SÌ ALLA FUSIONE DEI PICCOLISSIMI COMUNI
IN CALABRIA SON TANTI I PAESI “FANTASMA”

di FRANK GAGLIARDI – Quanto ci costa la frammentazione. Fusione dei Comuni: Quali vantaggi? è il titolo dello studio del sociologo Claudio Cavaliere, già segretario regionale di Lega Autonomie, e la cui sintesi è stata pubblicata alcuni anni fa dal Quotidiano della Calabria.

Per il sociologo in Calabria i piccoli comuni sono tanti, troppi, e governano su gran parte del territorio regionale ben oltre la media nazionale. Per lui le dinamiche demografiche in atto porteranno entro qualche decennio alla scomparsa di decine di comuni e al declino di centinaia di altri. Ci fa sapere che nei piccoli comuni fino a mille abitanti le spese correnti sono quasi il doppio della media regionale. Al contrario la pressione tributaria pro capite è il 50% superiore della media regionale. È favorevole, dunque, alla fusione dei piccoli comuni. Per lui i risparmi sarebbero certi, ma anche un sicuro miglioramento delle performance gestionale su il lungo percorso derivanti da una maggiore libertà di manovra economica.

Conclude: «Di certo i processi non sono semplici né veloci ma l’alternativa non può essere un sicuro declino senza reazione. Tanto meno le ricette possono essere imposte dall’alto attraverso normative prescrittive».

Il tema dell’accorpamento dei piccoli comuni non è nuovo al dibattito politico istituzionale italiano. Già nel 1860 il Ministro dell’Interno dell’epoca, Luigi Carlo Farini, propose infatti un progetto per l’accorpamento dei Comuni con meno di 1.000 abitanti. La proposta non ebbe seguito. Ci pensò il fascismo ad accorpare i piccoli comuni col Regio Decreto Legge 17 marzo 1927 n.383. La politica fascista portò complessivamente all’unione, soppressione o aggregazione d’imperio di 2.184 piccoli Comuni. Anche il nostro Comune venne aggregato al Comune di Amantea, senza alcuna consultazione della popolazione. Tutte le funzioni in precedenza attribuite al Sindaco, alla Giunta e al Consiglio Comunale furono conferite ad un unico organo, il Podestà, nominato con regio decreto reale per cinque anni e revocabile dal Ministro degli Interni.

Un aspetto preoccupante della realtà dei piccoli comuni è dato dalla perdita della popolazione dovuta: Fenomeni di urbanizzazione; esodo dei giovani verso i centri urbani di maggiori dimensioni; invecchiamento della popolazione; esodo dei giovani all’inizio della vita attiva che lasciano il paese d’origine al termine degli studi; calo di natalità; chiusura delle strutture scolastiche. La riduzione degli abitanti comporta: perdita dei servizi essenziali come scuole, uffici postali, sanità e assistenza agli anziani, degrado di tipo ambientale, causato dalla mancanza di manutenzione del territorio rurale, un tempo luogo di lavoro di centinaia di persone e ora abbandonato a una natura che se ne appropria in modo disordinato.

Il sogno dei nostri governanti è quello di avere un’Italia con solo 2.500 Comuni. Sogno impossibile. Lo vorrebbero in tanti, ma gli interessi e la burocrazia remano contro. Finora i tentativi di favorire le aggregazioni sono falliti. Passare dagli 8.100 Comuni italiani a non più di 2.500 non mi sembra un obiettivo credibile, anche se effettivamente 8.100 Comuni sono fonte di costi ormai insostenibili per le pubbliche finanze. È davvero una situazione insostenibile dal punto di vista dei costi di gestione. I nostri piccoli comuni non hanno davvero i mezzi e le risorse per sviluppare le proprie comunità. Ma l’aggregazione dei piccoli comuni incontra forte resistenza, perché ci sarebbe la soppressione della Giunta e del Consiglio Comunale.

Il sindaco rimarrebbe il solo organo di Governo, eletto a suffragio universale diretto. Ma così, però, non si può più andare avanti. Davvero i piccoli comuni sono a rischio scomparsa. Regna caos e incertezza. Tra leggi e leggine, tra risorse ridotte al lumicino e tra una serie di norme spesso contraddittorie stanno creando un clima di forte confusione. Pochi comuni hanno i requisiti per restare indipendenti. Non tutti sono, però, favorevoli alle fusioni. Non hanno capito che per mantenere i servizi con risorse sempre più limitate c’è bisogno di stare insieme, rinunciando a qualcosa per avere qualcos’altro. Il percorso da compiere è inevitabile ed è dettato soprattutto da questioni economiche. La strada è obbligata per evitare di sperdere in migliaia di piccoli rivoli i fondi statali sempre più scarsi. Ma i Sindaci non ci stanno. La possibile scomparsa dei piccoli Comuni non s’ha da fare e non soltanto per questioni meramente campanilistiche. I piccoli Comuni sono gelosi della propria identità, della propria storia.

La fusione porterebbe alla perdita dell’identità e dell’appartenenza insieme al patrimonio dei valori condivisi, la perdita della rappresentanza politica e la scomparsa del municipio come valore storico – identitario.  Se l’accorpamento dei piccoli Comuni per il legislatore non mette a rischio i servizi ai cittadini, ma li rende almeno in potenza più efficienti, per i Sindaci, invece, l’aggregazione fa aumentare i costi. Tutto questo rende problematica ed incerta la fusione dei comuni perché molti cittadini non vedono di buon occhio il cambiamento. Cosa si dovrebbe fare allora? Con un decreto legge il Governo dovrebbe stabilire che i Comuni con popolazione inferiore a 1.000 abitanti sono obbligati a gestire in forma associata i servizi essenziali con i Comuni viciniori. Il problema prioritario non è però solo quello dei costi, ma anche la capacità di offrire al cittadino servizi migliori e opportunità di vita più efficiente.

Numeroso il gruppo dei primi cittadini dei piccoli comuni italiani contrari all’aggregazione. Hanno finanche manifestato a Roma davanti a Montecitorio gridando: «Non è così che si risparmia. Mille anni di storia non si cancellano con un decreto. Ogni territorio deve mantenere la propria autonomia». Il 9 aprile 2015, poi, 324 Sindaci provenienti da tutta Italia, si sono riuniti a Napoli all’adunanza dei “Sindaci ribelli”, convocata dall’Asmel contro l’accorpamento coatto dei Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, previsto dalla legge Delrio del 2014.

Era presente anche il nostro sindaco Gioacchino Lorelli con la fascia tricolore, il quale venne intervistato da una giornalista della Rai e l’intervista mandata in onda nel TG Regionale delle ore 14,00. I Sindaci si sono riuniti nell’Auditorium del Consiglio Regionale della Campania per far sentire le ragioni dei 5700 Comuni italiani con meno di 5000 abitanti che rischiano di perdere l’autonomia delle principali funzioni amministrative. Secondo loro i piccoli Comuni hanno tutto l’interesse a mettersi in rete per accorpare i servizi, ma non le funzioni. Hanno fatto ricorso al Tar della Campania contro l’accorpamento coatto delle funzioni comunali. Secondo i Comuni ricorrenti la norma è “Anticostituzionale perché lede il principio di autonomia degli enti locali, garantito dalla Costituzione Italiana” e “irragionevole in quanto i dati Istat sulla spesa dei Comuni evidenziano che i piccoli comuni hanno una spesa annua di 852 euro pro capite a fronte della media nazionale di 910 euro e della media dei grandi comuni pari a 1250 euro”. Per i sindaci a Napoli riuniti non è affatto vero che con la fusione diminuiscono le spese. Un risparmio vero potrebbe arrivare invece dalla gestione associata dei servizi.

Ma veniamo a San Pietro in Amantea in provincia di Cosenza. Nu truppiellu e case abbandonate, le porte e le finestre sono chiuse, le strade deserte, nell’aria solo il fruscio delle foglie degli alberi di Nmienzu u largu e Nmienzu u puritu, i cani di Ciccio Grassullo che scorazzano per Via del Popolo e quelli di Peppino Prati che abbaiano in lontananza. Non si vedono neppure gli anziani seduti sugli usci delle case che scrutano il passaggio dei rari passanti. Tutto intorno regna un silenzio spettrale. Fra qualche decennio anche San Pietro in Amantea diventerà un paese fantasma come del resto tanti altri paesi del Nord, del Centro e del Sud Italia.

È un vero peccato che sia destinato a scomparire. Eppure oggi il paese è curato nei minimi particolari. I vicoli e le strade sono pulitissime. La raccolta differenziata dei rifiuti funziona a meraviglia. È un paese molto accogliente. È veramente emozionante l’atmosfera che si respira in questo borgo. Ti puoi sedere tranquillamente sulle panchine sotto i secolari pioppi o sui gradini della Chiesa di San Bartolomeo Apostolo e non pensare a niente. L’amministrazione comunale ha recuperato, restaurato e riqualificato un edificio in Via del Popolo, la vecchia casa di don Achille Lupi, e riconvertita in centro sviluppo innovazioni gastronomia calabrese e ristrutturato la vecchia chiesa di San Bartolomeo Apostolo in parte distrutta dal terremoto del 1904 e riconvertita in sala polifunzionale e centro espositivo arte orafa calabrese, sperando che qualche privato faccia altrettanto.

San Pietro in Amantea che nel censimento del 1951 contava 1705 abitanti, oggi gli abitanti sono poco più di 500. E’ nella lista dei paesi destinati a scomparire. Eppure San Pietro ha attraversato periodi floridissimi. C’erano un tempo non lontano tantissime cantine, botteghe artigianali, trappiti, palmenti, forni, telai, forge, falegnamerie, sartorie maschile e femminile, negozi di genere alimentare. Le terre erano fertilissime. Producevano in grande quantità grano, mais, fichi, uva, olive.

Aveva ed ha 4 chiese, due in campagna. Quella della Madonna delle Grazie è molto conosciuta dagli abitanti dei paesi vicini e meta di pellegrinaggi e richiamo quando si celebra la festa del 2 luglio anche per quelli che sono andati via. Oggi la campagna, purtroppo, non viene considerata più una risorsa. È vissuta come luogo di bellezza ma non della produzione e per molti è diventata luogo di isolamento. (fg)

PARTE IN RITARDO LA ZES UNICA, PROROGA
PER I COMMISSARI DELLE VECCHIE AREE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Continuità è la parola chiave del primo incontro svoltosi il 9 gennaio a Palazzo Chigi tra gli otto commissari e i vertici della nuova struttura di missione della Zes unica. In realtà tre sono le date importanti nel cammino dell’introduzione delle Zes nel Mezzogiorno d’Italia: il 2017 quando il decreto 91 prevede la nascita delle Zone Economiche Speciali (Zes); il 2021, anno nel quale le otto zone economiche speciali vengono potenziate con il decreto 77 e il 2023 quando si istituisce, con il decreto 124/2023, dal 1 gennaio 2024, la Zes  unica del Mezzogiorno.  

L’ultima scadenza, cioè Il trasferimento delle competenze, alla Zes unica previsto per il 1 gennaio, non è stata rispettata. La struttura centrale non era pronta per sostituirsi agli otto commissari nominati in accordo con le Regioni. Per cui essi continueranno a gestire, fino al 1 marzo prossimo, le singole Zes, che però saranno estese a tutto il territorio regionale e non più alla sola area precedente. 

In tal modo i Commissari potranno completare le operazioni in itinere e non si rischierà di perdere affari  già maturati. Il ministro Raffaele Fitto ha nominato i vertici apicali della Struttura di missione: Il coordinatore sarà di Antonio Caponetto, che rappresenterà il nuovo punto di riferimento operativo della Zes unica per il Mezzogiorno.

Consigliere di Stato, 58 anni, originario di Catania, Antonio Caponnetto, dal 2020, è stato responsabile dell’Ufficio per le politiche in favore delle persone con disabilità presso Palazzo Chigi e in passato ha ricoperto anche l’incarico di direttore generale dell’Agenzia di Coesione territoriale.

Insieme a lui sono stati nominati gli altri vertici apicali dell’organismo chiamato al coordinamento strategico e all’indirizzo delle attività connesse all’istituzione della Zes unica.

I due direttori generali che affiancheranno Caponetto saranno Pietro Paolo Mileti, già segretario generale del Comune di Roma, e Lorenzo Armentano, dirigente dei ruoli della Presidenza del Consiglio dei ministri. 

Queste nomine, come ha spiegato  lo stesso Ministero, «rendono operativa la Struttura di Missione Zes e consentono di avviare tempestivamente le attività propedeutiche all’estensione a tutto il territorio del Sud Italia delle misure di semplificazione e agevolazione fiscale, precedentemente limitate alle aree retroportuali delle attuali otto Zes».

«Con la piena operatività della Struttura di Missione Zes», ha dichiarato il Ministro Fitto, «il Governo fornisce un nuovo e fondamentale impulso al rilancio del Mezzogiorno attraverso la semplificazione normativa e procedurale e l’attrazione degli investimenti privati in tutto il territorio del Sud».

La centralizzazione della struttura di missione  di tutte le competenze è un passaggio delicato e presenta alcuni rischi che vengono messi in evidenza sia dalle Organizzazioni Datoriali che dai Sindacati. 

«Zes unica? Lo prendiamo come un segnale di fiducia nello strumento Zes per promuovere lo sviluppo del territorio del Meridione. Mettendo mano su uno strumento che stava funzionando vorremmo in primis non generare soluzioni di continuità fra gli investimenti in corso e quelli in partenza e partecipare allo sviluppo della strategia sia a livello nazionale, sia per le singole Regioni». Così Vito Grassi, Vicepresidente Confindustria, e Santo Biondo, segretario confederale della Uil, manifesta le sue preoccupazioni dichiarando «abbiamo sempre sostenuto la necessità di un potenziamento concreto delle Zone economiche speciali. Anche per questo, dopo aver ritenuto inopportuna l’idea del Governo di accentrare a Roma tutte le responsabilità progettuali delle Zes, riteniamo determinante che questo strumento, dall’alta valenza produttiva, rimanga legato alle strategie territoriali». 

Le preoccupazioni manifestate traggono origine da un pensiero che attiene ai compiti ai quali le Zes dovrebbero dare risposta, e cioè che diventino strumento per l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area, indispensabili per potenziare la base produttiva manifatturiera del Mezzogiorno, estremamente contenuta, e che rappresenta il tallone di Achille del suo sistema occupazionale. 

Esiste il rischio che la  struttura centralizzata, che si sta creando a Roma, possa  dedicarsi prevalentemente alla semplificazione amministrativa delle richieste, non costituendo però quella task force che vada a recuperare gli investimenti importanti che vogliono localizzarsi in Europa. 

Il recente episodio della Intel che rinuncia al suo insediamento a Vigasio è illuminante della difficoltà e della competizione esistente tra Paesi che vogliono tutti quanti la localizzazione di quelle imprese, che prevedano un  numero elevato di professionalità di livello. 

Esiste anche il rischio che la struttura centralizzata, si attivi per seguire alcune operazioni, anche importanti, ma non metta in funzione  quel meccanismo virtuoso che dovrebbe far diventare attraenti per gli investimenti alcuni territori particolari del Sud, considerato che la Zes  ormai unica per tutto il territorio, corrisponde al 40% della superficie di tutto il Paese. Quello che deve accadrà é tutto da scrivere, ma il compito é certamente di quelli ardui.  (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

L’UNIVERSITÀ DEI RECORD: TUTTI PAZZI
PER L’UNICAL, È VERO BOOM DI MATRICOLE

L’Università della Calabria continua a mietere successi. Stavolta l’ateneo di Arcavacata di Rende, a pochi chilometri da Cosenza, entra nelle prime posizioni delle classifiche che riguardano le immatricolazioni.

Il nuovo primato per l’UniCal, riguarda le iscrizioni: è risultato il primo grande ateneo statale in quanto a crescita di immatricolati al Sud, segnando oggi un +23% rispetto al pre-pandemia (anno 2019/2020), e tra le sole 3 università d’Italia a vantare un aumento in ciascun anno del quadriennio, nel numero di studenti neo-iscritti.

Il risultato appare ancor più rilevante nel confronto col sistema universitario statale italiano, che nello stesso periodo risulta a crescita zero, per cui l’aumento Unical è di ben 23 punti percentuali al di sopra della media nazionale. Infatti, dall’analisi dei dati dell’Anagrafe Nazionale Studenti resi recentemente disponibili dal Ministero dell’università e della ricerca sulle nuove iscrizioni ai corsi di laurea triennale e a ciclo unico, emerge che il sistema universitario statale, che contava 275.812 immatricolazioni nel 2019/2020, ha avuto una forte crescita (+5,2%) dopo l’inizio della pandemia, a cui è seguito però un rimbalzo negativo con due anni consecutivi di perdita degli iscritti, e una lieve ripresa quest’anno (+1,9%), che l’ha riportato ai livelli pre-pandemia, con 275.768 immatricolati nel 2023/2024, appena 44 studenti in meno del 2019/2020. L’Università della Calabria, invece, ha segnato un significativo aumento nel quadriennio, passando da 3.834 immatricolati del 2019/2020 a 4.704 del 2023/2024 con una crescita percentuale del 23% contro la media nazionale pari allo 0%.

L’Unical registra quindi, dall’anno pre-pandemia 2019/2020 a quello attuale, la crescita più alta in assoluto tra tutte le grandi università statali del Sud, inclusi i mega atenei, e registra uno dei più alti tassi di sviluppo tra tutte le università d’Italia. Non solo, Unical con Pavia e Parthenope, è tra i 3 soli atenei del Paese che segna sempre un aumento, in ciascuno degli anni accademici del quadriennio, a conferma di un miglioramento strutturale con un’offerta didattica e servizi agli studenti che la rendono attrattiva anche nei periodi di difficoltà del sistema universitario nazionale.

Sul fronte delle università private, i dati disponibili sono incompleti e non consentono un’analoga analisi del quadriennio; ma emerge una crescita degli iscritti alle università telematiche.

L’Università della Calabria non solo ha mostrato una crescita significativa sul quadriennio, ma è riuscita a posizionarsi in modo positivo rispetto ad altre università italiane, anche quest’anno. Il confronto tra gli immatricolati del corrente anno 2023/2024 con il precedente 2022/2023 evidenzia, infatti, un incremento del 9%, che la fa passare da 4.316 immatricolati ai 4.704 attuali. Si tratta di una delle migliori performance tra le università italiane, molto al di sopra della media nazionale che, pur in ripresa, si ferma all’1,9%, ben 7 punti percentuali al di sotto della crescita Unical.

L’ateneo ha investito nella qualità dell’offerta formativa e conta su una vasta gamma di corsi in diverse discipline, garantendo agli studenti una formazione completa e diversificata. Uno dei punti di forza dell’Università della Calabria, che ne ha decretato il successo, è sicuramente la qualità dell’offerta didattica, completamente rinnovata negli ultimi anni con l’apertura di nuovi corsi e l’ammodernamento di quelli esistenti. Grande attenzione è riservata anche ai servizi offerti agli studenti, tanto che le classifiche Censis premiano da anni l’Unical come la grande università italiana con quelli più qualificati, a partire da mensa e alloggi. Proprio la residenzialità è un altro punto di forza: grazie a un patrimonio in costante ampliamento, l’Unical accoglie tutti i vincitori di borsa di studio nei suoi 2.500 posti, che la rendono prima in Italia in quanto ad alloggi per iscritti in corso, con un rapporto superiore al 15%, il quadruplo della media nazionale, che salirà ulteriormente grazie alle nuove residenze in corso di completamento.

La crescita costante dell’ateneo non solo porta benefici agli studenti, ma ha anche un impatto positivo sulla regione stessa. L’ateneo può diventare un motore di sviluppo per attrarre risorse e aziende nella regione, come sta già accadendo, ad esempio, nel settore ICT. Inoltre, la formazione di giovani professionisti altamente qualificati contribuisce a colmare il divario di competenze nel mercato del lavoro e a promuovere lo sviluppo socio-culturale della regione. Alcuni passi in avanti si stanno facendo anche nel campo della sanità, grazie all’attivazione del corso di laurea in Medicina e Tecnologie digitali che consente di creare sinergie mettendo in rete competenze medico-scientifiche e strumentazioni di avanguardia dell’Università con le strutture ospedaliere di Cosenza.

«I dati del Mur – dice il magnifico rettore dell’Unical Nicola Leone – danno uno spaccato dell’evoluzione delle università italiane e di quale sia stato l’impatto della pandemia. Questo è in effetti il primo anno di completo ritorno alla normalità, tanto che a livello nazionale il numero di iscritti è sovrapponibile a quello dell’ultimo anno pre-pandemia. Ma in questo confronto col 19/20 – che coincide con l’avvio del mio mandato – spicca il dato dell’Unical che ha dimostrato una crescita straordinaria e persistente, reggendo bene anche all’onda d’urto del periodo pandemico. Ciò è dovuto certamente alla coraggiosa e profonda revisione dell’offerta formativa, che si è aggiornata globalmente rendendo i corsi innovativi e al passo con i tempi, offrendo programmi di avanguardia e rispondenti alle esigenze del mondo del lavoro. Ma anche all’alta qualificazione del corpo docente, rafforzato dalle politiche di reclutamento mirate ad attrarre studiosi altamente qualificati, e puntando anche sul “rientro dei cervelli”».

«Grande apertura – conclude il Rettore – è stata offerta anche agli studenti internazionali con l’attivazione di 10 corsi erogati interamente in lingua inglese che ha determinato l’arrivo di oltre 9.000 domande da parte di aspiranti matricole extraeuropee, provenienti da 108 diversi Paesi del mondo. A ciò si aggiunge il contesto naturale unico del Campus, immerso nel verde e ricco di strutture sportive, culturali e spazi per la socializzazione. Un ambiente ideale per la formazione e la ricerca, come certifica la Commissione Europea con l’assegnazione del prestigioso award HRS4R, che insieme alle borse di studio, ai premi di laurea e agli incentivi per gli studenti più meritevoli, attrae ogni anno nuovi studenti desiderosi di formarsi in Calabria». (rcs)

IL SINDACO CARUSO ATTACCA OCCHIUTO:
PRESIDENTE, C’È UN’OCCASIONE STORICA…

di FRANZ CARUSO – A conclusione delle feste natalizie i calabresi sono ormai abituati ad assistere alla ripartenza dalla loro terra di quanti sono costretti  a vivere e lavorare fuori dalla Calabria. Quest’anno il fenomeno si è molto accentuato.

Una crisi strutturale, mancanza di prospettive di vita e di lavoro hanno fatto registrare una crescita del numero di giovani e meno giovani che hanno deciso di andar via. È il rito di un esodo doloroso, che mal si coniuga con le euforiche esternazioni del Governatore Occhiuto. Non è azzardato affermare che se Occhiuto avesse, non solo annunciato, ma quanto meno incominciato ad affrontare le criticità strutturali sarebbe stato già compiuto un passo in avanti per delineare un futuro di speranza per la Calabria. A partire dal suo operato da commissario per l’emergenza sanitaria:  è acclarato che le condizioni del servizio sanitario regionale sono peggiorate rispetto alla data di insediamento, tredici anni addietro, dello stesso commissariamento. Nessuna azione concreta di riqualificazione e di messa in sicurezza dei presidi sanitari, nessun passo avanti sulla realizzazione dei nuovi ospedali. Clamoroso è il blocco della realizzazione del nuovo hub ospedaliero di Cosenza. I livelli minimi assistenziali sono sempre più non garantiti alla maggioranza della popolazione calabrese.

È indecente poi il modo come il Presidente della Regione stia facendo perdere una opportunità storica alla Calabria per la sua modernizzazione infrastrutturale. Oltre ad avere dato l’assenso al ministro Salvini a sottrarre centinaia di milioni di euro  europei agli investimenti per lo sviluppo della Calabria per destinarli al finanziamento di opere propedeutiche alla realizzazione del ponte sullo stretto, ha poi annunciato come nuovi ed aggiuntivi investimenti sulla SS 106 e sulla elettrificazione della linea ferroviaria che invece sono stati finanziati dai Governi nazionali e regionale precedenti e che sarebbero dovuti essere già spesi e invece segnano forti ritardi.

Senza voler fare alcuna strumentalizzazione, non si può non affermare che tragedie come quelle di  Thurio o come l’incidente che ha provocato la morte dei giovani di San Luca non siano ascrivibili a questi colpevoli ritardi. Sul tema, poi, menzione a parte merita la necessità per la Calabria dell’alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria. Al riguardo appare addirittura inquietante l’atteggiamento distratto e pilatesco del governatore Occhiuto che anziché presidiare i tavoli romani ammette candidamente di rimettersi alle decisioni di RFI. Praticamente, Occhiuto accetta che la realizzazione dell’ Alta Velocità in Calabria non si faccia o che venga rinviata sine die.

Così come sciagurata è la scelta di depennare dall’agenda delle opere infrastrutturali la  Metrotramvia Cosenza-Rende-Unical, a suo tempo vagliata attentamente ed approvata e finanziata dagli organismi europei. È grave che si sia fatto perdere il finanziamento e, contestualmente, avere transato una cifra milionaria  a favore della impresa aggiudicataria pur senza neanche iniziare i lavori”.

E allora bando alle chiacchiere. Il 2024 dovrà essere l’anno della ripresa, altrimenti la Calabria è destinata a non utilizzare la contingenza storica che l’Europa riconosce in questa fase come non mai per il superamento dei divari territoriali. Occhiuto deve, dunque, necessariamente cambiare registro e avviare quanto meno una feconda fase di concertazione sociale affinché si possa garantire alla Calabria una programmazione efficace e virtuosa del suo destino. (fzc)

(Franz Caruso è il sindaco di Cosenza)

LA SCOMMESSA CALABRESE SUL FUTURO
È NELLA CENTRALITÀ DEL MEDITERRANEO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – La centralità del Mediterraneo emerge con l’apertura del Canale di Suez nel 1869. Il raddoppio del 2015 poi ne ha potenziato la sua importanza strategica. Il suo costo 8,2 miliardi di euro e due anni di lavori ne hanno fatto un’opera di ingegneria tra le più importanti mai realizzate. Il raddoppio del Canale permette il passaggio di 97 navi al giorno contro le precedenti 49 e consente all’Egitto di raddoppiare i ricavi da transito che, nel 2023, dovrebbero essere corrispondenti a 13 miliardi di dollari all’anno, molti di più dei 5 precedenti.

Non sono mancate le critiche della comunità internazionale per la nuova infrastruttura. Una lettera appello di 500 scienziati ha chiesto alle autorità una valutazione ambientale. Le storie sono sempre banalmente le stesse, e si ripetono se guardiamo al progetto del Ponte sullo stretto. Quello che si sa per certo è che si è detto addio alla circumnavigazione dell’Africa, perché con il nuovo canale arrivano nel Mediterraneo anche le navi di grandi dimensioni finora impossibilitate ad attraversarlo.

Uno studio condotto da Intesa Sanpaolo ha calcolato l’impatto sulla portualità italiana, sulla base del possibile spostamento della convenienza del passaggio via Suez di alcune rotte, valutabile in un aumento di circa 170 mila containers. Tutto perfetto? Sembrava di si. Fino a quando si è visto che sono in pochi a prevedere come cambieranno davvero le rotte commerciali transoceaniche.

Perché se la realtà dell’area del Mar Rosso va a fuoco, come sta accadendo in questi giorni, tutto può cambiare.

In realtà l’Italia non è riuscita a sfruttare adeguatamente la sua posizione geografica. E del 20% del traffico mondiale che passa dal Mediterraneo è riuscita ad intercettarne una piccola parte.

Per problemi di organizzazione portuale, di fondali adeguati, di mancato messa a regime di un porto come quello di Gioia Tauro, che possiede un retro porto con ettari disponibili molto rilevanti, per il non utilizzo, conseguente all’annullamento del 2012 della costruzione del ponte sullo stretto da parte di Monti, che ci trova ancora in una fase di passaggio, di Augusta, per i bassi fondali che non consentono di accogliere le maxi navi e le opere di dragaggio in ritardo, vedi Taranto, vi è una mancata valorizzazione del sistema logistico da parte del Paese, che fa perdere migliaia di posti di lavoro possibili, considerato che la sola Rotterdam, tra diretti ed indiretti, occupa oltre 700.000 persone.

È incredibile come i “frugali “olandesi siano riusciti a non farsi mettere in crisi dall’apertura del Canale di Suez, che ha riproposto il Mediterraneo come centro dei commerci mondiali, dopo che nel 1492, con la scoperta dell’America, aveva perso il suo ruolo di centro unico dei traffici.

Bene un Medio Oriente che si infiamma, come si è visto dalla ripresa da parte delle navi maxportacontainers della circumnavigazione dell’Africa, equivale ad una nuova scoperta dell’America e gli effetti potrebbero essere devastanti soprattutto per i Paesi che su questo mare si affacciano. E ciò potrebbe contribuire ad incrementare i flussi di migranti verso l’Europa.

Pensiamo all’Egitto che sulle risorse provenienti dall’attraversamento del canale ha pensato di trarre redditi relativamente importanti, alla Grecia che ha investito molto sul Pireo, a Tangermed che rappresenta una certezza ed una speranza per l’Algeria.

Infine l’Italia nella quale il progetto di alta velocità ferroviaria che parta da Augusta a Berlino, per collegare Singapore, Hong Kong alla Mittel Europa, può essere messo in discussione dalla chiusura di una via d’acqua, che è diventata fondamentale per il commercio mondiale.

Qualcuno potrebbe dire che in ogni caso vi è un collegamento col Nord Africa, che diventerà sempre più importante e che non ha bisogno di passare dal canale, ma certamente sappiamo tutti che intercettare il traffico proveniente dall’Estremo Oriente, Cina, Giappone, Corea, India ma anche degli Emirati e dal Corno d’Africa è un fatto non irrilevante.

Non vi è dubbio che Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia siano Paesi con i quali avverrà un incremento notevole dei traffici, ma non vi è altrettanto dubbio che tutto parte dalla pacificazione dell’area del Medio Oriente.

Se questo non dovesse avvenire e il conflitto dovesse protrarsi, con l’accentuazione delle tensioni anche con l’Iran, probabile finanziatore dei terroristi che stanno mettendo in discussione i traffici dal Mar Rosso, potremmo avere effetti paragonabili alla scoperta dell’America del 1492. L’evento in quel caso fu un evento positivo per il mondo, ma certo un problema non da poco per il Mediterraneo.

In questo caso è solo un problema per tutti, ma lo è meno per esempio per Germania e Francia, che pagherebbero solo per i maggiori oneri di trasporto.

Per l’Olanda e i Paesi Atlantici probabilmente potrebbe alla fine essere anche un vantaggio, perché a quel punto, dovendo circumnavigare l’Africa, i porti più vicini sarebbero quelli degli amici, “frugali” ma sempre bulimici.  Per questo l’Italia non può consentire che l’Europa continui a non recitare che un ruolo di comparsa, in quella che per noi ma per tutto il Continente può trasformarsi in tragedia.

Ancora l’Europa sta subendo gli effetti di un’interruzione di rapporti con la Federazione Russa, che ha messo in crisi soprattutto, come si è visto anche dai riflessi economici che l’attraversano, la Germania.

Il blocco del Mar Rosso, se dovesse protrarsi per un periodo non limitato, potrebbe essere un duro colpo per le economie che sul Mediterraneo si affacciano. In questo il Sud italiano diventa, in questo caso nel male, un protagonista assoluto, perché subirebbe gli effetti negativi della ripresa degli sbarchi senza avere quelli positivi della vicinanza al canale di Suez.

Altro che il fumoso piano Mattei, del quale poco si sta comprendendo tranne il fatto che vorrebbe che l’ Africa diventasse la batteria d’Europa, come si è sempre fatto con i Paesi a sviluppo ritardato e con il Sud, ma effetti concreti immediati su un commercio già poco florido che in questo modo si annullerebbe. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

SANITÀ CALABRIA, IL CAMBIO DI ROTTA
PORTA LA FIRMA DELLA PETROPULACOS

di ETTORE JORIO  – Ricordo due eventi che mi fecero capire, ridendo a crepapelle, lo strumentale disinteresse verso l’avversario in senso lato, canzonandolo, ritenuto non degno di considerazione. Uno, ricorrendo ad accorgimenti dialettici ricchi di simpatia e, l’altro, della migliore satira politica.

Il primo fu in una commedia di Gilberto Govi ove il grande maestro della commedia ligure, dovendo dare pochissima importanza alle cose dette da uno dei suoi interlocutori, rivolgendosi agli altri, diceva (più o meno) “cusch’è una musca” (chiedo venia della certo errata scrittura della lingua genovese). Parificando così il contenuto dell’ascolto al ronzio di una mosca.

Il secondo era invece rintracciabile su L’Unità da Mauro Melloni, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Fortebraccio, lo stesso che descrisse Mario Tanassi come dotato di una «fronte inutilmente spaziosa». Il quale sotto intendendo anche in questo caso l’inutilità politica del personaggio scrisse, nell’approssimarsi di una importante riunione a Palazzo Chigi, «Si aprì la portiera dell’auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia», un segretario nazionale del partito socialdemocratico che in pochi invero ricordano.

Due mondi diversi, due modi altrettanto differenti per sminuire. Un vezzo che in politica è molto frequente, per sottrarre le capacità altrui: boys will be boys (so’ ragazzi!), dedicato sarcasticamente a chi non predilige cose intelligenti, prioritariamente i saperi che fanno la differenza tra le regole e la convenienza politica.

Ciò avviene solitamente per due motivi: 1) per non dare peso alle cose importanti ritenute impunemente “stupidaggini” perché impegnative, pur di acquisire un immediato e spesso immeritato guadagno politico; 2) per sminuire tutto ciò che è davvero utile a costruire “un mondo nuovo” ma con fatica e impegno. Tutto ciò allo scopo di rimanere in piedi senza sudore e spesso senza meriti, ma soprattutto con il lavoro degli altri. Vittima di questo è la Nazione, che paga l’assurdo che governa, nonostante i frequenti riferimenti ad essa con una errata sinonimia a Paese. Da qui, il PNRR che c’è ma non si vede!

Una politica dalla peggiore espressione

Eh già, perché la politica (tutta) ha assunto brutti vizi, tra uno sparo ad una gamba durante una festa tra “amici” e i domiciliari imposti ad un cognato di un ministro: privilegia la promessa sui risultati; predilige il rumore al prodotto; vende l’oggi vergognoso, esaltandolo cinicamente, piuttosto che realizzare il domani accettabile.

Una brutta cosa, questa, una volta di moda solo nei Paesi sudamericani, ove i leader senza ideologia ovvero distorta privilegiavano ostentare gradi militari a chilogrammi, auto conferiti, trascurando la cultura governativa solidaristica. Ciò avveniva nonostante la esemplare semplicità delle grandi istanze rivoluzionarie del Che, eroe non solo di quelle parti ma del mondo intero.

A ben vedere quello esposto oggi è un quadretto desolante, ove in primo piano c’è una politica dai toni spesso deliranti e autopromozionali, con sullo sfondo, di frequente neppure inquadrata dall’obiettivo, la burocrazia più servile. Quella di solito arrivata all’apice spesso in forza di maliziosi progetti ovvero di storie che sanno di ben oltre l’infecondo. Ebbene di questi mali (gravissimi) è contaminata la società politica nazionale, così come ben descritto nel libro di un anonimo Io sono il potere. Confessioni di un Capo gabinetto.

Tutto questo è funzionale alla concretizzazione di “matrimoni impropri” tra ceto politico e dirigenza, nonostante ben distinti legislativamente nell’esercizio dei rispettivi compiti: indirizzo, programmazione e controllo su gli atti, il primo; adozione degli atti, gestione ed esecuzione, la seconda.

La debolezza della cultura di governo del Mezzogiorno e la sanità in Calabria

Il peggio di tutto si è registrato nelle regioni più deboli, rimaste tali perché vittima di un siffatto orrendo compromesso, con ricadute pesanti sulla esigibilità dei diritti essenziali.

In Calabria tanto, ove tuttavia pare che qualcosa stia cambiando, con una sanità che impone opzioni sensate e scelte virtuose, dopo tante fatte malissimo. È cessata, ci si augura ultimamente, la stagione della esaltazione dei gringos dalle competenze inesistenti, peraltro già compromessi e facili da compromettere in senso lato.

Sembra che sia iniziata una correzione di quella rotta che impedì ai bravi di rimanere ivi a lottare per l’interesse collettivo. È capitato, pensando alla sanità che non c’è ma che sarebbe dovuta esserci, con Francesco Bevere, messo in condizione di scappare altrove per una infima guerra assunta contro di lui da un decisore che nemmeno in Uganda. Una decisione dissennata che buttò a mare una scelta oculata della compianta Iole Santelli, che fece di tutto per convincerlo a venire a lavorare nella Calabria impossibile.

Con la sanità non si gioca, fare scelte sbagliate nell’affidamento dei ruoli fondamentali significa portare le persone a vivere in un girone dell’inferno, così come avvenuto da sempre. Specie quando si suppone di copiare ivi persino gli errori organizzativi delle altre Regioni, del tipo l’istituzione di Azienda zero, non solo inutile ma dannosa per l’autonomia delle aziende della salute, delle quali tante lasciate in mani inadeguate.

La tutela dell’interesse pubblico attraverso la qualità e non l’appartenenza

I bravi manager vanno ricercati con il lanternino, diffidando dai “mi manda Picone” troppo frequenti nel sistema della salute, tormentato dal pressapochismo di Agenas e dai Tavoli romani che vivono di “disattenzioni” strumentali,  favorevoli a taluni, e di cronici dispetti destinati ad altri.

Allorquando capita di convincere i fuoriclasse a venire in Calabria occorre fare dedicare loro tutti i giorni la banda del consenso e non mettere i bastoni tra le ruote, così come avvenuto con il bravo Bevere. Soprattutto non svuotando il Dipartimento delle professionalità migliori, senza capirne un perché intelligente.

La paura, meglio il sospetto, è che la stessa cosa (se non peggio!) stia avvenendo nei riguardi di Licia Petropulacos, estranea la centrodestra, che tutti noi calabresi dovremmo ringraziare. Scelta da Roberto Occhiuto, esclusivamente per i grandi meriti dimostrati in Emilia-Romagna, ha accettato di combattere, di svolgere il ruolo della “resistenza partigiana” contro il cinico invasore stabilmente insediato da decenni nella sanità regionale.

Quella sanità, condotta da oltre vent’anni all’insegna del malaffare e delle connivenze, la cui contabilità è lasciata da sempre in mani persino di inconsapevoli delle differenze che ci siano tra il criterio di cassa e quello della competenza (così come di recente sottolineato, nel concreto, dalla Corte dei conti nella procedura aperta con l’AO Mater Domini), cui la dirigente greco-emiliana romagnola potrà dare tanto, anche in termini di acculturamento della burocrazia sulla disciplina sul bilancio.

A chi preferisce non pensare al male che produce da decenni ai calabresi, sarebbe da consigliare la lettura di un manuale di civiltà politico-dirigenziale, di recente citato in un articolo dal pensiero politico sempreverde di Agazio Loiero, il suo titolo è La conoscenza e i suoi nemici, l’autore è Tom Nichols, edito dalla Luiss nel 2017, nella traduzione arguta della brava cosentina Chiara Veltri. In particolare, per imparare una strada più giusta, la conclusione nella parte in cui si afferma che “Gli esperti sono terribili”, ovviamente perché sanno di cosa parlano!

Insomma, occorre un immediato rimedio a quanto avviene a discapito della povera gente che non sa neppure cosa siano i Lea, perché messi all’angolo del ring ove i diritti finiscono da decenni al tappeto con il peggiore dei kappaò. (ej)

LA GUERRA DELLA SS 106 CONTRO LA VITA
DEI NOSTRI GIOVANI E DI QUESTA TERRA

di FRANCO CIMINO – E la pioggia finalmente è arrivata. Nessuno la cercava. Nessuno l’aspettava più in questo lungo dicembre che ci ha regalato un Natale quasi estivo. Con il chiarore del cielo che contrastava il cedere precoce della luce del giorno, secondo la regola dell’inverno e dell’ora naturale, che il pomeriggio era già sera. La pioggia è arrivata in serata avanzata. Insistente. Battente. Forte. Ma non di temporale.

È arrivata in silenzio senza tuoni né lampi di fuoco. Battente, però. Sui vetri delle finestre. Sui cornicioni. Sul pavimento dei balconi. E la senti. Oh, sì che la senti, anche se non fa rumore! Non pioveva, oggi, a fine mattinata. Non pioveva sulla statale 106, all’altezza del km 171, in località Calalunga-Pietragrande (km 171+300), come dicono i verbali tecnicamente dettagliati della Polizia e dei tecnici stradali. Lì, su quel tratto, al centro esatto della strada che separa la Marina di Catanzaro da Soverato, che saranno, da ambedue le direzioni, otto-dieci minuti per arrivarci, non pioveva da settimane. Non pioveva neppure oggi. C’era luce sulla via. E si vedeva bene e lungo. È una giornata di festa, questa. Una festa bella. L’Epifania, portatrice di doni al Bambino e da Lui promesse di vita nuova per tutti gli uomini e le donne di questa terra. Specialmente, per i ragazzi e i giovani. È la festa delle famiglie. E del riposo dal chiasso di queste due settimane, piene di movimento, di auto, di merci, di persone, di musiche assordanti e di piazze affollate. Di quasi tutti che hanno fretta e ti passano davanti senza neppure vederli, poterli salutare se li conosci.

Domandargli dove stiano andando visto che sembrano indirizzarsi sul versante sempre opposto dal tuo. E poi, tra due giorni, complice la domenica, i figli torneranno a scuola. Si sta a riposo, oggi. I più stanno a casa per l’Epifania. O per la Befana. Sono le le tredici e trenta circa. È l’ora canonica del pranzo della festa. Non c’è molto traffico. Poche automobili, che vanno in opposte direzioni. Non c’è stanchezza. Non c’è l’alcol e la testa di fumo delle notti del sabato del divertimento acceso. Si può stare tranquilli, oggi, giorno della festa.

Non è successo nulla ad alcuno dei partecipanti ai diversi veglioni. È stato un Buon Natale e un buon fine 2023. Non può succedere più nulla. E, poi, oggi, è la Festa dei doni. E su quella strada sulla quale siamo passati mille volte noi. Da soli e con le nostre famiglie. E i nostri figli. Anche in qualche momento di questo lungo Natale. E le nostre raccomandazioni fatte per monotonia genitoriale, in quel ricorrente “andate piano, vi raccomando. E state attenti”, detto così perché lo diciamo. Ma senza particolari timori, come quando, invece, li sappiamo in viaggio su percorsi assai insicuri.

In quel tratto lì, di giorno quieto, si sta più tranquilli. Pur se della cattiva 106 sempre si tratta. Strada quasi bestemmiata, perché portatrice di morti e feriti, lungo tutti i suoi più di trecento chilometri. Quelli che dovrebbero unire tutta la magica realtà che dall’antica Magna Graecia scorre lungo il litorale Sibari-Crotone-Squillace-Monasterace-Reggio Calabria. Ma oggi è il giorno della festa nella giornata di quiete, di luce, di armonia. E, poi, sono le tredici e trenta. Non c’è traffico. Non c’è fretta. Le baldorie sono finite. E le bottiglie di vino e birra pure.

Invece, no. La 106, la strada cattiva, non rispetta alcuna regola. Non perdona errori e distrazioni, non protegge dai guasti tecnici, non difende la gioia di chi la percorre o il bisogno di chi è costretta ad usarla. La strada nata brutta su una lingua di territorio devastata dalle tante bruttezze che le sono state caricate sopra, a mo’ di sfregio e di sfruttamento, la strada lasciata peggiorare per oltre trent’anni e abbandonata da promesse ingannevoli, o da sistemazioni costosissime in tratti disgiunti e assai distanti tra loro, effettuati in tempi lunghissimi che la rendono ancora più pericolosa per le interruzioni quasi ritmiche, semina vittime continuamente.

È una strada contro. Sì, contro. E in opposizione anche. Contro lo sviluppo e la crescita economica della Regione. Contro il bisogno di unità territoriale, economica, culturale e politica. Della Calabria. Contro la estrema necessità di rompere l’isolamento che tiene la nostra terra ai margini dell’intero Paese.

E quasi ignorata dall’Europa, se non per il suo “ condannarsi” ad essere scoglio, invece che felicemente porto, d’approdo dei miserabili che attraversano il nostro mare per cercare pane e lavoro e libertà.

Contro, è questa strada, la vita. Dei nostri ragazzi, soprattutto, che la vita e la forza giovanile lasciano sul quell’asfalto ammalorato. Oggi, giorno della festa dei doni, a quell’ora lo schianto! Due auto piccole si scontrano violentemente. Muoiono tutti i passeggeri di un’auto. Sono quattro ragazzi, tre donne e un uomo. Venivano da San Luca, nel Reggino. L’unico, dell’altra, è in condizioni molto gravi in ospedale. È di Soverato, giovane anche lui nei suoi cinquant’anni, probabilmente di sposo e di padre di giovani come quelli che ha incontrato, “avversativamente dalla sorte”, oggi.

Una tragedia. Da bollettino di guerra. L’ultimo proveniente dall’Ucraina parla proprio di quattro morti innocenti sotto l’odierno vile attacco russo contro una piccola Città.

La guerra della statale 106, continua. Indifferente ai morti che semina come chicchi di dolore immane e di ingiustizia assurda. Quanti ce ne vorranno ancora per chiudere questo cimitero dell’inciviltà? Quante madri e quanti padri dovranno ancora morire agonizzando sul cadavere dei figli? Quanti ancora, figli suoi, di questa terra, dovranno cadere sotto i colpi di una barbarie senza colpevoli? Dal pomeriggio le agenzie di stampa sono prese d’assalto dalle dichiarazioni di uomini delle istituzioni che recano lo stesso grido: “basta vittime sulla strada della morte”. Tutti lo gridiamo. Ma sempre ad ogni strage. E che sia la più clamorosa, altrimenti neppure registriamo il fatto drammatico. Passato il clamore, celebrati i funerali, poi più nulla. Solo indifferenza. Il dolore resta alle famiglie e a quei paesi che non li hanno più visto tornare tutti quei ragazzi. Mentre la lotta per fare la strada nuova, e che si chiami con un altro nome, la fanno solo i due o tre comitati di cittadini (quello di Ciró Marina e di Badolato per dire i più noti), che da anni, in piena solitudine, scendono per le quelle strade.

Per protestare contro lo sterminio. Per rivendicare un diritto. Per opporsi alla morte. Per difendere la vita. Delle persone. E dei nostri figli, che sempre da lì dovranno passare. E la vita della nostra Terra, che non può consentirsi più di perderne neppure uno.

È già notte. E piove più forte. Di una pioggia che non rovina. Sono solo lacrime del Cielo per questo dolore insopportabile. Dolore ingiusto. (fci)

SE LA CALABRIA E I CALABRESI PIANGONO
AL NORD NON SI PUÒ E NON DEVE RIDERE

di EMILIO ERRIGO – A un anno più o meno del mio ritorno in Calabria, per ritornare a vivere tra i calabresi, scienziati, colti, ignoranti, belli, poveri, disoccupati, malati, con ridotte capacità motorie e sensoriali, diversamente abili e brutti, mi sono chiesto e posto mille e una volta, il perché e il vero motivo, che estranea molte note testate giornalistiche e televisive, compresi molti miei carissimi amici e conoscenti giornalisti, dall’ interessarsi delle cose belle della Calabria e dei calabresi!

La Calabria e i Calabresi, sono prevalentemente bellissimi dentro e fuori, vanno conosciuti, esplorati, visionati, visitati, parlati, ascoltati, amati e tanto, tanto attenzionati.

Già partendo dalle mille bellezze uniche della , offesa e storicamente contaminata dalle industrie chimiche e metallurgiche, città e Provincia di Crotone, bellezze marine e paesaggistiche ancora per grazia di Dio incontaminati, poste e diffuse in mondovisione da Rai 1 il 31 dicembre 2023, grazie e ancora grato, al nostro Caro Presidente on. Roberto Occhiuto, per averne fatto percepire solo una minima parte delle rare bellezze della Calabria e dei Calabresi (perdonate la C maiuscola).

Perché non c’è interesse a tutto ciò che si fa e di bello c’è da vedere in Calabria? Cosa induce a molti intellettuali del poco o del tanto, di estraniarsi dal capire la vera essenza della Calabria e dei Calabresi e non solo quella profumatissima del Bergamotto di Reggio Calabria?

Ditelo, parlatene pure se volete, ma scrivete per favore, anche del bello e del giusto della Calabria. Se la Calabria e i Calabresi piangono l’Italia non può e non deve ridere.

Noi siamo figli orgogliosi di una Italia che amiamo, di una Nazione che onoriamo, con gli studi universitari, con la medicina, le ricerche scientifiche, i nostri sapori e profumi di Calabria, le buone azioni di solidarietà e vicinanza umana, profondo senso di appartenenza e italianità vera.

Siamo Italiani fino al cuore e Calabresi fino ai neuroni e midollo osseo!

(Emilio Errigo Commissario Straordinario SIN Crotone-Cassano e Cerchiara di Calabria)

La fotografia di copertina è di Valter Cirillo / Pixabay

ZES UNICA, UN GRANDE AIUTO PER IL SUD
PERÒ SERVE UNA POLITICA INDUSTRIALE

di FRANCESCO AIELLO – Rispetto alla precedente disciplina sugli investimenti a Sud in regime di aiuti, la Zes unica per il Mezzogiorno è migliorativa sotto alcuni punti di vista. Innanzitutto per la copertura finanziaria: la dotazione per il credito di imposta complessivo del 2024 fissata dalla Legge di Bilancio è pari a 1,8 mld di euro.

Inoltre, rispetto al Bonus Sud 2023, cosiddetto Credito d’Imposta Mezzogiorno, con la Zes unica è ammesso il credito di imposta anche per l’acquisto di terreni e immobili. Il regime di aiuti è previsto per progetti di investimento fino a 100 milioni di euro e varia al variare della dimensione dell’impresa. La regola generale è che le piccole e le medie imprese godranno di un credito di imposta pari, rispettivamente, al 60% e al 50% dei costi ammissibili per progetti fino a 50milioni di euro, mentre per le grandi imprese il beneficio fiscale sarà pari al 40%.

Si tratta di vantaggi fiscali superiori a quelli previsti dal Bonus Sud 2023, che fissava al 45%, 35% e 25% il credito di imposta, rispettivamente, per le piccole, le medie e le grandi imprese. È plausibile pensare, quindi, che i vantaggi fiscali sono ad un livello tale da rendere conveniente l’avvio di nuovi investimenti produttivi regionali e attrarre investitori extra-regionali. Si tratta, però, come dimostra la storia decennale delle politiche industriali nel Mezzogiorno d’Italia, di una condizione necessaria, ma non sufficiente: la convenienza relativa ad investire in un determinato luogo piuttosto che in un altro non è unicamente determinata dalla fiscalità di vantaggio.

Questa conclusione è ancora più valida in un contesto in cui più regioni godono dello stesso regime di aiuti: perché un investitore dovrebbe scegliere di localizzare le proprie attività in Calabria, piuttosto che in Puglia o in Campania? A parità di aiuto fiscale e di snellimento delle procedure amministrative, i capitali si concentreranno nelle aree che hanno meno costi di accessibilità e offrono più servizi alle imprese (rete di trasporti efficiente, energia affidabile, disponibilità di infrastrutture tecnologiche avanzate) e che hanno qualche vantaggio di localizzazione legato alla possibile riduzione dei costi di approvvigionamento e di vendita.

Senza dimenticare che l’attrattività di un territorio dipende molto dalla qualità della vita del contesto, ossia dall’offerta di servizi pubblici efficienti, istruzione di qualità, assistenza sanitaria accessibile, giustizia certa e veloce e un ambiente culturale stimolante. In assenza di queste condizioni, parlare di crescita, restanza, tornanza, ripopolamento dei borghi è un puro esercizio accademico, un vezzo tra intellettuali.

Inoltre, esistono altri due potenziali punti di debolezza della Zes unica, che derivano in modo esclusivo dal fatto che il progetto non è inserito in un’organica strategia di politica industriale per il Sud e che la localizzazione degli investimenti industriali non ha alcun vincolo territoriale. Così come nella precedente architettura istituzionale con le otto Zes in ciascuna regione del Mezzogiorno d’Italia, anche in questo caso il regime di aiuti fiscali e lo snellimento delle procedure amministrative sono pensati per avviare Zes generaliste, de-specializzate, quando,  al contrario, sarebbe più efficace puntare a delle concentrazioni spaziali di attività produttive specializzate in pochi settori, che, nella fase iniziale, possono essere fortemente legati alle vocazioni territoriali di ciascuna regione e alla qualità e specificità delle risorse produttive disponibili.

Esiste, infine, il tema dell’assenza di restrizioni territoriali degli investimenti che beneficiano della normativa della Zes unica. Su questo aspetto è utile ricordare che le Zes sono state istituite nel 2017 dal Governo Gentiloni con l’intento di incentivare investimenti produttivi nelle aree limitrofe ai porti nel Mezzogiorno, allo scopo di superare una delle principali sfide all’industrializzazione del Sud: la distanza geografica dai mercati di approvvigionamento e di distribuzione.

Tuttavia, l’implementazione di una Zes unica per l’intero Mezzogiorno potrebbe comportare il rischio di non considerare appieno i vantaggi derivanti dalla localizzazione vicina alle vie del mare. Con questa prospettiva, gli investimenti produttivi potrebbero essere distribuiti in tutto il Mezzogiorno anziché concentrarsi nelle zone adiacenti ai porti, perdendo in tale modo l’opportunità di sfruttare in modo compiuto i benefici strategici offerti dalla prossimità ai principali hub marittimi. Un esempio chiarisce il punto: i costi di trasporto di un’impresa globalizzata, ossia che importa beni intermedi ed esporta beni finali, che è localizzata nel retroporto di Gioia Tauro sono infinitamente inferiori ai costi di un’altra impresa che opera in qualsiasi altra parte della Calabria.

Questo rischio si può annullare fissando una priorità di politica industriale: rendere altamente attrattivo il retroporto di Gioia Tauro e canalizzare in quegli spazi tutti i nuovi investimenti Zes per trasformare l’intera area in un polo industriale su cui puntare per dare una speranza di crescita alla Calabria. Disperdere risorse in tutta la regione non ha alcun senso. È tutt’altro che un’opzione di sviluppo industriale trainato da una Zes. (fa)

[Francesco Aiello è prof. Ordinario di Politica Economica, DESF, UniCal]

CARA GIORGIA, LA STAMPA SI È SCORDATA
DI CHIEDERLE DI MEZZOGIORNO E DI PONTE

di SANTO STRATI – Non abbiamo potuto partecipare per ragioni di salute alla conferenza stampa di fine anno (posticipata a ieri) della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e nel caso, probabilmente non avremmo avuto la fortuna di essere selezionati (per sorteggio) tra i 45 giornalisti ammessi a porre una domanda (senza diritto di replica). Ma una domanda fuori tempo massimo la formuliamo lo stesso: sul Ponte – che è l’evento clou dell’attività del Governo di quest’anno – non ha nulla da dire? Ha affidato al vicepremier Salvini l’intero onere di organizzare, pianificare, programmare e portare a termine la cerimonia di inizio lavori (luglio 2024) ma, fino ad oggi, non abbiamo mai trovato esposta a chiare lettere la sua posizione sull’Opera più colossale del Millennio. Lei è favorevole o perplessa (certo non contraria…) al Ponte? Perché non ha mai apertamente dichiarato che cosa pensa a tal proposito? Il sospetto – ce lo conceda cara Presidente – è che ci sia, sotto sotto, una furbata colossale: lasciando la patata bollente in mano a Salvini avrà la possibilità – in caso di successo – di ascriverne i meriti al Governo, in caso di flop potrà indicare nel vicepremier il responsabile del fallimento. È perfida, come considerazione, lo sappiamo, ma glielo avremmo chiesto senza alcuna indulgenza, pretendendo una posizione chiara, una risposta che dia il segnale di una precisa presa di responsabilità sulla questione Ponte dello Stretto.

Ancora, a malincuore, abbiamo dovuto osservare, nelle tre e passa ore di incontro, che nessuno dei 45 giornalisti che hanno posto altrettante domande ha trovato di qualche interesse chiederle cosa intende fare il Governo per il Mezzogiorno, soprattutto alla luce dell’entrata in vigore della Zes unica, ma in particolar modo dopo l’assurda gabella ETS che condanna i porti italiani (e in particolar modo quello di Gioia Tauro che sta mostrando segnali di grande crescita). Ma il Sud non è materia d’interesse dei giornali e i media italiani, più che altro sono impegnati a riempire di gossip le proprie colonne o gli schermi, dimenticando che «se non riparte il Mezzogiorno non riparte l’Italia».

Tant’è, ma l’unico accenno al Sud ha riguardato il grande dolore della tragedia di Steccato di Cutro. Ma in una conferenza stampa di fine anno i lettori (per mezzo dei giornali e dei giornalisti) non vogliono sapere di (pur apprezzabili) sentimenti di sofferta condivisione del dolore, bensì amerebbero capire quali sono le intenzioni di un Governo che aumenta le tasse sui pannolini e pensa che chi guadagna 20mila euro al mese sia un riccone da spennare in tasse.

No, si è parlato di futilità e tutto ciò a suo vantaggio. Con questa opposizione e gran parte della stampa italiana che chiede, con timidezza, quali sono gli obiettivi primari non ha da temere nulla: altro che spettro della crisi, a Palazzo Chigi ci starà per decenni.  (s)