L’OPINIONE / Maria Limardo: Abbiamo numeri per far riconoscere al Vibonese altre due autonomie

di MARIA LIMARDO – Il Comune capoluogo non intende assistere passivamente al depauperamento di un patrimonio culturale quale è quello della scuola. Perché tagliare indiscriminatamente il numero di autonomie scolastiche significa incidere in maniera negativa su un assetto sociale imprescindibile per le comunità.

La posizione del Comune capoluogo è chiara, ed è stata messa nero su bianco con apposita delibera di giunta lo scorso 22 settembre, portata all’attenzione dell’assemblea dei sindaci dall’assessore Fuscà nel corso dell’ultimo incontro in Provincia. Purtroppo il calo demografico che da anni si registra in tutto il Paese, e che risulta particolarmente marcato al Sud, non lascia indenne il nostro territorio. E dunque, comprendiamo bene che i freddi numeri dicano che la provincia di Vibo Valentia non potrà mantenere tutte le originarie 32 autonomie scolastiche, delle quali i sei istituti comprensivi del capoluogo. Ma sono quegli stessi numeri che dicono che al capoluogo toccano almeno, e ribadisco almeno, quattro autonomie, sebbene vi siano particolari condizioni per avanzare una richiesta di cinque.

Di certo, non accetteremo, a nessun costo, che passi una proposta nella quale al capoluogo vengano assegnate tre sole autonomie scolastiche. D’altronde, limitandoci ad un mero calcolo sul divisore nazionale di 900, risulta che le autonomie da assegnare all’intero territorio provinciale, sulla base di  quasi 21.000 studenti, siano oltre 23, e non già 21.

E questo senza tenere in considerazione altri parametri, che potrebbero semmai innalzare e di certo non abbassare il numero di autonomie. Alla luce di queste considerazioni, il mio Comune non indietreggerà di un millimetro, ritenendo che vadano garantite almeno le altre due autonomie, una al capoluogo e una alla provincia, a prescindere da quali istituti verranno interessati, la qual cosa non è affare della politica. Ma garantire giustizia ed equità, questo sì, lo è. (ml)

[Maria Limardo è sindaca di Vibo]

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: Il Porto di Gioia Tauro non si tocca

di GREGORIO CORIGLIANOEra una notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi che grande tormento per… un maestro che sta a vegliare. Un maestro? Ma non era un alpino? Eh, sì, ma per parlare del porto di Gioia Tauro gli alpini non c’entrano. C’entra solo la veglia, nel mio caso, del maestro. Un maestro, mio padre, che aveva acquistato dalla sorella Peppina che da settanta anni viveva in America un “cota”di uliveto, in contrada Colline. Meno di mezzo ettaro: si sono fatti un favore reciproco, lei non veniva più a coltivare perché ormai anziana, lui, invece, realizzava il desiderio di aver venti piante di ulivo per fare l’olio per i bisogni di casa.

Venne il figlio della zia, Rino, con la scusa di sposarsi e vendette il terreno allo zio. Da quel giorno un andirivieni dalle colline per la coltivazione, ma anche per raccogliere i fichi che, in quella terra, abbondavano, sia bianchi che neri, fioroni e catalani. Una delizia. Come fu, come non fu, mio pare realizzò che accanto agli ulivi c’era la possibilità di impiantare le clementine. Detto fatto, per modo di dire. Si immagini quanti sacrifici, quanto lavoro, quanti operai. Insomma, in qualche anno l’uliveto delle colline si trasformò in clementineto, grazie alla possibilità di far arrivare l’acqua per l’irrigazione che, da quelle parti, non era scarsa. Pozzi, canalette, collettori e sudate: una faticaccia. A gusto, come si dice, non c’è prezzo.

Quattro, cinque anni di dedica totale – solo la scuola veniva prima in assoluto- ed ecco che dalle olive si è passati ai mandarini clementini, come un po’ in tutta la zona che, poi, era la famosa Lamia, vicina alla cota settima di Pascalinu Naso. Scuola e colline, con la raccolta delle olive, comunque rimaste. Che pensi nel frattempo? Che nel giro di qualche annetto ci sarebbe stato il frutto dei sacrifici. Non pensi che, in quattro e quattr’otto, il governo decide, per rispondere ai bisogni del Sud, così si sperava, di fare il centro siderurgico. Ed in tutta la Lamia, cadde la spada degli espropri, anche di quelle Colline che mio padre – non solo lui, ovvio- aveva amorevolmente trasformato. In men che non si dica, si arriva alla notte prima delle ruspe. Terribile nottata per mio padre che, da giorni non dormiva, terribile nottata anche per noi familiari che condividevamo le paturnie di mio padre.

Arriviamo alle prime luci dell’alba, due ruspe erano sul cancello, come se aspettassero il permesso per entrare. Era solo una forma di rispetto per quel signore che apriva per l’ultima volta il cancello del giardino … dei sogni perduti. In men che non si dica, quelle ruspe senza cuore delle piante verdi e rigogliose fecero un boccone. Mio padre piangeva ed io accanto a lui. Tutti i sacrifici, poi relativamente compensati, volati, anzi divorati dalla bocca delle ruspe.

Da giardino sorridente a cimitero fu breve il passo. Andammo via, tristi e sconsolati. Il centro siderurgico non si fece, l’ing. Petrella finì il suo andirivieni tra Reggio, il dottor Montagnese e Gioia Tauro, la centrale a carbone –doppia fortuna- men che meno. Rimase il porto che era comunque al servizio degli impianti che non sono stati realizzati. Un porto che, nel divenire di anni ed anni, è divenuto per la caparbietà di cittadini, amministratori, lavoratori, maestranze e società concessionarie, un punto di riferimento concreto in tutto il Mediterraneo ed in Europa. Che dà lavoro a più di quattro mila persone oltre all’indotto. Dopo le alterne fortune e le incredibili vicende susseguite alla posa della prima pietra, c’ero anche io come corrispondente della Gazzetta, è diventato un realtà palpitante.

Ed ora? Cosa si vorrebbe? Farlo chiudere per direttive Ue che, anche se giuste, possono essere adeguate alle necessità ed evitare così il deserto ed il cimitero della Piana. Il presidente dell’autorità di sistema portuale, ammiraglio Andrea Agostinelli, la soluzione la ha individuata e suggerita a Regione e Governo, al di là di quanto può sostenere qualche “voce clamans in deserto” che ha già riscosso concretamente senza alcun merito specifico, se non quello della devozione al capitano di… fregata. Tutti, nessuno escluso, dobbiamo agire coi fatti per la difesa del porto che chiamo di Gioia Tauro-San Ferdinando. Il ricordo di quel “paese felice”, di quelle terre – per ricordare il romanzo di Carmine Abate- non può avere un altro colpo in testa. Questo sì che sarebbe mortale, scrivono anche a chiare lettere i sostenitori della struttura che è vanto, oggi, dell’intera regione e dell’intero Paese. Forza Agostinelli, siamo con Lei. (gc)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Salvare il Porto di Gioia Tauro

di GIACOMO SACCOMANNO – Tutti al capezzale del Porto di Gioia Tauro per cercare, in qualche modo, di evitare che la direttiva europea possa penalizzare pesantemente la prosecuzione dell’attività. È fondamentale che si trovi una soluzione per evitare che la struttura possa chiudere e mandare a casa migliaia di lavoratori. Qualsiasi azione, richiesta, condotta è accettata e plausibile, purché si trovi una soluzione entro il 31.12.2023. Dal primo gennaio 2024, infatti, in mancanza di interventi risolutivi, ci saranno costi insostenibili per gli armatori e, quindi, il traffico di transhipment sarà, sicuramente, dirottato verso porti che non avranno tali problemi. Port Said e Tangeri sorrideranno e Gioia Tauro e l’intera Italia piangeranno.

Quindi è importantissimo che ognuno faccia il possibile per raggiungere una soluzione sostenibile. Ma, questo non è, sicuramente, sufficiente. Il problema dei costi, però, era già noto prima della emissione della direttiva europea e, comunque e certamente, sin dal 10.05.2023 (data di pubblicazione della direttiva 2023/959). Come mai il problema è stato sollevato solamente nella seconda settimana di settembre e qualche giorno prima della presentazione dei possibili emendamenti? Cosa è stato fatto da maggio sino a settembre? Si sarebbe potuto intervenire prima? Certamente si. Tanto è vero che non si ha conoscenza, visti i tempi strettissimi, della presentazione di qualche possibileemendamento o, comunque, di un’azione concreta portata avanti a Bruxelles.

Non può, pertanto, non evidenziarsi che chi governa una struttura debba essere sempre sul pezzo e debba fare di tutto per tutelarla con diligenza ed attenzione. Nel caso specifico, non pare che Agostinelli abbia avuto condotte adeguate e, invece, emergerebbero comportamenti quantomeno negligenti. Può la governance ricordarsi di un problema così serio ed essenziale per la vita dello scalo solo dopo 4 mesi e a pochi giorni dalla presentazione di possibili emendamenti?

Sicuramente, il problema poteva affrontarsi prima e, forse, ci sarebbero state maggiori possibilità di intervento. In ogni caso, oggi bisogna tutti remare verso il salvataggio del porto e fare tutto ciò che sarà possibile. Ma, non permetteremo che eventuali responsabilità possano scaricarsi su chi non aveva alcuna competenza per il controllo e per eventuali interventi. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Raffaele Malito: La popolarità, in discesa, del sindacato

di RAFFAELE MALITONei grandi cambiamenti globali sociali, economici e culturali dei paesi dell’occidente a storica, solida democrazia liberale ci sono, nei tempi che viviamo, anche quelli che riguardano la popolarità e il rapporto tra masse popolari e il Sindacato: mai negli Usa i sindacati dell’auto, la potente United Auto Workers, aveva goduto della popolarità di questi giorni, il 71%, secondo la Gallup. Al punto che Biden, in vista delle prossime elezioni presidenziali, ha colto l’occasione per andare, con il megafono, tra gli operai e sostenere, a spada tratta, le loro consistenti, remunerative rivendicazioni salariali.                                                                                                           

Una situazione rovesciata In Italia: un sindacato- associazione, ancora fortissimo, con 11,5 milioni di iscritti a Cgil-Cisl-Uil ha, al contrario, una popolarità piuttosto  bassa nei sondaggi universalistici, ben lontana dai picchi americani. Il contesto italiano è molto diverso: il contratto  dei metalmeccanici scadrà  nel prossimo anno e solo  nei giorni scorsi nell’assemblea della Federmeccanica si è cominciato  a parlare di  un rinnovo, con una discontinuità  importante, di un contratto, cioè, ESG (Environmental Social Governnance) che ponga la compatibilità tra i fattori ambientali, sociali, finanziari e investimenti, nel medio e lungo termine, delle aziende con un nuovo metro di valutazione delle imprese e della loro organizzazione.                                                                                                                        

Al momento al centro del sistema industriale c’è la vertenza della Magneti Marelli, lo stabilimento che produce il motore endotermico e che il proprietario ( il fondo americano Kkr) vuole chiudere. La vicenda desta preoccupazione perché potrebbe essere la prima di una serie, nel  triangolo industriale italiano, e falcidierebbe con la chiusura o il ridimensionamento la componentistica  interessata alla transizione nell’elettrico.

Il leader di Azione, Carlo Calenda, ha puntato il dito contro la Cgil e il suo segretario, Maurizio Landini, accusandolo di non aver fatto nulla contro la deindustrializzazione del settore metalmeccanico. Scarsa politicizzazione, dunque, di questa vertenza, proposta, in coerenza con la propria vocazione movimentista, solo dalla segretaria del Pd Elly Schlein – è da verificare con quanta efficacia – che è andata a testimoniare la solidarietà ai 290 operai in lotta contro la chiusura dello stabilimento.                                                                                                   

Un tempo gli autunni caldi erano caratterizzati dalle grandi vertenze per il lavoro e sviluppo che metteva di fronte operai e i datori del lavoro delle grandi aziende: oggi la stagione sociale “calda” delle vertenze potrebbe riguardare – con qualche sorpresa – i difficili, o inesistenti, rapporti tra le grandi confederazioni sindacali, Cgil e Cisl.

Il dilemma è tra sindacato-movimento o Associazione: la Cgil ha promosso per il prossimo 7 ottobre  un grande corteo a Roma, senza le altre sigle sindacali ma con circa 100 a associazioni grandi e piccole del terzo settore. È una classica manifestazione “movimentista” dentro la quale ci sono la difesa della Costituzione,  i temi della legge di bilancio, insomma, temi squisitamente politici del tutto coerenti e rivelatori dell’ orientamento di Landini e delle sue aspirazioni leaderistiche in un campo non più sindacale  ma squisitamente politico: contro il governo Meloni, certamente, ma anche fuori degli schieramenti partitici, anche quelli di sinistra, tutta la politica che Landini  ritiene delegittimata dall’astensionismo elettorale.                  

Il corteo di Roma è una prova delle possibilità di successo dello sciopero generale, previsto dalla Cgil, ma non ancora deciso. La Cisl ha già fatto sapere che non lo condivide e non aderirà. L’Uil, incerta, non ha ancora fatto conoscere le proprie valutazioni. La Cisl, restando nei binari squisitamente sindacali, rifiuta gli scioperi generali di protesta e, coerentemente con la mobilitazione dei mesi pre-estivi  vuole vedere le carte: se il governo conferma il taglio del cuneo fiscale e la detassazione delle tredicesime sarebbe difficile motivare uno sciopero di otto ore. Insomma l’idea di uno sciopero di otto che, costa 70 o 80 euro a ogni lavoratore, è prematura,  dura da sopportare e destinata a scarsa adesione. Si ripeterebbe quanto  è accaduto con lo sciopero, proclamato dalla Cgil, e fallito contro il governo Draghi: servirebbe solo a sventolare bandiere identitarie di una singola confederazione.   

A dividere le due grandi confederazioni sindacali c’è anche la diversità di posizione sul salario minimo. Il segretario della Cisl Sbarra ha sempre difeso la contrattazione collettiva  e considera un tradimento la scelta della Cgil di una legge destinata esclusivamente al lavoro povero. E ripropone il tema della partecipazione dei lavoratori alle decisioni di impresa e ai consigli di amministrazione, lanciando una proposta di legge d’ iniziativa popolare che porterà, con le necessarie 50mila firme, all’attenzione dei gruppi parlamentari. Sarà interessante verificare, dopo tanti elogi a mezzo stampa, quali partiti  saranno pronti a sostenere l’iter di approvazione di un provvedimento  legislativo che ricorda e ripeterebbe  la tradizione tedesca che prevede, in alcune grandi aziende, la cogestione con la partecipazione agli utili e al destino delle imprese.

Anche su questo grande tema c’è  grande divisione: La Cgil mugugna e non ha deciso alcunché. Insieme con l’Uil, ha preferito sorvolare come se la proposta di legge del Cisl non esistesse. Un’ennesima prova delle pesanti divisioni che si vivono nel mondo sindacale. Che resteranno tali se non si scioglie il dilemma tra  Sindacato-movimento con mire e destini puramente politici, rappresentato da Landini e Associazione, puramente sindacale, rappresentata da leader come Luigi Sbarra. È la chiave che apre e spiega i tanti perché della scarsa popolarità del Sindacato  italiano e di una buona parte dei suoi dirigenti. (rm)

L’OPINIONE / Maurizio De Luca: Salario minimo sia unico strumento per aumentare il reddito

di MAURIZIO DE LUCA – Il salario minimo può essere uno strumento, ma non l’unico, per aumentare il reddito dei lavoratori.

L’introduzione di una norma sul salario minimo può rappresentare una soluzione per le persone che lavorano al di fuori dei contratti collettivi nazionali (CCNL) o con CCNL non sottoscritti dai sindacati e dalle associazioni maggiormente rappresentative. Tuttavia, allo stesso tempo, la sua introduzione, se non accompagnata da altre norme, in primis la legge sulla rappresentanza, rischia di creare effetti negativi sul mercato del lavoro. Riteniamo che i livelli minimi salariali debbano essere definiti dalle Parti sociali maggiormente rappresentative attraverso i CCNL di settore, i quali dovrebbero essere considerati come vincolanti per tutti, obbligando gli altri CCNL all’adeguamento.

I redditi al di sotto della soglia di povertà, soprattutto nei settori degli appalti pubblici, possono essere incrementati mediante l’introduzione di un sistema certo di revisione dei prezzi da parte dei committenti, che tenga conto anche degli aumenti contrattuali, oltre alla possibilità di uscire definitivamente da gare al massimo ribasso. Una eventuale soglia stabilita per legge dovrebbe essere sottoposta a una verifica continua, che tenga in considerazione l’andamento generale dell’economia. Il salario orario da confrontare con la soglia stabilita deve tenere conto di tutti gli elementi che lo compongono, quello che per consuetudine viene chiamato TEC – Trattamento Economico Complessivo. E soprattutto è necessaria una nuova politica attiva del lavoro, che si imperni su un nuovo rapporto tra le imprese e i Centri per l’Impiego (CPI).

Le politiche attive del lavoro possono essere supportate solo da un cospicuo investimento pubblico; il programma Gol, il Fondo Nuove Competenze, Garanzia Giovani e più in generale il sistema delle Did (dichiarazioni di disponibilità individuali) seppur utili, non sono sufficienti. È necessario che la spinta alla ricollocazione dei singoli potenziali lavoratori sia più forte da parte di Anpal e di tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nelle politiche attive, ma soprattutto che le imprese siano portate a privilegiare i canali di reperimento del personale a carattere formale. È il momento del confronto e dell’azione comune nell’interesse prioritario dei lavoratori e delle lavoratrici, senza distinzioni.

[Maurizio De Luca è vice presidente regionale di Legacoop Calabria e responsabile regionale di Legacoop Produzione e Servizi]

L’OPINIONE / Elisabetta Barbuto: Il dimensionamento scolastico un attacco alle istituzioni scolastiche

di ELISABETTA BARBUTOQuando tanti anni fa iniziai il mio percorso di docente, la prima supplenza mi venne conferita all’Istituto Pertini di Crotone. Fu una esperienza entusiasmante. Ricordo ancora il mio timore nell’entrare in classe e confrontarmi con gli studenti ma fu proprio lì, grazie a loro e grazie a tutti i miei colleghi dell’epoca, che mi resi conto di quanto ero veramente felice nello stare con i ragazzi. Loro crescevano, ma crescevo anche io e quell’entusiasmo iniziale non è mai passato nonostante le tante vicissitudini che la vita non risparmia a nessuno.

Ed è sempre al Pertini, nel frattempo divenuto l’IIS Pertini Santoni, che dopo tanti anni di gavetta, sono entrata in ruolo e ho svolto il mio anno di prova…mi viene da sorridere a pensarci. Ed ora che di anni ne sono passati davvero tanti da quel primo giorno e vedo profilarsi all’orizzonte il mio collocamento a riposo penso che è sempre qui che concluderò la mia missione di insegnante.

Cosa è stata ed è per me questa scuola ? Una scuola che nel tempo ho visto crescere sempre con una attenzione particolare per gli studenti. Per tutti gli studenti. I Care, c’è scritto sull’ingresso della nostra scuola. Ed è quello che abbiamo fatto in tutti questi anni. E’ la sintesi del nostro lavoro. Ci siamo presi cura degli studenti non lasciando indietro nessuno.

È la sintesi del lavoro di una famiglia. Una famiglia che ha raggiunto costantemente nuovi traguardi riuscendo a captare le aspirazioni dei ragazzi, le loro inclinazioni ed i loro progetti, attivando una pluralità di corsi in cui al meglio ognuno ha potuto esprimere le sue potenzialità; una famiglia che li ha visti crescere fino al diploma e che li ha visti andare via verso la vita con tanta nostalgia per ognuno di loro,  ma anche con l’orgoglio di chi li ha accolti  bambini delle prime classi e,  giorno per giorno, li ha accompagnati  nella loro formazione e li ha visti  diventare giovani uomini e giovani donne pronti al futuro..

L’importante offerta formativa dell’Istituto, le tante esperienze progettuali di successo, il lavoro di un corpo docente d’eccellenza e di dirigenze illuminate, la presenza di un polo provinciale per l’inclusione quale il Cts, fiore all’occhiello della scuola e della provincia, ci hanno portato sempre ad essere fra le prime istituzioni scolastiche della provincia crotonese. 

Ed ora pensare che una esperienza così importante si debba concludere esclusivamente per mere convenienze politiche fa veramente molto male. Un dimensionamento scolastico che per l’I.I.S. Pertini Santoni si traduce in un autentico smembramento messo in atto da chi della scuola, con tutta evidenza, non capisce molto, anzi proprio niente. 

Ma, sempre con tutta evidenza, ha una grande esperienza di un certo tipo di marketing elettorale sui territori. Ed il bello è che vorrebbero convincere la popolazione crotonese della razionalità della proposta negando l’evidenza anche con il sostegno di alcuni galoppini professionisti la cui superficialità nel parlare della scuola è pari solo alla loro arroganza. Oltre al danno anche la beffa.

E d’altronde, è grazie a questo tipo di politica, attenta più agli interessi delle proprie botteghe e dei vari comitati elettorali che a quelli dei cittadini, che anche per quest’anno la provincia di Crotone si conferma , purtroppo ancora una volta,  in fondo alla classifica resa nota ieri a Firenze nella quinta edizione del Rapporto sul BenVivere delle Province italiane 2023. 

Ora con l’attacco alle istituzioni scolastiche, travestito da dimensionamento, ci si sta attrezzando per il colpo di grazia finale a chi è già moribondo. 

Ignoro se il ministro dell’Istruzione cui il nostro Istituto si è rivolto  riuscirà ad evitare questo scempio e mi auguro sempre che, alla fine, prevalga il buon senso e si cambi rotta altrimenti davvero si potrà dire che, al confronto, Attila era un dilettante allo sbaraglio. E non credo sia un buon viatico per il futuro. (eb)

[Elisabetta Barbuto è docente]

 

L’OPINIONE / Giuseppe Nucera: Il 50esimo dei Bronzi occasione sprecata

di GIUSEPPE NUCERAReputo fuori luogo e senza senso organizzare un concerto per rappresentare l’ideale chiusura delle celebrazioni relative ai 50 anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace. Non si capisce quale sia il nesso tra le due cose, si intuisce invece l’improvvisazione degli amministratori che hanno optato per questo tipo di soluzione.

Questa importante ricorrenza andava promossa e veicolata a livello nazionale e internazionale, l’immagine dei Bronzi di Riace avrebbe dovuto fare il giro del mondo. L’obiettivo principale sarebbe dovuto essere favorire l’approdo di turisti a Reggio Calabria così da poter visitare il Museo Archeologico e al contempo la città, con un’operazione di marketing globale capace di rilanciare l’immagine del nostro territorio.

Non mi sembra che tutto questo si sia verificato, ed è rimasta soltanto una gigantesca occasione sprecata, al pari delle somme scialacquate per eventi che di sicuro non hanno promosso o veicolato i Bronzi di Riace al di fuori dei confini regionali.

Agli amministratori che hanno pensato di organizzare questi eventi per esaltare l’immagine dei due guerrieri, vorrei evidenziare che si è palesata soltanto la pochezza di idee a un’assoluta mancanza di visione progettuale. Le immense potenzialità di sviluppo e promozione del nostro territorio, non possono essere ridotte a poco più di una sagra di paese, rispetto la quale sono mancati soltanto i fuochi pirotecnici per essere davvero tale. (gn)

[Giuseppe Nucera è leader del movimento La Calabria che vogliamo]

L’OPINIONE / Filippo Mancuso: Alla Dulbecco nessuno deluda le attese dei calabresi

di FILIPPO MANCUSO – L’inaugurazione della nuova risonanza magnetica, in dotazione al reparto di Radiologia del Policlinico di Catanzaro, rappresenta un primo significativo segnale del rinnovamento tecnologico dell’azienda ospedaliero universitaria ‘Renato Dulbecco’. Un’apparecchiatura che andrà a sostituire quella precedente che aveva accumulato 18 anni. È, peraltro, soltanto il primo passo di un corposo programma di rinnovamento tecnologico delle strumentazioni che potranno essere presto messe a disposizione dei pazienti calabresi.

Nei prossimi giorni, il management della ‘Dulbecco’ presenterà la proposta progettuale per l’attivazione del secondo pronto soccorso a Catanzaro, come prescritto dal protocollo d’intesa firmato fra Regione e Umg. Prosegue, dunque, il lavoro per rendere effettiva l’integrazione fra la realtà ospedaliera e quella universitaria da cui sorgerà uno dei poli sanitari più ragguardevoli del Mezzogiorno”.

Ho avuto modo di constatare che la grande maggioranza degli operatori della ‘Dulbecco’, sanitari e  amministrativi, sta lavorando alacremente per il conseguimento di questo epocale traguardo. La Regione, sia la Giunta che il Consiglio e l’on. Occhiuto anche nella qualità di  commissario della sanità, seguono da vicino e con grande attenzione questa fase di ‘startup’ della ‘ procedura di integrazione dei due ospedali catanzaresi.

Mi auguro che l’obiettivo comune sia quello di plasmare, con la ‘Dulbecco’ a pieno regime, la punta di diamante del Servizio sanitario calabrese, affinché sia in grado di erogare efficienti servizi assistenza ai pazienti, garantendo il diritto alla salute e, al contempo, limitando i viaggi della speranza verso altre regioni che implicano pesanti sacrifici per troppe famiglie calabresi.

Un risultato che potrà realizzarsi soltanto se tutti i protagonisti dell’Azienda ospedaliero universitaria remeranno nella stessa direzione, accantonando logiche di parte o autoreferenziali e rendite di posizione. Al primo posto c’è il diritto alle cure dei cittadini.

Nella legge regionale, da me proposta e approvata dall’Assemblea nel 2021, ho inteso, non a caso, porre sullo stesso piano le diverse vocazioni professionali: da un lato quella votata alla didattica e alla ricerca, propria della componente accademica e, dall’altro, quella proiettata all’assistenza della componente ospedaliera.

Serve uno sforzo per migliorarle e valorizzarle tutte, senza prevaricazioni o sbilanciamenti, per arrivare a un’armoniosa integrazione delle attività. Solo facendo emergere il merito, le capacità e le competenze potremo raggiungere, tutti assieme, il sogno di fare di Catanzaro la città della Buona Salute e della Ricerca scientifica. (fm)

L’OPINIONE / Eduardo Lamberti Castronuovo: Cominciamo da Gambarie

di EDUARDO LAMBERTI CASTRONUOVO – Se c’è un luogo da amare per la sua bellezza naturale, per la sua vicinanza alle città della metropoli, per lo star bene, questo si chiama Gambarie d’Aspromonte.

Eppure a ben valutare l’afflusso sembrerebbe questa una affermazione non vera. La ridente località, nostra risorsa, pullula di turisti, più locali che provenienti da fuori regione, a dicembre ed in estate. Si scia bene, soprattutto grazie alle nuove piste, e si fanno escursioni estive, da far invidia alla più titolate Dolomiti.

Al di fuori di questi due periodi brevi, Gambarie appare desolata e desolante. Eppure, ad onor del vero, l’amministrazione comunale ha fatto di tutto per creare attrattive che sono la gioia di grandi e piccini. Come in ogni cosa della vita è questione di fortuna, anche per il successo delle località. Sento da sempre che manca la strada, che mancano le motivazioni per “salire” che «non c’è niente da fare».

Tutte baggianate che non trovano riscontro nella realtà. La strada. Per raggiungere Cortina, che fa chic, si deve percorrere altro che una ventina di Km per giungere poi, certamente in un bel luogo ma, sinceramente, il nostro Aspromonte non è da meno, se non fosse per una mentalità da rivedere.

Gambarie è raggiungibile da Terreti, da Campo Calabro, da Scilla, e da Gallico. A breve, anche velocemente.

Le attrazioni sono tante, dalla buona cucina, alle escursioni, dalle sale convegni ai buoni alberghi così come alla possibilità di incontrarsi. Proprio per questo motivo ci siamo messi, come Fondazione,  ad aiutare il sindaco nella sua opera di miglioramento. Abbiamo voluto creare un momento, che non sarà il primo, di elevato spessore culturale, chiamando a raccolta personaggi che hanno a cuore le sorti del luogo. Hanno risposto in molti. Primo fra tutti il Maestro orafo calabrese Gerardo Sacco che ha coniato un distintivo. Nasce da qui una associazione “Amici di Gambarie”. Il distintivo oltre a farsi riconoscere, produrrà agevolazioni di ogni tipo e farà in modo da costituire una task force per ripopolare, almeno nei fine settimana di tutto l’anno, la località con l’organizzazione di congressi, incentivando i giovani a trascorrere belle giornate tra le meraviglie della natura. Convegni medici, dei club service.

Anche i giovani della scuola allievi Carabinieri potranno condurre le loro famiglie a godere di posti difficilmente rinvenibili altrove.

Altra risposta l’abbiamo avuta da un grande pianista, professore di matematica addirittura in America, la cui bravura la potremo ascoltare sabato 30 settembre alle 17,30 nei saloni dell’hotel centrale. Il maestro David Carfì ha addirittura composto un brano intitolandolo Fantasia per Gambarie, in prima esecuzione assoluta la sera del concerto.

La politica non sappiamo quanto risponderà all’appello. Ha assicurato la presenza la vice presidente della Giunta ed il presidente per suo tramite.

Dopo i tristi episodi intimidatori sarebbe bello che Occhiuto venisse sulla  Montagna Reggina a cogliere la solidarietà di tutti. Non sono stati emanati inviti personali perché il vero rappresentante del popolo, deve sentire il bisogno di presenziare, senza essere “pregato”. Quale che sia il suo credo, la sua appartenenza. Staremo a vedere chi ci sarà.

Alla manifestazione è abbinata una grande e lodevole iniziativa: sabato verrà presentato il distintivo d’oro di Gerardo Sacco, riconoscimento dell’ Amico di Gambarie dell’anno” assegnato dalla Giunta Comunale che valuterà le proposte che anche il singolo cittadino potrà avanzare. Il prestigioso distintivo sarà assegnato a chi, persona fisica o giuridica, avrà dimostrato particolare attaccamento all’ intero hinterland aspromontano.

In estrema sintesi, Gambarie è un nostro gioiello, siamo tutti chiamati a proteggerlo e a vivificare i luoghi con la nostra presenza costante. (elc)

L’OPINIONE / Maria Elena Senese: La Calabria ha bisogno di un nuovo piano infrastrutturale scolastico

di MARIA ELENA SENESE – In Calabria si contano sulle dita di una mano le scuole che sono, totalmente, in regola con le previsioni relative alla sicurezza.

Certificati di agibilità inesistenti, piani della prevenzione incendi non attuati sembrano essere la regola in un panorama infrastrutturale che, per una percentuale molto alta, vede le scuole calabresi costruite prima degli anni settanta.

È questa una situazione inaccettabile, che segnaliamo da tempo, che non vedrà mutamenti concreti in tempi brevi anche alla luce del rischio di non edere finalizzati i fondi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Con questi finanziamenti, infatti, sono solo 16 i progetti di nuove scuole finanziati in Calabria, con il record negativo della provincia di Reggio Calabria che si è vista finanziare un solo progetto.

La Calabria ha bisogno di un nuovo piano infrastrutturale scolastico che, segua le indicazioni dell’Unione europea, sia finalizzato alla costruzione di nuovi edifici scolastici e faccia, concretamente, delle scuole luoghi di inclusione e apprendimento moderni ed efficienti.

Ma analizziamo qualche numero, in ciò aiutandoci con i dati pubblicati da cittadinanzattiva e raccolti dal portale Open data sulle scuole.

Intanto, dobbiamo dire che in Calabria ci sono oltre 2000 scuole presenti sul territorio e di queste 1286 sono costruite in zona 1 per quanto riguarda il rischio terremoti, mentre 864 sono quelle realizzate in zona 2.

In Calabria si attesta al 18,75% la percentuale delle scuole che hanno un certificato anti incendio.

Nella nostra regione, ancora, sono solo 461 gli edifici scolastici che hanno una mensa e, allo stato attuale, ammontano a 80 gli interventi approvati, per un montante di quasi 30 milioni di euro, che dovrebbero portare alla costruzione di 46 nuove mense, alla demolizione, ricostruzione e ampliamento di 11 strutture di refettorio e alla riqualificazione e riconversione di altre 23.

Per la messa in sicurezza e riqualificazione delle scuole, invece, la Calabria avrà una dote di 34 milioni di euro su un plafond di risorse che ammonta a quasi 4 miliardi di euro.

Ad oggi, infatti, in Calabria solo 175 scuole (l’8,2% del totale) ha avuto interventi di adeguamento sismico; 28 scuole (solo l’1,3%) hanno ricevuto interventi di miglioramento sismico e 259 edifici scolastici (pari al 12,2% del totale) hanno registrato una progettazione antisismica.

Questi fondi serviranno a finanziare l’adeguamento e il miglioramento sismico di 10 scuole in tutta la regione; l’efficientamento di 3 istituti scolastici e la demolizione e ricostruzione di 5 strutture.

In questo quadro, poi, riprendiamo la segnalazione fatta dal mondo associazionistico e chi chiediamo che fine abbia fatto la mappatura satellitare delle scuole volute dal ministro Bussetti. Ma non solo, ciò che ci preoccupa è anche che l’osservatorio nazionale sull’edilizia scolastica si sia riunito una volta sola e lo abbia fatto nel lontano 2021.

Siamo convinti, infine, che sia determinante pensare anche al futuro delle nostre scuole, oltre il Piano nazionale di ripresa e resilienza, e pensare di dare continuità ai fondi per l’edilizia scolastica andando ad intercettare altri canali di finanziamento. (ms)

[Maria Elena Senese è segretario generale di Fenealuil Calabria]