NIENTE AUTONOMIA SE NON ATTUANO I LEP
E UNA EQUA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Due linee contrapposte si stanno portando avanti in una incoerenza difficile da capire. Da un lato l’autonomia differenziata che va nella linea di un federalismo accentuato. Dall’altro una centralizzazione che sta portando, sembra, buoni risultati. 

L’una e l’altra sono criticate dall’opposizione, come è normale che sia. Ma guardiamo al comportamento della maggioranza per capire qual è il filo rosso che lega alcuni atti di governo. Cominciamo dall’autonomia differenziata. Essa prevede che ogni Regione si faccia Stato. Che ognuno gestisca le risorse che produce senza interrelazioni con le altre regioni, tranne a fornire a un fondo di solidarietà nazionale poche risorse di volta in volta concordate. 

Oggi accade invece che non sia la regione il riferimento al quale guardare per calcolare le risorse che ognuno si deve tenere. Il meccanismo funziona nel senso che ciascun individuo paga in relazione al proprio reddito, con una tassazione proporzionale, allo Stato centrale. E che poi questi distribuisca le risorse in funzione di una spesa pro capite uguale per tutto il Paese. Quindi ognuno paga in funzione della propria capacità contributiva e le risorse vengono destinate indipendentemente dalla residenza di chi contribuisce.

Per esemplificare meglio non è che se il Veneto ha un reddito medio pro capite molto più elevato delle altre Regioni, e quindi un prelievo fiscale più alto, vorrà dire che avrà delle scuole o una sanità migliori di quanto non ne abbiano le altre Regioni.

È il principio per il quale il milionario ha un prelievo fiscale molto più elevato del barbone, che invece non paga nulla, ma ha diritto ad avere una sanità pubblica uguale a quella a cui ha  diritto il barbone. In realtà questo principio garantito dalla Costituzione in Italia non è applicato in modo corretto, perché si è fatto riferimento per la distribuzione delle risorse alla spesa storica, che si è dimensionata nel tempo in modo diverso nelle varie realtà.

Per cui, già adesso e da anni, vi è una differenza di oltre 60 miliardi tra una spesa pro capite uguale e quella effettiva effettuata nel Centro Nord e nel Mezzogiorno. L’altro approccio in contrasto assoluto con il federalismo fiscale richiesto dalla Lega è il centralismo, sul quale si è incamminato in particolare Raffaele Fitto sia per quanto attiene alle Zes, sostituita dalla Zes unica, sia per quanto attiene al fondo di sviluppo e coesione.Si  assiste cioè ad una forma di centralizzazione, opportuna e virtuosa, se l’alternativa dovesse essere quella di perdere le risorse.

Il Ministro si è accorto che se avesse lasciato le cose come stavano, in mano alle Regioni, la spesa si sarebbe fermata e il rischio di non incassare le rate del Pnrr sarebbe stato elevatissimo. In tale logica ha poi guardato alle altre risorse comunitarie per evitare che continuasse ad accadere che venissero spese con molto ritardo o addirittura venissero perse. Certamente vi è uno spostamento di risorse da progetti che avevano difficoltà a essere messi a terra ed altri invece che avevano una possibilità di realizzazione molto più elevata.

In tutto questo attenzione a non abbassare la guardia circa la distribuzione delle risorse nelle diverse parti del Paese, perché la cosa più facile è che il Nord riesca a spendere e il Sud no. Ma questa non può essere una buona ragione per tradire la ratio delle risorse comunitarie, che sta proprio nell’obiettivo di ridurre le differenze tra aree. 

Ritornando all autonomia differenziata l’approvazione dell’emendamento di Fdi che prevede che, prima di delegare funzioni e risorse alle Regioni si debba prevedere l’attuazione dei Lep, cambia le carte in tavole e le prospettive. 

Tale emendamento non solo é opportuno ma indispensabile, se non si vuole creare o meglio consolidare un rapporto tra una Madre Patria ed un’altra parte che rimane  Colonia, nella quale i diritti dei cittadini non sono equiparati a quelli di coloro che vivono nella realtà più avvantaggiata. Si spera tutto passi  con tale vincolo, che non può essere ovviamente a bilancio invariato, considerato che invece per avere livelli essenziali, non dico uniformi come sarebbe giusto, sono necessarie risorse importanti. 

Ma è anche chiaro che se il vincolo dovesse essere anche quello di avere i Lep attuati prima di qualunque devoluzione la situazione rimarrebbe invariata. Cioè in realtà quella che abbiamo oggi, per la quale le risorse che arrivano nelle parti più ricche sono maggiori, però tale distribuzione è incostituzionale. 

Cambiare la spesa storica, adottando livelli essenziali per tutti, prevederebbe una crescita del Pil molto più consistente di quelle previste. E nel caso in cui si dovesse attuare, invece, con le crescite a cui siamo abituati le regioni ricche dovrebbero cedere quote di welfare a favore di quelle più povere. Redistribuzione impensabile senza sconvolgimenti sociali.

Ma certamente un merito questo affondo della Lega lo ha avuto ed è quello di aver fatto capire e diventare posizione condivisa la reale distribuzione delle risorse. Aver fatto chiarezza su un fatto fondamentale e cioè che quello di un Sud che assorbiva risorse infinite é una favola metropolitana, un mantra di bugie, accreditate per poter giustificare un Nord bulimico che tutto prende e tutto assorbe. 

Un diverso approccio nella distribuzione di risorse tra le diverse parti del Paese non è né semplice né scontato. Abituarsi da parte del Nord a non essere prevalenti in qualunque azione del Governo, che si tratti degli investimenti in infrastrutture, o quelli nella sanità, o quelli nella scuola, o nell’avere il monopolio della localizzazione delle agenzie internazionali, piuttosto che una presenza dominante nella comunicazione della Rai pubblica, non è facile. 

Senza voler dire che il rapporto è di tipo coloniale, non si può non ricordare che laddove le grandi democrazie occidentali hanno perso le loro colonie è stato necessario che i movimenti indipendentisti ricorressero alla mobilitazione non sempre pacifica.

Difficile far alzare qualcuno, che è seduto su una bella poltrona, e farla condividere con mezzi cortesi e affettuosi. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

CALABRIA, LE ETERNE OPERE INCOMPIUTE
MA SI VEDONO I SEGNI DEL CAMBIAMENTO

di FRANCESCO RAO – La Calabria e tantissimi calabresi, hanno lentamente intrapreso l’arduo cammino del riscatto sociale per il quale, la narrazione ha un ruolo determinante per meglio raggiungere l’obiettivo prefissato per mettere da parte quel passato e quei modelli di vita, in parte poco edificanti, annoverabili tra le cause determinanti che nell’arco degli anni hanno “costretto” sei milioni di calabresi a scegliere di realizzare la loro vita lontano dalla loro terra, partendo con la speranza di poter un giorno ritornare ma impossibilitati nel poter realizzare quel sogno a causa di un lentissimo processo di cambiamento che spesso, mi è parso di poter associare più ad una dinamica riconducibile al Medioevo che alla nostra Post modernità.

Quel tipo di sistema che vorrei sperare fosse ormai posto alle nostre spalle, ha determinato anche un fortissimo senso di sfiducia tanto nei Calabresi quanto nei potenziali investitori, puntualmente scoraggiati da statistiche per le quali questa terra non poteva garantire quella solvibilità economica e sociale indispensabile per poter avviare processi di investimento capaci di generare sviluppo. 

Purtroppo, devo prendere atto pubblicamente, a seguito delle numerose incompiute di Stato, che il primo esempio negativo, in termini di propensione allo sviluppo, è riconducibile a quell’insieme di investimenti pubblici rivelatesi tanto nella misura quanto nella direzione utili più a demoralizzare le persone facendoli sentire impotenti al cospetto delle faraoniche opere poco utili a suscitare processi di sviluppo. Per fare qualche esempio vorrei citare la Liquichimica di Saline Joniche, figlia del pacchetto Colombo, costata ai contribuenti 300 miliardi del vecchio conio e rivelatasi poi un duplice fallimento, in prima istanza per la violenza ambientale praticata sui 700.000  metri quadrati di territorio che ha letteralmente aggredito la realtà eco-ambientale preesistente per poi costringere lo Stato ad accollarsi anche la cassa integrazione di quanti, dopo aver lavorato meno di una settimana, hanno maturato la contribuzione pensionistica rimanendo a casa; anche per il Quinto centro siderurgico di Gioia Tauro ci sarebbe molto da dire.

Varato sempre dal Governo Colombo quale misura compensativa a seguito della scelta di Catanzaro quale capoluogo della Regione, motivo per il quale si è giunti all’insurrezione popolare del 1970 registrata proprio a Reggio Calabria e da noi tutti conosciuta come “Moti di Reggio”, circostanza che costrinse il governo a inviare i carri armati per “liberare” la Città dai manifestanti, la realizzazione dell’opera ha comportato la cancellazione di Eranova, con l’abbattimento dell’intero centro urbano e la profonda ferita arrecata agli abitanti, costretti a vedere frantumate dalle ruspe la loro casa per poi sotterrare con le macerie la loro cultura ed i sacrifici di una vita.

La lista delle incompiute si estende a ospedali, Rosarno e Gerace, al Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, alla Diga sul fiume Metramo per poi passare alla Bovalino-Bagnara e alla Pedemontana della Piana di Gioia Tauro. Opere pubbliche importantissime che se fossero state ultimate per tempo, avrebbero sicuramente rallentato o, addirittura impedito, l’inarrestabile processo di spoliazione demografica registrato nelle aree interne offrendo opportunità di sviluppo. A prova di ciò, vi è la dimostrazione occupazionale registrata grazie al Porto di Gioia Tauro.  

Fortunatamente, in questo ultimo periodo, si registrano importantissimi segnali di ripresa. Agli occhi di chi non vuole vedere, questi recenti segnali, saranno inutili quisquilie; quanti invece hanno a cuore le sorti della Calabria, intravedono già importanti energie da canalizzare in un percorso che dovrà essere condiviso e al contempo virtuoso. Naturalmente c’è ancora tantissimo lavoro da svolgere e, al momento, tale risultato può rappresentare l’inizio di una inversione di marcia strutturale per la Calabria e anche per i calabresi.

Quindi, oltre alle gambe forti, serviranno menti aperte e lungimiranti per affrontare con determinazione quella pletora di cortigiani, convinti di potersi garantire potere e dominio a tempo indeterminato ignorando lo stato di diritto, la propensione dei tantissimi calabresi intenzionati a liberarsi dall’oppressione e dell’ignoranza attraverso un sapere appreso grazie al ruolo svolto dal mondo della Scuola e alla diffusione delle notizie dalla televisione. In merito alla qualità dell’informazione, ci terrei a puntualizzare la pericolosità crescente delle “false notizie”, spesso costruite ad arte per alimentare proprio quella reputazione negativa utile a mantenere l’habitat dei mediocri.

Anche questo è un obiettivo da raggiungere per restituire dignità alle persone ed ai territori, pretendendo sempre la narrazione del vero come esigenza di vita. Purtroppo, per vendere qualche copia di giornale in più o per aumentare l’audience televisiva o mediatica, ci sono ancora lanzichenecchi pronti a mettere sotto i piedi quell’etica utilizzata dai grandi giornalisti e indispensabile per informare in modo neutrale i Cittadini, senza aggiungere alla notizia giudizi o pregiudizi, nascenti da faziosità partitica oppure con l’intento di poter guadagnare sul campo un ruolo più prestigioso nella tripartizione del potere locale, auspicando infine di poter esportare su reti nazionali realtà illogiche e, in parte, irreali per trarne benefici personali.

La buona cultura è in crescita e le congiure di Corte, particolarmente evidenziate in un certo mondo della politica, sono in via d’estinzione. La strategia della tensione e la delegittimazione pubblica, da sempre hanno rappresentato quel modello d’azione utile a contenere le rivolte, eliminare dalla scena gli oppositori e far passare la punizione all’occhio del Popolo come l’unica medicina sociale somministrata per restituire alla collettività la calma perché mancava la capacità, ieri come oggi, per affrontare e risolvere quelle disuguaglianze sociali poste alla base di un diffuso malessere.

Lo stato di diritto, per fortuna, non vive su tale paradigma. La generalità e l’astrattezza delle norme punisce ogni abuso finalizzato a rendere il potere mezzo prediletto per generare crisi, povertà, isolamento sociale e ingiustizia. Su queste basi, grazie alla diffusione di una cultura positiva, la permeabilità di quella “malavita”, per moltissimo tempo impegnata ad attanagliare la crescita, lo sviluppo e l’affermazione dei diritti, facendoli passare di volta in volta come favori utili a divenire moneta di scambio da utilizzare per alimentare quella “servitù” elettorale praticata a favore di politici mediocri, non trova più ampi consensi.

A fronte di questa riflessione, i segnali positivi che dimostrano una certa controtendenza rispetto al passato, vorrei condensarli nella recente risposta resa a Bruno Vespa nel corso della trasmissione “Porta a Porta” dallo scienziato austriaco Georg Gottlob, oggi docente presso l’Università Calabrese, il quale ha spiegato brevemente i motivi del trasferimento accademico da Oxford all’Unical affermando:  «lascio Oxford per la Calabria perché penso che è un luogo ideale per lavorare con l’Intelligenza Artificiale, ci sono le due colonne, quella simbolica che è la rappresentazione della conoscenza e sub simbolica che sono le reti neurali».

«L’Università della Calabria ha lavorato per tanti anni su questo e ciò mi attira molto».

Il nostro compito, oltre a proseguire l’opera di sensibilizzazione verso le bellezze della nostra terra, dovrà essere anche quello di stigmatizzare quegli eccessi di potere, praticati per impedire lo sviluppo e il progresso di una Regione che per peculiarità naturali ancora non ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità.

[Francesco Rao sociologo e docente a contratto presso l’Università “Tor Vergata” – Roma]

 

L’AUTONOMIA TRA CONFUSIONE E DIVISIONI
SI LAVORI PER GARANTIRE I LEP E I DIRITTI

di ETTORE JORIO – Il regionalismo differenziato è arrivato in Parlamento il 16 gennaio scorso nel testo del ddl Calderoli così com’è uscito implementato alla prima Commissione permanente-Affari costituzionali del Senato.  A sfavore delle aspettative ci sarà un lavoro lungo e difficile, considerati i poco meno di 330  emendamenti proposti dalle minoranze e il dibattito fuori aula che sta assumendo toni accesi e, invero, sviluppando argomentazioni spesso fuori luogo e tema.

Autonomia differenziata, ma legislativa

La disputa sul regionalismo asimmetrico, in verità fondata su argomentazioni confuse, fa nascere l’esigenza di una più generale chiarezza interpretativa e attuativa della Costituzione, violata da quella propria della più accesa competizione politica, spesso fine a se stessa. Prima fra tutte quella afferente alla sua denominazione  da considerarsi quantomeno impropria, se non addirittura coniata leggendo (forse) una Costituzione che non è la nostra. 

Viene, infatti, sostenuta una definizione per metà contraddittoria e per l’altra ridondante. Come se l’autonomia non lo fosse già sufficientemente di suo per essere definita tale. Supporre di rafforzarla con l’aggettivo qualificativo “differenziata” è come non ritenerla già tale per suo conto, come se il governo degli enti regionali dipendesse da terzi. Non è così. Lo si poteva, tutt’al più, immaginare, ma in modo ardimentoso, prima che intervenisse nel 2001 la riscrittura dell’art. 114 della Costituzione, che ha tradotto gli enti sub-statali di ieri (tali erano considerati tutti quelli territoriali) in enti infra-statali, di pari livello di autonomia decisionale e finanziaria (art. 119), sostenuti dallo Stato con il criterio, ancora attuale, della spesa storica.

La Costituzione impone l’ordine delle cose

In tutta questa confusione, incomprensibile per l’Europa, nasce l’esigenza di chiarire e riaffermare le regole costituzionali. Sono pochi infatti gli interlocutori che le tengono nella dovuta considerazione. Un macello, si discute mettendo insieme indistintamente di Lep, federalismo fisale e regionalismo asimmetrico. 

Tante le contraddizioni di chi ha scritto le regole costituzionali nel 2001. Lo stesso che critica oggi, l’estensione alle Regioni della loro potestas legislativa al di là dalle competenze comuni riconosciute loro dall’art. 117, commi 2 e 3, della Costituzione con possibili estensioni a quelle elencate dall’art. 116, comma 3, della Costituzione. 

Ciononostante che il medesimo abbia:  a) aderito, durante il governo Gentiloni, per il tramite del presidente Bonaccini, richiedendo escludendo dalle tutte le 23 materie differenziabili le “norme generali sull’istruzione”; b) elaborato un ddl attuativo del regionalismo differenziato (art. 116, comma 3, della Costituzione) a firma dell’allora ministro Boccia del governo Conte II poi ripreso dalla ministra Gelmini del successivo governo Draghi entrambi molto simili al ddl Calderoli. 

Sulla base di queste considerazioni, ascoltando le dichiarazioni rese in aula nel corso dell’appena iniziato iter parlamentare del ddl Calderoli, sembra di assistere ad una partita ove sono messi a confronto due giocatori che piuttosto che confrontarsi secondo le regole, le scrivono nel mentre. 

Confusione e divisioni pericolosissime

Così facendo non si compete per mettere in piedi il migliore finanziamento per il Paese e per garantire la esigibilità dei Lep della Nazione nella sua interezza, funzionale ad assicurare uniformemente i diritti e la perequazione della quale in pochi, pochissimi parlano. 

Non solo si stimola una eccessiva conflittualità intesa a dividere di più la Nazione. Si privilegia l’accentuazione delle differenze tra nord e sud, si sottolinea la non sufficienza dei finanziamenti concessi al Mezzogiorno negando che, invece, lo stesso non sia mai stato capace di spenderli bene, si difende lo stato di governo attuale finanziato con la spesa storica che ha reso una popolosa metà del Paese senza sanità, senza assistenza sociale, senza trasporti pubblici, senza una scuola accogliente, senza quasi nulla. Si sottace sul miliardo che il nord incamera dalla emigrazione sanitaria che depaupera, di pari entità, le regioni meridionali. 

Insomma, non si comprende come il muro contro muro evita che il nord e un sud si avvicinino attraverso Lep uguali per tutti. Allo stesso modo non si comprende che il maggiore gap per il Mezzogiorno è rappresentato dalla sua classe dirigente, confermata acriticamente dai meridionali in un cinquantennio di pene sociali.

Il momento è cruciale. Occorre stare attenti, a tutela dell’unità sostanziale del Paese e della Nazione, a non tradurre la competizione politica in strumento di divisione, che può costituire una ulteriore causa di alterazione della convivenza sociale, di abbandoni delle residenze tradizionali sino a raggiungere lo spopolamento del sud del Paese. 

Concludo. In situazioni, come quella attuale, funzionali a cambiare radicalmente il sistema della finanza pubblica, allontanandola da quel criterio monstre della spesa storica, che ha distrutto dalle radici l’esigibilità della griglia dei diritti civili e sociali necessita che si eviti di rincorrere “trofei politici” a discapito dei “trofei dei diritti goduti”. 

Non si può, dopo 22 anni di colpevoli ritardi nell’attuare un propria regola costituzionale e non solo (legge 42/2009 e d.lgs. 168/2011), fare battaglie politiche ispirate non si comprende a neppure a cosa, non accorgendosi che il linguaggio esasperato al quale si sta facendo ricorso rappresentano “parolacce” indirizzate a se stessi.

Si pensi pertanto, piuttosto che aizzare gli uni contro gli altri, andando a sbandierare quei titoli di libri generati allo scopo di fare cassetta, a sollecitare la definizione dei Lep che sta andando a rilento. E ancora a determinare i costi standard per Lep e i fabbisogni standard individuati correttamente sulle diverse esigenze delle Regioni. Il tutto da assicurare con la perequazione per quelle più povere. Ma tutto questo è altra cosa dall’autonomia legislativa differenziata, e sarà compito dei governi che si avvicenderanno a finanziare un siffatto percorso. Magari privilegiando la sanità rispetto alle armi in Ucraina e al perdono degli extraprofitti delle banche. (ej)

(L’articolo nel suo testo integrale è sul domenicale)

INDUSTRIALI ALLARMATI PER IL RINVIO ZES
SE VINCE LA BUROCRAZIA NON C’È SVILUPPO

di ALDO FERRARA – La transizione dalle otto Zes al nuovo modello Zes per il Mezzogiorno ha subito uno slittamento dell’ultimo momento proprio nella fase di scadenza di tutti i Commissari. Il mancato trasferimento di compiti e funzioni dagli otto Commissari straordinari alla nuova Struttura di missione centralizzata ha richiesto quindi un urgente provvedimento di proroga fino al 1° marzo degli attuali Commissari straordinari. I tempi per il perfezionamento del provvedimento di proroga hanno tuttavia provocato una sensibile discontinuità nei tempi di svolgimento delle conferenze dei servizi e nel rilascio delle autorizzazioni agli investimenti. Una circostanza che basta da sola ad evidenziare la complessità della materia e ad alimentare incertezze riguardo la fluidità della transizione e la messa a regime del nuovo modello.

Da mesi ribadiamo di come sia necessario un ordinato e graduale passaggio delle consegne affrontando per tempo alcune potenziali criticità del nuovo modello di Zes che rischiano di depotenziare la validità dello strumento e la sua utilità, soprattutto in Calabria. Il Mezzogiorno viaggia a una velocità ridotta rispetto al resto del Paese. La Zes calabrese, con il suo valore aggiunto determinato dalla semplificazione burocratica per l’avvio degli insediamenti produttivi, grazie ai poteri assegnati al Commissario, e dal sistema di incentivi fiscali, stava dimostrandosi uno strumento utile a rendere la nostra regione attrattiva per investimenti interni ed esterni.

La preoccupazione forte, adesso, è che il nuovo modello renda più sfumati i vantaggi, soprattutto in termini di semplificazione e fluidità delle autorizzazioni, tanto da rendere poco attrattiva la Zes a causa di sistema di gestione che centralizza i rapporti e riduce il legame con il territorio. E in questo senso, preoccupa anche il limite minimo di 200mila euro posto all’ammontare degli investimenti nell’area Zes: il tessuto imprenditoriale, soprattutto quello locale, è formato prevalentemente da piccole imprese che sarebbero disposte a investire nella Zes, ma quel limite le tiene fuori da un’opportunità concreta, limitandone così le potenzialità di crescita e di sviluppo. Ciò anche in considerazione del venir meno del credito d’imposta per investimenti nel Mezzogiorno.

C’è poi una criticità non secondaria sollevata dagli amministratori locali: come si concilieranno gli strumenti urbanistici pianificati dai Comuni se tutto il Mezzogiorno sarà area Zes? Le deroghe urbanistiche saranno concedibili ovunque? Anche qui, è necessaria chiarezza. Così com’è necessaria chiarezza sulle risorse per la Zes unica, che attualmente appaiono inadeguate a coprire le esigenze dei territori. Non solo, mentre si prevede di erogarle “a rubinetto”, mancano ancora i moduli per le richieste e il termine ultimo di presentazione delle istanze scade il 15 novembre prossimo: in queste condizioni è impossibile programmare investimenti e pianificare nuovi insediamenti».

L’attrattività della Zes in Calabria è, poi, funzione degli investimenti in interoperabilità, servizi, ambiente, raccolta dei rifiuti e soprattutto sicurezza nelle aree industriali: senza un ecosistema accogliente, le imprese, a parità di vantaggi ottenuti dalla Zes, non sceglieranno certo la nostra regione per nuovi insediamenti produttivi. A tal fine, auspichiamo la pronta nascita dell’Agenzia regionale che sostituirà il Corap e l’immediato avvio della riqualificazione delle aree industriali».

Infine, il precedente modello aveva iniziato a dare frutti anche grazie alla stretta sinergia tra Commissario Zes e parti sociali. Il nuovo modello non prevede il coinvolgimento nella cabina di regia della Zes né delle associazioni datoriali, né dei sindacati, allargando lo scollamento tra imprese, territorio e lavoratori. Auspichiamo si ponga rimedio a questa che è una vera e propria stortura nel modello di management della nuova Zes unica, attraverso il coinvolgimento formale e sostanziale delle parti sociali. Ne va del futuro della nostra regione. (af)

[Aldo Ferrara è presidente di Unindustria Calabria]

CALABRIA, POLITICHE GIOVANILI: UNA RETE
AD ARGINARE E CURARE DEVIANZA E DISAGI

In Calabria, come in tutta Italia, il disagio giovanile è un problema che non può essere ignorato. Una piaga che bisogna combattere e che si può e deve affrontare attraverso non solo misure, ma anche strumenti adeguati per aiutare le famiglie e i ragazzi affinché non si ripetano più i tanti e deplorevoli episodi di violenza registrati nella nostra regione.

«In un tempo ‘inquinato’ dall’individualismo e dall’inasprimento della violenza che vede protagonisti, soprattutto i giovani, è fortemente necessario lavorare sulla prevenzione del disagio attraverso interventi formativi, aggregativi che promuovano personalità giovanili forti e resilienti rispetto alle vulnerabilità della vita», aveva dichiarato la vicepresidente della Regione, Giusi Princi, nel presentare la misura a favore delle Politiche Giovanili a settembre.

«Dobbiamo affrontare le tante forme di disagio che esistono nella nostra comunità, tra cui quello economico, sociale, culturale e, soprattutto, quello giovanile», aveva dichiarato a marzo il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, nel corso di una iniziativa sul tema.

La sua vice, Giusy Iemma, ha ribadito la necessità di «cambiare passo, imparare a dialogare, a costruire una rete sociale proattiva che si preoccupa di dare spunti ed opportunità ai nostri giovani».

Antonio Marziale, garante regionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza, presente all’incontro, aveva ribadito la necessità di «ricostruire, negli adulti, la percezione dell’adolescenza. Siamo immersi in una società  in cui l’adolescente quasi non esiste, perché si passa dall’infanzia all’essere considerati adulti».

«Questo – ha spiegato – è un vizio che abbiamo come genitori ma anche come società e come istituzioni”. “Dobbiamo responsabilizzarci come adulti ad accompagnare questo passaggio – la conclusione del garante – all’interno del quale, non avendo guide, gli adolescenti si smarriscono e ricadono in comportamenti devianti».

Ma quali sono le origini della devianza giovanile contemporanea? Perché si verificano questi fenomeni? A tutto ciò risponde il dott. Franco Leone, sociologo presso l’Asp di Cosenza, intervistato dal Centro di Ricerca Cresesm.

A cosa è imputabile il disagio giovanile?

«Certamente il disagio giovanile attuale è imputabile alla serie di fattori: credo che il disagio psichico, in età adolescenziale, si caratterizzi come problema multifattoriale. Esso riguarda ambiti legati alla sfera della realtà personale e socio-ambientale in cui il giovane vive e sviluppa la propria personalità».

Quali sono le cause che fanno esplodere la violenza di adolescenti e giovani?

«Il fenomeno dell’agire violento da parte di alcuni giovani va inquadrato in ambito personale e sociale. Solitudine, mancanza di riferimenti, paura del confronto paritetico con l’altro sesso, subcultura patriarcale, stimoli negativi dai media, dilagare della pornografia, cultura dell’avere tutto e subito, disagio genitoriale, disvalori sociali; e inoltre consumismo affettivo, superficialità relazionale, agenzie educative primarie e secondarie silenti o inadeguate, che arrancano dietro a uno sviluppo repentino delle mode e dei consumi, guerre e offese alla natura e al creato, costituiscono i fattori di rischio in cui si innesta l’agire violento in generale».

 Vi sono altre concause?

«Una specifica attenzione va riservata al mondo dei social. Le nuove generazioni sono sottoposte a notevoli e molteplici impulsi negativi veicolati ad una velocità sorprendente dai mezzi tecnologici. A portata di pochi clic un mondo feroce e insano, deforme e bugiardo, disfunzionale e disvaloriale si offre alla mente dei giovani, deturpandone lo sviluppo e la coscientizzazione dei processi conoscitivi che prima avvenivano con gradualità e con l’accompagnamento di adulti e figure parentali-educative di riferimento>.

 Vi sono giovani che fanno uso di sostanze allucinogene: spesso si registra la presenza di cani antidroga nelle vicinanze di alcuni istituti scolastici

«L’uso di sostanze allucinogene stimola il bisogno di emulare i componenti del gruppo ed un senso innato di gregarietà per non distinguersi dal gruppo dei pari, rappresentano un enorme stimolo all’agire scorretto e autolesionista tipico di chi fa uso di sostanze psicotrope. Quindi, più che rafforzare, le droghe tendono a indebolire la rappresentazione del sé».

Le agenzie educative svolgono un ruolo importante nella formazione dell’adolescente 

«Le agenzie educative primarie (famiglia) e secondarie (scuola, gruppi, associazioni, mondo religioso, ecc.) annaspano dinanzi alla velocità dei cambiamenti e delle mode. Senza demonizzare le tecnologie e gli stessi giovani, le agenzie educative devono confrontarsi con loro e accompagnarli con amore e con lo sforzo di capire i contenuti di cui essi si cibano, cercando di indirizzare la loro voglia di vivere verso mete nobili. Se i giovani hanno difficoltà a inserirsi armonicamente nella società forse è anche perché noi adulti gli stiamo costruendo un modo disvaloriale. Quindi bisogna fare anche un’onesta autocritica da parte nostra».

 In pratica gli adolescenti e i giovani vanno alla ricerca di cosa? 

«La contrapposizione generazionale dovuta all’incomprensione crea un disagio comunicativo. Criticare sempre e solo, senza capire, ascoltare, cercare il buono e il bello che c’è nel cuore di tutti i giovani significa dichiarare guerra e rinchiudersi in una sterile autodifesa che a sua volta ricrea il circolo vizioso della incomunicabilità fra generazioni».

Le agenzie educative si impegnano adeguatamente per la costruzione della persona?  

«La scuola spesso viene indicata come il capro espiatorio su cui sfogare le delusioni e l’impotenza di noi adulti quando constatiamo il fallimento dell’approccio educativo. Certo, la scuola ha la finalità di formare informando, ma al tempo stesso ha quella di liberare le capacità dei singoli costruendo sulle potenzialità individuali, sfuggendo alla tentazione della rigidità dei programmi e dei comportamenti. La sfida sta tutta in questi termini: informare, rispettare, accompagnare, liberare. Se ai giovani non viene parlato questo linguaggio essi tenderanno sempre più a isolarsi, ad avere atteggiamenti autolesivi o di aggressione verso il gruppo dei pari e verso le figure considerate come “altre da sé».

La famiglia, la scuola e la pandemia cosa hanno provocato fra i giovani?   

«Le figure degli specialisti sono fondamentali ma non devono sostituirsi alle figure parentali. Devono accompagnarsi vicendevolmente e stabilire strategie condivise fra scuola e famiglia, per aiutare il giovane a ricercare quell’equilibrio perduto. La pandemia ha notevolmente contribuito a creare solitudine e senso di spaesamento soprattutto negli adolescenti che maggiormente hanno bisogno di relazioni e integrazione nel gruppo dei pari».

Gli adulti sono “incapaci” di dare ai giovani il buono esempio?  

«Nessuno può dire di non essere all’altezza di un compito educativo insito nella natura umana. Intelligenza, umiltà, ascolto, proposta e testimonianza di valori vissuti e praticati da parte degli adulti sono sempre possibili. I giovani ci guardano sempre e ci giudicano dalla nostra coerenza e serietà. Si sentono traditi quando tra il dire e il fare si frappone sciatteria e noncuranza da parte degli adulti.  Non si tratta quasi mai di salute mentale, ma di disagio personale e sociale. I disvalori tendono a suggerire di avere tutto e subito, a scapito dell’essere individuo di senso e di significato. La subcultura del possesso, la fragilità nell’accettare un rifiuto, la violenza verbale in famiglia e nel mondo dei media, tendono a scatenare l’agire violento».

I cellulari, i social, gli smartphone sviluppano dipendenza fra i giovani? 

«Stabilire ex-cattedra un orario per l’uso degli strumenti tecnologici è sciocco e controproduttivo oltre che impossibile e illusorio. Decidere insieme un uso adeguato e in momenti adeguati è molto più possibile e corretto. Confrontarsi poi sui contenuti appurati in rete dai giovani e dagli stessi adulti con cui convivono sarebbe poi un degno elemento di armonia esperienziale fra generazioni.  I social sono per i giovani ciò che per noi era il telefono fisso o la corrispondenza cartacea qualche decennio fa. Ogni epoca ha le sue peculiarità positive e negative. Non bisogna criminalizzare il presente solo perché stupidamente ne abbiamo paura non riuscendone a leggere i contenuti in quanto precari nella formazione informatica. Lo psicoterapeuta – secondo me – senza il dialogo con le figure adulte parentali e non di riferimento del giovane, può essere utile ma non risolutivo».

La sfera affettiva e sessuale come viene vissuta dai giovani?

«Quando tutta una cultura dilagante propone al giovane una visione dell’amore come cosa da ottenere, sempre e comunque, e non come progetto da costruire e condividere con un essere paritetico, allora si creano gli squilibri di cui la cronaca si riempie in questi tempi. All’amore inteso come donazione e incantamento stiamo sostituendo una visione dell’amore inteso come possesso e sfruttamento. La colpa di questo credo sia più degli adulti che dei giovani ai quali si propone una subcultura del successo, dell’avere, del piacere subito e comunque. Credo comunque che ogni epoca ha in sé gli strumenti per riprendersi e per non sprofondare completamente nel nulla».

Il prof. Luigi Troccoli: Le aggressioni alle giovani donne è dovuto all’istinto di possesso

Sulla ricerca della devianza giovanile, avviata dal Centro studi Cresesm, è intervenuto Luigi Troccoli, già Ispettore periferico del Miur, Dirigente scolastico della Provincia di Cosenza, nonché docente, scrittore e giornalista, che ha affrontato il problema del mondo contemporaneo giovanile alla luce della sua esperienza.

«Il disagio giovanile contemporaneo è stato aggravato dalla pandemia, ma non è attribuibile esclusivamente ad essa, se è vero che c’era prima e continua ancora adesso. Le aggressioni alle donne – ha osservato Troccoli – che intendono interrompere le relazioni credo che abbiano cause ancestrali. Esse si verificano anche da parte di uomini che sembrano avere avuto un vissuto normale in famiglie coese. C’è, purtroppo, l’istinto di possesso che non viene rimosso quando l’altra si allontana e genera un senso di sconfitta, che innesca frustrazione e incapacità di vedere oltre la rottura della relazione, determinando un blocco di prospettiva di vita, del quale è ritenuta responsabile la partner».

Troccoli ha continuato sull’uso delle droghe da parte dei giovani, inserendo il problema nel contesto più vasto della società contemporanea.

«L’uso di droghe è connesso a cause molteplici. La pressione del gruppo – ha proseguito Troccoli – il desiderio di essere accettati, la fragilità derivante spesso da situazioni familiari deflagranti. Infine, la curiosità che spesso è la porta invisibile che apre alle dipendenze. Sono tanti i giovani che si inseriscono nel mondo del lavoro, lasciando spesso famiglie ed affetti e dirigendosi fuori regione o all’estero».

«Pertanto, non generalizzerei – ha aggiunto –. In questo campo si generano anche differenze tra chi intraprende e chi attende. Nel mondo di oggi, in cui i bambini ed i ragazzi sono chiusi nei condomini ed avulsi dalla strada, che era l’educatrice prima, con la matrice solidale e stimolante del vicinato, i rapporti interpersonali sono creati artificialmente, senza l’aggregazione spontanea ed irriflessa tipica del gruppo dei vicini, o nelle palestre o nelle esangui reti digitali. Qui, empatia, fantasia, creatività, scontri tra pari, invenzioni di giochi e di regole davano sfogo e risalto a crescite autonome e autocostruite».

«Ad esempio, la lettera della liceale che parla della mancata di costruzione della persona da parte della scuola – ha proseguito –. La scuola italiana non è un costrutto uniforme ed omogeneo. Anche perché il docente, come gli studenti, non sono tutti uguali. C’è chi enfatizza il valore formativo delle discipline; c’è chi privilegia la relazionalità. Fatto sta che, in un mondo globalizzato e non parcellizzato in realtà politiche chiuse, in cui la competitività aumenta di livello ogni giorno che passa sia nel lavoro dei singoli sia nelle imprese, la realizzazione di sé esige anzitutto duraturi potenziamenti culturali. Proprio perché la debolezza da isolamento è visibile nei giovani, l’ingresso della figura dello psicologo nella scuola mi sembra non più procrastinabile».

 Il ruolo della scuola, l’uso dei cellulari, dei social e della rete, la violenza di genere sono oggetto di riflessione da parte dell’ex dirigente scolastico della provincia di Cosenza.

«Una cosa è certa: si è diluita la capacità della scuola di esigere o di evocare rispetto – ha sottolineato – e si è attenuato il timore dell’autorità, sia perché i genitori non sono più alleati della scuola, ma dei figli, sia perché la scuola è da alcuni anni affetta da una sorta di manifesta difficoltà a reprimere gli errori ed a dare risalto inconfondibile al valore prospettico dell’impegno negli studi. Ritengo che i cellulari a scuola non debbano entrare. O non si portano o devono essere disattivati. Anche social e rete ormai permeano la vita dei ragazzi e dei giovani. Usati con parsimonia e con finalità mirate integrano la capacità di acquisire conoscenze». 

«Il discrimine tra questa utilizzazione e quella ludica e disgregante sul piano morale e della formazione – ha concluso – sta nella capacità della scuola di esemplificare l’uso buono del mezzo e rigettarne gli impieghi perversi. È  un’opera difficilissima, alla cui efficienza la famiglia potrebbe contribuire. La ventenne violentata dopo essere stata drogata. L’abiezione morale di chi fa questo denota l’emersione dell’istinto non scomparso della sopraffazione dell’altro, per fini di piacere. È l’uomo nel quale scompaiono migliaia di anni di evoluzione sociale, annullata, in un gesto, e riportata nella logica primitiva del possesso di ogni cosa che si ritenga essere un bene». (rrm).

VANNO VALORIZZATI GLI ANTICHI BORGHI
SONO RISORSE PREZIOSE PER LA LOCRIDE

di ARISTIDE BAVA –  Le migliaia di persone che hanno affollato, in occasione del periodo natalizio i due centri interni di Siderno superiore e Placanica, grazie alle importanti manifestazioni di carattere sociale organizzate rispettivamente dall’Associazione sidernese Pajisi meu ti vogghiu beni e dalla Pro loco di Placanica, hanno confermato, ove ce ne fosse bisogno, che i borghi antichi possono essere, se opportunamente valorizzati, una grande risorsa per il territorio della Locride.

Il discorso, d’altra parte, riguarda non solo la Locride ma molte regioni italiane dove già a tempo, come è stato rilevato in molti studi un numero sempre maggiore di persone lasciano, finanche le città e si trasferiscono nei borghi dove trovano un’ottima qualità della vita, con  costi  ragionevoli, e ormai collegamenti telematici che consentono di non essere isolati. E poi c’è anche, ad incrementare la necessità di valorizzare i borghi antichi, il nuovo modo di fare turismo: soggiorni anche brevi, ma soprattutto con il desiderio di entrare in contatto diretto con la storia, l’arte, la cultura e l’enogastronomia delle tante realtà locali di cui è ricco il nostro Paese.

La Locride certamente non fa eccezione ma riesce pure ad offrire sempre maggiori forme di ospitalità aggiungendovi la valorizzazione delle tipicità locali. Bisogna, dunque, continuare nella politica di valorizzazione dei borghi antichi che la stessa Regione Calabria in tempi recenti aveva affrontato per cercare di ripopolare gli splendidi borghi presenti nel territorio calabrese evidenziando, peraltro,  quanto importante sia questo grande patrimonio dell’intera Calabria, e della Locride in particolare, dove lo sfruttamento ai fini turistici di questi siti è ancora latente. Eppure quanto accaduto durante il periodo natalizio a Siderno Superiore e a Placanica dimostra l’interesse della gente, e in particolare dei forestieri per questi luoghi pieni di fascino dove, non solo d’estate, ma anche in periodi “morti” l’afflusso continua ad aumentare e si vedono continuamente piccole comitive di turisti che confermano, che i borghi antichi esistenti sono un patrimonio turistico di immenso valore.

Se a ciò si aggiunge, appunto, che anche i mutamenti climatici consentono di avere giornate “estive” anche in questo periodo appare evidente che bisognerebbe programmare ipotesi progettuali che tengano conto anche di questo. Uno degli aspetti più importanti legato alla necessaria “valorizzazione” di questi luoghi rimane il fatto che il periodo estivo contrariamente a quanto si possa pensare, non è l’unico periodo ottimale per la “frequenza” di questi siti anche se, ovviamente, il periodo estivo garantisce, grazie alla presenza di più forestieri,  numeri maggiormente consistenti.

Resta una verità indiscutibile determinata dai fatti reali: proprio una loro adeguata valorizzazione potrebbe garantire presenze altrettanto numerose, anche durante altri periodi dell’anno così come accade in occasione di manifestazioni bene organizzate come quelle di Siderno Superiore e di Placanioca, tanto per citare quelle che hanno fatto maggiore scalpore in quest’ultimo periodo anche se già c’era stato un positivo riscontro con l’Ottobrata sidernese che ha riscosso un altrettanto grande successo con presenze molto notevoli.

E, se è vero che buona parte di queste presenze riguarda cittadini calabresi, è pur vero che esistono tantissimi forestieri/turisti  che possono essere richiamati da manifestazioni di vario genere o da attrazioni che spesso calzano a pennello con la voglia di fare un turismo diverso. Certo, bisogna dire basta all’improvvisazione, attivare una buona programmazione e agire, soprattutto in un territorio come questo della Locride in buona sinergia per far cambiare seriamente in meglio le cose. Si comincia, dunque, a cominciare a pensare sul serio che ci siano le giuste possibilità di dar vita ai necessari cambiamenti e alle nuove ipotesi progettuali che tengano conto dell’intero territorio.

Le potenzialità sono tante e alcuni borghi antichi offrono possibilità enormi. Si pensi veramente ad una loro necessaria rivitalizzazione. (ab)

QUANT’È AZZURRA LA CALABRIA: MODELLO
PER LA VOGLIA DI CENTRO CHE HA IL PAESE

di SANTO STRATI – I congressi provinciali di Forza Italia che si sono svolti nei giorni scorsi in Calabria confermano una forte voglia di centro (moderato) e assegnano alla regione un ruolo importante nello scenario politico attuale. Che la Calabria fosse la regione più azzurra d’Italia si era già notato alle elezioni del 2022: se Forza Italia ha conquistato 22 seggi alla Camera (8,11%) e 9 al Senato (8,27%) lo deve soprattutto al sorprendente risultato calabrese: 16,25% al Senato e 15,64% alla Camera. Per intenderci, in Lombardia alle stesse elezioni il partito-non partito di Berlusconi superava di poco il 7%.

Cosa è che ha fatto diventare così “azzurra” la Calabria? Ma soprattutto come ha fatto questa terra, troppo spesso trascurata e dimenticata dal Nord ricco e opulento, a dare nuovo impulso a una formazione che, alla scomparsa di Berlusconi, sembrava inevitabilmente destinata all’estinzione? Pensateci bene: alla morte di Berlusconi gli osservatori politici più attenti presagivano una vera e propria fuga di parlamentari verso gli altri due partiti della coalizione, Fratelli d’Italia e Lega. Al contrario, non solo la fuga non c’è stata, ma l’ottimo lavoro di Antonio Tajani (su cui nessuno scommetteva un centesimo) ha fatto in modo di far ritornare l’orgoglio azzurro dei primi tempi dell’ex cavaliere, conquistando nuove simpatie nell’elettorato di centro destra.

Il segnale più evidente di questi congressi nelle cinque province calabresi, che hanno puntato sul territorio e hanno espresso nuovi – motivati – segretari provinciali, è la manifesta voglia di centro che l’elettorato (non solo calabrese) sta esprimendo, in un momento storicamente fallimentare per le politiche di partito alla vecchia maniera. Non è vero che non ci sia la voglia di fare politica, di partecipare, impegnarsi, ma i riscontri e le indicazioni (negative) che ogni giorno arrivano da maggioranza e opposizione, decisamente, scoraggiano ogni ardimento. Soprattutto i giovani, che mostrano più degli anziani una innata curiosità verso la politica, rischiano di venirne allontanati da atteggiamenti e polemiche giornaliere che sono una terribile cartina di tornasole per misurare la crisi della politica.

Intanto, c’è da dire che la tradizionale dicotomia destra-sinistra non ha più molto senso: negli ultimi trent’anni, dopo “Mani pulite”, la crisi della politica, intesa come schieramenti opposti ma in grado di dialogare, è esplosa in maniera irreversibile. Il risultato si tocca con mano guardando le percentuali del cosiddetto partito del non-voto. Scoramento, noia, rabbia hanno prevalso sulla passione politica e invitato gli elettori a disertare le urne. Con il governo di centrodestra della Meloni la sinistra (ma c’è ancora?) sta mostrando una debolezza estrema e l’incapacità di cogliere i segnali che arrivano dal territorio. La sinistra è diventata una sorta di partito d’élite che ha dimenticato le nobili origini e si diletta in abominevoli quanto inutili polemiche su chi (e non cosa) è “meglio” . Lo scontro dialettico ha lasciato il posto a insulti a volte velati e spesso mistificati da poco sottili ironie, senza poter offrire un minimo di contributo costruttivo. Il Paese va a rotoli (soprattutto per quanto riguarda i giovani, le donne, il lavoro – nonostante i tiepidi segnali di ripresa) ma si discute di aria fritta e si polemizza su qualunque cosa offra il pretesto per accusarsi a vicenda. Le cosiddette “armi di distrazione di massa”.

Il Paese non subisce né ha subito un governo di centro-destra: gli elettori hanno scelto democraticamente da chi volevano farsi governare, ma l’attuale momento con i fuochi di guerra che vanno dall’Ucraina al Medio Oriente meriterebbe un lavoro di squadra e non bisticci sul sesso degli angeli. Certo, allo stato, è solo utopia pensarlo, ma il Paese non vuole promesse e chiacchiere, ma provvedimenti seri in grado di cavalcare la crisi.

Questo governo, poi, va a corrente alternata: prima pensa di tassare i superprofitti delle banche, poi fa marcia indietro. Si ascrive una politica di welfare e per le famiglie, ma aumenta le tasse su pannolini e assorbenti (quindi penalizzando donne e famiglie). Annuncia roboanti misura per la crescita infrastrutturale, ma si perde nei vortici della burocrazia (la Zes unica che doveva partire il 1° gennaio è slittata – salvo nuovi impedimenti – a marzo) penalizzando imprese e deprimendo nuovi investimenti. Ma a queste defaillances della destra soprattutto meloniana (che ancora non ha deciso cosa farà da grande) non ci sono proposte serie, concrete, non si notano iniziative da parte dell’opposizione. E lo scenario della conservazione delle poltrone e del rispetto delle tradizionali cambialette elettorali (ancora in pagamento) si ripercuote sul Paese. Basti guardare alla scelta dei candidati per le Regioni che andranno al voto a breve. Una rissa continua, da una parte e dall’altra. Per non parlare, poi, della squallida messinscena della Giunta comunale di Reggio Calabria dove Falcomatà ha, alla fine, vinto la sua personale scommessa di potere sul suo stesso partito (il PD) che lo voleva fuori dai giochi. La partita – nonostante le accuse di antidemocraticità – gravissime, vista la provenienza – mosse dalla segretaria cittadina del PD, si è ricomposta non certo nel nome di un “volemose bene” a favore della città, bensì di una reciproca garanzia del mantenimento – fino a fine consiliatura – delle ricche prebende per assessori e consiglieri comunali. Scusate, ma bisogna dirlo: e quando gli ricapita?

In tutto questo, l’inaspettato segnale che arriva dalla Calabria, come Forza Italia, diventa un elemento cardine per gli scenari futuri: è stato presente a tutti i congressi provinciali il segretario nazionale nonché ministro degli Esteri Antonio Tajani il quale – è opportuno sottolinearlo – ha ben capito che dal Sud, anzi dalla Calabria, verranno indicazioni utili per una rigenerazione politica di un centro moderato. La cui guida – è ovvio – spetterebbe, con grave disdoro di Salvini e Meloni – a Forza Italia. È un segnale inequivocabile, quello della voglia di un centro moderato, non troppo vicino a nostalgie destrorse e a sogni leghisti di autonomia differenziata a danno del Sud.

Non dimentichiamoci che il presidente Occhiuto è di Forza Italia ed è un consumato politico, come di larga esperienza risulta il coordinatore regionale Francesco Cannizzaro. Se sanno cogliere l’occasione, saranno loro due i protagonisti di un crescendo importante dell’elettorato (azzurro) di centro. Per guidare la Calabria a diventare un modello centrista cui il Paese (quello che va a votare e non ama la sinistra) possa ispirarsi. (s)

IN SENATO IL FUNERALE DELLA RAGIONE
SI VOTA SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

di PINO APRILE – Parteciperemo a un funerale, oggi a Roma, al Senato: con il varo dell’Autonomia differenziata si celebra l’inizio della fine di questo Paese mai davvero unito e della decenza, dell’equità, della Costituzione che, sia pure solo a chiacchiere, riconosce pari diritti a tutti gli italiani (non avendoli mai avuti, nello stato a parole unitario, i terroni non sono evidentemente ritenuti italiani.

Infatti, all’università, a proposito del cosiddetto Risorgimento, distinguono fra “italiani” e “borbonici”, ovvero gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, la cui lingua ufficiale era l’italiano, mentre Cavour, Vittorio Emanuele II e gli altri parlavano francese). Il capolavoro razzista della Lega, infatti, il disegno di legge sull’Autonomia differenziata per rendere costituzionale il riconoscimento di ulteriori privilegi al Nord (a spese di tutti) e la negazione di diritti fondamentali ai colonizzati del Sud, esordisce martedì 16 al Senato.

I parlamentari meridionali della maggioranza, a quanto si sa, sono pronti a votare questa porcheria, per conservare al proprio culo il pagatissimo seggio, un po’ come i neri che aiutavano i negrieri a fare schiava la propria gente, perché ci guadagnavano, vendendo loro le catene.
C’è poco da sperare dagli onorevoli terroni, considerando che hanno già approvato l’ordine del giorno della Lega, per chiedere una legge in base alla quale pagare di meno gli insegnanti del Sud; hanno fatto passare il furto di quasi quattro miliardi dal fondo di perequazione destinato ai Comuni più poveri del Sud; hanno condiviso lo svuotamento del Pnrr di progetti per il Sud da finanziare con i fondi europei e la proposta di usare le risorse Coesione-e-Sviluppo, che pur essendo all’80 per cento per il Sud, verrebbero dirottate altrove; hanno assistito silenti e complici alla sottrazione, finora, di circa 20 miliardi di euro destinati al Sud e alla cancellazione del Mezzogiorno dall’agenda di governo, sino alla folle idea della Zes (Zona economica speciale) unica per tutto il Sud, misura ingannevole che intanto ha bloccato quelle già esistenti e funzionanti, e che accentra il “sì” per ogni iniziativa nel Mezzogiorno, fosse pure una sorta di B&B, nelle mani di un potere politico centrale, romano: di fatto, la dichiarazione ufficiale dello stato di colonia interna.
Addirittura, uno dei due relatori dell’infame disegno di legge dell’Autonomia differenziata è molisano, Costanzo Della Porta!
Vi ricordo che l’autore dell’immondo disegno di legge è quel Roberto Calderoli che solo astuzie e lungaggini processuali salvano da una probabilissima sentenza definitiva per razzismo, essendo stato condannato già in primo e in secondo grado e, dopo il passaggio in Cassazione, di nuovo in primo grado. Quel Calderoli che vanta di aver avuto dal padre l’educazione umana e politica riassunta nella frase: “Bergamo nazione, tutto il resto è meridione”.

E che, rubando a Goebbles il concetto con cui giustificava lo sterminio degli ebrei (animali, non esseri umani), definì i napoletani “Topi da derattizzare”. E uno così, in Italia, diviene ministro!, e gli danno da stuprare la Costituzione. Ed è lui il parlamentare più influente del partito che ha, come segretario nazionale, un tale che ha dovuto patteggiare una condanna per razzismo contro i napoletani, Matteo Salvini (uno così, Italia, diviene nientemeno che vice capo del governo, con la complicità del partito che si dice “della Nazione”, FdI, e nel 2018, dei cinquestelle). Partito che, incredibilmente, ha parlamentari e dirigenti meridionali. Del resto, ad amministrare le colonie nell’interesse della potenza colonizzatrice, sono dirigenti locali “al servizio”.
Chissà a cosa pensava Fabrizio de André, quando scrisse che “lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano/quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano”.
Con l’Autonomia differenziata, nel patto indecente siglato il 28 febbraio 2018 da governo Gentiloni (Pd) e Regione Veneto (Zaia, Lega), si prevede che, con il trasferimento di competenze dall’amministrazione centrale a quelle regionali, si consenta a queste di trattenere sino al 90 per cento delle tasse statali (sulla percentuale si discute); si pretende che divengano di proprietà regionale i beni demaniali di Stato e opere pubbliche costruite con soldi di tutti gli italiani (che verrebbero derubati di quanto loro appartiene); si chiede addirittura che se il Paese dovesse sprofondare, a loro, e solo a loro, si dovrebbe garantire un flusso di risorse non inferiore alla spesa storica (quindi, uno Stato fallito dovrebbe svenarsi per mantenere il loro attuale livello di vita). E altre bestialità del genere.
Vi diranno che alcune di queste cose sono state attenuate nelle versioni successive. Fumo negli occhi, visto che quel testo rivela le ragioni e i fini per cui si è dato in via a un tale scempio.
Tutte queste schifezze (su cui la politica nord-centrica, dalla Lega al Pd è sempre stata unanime contro il Sud, vedi l’intesa perfetta fra i presidenti leghisti Fontana, della Lombardia, Zaia, del Veneto e il piddino presidente dell’Emilia Romagna, Bonaccini) son possibili in seguito allo stupro della Costituzione compiuto nel 2001, con la devastazione del Titolo V, da un altro governo di centrosinistra. La foglia di fico per far passare il mostro sono i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni da garantire in egual misura e qualità a tutti i cittadini (salute, istruzione, trasporti, eccetera). Di fatto, in 23 anni, i Lep non sono stati varati. Ora, in pochi mesi, la pagliacciata calderoliana con uso di ministero e pletora di alti nomi in acconciata Commissione ai desideri del leghista ordinante, ha buttato giù una indicazione dei Lep.
Ma, per legge, il passaggio di competenze dal governo alle Regioni deve avvenire senza aggravio di spesa e solo per tre di quei poteri (ufficialmente 23, di fatto, quasi 500), sanità, istruzione e trasporti, servirebbero da 80 a 100 miliardi, calcolò il precedente ministro alle Regioni, Francesco Boccia, Pd. Ed ecco che il ministro contro il Mezzogiorno, quel Raffaele (Buio) Fitto, salentino di Maglie, propone di stornare i FSC (fondi per lo sviluppo e la coesione), all’80 per cento del Sud, e usarli per far contenta la Lega.
Molti parlamentari meridionali del centrodestra, per non ammettere la vergogna del sostegno a un’azione contro il Sud di portata storica, forse definitiva (su questo, il Paese può spaccarsi. E chissà se sarebbe davvero un male), ripetono a cantilena le patacche che i loro capibastone spacciano come vere: l’Autonomia servirà anche al Sud, il Sud diventerà più responsabile, le Regioni meridionali potranno sfruttare le loro specificità… Palle, colossali palle: o sono talmente ignoranti da non capirlo o tanto falsi da fingere di crederci.

Le risorse sono quelle che sappiamo e sono in calo, se le Regioni più ricche ne trattengono ancora di più, non resterà nulla nemmeno per il poco che c’è adesso, a Sud.
Ma per finanziare i Lep, anche le Regioni del Sud potrebbero trattenere parte delle tasse statali, obiettano. Vero, ma un conto è trattenere una certa percentuale di molto e un conto trattenere la stessa percentuale, ma di poco, visto che al Sud il reddito medio è circa metà di quello del Nord. Ci prendono in giro. Già adesso, con questo sistema, non ancora portato alle stelle dall’Autonomia differenziata, i Comuni del Mezzogiorno devono imporre, per necessità, tasse locali più alte che al Nord, ma ne ricavano così poco, che non riescono comunque a garantire quello cui i cittadini avrebbero diritto. Gli italiani che pagano di più sono quelli di Reggio Calabria, per avere molto meno di altri.
Altra foglia di fico con cui tanti parlamentari terroni cercano di nascondere la loro cattiva coscienza è dire che ormai “qualcosa bisogna dare”, magari competenze che non prevedono il calcolo dei Lep, così la Lega può gridare alla vittoria prima delle elezioni europee, e di fatto non si cede quasi nulla. Non è vero: una volta aperta la strada, passerebbe tutto. Ma se Fratelli d’Italia non converge sull’Autonomia differenziata (AD), la Lega blocca la riforma del Premierato per dare più forza al capo del governo. Un’altra bestialità: per avere più poteri al centro, Giorgia Meloni trasferisce i poteri dal centro alle Regioni. Ma ci fanno o ci sono? La verità è che hanno trasformato questi temi in bandiere di partito e devono andare avanti anche se sanno che sono incompatibili.
Ovviamente, se passasse questa schifezza dell’Autonomia differenziata (che comunque deve avere l’ok del Senato, poi della Camera dei deputati, poi un nuovo “sì” di entrambe le aule), le disuguaglianze fra Nord e Sud in Italia, già adesso le più grandi del mondo sviluppato, esploderebbero. E il Paese (come dimostrato storicamente, quando il livello di disparità supera una certa quota-limite) potrebbe spezzarsi. Paradossalmente, forse sarebbe la salvezza del Sud, dopo una fase iniziale durissima.
Quasi quasi, riesce difficile scegliere cosa augurarsi, se l’estremo atto di uno Stato razzista con il varo dell’AD o il rinsavimento dell’ultimo minuto di un Paese che ha perso la testa, e finalmente una botta di coraggio e orgoglio dei parlamentari terroni stufi di un blocco politico economico nord-centrico che, superando le distinzioni di partito (vedi proprio l’AD), da oltre un secolo e mezzo concentra risorse e investimenti pubblici solo in una parte del Paese (grandi eventi, autostrade, aeroporti, centri di ricerca, rete ferroviaria, alta velocità, sedi di Authority europee, diritti di scalo portuali…).
Noi oggi staremo al funerale che si terrà al Senato, e con l’elenco dei senatori meridionali. I quali speriamo ci sorprendano felicemente. Altrimenti, non dovrebbero stupirsi se, votando proni ai comandi dei loro partiti-padrone, ricevessero dai propri elettori messaggi tipo: “Ci indica, per favore, l’indirizzo a cui dobbiamo inviarLe i trenta denari che si è guadagnati per averci venduto? Grazie”. (pna)

TOLTI I FONDI A 5 AREE URBANE REGIONALI
SI SALVANO REGGIO, CATANZARO E COSENZA

In una recente delibera di Giunta, la Regione Calabria ha depennato (almeno per il momento) i fondi di Agenda Urbana 21/27 destinati a 5 delle 8 Aree Urbane regionali. La spada di Damocle grava sulle sorti di Corigliano-Rossano, Lamezia Terme, Crotone, Vibo Valentia e l’ambito della Città Porto (Gioia Tauro, Rosarno, San Ferdinando). Al contrario, invece, percorsi di prelazione favoriscono le tre Aree Urbane dei Capoluoghi storici (Rc, Cz e Cs-Rende).

Non che la cosa ci meravigli, s’intende. Ormai la bieca visione regionale, volutamente schiacciata sull’accentramento di risorse e competenze esclusivamente verso i poli principali, è arrivata a tal punto da non scandalizzare nessuno. Tuttavia, spiace prendere atto che l’ennesimo scippo, nonché l’ulteriore mortificazione, consumata a scapito di talune realtà, passi quasi del tutto inosservata dalla pur folta Rappresentanza Istituzionale che fa capo ai contesti sibariti, lamentino, vibonesi e della Piana. Escludiamo dal nutrito elenco il Crotonese. Non già perché territorio non meritevole d’attenzione, anzi… Piuttosto perché ormai appare chiaro anche ai meno avveduti quanto impalpabile sia — numericamente parlando — la delegazione Politica dell’estremo levante calabrese.

Ad onor del vero, fatta salva la posizione del Sindaco di Corigliano-Rossano sulla tematica, non ci è parso di scorgere il minimo risentimento neppure da parte delle Istituzioni locali.

La vicenda, proprio per le caratteristiche su denunciate, assume connotati ancora più grotteschi, inquadrandosi in un contesto che definire surreale sarebbe un eufemismo.

È bene ricordare che l’Agenda Urbana per l’Unione Europea rappresenta una iniziativa intergovernativa lanciata dal “Patto di Amsterdam” il 30 maggio 2016. Obiettivo dell’operazione è quello di favorire — attraverso la partecipazione alla definizione delle politiche europee — uno sviluppo equilibrato, sostenibile e integrato delle Città europee. Con il fine ultimo di incrementare vivibilità, attrattività e per stimolare l’innovazione degli ambiti urbani.

Va de se che, quanto appena ricordato, debba (o almeno dovrebbe) facilitare il percorso di quelle aree marginali europee affinché si possano creare i presupposti per un’accelerazione dei processi di governance. Pertanto, una devoluzione di fondi finalizzata a favorire la crescita dei richiamati contesti per portarli a competere con aree già più emancipate ed allocate nei medesimi riferimenti regionali e macroregionali.

È altrettanto vero, però, che Il profilo di designazione delle Aree Urbane regionali nacque già viziato quando furono definiti perimetri, competenze e valenza degli ambiti urbani regionali. Nella prima decade degli anni 2000, infatti, si procedette alla classificazione delle polarità urbane calabresi. In quella circostanza furono riconosciute come Aree Urbane Principali (poli direzionali) i contesti di Reggio, Catanzaro e Cosenza-Rende. Per le richiamate Città fu applicato il principio 5.1a. Tale classificazione prevede spettanze di finanziamento che oscillano intorno ai 30 milioni di euro per settennio di programmazione per ognuna delle 3 Aree Urbane.

Per le rimanenti 5 polarità (l’Area Urbana degli estinti Comuni di Corigliano e Rossano, Lamezia Terme, Crotone, Vibo e la Piana di Gioia) si applicò la misura 5.1b. Quest’ultima classificazione fu parametrata con una previsione di finanziamento compresa tra 16 e 19 milioni di euro a contesto.

Tuttavia, le caratteristiche che venivano espressamente richieste dall’Europa per la identificazione e la classificazione delle Aree Urbane erano e sono rappresentate dai riferimenti di dimensionalità territoriale ed indice demografico. Ebbene, nonostante nel frattempo (2018) fosse intervenuto un processo di fusione che aveva sancito la nascita della terza Città calabrese e la creazione del più grande territorio comunale in Regione, non sono state apportate modifiche atte a riequilibrare un dato che già, originariamente, appariva scriteriato. Si pensi che oggi la città di Corigliano-Rossano condivide la misura 5.1b, quindi la quantità di finanziamenti spettanti, con contesti come Vibo V. o come “la Città porto della Piana”.

Tuttavia, le menzionate Città, rappresentano ambiti, demograficamente e territorialmente, più succinti rispetto quelli delle già Città autonome di Corigliano e Rossano. Nonostante le lapalissiane differenze acclarate dai numeri e l’ulteriore distanziamento conclamato dal processo di fusione amministrativa jonica, le richiamate Città restano destinatarie delle medesime spettanze di Corigliano-Rossano. A fianco tale scellerato ed iniquo sistema di valutazione, che — come dimostrato — partiva già da un grossolano errore di fondo, duole registrare la mancata applicazione di correttivi da parte della Politica regionale.

Al danno, quindi, si aggiunge la beffa! Non solo i tre Capoluoghi storici vengono incanalati in una corridoio preferenziale per ciò che attiene i fondi di Agenda Urbana, ma le rimanenti 5 polarità vengono “congelate” con la motivazione di aver  registrato avanzamenti poco significativi nella crescita e con risultati ancora ad uno stadio attuativo iniziale.

Peccato, però, che la Politica tenda ad obliare sulle modalità con cui le identificate “Aree minori” accedano ai fondi in questione. Ebbene, mentre nel caso dei poli principali le interlocuzioni  avvengono direttamente tra Comuni e riferimenti europei, nella seconda casistica, invece, a mediare fra le due Istituzioni è l’Ente regionale di riferimento. Nel caso di specie: la Regione Calabria.

Ed è lampante finanche ad un cieco quanto la Regione sia schiacciata da dinamiche centraliste che continuano, senza remora alcuna, a favorire taluni contesti. Vieppiù, marginalizzando e relegando in un angolo proprio quelle realtà che, seppur suffragate dai numeri, stentano ed arrancano a trovare la via dell’emancipazione.

Si persevera, quindi, in una visione di aree di figli ed aree di figliastri, mentre una Classe politica poco attenta, ma non stupida, finge di non accorgersi di questa iniqua condizione, solo per mantenere ruoli di privilegio. Gli stessi ruoli concordati ed assegnati direttamente dalle sedi dei Capoluoghi storici. Insomma, si continua a vedere un “film” ormai vecchio. Una moderna rappresentazione di servile vassallaggio che le Rappresentanze locali esercitano verso i rispettivi centralismi storici.

E, mentre nelle città di Lamezia, Vibo e Gioia si cercano soluzioni per accedere alle classificazioni importanti (Lamezia e Catanzaro pianificano da tempo la costituzione di un ambito metropolitano del centro Calabria, mentre Vibo e la Piana studiano percorsi comuni per aumentare l’appeal territoriale e demografico) l’opinione pubblica in Città come Crotone e Corigliano-Rossano risulta appiattita su se stessa. Non si riesce a fare di meglio, invero, rispetto a parlare di magnificenza degli eventi di Capodanno, restyling di piazze, aziende che rovinerebbero lo skyline di un lungomare, stemmi e gonfaloni.

Tale gioco al massacro si consuma mentre i tre Capoluoghi storici della Calabria continuano a recitare un ruolo di prim’ordine; non filtrato da altri Enti e a filo diretto con le Istituzioni europee.

Chiaramente, una siffatta condizione non fa altro che produrre aree sempre più sature di servizi (CS, CZ, RC) e lande sempre più desolate e depresse come Corigliano-Rossano e Crotone.

Invero, l’attuazione delle Zone Omogenee Territoriali (come già in essere in alcune Regioni del nord) avrebbe potuto favorire i processi di amalgama tra aree ad interesse comune. Sistemi amministrativi, i succitati, che avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’attuazione dei processi di modernizzazione europea. Del resto, e lo ripetiamo ormai da anni, continuare ad intendere la Sibaritide ed il Crotonese come territori separati, e marginali rispetto ai relativi contesti centralisti, non farà altro che continuare a scrivere la storia che ormai si ripete da oltre 50 anni: lasciare l’area dell’Arco Jonico in una condizione di sciocca e prona servitù ai desiderata dei centralismi regionali.

Solo quando le classi dirigenti joniche dimostreranno coraggio e determinazione nell’attuazione di programmi e progetti finalizzati ad elevare il proprio territorio — ponendolo in una condizione di pari dignità con gli altri ambiti regionali — si potrà riscrivere una nuova pagina di progresso ed emancipazione. L’idea di una nuova Provincia jonica a saldo zero per lo Stato e con due Capoluoghi alla guida, d’altronde, è nata proprio per questo: favorire una diversa visione del territorio, concorrendo al riequilibrio di tutti gli ambiti regionali. (Comitato Magna Graecia)

MALEDETTA 106 E QUELLE GIOVANI VITTIME
DAVVERO IGNORATE DALLE ISTITUZIONI

di FRANCO CIMINO – Se non avessi avuto preoccupazioni familiari non riducibili e conseguenti incombenze non trasferibili, venerdì mattina sarei andato a San Luca per i funerali dei giovani morti sulla strada più importante del nostro territorio. La strada che avrebbe dovuto essere della crescita e dello sviluppo. Quelli che si realizzano anche attraverso la mobilità (di merci e persone, pensieri e azioni) e l’unificazione del territorio dai tanti pezzi ancora presenti. Questa strada, invece, si è rivelata il contrario, con l’aggravante aggiuntiva di procurare la morte a tanti che la percorrono, costretti a farlo.

Ma è di più, quella strada. Diciamolo anche nel giorno del dolore assurdo. È la strada dove sono transitati tutti i mali del mondo, le mafie di ogni genere, quelle fisicamente vissute e militarmente armate, i giudici costretti a super scorte per salvare la propria vita da queste, gli inganni di politici che ne hanno garantito, mentendo, sempre l’ammodernamento per la sicurezza e la modernizzazione, i soldi promessi e mai arrivati, i tanti, pur se pochi, gettati al vento in opere fatte male e nella corruzione che li ha in parte divorati. E fra tutti, l’incultura politica, che ha prodotto più danni delle stesse guerre.

Specialmente quando, qui e a Roma, non si è voluto capire che solo attraverso la costruzione di una moderna rete di infrastrutture moderne (stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali) la Calabria potrà uscire dall’isolamento. E salvarsi la vita, salvando vite.

Per saltare a piè pari questa diffusa responsabilità e lasciarla rigidamente anonima, a ogni incidente mortale, quasi tutti, si attende che gli organi di Polizia e della Giurisdizione, giungano alla scoperta delle responsabilità di chi guida le auto. Le società delle assicurazioni sono in agguato e non aspettano altro che poter salvare le proprie tasche. Nel frattempo, ci pensiamo noi, con i commenti del giorno dopo, quello che precede l’oblio dopo l’ondata emotiva che ci commuove fino a quando i mass media non passeranno ad altra notizia.

Cosa diciamo, sempre, e in coro? “La colpa è di quello che andava veloce – No, è sicuramente dell’altro, che aveva bevuto – Ma, no sicuramente era drogato, uscivano dalla discoteca- Non sapeva guidare. Parlava. E poi il cellulare”. Alla fine di questi discorsi, quella strada non c’entra nulla. Non è colpevole affatto. E se la colpa è del guidatore, non è della strada. E se non è della strada, non sarà,di certo, di coloro i quali avrebbero dovuto “rinnovarla” o costruirne una nuova. E se la colpa non è di quelli là (come si usa dire da noi), non è di nessuno. Tutti, pertanto, assolti! Nessun colpevole tra noi, se non coloro i quali saranno condannati, com’è sicuramente giusto, per omicidio stradale.

Intanto le stragi continuano, senza soste e senza riduzione del numero. Pochi ricorderanno quella del 21 agosto del 2016. È avvenuta nel tardo pomeriggio del 21 agosto, a Santa Caterina dello Jonio, a meno di venti chilometri da Montauro. Quattro giovani, tutti di Badolato, morti nell’auto che è andata a sbattere contro l’unico albero che si trovava sul ciglio della strada, la stessa. Sempre quella.

Brutta già dal nome che porta, un numero freddo e cinico. Beffardo. Il 106. Un numero, questo, assai più basso di quello incalcolabile dei morti sulla strada. Che non dà scampo. Non perdona errori o scorrettezze dei conducenti. Tanti ve ne sono in vetture modeste, pochi se ne salvano.

Venerdì, si chiedeva silenzio, perché è il giorno del lutto. Ma è difficile, questa volta, in cui questo processo ai morti è già iniziato su vasta scala, restare in silenzio. Dicono obbligatoriamente parole, ciò che vediamo, anche attraverso le televisioni. O leggiamo sui giornali, stampati e in rete. Dicono che oggi a San Luca c’erano centinaia di persone e una decina di sindaci, tutti del luogo e dei paesi vicini. Ed è un fatto buono, in cui c’è tanto dei valori che si stanno perdendo. Dicono parole, le corone e i cuscini di fiori, degli amici e dei parenti, e quella del Comune. Gesto carico di significati, una coperta di seta su quei giovani corpi al posto delle lenzuola bianche che li hanno coperti prima del più amaro dei trasporti.

Dicono parole, la bella omelia del vescovo di Locri, mons Francesco Oliva. È ricca di tenerezza. Una carezza autentica sul volto di quei ragazzi, un abbraccio forte ai genitori e ai compagni che li hanno perduti, un bacio delicato sulla bambina che è rimasta senza la madre.

Dicono anche parole, ma diverse, le assenze. Quelle delle istituzioni tutte, regionali e nazionali. Sono parole di dispiacere, delusione. Di monito duro. Tutte si racchiudono in una domanda, che di null’altro ha bisogno: “se questa tragedia fosse avvenuta su una strada di un’altra regione, i ragazzi morti fossero di un’altra Città, pure calabrese, e magari tornassero da un altro luogo che non quello sottolineato in “neretto” dagli organi d’informazione, ci sarebbero state quelle assenze o non, invece, sarebbero intervenute le più alte autorità dello Stato, magari lo stesso presidente della Repubblica o del Consiglio e con loro il lungo codazzo di altre cariche pubbliche a scendere fino all’ultimo sindaco, in particolare quelli dalle facili dichiarazioni stampa? Sicuramente sì.

Noi siamo la Calabria, la regione degli stigma negativi, per i quali le morti hanno un diverso valore e meritano un diverso rispetto. Siamo una regione nella quale tutto coloro che discendono da un familiare portano su di sé le colpe di quello. Per cui anche le loro vite vengono valutate diversamente da quelle di ogni essere umano che voglia vivere con dignità la propria.

No, oggi, non può essere il giorno del silenzio, perché di silenzio su questa giornata ne scenderà a coltre spessa già da domani. Una coltre che non fa vedere. Nel silenzio che non ci fa sentire.

Oggi, la cosa più degna di “ bontà” che ci è facile fare, è pronunciare il nome dei quattro ragazzi. Solo il nome, Antonella, Domenico, Teresa, Elisa. E non per privarli del loro cognome e delle loro radici, tutti da rispettare. Ma per farli nostri.

Su quella maledetta strada, sono morti quei ragazzi, e senza colpa, che sono anche nostri. Ché in guerra nessuno muore colpevole. Ma da domani mattina, onoriamo tutte le vittime della 106, battendoci uniti per realizzare la nuova strada subito. Ché anche le promesse uscite dalla riunione di venerdì tra Anas e Regione, non ci bastano più. Specialmente, nei tempi, anche questi promessi, di realizzazione di una parte dell’opera. Il 2030 è un tempo troppo lungo. Come la scia di morte e di sangue che potrebbe lasciare. (fci)