L’OPINIONE / Rubens Curia: Osservatorio Salute mentale, Asp assumano professionisti del settore

di RUBENS CURIA – Il 20 giugno presso la Cittadella si è insediato il “Coordinamento Regionale per la salute mentale in età evolutiva e adulta” previsto dal Dca 91 del 22 marzo 2023.

Esprimo, a nome di Comunità Competente, la piena soddisfazione per l’attivazione da parte del Commissario Occhiuto di questa importante agorà che riteniamo fondamentale per avviare una profonda riforma della salute mentale in Calabria.

Il Coordinamento è un primo passo indispensabile dove i molti saperi ( Università/ Società Scientifiche/Operatori sanitari del Settore/ Terzo Settore ed Associazioni dei pazienti e dei familiari) dovranno contaminarsi positivamente abbattendo muri di incomprensione ed incomunicabilità che spesso abbiamo riscontrato.

Avevamo chiesto, come delegazione di Comunità Competente, al Commissario Occhiuto, al subcommissario Esposito e alla direttrice Generale Fantozzi, in un incontro svoltosi presso la Città del febbraio 2022 l’istituzione di questo Coordinamento per contrastare la deriva negativa della salute mentale per la forte carenza di personale dei Dipartimenti di salute mentale che ha impedito l’implementazione di un “Piano d’azione regionale” che prevedesse la definizione di una rete socioassistenziale a sostegno di questi pazienti e delle loro famiglie.

Il Coordinamento Regionale ha un impegnativo lavoro, come previsto nel Dca, che, tra l’altro, dovrà progettare percorsi atti a garantire l’inclusione sociale/scolastica/lavorativa dei soggetti con patologie mentali e redigere Report annuali in merito alle attività svolte.
A tal proposito chiediamo alle Aziende Sanitarie di assumere da subito le figure professionali disponibili nella nostra Regione: psicologi, assistenti sociali di cui vi è disponibilità.

Inoltre ci permettiamo di ricordare al Commissario di attivare la Rete Ospedaliera della neuropsichiatria Infantile( Aziende Ospedaliere Dulbecco/ Annunziata e Gom) prevista nel Programma Operativo approvato dai Ministeri affiancanti.
Buon lavoro al Coordinamento perché faccia presto, già molti anni si sono perduti. (rc)

[Rubens Curia è portavoce di Comunità Competente]

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Per presidenza Anci il nodo non è elettorale ma politico

di NICOLA FIORITA – La richiesta di una presidenza unitaria e istituzionale per Anci Calabria è venuta dai sindaci delle più importanti città calabresi, quattro capoluoghi di provincia su cinque, tra cui il capoluogo di regione, ma soprattutto dai più popolosi centri.

Tutti assieme rappresentano mezzo milione di abitanti, ma – quel che più conta – il 90% delle funzioni politiche, amministrative, economiche, sociali e culturali della Calabria. È  stata un richiesta bipartisan, se è vero che tra i firmatari, in prevalenza di centrosinistra, figurano anche i primi cittadini di amministrazioni di centrodestra e civiche.

Viene difficile immaginare l’elezione di un presidente dell’Anci al di fuori del consenso delle più importanti realtà comunali della regione, senza per questo nulla togliere all’importanza dei Comuni di media e piccola dimensione. Una forzatura che non tenesse conto di questa richiesta unitaria indebolirebbe la futura azione dell’Anci che ha invece bisogno di unità e soprattutto autonomia dagli altri livelli di governo, a cominciare dalla Regione.

Il nodo, dunque, non è elettorale, ma politico. Crediamo che a nessuno convenga perseguire una presidenza non condivisa dalla quasi totalità delle grandi città calabresi e che quindi nascerebbe più che azzoppata. Sono certo che nessuno si assumerà la responsabilità di spezzare sul nascere la possibilità di dare all’Associazione una guida unitaria, condivisa e in grado di rappresentare l’intero sistema dei Comuni davanti a sfide molto ardue, a cominciare dal Pnrr e dall’autonomia differenziata. (nf)

[Nicola Fiorita è sindaco di Catanzaro]

L’OPINIONE / Giovanni Papasso: No comment alle aggressioni ingiuste e inspiegabili

di GIOVANNI PAPASSO – Da qualche mese sono oggetto di gravissime aggressioni verbali e di altrettante gravissime insinuazioni da parte di una consigliera comunale che, eletta nelle fila della maggioranza, tradendo il voto popolare, è traghettata nella minoranza. Ritengo tali aggressioni ingiuste, ingiustificabili e inspiegabili.

Avverto che nella consigliera si annida la voglia e la volontà di scontri volgari e personali che, per il ruolo che svolgo, non mi possono coinvolgere ed appartenere.

Addirittura, sono stato apostrofato con il gravissimo aggettivo di “misogino”.

Una ingiuria a cui, seppur gravissima, per il rispetto che porto e nutro verso il popolo femminile, non intendo assolutamente replicare.

La situazione che vive il territorio comunale è complessa, complicata, emergenziale.

Pertanto, non ci può essere spazio per pettegolezzi, per azioni infantili e personalismi.

Al contrario c’è bisogno della massima unità possibile per garantire insieme serenità e tranquillità alle nostre popolazioni. La stessa unità è anche necessaria per la straordinarietà dei gravi problemi del territorio.

Sono stato liberamente e con grandi consensi eletto ed ho il diritto di compiere, senza condizionamenti, il mio dovere verso il territorio ed i cittadini. Taluni, farebbero bene a sotterrare l’ascia di guerra e lasciarmi in pace a svolgere la mia attività di sindaco per e con i cittadini.

Da questo momento, non replicherò mai più alle tristi e offensive dichiarazioni ed alle malefiche insinuazioni della consigliera in questione.

Fino a qualche mese fa per la consigliera ero il migliore ora, addirittura, un “mostro misogino”.

Le cittadine ed i cittadini tutti conoscono uomini e cose, coerenze ed incoerenze, sapranno dell’alto della loro intelligenza esprimere giudizi sereni ed obiettivi.

Ritorno a lavorare sui problemi, alle offese ed alle infamie della consigliera ho dedicato già troppo tempo e non posso distrarmi più di tanto. (gp)

[Giovanni Papasso è sindaco di Cassano allo Ionio]

L’OPINIONE / Claudio Aloisio: Comune di RC abbassi i tributi

di CLAUDIO ALOISIOReggio Calabria non è più un Ente strutturalmente deficitario. Era stato annunciato le scorse settimane e, a fronte dei dubbi avanzati da rappresentanti della minoranza in Consiglio su alcune incongruenze documentali, è stato nuovamente confermato a chiare lettere e senza possibilità di altra interpretazione dall’assessore alle Finanze Irene Calabrò.

Stante così le cose, e non abbiamo motivo di credere il contrario, il Comune non deve più sottostare ai vincoli che ad oggi ne hanno ingessato l’azione amministrativa potendo, quindi, attuare una serie di azioni fino ad oggi precluse.

Tra i vari impedimenti che vengono a cadere anche quello riguardante l’obbligo di mantenere i tributi locali al massimo delle tariffe. Una condizione che ben conoscono imprese e famiglie costrette a pagare cifre spropositate per servizi sicuramente non all’altezza, giusto per usare un eufemismo.

Per tali motivi, ci aspettiamo che l’Amministrazione, dopo l’annuncio del superamento un traguardo così importante, sia consequenziale e provveda nell’immediato ad abbassare i tributi comunali: Tari, Imu, canone idrico, occupazione suolo pubblico e quant’altro, portandoli a livelli accettabili che tengano conto della “qualità dei servizi non certo eccelsa” e della drammatica situazione economica della città.

Proprio perché sui bilanci ciò che contano sono i numeri e non le interpretazioni, non si può non tenere in considerazione l’enorme mole di “crediti difficilmente esigibili” presenti nel rendiconto, equivalenti a oltre mezzo miliardo di euro che sono, al netto di coloro che non pagano pur potendolo fare e che devono essere perseguiti con efficacia e celerità, la rappresentazione plastica della difficoltà di imprese e famiglie nel sostenere una pressione fiscale intollerabile che frena economia e crescita.

Come Confesercenti Reggio Calabria chiediamo quindi che l’Esecutivo invii un segnale forte alla città per far si che agli annunci seguano fatti concreti: si abbassino i tributi, si supporti tangibilmente un tessuto imprenditoriale in enorme difficoltà, si dia una boccata di ossigeno alle famiglie già gravate dalla povertà endemica e dagli aumenti dovuti all’instabilità energetica e geopolitica. Si agisca ora che le norme lo consentono e lo si faccia in fretta. La nostra comunità non può più aspettare. (ca)

[Claudio Aloisio è presidente di Confesercenti Reggio Calabria]

L’OPINIONE / Massimo Mastruzzo: È bene ricordare che all’Italia è stato assegnato il 30% del Pnrr

di MASSIMO MASTRUZZOSarebbero, ma si potrebbe tranquillamente dire sono, 145 i miliardi di euro che, a seguito dall’applicazione degli stessi criteri che la Commissione Europea ha adottato nella ripartizione tra gli Stati membri delle risorse del Recovery Fund :

  • popolazione;
  • inverso del Pil pro-capite;
  • tasso medio di disoccupazione negli ultimi 5 anni;

toccherebbero al Mezzogiorno, ovvero il 70% delle risorse complessive assegnate all’Italia. 

E non si tratterebbe certo di un regalo o di chissà quale illuminata scelta di politica economica nazionale, tutt’altro. 

Purtroppo è soltanto in virtù delle pessime condizioni economico-sociali del Mezzogiorno che l’Italia ha ricevuto quasi il 30% delle risorse complessive del Next Generation Eu,  quindi appare logico, oltre che giusto ed equo, che la maggior parte delle risorse destinate all’Italia vengano destinate a progetti di investimento reali nel Mezzogiorno, al fine di promuovere quella fase di sviluppo che possa portare nel medio termine a colmare quel gap infrastrutturale col resto del Paese che ha portato la disomogeneità territoriale tra il nord e il sud del territorio italiano ai primi posti nella Ue. 

Basti pensare alla diversa distribuzione dell’alta velocità sul territorio nazionale, o al mancato potenziamento del sistema portuale calabrese, vedi il potenziale inespresso del porto di Gioia Tauro, per comprendere come le risorse si potrebbero tranquillamente impiegare dove ve n’è più logico bisogno. 

Per questo è utile ribadire che è il Mezzogiorno in termini di disoccupazione e di reddito pro-capite (i criteri adottati dalla Commissione Europea per la ripartizione delle risorse) il territorio che tra gli Stati membri è messo peggio su questi indicatori. Non sfruttare questa occasione significa chiaramente il voler mantenere uno status quo che, alla faccia della coesione sociale, prevede di mantenere un Paese duale con una chiara e anticostituzionale suddivisione in un’area, il Nord,  economicamente più ricca ed un’altra, il Sud, condannata all’emigrazione. (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale del Movimento Equità Territoriale]

L’OPINIONE / Mario Cardia: Il Comune di Reggio è di nuovo strutturalmente deficitario

di MARIO CARDIA – Il Comune di Reggio Calabria è di nuovo strutturalmente deficitario. Lo dice il Bilancio appena approvato dalla Giunta Comunale.

Non volevamo credere ai nostri occhi, ma è così. Il Comune di Reggio Calabria è di nuovo ente strutturalmente deficitario e questo dato è tratto proprio dallo schema di Bilancio di previsione, approvato di recente da questa Giunta Comunale con Delibera n. 137/2023.
Sembra uno scherzo, ma purtroppo non è così e spiego perché.
Due sono i documenti contabili fondamentali per il Comune: il Rendiconto di Gestione e il Bilancio. Con delibera di Consiglio Comunale n. 27 dello scorso 6 giugno, quindi circa 15 giorni fa, questa maggioranza ha approvato il Rendiconto di Gestione per l’anno 2022. La legge (art. 242 del Tuel) prevede che al Rendiconto vada allegata una Tabella, che è la tabella dei parametri di strutturale deficitarietà, dalla quale i cittadini possono verificare lo stato di salute finanziaria del Comune.
Ricorderete che qualche giorno fa si è dibattuto molto su questo tema e che l’assessore Irene Calabrò e il Sindaco f.f. Paolo Brunetti avevano dato ampie rassicurazioni, tant’è che la Tabella allegata al Rendiconto di Gestione del 2022 certificava pochi giorni fa che il Comune non fosse strutturalmente deficitario. Ma veniamo ad oggi.
Questa Giunta Comunale ha approvato lo schema di Bilancio di previsione con Delibera di Giunta n. 137 del 15/06/2023. Anche in tal caso, la legge (art. 172 del Tuel) prevede che al bilancio di previsione debba essere allegata la tabella relativa ai parametri di riscontro della situazione di deficitarietà strutturale. Come Consigliere di opposizione, non avendo ancora ricevuto i documenti e gli allegati del Bilancio di previsione, sono andato a cercarli sull’Albo Pretorio del Comune, per visionarli e studiarli.
Tra gli allegati al Bilancio di previsione, come previsto dalla legge, c’è la Tabella dei parametri di strutturale deficitarietà (Parametri_2022). Appena ho consultato questa tabella, è balzato subito agli occhi un dato incredibile: questa Tabella dei parametri 2022 di strutturale deficitarietà allegata al bilancio di previsione, riporta dati diversi da quella allegata al Rendiconto di Gestione 2022, approvato dalla maggioranza appena 15 giorni fa, lo scorso 6 giugno.
Infatti, da questa Tabella allegata al bilancio si evince che il Comune di Reggio Calabria è  di nuovo strutturalmente deficitario. La medesima Tabella, allegata invece al Rendiconto 2022 certificava pochi giorni fa che il Comune non fosse più strutturalmente deficitario. Come è possibile che il Rendiconto di Gestione e il Bilancio riportino due dati opposti in riferimento alle condizioni di strutturale deficitarietà dell’Ente, rispetto ai parametri 2022?
La prassi amministrativa ci insegna che queste tabelle (una allegata al rendiconto, l’altra al bilancio) solitamente coincidono e riportano le stesse conclusioni, salvo che non ci siano variazioni significative nei parametri stabiliti dal Ministero, che in tal caso invece sono rimasti gli stessi. Il dato politico è che questa Giunta, il Sindaco f.f. Brunetti e l’assessore al Bilancio Calabrò, dopo aver reso pubblicamente entusiastiche dichiarazioni solo qualche giorno fa in merito all’uscita dallo stato di strutturale deficitarietà ed all’uscita dal piano di riequilibrio, adesso invece approvano uno schema di Bilancio a cui è allegata una tabella che attesta lo stato di strutturale deficitarietà dell’Ente, con tutte le pessime conseguenze che ne derivano per l’amministrazione e per i servizi ai cittadini. Come mai la Giunta non ha detto ai cittadini che il Comune è tornato, dopo 10 giorni dall’approvazione del Rendinconto 2022, nuovamente in condizioni di deficitarietà?
Il Bilancio è il principale atto di programmazione della Città! Cosa stanno programmando i nostri amministratori? Dal nuovo bilancio ci saremmo aspettati maggiori servizi, un abbassamento delle tasse almeno per le fasce più deboli, maggiore attenzione al Welfare, sostegno alle imprese in difficoltà e invece siamo costretti ad assistere al Comune che torna strutturalmente deficitario!
Da Consigliere di opposizione continuerò a vigilare nell’interesse della Città, mi chiedo se gli stessi Consiglieri di maggioranza che hanno votato 15 giorni fa un Rendiconto in cui si certificava che l’ente fosse finanziariamente sano, adesso approveranno un bilancio che al contrario ne certifica nuovamente la strutturale deficitarietà, assecondando le giravolte di una Giunta che naviga sempre più a vista, disinteressandosi delle sorti della Città e dei cittadini. (mc)
[Mario Cardia è consigliere comunale di Reggio Calabria]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: La giustizia ha necessità di maggiore equilibrio

di GIACOMO SACCOMANNO – Tante polemiche, attacchi e tentativi di portare al “proprio mulino” dei risultati che, invece, dovrebbero essere al di sopra delle parti e nell’esclusivo interesse dei cittadini e della funzionalità del sistema. Non può essere messo in dubbio che, negli ultimi decenni, l’Italia ha fatto tanti passi indietro nel settore della giustizia, tanto da essere più volte richiamata e bacchettata dalla stessa Europa. Tante storture che hanno portato, spesso, all’instaurazione di procedimenti incomprensibili e poi sfumati nel nulla, essendoci migliaia di sentenze che evidenziano la insussistenza dei fatti posti a base dell’accusa. Il reato di abuso d’ufficio, poi, è un emblema!

Pochissime condanne rispetto a migliaia di iniziative giudiziarie. Sono oltre 40 anni che svolgo l’attività di avvocato, ad un certo livello, e posso testimoniare che, pur avendo difeso molti amministratori per la mia esperienza in diritto amministrativo, non vi è stata mai nessuna condanna! Ma, questo non vuol dire che un cittadino possa rimanere “imbrigliato” tantissimi anni per vedere certificata la sua innocenza. Danni pesanti sia sotto l’aspetto morale che in riferimento alla crescita economica, imprenditoriale o di carriera. Un procedimento penale rallenta e, spesso, blocca avanzamenti o attività.

E nessuno paga errori, persecuzioni o altro! Sono impegnato da oltre 6 anni in un procedimento in cui, per pura persecuzione, è stato contestato ad un dirigente scolastico un presunto abuso d’ufficio per non essersi astenuto in una votazione del Consiglio d’Istituto, nella quale ha solo illustrato un progetto e non vi è stata nessuna votazione! Sei anni che hanno distrutto la persona e la sua carriera scolastica. Inutili sono stati tutti i tentativi, tanti, di dimostrare l’insussistenza dell’accusa e l’evidente persecuzione. I magistrati tutti si sono chiusi a riccio ed hanno difeso la “casta”, commettendo tutti un’evidente abuso e tante omissioni. Fra poco verrà definito il procedimento senza un nulla di fatto. Chi pagherà le sofferenze, il dolore, il mancato avanzamento di carriera, la perdita economica ed i pregiudizi alla reputazione al povero dirigente? Nessuno. Ed allora è concepibile che la giustizia possa essere questa? Assolutamente no.

Vengano avanti riforme coerenti che tendano ad equilibrare i poteri ed a responsabilizzare le parti del processo e, in particolare, i Pm ed i giudici della fase preliminare: questi non possono essere supini al volere dei vari inquisitori. Maggiore autorevolezza e maggiore libertà nelle decisioni. Questo è quello che manca.

Non un attacco all’autonomia del giudice, ma il coraggio di questo di saper fare il magistrato al di sopra delle parti. E nelle aule di giustizia spesso vengono prevaricati i diritti dei cittadini verso logiche di appiattimento, del “vogliamosi” bene, del voler vivere senza contrasti con altri colleghi, c’è sempre l’appello. Ed allora che i magistrati facciano il loro dovere con autonomia, libertà, preparazione, buon senso e corretta applicazione della legge. Cose che, però, ultimamente, sono mancate, anche se, naturalmente, bisogna fare i dovuti distinguo. Che il Parlamento faccia la sua parte in difesa della Costituzione e, principalmente, delle persone che sono state pesantemente vessate ingiustamente. E gli esempi sono tanti, anzi tantissimi. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Lo stato di abbandono dell’Arenella e del Consorzio del Bergamotto

di EMILIO ERRIGO – A due chilometri di distanza in linea d’aria dall’esistente Aeroporto ex militare di Reggio Calabria, intitolato alla Medaglia d’Oro al Valor Militare Tito Minniti, ora denominato, Aeroporto dello Stretto, esistono precisamente a San Gregorio di Reggio Calabria, delle realtà industriali morenti e cadenti, per lo stato di vistoso abbandono, indifferenza e incuria.

Si tratta dei due Stabilimenti Industriali, già sede storica operativa, del Consorzio Nazionale del Bergamotto di Reggio Calabria, con annessa ex rinomata Industria di trasformazione e valorizzazione dei derivati del prezioso e molto richiesto agrume di Reggio Calabria. Avverto il dovere di attirare l’attenzione di quanti uomini e donne di buona volontà e sensibilità, vorranno rendersi conto visivamente, non solo dello stato di pessima conservazione e scarsa manutenzione nel quale versano le due grandi infrastrutture industriali, apparentemente e vistosamente abbandonate al loro triste destino, ma del rilevante potenziale economico, occupazionale, creativo e rigenerativo delle due vaste aree di territorio da riqualificare a totale beneficio dei giovani diplomati e laureati, residenti nei 97 Comuni della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

La nota ex zona industriale doganale di San Gregorio di Reggio Calabria, realizzata dopo i noti e mortificanti moti di Reggio capoluogo della Regione Calabria, dove senza alcuna fatica è possibile ammirare in brutta mostra, quelle che furono le fabbriche, Temesa, Dana Confezioni, Andreani, Opera Sila, Alival e tante altre vicine ora quasi tutte inutilizzate, infrastrutture industriali, meriterebbe una totale rigenerazione urbana, territoriale, riqualificazione e riuso urbanistico.

Visitando quei luoghi ex produttivi di beni e fornitori di servizi, sarà possibile voltare lo sguardo verso l’incompleto e non ancora tutto realizzato, sotto passo che avrebbe dovuto consentire l’accesso e il transito in sicurezza, dei mezzi pesanti, verso la Zona Industriale Doganale di San Gregorio, via Mortara -San Leo, in direzione Superstrada Jonica, ora SS 106 E 90, direzione Jonica e Tirrenica. Circa 480 chilometri di rete viaria stradale e ferroviaria Jonica, di rilevante interesse nazionale così chiamata, “Strada SS 106 Mediterranea E90”, che partendo dal Comune della Città Metropolitana di Reggio Calabria, consente di giungere fino a Taranto, permettendo di interconnettersi con le esistenti aree e zone logistiche e portuali di Saline, le realtà industriali dei tanti Comuni della incantevole fascia costiera Jonica della Locride, Crotone, Ciró Marina, Corigliano, Taranto, Grottaglie, Bari e aree territoriali industrializzate contermini.

Se solo si stipulassero uno o più, Protocolli d’Intesa Interportuale e Interprovinciale, tra le Autorità di Sistema Portuale del Mare Tirreno Meridionale e Jonio, (sede legale Gioia Tauro), AdSP dello Stretto, (sede legale Messina), Adsp del Mare della Sicilia Orientale, (sede legale Augusta), Adsp dello Stretto, (sede legale Messina), Adsp del Mare Jonio, (sede legale Taranto), Adsp del MareAdriatico Merdionale, (sede legale Bari), con le Società di Gestione degli Aeroporti di Lamezia, Catania, Reggio Calabria, Crotone, Grottaglie e Bari, sono convinto che si creerebbero ed espanderebbero, molte opportunità e si aprirebbero nuove aree di mercato marittimo, aeree e territoriali, ancora non tutte esplorate e utilizzate, con rilevati ricadute occupazionali a beneficio della migliore qualità della vita e conseguente legalità.

Tutta l’area Jonica citata, potrebbe essere asservita a un Sistema Interportuale integrato e interconnesso con altre piastre logistiche Intermodali sostenibili.

I lavori in corso di esecuzione per il completamento delle infrastrutture finalizzate alla elettrificazione della rete ferroviaria Jonica, che da Taranto arriva a Reggio Calabria e quindi verso la rete ferroviaria Tirrenica, migliorerebbe di molto la mobilità e la crescente mortalità, lungo la stretta e pericolosissima vecchia SS 106.

Occorre solo che Anas concentri maggiori sforzi economici e risorse umane specializzate per completare l’ampliamento della SS106 – E90.

[Emilio Errigo è nato a Reggio di Calabria, attuale Commissario Straordinario dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria]

L’OPINIONE / Massimo Mastruzzo: Ponte sullo Stretto, l’investimento che può danneggiare le casse dello Stato

di MASSIMO MASTRUZZO – L’Alta Velocità ferroviaria ha registrato, in termini di costo, il più colossale investimento pubblico dai tempi di Traiano. Non una spesa minore, una fra tante, ma la maggior spesa assoluta fatta in una sola parte del territorio italiano seppur pagata da ogni singolo cittadino italiano, anche da quelli che vivono nei territori dove ci si muove ancora come agli inizi del novecento.

Alta Velocità, ma non solo, il paradigma degli investimenti pubblici nel nord Italia pagati da tutti, va dal Mose, all’Expo, fino alla nuova diga foranea del porto di Genova voluta per raggiungere fondali tali da poter far attraccare le navi “post-panamax” che attualmente, in Italia, possono ormeggiare in sicurezza solo al Porto di Gioia Tauro.

A Genova quindi il progetto più complesso e imponente per il potenziamento della portualità italiana che costerà complessivamente circa 1,35 miliardi di euro.  Questo nonostante in tutto il mondo siano pochi i porti in grado di accogliere i giganti del mare e l’Italia ha la fortuna di avere a Gioia Tauro un porto attrezzato, sicuro e ubicato vicino alle principali rotte navali mediterranee.

Un miliardo di euro speso a Gioia Tauro piuttosto che a Genova, consentirebbe di completare quegli interventi che farebbero diventare questo porto il principale hub europeo.

E siamo al dibattito economico Ponte si, Ponte no, con il paradosso che l’eventuale investimento per la sua realizzazione potrebbe, niente di meno, mettere a rischio la tenuta stessa delle casse dello Stato, di quello stesso Stato che ogni anno spende soldi in opere pubbliche al Centro-Nord fino a quattro volte superiori di quelli spesi al Sud, opere pubbliche nel Centro-Nord che non è che abbiano portato chissà quali benefici a quei cittadini siciliani, calabresi, pugliesi, lucani o campani, al massimo a loro viene offerta la sempre verde emigrazione, senza che al contempo venga presa in considerazione l’opportunità economica per tutta l’Italia che arriverebbe dall’interdipendenza economica, a seguito degli investimenti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, e dagli interventi che farebbero diventare quello di Gioia Tauro il principale hub europeo.

Ad avvalorare questa tesi v’è uno studio, curato da Srm (Intesa San Paolo) in collaborazione con Prometeia su “L’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno e il Nord d’Italia – Un Paese più unito di quanto sembri -” che mostra come le principali filiere produttive nazionali siano tra loro territorialmente interrelate e come il Mezzogiorno generi spesso spillover di attività per il resto del Paese oltre a contribuire in valore alla forza competitiva dei nostri prodotti all’estero.

Ad esempio il “ribaltamento” per ogni 100 euro di investimenti è diverso nelle due direzioni:   Se investiti nel Mezzogiorno producono un ritorno (ribaltamento) verso il centro nord del 40,9% (40,9 euro); Se l’investimento avviene nel Centro-Nord il ritorno verso mezzogiorno vale il 4,7% (4,7 euro). (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Quante pietose sepolture dobbiamo ancora affidare al mare?

di FRANCO CIMINO – Ma quante vite ancora in questa macelleria della carne umana? Quante pietose sepolture dobbiamo affidare al mare? Quante parole ipocrite e lacrime bugiarde dobbiamo versare nuovamente in questo circo della mediocrità e della vergogna? Quante? Quante? Quante? Non lo chiedo a Te, Signore, ché non è colpa Tua questo massacro senza fine. Chiamarti in causa, ancora una volta e per le altre puntualmente a venire, è giochino che va lasciato ad altri.

A quelli che sanno e fanno finta di non sapere, a quelli che vedono e fanno finta di non vedere. A quelli che odono le urla degli annegati e fanno finta di non sentire. A a quanti, e sono molti, che fanno finta di pregarti perché non vogliono fare. E a quanti, e sono pochi, che si dichiarano cristiani mentre ignorano il sacrificio di Tuo Figlio, che ha subito la stessa sorte di migliaia di povericristi, e di quest’ultimi di ieri notte, davanti alle coste dove sorse una delle prime civiltà. E dove ebbe vita la prima democrazia e prese forma la Politica. Nessuno sa quanti fossero su quella barcaccia, che una volta si è donata alla fatica dei pescatori mentre oggi è stata usata come nave di “crociera” per disperati paganti il costo esoso del biglietto più quello extra della propria vita. Li chiamiamo immigrati clandestini, per significare che non hanno diritto di viaggiare.

Quando li trasferiamo nelle discussioni politiche dei salotti televisivi-i più lontani spazi dalle aule parlamentari-li chiamiamo migranti economici, così per darci un tono di impegnata intellettualità. Ovvero, per distinguerli, come si fa al mercato dei cavalli o a quello più antico delle vacche, tra coloro che ci servono e coloro che, per età, forza fisica, competenze, capacità di lavoro, diversamente valutabili, il mercato deve scartare. Ah, il mercato li scarta, come per dire noi non c’entriamo! Ovvero, erano già scarti addirittura della stessa povertà che li ha prodotti. Scarti umani. Di questa umanità non più umana. Non li vogliamo, perché “ abbiamo già tanti guai qui”. Non li vogliamo, perché “abbiamo nuovamente fame qui”. Non li vogliamo perché c’è un piano segreto di sostituzione della nostra razza. Non li vogliamo, perché “tutti rubano nelle nostre case, stuprano le nostre donne. Rapiscono i nostri bambini. E ci prendono il lavoro, anche quello che da decenni non vogliamo più fare”.

Il lavoro nelle nostre case, pure ci rubano. Quello domestico, più propriamente della cameriera. E quello della compagnia e assistenza ai nostri vecchi che abbiamo abbandonato alla solitudine, che è perdita di sé, dolore, rassegnazione. Ci rubano il lavoro nelle campagne, altrimenti abbandonate. E dai raccolti andati perduti con le tavole nostre imbandite che ne resteranno senza. Ci rubano quel lavoro, sotto il sole a quaranta gradi e sotto la pioggia torrenziale anche in estate, che quei brutti ceffi chiamati caporali pagano a meno di due euro all’ora per tredici ore giornaliere. E senza pasto o breve interruzione che li riposi, prima del ritorno a sera in quegli stessi camioncini o furgoncini nei quali sono stipati e con i quali sono stati prelevati di primo mattino, prima che il sole sorga. Così che nessuno li veda. Specialmente, quando si tapperanno in quei tuguri di morte attesa, quella interiore, dal fetore dei quali non li salva neppure l’infinita stanchezza che li prende nel sonno che non viene. Non viene per la paura, per l’umiliazione subita, per la nostalgia della propria terra, per il dolore del distacco dalla propria famiglia.

Per la minaccia rimbombante che se non lavorerà sempre al massimo perderà anche questa “schiavitù” accettata. Di quest’ultimo massacro non abbiamo notizie vere. Certe. Solo i comunicati ufficiali di autorità che si sono inventati la storiella del soccorso greco rifiutato dai “naviganti”. Respinto da quella nave in crociera. Sarei curioso di sapere se quel rifiuto l’hanno subito con un grande arrogante “vaffa”. E se il loro desiderio, pure probabile di raggiungere le coste italiane( che altre polemica vedremo!) sia stato accompagnato dal grido corale, come da tifo calcistico, “ Ita-lia, Ita-lia, Ita-lia…”No, non sappiamo nulla di ciò che è realmente accaduto. Come per la strage di Cutro, nessuno porterà la responsabilità di queste morti assurde. Le morti assurde, eh! Sono quelle evitabili, di cui il mare non reca colpa. Ché il mare non è cattivo. Non è mai lui che uccide. Le morti evitabili, sono le vite che si sarebbero potute salvare. Fosse anche una soltanto, magari quella di una donna incinta. Magari, soltanto quella. O la vita di un bambino. Magari, soltanto quella, secondo l’antico detto ebraico secondo il quale “chi salva una vita salva tutta intera l’Umanità”.

Non non sappiamo, nulla di quest’ultimo eccidio. Niente si conosce, nessun colpevole tra quelli che si conoscono con nome e cognome. Ancora una volta in galera ci va qualche scafista di quelli accertati. Per qualche leggera pena e una certa affrettata espulsione. Nessun altro subirà alcun processo. Magari in uno dei “riposanti” tribunali internazionali, che ancora nessuna accusa osano muovere ad alcuno. Chiamiamoli, per nome. L’Europa, che tra egoismi e indifferenza, litiga anche sulle più piccole quote di “spartizione” di questi disgraziati, individui sbagliati, nati per sfortuna nel tempo e nel luogo sbagliati. Le potenze mondiali, gli straricchi, i padroni disinvolti della nuova economia e delle banche che la tutelano, dopo aver storicamente costruito la povertà, sapendola bene assegnarla a terre e a popoli senza terra, a razze ed etnie senza religioni e senza istituzioni, via via allargandola a gente senza tutela e senza protezione. Insomma, alle stesse persone derubate da sempre di tutti i loro averi.

No, non sappiamo nulla dell’ultima strage degli innocenti se non ciò che si vede da una foto del vecchio peschereccio scattata dall’alto di un aereo di segnalazione, dicono, più volte effettuata. Si vede con chiarezza una macchia compatta ed estesa fino all’ultimo millimetro di quello spazio soffocante di suo. A seconda della luce sullo schermo, essa è più chiara o più scura. Sembra ferma di individui immobili anche nel respiro. Poche ore dopo non si vede più, né la carretta, né la macchia. Non si vedono neppure quelle braccia innumerevoli agitarsi in mare. Non si vedono neppure i corpi galleggiare. Si conosce solo un numero. Dicono centoventi. Sono gli scarti che si sono salvati, gli individui che hanno potuto raggiungere il porto. Non hanno ancora nome, questi. Ma glielo troveranno, di certo. Un altro numero viene dettato poco dopo. È il settantotto. Tratta dei corpi senza vita recuperati in mare. Non hanno nome, questi, e mai lo avranno.

Ma quella foto, ne conterebbe almeno altri quattrocento di quei “croceristi” della miseria e della nostra colpa. Qualche superstite dice che, accalcati nella stiva, ve ne erano almeno altri cento, tutti donne e bambini. Circa cinquecento esseri umani, di cui non sappiamo nulla. Non sapremo mai nulla. Neppure il nome. Che forse non l’hanno mai avuto. Il mare, che non li ha uccisi, ne ha avuto pietà accogliendoli nelle sue braccia, quale ultima dimora. Cimitero dolce e delicato, senza lapide e terra a coprirli. Ché i bambini o volano o nuotano o corrono sui prati. Altrove, non vogliono andare. (fc)