L’OPINIONE / Pietro Molinaro: Consuntivo di metà mandato di Occhiuto motivo di orgoglio per la Lega

di PIETRO MOLINARO – Nei giorni scorsi, il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha tenuto una conferenza stampa sul bilancio di metà legislatura ed è stata l’occasione per mettere in fila il lavoro svolto finora dalla maggioranza di centro-destra.

Un lavoro intenso e proficuo che è anche motivo di orgoglio per la Lega e va ascritto all’azione determinata e coesa di tutti i partiti che compongono la maggioranza. È emerso che, pur rimanendo criticità,  il lavoro è stato rilevante, anche se, per utilizzare le parole di Roberto Occhiuto: «governare la Calabria è come stare in un videogame, sconfiggi un mostro e subito dopo ce n’è un altro».

Nella sanità l’inversione di rotta c’è stata. Purtroppo è lontana la risoluzione dei problemi della sanità calabrese ma l’azione innovativa con investimenti adeguati del Presidente/Commissario per la sanità, con numeri e fatti, è tangibile: 3.500 assunzioni tra medici e infermieri, 274 medici cubani in corsia,  60 nuove ambulanze su tutto il territorio regionale, la creazione di Azienda Zero per governare Asp e Ao, l’accertamento del debito e la chiusura dei bilanci delle Aziende, la riforma del 118 e la nuova centrale operativa regionale, il Cup unico regionale online, la ripresa dei lavori dell’ospedale della Sibaritide.
Possiamo dire che il barometro della sanità è orientato sul bel tempo, con la ristrutturazione dei servizi per renderli appropriati ed efficienti per la cura di tutti i cittadini. Il più è ancora da fare, la situazione è grave e nessuno lo vuole nascondere. Ma non riconoscere il cambiamento di rotta rispetto a commissari alla sanità come Cotticelli o Zuccatelli o Longo è davvero da ciechi.
La Lega non può che essere orgogliosa di essere protagonista della trasformazione della Calabria, e di collaborare con alleati di governo seri ed affidabili.
E non potrà essere la campagna elettorale in corso per il rinnovo del parlamento europeo ad incrinare i rapporti nella maggioranza. La Calabria ha bisogno della nostra azione innovativa e creativa che guarda sempre alle esigenze dei territori, e con il presidente Occhiuto, usando  bene le risorse,  continueremo a lavorare per il bene della Calabria. (pm)
[Pietro Molinaro è consigliere regionale della Lega]

L’OPINIONE / Daniela Rabia: Arpal, una nuova storia calabrese

di DANIELA RABIAEsistono i miracoli? Si e sono di almeno due tipi, quelli che solo il Cielo può operare e quelli che possono essere costruiti da uomini di buona volontà e che per primi li credono possibili. Arpal, Agenzia Regionale per le Politiche Attive del Lavoro è insieme un miracolo umano e una rivoluzione del mercato del lavoro calabrese.

Con i suoi circa quattrocento lavoratori dipendenti pubblici questa neonata agenzia è una nuova realtà calabrese regionale che opera sin da subito in materia di politiche attive del lavoro. A volerla fortemente sono stati più di tutti due grandi visionari il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto e l’assessore Regionale al Lavoro, Giovanni Calabrese.

Fossero stati dei semplici sognatori avrebbero sognato e non credo realizzato cotale impresa. La visione è qualcosa di più, è un progetto di medio o lungo periodo che si realizza a fatica, superando ostacoli, intestardendosi perché il traguardo a portata di mano a volte si allontana. Ma va tagliato. A tutti i costi. Lo si è promesso, lo si è annunciato, è un dovere morale raggiungerlo. È una necessità storica. E oggi si è scritta una pagina di storia indelebile della Regione Calabria.

Una pagina di svolta nel mercato del lavoro così precario e frammentato. C’è un diritto negato ai precari per anni ed è quello di dormire la notte, perché loro spesso si svegliano prima dell’alba e s’interrogano sul presente prima ancora che sul futuro. Da oggi questo diritto non scritto in nessuna tavola di valori è acquisito. Ripeto da anni che noi precari frammentati nell’anima rappresentiamo a pieno unendo i nostri pezzi una terra che con  i suoi ottocento km di coste frastagliate e quattrocento paesi, frammenti a loro volta di un territorio unitario, deve vincere la sfida del condividere obiettivi. Solo e sempre l’unione fa la forza e vince.

Oggi la vittoria è duplice perché non solo in 400 si ha un lavoro stabile ma lo si ha in Calabria, nella propria dimora naturale. Ho un senso di appartenenza alla mia terra che non mi consente, nonostante un concorso ministeriale vinto, di andarmene, di tagliare le radici, di emigrare, di raccontare da scrittrice altri luoghi perché ovunque vada vedo Calabria. I miei fiumi, i miei laghi, i miei monti, un sole che sorge e tramonta qui come in nessuna parte al mondo sono tutta la mia vita.

Perché rinunciarci? Perché ricominciare quando è possibile continuare nella quotidianità, nella narrazione, nelle emozioni. Sarà abitudine, qualcuno potrebbe pensare. No è molto di più, è legame indissolubile, è catena d’amore che non si può spezzare perché ogni anello è un passo di storia immutabile, unica e irripetibile. La Politica con la P maiuscola oggi ha dimostrato quanto il volere sia potere, quanto l’essere delle cose possa coincidere con il suo dover essere, ha tracciato un solco tra il prima e il dopo, ha operato quel cambiamento annunciato che richiede tempo. Un tempo che se non si comincia a camminare nella giusta direzione, può dilatarsi e forse disperdersi. Ma oggi no, oggi quel tempo si ferma e vince anche lui sul calcolo statistico delle probabilità, sulle avversità, sulla storia stessa e si eterna scrivendo per sempre o meglio riscrivendo la storia.

Oggi quella storia siamo noi ex precari di una ex Acl, è il Presidente Occhiuto, è l’assessore Calabrese, l’intera Giunta e il Consiglio Regionale della Calabria, ogni Direttore, Commissario, Dirigente che ha cooperato al fine comune. 

Da oggi è davvero un’altra storia: la nostra. (dr)

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Indispensabile creare una scuola dell’inclusione e valorizzare le diversità

di NICOLA FIORITA – Noi, docenti delle scuole primarie, secondarie, dell’università e dell’alta formazione, li vogliamo tutti assieme, nelle stesse classi, a seguire un percorso che dia a tutti le stesse opportunità nel rispetto delle specifiche potenzialità.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, fianco a fianco, perché ogni alunno, ogni studente, a prescindere dalle sue esigenze personali, rappresenta una risorsa per tutti.

Li vogliamo lì tutti assieme, nelle stesse classi, perché ognuno di loro porta un contributo di capacità, di competenza, di sensibilità, lavorando ad un progetto comune di crescita umana e didattica.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, anche se questo aumenta le nostre responsabilità, spesso ci carica di un lavoro stressante e non sempre riconosciuto, ma sappiamo che è indispensabile realizzare una scuola dell’inclusione e valorizzazione delle diversità se si vogliono raggiungere risultati importanti nella progettazione didattico-educativa.

Li vogliamo lì, nelle stesse classi, dove è possibile creare un ambiente dove ognuno, adeguatamente supportato, può raggiungere il suo potenziale di capacità e conoscenze.

Chi non li vuole lì non comprende che sono proprio gli alunni/studenti con particolari esigenze ad offrire ai loro compagni un’occasione irripetibile di confronto e di conoscenza, indispensabile per orientarsi in una società sempre più complessa e multiforme.

Noi li vogliamo lì, nelle stesse classi, vogliamo sentire le loro voci, ognuna diversa dall’altra, vogliamo essere disturbati dalle loro risate o dalle loro lacrime, vogliamo sentirli tutti uguali e tutti protagonisti di questa fondamentale storia collettiva che è la scuola. (nf)

[Nicola Fiorita è sindaco di Catanzaro]

Il primo cittadini ha lanciato su charge.org una petizione per una scuola inclusiva e senza barriere, che ha registrato in meno di 24 ore quasi 500 firme.

Il manifesto , dal titolo Tutti assieme nelle stesse classi, è stato sottoscritto congiuntamente da 250 autorevoli primi firmatari del mondo della scuola, dell’università e dell’accademia, oltre che della società civile.

Nella sua riflessione, anche in qualità di docente dell’Unical, Fiorita sottolinea l’importanza che la scuola «dia a tutti le stesse opportunità nel rispetto delle specifiche potenzialità, lavorando ad un progetto comune di crescita umana e didattica. Sono proprio gli alunni con particolari esigenze ad offrire ai loro compagni un’occasione irripetibile di confronto e di conoscenza, indispensabile per orientarsi in una società sempre più complessa e multiforme. Li vogliamo, nelle stesse classi, per sentirli tutti uguali e tutti protagonisti di questa fondamentale storia collettiva che è la scuola». (rcz)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il Primo Maggio in Calabria di Sergio Mattarella

di FRANCO CIMINO – C’è il Presidente. Meno male che il Presidente c’è! E c’è la Calabria. Meno male che la Calabria c’è! C’è questo presidente che assomma su di sé i due più alti valori della Repubblica. La Costituzione, di cui egli è primo garante. E la sua persona, di uomo della Repubblica, fondata sulla Costituzione. Costituzione e Presidente, sono la rappresentazione plastica di due valori irrinunciabili. Immodificabili. Irriducibili. L’unità della Nazione in quanto popolo rivestito di indissolubile identità patria.

È il primo. La Democrazia, quale unione di Progresso e Libertà, della ricchezza materiale e di quella culturale. Della storia nazionale e delle storie locali. Il secondo. C’è la Calabria, che si rappresenta come capitale del Mezzogiorno d’Europa e capoluogo del Mediterraneo. E quale risorsa feconda per riscattare sé stessa e l’intera area del Sud dall’arretratezza e dalla povertà. E dallo stato di debolezza in cui ancora si trova. Per il Presidente, il nostro Presidente, duramente e “felicemente”, l’Europa vera tarderà a realizzarsi se il suo Mezzogiorno non diventerà lo strumento della crescita economica e del Progresso. Qui non si tratta più di ridurre le ingiustizie perpetrate. E neppure di riparare, con interventi produttivi, i danni di un passato secolare. Ovvero, di fare compensazioni di sorta. Si tratta, piuttosto, di praticare la Democrazia che è anima del nostro Paese e dell’Europa che noi vogliamo.

L’Europa quale la nostra Costituzione ha immaginato e ispirato, da De Gasperi a Moro. Sergio, il Sergio Nazionale, per il quale se non avesse un cognome bagnato dal sangue dei nemici della Democrazia, basterebbe davvero solo il nome di battesimo, è tornato in Calabria per la quarta volta, perché crede in questa Europa, in questo Mezzogiorno. In questa Italia. In questa regione. É venuto e ci ha detto parole di incoraggiamento. Parole di riconoscimento. Della nostra buona storia. Dei valori in essa custoditi, quali il coraggio, la perseveranza, la non arrendevolezza, la costanza della speranza. E quell’ottimismo, che spazza via delusioni, amarezze, dolore. Senso della sconfitta. E l’attribuitoci complesso di inferiorità sul nostro essere, invece, umili e generosi. E quello spirito indomito di avventura che ha fatto dell’estremo bisogno e della dura necessità, il nostro viaggio per il mondo. Il nostro solcare gli oceani. Il nostro scoprire “Lamerica”. L’amore per il Paese. C’è sempre per i calabresi un giorno nuovo. Ed è sempre il più bello. Quello che verrà dalla lunga attesa.

È venuto Sergio. Per festeggiare il Primo Maggio. É lui che ha scelto, nella terra affamata di posti di lavoro, quella in cui il lavoro é sfruttato nei nuovi schiavi( dei senza diritti, senza paga, senza dimora, senza famiglia, senza patria, gli scampati alle traversata in mare i stipati nei vani nascosti degli autotreni) due lontane periferie in cui eccelle, invece, la buona imprenditoria, in particolare femminile. Due fabbriche della buona occupazione, che significa buona paga, buona qualità del lavoro, buona produttività, buona produzione della ricchezza e partecipazione di tutti i componenti la stessa, lavoratori e consumatori in primis, alla più giusta redistribuzione. Quella che ne impiega buona parte nella creazione di nuovi posti di lavoro e delle migliori condizioni degli ambienti della fabbrica. Le fabbriche che concorrono a costruire ciò che ci è sempre mancato, anche per colpa della Politica e delle forze sociali.

E cioè, un sistema produttivo organico, operante su un chiaro e moderno progetto di sviluppo complessivo della Calabria nel Nuovo Mezzogiorno. Sergio, il Presidente, ci ha parlato di questo. E del lavoro quale strumento della Democrazia oltre che della valorizzazione della Persona. Nella sua integralità. Il lavoro non più come diritto, ma come forma della Costituzione. Come ragione della Repubblica. Ascoltando le sue parole, mi sono tornate in mente quelle di Aldo Moro e di Giorgio La Pira, due principi della Magna Carta, i quali con questa parola, lavoro, hanno contribuito a superare il lungo stallo sulla richiesta insistita del Pci, che la Repubblica voleva fosse fondata sui lavoratori. É sull’altro valore della Costituzione che il Presidente oggi, ha, con il coraggio della schiettezza, ammonito la politica per i rischi in corso prodotti da una nuova rafforzata istituzionalizzata divisione del Paese.

Divisione della quale l’Autonomia Differenziata rappresenta lo spirito antico non più tanto nascosto. L’egoismo dei già forti nei confronti degli antichi deboli. L’arroganza dei ricchi, che con una mano rapinano le ricchezze dei poveri e con l’altra elargiscono le mance per trasformare la loro stanchezza in rassegnazione.E sarà così che la Costituzione, legge sul premierato alle sue porte, non sarà che bella e cancellata. Per l’avanzata della terza Repubblica, che avrà già trovato cambiati i connotati della Democrazia.

Ma per fortuna Sergio c’è. E con lui gli italiani in quella parte, ancora maggioritaria, che crede nella Repubblica democratica e antifascista, fondata sul lavoro e sulla Persona, mezzo del divenire della Libertà. E, allora, viva questa Italia, viva l’Europa. Viva il Primo Maggio. E viva Sergio, l’uomo a cui davvero basterebbe solo il nome per essere colui che è. (fc)

L’OPINIONE / Giusy Iemma: Ancora urgente riflettere su morti sul lavoro e salario minimo

di GIUSY IEMMA – In occasione della Festa dei lavoratori, ci ritroviamo a riflettere non solo sul valore fondamentale del lavoro nella nostra società, ma anche sulle sfide urgenti che i lavoratori affrontano ogni giorno, in particolare la sicurezza sul lavoro e la dignità delle condizioni lavorative.

Quest’anno, il Primo Maggio si colora di un significato ancor più profondo alla luce delle continue perdite che abbiamo registrato sul fronte delle morti sul lavoro. Queste tragedie, che continuano a colpire le famiglie nella nostra comunità e oltre, ricordano la necessità imprescindibile di rafforzare le politiche di sicurezza e di protezione per i nostri lavoratori.
Parallelamente, il dibattito sul salario minimo, portato avanti con vigore dal Partito Democratico attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, pone al centro la giustizia sociale e il rispetto per chi lavora. Il principio è chiaro: “Sotto i 9 euro l’ora non è lavoro ma sfruttamento”. Questa proposta rappresenta un passo cruciale verso la garanzia di condizioni di lavoro eque e dignitose per tutti i lavoratori italiani.
Come vicesindaca di Catanzaro e presidente dell’assemblea regionale Pd, sostengo con fermezza questa iniziativa, che mira a garantire un salario dignitoso per tutti i lavoratori e, allo stesso tempo, a promuovere un’economia più giusta ed equilibrata. È nostro dovere morale assicurare che nessun lavoratore sia costretto a operare in condizioni pericolose o per una retribuzione che non gli permetta di vivere con dignità.
La celebrazione del Primo Maggio è un momento per ricordare le lotte e i successi del movimento dei lavoratori, ma anche per rinnovare il nostro impegno a costruire un futuro in cui si crei lavoro di qualità che consenta ai nostri giovani – e in particolare anche alle donne – di rimanere nella loro terra, di lavorare in sicurezza e vivere della propria attività in modo dignitoso. (gi)
[Giusy Iemma è vicesindaca di Catanzaro]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Classi differenziali, la cultura disabile e i nuovi pedagoghi inabili all’amore

di FRANCO CIMINO – Ho fatto nelle mia vita le due attività umane più belle. Per tutta la mia vita le ho fatte. Non un anno o un giorno in meno. Ho fatto il docente e il militante politico. Cioè, la Scuola e la Politica. La fisicità di questi due spazi, mai chiusi vicendevolmente, possono essere abbandonati per poco e provvisoriamente, o per sempre.

Ma ciò che sei stato lì dentro, la ragione e la funzione per cui lo sei stato, non si dismetterà mai. Un maestro e un politico, è per sempre. Così, sono io. Chi insegna, infatti, sta sempre in cattedra o tra i banchi. E chi fa politica, resta sempre in “piazza”.

Quali le caratteristiche fondamentali di questi due ruoli? Ne rimarco solo uno per ciascuno. Il maestro ha il senso della vita. Il politico quello delle istituzioni. Sono le due qualità speciali che non si insegnano e non si imparano. Si sentono. Soltanto questo. Si vivono. Dentro. Il maestro, la vita la scopre ogni giorno nei ragazzi che gli vengono affidati. In tutti e in ciascuno. Ne scopre l’essenzialità. E non come funzione ineliminabile dell’organismo, se respiri e ti batte il muscolo cardiaco vivi, altrimenti non ci sei. Neppure come diritto, obbligo agli altri, cioè, che quella condizione dell’essere ti sia assicurata.

Ci mancherebbe che in una società civile non fosse così! Il maestro sente la vita nella sua capacità straordinaria di riconoscere la qualità della stessa. Nella sua singolarità e in quella della relazione con gli altri. Per lui, ogni bambino, ogni ragazzo, ogni giovane, è speciale. Un essere speciale. Non un alunno particolare, ma una ricca della sua particolarità. Per il maestro non vi è la diversità intesa come condizione di una ridotta capacità rispetto alle abilità considerate “ giuste”.

Non esiste questa poiché non esiste la normalità. Anche perché nelle culture dominanti, “economicisticamente”orientate, la normalità è considerata un valore rispetto al concetto di forza abilitata alla produttività materiale di beni e ricchezza. Per l’insegnante, invece, esiste solo la diversità, essenziale qualità umana. Anzi, le diversità. Esse sono considerate non la condizione di inferiorità di un bambino rispetto agli altri. Ma come la somma delle tante specificità individuali. Ciascuno alunno è un pezzo della perfezione umana. Ogni alunno è valore assoluto in quanto portatore di un valore intrasferibile, la Perdona. La sua. L’insieme delle diversità, quali somma delle peculiarità individuali, sono la ricchezza della società. Sono patrimonio dell’umanità per la parte che ogni piccola comunità saprà dare ad essa. Compito della Scuola è principalmente riconoscere questo.

La prima capacità del docente sta, pertanto, nella fatica di mettere insieme le diversità, valorizzando in ciascuna ciò che essa può donare agli altri. Il maestro che sceglie tra i discenti, la scuola che seleziona e distribuisce gli alunni tra le classi differenziandoli e differenziandole, sono brutti. Anche a vedersi. Sono dannosi all’opera pedagogica. Pericolosi in tutto. Sono gli artefici di una società e di un mondo che legittima non solo la diversità nel suo differenziarsi negativo. E neppure della regola della diseguaglianza come necessità sociale. Ma il principio della forza e della prevalenza di essa su chi quella stessa forza non possiede.

Un principio dal quale discenderebbe l’obbligo “politico” della discriminazione e la necessità sociale dell’emarginazione delle persone. Un orrore, accostabile solo a quello del razzismo. E della violenza più assurda consumata in suo nome. Sono stato a Scuola, uscendone per obbligo e con rammarico, per quarantasei anni. In cattedra, la mia, che si muove tra i banchi fino a sedervisi senza scambiarla. O rinunciarvi, pur se per pochi minuti.

Non c’è mai stato anno scolastico senza che in una o più classi io non avessi un alunno cosiddetto “disabile”, per dirla con quei nuovi pedagoghi che aspirano a un seggio in Parlamento d’Europa per insegnare come si possa fare la nuova scuola “democratica”. Di questi “generali” delle nuove guerre, politici improvvisati sulle stellette che si staccano dalla divisa per rendere più elegante il doppio petto grigio della nuova ordinanza, non parlo qui, per non aiutarli a pubblicizzare gratuitamente la loro campagna elettorale. Dico a quanti li hanno ascoltati e li ascolteranno, a coloro che sono tentati di votarli e a quanti li voteranno, che se differenza c’è a scuola è solo quella tra le classi. Non altra. Posso documentare e lungamente argomentare, che quelle che hanno avuto un ragazzo o una ragazza “speciale”, sono le migliori. Tutti gli alunni diventano ragazzi speciali.

La loro intelligenza vola. E diventa creatività straordinaria. La loro sensibilità si tende come un arco da cui si lanciano velocissime le frecce della bontà, della solidarietà, del rispetto dell’altro. E quelle del riconoscimento altrui quale proprio simile a cui guardare anche per migliorarsi. Per apprendere qualità che ancora non gli appartengono. Per poi comprendere che c’è tanta bellezza nell’altro e negli altri, che la propria, da modelli esterni perfezionata, è nulla. Per sentire che ciò che fa belli è la diversità. L’essere ciascuno, a modo suo o a quello della natura, diverso perché speciale. Quei ragazzi e quelle ragazze di quelle classi sono migliori. Più educati. Più civili. Sono democratici nell’animo. Rifuggono dalla violenza perché istintivamente contrastano l’aggressività che li accompagna fino a un attimo prima di entrare nell’aula.

Tra di loro fanno a gara a chi aiuta il compagno/a speciale. E lo fanno con una sottile “furbizia” giovanile. Sanno di ricevere da quel compagno/ a molto più di quanto offrano. Si prenda, ad esempio, lo spazio della cosiddetta “ ricreazione”, quei dieci minuti che non vogliono far finire mai, quando al suono della campanella come un razzo si lanciano verso la porta per raggiungere il corridoio o il cortile. I venti e più alunni di quelle classi non si muovono se non lentamente. E mai senza quel compagno, il quale se ha difficoltà aggiuntive non resta mai solo in aula. I ragazzi di quelle classi non litigano tra loro. Per non disturbarlo/a, non concependo egli tensioni e inimicizie, quelli non urlano. Non si gridano contro. Soprattutto, cosa assai importante, rispettano le regole. Quelle comuni. E le altre che loro stessi si danno. Come rinunciare all’invidia per favorire l’aiuto dell’uno verso ciascuno e l’intera classe.

Nessuno resti in difficoltà se non ha un rendimento soddisfacente. Questo il loro motto stampato nell’animo, Nessuno venga lasciato indietro se per ragioni diverse il suo passo si è dovuto allentare. In quella classe si svolge una gara quotidiana in cui vince il Bene. Il Buono. La Bellezza dei ragazzi. Aggiungo due altre cose. Quei ragazzi, tutti della classe, studiano di più e rendono meglio. E io, prof, polemizzando a volte con i colleghi che mi accusavano di una certa larghezza valutativa, di quelle che farebbero danno al merito, aumentavo i cosiddetti voti e non di poco. E mai “bocciando” nella materia alcuno di loro. L’altra. Se sono stato un buon prof, se sono cresciuto come persona, se sono stato un buon padre, ammesso che un padre si possa auto-valutare, sono stato un cittadino serio e un politico onesto, se sono stato un figlio educato, tutto questo lo devo a quelle classi straordinarie.

In particolare, a quei ragazzi delle cui cure mi sono fatto carico con la pedagoga più antica e non ancora diffusamente applicata, la Pedagogia dell’Amore. Da tutti i miei studenti ho imparato molto. Dai quei “soldatini” che un generale, uomo “normale”, uomo forte, non porterebbe nelle sue nuove guerre, ho imparato molto di più. (fc)

 

L’OPINIONE / Angelo Sposato: Visita di Mattarella nelle aziende mette al centro i lavoratori

di ANGELO SPOSATO – La visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella presso le aziende agroalimentari calabresi nella ricorrenza del primo maggio è molto significativa e la apprezziamo con profonda gratitudine. Decidere di incontrare lavoratrici e lavoratori nelle aziende in un momento difficile per la vita economica e sociale del Mezzogiorno e della Calabria è un auspicio per le classi dirigenti a fare meglio.

La Calabria ha necessità di grandi investimenti per la cultura, l’istruzione, di infrastrutture sociali, materiali e immateriali, per un lavoro sicuro e di qualità che metta un freno alla fuga dei giovani ed allo spopolamento delle aree interne.

La dignità del lavoro, della persona, la lotta alla ‘ndrangheta, il diritto alla salute sono temi che non possono continuare ad essere sottovalutati dalla politica. Il Paese, ora più che mai, ha bisogno di unità, deve essere coeso, non servono confini regionali per affrontare le sfide internazionali dell’economia, per la crescita, lo sviluppo ed il benessere dei cittadini.

La visita del Presidente nelle aziende produttive, vicino a lavoratrici e lavoratori, è indicativo della necessità di investire di più nel valore del lavoro di qualità, di mettere al centro la persona, piuttosto che rincorrere la finanziarizzazione delle economie e dei mercati che ha prodotto enormi disuguaglianze e povertà.

È necessario un nuovo umanesimo del lavoro. Il Sud, la Calabria, hanno bisogno di classi dirigenti operose e proiettate verso gli interessi collettivi.

Grazie Presidente.

Buon primo maggio a tutte e tutti i calabresi. (as)

[Angelo Sposato è segretario generale Cgil Calabria]

L’OPINIONE / Francesco Napoli: Promuovere cultura sicurezza sul lavoro è una priorità

di FRANCESCO NAPOLI – Promuovere la cultura della prevenzione e della sicurezza nei luoghi di lavoro è una priorità per la tutela della salute dei lavoratori. Ogni anno, il 28 aprile, si celebra la Giornata Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro, un momento per riflettere sull’importanza di un ambiente di lavoro sicuro e salubre per tutti.

Istituita nel 2003 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), questa giornata rappresenta un’occasione per sensibilizzare governi, datori di lavoro e lavoratori sui rischi presenti nei luoghi di lavoro e sulle misure da adottare per prevenirli. Il tema del 2024 è Sicurezza e salute sul lavoro: Dialogo sociale e cultura della prevenzione.

L’obiettivo è di promuovere il dialogo e la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti nel mondo del lavoro per costruire una cultura della prevenzione che ponga al centro la sicurezza e la salute dei lavoratori. Governi, associazioni d’imprese e sindacali, cittadini hanno la responsabilità di impegnarsi per migliorare la situazione e creare un mondo del lavoro più sicuro per tutti. Occorre sempre ricordare che la sicurezza non dipende solo da un’efficace attività di controllo ma, soprattutto, dalla sensibilità dei datori di lavoro e degli stessi lavoratori. Questa sensibilità è il presupposto essenziale perché vengano messe in atto tutte le azioni necessarie per prevenire gli incidenti sul lavoro.

La promozione della cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro al fine ridimensionare drasticamente gli eventi infortunistici e le malattie professionali attraverso eventi informativi e attività di collaborazione previsti dal recente Protocollo d’intesa siglato tra confapi e Inail. Attraverso i progetti della Filiera sicurezza le piccole e medie imprese della confederazione saranno supportate in un percorso di sensibilizzazione e prevenzione mettendo la persona al centro del nostro impegno”. Un impegno corale tra Inail e Confapi Calabria per lo sviluppo di una rete di diffusione e condivisione delle conoscenze tecnico-scientifiche collegate al sistema di prevenzione infortuni “Si vince solo insieme”. (fn)

[Francesco Napoli è presidente di Confapi Calabria]

L’OPINIONE / Giuseppe Aieta: Alcune considerazionu sulla lettera del Vescovo Stefano Rega

di GIUSEPPE AIETA – La lettera che il Vescovo della Diocesi San Marco-Scalea, Mons. Stefano Rega, ha indirizzato ai candidati a Sindaco, è un atto di speranza.

L’ho letta attentamente, l’ho squadernata, l’ho passata al setaccio per coglierne il senso e comprenderne l’approdo.
C’è il tentativo di indicare una rotta, di offrire una bussola, di recuperare la nobile missione della politica attraverso i principi e i valori eterni di questa antica attività umana: giustizia sociale, tolleranza, visione sono le coordinate attraverso cui chi governa dovrà muoversi sull’esempio di grandi uomini della storia.
La Pira, Dossetti e Don Peppe Diana rappresentano il Pantheon cui fa riferimento il Vescovo; potremmo aggiungerne altri, ma questi uomini sono sufficienti perché giganti del loro tempo. Anzi, sono senza tempo perché rappresentano riferimenti certi per qualsivoglia attività umana. Ma il Vescovo compie un ulteriore passo in avanti rispetto all’ovvietà di frasi fatte che riguardano i giovani. Perché, diciamoci la verità, sono i giovani la vera emergenza di questo territorio.
Infatti, l’espressione più odiosa che siamo costretti ad ascoltare ogni volta che si incontrano i ragazzi nelle scuole è quella stereotipata secondo cui i giovani sono il futuro, rappresentano la speranza e via con il valzer delle frasi fatte. È come se noi adulti ogni volta che ci troviamo davanti ad una platea di ragazzi e di ragazze volessimo rimandare la vera questione che interessa i giovani e cioè, vivere pienamente il loro presente, esprimere liberamente le proprie abilità, esercitare compiutamente il loro diritto alla felicità.
Ancora!
Finalmente ci si occupa di indicare la vera dimensione della politica. Ed è qui che la lettera del Vescovo si supera: «Sì cari candidati, non accontentavi di presentare dei progetti aderenti alla realtà, studiate per bene il territorio ma consegnate al nostro popolo anche una visione».
La visione presuppone una responsabilità e la responsabilità è legata alle nostre scelte e quindi al nostro essere uomini liberi da condizionamenti, costrizioni, infiltrazioni. La responsabilità termina quando inizia l’omologazione o, peggio ancora, la subordinazione. Essere responsabili significa, dunque, rispondere delle proprie azioni sapendo anche di sbagliare: da qui deriva la riluttanza assai diffusa ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte finendo per apparire come Ponzio Pilato, governatore della Palestina, passato alla storia come l’uomo politico che deteneva il potere senza però assumersi il coraggio della responsabilità. In Pilato prevale il quieto vivere che è la morte della politica.
La visione, invece, è propria di chi ha idee folli e coraggiose, di chi, come direbbe Mons. Rega, regala un sogno alla propria comunità.
Diciamoci la verità, questa lettera scuote la morta gora che rischia la politica che galleggia, che non ambisce al sogno e alla visione. Governare significa porsi il tema del cambiamento e della trasformazione evitando di incorrere negli incagli della quotidianità. Perché la quotidianità è sempre lì a costruire trappole, ad ostacolare, a tenerci insabbiati e a non farci intravedere il porto sicuro dove attraccare nelle tempeste per poi ripartire. D’altra parte governare, propriamente, vuol dire condurre la nave tra gli scogli e le secche, fra le tempeste ed i venti contrari portando la nave in porto. Metaforicamente significa reggere il timone dello Stato o di una qualsivoglia istituzione procurando al popolo la maggiore sicurezza e prosperità. In una parola, assicurare il diritto alla felicità!
Non c’è nella lettera del Vescovo il tentativo di una invasione di campo; siamo abituati ai predicatori di parole vuote di tutto e piene di niente; qui si rintraccia garbo ed equilibrio, sagacia e discernimento e sarebbe un peccato, per chi dovrà candidarsi a guidare la propria comunità, non riflettere assumendo questa preziosa lettera quale traccia della propria missione politica. E su questa lettera, aggiungo, infine, credo sia il caso di aprire un dibattito che possa aiutare a recuperare la riflessione, ad elevare il dibattito, a far impennare l’entusiasmo tra le classi dirigenti infiammando la curiosità dei più giovani perché, come dice il Vescovo, «quando pensiamo ai giovani, non associamoli solo ai campi sportivi, ai palazzetti dello sport come al pensare solo a momenti aggregativi o a luoghi di accoglienza per il disagio. Certo questi spazi, come il verde attrezzato, non devono mancare in ogni paese, ma credo sia giunto il momento di fare qualcosa in più: facciamo scelte più coraggiose, puntiamo sui giovani nei posti di responsabilità, senza attendere il futuro. Oggi. Nel presente». (ga)
[Giuseppe Aieta è già sindaco di Cetraro]

L’OPINIONE / Giovanni Macrì: Scioglimento di Tropea sembra fatto apposta per fare male a Calabria

di GIOVANNI MACRÌ – Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: restiamo in attesa di ricevere e di leggere attentamente le motivazioni che avrebbero obbligato allo scioglimento per presunte infiltrazioni mafiose del Consiglio Comunale di Tropea. In attesa, però, che questo fondamentale e costituzionale diritto di difesa riconosciuto a tutti dal nostro ordinamento venga con urgenza garantito anche alle istituzioni pubbliche ed alla comunità di Tropea, non possiamo comunque non condividere l’analisi ed il principio giustamente del giornalista e saggista Klaus Davi, che ringrazio, nel corso del suo intervento a Buongiorno Regione su Rai Tre.

È doveroso distinguere i campi e le analisi. Noi dobbiamo ricevere e leggere le motivazioni perché, pur essendo unanime ormai il giudizio negativo su una legge che è medioevale, antidemocratica, anticostituzionale e da abrogare, oggi è soltanto sulla base delle motivazioni che dovremo difenderci subito nelle sedi competenti, facendo ricorso e, nel caso emergessero soltanto sospetti e pettegolezzi da Inquisizione spagnola del 1600, chiamando in causa e soccorso anche il Presidente della Repubblica rispetto alla gravità inaudita di fronte alla quale si ritroverebbe la stessa autorevolezza dello Stato.

E tuttavia, lo ripeto, pur senza poter entrare ancora nel merito di ciò che solo noi non conosciamo ma che ogni indagato per qualsiasi reato anche gravissimo in Italia ha il diritto di conoscere e per tempo, quanto accaduto e sta accadendo a Tropea, con la sequela di effetti negativi pesantissimi a catena che tutto ciò determinerà sull’immagine, sull’economia delle filiera turistica territoriale e sull’intera Calabria, ha semplicemente dell’assurdo e dell’insostenibile da tutti i punti di vista, per i tempi, per le modalità e per gli stessi riconoscimenti e traguardi pubblici ed incontestabili conquistati da Tropea fino a ieri, quello di Borgo dei Borghi 2021 in primis.

Perché, esattamente come ha scandito Klaus Davi, sembra di assistere ad una Calabria che prima crea e che poi distrugge se stessa. Perché questo scioglimento, alla luce di tutto quanto accaduto ed apprezzato dallo stesso Stato fino a ieri, sembra purtroppo fatto apposta per fare male, per colpire Tropea e la Calabria e per distruggere tutte le ambizioni finalmente governate di sviluppo turistico di questa terra alla quale, tolta l’industria turistica, non resta molto altro.

Ha quindi ragioni da vendere Davi quando argomenta che non è più possibile, nel 2024, nell’epoca dei social, imporre dall’alto parentesi della democrazia e dello sviluppo, tanto più in destinazioni turistiche mature e che hanno dimostrato orgoglio e capacità di vendersi e di poter competere su scala globale, secondo tempi burocratici del 1800.

Il turismo, le politiche e le dinamiche turistiche non possono permetterselo e non aspettano i tempi morti di mesi e mesi commissariamento e ancora peggio l’aggiustamento dopo anni degli errori e dei fallimenti causati, così come è ampiamente dimostrato, da gestioni esterne affidate a burocrati di Stato, sicuramente eticamente irreprensibili, ma dalle dubbie capacità di governo dei territori e delle strategie di sviluppo turistico.

Ecco perché siamo pienamente d’accordo con lui quando dice che c’è qualcosa che non va all’interno dello stesso Stato che prima premia e poi distrugge, causando già adesso un danno gigantesco a tutto quanto era già stato messo in moto ed avviato su scala e con proiezione internazionale (in primis la partecipazione di Tropea ad Osaka 2025), con passione, determinazione e capacità dalle istituzioni locali e sempre in sinergia con la rete imprenditoriale, produttiva, cultuale e associativa di questa straordinaria comunità che, fino ad oggi, non soltanto ha lavorato e portato evidentissimi benefici in termini di immagine e di riposizionamento turistico 12 mesi all’anno a tutta la Calabria ma che è stata anche e soprattutto un inattaccabile presidio di legalità. (gm)

[Giovanni Macrì è sindaco di Tropea]