L’OPINIONE / Giovanni B. Leonetti: Il laboratorio di analisi dell’Ospedale di Corigliano non funziona

di GIOVANNI B. LEONETTILa confusione regna sovrana presso il laboratorio dell’Ospedale “G. Compagna” di Corigliano.

Mentre si susseguono le promesse, i cronoprogrammi e i conti alla rovescia per l’inaugurazione del nuovo ospedale di C.da Insiti, i calabresi e coriglianorossanesi, in particolare, non riescono neanche a fare le analisi di routine.

I politici di centro-destra e L’on. Pasqualina Straface, presidente della commissione regionale Sanità, evidentemente non conoscono i gravi disagi che vivono i cittadini, perché sicuramente si affidano – potendoselo permettere – alle strutture sanitarie private.

Si sarebbero altrimenti accorti delle tante “pecore all’ammasso” causate dal “nuovo” sistema dei prelievi attivo presso l’ospedale di Corigliano.

Per quanto perfettibile, il sistema precedente era basato sugli appuntamenti, telefonici o in presenza, oppure presso le farmacie.

Spesso, però, in Calabria quando una cosa quasi funziona va immediatamente cambiata e così la nuova “organizzazione”, che pare sia stata introdotta per uniformarsi alle altre realtà della provincia di Cosenza, non è nient’altro che l’esempio dell’approssimazione e superficialità. 

Secondo il nuovo sistema ecco cosa succede: Fase 1. Il cittadino si deve recare fisicamente sul posto nel giorno in cui spera di fare le analisi e qui inizia a fare la prima fila presso l’ufficio ticket per il pagamento. Fase 2. Il cittadino dopo aver pagato quanto dovuto, inizia a fare una seconda fila per consegnare la ricetta allo sportello, in uno spazio angusto e inadeguato. Fase 3. Ora finalmente il cittadino può fare una terza fila per attendere il suo turno per il prelievo.

Definire tutto questo inefficiente potrebbe quasi suonare come un complimento.

Esso non tiene conto degli spazi insufficienti presso la struttura di Corigliano, prevede la presenza al mattino di decine di persone (almeno 50 previsti, ma sono molti di più) e impedisce agli stessi di potersi recare al lavoro nella stessa giornata.

Il tutto per persone spesso con problemi di salute e nella deambulazione e senza alcun rispetto della privacy.

Ciò crea pesanti disagi per la cittadinanza, dando adito a nervosismo ed invettive verso gli operatori che assistono impotenti a questo monumento all’approssimazione.

Questa non è propaganda. È una situazione che si può facilmente constatare ogni mattina, recandosi presso l’ufficio ticket, oppure presso l’ufficio analisi.

I politici regionali responsabili sulla sanità non possono trattarci come sudditi, meritiamo rispetto e servizi adeguati, senza costringerci a doverci rivolgere, alla fine, sempre agli operatori privati.

Il centro-destra perde tempo a contestare bollette e concerti, ci propone una Corigliano-Rossano come la nuova Cinecittà, eppure non riesce neanche ad organizzare degnamente un sistema per effettuare le analisi del sangue. (gbl)

[Giovanni B. Leonetti è candidato al Consiglio comunale di Corigliano Rossano per la lista Alleanza Verdi-Sinistra]

 

L’OPINIONE / Franco Iacucci: Oggi festeggiamo l’Europa e pensiamo al futuro

di FRANCO IACUCCI – Il 9 maggio si festeggia la festa dell’Europa, occasione per celebrare la pace e l’unità in Europa. La data ricorda l’anniversario della storica dichiarazione di Schuman, un discorso fatto a Parigi, nel 1950, in cui l’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman espose la sua idea di una nuova forma di cooperazione politica per l’Europa, che avrebbe reso impensabile una guerra tra le nazioni europee.

Manca un mese alle elezioni europee ed è fondamentale ricordare, nella delicata situazione geopolitica di oggi, che l’UE è il più grande progetto di pace di tutti i tempi: essa garantisce libertà, pari diritti e opportunità. Il sogno del Manifesto di Ventotene non è ancora pienamente compiuto ma possiamo e dobbiamo immaginare di rivendicarlo contro gli egoismi nazionali, le spinte disgregative, le minacce esterne.

L’Europa può e deve avere una voce unica sulle tante sfide del presente e il nuovo Parlamento europeo che andremo ad eleggere dovrà accettare questa sfida. Le prossime elezioni europee saranno un grande momento di democrazia e siamo tutti chiamati a partecipare – come ha detto il presidente Mattarella – per prendere nelle nostre mani il destino della civiltà europea. Oggi festeggiamo l’Europa e pensiamo al futuro con lo stesso coraggio e determinazione di chi la sognò unita, in pace e solidale. (fi)

[Franco Iacucci è vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Genova, Palermo, Bari e Puglia, e l’irrisolta questione morale

di FRANCO CIMINO – Ricevo la notizia dai social intorno alle 10,30. Mi trovavo in un luogo pubblico di servizio alla persona, intorno a me tanti cittadini in attesa. Le solite cose che lì dentro si dicono. L’attesa è sempre vissuta come un vuoto, uno spazio inutile, un tempo perduto nell’ansia dispersa. Il coro è sempre quello, antico. Fa ancora così, testualmente: «ma non funziona nulla. È una vergogna. La politica del magna magna. Sono sempre gli stessi. Non cambiano mai. I nomi nuovi? Peggio di quelli di prima. Rubano tutti. E si fanno i soldi alla faccia di noi poveri…».

E, ancora, sul non detto e sul detto irriferibile. Leggo sul telefonino la notizia d’agenzia: «è stato arrestato Giovanni Toti, il presidente della Regione Liguria. Reati ipotizzati, voto di scambio, corruzione». Mi si ghiaccia il sangue. Ma come, pure lui, persona che appare leale con le istituzioni, democratica con il sistema, onesta con l’amministrazione della cosa pubblica, rispettosa con le persone, umile nell’aspetto, elegante nello stile e quel faccione da bambinone e quella dizione un po’ strana ma rassicurante, arrestato? E con quelle contestazioni di reati? Mi cadono le braccia, se penso alle conseguenze su una delle regioni più belle e più ricche d’Europa.

Mi tremano le mani al pericolo che questa notizia procurerà alle urne del prossimo giugno, quando saremo chiamati al rinnovo del parlamento d’Europa e di molti comuni, pur se piccoli molto importanti per la geopolitica nostrana. Il pericolo più grave è quello di un’ulteriore allargamento della percentuale dell’astensione al voto. Arrivare in Europa con una politica divisa e una bassa partecipazione popolare, indebolirà l’immagine complessiva del nostro Paese anche sugli scenari internazionali. Due settimane fa, analoghe inchieste, alcune più pesanti ancora, hanno riguardato la Sicilia per il coinvolgimento di alcuni esponenti del parlamento e del governo siciliano. Quasi tutti del centrodestra. Non c’è stato neppure il tempo per una breve “gioia” del centrosinistra, che scoppia il caso della Puglia del celebrato Michele Emiliano.

Alcuni esponenti importanti del centrosinistra, taluni addirittura del suo PD, vengono arrestati per reati come quelli di Genova. Molti altri indagati. Qualche giorno prima è la giunta del sindaco presidente dell’Anci, Antonio Decaro, a essere interessata da pesanti provvedimenti della Procura. L’accusa qui si estende alle ipotesi di infiltrazioni “mafiose” nell’attività amministrativa e nella ricerca del voto. Diciamolo subito, anche perché vi scriviamo sopra, questi provvedimenti sono di natura “accusatoria”, diciamo più propriamente “inquirente”. Saranno i diversi gradi del giudizio dei tribunali a decidere su colpevolezza o assoluzione. Questo lo sanno pure i bambini. Per fortuna, e fatica della storia, siamo in Italia, il paese del Diritto e della più bella Costituzione. Ma non ce lo deve dire la politica, questo. Lo sappiamo. E lo rispettiamo.

Accade, invece, nell’Italia del progressivo indebolimento del tessuto democratico, che siano gli stessi partiti, e i loro principali rappresentanti, cioè i capi e capetti che li impersonano, ad affermare il principio della non colpevolezza dell’indagato fino a sentenza definitiva. Cioè, tutti i tre gradi di giudizio, che hanno, nell’attuale pesantezza della macchina della Giustizia, un tempo non inferiore ai cinque anni. Cioè una vita, che se passa duramente sulle persone in attesa di giudizio, passa pure faticosamente sui cittadini quando gli indagati o gli “accusati”, sono persone raggiunte nell’esercizio di funzioni pubbliche e nel ruolo ricevuto dal voto popolare. Intanto, i partiti, reagiscono immediatamente, quasi avessero unitariamente concordato una linea di difesa dal “nemico”, i magistrati delle procure. Quasi tutti, su questa trincea, o perché diversamente a turno coinvolti in indagini giudiziarie o perché temono per il futuro o perché presi dal complesso di colpa di fatti passati e acclarati.

Questo coro, quasi in replica a quello delle sale d’attesa o dei bar e delle piazze, dice, in momenti e forme apparentemente distinti, due cose. Quasi testualmente: «è solo un’ipotesi d’accusa, il nostro Diritto contempla la presunzione d’innocenza, quindi nessuna colpevolizzazione». La prima. «Io conosco, noi conosciamo, l’assoluta moralità di… Siamo certi ne uscirà a testa alta. Abbiamo fiducia che la Giustizia chiarirà presto l’equivoco o l’errore”. La seconda. Poi ci sarebbe la terza, ma è molto minoritaria, di quelli che “ giustizia ad orologeria; è un vero complotto; attaccano lui, o loro, per colpire il nostro leader…». E non la tratto affatto.

Perché è grave che i partiti, con sempre maggiore arroganza e padronanza, assumano decisamente la linea cosiddetta “garantista”? Lo è perché viene trasferita ogni questione giudiziaria sul campo improprio e franoso dello scontro tra politica e magistratura. Ancora più grave, in questo tempo che sembra restringersi fortemente nella decisione, a maggioranza parlamentare, intorno alla vecchia intenzione di riformare nel profondo il sistema giudiziario. È grave, perché alla gente appare come il duplice tentativo della classe politica di auto assolversi preventivamente e, nel contempo, di porsi, per il fatto di essere eletta (poco importa se da una minoranza complessiva di elettori) al di sopra di ogni potere. Al di sopra della legge stessa. Legge che a convenienza personale, a maggioranza del parlamento, viene continuamente cambiata, su alcuni reati anche in modo clamoroso. Direi, scandaloso, come dimostrano i fatti di questi ultimi vent’anni. Non può continuare così.

Fermo restando la presunzione d’innocenza, valida per tutti i cittadini, uguali difronte alla legge, se non terremo separate le vicende giudiziarie e il perseguimento dei reati di cui risponde solo chi li commette, dal comportamento di un politico in sede istituzionale e dalla sua azione di governo non disgiunta dalla morale, il nostro Paese resterà in cima alla classifica delle democrazie a più alto tasso di corruzione della propria classe politica. Ed é ormai scientificamente accertato che trasparenza e correttezza dell’agire politico e sviluppo economico sono strettamente intrecciate, tanto che la corruzione estesa blocca lo Sviluppo, droga il Progresso e devia ingenti risorse verso canali maligni.

Maligni, perché rubano la ricchezza di tutti e la trasferiscono nei forzieri di pochi. I quali se ne servono per accrescere il potere della corruzione, con il quali alterano il gioco democratico, comprano o fanno nascere partiti, impongono con le liste bloccate gli eletti nel Parlamento per diventare i padroni di tutte le istituzioni. Come definire questa situazione se non l’ultimo metro oltre il quale la nostra Democrazia cadrà nel baratro, davvero non saprei. Come considerare questo progressivo degrado delle istituzioni democratiche se non l’emergere di un nuovo autoritarismo, davvero non saprei. Come restare muti dinanzi al crescente pericolo che grava sul Paese, davvero non potrei. È da tempo che denuncio, su approfondita analisi, questo rischio e la situazione nel tempo determinatasi. Per tale motivo provo sempre più rabbia e dolore nel contempo. Ma ora la situazione si è fatta intollerabile.

Lanciare un nuovo grido d’allarme sul possibile aumento dell’astensione serve a poco. Di certo, non ai partiti di cui sopra, che proprio dalla crescente rinuncia al voto trovano il più grande vantaggio. Quanti vanno a votare sono sempre più quelli che non vogliono il cambiamento. Ovvero, sono intorpiditi dalla propaganda del potere che ne ha obnubilato la coscienza sociale e democratica. C’è una questione morale che si è dilatata e copre il buco profondo che ha scavato il corpo della Democrazia. Questa questione, che ieri era emergenza politica, ora è diventa questione democratica. Che sta svuotando di senso la nostra Costituzione e la speranza in un futuro prospero per la nostra Nazione.

E per l’intera Europa, della quale, per vocazione e mandato della storia, siamo ancora protagonisti. Vorrei ricordare a me stesso, e anche a quanti di quel passato, cui sono appartenuti, ritengono che la responsabilità della fine dei partititi tradizionali e della prima Repubblica, ricada solo sull’azione pesante di “Mani Pulite”, che quella straordinaria lunga stagione del Progresso e della libertà, è stata interrotta dalla incapacità della classe dirigente di allora (già orfana dei più grandi leader che l’Italia abbia avuto, fra tutti Moro e Berlinguer), di comprendere che avanzava nella società una nuova questione morale. Un nuovo processo politico. Un vento nuovo che spirava da lontano. E, col vento, la domanda che nei palazzi dovesse entrare aria nuova. E nelle piazze di dovesse realizzare l’incontro, per una felice contaminazione, tra la stessa politica e le energie nuove che si agitavano nel mondo giovanile e in quello femminile, in quello della cultura e del nuovo attivismo per i nuovi diritti umani.

Pertanto, se la politica attuale, invece che assolvere e giudicarsi assolvendosi, non ripartisse da quell’errore dei primi anni novanta del secolo scorso, e, facendo una seria e rigorosa autocritica, in particolare sul rapporto tra eletto, che appartiene al popolo, e istituzioni, che non sono negoziabili, soffermandosi pure sulla insopportabile distanza, che sempre più si allarga, tra le indennità degli eletti e le misere paghe dei cittadini, questa nostra Repubblica cambierà il suo bel volto antico e diventerà una cosa diversa. Una cosa che non saprei definire, ma la cui maschera intravedo. Ed è brutta. (fc)

L’OPINIONE / Maria Elena Senese: Servono proposte e atti concreti per sicurezza sui luoghi di lavoro

di MARIA ELENA SENESEProposte e non parole, atti concreti e non approcci filosofici, è questo quello che serve in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. 

Per questo il nostro Segretario generale Pierpaolo Bombardieri ha chiesto al Governo: lo stop al lavoro povero; una procura speciale per gli infortuni sul lavoro; l’istituzione del reato di omicidio sul lavoro; più formazione per le imprese; lo stop agli appalti pubblici per le aziende che subiscono infortuni; l’assunzione di più ispettori; più potere agli Rls per attività ispettiva. 

E ancora lo stop ai subappalti a cascata; la patente a punti per le imprese e la denuncia immediata di ogni incidente attraverso gli sportelli di patronato Ital Uil. Occorrono urgentemente ispettori dedicati ai settori maggiormente colpiti da infortuni mortali.

Non possiamo pretendere che un ispettore possa controllare con pari competenza un’azienda agricola, un’industria chimica, un cantiere edile o una centrale elettrica.

Occorre potenziare con urgenza l’organico delle Asp e coordinare i vari organi ispettivi: Itl, Asp, Inail e Inps, perché ciascuno deve fare il suo compito nel contesto di un unico intervento ispettivo, in cui l’Asl controlla la sicurezza sanitaria, l’ispettore del lavoro i contratti, l’Inps la previdenza e l’Inail le coperture assicurative.

Siamo convinti, poi, che per provare a ridurre il rischio correlato ai subappalti a cascata sia necessario tenere nella debita considerazione la figura del Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione. In capo a questa figura, prevista dall’articolo 90 del Decreto legislativo numero 81 del 2008, spetta il coordinamento delle attività delle diverse imprese impegnate nell’esecuzione dei lavori al fine di ridurre i rischi per la sicurezza dei lavoratori. 

Avere questa figura operativa sui cantieri è un obbligo per il datore di lavoro, potrebbe diminuire il rischio di incidenti ed aumentare i controlli su tutta la filiera. Il Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione governa l’area del cantiere, la sua organizzazione e le sue interferenze.

Siamo persuasi, anche, che la sicurezza non è soltanto la sommatoria di norme, è anche il modo con cui vengono applicate e sanzionate, perché come tutte le norme anche queste si prestano a essere eluse, aggirate, ma questo dipende dall’etica dell’impresa. Parliamo tanto di etica del lavoro ma troppo poco di etica di impresa.

I lavoratori pagano con la loro vita il veleno dei subappalti perché è lì che si annida il lavoro nero, perché il subappaltatore deve risparmiare il più possibile per conseguire la commessa e poi ricavare il proprio profitto, ma questo lo può fare risparmiando essenzialmente su due cose: sul costo della sicurezza e sulla qualità dei materiali.

Profitto mortale che miete vittime che ancora aspettano giustizia. Non c’è stato neanche il rinvio a giudizio per la strage di Brandizzo, dove sono morti 5 operai edili, e si sta ancora cercando di fare chiarezza su quanto accaduto nel cantiere di Esselunga a Firenze (altri 5 morti) e nella centrale Enel di Bologna (7 morti) che arriva la notizia dell’ennesimo gravissimo infortunio sul lavoro.

Altri 5 operai edili sono morti e 4 sono rimasti intossicati a Casteldaccia mentre eseguivano lavori sulla rete fognaria, vittime delle esalazioni di gas tossici. Siamo davanti all’ennesima strage multipla di operai!

Basta con la retorica del dolore è il momento della responsabilità. Morire in fabbrica, nei campi, in qualsiasi luogo di lavoro è uno scandalo inaccettabile per un Paese civile,  soprattutto quando dietro agli incidenti si scopre la non applicazione di norme in materia di sicurezza.

Incidenti mortali plurimi, infine, che confermano il fatto che la colpa ricade nella gestione ed organizzazione del lavoro. (mes)

[Miaria Elena Senese è segretaria generale di Uil Calabria]

L’OPINIONE / Paolo Bolano: Un ministero delle Partecipazioni statali per risolvere il problema del lavoro al Sud

di PAOLO BOLANO – Ormai da anni leggo praticamente della “Questione Meridionale “ irrisolta. Leggo di Mezzogiorno e lavoro. Periferie abbandonate. Turismo che non decolla anche nelle aree interne. Leggo anche stronzate su questi temi, ma non essendo io un politico praticamente spesso me ne fotto. Ma questa mattina voglio dire la mia, anche se non conta niente. Guardate. Da anni assistiamo all’esodo dal Mezzogiorno di ragazze e ragazzi dopo la maturità.

In seguito questi giovani si portano via anche le famiglie. Possibile che in più di 150 anni dall’Unita’ d’Italia non si è ancora riusciti a trovare un rimedio per fermarli? Senza giovani il Mezzogiorno muore. Avrei un’idea. Tutti sanno che non solo le imprese private creano lavoro. Il pubblico può fare molto al sud dove manca da sempre il lavoro.

Serve un ministero delle Partecipazioni Statali, solo così pubblico e privato potranno risolvere il problema del lavoro al Sud. Si possono convogliare gli investimenti nelle direzioni giuste, senza ruberie e distrazioni varie. Vedo più sicurezza in questo modo è più impegno per risolvere finalmente il problema. Mi posso sbagliare. Adesso voglio dire però una cattiveria. Non è che la politica vuole risolvere la “Questione Meridionale “ praticamente , favorendo l’esodo? Mi spiego meglio. Se quasi tutti partono dalle nostre periferie i problemi da risolvere non esistono più. È Risolta finalmente la Questione Meridionale. Bravi! Ma non scherziamo con le cose serie.

Nel duemila l’Unione Europea mise in campo una strategia a Lisbona per raggiungere in 10 anni l’occupazione media in Europa del 70 per cento. Bisognava favorire anche l’occupazione femminile. Per il Mezzogiorno è stato un fallimento. Credo si sia arrivati appena al 40 per cento. Non c’è speranza quindi più per noi? Non credo. Vedete, la cosa che suona strana è che al Sud manca il lavoro, al Nord le aziende cercano 130 mila figure professionali che non trovano. C’è qualcosa che non va in questa nostra amata Italia.

Concludo dicendo che al Sud non ci dobbiamo interessare solo di piccole imprese, dobbiamo interessarci anche delle grandi imprese. Significa innovazione, ricerca oltre che occupazione giovanile. Infine, per favore! Non dite che I giovani del Sud sono dormiglioni “palla al piede”. Non è vero. Sono giovani che intanto hanno abbandonato l’idea del posto fisso. Vogliono lavorare e basta. Attenzione però. Mica sono fessi. Qualche datore di lavoro li paga con 2-3 euro all’ora. In Germania la paga oraria è di 12 euro all’ora. Ecco perché s’incazzano. Hanno bisogno di lavorare ma non vogliono essere sfruttati. Ma “lor signori” si ostinano a dire che devono fare la gavetta. Loro rispondono con una pernacchia e vanno via.

Ergo. Amici che fate politica dimostrate di non fare parte di coloro che non sanno risolvere il problema occupazionale e quindi sono felici che i giovani lasciano le nostre periferie.

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Un quadro dettagliato su Av Salerno-Reggio C.

di GIACOMO SACCOMANNO – Il progetto di alta velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria rappresenta una svolta significativa per il sistema di trasporti del sud Italia. Con l’obiettivo di creare un corridoio veloce ed efficiente, il progetto promette di ridurre drasticamente i tempi di viaggio e di stimolare lo sviluppo economico delle regioni coinvolte.

La nuova linea, estendendosi per circa 152 km, attraverserà paesaggi mozzafiato e collegherà comunità che finora hanno avuto accesso limitato ai servizi ferroviari ad alta velocità. La stazione intermedia, oggetto di studi approfonditi, sarà posizionata strategicamente per servire al meglio le esigenze locali, garantendo al contempo un impatto positivo sul tessuto socio-economico dell’area.

L’investimento in questa infrastruttura non solo migliorerà la mobilità dei passeggeri, ma anche quella delle merci, con particolare attenzione al traffico merci nel porto di Gioia Tauro. Questo aspetto è fondamentale per rafforzare la posizione dell’Italia nel contesto del commercio marittimo internazionale.

Il progetto di alta velocità Salerno-Reggio Calabria è più di una semplice opera infrastrutturale; è una visione per il futuro, un impegno verso la mobilità sostenibile e un passo avanti verso l’integrazione economica del Mezzogiorno d’Italia.

A nome della Lega Calabria, esprimo la mia profonda gratitudine al Ministro delle Infrastrutture e Vice Premier, Matteo Salvini, per l’impegno e gli investimenti dedicati al progetto di alta velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria. Questa iniziativa è un simbolo tangibile dell’attenzione e del sostegno che il nostro governo dedica al Sud Italia, e in particolare alla Calabria.

La realizzazione di questa infrastruttura è un segnale forte di fiducia nel potenziale della nostra regione e rappresenta un’opportunità straordinaria per stimolare lo sviluppo economico e migliorare la qualità della vita dei cittadini calabresi. La nuova linea ferroviaria non solo accorcerà i tempi di viaggio, ma aprirà nuove prospettive per il commercio e il turismo, collegando in modo più efficiente il porto di Gioia Tauro con il resto del paese.

Il nostro ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno lavorato e continueranno a lavorare per rendere questo sogno una realtà. Il progetto di alta velocità Salerno-Reggio Calabria è un esempio eccellente di come, con la giusta visione e risorse, possiamo costruire un futuro migliore per la Calabria e per l’Italia intera. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Michele Tripodi: A Polistena ha vinto la partecipazaione

di MICHELE TRIPODI – Sono state migliaia di persone quelle che hanno partecipato alla manifestazione del 4 maggio Sanità Chiama,  promossa dall’Amministrazione Comunale di Polistena.

Oltre 100 le adesioni ufficiali di organizzazioni, scuole, sindacati, partiti, associazioni, oltre 30 le adesioni dei Comuni reggini e calabresi.

È stato un momento forte, democratico, di protesta che ha assunto forme variopinte e originali come l’iniziativa del flashmob con la scritta umana +Sanità fatta dalle ragazze. Non ci sono solo le parole importanti che rimangono come macigni, dette sui palchi, che il Commissario/Presidente Occhiuto non può ignorare.
Peraltro si sono alternati 20 interventi, segno che la democrazia è un qualcosa che non si sbandiera ai quattro venti, si compie quando si vuole. A Polistena è un esercizio ricorrente che si realizza ogni giorno. Il tentativo perfido è stato quello (ed è ancora in atto) di sminuire il successo e l’importanza della manifestazione. Negazionismo sciocco ma non solo.
I soliti quattro cretini nemmeno li consideriamo più… respingiamo invece con sdegno quanti ipocritamente fanno finta di battersi per l’ospedale ma vorrebbero che non esistesse, perlomeno a Polistena.
Questa città da fastidio, non a caso c’è pure chi vorrebbe eliminarla definitivamente dalla cartina geografica. Sono costoro, quelli dell’interregno, quello delle cordate politiche trasversali, quello del qualunquismo che in questi giorni hanno ufficialmente scritto o detto una cosa ma lavorato sistematicamente (dietro le quinte) per delegittimare la portata e il significato della manifestazione del 4 maggio.
Negare quanto contenuto nel Dca/78, un documento ufficiale a firma del Commissario Roberto Occhiuto, (questo sì), significa farlo per parte politica.
Ma non solo. Significa, cosa più grave, negare lo smantellamento della sanità pubblica in atto, significa negare l’attacco contro l’ospedale di Polistena e contro la città di Polistena. Mancano 70 unità di personale in ospedale nonostante i bravissimi medici cubani, gli operatori sanitari sono precettati, nessun investimento serio per la struttura è stato programmato.
Mentre all’ospedale spoke gemello di Locri si spendono 14 milioni per lavori, mentre per il l’ospedale di Palmi si mettono altri 150 milioni di euro, all’ospedale di Polistena dove le prestazioni sono il doppio rispetto ai numeri di Locri non si fa niente.
I 35 milioni dei fondi Inail in teoria previsti per Polistena sono tra i progetti valutabili ma per ora non esistono checchè ne dica Occhiuto.
Non esistono per Polistena nemmeno altri fondi concorrenti. E allora? Come la mettiamo?
Cosa vuol dire tutto questo?
Vuol dire semplicemente ciò che sta scritto nel Dca 78. Gli indizi sono fin troppo chiari. Per tutti questi motivi, la leggerezza dei giudizi sulle questioni al centro della manifestazione equivalgono a disinteresse o peggio ancora a complicità di chi vorrebbe decretare la cancellazione dell’ospedale di Polistena.
Per tali motivi per me, per noi la lotta non è finita il 4 maggio e non finirà quand’anche Occhiuto vorrà riscrivere il Dca 78 eliminando, speriamo presto, la stessa previsione che fu costretto ad eliminare (dalla protesta di Polistena) il Commissario Massimo #Scura.
Allora però non c’erano i bavagli di oggi è governava il centrosinistra la regione.
La lotta per l’ospedale di Polistena e per la sanità pubblica va dunque oltre i colori vivaci, oltre i volti indignati, oltre la musica bellissima della grande manifestazione del 4 maggio.
La lotta deve continuare. E continuerà. (mt)
[Michele Tripodi è sindaco di Polistena]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Incomprensibile battaglia per Dop o l’Igp

di GIACOMO SACCOMANNOAffollatissimo incontro presso la biblioteca Comunale di Brancaleone per spiegare la situazione e per cercare di riprendere il dovuto percorso intrapreso dai produttori di Bergamotto. Però, “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”: Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata!

Dalla relazione del presidente del Comitato, Rosario Previtera, è emersa una situazione veramente aberrante: nel momento in cui l’Igp ha ottenuto, nella data del 12.12.2023, l’approvazione del disciplinare da parte del Ministero dell’Agricoltura, si è fatto di tutto per bloccare l’atto finale dell’assemblea e per completare il riconoscimento dell’Igp! E su cosa poi? La presentazione della richiesta Dop da parte del Consorzio di tutela del Bergamotto, presieduto da Ezio Pizzi, che risulta incompleta e senza la documentazione necessaria e, quindi, allo stato, inaccoglibile.

E cosa dire poi dello strano cambio di idea del direttore del dipartimento Agricoltura della Regiona con una semplice lettera che non rispetta i canoni del diritto amministrativo? Ed, ancora, le furvianti ed inveritiere affermazioni che la Dop sarebbe stata approvata in pochi mesi, quando invece bisogna ricominciare tutto da capo e, quindi, necessitano oltre 2 anni! Ed allora? Cui prodest?

Le risposte potrebbero essere tante e, quindi, limitiamo queste a quelle più evidenti: a) il Consorzio, che opera da oltre 20 anni, non ha mai pensato alla Dop per la semplice ragione che ottiene importanti contribuzioni pubbliche e stabilisce il prezzo dell’essenza, obbligando, allo stato, gli agricoltori ad accettare importi che spesso non coprono nemmeno le spese anticipate; b) vi è un mercato dell’essenza che dinnanzi ad una possibile utilizzazione un certo quantitativo, invece smercia partite dieci volte superiore; c) il Comitato ha una rappresentanza univoca e superiore a quella, quasi, inesistente del Consorzio, con oltre 500 associati e più di 800 ettari di bergamotteti nell’area vocata, che comprende più di 50 comuni; d) non è assolutamente vero che la Dop sia migliore dell’Igp e che possa essere riconosciuta in pochi mesi, non essendoci, tra l’altro, nella domanda presentata dal Consorzio la necessaria documentazione e quello che maggiormente colpisce gli studi universitari che avrebbero dovuto supportare il percorso di ricerca basilare per l’approvazione.

Ma non è finita qui! È fondamentale che si raggiunga al più presto il risultato del riconoscimento per evitare che l’importante “nicchia” calabrese possa essere superata da altri territori, che si stanno fortemente attrezzando. Ricordiamo soltanto che con il bergamotto di Reggio Calabria la Francia è riuscita a creare un importante mercato di utilizzazione del frutto realizzando “Bergamote(s) de Nancy Igp”, con zona di produzione che comprende i dipartimenti Meuse, Meurthe et Moselle, Moselle, Vosgi, nella regione Lorena. Si legge nel sito dell’associazione quanto segue: “La Bergamote de Nancy IGP rappresenta uno dei principali impieghi gastronomici dell’essenza di bergamotto, frutto dalle origini antichissime, attualmente coltivato in Italia in una delimitata area geografica della regione Calabria e tutelato dalla denominazione d’origine protetta dal 1999. Il suo potere antisettico e antibatterico fa sì che la Bergamote de Nancy Igp sia apprezzata anche per il suo potere disinfettante”.

Ebbene, concludendo, non si comprendono gli strani interessi -anche se possono intuirsi- di coloro che stanno tentando, in tutti i modi, di bloccare il riconoscimento dell’Igp, ma quello che, invece, si chiede, a gran voce, è di fare chiarezza, specialmente da parte di coloro che dovrebbero essere terzi e avere a base solamente l’interesse dei territori e delle comunità locali che vedono sfumare un sogno, già realizzato in altri territtori.

A questi soggetti la Lega non può che chiedere ampia chiarezza e la verifica delle carte esistenti in modo trasparente e al di fuori di possibili interessi diversi e portati avanti, forse, da lobby, che non hanno nulla a che vedere con chi sacrifica la propria vita sui campi per poter sostenere la propria famiglia. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Fabio Celia e Danilo Sergi: Ponte opera dagli esiti incerti

di FABIO CELIA E DANILO SERGI – Lo slittamento della presentazione del progetto esecutivo del Ponte sullo Stretto a fine 2024 è una notizia che non fa altro che confermare quanto quest’opera sia destinata a trascinarsi, qualora venga mai realizzata, per molti più anni rispetto agli ottimistici – e forse propagandistici – annunci del ministro per le Infrastrutture.

Pur senza entrare nel merito della reale utilità del Ponte, gli orizzonti temporali ampi e dilatati per la sempre meno probabile realizzazione dell’infrastruttura portano con sé riflessi immediati e diretti per i cittadini di Calabria e Sicilia. Al netto degli ingenti costi già sostenuti dal Paese per un’opera inesistente, infatti, la frenesia di Salvini e del centrodestra per il Ponte ha fatto sì che si rastrellassero tutte le risorse economiche disponibili per raccattare gli almeno 15 mld di euro necessari. In questa somma sono comprese le diverse centinaia di milioni di euro prelevati dal Fondo di Sviluppo e Coesione assegnato alla Calabria, soldi che sono stati quindi tolti ai calabresi e messi a disposizione del Ponte.
Quindi, non solo i cittadini calabresi dovranno pagare un’opera che si annuncia già vecchia nella sua progettazione e piena di punti oscuri sulla sua sicurezza, quanto, anche ora che i tempi di realizzazione del Ponte si sono allungati considerevolmente, non potranno comunque utilizzare quelle risorse che erano destinate a ridurre il divario sociale ed economico della Calabria con il resto del Paese.
Quei soldi devono essere restituiti ai calabresi, devono essere impiegati immediatamente per le loro finalità originarie attraverso politiche di coesione che rispondano alle esigenze odierne della Calabria.
Non importa, ora, se si pensa che il Ponte possa essere utile o meno: è innegabile che non possa essere annoverato tra le necessità più impellenti della Calabria al contrario di scuola, decontribuzione per le imprese e i lavoratori, rischio idrogeologico, Zes e credito d’imposta, collegamenti ferroviari. Questi sono solo alcuni degli ambiti di impiego delle risorse Fsc il cui impatto sulla quotidianità e quindi sullo sviluppo socio-economico della Calabria è enorme: tali ambiti devono essere sostenuti immediatamente. (fc e ds)

L’OPINIONE / Aldo Ferrara: Stop a decontribuzione Sud comprometterebbe traiettorie di sviluppo del Sud

di ALDO FERRARAIl mancato rinnovo della decontribuzione per il Sud? Comprometterebbe le traiettorie di sviluppo del Mezzogiorno: sarebbe incomprensibile e inaccettabile.

Se fosse confermata l’intenzione del Ministero di non rinnovare la misura, saremmo difronte a una scelta incomprensibile e inaccettabile. La decontribuzione ha avuto sinora il compito importante di compensare, almeno in parte, le tante esternalità negative che negli ultimi anni si sono aggiunte alle condizioni già complesse per l’economia e il lavoro nel Mezzogiorno, permettendo in molti casi il mantenimento dei livelli occupazionali sostenendo così la competitività delle imprese e la tenuta complessiva del sistema-Paese. Si taglierebbe una misura apprezzata dalle imprese e dai lavoratori.

Non rinnovare la decontribuzione sarebbe un errore. E sarebbe ancor più grave se si guarda al contesto complessivo delle iniziative che impattano sul Mezzogiorno: con la Zes Unica che stenta a decollare, il mancato decreto legislativo per ripristinare il credito d’imposta sugli investimenti e le prospettive insidiose e imperscrutabili dell’autonomia differenziata, la sensazione è che così si tarperebbero le ali allo sviluppo del Mezzogiorno, compromettendone seriamente le prospettive di crescita. (af)

[Aldo Ferrara è presidente di Unindustria Calabria]