L’OPINIONE / Guglielmo Caputo: Il bilancio fallimentare di Stasi

di GUGLIELMO CAPUTO – È un periodo molto particolare, quello attuale, per il sindaco di Corigliano-Rossano. Un periodo nel quale il primo cittadino, difatti, ha riscoperto tutto il suo amore per il pallone. S’erge così, in vista della prossima campagna elettorale, una nuova figura: quella del sindaco-calciatore, colui il quale passa più tempo ormai nei campi di calcio che all’interno degli uffici comunali.

Taccia sempre di autogol chi gli suggerisce qualcosa, mentre non si accorge che lui, non rispondendo mai nel merito, calcia sempre la palla in tribuna. Ma il sindaco-calciatore si trasforma, molto spesso, nel sindaco mistificatore, con la tendenza ad esagerare e vantarsi delle proprie capacità, prestazioni ed esperienze. Così succede di essere, anzitutto, un venditore di fumo, quando afferma che solo questa Amministrazione ha avviato il percorso per l’arretramento delle recinzioni private rispetto alla linea demaniale.

La verità è che tale operazione è già iniziata diversi anni addietro con le Amministrazioni di centrodestra. Diventa, poi mistificatore, appunto, quando afferma che il bando di assegnazione per i chioschetti sul Lungomare di Rossano sia migliorativo rispetto al precedente. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Denunce in corso, sgomberi scenografici, nessuna tranquillità e serenità per gli assegnatari a svolgere il proprio lavoro. Nessun rispetto delle regole, nessuna autorevolezza, una grande confusione messa in atto dall’Amministrazione Stasi e dalla sua ciurma. Si conferma presuntuoso, quando afferma di stravolgere il Lungomare con il rifacimento di un semplice marciapiede.

Per queste opere non sarebbe servito il rivoluzionario Stasi, bensì un semplice ingegnere comunale. Si rivela, infine, dilettante allo sbaraglio in materia di turismo. Un milione speso per intrattenimento di piazza senza alcun beneficio per i ristoratori, proprietari alberghieri e di B&B. Il centrodestra riempiva le piazze (foto a testimonianza) con un quarto dei soldi che spende e regala Stasi, ma soprattutto facendo rivivere il centro storico, completamente abbandonato in questi 4 anni della sua Amministrazione.

Il centrodestra ha sempre creato, innovato e rivoluzionato. Stasi, al contrario, si limita a copiare, al massimo a riproporre e, nel migliore dei casi, a realizzare qualche intervento di ordinaria amministrazione: una verniciata, un marciapiede, una raccolta delle acque, qualche striscia pedonale colorata. Tutto sbandierato come epocale, e dopo non pochi comprensibili disagi e legittime proteste da parte dei cittadini. Eppure presto dovrà presentare un consuntivo di quello fatto, non potendo più utilizzare il vecchio ritornello della colpa altrui. Un po’ pochino per chi annunciava una grande rivoluzione. Come dire: si entra Papa e si esce cardinale. (gc)

[Guglielmo Caputo è del Coordinamento di Fratelli d’Italia di Corigliano Rossano]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: Il Paesaggio e l’acqua, ricchezze della Calabria

di EMILIO ERRIGO – La Convenzione Europea del Paesaggio, fatta e firmata a Firenze, il 20 ottobre 2000, rappresenta la prima valorizzazione formale e sostanziale giuridica a livello europeo, del paesaggio in tutte le declinazioni possibili.
Chi delle bellezze panoramiche e paesaggistiche naturali, ne ha da sempre fatto uno o tanti giustificati motivi di orgoglio regionale tanto da dedicare una intera legge regionale è la Calabria.
Per chi non avesse cognizione di tale dettato normativo Made in Calabria, ne citiamo la fonte giuridica per maggiore conoscenza. La legge regionale datata 7 luglio 2022, n.25, pubblicata sul BURC n. 130 del 7 luglio 2022, nei suoi corposi articoli e numerosissimi commi, disciplina il paesaggio della Calabria, estensivamente inteso come regole da osservare e fare osservare da tutti i destinatari, “norme per la rigenerazione urbana e territoriale, la riqualificazione e il riuso”, fortificata un anno dopo, con ben due importanti e successive leggi regionali , la prima, in data 15 maggio 2023, n. 22, titolata, “norme in materia di aree protette e sistema regionale della biodiversità”, la seconda, 18 maggio 2023, n.17, approvata dalla Giunta della Regione Calabria e firmata dal sempre presente e instancabile Presidente on. Roberto Occhiuto, modificativa della legge regionale datata 3 agosto 1999, n.20, titolata (Istituzione dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria), ne rafforzavano i contenuti, in stretta aderenza e attuazione al dettato dei principi e valori contenuti nel diritto internazionale, nel diritto dell’Unione Europea, e nella Costituzione della Repubblica Italiana, espressamente previsti negli articoli, 3,9,10,11,32,41 e 117.
Il paesaggio è vita, anzi l’umanizzazione delle bellezze naturali impersonificate da madre natura, sul e nel territorio, montano, collinare, pianeggiante, costiero, marino e sottomarino.
L’ambiente, la biodiversità e gli ecostistemi naturalistici, modellati dalle menti sapienti e mani operose, hanno voluto e saputo creare, paesaggi che dire unici al mondo non si ritiene di peccare di presunzione incontrollata.
Le risorse idriche potabili , le acque termali e minerali purissime, che originano negli Appenini Calabro Meridionali, sono assieme ai paesaggi che ridondano i tantissimi Borghi Antichi, situati in alta e media quota montana, tra i sempre verdi Parchi Nazionali e Regionali, e lungo la estesa bianca fascia costiera marittima e vicino le rive delle aste fluviali e le fiumare, sono le vere ricchezza della nostra terra e mare di Calabria.
Se la Calabria è tutta bella, non è un peccato da nascondere, ne una o tante verità da non far sapere al mondo intero. Occorre diffondere e far girare con ogni mezzo vocale e tecnologico avanzato, la verità! La Calabria è bellissima e ce la teniamo stretta, stretta così com’è!
Non ce ne vogliono i denigratori seriali, ma non siamo affatto dispiaciuti nel vedere e godere dei tantissimi panorami mozzafiato e bellezze paesaggistiche infinite, presenti nella “Madre Terra di Calabria”.
La nostra cara Costituzione della Repubblica Italiana, ci ha riconosciuto soprattutto, agli articoli 9, 32, 41 e 117, i valori costituzionalmente garantiti, dell’ambiente, biodiversità e degli ecosistemi, beni universali dei quali la Calabria ne fa un motivo di vanto internazionale, in verità oramai riconosciuti dalle crescenti presenze turistiche e scientifiche.
In particolare l’art.117, nel prevedere il primato della legislazione statale nella tutela dell’ambiente, aggiunge al comma successivo, che la legislazione connessa con la valorizzazione del bene ambiente, sia un diritto regionale, quindi nel nostro mirato discorrere, della Regione Calabria.
Non si tratta di essere naturalmente orgogliosi, testoni, caparbiosi, fieri, forse pure spacconi, esagerati, incontrollati e altro dicendo, ma di evidenziare l’esistente, la verità inconfutabile, di una o tante realtà meridionali, anche quando ad alcuni non possa piacere ed accettare, per strane e inspiegabili forme di egoismo congenito.
Il paesaggio è e rimarrà la vera ricchezza della Calabria, non tanto e non solo, perché le vie paesaggistiche sono tante, dalle vie della vite e del vino, degli ulivi e dell’olio extra vergine, dell’arte e degli artigiani, i paesaggi delle mille Chiese e Conventi, tutti da visitare e ammirare, visibili dai loro alti campanili, le via dell’acqua sotterranea e paesaggi sottomarini, dei borghi, degli orafi, dell’arte e degli artisti, degli alimenti e della loro cucina tipica millenaria, dei paesaggi costieri e montani, antichi e contemporanei, ma tutti paesaggi caratterizzati da unicità e bellezza panoramica visibile e godibile.
A noi figli della Calabria, spetta solo un compito importante, direi fondamentale, essere protagonisti e attenti difensori di questo bene paesaggistico universale, amarlo, custodirlo, valorizzarlo, preservarlo, proteggerlo, non lasciando che pochi irresponsabili, ci rubino e ledano, contaminando da inquinanti dannosi, l’aria che respirano i bambini e gli adulti, la potabilità delle acque, la balneabilità delle spiagge e delle acque del mare, le bellezze della terra, la navigabilità del mare e il fascino Mediterraneo della nostra bella, cara e amabile Gente di Calabria. (ee)

L’OPINIONE / Vincenzo Capellupo: Con Fiorita Catanzaro torna a essere città guida

di VINCENZO CAPELLUPO – L’iniziativa voluta dal sindaco Nicola Fiorita, che mette a confronto tecnici e amministratori come prima pietra del percorso verso la “Grande Catanzaro”, rappresenta un segnale concreto di come si possa e si debba tornare a fare politica con la P maiuscola, guardando a modelli positivi di associazionismo tra Comuni che già sono stati sperimentati con successo in altre regioni.

Il Capoluogo vuole recitare un ruolo di protagonista in questo processo di dialogo e di concertazione con gli altri vicini comuni dell’hinterland catanzarese, in un periodo storico in cui la condivisione di pratiche e di azioni amministrative diventa la strada necessaria da seguire per elevare il livello di qualità di servizi e programmi. Non solo, mentre le Città consorelle hanno già in itinere percorsi di fusione o di unione di Comuni, Catanzaro sconta dei ritardi in tal senso che hanno bisogno di essere colmati, superando logiche di campanile che non hanno fatto alcun bene al territorio.

Il sindaco Fiorita ha messo questo progetto al centro delle sue linee programmatiche e sono certo che, da questa prima occasione di confronto con gli altri sindaci d’area, usciranno fuori idee e proposte utili per il percorso futuro. Poter contare sulla collaborazione dell’Anci e sul supporto tecnico degli esperti in tema di Unioni di comuni che lavorano con il Dipartimento Affari regionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri è, inoltre, un indice di qualità e di serietà del processo avviato.

Dopo anni di proclami andati a vuoto, questa volta finalmente i sindaci del territorio si incontreranno per iniziare un confronto proficuo sulle prospettive e le potenzialità che la “Grande Catanzaro” può offrire in tutti gli ambiti. Il Capoluogo, lontano da logiche “predatorie”, torna, quindi, a mettere in pratica la sua funzione di Città guida per la crescita e lo sviluppo dell’area centrale della Calabria. (vc)

[Vincenzo Capellupo è consigliere comunale]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Berlusconi, quel che è della politica e quel che è della storia

di FRANCO CIMINO – La notizia attesa, temuta, dolorosa e angosciante, è arrivata stamattina alle nove e trenta. È arrivata improvvisa come un fulmine che rompe il cielo, un rombo di tuono assordante. Silvio Berlusconi è morto. Tanti sentimenti, e contrastanti, in questo momento si intrecciano in tutto il popolo italiano e nella pubblica opinione mondiale. Si muovono freneticamente tra quanti, specialmente gli italian, lo hanno amato e quanti lo hanno odiato. Molti di più i primi.

Tra quanti lo hanno ammirato e e quanti disprezzato. Assai di più i primi. Tra quanto lo hanno considerato padre amorevole protettivo della Nazione e quanti il nemico più feroce della stessa. In maggioranza i primi, in minoranza i secondi. Tra quanti l’hanno sostenuto, sempre vincendo, taluni pure guadagnando tanto, e quanti l’hanno combattuto, quasi sempre perdendo, non pochi anche più che le elezioni. Questo contrasto resta anche oggi. E non potrebbe essere diversamente, perché il Cavaliere è stato uomo delle divisioni, dei contrasti e delle contraddizioni intrinseche alla sua personalità, poliedrica, vivace, ostinatamente combattiva.

Berlusconi si è trovato sempre bene in questo contrasto, non potendo realizzare una delle sue prime ambizioni, piacere a tutti. Essere accolto da tutti. Amato incondizionatamente da tutti. Uomo di spettacolo, e dello spettacolo innato in lui, ha scritto una sceneggiatura facendosi regista della sua stessa commedia esistenziale. È salito sul palcoscenico della vita e ha recitato il suo ruolo, nel quale vantava una totale supremazia. Berlusconi ha recitato la parte che si è scelto da ragazzino. Se l’è confezionato come un abito su misura. E non si è mai fermato. La commedia da lui scritta potrebbe avere un solo titolo, “L’uomo che vince sempre”. Oppure, “Colui che non perde mai”. Ha iniziato a scuola e all’Università, per poi rappresentarla su quella prima nave da crocerai, dove non si esibiva come cantante, ma esibiva lui stesso, la sua persona. E quella sua bellezza maschile che gli piaceva molto e di cui menava vanto.

Conquistare era il suo motto segreto, le donne sempre. Amava anche la sua bellezza, che forse declamava, come i testi delle canzoni, anche le sue, e delle poesie, anche le sue, forse soltanto al fedele amico di sempre e che anche allora lo accompagnava, Confalonieri. Fedele di nome e di fatto. La sua ambizione era strettamente accompagnata dal suo carattere, sempre allegro, apparentemente spensierato, sempre ottimista e perché no? un po’ menefreghista. Potere e Fantasia, insieme, tanto da potersi fare beffa di un inno sessantottino per la rivoluzione mai arrivata da quelle piazze. E cioè l’a fantasia al potere. Lui, a suo modo e per il suo pensiero “politico”, vi è riuscito. Per questo è sempre stato forte in lui quel doppio amore per la Francia e per Napoli. Lungo questa strada, la sua contraddizione e quel suo contrasto naturale, hanno camminato come un treno veloce. Parigi dell’Impero napoleonico, la sua naturale tendenza alla conquista del potere e la sua aspirazione a essere sempre il migliore.

Il primo, con enorme distacco dal secondo. Napoli è la fantasia. La creatività, ma anche quella sottile voglia di uscire sempre, come se non piovesse, dai temporali. Parigi e Napoli, diversamente concepito per la bella vita. Parigi e Napoli, diversamente romantiche, egualmente poetiche. Parigi e Napoli, ragione e sentimento, storie di dominazioni e di dominati, dominatori e “acclamatori”. Parigi e Napoli, la Reggia e la piazza, il Sovrano e il Popolo. Il gourmet e la pizza. Parigi e Napoli, l’Amore sempre acceso e le donne da conquistare. Col potere sullo sfondo da far venire in soccorso quando quel fascino giovanile si fosse disperso tra le rughe di una vecchiezza in agguato. Al centro, anche geografico si direbbe, quella Milano alla cui forza dirompente Berlusconi ha ispirato tutte le sue azioni e quella scoperta di sé imprenditore che gli è esplosa tra le mani di “costruttore” di cose, di case, di ricchezza, lo strumento più sicuro per raggiungere e mantenere il potere. Milano capitale della modernità e della moda, porta dell’Europa ricca e produttiva, ma anche la via più veloce per raggiungere, in alto e in basso, al Nord e verso il Sud, la fama mondiale e il rispetto dei veri potenti. Dei ricchi veri. Dei politici forti. L’Europa e Roma.

Lungo quest’altro percorso, egli si é fatto imprenditore di un settore sconosciuto e per lungo tempo non riconosciuto se non come la scuola elementare e scadente di un banalissimo “piazzista”, come egli inizialmente fu definito dall’aristocrazia economica settentrionale. Quella governata dagli industriali storici, quei commenda tutto pancia e portafogli e quell’Avvocato, dal corpo bellissimo e dagli abiti firmati quando non indossasse i preziosi cachemire. Il Cavaliere di Arcore (l’unico titolo unitamente a quello di dottore con il quale voleva essere chiamato), inventò l’imprenditore della comunicazione, il potere economico delle televisioni, la forza culturale omologante delle telecomunicazioni e dei mass media, divenendo un modello da imitare, anche nella sua attività successiva, dai molti Trump nel mondo. E, saltando oggi i sospetti radicati e antichi sulla vera origine di quella, fu subito ricchezza crescente.

E potere mass mediatico dominante. Il resto fu la politica, l’anello mancante alla sua ambizione di fondo. Finalmente gli arriva, giungendole, pure con tranquillità, dai fatti e dalla fortuna che gli arrivano in soccorso insieme a quegli imperdonabili errori di una sinistra dotata di quella “geometrica macchina da guerra” di Achille Occhetto, corredata dalla battuta a sfottò del numero due dell’ex Pci, Massimo D’Alema, quando lo definiva “venditore di tappeti” che avrebbe messo presto le pezze al sedere. La politica gli é arrivata tra le sue mani “rapinanti” per dimostrare che qualsiasi altra cosa avesse fatto Silvio di Arcore sarebbe stata un successo. In qualsiasi altra attività, come ha confermato la sua discesa… in campo. Anche quello verde del pallone dove ha conquistato, con il suo Milan tutto quello che c’era da conquistare, tentando negli ultimi anni di ripetersi con il piccolo Monza recuperato dalla Serie C.

La politica era anche il palcoscenico più alto e più esaltante, quello in cui avrebbe potuto rappresentate pienamente tutto di sé. Teatralità e genialità, combattività e lotta per il potere, fatica e vittoria, vanità e idealità, intelligenza e furbizia, desiderio di fare il bene per gli altri e voglia sfrenata di realizzare il bene per sé. Generosità e interesse, anche personale o di classe. Essere avversato per vincere le avversità e i nemici. Ed essere amato per poter contare sulla celebrazione osannante della sua persona. Uscire da Milano e scendere, anche questo era quel proscenio, dall’antica nave, per diventare il più amato dagli italiani e l’italiano più conosciuto e rispettato nel mondo. Se fosse, però, soltanto questo la politica secondo la sua concezione, non gli verrebbe fatta cosa gradita.

E neppure cosa utile alla verità è alla storia recente del Paese. Berlusconi era parte integrante di un sistema e di una classe sociale che lo dominava. È stato detto e in gran parte è vero. Vi apparteneva anche se con spirito di indipendenza. Quello probabilmente favorito anche dalla distanza in cui veniva tenuto dai palazzi dei vecchi potenti e dei vecchi ricchi. Ovvero, per quella sua stretta amicizia con Bettino Craxi, della quale credo sia giunto il momento che ne venga rivelata tutta l’intensità, specialmente in quella parte riferita al lungo tempo della sventura del leader socialista e del suo rifugio tunisino. Berlusconi, contrariamente a quanto hanno stupidamente pensato i suoi nemici storici, era molto intelligente e sebbene non avesse studiato molto, aveva una sua idea della società e dello Stato. Non aveva fatto politica attiva mai. Ciononostante, aveva una chiara cultura politica, che se pur stretta alle cose fondamentali, ha cercato di impiegare nella sua azione di governo. Su questa cultura, inizialmente approssimativa, ha costruito un pensiero politico. Un pensiero magari inizialmente disordinato per quel suo volerlo intrecciare un po’ al liberalismo, un po’ al socialismo, un po’ al popolarismo, un po’ al culto della personalità, ma un pensiero lo aveva.

E siccome era molto ambizioso, intorno a quel pensiero aveva chiamato inizialmente figure molto limpide della cultura liberale Italiana con le quali aveva costruito una strategia per realizzarlo. Non era un venditore di tappeti. No. Ha venduto sogni, il suo soprattutto, quesì sì. Ma non era un semplice procacciatore dei suoi affari e di quello dei suoi amici, anche se di interessi particolari ne ha perseguiti e garantiti molti. Qualcuno gli attribuisce il ruolo di esecutore di disegni di “ ribaltamento” istituzionali orditi da altri e ben poco raccomandabili personaggi. Non credo sia vero, se non l’influenza politica craxiana, che era tutt’altro. Tuttavia, se anche lo si volesse considerare vero, ciò che conta è che il cavaliere di Arcore ha tentato di cambiare( anch’io ero fortemente contrario pur nel mio piccolo) l’architettura statuale.

E non riuscendovi con le riforme strutturali, ha cambiato radicalmente il volto della politica. Lo ha fatto personalizzando, attraverso figure falsamente leaderistiche, tutta la scena istituzionale e l’ambito stesso della costruzione del consenso. Sul suo personale altri, purtroppo mediocri personalità, hanno costruito partiti personali, che hanno copiato il suo anche nella scritta del proprio nome su logo e bandiere, manifesti e denominazione. È iniziata con Berlusconi la stagione, purtroppo non terminata, dei partiti finti, dei congressi finti, degli statuti inapplicati, della adorazione del capipartito. E del culto della personalità anche in quelle formazioni minuscole, le cui sigle servivano soltanto per realizzare finte alleanze in un bipartitismo insano e falso.

Nella stagione cosiddetta di Tangentopoli, in cui sono stati fatti finire i partiti tradizionali, quelli democratici e popolari soprattutto, è finita la vita dei partiti democratici, quelli a cui la Carta Costituzionale ha affidato il prezioso insostituibile compito di raccordo tra il popolo e le istituzioni, attraverso la buona rappresentanza degli interessi sociali plurimi e diversificati nelle culture politiche di riferimento. Da quel momento il cammino progressivo verso la decadenza e la trasformazione della nostra Democrazia nata dalla lotta al fascismo, ha compiuto un percorso lungo e pericoloso, giunto sul punto di un confine che non ammetterà ritorno. La fine del partito in quanto tale ha cancellato la partecipazione della gente alla vita politica, allontanando progressivamente gli elettori dalle urne.

Il monolitismo all’interno delle attuali formazioni partitiche, ha cancellato pure il ruolo dell’opposizione fino a renderla quasi inutile successivamente all’interno delle assemblee elettive e, previa la riduzione del ruolo “politico” del Sindacato, anche nelle piazze. La legge elettorale, una delle più antidemocratiche esistenti nel mondo, con le sue liste bloccate e le candidature decise nelle abitazioni dei capipartito, ha fatto il resto. L’abbattimento dei partiti democratici ha fatto il paio con l’impegno a scoraggiare la ricostituzione della DC e del Psi, ovvero con l’ostinata, fanatica, battaglia contro il pericolo comunista, anche quando il Pci, da tempo non comunista, era finito da tempo e i comunisti non si vedevano più. Neppure nei salotti culturali, per il troppo facile concedersi di moltissimi intellettuali d’origine marxiana alle “ lusinghe” premiali del leader imperante. Per questi e tanti altri fattori che andranno studiati con il massimo dell’onestà, Silvio Berlusconi, resta uno dei più grandi protagonisti della storia italiana.

In particolare, quella compresa tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio. Non sarà stato il più grande statista che l’Italia abbia mai avuto, come egli stesso ripetutamente si è definito, ma uomo di rara genialità e grandezza, questo sì. L’essere stato personalita del contrasto, politico delle luci e delle ombre, come forse di qualche ambiguità e di certo di qualche contraddizione, non ne sminuisce il suo ruolo storico, se mai glielo rafforza. La sua assenza pesa. Non la celebrino come una liberazione i suoi nemici. L’ultima Italia della politica, lunga venticinque anni pieni, si può subito dividere in quella di Berlusconi, quella prima e dopo di lui. E non sia materia solo degli studiosi, storici e polititoligi, ma di quanti credono ancora nella Democrazia e nella Politica quale energia che la ravviva. Si rifletta su questa personalità straordinaria, unica quasi. E ci si preoccupi nell’immediato di un berlusconismo senza Berlusconi e sulle conseguenze che da questo possono determinarsi nel tempo più ravvicinato. Si dirà, e molto, sul personaggio controverso e sulla sua vita privata. Si dirà dei suoi errori e si trascurerà il Berlusconi degli ultimi anni. Quelli della sua malattia.

E delle lunghe degenze in ospedale. È un Berlusconi che guarda all’Europa con occhi nuovi e più profondi, alla società ingiusta e alla necessità di riforme che muovano in direzione opposta, al dovere per la Politica di costruire speranza e cittadinanza diffusa. È questo un Berlusconi diverso, anche lontano dalle posizioni degli stessi alleati che ha contribuito notevolmente a portare ancora una volta al governo. Un leader che vorrebbe parlare una lingua nuova ai popoli che cercano democrazia e progresso. Taluni diranno che non era sincero o che gli era facile esser “ buono” nella fase del passaggio finale. Sarà, ma le sue parole restano. Come la sua coraggiosa e “spettacolare” permanenza sulla scena, fino all’ultimo istante.

L’ultimo respiro vitale. L’ultima parola, lui che la parola amava enormemente, anche per i suoi effetti in qualsivoglia battaglia. L’ultimo respiro vitale. Ha palato e lavorato, dicendo di sé e della sua volontà fino alla fine. É uscito di scena secondo il suo antico copione. Sul palcoscenico. A teatro. Il suo. I suoi. Come siano stati nell’intimità più profonda gli ultimi momenti, se abbia detto e carezzato i suoi figli, se abbia pianto e pregato, invocato Dio e la sua mamma, e, soprattuto se abbia avuto paura, sono le domande che non possiamo farci. Ché una cosa è certa, per tutti, credenti e non, tutti moriamo. E tutti moriamo alla stessa maniera.

E, soli, anche se fossimo circondati da amori e carezze numerosi. Quel momento, duri tanto o poco, è solo un istante di solitudine piena in cui c’è tutto di noi. Oggi possiamo osservare che il Cavaliere è morto come desiderava, con gli occhi aperti sul mondo e combattendo fino alla fine. Di altro non sappiamo. Del dopo non possiamo sapere. Ché il mistero resta. Adesso la parola alla storia! (fc)

L’OPINIONE / Carmelo Versace: Reggio non rimarrà inerme davanti al tentativo di chiudere il Tito Minniti

di CARMELO VERSACE – A leggere recenti dichiarazioni dell’Ad di Sacal, Marco Franchini, c’è davvero da stare poco sereni per la coltre d’inquietudine che, quelle parole, fanno calare sulle sorti dell’Aeroporto dello Stretto.

Il manager nominato dal Governatore Roberto Occhiuto sostiene che lo scalo reggino stenti a decollare per colpe indipendenti dalla volontà di Sacal e della Regione, ma piuttosto per tutta una serie di circostanze che riguarderebbero l’amministrazione della città. Anzi, quando spiega che l’aerostazione perde 2 milioni di euro l’anno e la Regione, pur di non continuare a rimetterli ogni anno, ha la necessità vitale di far funzionare lo scalo, ammette velatamente che Catanzaro, prima o poi, per responsabilità non sue, sarà costretta a prendere provvedimenti drastici di fronte a quello che viene raccontato come una sorta fallimento annunciato.

È evidente che dal giorno di partecipazione al Bando per l’ottenimento della Concessione, la Sacal era a conoscenza della situazione dello scalo: sapeva dei problemi limitativi, dei Notam, e sapeva anche che, pur insistendo le medesime criticità, la Sogas era riuscita a raggiungere i 608.000 passeggeri contro gli attuali 202.000 del 2022 di Sacal! Non è consentito a Franchini scaricare responsabilità per le macerie della Sogas in quanto anche la Sogas come la Sacal accumulava annualmente una perdita strutturale di 2 milioni. Ma tali “perdite” non sono state in alcun modo assorbite da Sacal che è invece partita da zero, senza alcun debito. Altrimenti sarebbe ingiustificata la procedura fallimentare appena accennata.

Ciò che non accettiamo, quindi, è che Franchini sembra mettere le mani avanti rispetto ad un possibile disastro quasi già annunciato, tentando un incredibile quanto insensato scarica barile. Ma di chi è la competenza sull’Aeroporto “Tito Minniti” se non di Sacal e del suo socio di maggioranza Regione Calabria? Chi, se non Sacal, prima con De Felice, poi con De Metrio, ed oggi con Franchini, per lunghi anni si è sperticata insieme alla politica regionale e nazionale in annunci, progetti, programmi di rilancio che, fino al momento, sono rimasti soltanto una fabbrica di promesse e belle intenzioni?

Reggio Calabria non rimarrà inerme di fronte al tentativo, ormai neanche tanto velato, di chiudere per sempre un’infrastruttura vitale per un bacino di oltre un milione di utenti tra le Città Metropolitane di Reggio e Messina.

Se davvero Franchini, ad oltre un anno dall’inizio del suo mandato, e con lui la Regione Calabria, vogliono lasciare un segno tangibile dimostrino concretamente, attraverso fatti sostanziali, il loro interesse per lo sviluppo dello scalo  in alternativa aprano alla possibilità d’ingresso della Città Metropolitana nella compagine societaria di Sacal o consentano la cessione della gestione con un atto di rinuncia presso Enac dell’Aeroporto ad una società territoriale che possa occuparsene direttamente, lontano da interessi regionali a carattere accentrativo che evidentemente privilegiano altre logiche e penalizzano il nostro territorio. Altrimenti, l’ennesima uscita a vuoto sul destino del “Tito Minniti”, rischia di rimanere la classica ed infelice parola affidata al vento.

Quella che è in atto è la sfacciata mortificazione di un territorio e dei suoi abitanti. Gli enti locali hanno fatto e continueranno a fare tutto ciò che serve per mettere l’infrastruttura nelle condizioni di poter operare nel miglior modo possibile. Non è ammissibile, tuttavia, il tentativo di far scivolare su altri le proprie inadempienze, né possiamo accettare che qualche consigliere di minoranza tenti di alzare polveroni per confondere le acque e distogliere l’attenzione dal reale obiettivo che dovrebbe animare la discussione pubblica sul nostro territorio, a prescindere dai colori politici di appartenenza, e cioè il rilancio definitivo e strutturale dell’aeroporto.

Si dica, con coraggio e onestà intellettuale che i bandi per attrarre compagnie aeree sono andati deserti per la totale assenza di una programmazione seria, credibile, costante e duratura sull’aeroporto dello Stretto. Si faccia pienamente luce sul perché, i tanti milioni annunciati dal fantomatico emendamento per il riordino dell’infrastruttura, da ben cinque anni restano sostanzialmente scritti solo sulla carta e non producono alcuna novità tangibile.

La Regione spieghi perché indugi sul riconoscimento della Zes al territorio reggino, uno strumento capace di creare condizioni di investimento e rendere ancor più attrattivo il nostro aeroporto. Si ammetta, senza troppi giri di parole, che il “Tito Minniti” non rientra nelle strategie dell’attuale compagine di governo regionale e che, quindi, è politicamente votato alla morte. L’atto doloso con cui si sta consumando la fine dell’aeroporto di Reggio non può e non deve passare sotto silenzio.

Opporremo una ferma resistenza contro chi detiene le chiavi dell’aerostazione ed il futuro del nostro comprensorio. (cv)

[Carmelo Versace è sindaco f.f. della Città Metropolitana di Reggio Calabria]

Una breve riflessione su città e Università, tra ignoranza e dimenticanza

di FRANCO CIMINO – No, non mi stancherò di ripeterlo, il problema principale della nostra Città è la dimenticanza e l’ignoranza di gran parte della sua classe dirigente. A volte questi due fattori si intrecciano e muovono insieme, nello stesso tempo. È quando “ passano in cavalleria”, come diceva mio padre, due fattori importanti, il Mare e l’Università.

Le Città che hanno o l’una o l’altra stanno, diciamo, bene in salute. Quelle che le possiedono ambedue sono addirittura “felici”. Le prime, certamente, sono più ferventi di civiltà, educazione civica e sensibilità politica. Le seconde, questo e altro ancora. Sono anche ricche, intendendo la ricchezza come l’insieme di risorse economiche e materiali e tanto altro di immateriale pure più importante. Catanzaro, la nostra, occasionalmente e insufficientemente, amata, possiede sia il Mare, sia l’Universita. Ciononostante, scandalo tra gli scandali, resta in coda in tutte le classifiche della buona qualità.

I motivi sono due, per nulla difficili da comprendere. Il primo è appunto, l’ignoranza. Non si conosce affatto il valore incommensurabile del Mare e delle sue ricchezze manifeste. Non ci si ricorda della sua esistenza, e del dono, questo sì autentico e gratuito come il dono, che rappresenta per la Città. Un dono bellissimo, tanto lo è il nostro mare. Non si conosce il peso notevole, con tutti gli indotti che procura, che l’Università esercita sul più vasto territorio che la comprende. Inoltre, non ci si ricorda della sua esistenza qui. Tuttavia, c’è una differenza tra il Mare e l’Università. Riguarda la responsabilità propria di questi due “soggetti” rispetto al Capoluogo. Mentre il Mare non ne ha alcuna di negativo, difendendosi, come sua natura detta, dalle offese che gli abbiamo arrecato, l’Ateneo ne reca disinvoltamente una sua propria, che un provincialismo di maniera, qui, accentua. È l’autoreferenzialità, che da noi invece che esaltare lo spirito di autonomia, che la Legge Fondamentale dello Stato le assegna, si è fatta, sin dalla sua nascita, indipendenza assoluta.

E, da questa, chiusura fortilizia. E, da questa ancora, separazione dal contesto. Pertanto, separatezza. La più pericolosa, perché generatrice di divisioni, incomprensioni, distanziamento. Conflitti, anche se non armati. Ovvero, disarmati di loro stessa incapacità allo scontro. Per mancanza di strategie “ militari” o di coraggio. All’inizio era facile pensare che questo distacco, con le relative conseguenze anzidette, dipendesse dalle ambizioni e dal carattere, diciamo forte e ostinato, per usare due eufemismi generosi, delle due personalità forti poste alla guida dei due “ enti”. Non si amavano e, per il distacco culturale, tra i due, Salvatore Venuta e Sergio Abramo (non riferibile però al grado d’istruzione o ai titoli accademici, ma alla diversità del loro pensare)le due realtà sono rimaste distanti, fino a diventare, anche senza di loro(per il peggioramento, con brevi e poche eccezioni, del livello della rappresentanza) vere e proprie separatezze.

Le due personalità non simpatizzavano, le due realtà pure. Non “si parlavano”. Le due dimensioni, pure. Anche per questo, Università e Città si sono mosse in direzione “ostinata e contraria”. L’una ha negato all’altra ciò che l’una avrebbe potuto, com’è accaduto ovunque, donare ciò che di essa sarebbe servito all’altra. Il territorio non ha ricevuto alcunché dalla ricerca laboratoriale e dagli studi specialistici, l’Ateneo assai poco dal perimetro urbano nel quale è allocata. Un record olimpionico, si potrebbe dire.

Per rendere più attiva, quasi atto volontario, questa separatezza, si è lavorato molto sulla chiusura fisica di ambedue i luoghi, facendo diventare, il primo un non luogo e il secondo un insieme di agglomerati tutti periferici e scarsamente identitari. La distanza fisica si é addirittura materializzata negando i(e ai) giovani allo spazio più delicato e “ romantico” qual è il sempre più intristito Centro Storico. L’affolamento di studenti nella Marina, non è stato altro che una ingannevole attrattiva, in cui il sole, sempre primaverile, e il mare sempre fascinoso, c’entra assai poco. Potremmo, su questa via, continuare a dire a lungo, ma servirebbe a poco, rispetto al fatto più evidente. Anzi, ai due fatti più cogenti. Anche qui l’uno segue l’altro, intrecciandosi nello stesso vecchio punto. L’Università nostra( della Magna Grecia, così detta per concepirla quale interamente calabrese e mediterranea), continua a far da sé senza e, oserei dire, a fronte delle assurdità consumate anche di recente, contro Catanzaro.

L’esempio più eclatante è l’istituzione della Facoltà di Medicina a Cosenza, e a Reggio nel desiderio di questa, e la quasi certa perdita del Cnr, come denunciato coraggiosamente da Antonello Talerico, tema sul quale ritorneremo, turbati anche dal più assurdo silenzio che “mortalmente tace” su di esso. A tutto ciò si aggiunga la totale indifferenza generale, anche intra Ateneo, per uno dei momenti più importanti della vita di quell’alta istituzione culturale, l’elezione del Rettore, vista da lontano non come atto di arroganza “proprietaria” come la si intende da più parti, ma quale fatto tristemente ordinario in un contesto che appare sempre più deprivato di vitalità, anche politica e culturale. E su cui poco potranno incidere intenzioni estemporanee da quel contesto immobile, probabilmente determinate per furbizia da fumo negli occhi o per convenienze d’altro genere.

Il problema che qui si pone non riguarda la qualità degli insegnamenti o altro di valore scientifico acquisito negli anni, ci mancherebbe pure che non ci fossero. Il problema è culturale e politico. Su questo terreno, Città e Università costituiscono due debolezze che si indeboliscono reciprocamente e progressivamente. È tempo che questa tristezza dolorosa e dannosa si interrompa. Un sindaco “universitario” oltre che colto, e perciò politicamente molto sensibile, come il nostro, faccia con un solo passo i due che Università e Città dovrebbero fare insieme per incontrarsi nello spazio più solenne e promettente, quello della Politica.

Lo faccia subito, perché non c’è più tempo da perdere. Approfitti dell’elezione del nuovo Rettore e avvi, anche con la discussione più ampia e coraggiosa del Consiglio Comunale, magari aperto agli organismi statutari dell’Ateneo, la costruzione di un nuovo e fecondo rapporto tra le due autonomie più democratiche che vi siano, unitamente al sistema delle degli enti locali, nella ingegneria costituzionale del nostro Paese. Si parta, per esempio, con la realizzazione di un’idea antica( posso dire la mia?), quella di un “campus all’aperto in pieno Centro Storico” in cui allocare tutte le facoltà definibili genericamente umanistiche, in esse quelle “giurisprudenziali”, così da inventare una Università bellissima, distribuita razionalmente su due spazi straordinari per due ambiti specificamente dedicati, quello scientifico da implementare ancora, al Campus Venuta, e quello umanistico da allargare notevolmente, nel Centro Storico.

Il tutto mentre in contemporanea, anzi prima ancora, cioè oggi, si fondi la Facoltà delle Scienze del Mare, con sede a Marina. Una sede bella, a distanza necessaria ma davanti al nostro Mare, mettendoci vicino magari un moderno Istituto Nautico. Ovvero quello dei maestri d’ascia, di cui il nostro quartiere ne conserva storia e tradizione. E non si guardi con timore a Cosenza per questo, ma piuttosto ai nostri ritardi e alle nostre distrazione di cui la Città Bruzia dalle rinnovate ambizioni di grandezza ha saputo approfittare. (fc)

L’OPINIONE / Daniela Palaia: L’Università di Catanzaro non è riuscita a farsi protagonista

di DANIELA PALAIA – Fa sicuramente piacere leggere che nella realizzazione del più grande telescopio solare d’Europa sono coinvolte anche tre università italiane, tra cui l’Unical di Cosenza. Fa piacere, come lo fanno le tante notizie, nei più svariati campi, che contribuiscono a sfatare lo stereotipo di una Calabria marginale, tutta arretratezza e malaffare.

Fa sicuramente piacere, ma purtroppo lascia in bocca un retrogusto amaro ai catanzaresi che leggono notizie di tutt’altro segno, a proposito dell’Università Magna Graecia che ha sede nel capoluogo di regione e che proprio quest’anno festeggia i venticinque anni dalla sua nascita. Notizie che impongono una riflessione seria, scevra da ipocrisie di facciata e, se necessario, impietosa.

L’ultima in ordine di tempo è quella relativa alla querelle tra UniCz e Cnr, sulla quale peraltro abbiamo registrato gli interventi incisivi del consigliere regionale e collega consigliere comunale, Antonello Talerico. Una vicenda preoccupante perché rischia di tramutarsi, se non lo è già, in un’occasione persa. L’ennesima. Lì dove sappiamo quanto sia fondamentale la ricerca per lo sviluppo del territorio e invece ci vediamo costretti ad assistere a una rissa che della dignità della ricerca sembra avere ben poco.

Come dimenticare, poi, la nascita di una seconda facoltà di Medicina, all’Unical, fuori da ogni pianificazione dell’offerta formativa in Calabria. Con l’università cosentina che si è comunque dimostrata apprezzabilmente capace di consumare tutti i passaggi necessari a giungere pronta all’appuntamento, a fronte di una università catanzarese il cui atteggiamento è apparso fiacco, debole e per molti versi contraddittorio.

Di recente, il collega consigliere Vincenzo Capellupo è tornato giustamente a chiedere conto di che fine abbia fatto il corso interateneo di Lingue Straniere ma anche qui, dall’UniCz, nessuna risposta, come se il tema fosse di second’ordine in un mondo globalizzato nel quale la conoscenze delle lingue è conditio sine qua non per reggere la concorrenza tra i mercati ma anche per alimentare lo scambio di conoscenze e la crescita più in generale.

E ancora: L’Università del Mare che nasce a Cosenza. Nessuna meraviglia, intendiamoci, il dinamismo brillante dell’Unical è cosa nota e, ribadisco, ci fa piacere come calabresi. Ma è appena il caso di ricordare che l’UniCz sorge a pochi chilometri da due mari, uno dei quali addirittura raggiungibile agevolmente in bicicletta se non addirittura a piedi. E questo, a pensarci bene, oltre a non fare piacere, lascia letteralmente sbigottiti nel dover prendere atto che la risorsa mare sembra non riguardare l’università del Capoluogo.

Andando indietro nel tempo, infine, troveremmo altre perle, come ad esempio le polemiche tra il rettore della Magna Graecia e i vertici medici e di governo dell’Ao Pugliese Ciaccio. Altra storia che ha dell’incredibile, ma fermiamoci qui perché l’esito di questa breve disamina appare ampiamente scontato: l’università di Catanzaro non è riuscita a farsi protagonista, insieme con gli altri attori sul territorio, di alcun beneficio per la crescita e lo sviluppo, al di là dell’ordinaria attività didattica.

Una università incapace di dialogare, chiusa all’interno delle sue mura, lontana, avulsa dal sistema-città che pure anche del suo ateneo avrebbe bisogno per ridarsi quel peso e quell’autorevolezza che tutti vorremmo ritrovare e per i quali tutti cerchiamo di dare un contributo. Quello dell’UniCz non riusciamo a vederlo; dispiace, addolora, ma nessuno può rimproverarci di non averlo sempre cercato. (dp)

[Daniela Palaia è consigliera comunale di Catanzaro]

 

L’OPINIONE / Alberto Porcelli: Riconvertire area ex Liquichimica di Saline per produrre idrogeno verde

di ALBERTO PORCELLI Mi sono sempre domandato e non è da poco, avendo i capelli bianchi, credendo come me tanta altra gente, perché alle nostre latitudini non si può   parlare di grandi progetti, ma ci si deve limitare ai soliti pannolini caldi.

Noi assomigliamo molto a coloro che sostano fuori dai grandi magazzini con la mano tesa, e sono felici e contenti non appena ricevono qualche soldo, perché ritengono di aver risolto molti dei loro problemi. Mai idee e progetti tali da poter volare alto e dare sviluppo al territorio, diminuire la disoccupazione, frenare l’emigrazione che non interessa solo i giovani ma coinvolge anche i genitori che sempre più spesso vendono l’abitazione e si trasferiscono al Nord dove sperano di acquistare una mini abitazione per stare vicino ai figli e dare loro una mano. Pertanto i territori si spopolano non solo di giovani ma anche di anziani. 

  Quelli che a noi appaiono grandi progetti, non sono poi tali e se li analizzano attentamente basta mettere le carte al punto giusto per capire che essi rappresentano la normalità dal Tevere in sopra tanto da essere realizzati senza alcuna preoccupazione.

Entriamo nel merito. Il nostro futuro è già da oggi nelle “mani” dell’Idrogeno verde che rappresenterà il 100% dell’energia rinnovabile, ma noi non siamo in grado di pensare che sul nostro territorio esistono già due grandi strutture che per insipienza, mancanza di idee, paura di assumere decisioni e quanto altro, sono abbandonate a sé stesse e lasciate lì a deteriorarsi ed invecchiare lentamente che potrebbero dare molto sviluppo con la loro ristrutturazione 

Un minimo di lungimiranza ed arguzia, mista a coraggio, consentirebbe di poter prendere due piccioni con una sola fava se si pensa ad uno sviluppo sostenibile che sappia coniugare le caratteristiche del territorio con le nuove frontiere della produzione energetiche. I più certamente ricorderanno che si era parlato di trasferire la prestigiosa e produttiva industria di treni Hitachi dal centro di Reggio Calabria, dove lo stabilimento e relativa corte occupano una superficie di appena 44.000 mq. con quattro linee di produzione, a Saline dove la grande struttura delle Officine Grandi Riparazione di Saline – ceduta all’Hitachi, offre circa 470.000mq. di superficie e circa 30.000 di costruito.

L’Hitachi che è stata sempre innovativa, con siffatta estensione potrebbe potuto realizzare quattro ulteriori linee di produzione, ed implementarsi con altri prodotti, servendosi della linea ferrata che passa   accanto ed avrebbe certamente triplicato le attuali unità lavorative.   

Le autorità politiche quali Governo, Regione ed Enti Locali avrebbero dovuto costruire ponti d’oro, affinché ciò potesse avvenire, mentre tutto è avvolto da un’assordante silenzio e qualcuno si spinge persino a proporre di chiudere l’aeroporto per dare maggiore spazio all’Hitachi nella sua odierna sede. 

Cioè mentre prima esistevano due aziende con questa proposta assurda si ridurrebbe solo ad una. Ma ecco l’idea. Perché non si sponsorizza la riconversione dell’area della ex Liquichimica di Saline per produrre Idrogeno verde, visto anche l’interesse dimostrato dalla società Svizzera proprietaria?

Quale migliore occasione, quella di poter offrire alle Officine Grandi Riparazioni ed alla Hitachi l’Idrogeno utilizzato per movimentare i treni del futuro? 

Non ci vuole molto per comprendere che questa idea potrebbe dare soluzione anche agli atavici problemi del nostro aeroporto che potrebbe spostare l’aerostazione negli odierni stabilimenti Hitachi, posti a ridosso della linea ferroviaria e vicino al mare dove poter realizzare un attracco per mezzi veloci. 

A ben pensarci i piccioni da catturare sono tre a fronte di una sola fava, e cioè Nuova ex  Liquichimica con ristrutturazione del porto. Nuova Hitachi presso le OGR e nuovo Tito Minniti con lo sviluppo prevedibile. (ap)

L’OPINIONE / Rudi Lizzi: Escluso da Giunta di Gerace, ma a testa alta

di RUDI LIZZI – Escluso dalla Giunta, ma a testa alta, consapevole delle tante cose fatte per Gerace e con l’amarezza d’aver subito una scelta che, solo per il momento, interrompe un’azione di governo votata alla crescita ed allo sviluppo della comunità geracese.

Non ero d’accordo con la candidatura a sindaco di Salvatore Galluzzo, ovviamente non per questioni personali, ma per una convinzione nata dopo aver ascoltato e recepito la volontà della cittadinanza. Nella mia esperienza ho sempre ritenuto supremo l’indirizzo che arriva dalla base, dalla gente che vive, opera e lavora per lo sviluppo di Gerace. Insomma, non sono a credere che una sintesi su Galluzzo possa essere sbagliata, ma è una chiara e netta sensazione emersa dai cittadini. Questo l’ho detto in numerose riunioni interne, sottolineando allo stesso Galluzzo così come agli altri consiglieri che, una buona parte della cittadinanza, si era espressa criticamente rispetto ad una sua discesa in campo. Ho pagato, se così si può dire, per aver difeso e dato peso alla volontà popolare.

Non ho nulla da rimproverarmi e porto con me un numero infinito di attività, progetti, lavori e risultati che, in questo ultimo anno e mezzo in cui ho svolto le veci del sindaco, spesso assente per motivi personali ed a cui rinnovo il mio più grosso in bocca al lupo, hanno contribuito a migliorare l’assetto di Gerace nel presente e in un’ottica di sviluppo nel medio-lungo termine.

Ho sempre pensato Gerace divisa in quattro macro-aree: il centro, l’area montana, il borgo e l’area di Merici. L’impegno che avevo immaginato su cinque anni prima che mi venisse revocato l’incarico, ha prodotto risultati straordinari se guardo, per esempio, al progetto portato avanti con la Città Metropolitana rivolto all’ultimazione della piazza davanti la Chiesa, a Merici, dotata di tutti gli arredi urbani necessari e di un parco giochi che la rendesse, finalmente, un punto di ritrovo ed accoglienza. Come dimenticare, poi, la realizzazione dei campi di padel e di calcio comprensivi di ogni servizio possibile.

Opere che verranno cantierizzate nell’arco di un mese o poco più. Per non parlare, ancora, del finanziamento da 1,5 milioni di euro per il “Borgo smart”, un progetto che andrà ad incidere sui sottoservizi del centro storico con l’interramento di tutti i cavi. Idee che hanno avuto un’eco internazionale e che hanno spinto l’immagine di Gerace fuori dai confini nazionali.

I 390 mila euro destinati al miglioramento delle strade interne e la scelta di voler intervenire massicciamente nelle aree montane interessate, proprio adesso, da lavori che finiranno entro luglio. Come per esempio la rifunzionalizzazione, dopo 20 anni, del depuratore. Si tratta di risultati concretissimi, nonostante le difficoltà come il rallentamento dei lavori sulla scuola “Contrada Vene” a causa di un’interdittiva che ha colpito la ditta esecutrice. Avrei voluto che si spingesse forte sui lavori della chiesa perché il territorio montano necessita di un luogo di culto degno di questo nome e fortemente identitario. È un’idea che non mollo e che porterò avanti con tutte le mie forze.

Al centro, come detto, ci sono il parco giochi per bambini al Castello e la Ztl. Ma anche l’auditorium in Cittadella Vescovile, i 20 milioni per la Porta del sole, le numerose fiere e l’efficientamento energetico di Palazzo Grimaldi per 145 mila euro. L’attenzione nella parte montana ha riguardato, fra le altre cose, «il contenimento delle frane, l’ammodernamento e l’efficientamento energetico delle case popolari, la Strada Doria per 50 mila euro ed il depuratore Zomino.

Quindi, l’area di Merici con gli interventi di completamento sulla strada Modi Badessa, l’asilo, la strada Cricini e quella dietro la chiesa Azzurria, i 450 mila euro del piano della Città del Mare col campo Padel, la piazza e il parco giochi». Ed ancora: «Il borgo è stato al centro della riqualificazione del convento dei cappuccini per 700 mila euro; di un copioso lavoro di illuminazione dal borgo a San Filippo; del muro del cimitero e del computo di 120 loculi, della progettazione, per 21 mila euro, del tetto della chiesa dello stesso camposanto, fino ai giochi per l’asilo Maroncelli, i 28.500 euro del progetto Sport inclusione sociale e le attrezzature per la scuola, l’avvio del primo lotto del parcheggio meccanizzato, il rifacimento di numerose vie, i 50 mila euro per la strada Barbara-Tre Ulivi e l’ammissione, senza finanziamento, della riqualificazione di Largo piana per altri 700 mila euro.

Ogni area, insomma, è stata costantemente tenuta in debita considerazione. In qualità di vice sindaco, spesso reggente del Comune, mi sono speso con passione e la chiara volontà di servire la mia comunità che, quotidianamente, riconosce la bontà e l’efficacia della mia azione amministrativa che non si risolve di certo con la revoca dell’incarico, ma che continuerà per il bene di Gerace ed i geracesi.

All’epoca il percorso intrapreso era una scommessa nella speranza di poter contribuire ad aprire una nuova stagione politica così da garantire una maggiore attenzione al paese, sacrificando la vita privata cosciente anche dell’altro incarico che mi vede delegato al Consiglio metropolitano. Di questo ringrazio, in primis, una persona che mi ha fatto da guida, offrendomi gli input necessari per arrivare sin qui : il commissario metropolitano di Azione dott. Santo Danilo Suraci, che mi è stato vicino dalla campagna elettorale fino al passaggio in Azione, sfociato poi nella delega assegnatami dal sindaco metropolitano.

Non posso non citare, quindi, l’affetto, la stima e il rispetto con cui il sindaco avv. Giuseppe Falcomatà mi ha accolto, prima come consigliere e, poi, nella maggioranza quale consigliere delegato. Così come il facente funzioni, avv . Carmelo Versace, che mi sostiene in ogni problematica che riguarda Gerace, aiutandomi a risolvere ogni questione con lo stesso spirito di un geracese e  promuovendo qualsivoglia attività a supporto della nostra comunità.

A differenza di chi resta chiuso in pensieri piccoli o subordinati io ho sempre agito pensando di allargare il più possibile le mie conoscenze, creando rete e facendo parte di un team che potesse aiutarmi nella crescita e nella rinascita di Gerace e di tutto il territorio. Anche il mio ruolo a Palazzo Alvaro, infatti, va considerato come un fattore importante nell’interesse di Gerace che ha un valido punto di riferimento nella massima istituzione territoriale.

In un anno e mezzo si sono tradotti, fra le altre cose, nella realizzazione  di un Piano di protezione civile, nella pulizia di numerosi valloni, negli oltre dieci attacchi antincendio per i Vigili del Fuoco sparsi su tutto il territorio, nelle manutenzioni e nel rifacimento di lunghi tratti della rete idrica per un risparmio notevole di acqua e la garanzia del servizio a “Campo-Zarioti-Liscio”, nel parcheggio Barbara, nella “Green comunity” ammessa ma ancora non finanziata per 4,3 milioni e nella Sp1 Locri-Gioia Tauro.

Su ognuno di questi interventi – ha concluso Rudi Lizzi – c’è il mio impegno e la mia volontà di far crescere Gerace. E non sarà la revoca di un incarico a distogliermi da un patto che, ad ottobre del 2021, ho firmato con i geracesi. (rl)

L’OPINIONE / Eduardo Lamberti Castronuovo: Il progetto civico è davvero esploso

di EDUARDO LAMBERTI CASTRONUOVO  – Il progetto civico imploso? Al contrario, è davvero esploso!

A giudicare, infatti, dalle presenze all’inaugurazione della segreteria politica, non può che non toccarsi con mano, quanto la gente di Reggio Calabria, soprattutto quel 60% che non ha votato alle ultime elezioni amministrative, abbia fame di normalità, di semplicità, di una buona amministrazione e soprattutto voglia vedere la città di Reggio bella e gentile, com’era prima.

É evidente che in un polo civico, costituendo, ci siano pensieri ed animi contrapposti. Ma, così com’è stato detto più volte, il pensiero dominante è quello che rappresenta la libertà come motore principale di questo processo ormai inarrestabile.

Ovviamente, dovendosi accostare pensieri differenti, culture ed esperienze diverse, è normale che ci siano discorsi animati o divergenze che poi si sciolgono, come neve al sole, allorquando interviene il pensiero dominante per tutti, che è quello di raggiungere l’obiettivo di modificare in meglio la vita dei cittadini di Reggio.

Ciò che ci dà lo spunto per avere questa iniezione di orgoglio, è proprio il successo dei nostri giovani, non solo in città, ma anche oltre le mura cittadine. Valga come esempio quello rappresentato, in campo culturale, dai giovani del Liceo da Vinci che hanno occupato le tre postazioni principali sul podio delle Olimpiadi Nazionali della Cultura.

Come pure quanto i giovani del Liceo Volta sono riusciti a mettere in scena, addirittura, in un Musical che ha fatto ipotizzare, al numeroso pubblico presente, di trovarsi a Broadway, per la classe, per la capacità, quasi professionale, dei giovani che, in effetti, non hanno fatto altro che slatentizzare ciò che nel loro Dna è il teatro e la cultura, non solo calabrese.

Si vanno ad aggiungere ora, a dimostrazione che la scuola reggina non sia seconda a nessuno, i due posti, primo e secondo, conquistati dal Panella Vallauri di Reggio e dal Fermi di Bagnara, due scuole tecniche di alto livello, addirittura nel cuore della provincia di Bergamo, dove un’azienda multinazionale la Gewiss SpA ha bandito un concorso “Save Energy”, attualissimo, per lo studio del risparmio energetico.

La scuola reggina ha presentato un progetto per il risparmio energetico ed il Fermi di Bagnara per la riqualificazione del palazzetto dello sport.

Se a questo si va ad aggiungere che un nostro concittadino, con decreto, a firma del Presidente della Repubblica, il professor Carlo Altomonte è stato nominato tra gli otto esperti di Economia nel Cnel, nomi che affiancheranno, nientemeno che, il governo nella gestione di questo importante progetto, completiamo un quadro che fa venire i brividi e al tempo stesso, aumenta i sensi di colpa di chi non crede nei nostri ragazzi e li fa fuggire da Reggio

Dove vai vai trovi il successo dei reggini. Possibile che non lo si debba trovare anche nella nostra città? Io immagino di sì. Questo progetto civico è stato partorito per fare in modo che il concetto di Giovanni XXIIIº “Ut Unum Sint” sia applicato. É ovvio che la libertà dia adito anche a pensieri differenti, ma l’importante è il coinvolgimento, la condivisione e tutto quanto necessario, per fare in modo che la città si avvalga dei migliori e soprattutto di quelle persone perbene, che sono la grande maggioranza dei cittadini.

Questo è il punto, non altro. Se si parla di implosione di un progetto, si vada a rivedere il dizionario della lingua italiana, perché c’è una bella differenza tra implosione ed esplosione. Noi vediamo la seconda. (elc)