste che ispira serenità ed eleganza disegna. Quattro minuti di solitaria indisturbata comunicazione agli italiani della grandezza di questo governo. Un Bruno tricolore non della bandiera italica, compiaciuto, porge alla gentile signora della patria l’ultimo minuto di “appello sacro”.

Lo fa con una domanda, che commuove, per il coraggio e la “sfrontatezza” in essa contenuta: «presidente, il più importante giornale (non ho capito se europeo o americano) le assegna il ruolo più importante nel nuovo processo di costruzione dell’Europa. Ce la farà ad esercitarlo?». Due secondi due, interminabili però, di silenzio sacrale. Telecamera che zooma sul viso giovanile di Giorgia e suoi occhi celesti ravvivati dal riflesso della seta. E dal rosso del delicato colore aggiunto sulle labbra, appena dischiuse da un sorriso sornione, tutto femminile. Finalmente, la risposta che interrompe l’angosciosa attesa: «dipende dalla risposta che mi daranno gli italiani».

A due giorni dal voto (è successo il 6 giugno ndr), un regalo propagandistico di questo genere a un leader di partito presente alle elezioni di sabato, candidata lei stessa in tutte le circoscrizioni, è davvero (lo si può dire?ma sì diciamolo) veramente vergognoso. Io stesso, che ho vissuto anche la stagione politica precedente, che non era affatto tutta rose e fiori, non ho mai visto una cosa così prepotente. E violenta di potere esercitato.

Anche sul vecchio difetto di una certa piccola Italia che vuole i piccoli italiani sempre proni dinanzi al potente di turno. Una domanda  “dal sen. mi fugge” e qui non la trattengo: “Siamo alla fine della Repubblica e alla messa in pericolo della Democrazia?” Aspettiamo il voto per capire meglio. (fc)

L’OPINIONE / Vincenzo Capellupo: Serve intervento del Governo per situazione negli Istituti

di VINCENZO CAPELLUPO – Durante la seduta del Consiglio comunale, ho ascoltato la relazione del garante dei detenuti del Comune di Catanzaro, avvocato Luciano Giacobbe.

L’esposizione del garante si è concentrata sulla situazione dell’istituto penitenziario  cittadino “Ugo Caridi” e sulle sue numerose criticità.
Da un punto di vista infrastrutturale, diverse sezioni del carcere cittadino non sono state ristrutturate, sono ancora umide e piene di muffa, con bagni a vista e addirittura in molti casi non sono garantiti i 3 mq di spazio calpestabili che devono essere garantiti a ogni singolo detenuto.
Quest’ultimo criterio è stato fin dal 2009 individuato dalla Cedu come necessario affinché lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti umani e degradanti. Oltre alle carenze infrastrutturali è emersa dalla relazione la notevole scopertura di organico della polizia penitenziaria e di funzionari giuridici-pedagogici e l’esistenza di un solo mediatore culturale per centinaia di detenuti stranieri.
Una situazione drammatica, non degna di un paese civile.
Recentemente sono stati annunciati alcuni importanti stanziamenti che tuttavia, da quanto ho appreso dalla stampa, non riguarderanno le sezioni detentive.
Sin dal mio insediamento in questa consiliatura sono stato promotore della nomina di un garante comunale dei detenuti, consapevole che il miglioramento delle condizioni carcerarie è elemento imprescindibile per la sicurezza dei cittadini, essendo l’utilizzo distorto del concetto di legalità spesso abusato dalla destra al governo.
Al contrario, sono convinto che proprio per promuovere legalità e sicurezza si devono garantire condizioni umane nelle carceri ed occasioni di studio e lavoro ai detenuti. In questo percorso, anche l’Amministrazione comunale può giocare un ruolo importante. Negli scorsi mesi, infatti, anche grazie al Garante dei detenuti – che ringrazio per il lavoro che sta svolgendo con dedizione – siamo riusciti ad
attivare con l’istituzione penitenziaria una serie di percorsi che hanno come obiettivo quello di migliore le condizioni di vita all’interno delle carceri e favorire il reinserimento sociale dei detenutI. (vc)
[Vincenzo Capellupo è consigliere comunale di Catanzaro]

L’OPINIONE / Franz Caruso: Occhiuto rinnovi convenzione per volontari del 118

di FRANZ CARUSO – Sono al fianco delle associazioni di volontariato che in queste ore stanno protestando presso la Cittadella regionale chiedendo il rinnovo delle convenzioni per il supporto al 118 e per il trasporto dei pazienti dializzati.

Il presidente della Regione e commissario ad acta, Roberto Occhiuto scongiuri il blocco del servizio da parte delle associazioni di volontariato che risulta essere di fondamentale importanza. Ritengo, infatti, straordinario il contributo che il mondo del Volontariato offre nei servizi di emergenza 118, che con impegno, serietà ed abnegazione  interviene come vero e proprio presidio di assistenza e soccorso, salvando vite umane. Questo ruolo cruciale deve essere prioritariamente riconosciuto e poi anche premiato, attese le annose carenze presenti nel più generale sistema di emergenza-urgenza.

“La riorganizzazione dell’emergenza urgenza 118 nella nostra regione per stessa ammissione del governatore e commissario alla sanità Roberto Occhiuto, che diceva di voler far attecchire in Calabria il cosiddetto “modello Lombardo”, non può certo prescindere dall’impiego dei soccorritori volontari che in tanti anni di servizio, ancor di più durante il periodo pandemico, hanno dimostrato di esserne parte integrante ed indispensabile. Ecco perché non comprendo, né possono essere giustificati, i ritardi fatti registrare dalla Regione Calabria nel rinnovo delle convenzioni, indispensabili alle associazioni per proseguire ad operare a beneficio delle comunità.

Non si gioca con la salute e la vita dei cittadini e, quindi, si deve serietà e rispetto a quanti lavorano per tutelarla e salvaguardarla – conclude il sindaco Franz Caruso – Mi auguro, pertanto, che il presidente e commissario ad acta Roberto Occhiuto operi con estrema responsabilità provvedendo a recuperare i ritardi registrati e rinnovando le convenzioni alle associazioni di volontariato per il supporto al 118 e per il trasporto dei pazienti dializzati. La sanità calabrese continua a registrare disfunzioni in più settori e questo non va bene. (fc)

[Franz Caruso è sindaco di Cosenza]

L’OPINIONE / Giuseppe Mangone: La politica ha abbandonato i bergamotticoltori e disattende le promesse

di GIUSEPPE MANGONEIl Dl Agricoltura da poco approvato dal Governo prevede diverse iniziative a favore del settore agricolo e impegna risorse in quasi tutti i comparti, alcune anche in maniera innovativa. È il caso per esempio delle modifiche importanti del Dlgs 198/2021 sulle pratiche sleali a tutela della filiera agricola rispetto al predominio della Gdo e rispetto alla violazione della normativa nei rapporti tra imprese della filiera agricola e quella alimentare, oppure della scelta di evitare gli impianti fotovoltaici a terra che oggi avrebbero danneggiato importanti ecosistemi e colture tradizionali regionali oltre a portarci lontano dagli orientamenti comunitari.

Lo stesso dicasi per affrontare il problema granchio blu, il problema cinghiali e la grave crisi dovuta alla peste suina africana ed altre zoonosi per bovini e ovini. Gli interventi urgenti per fronteggiare la crisi economica delle imprese agricole, della pesca e dell’acquacoltura e quelli inerenti le problematiche del comparto del kiwi e della vite, non contemplano quanto ci si aspettava in merito ai danni e quindi ai ristori riguardanti la crisi climatica dello scorso anno per il Bergamotto di Reggio Calabria, che interessa più di 1.500 ettari e centinaia di famiglie agricole e costituisce storicamente la base economica e rurale di 50 comuni della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Dopo l’estate dell’anno scorso, la politica governativa regionale insieme agli esponenti di altri enti e del Consorzio del Bergamotto e con la presenza di parlamentari locali, lanciava a gran voce e dava per fatta l’imminente approvazione del bando per il riconoscimento del danno alla filiera bergamotticola e quindi dei previsti ristori in termini di contributi da parte del Governo e della Regione Calabria. Di fatto nulla è avvenuto, le interlocuzioni regionali col Ministero si sono arenate e nessuna risposta concreta si è ottenuta: ad oggi tutti si sono dimenticati dei famosi ristori per la crisi del bergamotto a partire dalla politica, che in questo caso sarebbe dovuta intervenire con le strutture regionali. Probabilmente per qualcuno il territorio cosentino è sempre più importante di quello reggino

La Regione con il presidente Occhiuto e l’assessore Gallo, mentre si è dimenticata delle procedure per attivare i ristori ha contribuito scientemente ad affossare il comparto del prodotto tipico reggino per eccellenza, con il boicottaggio a febbraio dell’Igp Bergamotto di Reggio Calabria che era stato approvato dal Ministero a dicembre 2023. Fatto ormai noto a tutti e di cui preferiscono tacere per evitare cattive figure in un periodo elettorale.

Nella realtà però ci avviciniamo alla nuova campagna produttiva bergamotticola ed un comparto storico si prepara a partire con gravi deficit strutturali ed economici, senza alcun aiuto da parte della politica competente regionale e locale e senza la tutela del prodotto, sempre più necessaria. E dovremmo inoltre iniziare a considerare l’imminente arrivo di nuove malattie importanti per il bergamotto e gli agrumi come il “Citrus greening” che in Sicilia già ci si sta organizzando a prevenire e in Calabria nemmeno se ne parla. Gli agricoltori dovranno unirsi e fare rete per affrontare insieme le problematiche evidenti e attuali, così come già sta avvenendo con la cosiddetta “crociata per l’Igp” a sostegno del Bergamotto di Reggio Calabria. (gm)

[Giuseppe Mangone è presidente dell’Associazione di Categoria Liberi Agricoltori – Anpa Calabria]

L’OPINIONE / Franco Cimino: L’attacco al Capo dello Stato, l’ipocrisia della politica

di FRANCO CIMINO – A che servirebbe richiamare il tempo ormai lontano della cosiddetta prima Repubblica o le consuetudini di paesi democratici oggi, che dinnanzi a una posizione simile a quella assunta dal deputato Borghi e dal Ministro Salvini, ambedue esponenti di un partito di governo, sarebbero stati chiamati dal capo dell’Esecutivo a rassegnare loro le dimissioni che hanno, in modo diverso, chiesto al presidente della Repubblica, se proprio quel capo resta, come altre volte in casi gravi, in assoluto silenzio? Ovvero, in profondo pensamento per vedere opportunisticamente la posizione più conveniente da assumere? Infatti, non servirebbe a nulla. E io non chiedo la loro rimozione da alcuna propria postazione.

E di Borghi quella dell’incarico nella Lega. Questa politica é diventata così brutta, che pensare di applicarle le regole almeno del buon senso o della più elementare educazione istituzionale, sarebbe come gettare due secchi d’acqua in mare. Spostiamo, invece, il nostro interesse su due altri aspetti, non meno preoccupanti. Il primo riguarda l’ignoranza che porta questi due personalità politiche ad affermare delle vere assurdità intorno al valore della festa del due giugno e a quello della Repubblica.

Il secondo, per il più misero opportunismo, il concetto di sovranità nazionale in rapporto a quello di nazione. Il terzo, per estensione dell’ignoranza, l’Europa e la perdita di sovranità. Il tutto mantenendo sullo sfondo la totale distrazione sulla Costituzione. Anzi, non considerata affatto. Come se non esistesse. Ho scritto ieri una lunga riflessione su Repubblica, due Giugno e Grande Carta, per cui non mi ripeterò in alcuno di quei pensieri. Dico brevemente solo le tre cose con riferimento a quanto su elencato.

Questione “educazione” e, quindi, rispetto e gentilezza, a prescindere. Cosa ha detto il Presidente di tutti gli italiani, il democratico custode dei valori della Costituzione, il galantuomo che ogni paese ci invidia, “Russia” compresa? Testualmente, nella frase che ha fatto sollevare i due leggiti, questo: «Con le elezioni consacriamo la sovranità dell’Europa». Capisco che per i sovranisti questa parola è come carne per il macellaio, ma drammatizzarne il senso politico è davvero sorprendente.

Maggiormente se proviene da una forza politica, la Lega, che, nel mentre reclama la sovranità della nazione, si batte per realizzare l’autonomia differenziata, la quale assegnerebbe maggiori poteri alle regioni. Vai, poi, a vedere con quali meccanismi di egoismo territoriale e di prevaricazione dei ricchi sui già poveri. La sovranità europea, di cui parla il grande statista europeo Mattarella, nel solco dell’antico pensiero dei padri dell’Europa, è quella che si muove sull’antica vocazione dell’Italia per la costruzione dell’Europa Unita, quale soggetto politico nuovo per la crescita economica di tutto il Continente e, quale, attore nuovo ed essenziale, per la costruzione della Pace nel mondo.

Una sovranità che si erga come valore etico e politico e guida di un insieme di Stati, è quella invocata dal Presidente. Una sovranità che consente ai singoli paesi, pur non perdendo nulla della loro cultura e del loro peso politico, di cedere alla nuova istituzione solo la parte del loro vecchio egoismo e della assurda elefantiasi concezione del loro orgoglio, i veri nemici del Progresso e della Democrazia. E, soprattuto, di quel necessario spirito di solidarietà tra i popoli che si trasformi, ancor più fortemente di oggi, in programmi unitari di crescita, in contemporanea, di tutti i popoli nell’unico popolo europeo. Europa sovrana, significa Europa libera, democratica, indipendente. Unione di Stati liberi e democratici e “dipendenti” solo da quel grande progetto unitario. Che abbia come slancio di generosità la fatica per la Pace nel mondo.

È da questo sogno, oggi fine dell’Europa e suo primo progetto politico, che il nostro Presidente ha fatto discendere, anche ieri, la frase assurdamente contestata. Che non è stata affatto estemporanea e neppure personalizzabile. Essa, come Mattarella ripete continuamente, in particolare ai giovani, deriva dai dettami costituzionali, che educano alla Democrazia. E comandano che l’Italia sia protagonista nelle due fatiche storiche: l’Europa e la Pace. E per loro mezzo, di quella per l’attuazione dei principi fondamentali del vivere civile, la fratellanza, la giustizia, l’eguaglianza, la Libertà. Per tutti, persone e nazioni, popoli e stati. Nel sogno, per nulla cancellato, di un mondo nuovo, in cui i confini siano solo geografici e i popoli siano soltanto l’unico che li comprenda tutti, l’Umanità.

Questo è tutto. Cosa farà Giorgia Meloni per aprire, e non per chiudere, una profonda discussione su questi principi, quali decisioni vorrà prendere, che non siano le riservate scuse al Presidente sui più segreti canali diplomatici, per sanare una ferita istituzionale così profonda, anche questo mi interessa poco. Mi interessa e mi preoccupa invero molto, l’origine culturale che spinge sulla riforma cosiddetta del “premierato”. Il mio no ancora più netto e la mia battaglia per impedirla nel modo in cui è stata concepita, si racchiude nella domanda: «Cosa sarebbe stato, non di Mattarella, ma del presidente della Repubblica, in quanto istituzione, se quelle contestazioni, di cui abbiamo detto, fossero state lanciate in regime di capo del Governo eletto direttamente dal popolo». (fc)