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Domenica al museo del Rock uno sguardo non convenzionale sulla poesia di Giovanni Pascoli

Domenica 4 ottobre, al Museo del Rock di Catanzaro, si terrà l’appuntamento, dal titolo “L’eresia della solitudine: Giovanni Pascoli”, sarà la lezione del professor Luigi La Rosa, che proporrà questa volta non tanto una letteratura eretica, quanto una lettura dissidente: uno sguardo che si discosta da quello convenzionale e tenta di scardinare l’interpretazione facilistica che ha spesso accompagnato la poesia pascoliana, quella del poeta delle piccole cose, dei campi, della natura, degli accadimenti familiari.

L’evento rientra nell’ambito di  “Lett(erat)ure Eretiche. Autori che scardinano le regole”, promossa dal Comitato di Catanzaro della Società Dante Alighieri nell’ambito delle attività culturali per l’anno 2026 e realizzata con il contributo della Società Dante Alighieri e in collaborazione con l’associazione Graecalis, propone un viaggio attraverso le forme di dissenso, rottura e sperimentazione che hanno attraversato la storia della letteratura italiana, mettendo in luce autori e opere che si sono collocati consapevolmente fuori dai canoni dominanti del proprio tempo.

Pascoli era nato a San Mauro di Romagna e morì a Bologna, dove aveva insegnato all’università. Quando il feretro venne trasportato, il popolo si oppose al trasferimento della salma e migliaia di persone si posero sui binari per impedirne il passaggio. Una vera e propria contesa tra comunità, che racconta quanto fosse profondo l’affetto popolare per il poeta.

Dall’altro lato però la poesia di Pascoli fu sottoposta a censure severe, a cominciare da Benedetto Croce. I grandi critici italiani tendevano a vedere in lui, come anticipa La Rosa, magari un buon narratore di storie per fanciulli, un esempio di buonismo, una poesia legata alle piccole cose e alla dimensione familiare, ma non il nerbo e la saldezza della grande tradizione italiana.

Eppure anche Giosuè Carducci, che pure riconosceva in Pascoli il genio poetico e che era stato suo professore all’università, lo stimava al punto da aiutarlo a ottenere una borsa di studio per proseguire gli studi. Lo stesso Carducci, tuttavia, gli rivolse critiche severe.

A quella poesia maestosa, patriottica e bellicosa del suo maestro, Pascoli avrebbe risposto, con una certa ironia, contrapponendo il luccichio delle ali di una libellula ai riflessi dell’Elmo di Scipio. Non si tratta soltanto di una contrapposizione di immagini, ma di due diverse idee della poesia: da una parte la storia, le conquiste, la dimensione pubblica e solenne; dall’altra ciò che appare piccolo, fragile, quasi impercettibile.

È anche da qui che nasce l’equivoco di una poesia pascoliana considerata “di basso conio”: una poesia della natura intesa come contemplativa, idilliaca, raccolta nelle piccole cose. Non è un caso che la sua opera fondamentale si intitoli Myricae, parola che rimanda a un verso di Virgilio nelle Bucoliche: non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae, le umili tamerici. Soffermandosi sull’etimologia delle parole, in latino humilis indica ciò che è basso, vicino all’humus, alla terra. È dunque una poesia che affonda nella terra, che si fa bassa, sussurrata, non gridata. Una poesia apparentemente lontana dagli orizzonti della grande tradizione e dalla maestosità di Carducci, così come dall’idea assoluta dell’infinito leopardiano.

Anche nel saggio Il fanciullino, Pascoli sembra ribadire questa condizione: una poesia apparentemente povera, legata al piccolo andamento familiare, al villaggio, alle cose quotidiane. Ma c’è anche un altro Pascoli: è il Pascoli della poesia cosmica, della poesia dell’indicibile, dello smarrimento, dello sguardo quasi spaventato di fronte alla totalità dell’essere.

Bisogna considerare, allora, il periodo storico. Siamo tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, in un momento nel quale si era ormai consolidata una determinata idea della poesia e del suo canone. Chiunque si allontanasse da quella impostazione rischiava di essere considerato di secondo ordine: Carducci per la sua focosità polemica, Pascoli per l’apparente abbassamento del tono poetico. La critica, non solo quella di fine Ottocento ma anche quella primo novecentesca, si mantiene in questa scia.

È significativo, in questo senso, il saggio che Croce dedica a Pascoli. La sua riflessione si apre con una domanda: «Ho letto Pascoli. Mi piace? Sì? No? Non so». E si conclude con una formula rimasta celebre: «Insomma, si tratta di un piccolo grande poeta o di un grande piccolo poeta».

La scala di grandezza è dunque già tracciata: Pascoli può essere considerato un piccolo poeta, ma il migliore tra i piccoli poeti, oppure un grande poeta collocato però all’ultimo posto della graduatoria. In entrambi i casi, gli viene negata quella patente di grandezza e di fondamento della poesia nazionale che la critica attribuiva ad altri.

A questa lettura si accoderanno altri critici, seguendo l’autorevolezza di Croce. Bisognerà aspettare la metà del Novecento perché si aprano i cassetti di Pascoli, rimasti fino ad allora inaccessibili per volontà della sorella. Ed è proprio in quei cassetti che emergerà un’altra parte della sua produzione: la grande poesia pascoliana rimasta per lungo tempo sconosciuta.

C’è, infine, un aneddoto che collega il poeta con Catanzaro. Nel suo peregrinare attraverso l’Italia per l’insegnamento, Pascoli passò anche dalla città calabrese, dopo le esperienze di Messina e della Lucania. In una lettera alla sorella raccontò di aver visto dalla terrazza di Villa Trieste uno dei panorami più belli della sua vita.

Anche in questo appuntamento, le letture dei brani selezionati saranno affidate agli attori dell’associazione Graecalis. Un reading che si inserirà nella lezione del professor La Rosa senza spezzarne il ritmo, accompagnando la riflessione e dando voce alle opere. (rcz)