L’OPINIONE / Santo Gioffrè: Il Governatore Occhiuto, l’uomo del giorno prima e di quello dopo

di SANTO GIOFFRÈ – Se mai vi fosse in gestazione una tesi sperimentale di dottorato, in questa Calabria perduta dentro l’ignoranza e l’ignavia della gente, impegnata più ad elemosinare miseria che ad imporre diritti, dai 19 mesi del Presidente Roberto Occhiuto a capo supremo e con poteri assoluti sulla sanità in Calabria, potrebbe venirne fuori un trattato su come si esercita il potere attraverso la prospettiva e rivendita catodica della propria immagine giornaliera.

Oltre ad annunci continui, selfie, gesti mediatici meticolosamente costrutti ed imperiosi, individuazione, sempre e comunque, di annose colpe altrui, il niente sovrasta ogni realtà camuffata. Per Occhiuto, dopo 19 mesi di poteri come mai da alcun avuti e dopo 3 anni di governo della sua stessa compagine, la colpa della sua assoluta incapacità sta ed è degli altri: di quelli di una volta, di prima, insomma… A leggere l’articolo apparso ieri (giovedì ndr) sul Quotidiano del Sud, apprendiamo che è stata proposta una legge per chiedere uno slittamento dei bilanci delle Asp calabresi al 30 giugno e una modifica legislativa per poterli ancora modificare, una volta accertato il debito delle Asp stesse, fino all’aprile 2024. In queste poche righe, non solo la miseria di una furbizia e l’arroganza, ma, anche, il totale disprezzo per le umane sorti Calabre visto lo stato miserevole dell’ars sanitaria nelle Calabre Province.

Il Decreto Calabria impone l’approvazione dei bilanci o la decadenza di tutti i Commissari, espressioni e governo del Governatore. La data, aprile 2024, sta per un mese prima delle elezioni europee. Intrigante deduzione. Ma il dato tragico non è questa banale costumanza di presunto ed allegro calcolo elettoralistico… Nooo, è nascondere l’incapacità totale di governo. Occhiuto ha predicato, in ogni parrocchia, che l’accertamento del debito della sanità calabrese, in un paio di mese, con lui presidente, era cosa fatta.

Aveva dato una cifra… Aveva detto che con lui non si scherza…Già, i pagliacci del passato… Apprendiamo, invece, che non era assolutamente vero quanto da lui sbandierato, ma che ora, non si ha la ben minima idea di quanto, ancora, siano i debiti, tanto che nessuna Asp è in grado di chiudere i bilanci. Non solo, le Asp di R.C e Cosenza, ORA, stanno cercando di farlo attraverso la circolarizzazione. Attenti, se questo è l’unico modo per pagare, potenzialmente, è truffaldino e fonte di arricchimento rapinesco.

Se volete sapere perché, il 6 giugno ve lo spiegherò a Lamezia. Poi, c’è la questione degli extrabudget…che non possono bastare le ottemperanze per dire che non siano infette… Già, il prode Occhiuto… il Piano di Rientro, le belle parole e il lancio sdegnato di carte sulle scrivanie a uso e piacere di telecamere e dirette da talk-show. Già… Ma Presidente Occhiuto, invece di fare queste figure, perché non fa una semplice operazione di sano populismo, alla grillina insomma.

Un atto che lo proietterebbe in Europa, ma che dico, nel Mondo. Perché non ricostruisce i bilanci della Sanità Calabrese dal 2005 al 2020? Basta poco, guardi. Altro che risanare tutto! Certo, ciò comporterebbe l’indossare corazze… Io tentai e mi fecero saltare. Lei, che di così gran bene gode, ne ha la stoffa e le garanzie giuste. Lo faccia! Se no, Presidente, di che parliamo? Ad esempio del fatto che dovrebbe, veramente, spiegare perchè la Calabria non potrà mai uscire dal Piano di Rientro? Lei, come me, lo sa il perché… Lo dica! (sg)

L’OPINIONE / Emilio Errigo: I fari storici, luce sul mare della Calabria

di EMILIO ERRIGOAvete mai osservato la luce potente e penetrante di uno dei tanti storici fari che illuminano il mare azzurro della Calabria?

Se ancora non lo avete fatto e la curiosità incalza nei vostri piacevoli pensieri, allora non tardate e una di queste serate, meglio se in compagnia, andate sulle coste che vi indicherò e osservate, il fascio e fascino di luce che proietta sul mare della Calabria, una potente forza illuminante a beneficio dei naviganti e della sicurezza della navigazione marittima. 

I fari storici situati nei siti più idonei della lunga fascia costiera marittima in Calabria, sono ben 11 (unidici), uno più affascinante dell’altro, tutti da osservare di notte e visitare di giorno, se vi sapete organizzare, contattando il Re della Luce sul Mare:  “Il Guardiano del Farò”. 

Potete farlo per il tramite il Comune costiero nel quale insistono queste undici   creature umane architettoniche, vere meraviglie, bellezze storiche, paesaggistiche, artistiche  e architettoniche, presenti non solo lungo gli  affascinanti poco meno degli  800 chilometri di paesaggi    costieri della Calabria.

Il navigante nel  Mare Mediterraneo,  che sia imbarcato  a bordo di navi battenti bandiera italiana  o estera, che per motivi di navigazione commerciale, turistica, crocieristica, diportistica, da pesca, poco importa, che  intenda fare rotta di avvicinamento alle acque sempre più blu dello Jonio, attraversare il mare dello Stretto di Messina, con vista ravvicinata delle bellezze più uniche che rare al mondo,  paesaggistiche costiere della Calabria e Sicilia, per poi proseguire la navigazione nazionale nel Mar Tirreno, chi vede ai suoi occhi per primo è la luce potente e attraente dei tanti fari costieri marittimi della Calabria.

La luce dei fari non è fissa e l’intenso bagliore luminoso inconfondibile, sia perché visibile alle grandi distanze misurate in miglia marine (1 miglio marino è pari a 1852 metri lineari), che perché fa un giro continuo sul punto fisso della costa di 360 gradi, durante le ore notturne per 365 giorni dell’anno, con il bello e cattivo tempo e a prescindere delle buone o avverse condizioni meteo marine.

Andiamo a scoprire più da vicino i luoghi dove esistono questi gioielli architettonici e storici.

Il primo che avvistiamo in Calabria nel Mare dell’alto Jonio al confine nord orientale,  sia provenendo dal mare Adriatico, dalle coste balcaniche, croate, slovene, bosniache, montenegrine,  albanesi, coste del Mar Nero, greche, turche, cipriote, maltesi, libanesi, siriane, egiziane, dal Canale di Suez, israeliane, palestinesi, libiche, tunisine, algerine, marocchine, da Gibilterra e dalle coste degli oceani attraversando lo Stretto di Gibilterra , spagnole, francesi, monegasche, sarà  il Faro di Punta Alice, situato nella antica Krimisa  promontorium ora Comune di Ciro Marina, in provincia di Crotone. Costruito dal Genio Civile Opere Marittime, nel 1895 ed entrato in pieno esercizio nel 1896, si trova a poco più di 31 metri sul livello del mare, il suo fascio di luce si propaga per oltre 16 miglia marine.

Navigando lo Jonio verso la bocca di entrata  a sud dello Stretto di Messina, avvistiamo il Faro di Capo Colonna, emblema della Città più importante e simbolo della Magna Grecia , fu edificato a partire dall’anno 1870 completato nel 1873, entrando in esercizio i primi mesi dello stesso anno. La sua altezza in lanterna situata sulla sommità della torre, misura  circa 41 metri sul livello del mare, una portata luminosa di oltre  24 miglia nautiche. Da terra si osserva la storia ultra millenaria della Città di Crotone.

Il Faro di Capo Colonna suscita emozioni infinite e fantasie grecaniche. Una o più visite al Museo e Parco Archeologico di Capo Colonna è una esperienza terrestre costiera che rimarrà impressa nella vostra mente per sempre.

Il prossimo Faro costiero Jonico è quello di Capo Rizzuto, più noto come il Faro Isola di Capo Rizzuto, situato a protezione imponente della più importante Area Marina Protetta della Calabria, patrimonio universale di biodiversità e un ecosistema marittimo costiero oramai meta continua di studiosi di biologia marina e scienze ambientali, provenienti da ogni angolo del mondo. 

Il Faro di Punta Stilo, svetta imponente a circa 54 metri sul Mare del Comune di Monasterace in provincia della Città Metropolitana di Reggio Calabria, ha una portata luminosa di oltre 22 miglia marine, la sua edificazione fu completata nei primi mesi del 1985, entrando in funzione al servizio della sicurezza della navigazione lo stesso anno. Stilo nota come la Patria dell’Utopia di Tommaso Campanella, un Borgo antichissimo da godersi in più giornate di silenzio e vita spensierata. 

La storia della Magna Grecia, nasce, si sviluppa, cresce e si propaga nel mondo, partendo proprio da questi luoghi di indefinibile bellezza paesaggistica marittima, costiera e montana. Andate a visitare l’antica  Kaulonia e le storiche miniere di Pazzano e Bivongi. Capo Spartivento con il suo potentissimo e robusto Faro di Capo Spartivento, non lascia adito a incertezze sull’origine storica e reale del suo nome, “lì dove dominerà per sempre  il faro del vento”!

La sua antica torre si innalza verso il cielo azzurro e plumbeo, ad otre 63 metri di altezza a picco del mare, con una portata che supera in condizioni meteo marine favorevoli, gli oltre 24 miglia. Il Comune Grecanico di Palizzi , che lo ha in cura territoriale, con la sempre presente e onnipresente figura amica,  del simpatico e intransigente esperto Maresciallo dells Marina Militare Italiana, il reggente ATN Antonio Romeo, (ma quando dorme Maresciallo Guardiano dei Fari ?), se ti avvicini più di tanto,  salta fuori dalla sua struttura  come una saetta e ti accoglie con un sorriso che non lascia presagire accordi che violano la sicurezza del Faro di Capo Spartivento. Ci rimangono impresse nella mente, le Sue belle storie narrate con una calma attraente, che è pari al silenzio presente sui promontori litoranei  dove sono stati fatti costruire i Fari marittimi, rientranti nella sua custodia e vigilanza, quale “Guardiano dei Fari”,  di Punta Stilo, Capo Spartivento e Capo dell’Armi.

Dopo aver attraversato Bova Marina, il mare caldissimo di Condufuri, San Lorenzo, Melito Porto Salvo, luogo simbolo dello storico sbarco dei Mille di Garibaldi, superato l’abitato di Montebello e Saline Joniche,  e poche miglia prima di avvicinarci a Punta Pellaro, le fosse  e baie di Porto Bolaro, San Gregorio e Punta Sant’Agata, non c’è alcuno che possa non vedere la maestosità del Grande Faro di Capo dell’Armi o delle Armi, situato nel territorio del Comune di Motta San Giovanni in provincia di Reggio Calabria. 

Il Faro di Capo dell’Armi o delle Armi, sorge sulla sommità di un promontorio  a picco sul mare alto e roccioso, a oltre 95 metri (novantacinque) sul livello delle acque del Mare Jonio e irradia la sua luce molto luminosa e illuminante, per oltre 22 miglia marine, tanto da essere visibili anche da molti Comuni della vicinissima antica, bella  e nobile, Terra di Sicilia. 

I Comandanti delle Navi Mercantili da Crociera, i Capitani dei Battelli  dei turisti e diportisti, prima di entrare nella Bocca Sud dello Stretto di Messina, (c.d. Canale di Scilla e Cariddi), riducono al minimo consentito la velocità dei motori, mentre i velisti ammainano tre quarti di vela per ridurre il moto, allo scopo di godersi attimo per attimo, minuto,  minuto dopo minuto, le fascinose acque calme e le coste lungo le quali si possono ammirare le piccole case  dei Borghi Marinari, vicinissimi l’uno all’altro, come dei piccoli o grandi presepi.

Si notano le tipiche imbarcazioni colorate dei Pescatori Calabresi e Siciliani, la vegetazione sempre verde e i fiori della macchia mediterranea dello Stretto  Internazionale, che “unisce” la Calabria e  la Sicilia, evoca paradisiache realtà paesaggistiche-ambientali, che dire rare è riduttivo, anzi direi proprio  che sono uniche al mondo, senza ledere alcun diritto di primato territoriale marittimo costiero.

Che dire del Faro di Punta Pezzo a Villa San Giovanni? Qui lo Jonio e il Tirreno si abbracciano intensamente, tanto da creare delle forti correnti, chiamate “montante e scendente”, in ragione della loro direzione nord e sud.

Chi entra nello Stretto di Messina, proveniendo da nord, nord-ovest o dal vicino grande Porto Internazionale di Gioia Tauro, non può non intercettare il fascio di luce intensa del Faro di Punta Pezzo, la cui costruzione avvenne tra gli anni dopo il 1880 e l’entrata in servizio nel 1883. Posizionato sulla sommità di una torre cilindrica colorata con grandi e omogenee strisce circolari rosse e bianche, alta circa 30 metri sul livello delle acque dello Stretto, che irradia la propria luce   per la sicurezza della navigazione e dei naviganti, a oltre 15 miglia nautiche  di distanza dalla costa bassa urbanizzata di Cannitello e Villa San Giovanni di Reggio Calabria.

Di giorno si possono ammirare ” I Piloni”, due esempi emblematici delle capacità ingegneristiche  meccaniche e della tecnologia italiana. Due altissimi tralicci in acciaio rinforzato, che per moltissimi anni sostenevano i grossi cavi elettrici attraverso i quali, veniva trasferita o trasportata, l’energia elettrica dalla Calabria alla Sicilia, cavi visibili sulla costa Calabra  a Santa Trada e in quella in Sicilia, grazie al Pilone di Capo Peloro, vicino il Lago di Ganzirri, (detto anche Pantano Grande) patria delle gustosissime cozze di Ganzirri, in provincia di Messina.

Il Faro di Scilla, realizzato sulla Rocca del  Castello Ruffo di Calabria, assicura i naviganti di tutto il mondo, che la rotta di avvicinamento allo Stretto di Messina, è sicura, certa, senza incertezze ed errori di carteggio nautico e ricorso alla navigazione astronomica con il ricorso al “Sestante” per calcolare le rette di altezza delle numerose e brillanti stelle, presenti sul Mare di Scilla.

Alto oltre 80 metri sul livello del mare, proietta la sua potente luce a 22 miglia marine, nelle nottate chiare di propagazione è possibile notare anche senza il binocolo marino, anche dalle vicine Isole Eolie o Lipari. Fu completamente ricostruito nel 1913, dopo i danneggiamenti subiti a causa del distruttivo e nefasto terremoto del 1908, che rase al suolo le Cittá di Messina e Reggio Calabria.

Oggi l’antico Borgo dei Pescatori di Tonni e Pescespada, notissimo Nucleo Architettonico Marittimo Costiero di Chianalea, viene visitato e vissuto, tutte le ore del giorno e soprattutto della notte, da milioni di turisti e crocieristi italiani e stranieri, sempre presenti per tutti i 365 giorni dell’anno del calendario Gregoriano.

Chi visita il Museo Nazionale di Reggio Calabria, per ammirare in religioso silenzio i Bronzi di Riace, non può non visitare Scilla e il Borgo di Chianalea, rinominata da artisti, viaggiatori, registi, cantautori , sceneggiatori e romanzieri, la “Venezia del Sud Italia”, per via delle acque del mare che sono presenti sotto ogni casa dei Pescatori, dove trovavano riparo e rifugio sicuro le loro barche colorare (i Luntri e Buzzetti).

Capo Vaticano a Ricadi il Comune delle spiagge incantevoli della vicina Vibo Valentia, ha dato i natali nel 1881 e attivato solo nel 1885,  al noto Faro di Capo Vaticano, alto circa 110 metri sul livello del mare, irradia il fascio e affascinante luce, a oltre 25 miglia di distanza, convenzionalmente o statisticamente a 24 miglia marine. Osservare le spiagge e le fasce costiere nord e sud dalla sommità della torre del Faro di Capo Vaticano, ti lascia senza parole dalla bellezza incantevole della Costa Tirrenica in Calabria. 

Capo Suvero e il suo mare azzurro spumeggiante di bianco candido, accoglie i viaggiatori e naviganti  del Mare Tirreno, con la luce e la struttura a picco sul mare di Gizzeria il Comune costiero in provincia di Catanzaro. La sua altezza a ben 58 metri sul livello del mare, consente di avvistare la luce a 16 miglia nautiche, fu progettato e costruito tra il 1860 e il 1866, mentre la sua completa attivazione e funzionamento, fissa la data del 1869. 

Le coste e il mare di Gizzeria, sono caratterizzate per la varietà dei colori, i profumi inebrianti e bellezze dei luoghi, tutti da visitare e godere a propria libera volontà, senza alcun ritegno di tempo disponibile. La bellezza incastonata dentro i vicini e numerosi Borghi Antichi, marini e montani, rendono il paesaggio ricco di mutevole e incantevole bellezza della Terra di Calabria.

Allontanandosi da questi luoghi ameni, non senza avvertire un nodo alla gola e irresistibile attrazione fatale nel voler pianificare un felice ritorno.

Il Faro di Paola, la Cittá di San Francesco da Paola, in provincia di Cosenza, saluta e da il benvenuto, ai naviganti in arrivo e suggerisce il ritorno a quelli in partenza con rotta bussola nord e nord-ovest, verso le coste di Maratea, del Cilento, Costiera Salernitana e Amalfitana, proseguendo per ogni dove. Il Faro di Paola, ha una portata di oltre 15 miglia marine, ed è situato sul tetto di una delle tantissime Antiche Torre Costiere della Calabria, a circa 54 metri sul livello del mare, fu costruito nei primi anni del ‘900 ed entrato in servizio solo nel 1929.

Dopo aver fatto visita al Monastero dei Frati di San Francesco, occorre navigare sicuri verso le rotte più sicure accompagnate dalle luci dei Fari d’Italia, ideati, progettati, costruito, custoditi, manutenuti e guardati a vista, dai nostri uomini e donne della Marina Militare Italiana, simbolo più evidente della Forza Navale e del Potere Marittimo Nazionale, reso universale dalla Bandiera tricolore dell’Italia con al centro i simboli delle 4 Antiche Repubbliche Marinare. (ee)

(Emilio Errigo è nato a Reggio di Calabria, generale in riserva della G.d.F. docente universitario e attuale Commissario Straordinario di ARPA Calabria)

L’OPINIONE / Ettore Jorio: La delicata posizione della Corte dei Conti

di ETTORE JORIO – Il triangolo no. Non possono vivere insieme accoratamente decisori politici, dirigenza e organi di revisione. Una figura geometrica che tuttavia, a volte, diventa pentagona, con il “contributo” non infrequente, specie in sede territoriale, di organi deputati a decidere secondo giustizia ovvero a difendere in giudizio, in via specifica, gli interessi dello Stato.

Per non dire esagona, allorquando il governo non si accorge di leggi regionali, sottoposte alla sua attenzione a mente dell’art. 127, spudoratamente incostituzionali.

Meno male che c’è la Consulta e, con essa, quella magistratura che legge bene le eccezioni mosse al riguardo delle stesse e decide di coinvolgere incidentalmente la Corte costituzionale. A proposito, la Corte dei conti è così divenuta il secondo giudice, dopo quello ordinario, ad investirla, superando quella amministrativa che, per volumi processuali, dovrebbe un po’ riflettere sul mancato secondo posto sul podio.

L’attuale condizione di vita dell’ordinamento pubblico, in termine di corretta convivenza delle diverse anime che lo ravvivano, «gli è tutto
sbagliato, l’è tutto da rifare» sul piano metodologico. Insomma, prendendo ironicamente spunto da Renato Zero e dal grande Gino Bartali, occorre sollevare il problema, quello condizionante in termine di leale performance dal quale bisogna uscire quanto prima. D’altronde, sarebbe inimmaginabile assistere ad una così dannosa commistione di ruoli nel mercato borsistico statunitense o britannico, sarebbero saltate tante teste e non solo.

Il tutto facilitato, nell’agire pubblico, anche da un oramai consolidato rimescolamento collaborativo di chi è tenuto a rendersi garante della
giustizia ma che viene preso, quasi ovunque, in prestito a tutela della volontà politica e del controllo dell’attività amministrativa nonché della spesa.

Nel sistema della Repubblica, a dominare tutto il suo funzionamento, almeno nominalmente, è il testo unico del pubblico impiego. All’articolo 4 del vigente d.lgs. 165/2001, è infatti sancito che: *al comma 1, spetta agli organi di governo della res pubblica la definizione del progetto politico da attuare medianti programmi e l’esercizio dei controlli sulla relativa attività amministrativa e della gestione rimesse unicamente alla dirigenza; * al comma 4, la dirigenza è titolare dell’adozione degli atti amministrativi e dei provvedimenti, compresi tutti quelli di gestione che impegnano la PA verso l’esterno, con conseguente responsabilità esclusiva del proprio operato.

Ebbene, ossequiando uno schema simile le cose dovrebbero funzionare al meglio, rimanendo in capo: al decisore politico l’onere di indirizzare, di programmare e di controllare i risultati della gestione e la corrispondenza attuativa agli indirizzi politico-amministrativi; alla dirigenza l’adozione di tutti gli atti gestori.

Purtroppo, nella pratica accade, di sovente, diversamente. Ciò in quanto, atteso che, specie in presenza di decisori neo subentranti, si constata un difetto quasi assoluto della conoscenza utile all’esercizio dei loro compiti. Conseguentemente, è facile che gli stessi diventino preda della dirigenza già posizionata. Quella allenata ad una siffatta ricorrente situazione, abituata all’evento e in quanto tale abile ad impossessarsi, per via indotta, del governo dell’ente interessato. Una abilità, questa, tanto condizionante da persistere nei ruoli di alto profilo nonostante la possibilità per il decisore politico subentrante di ricorrere a collaborazioni intuitu personae. Un modo per rimanere perennemente al comando della nave, con la concorrenza abbandonata in una scialuppa e con la responsabilità della rotta e dell’approdo attribuita al capitano comandante.

Quanto a responsabilità, c’è da dire che tutti gli attori della vicenda sono polizza-muniti di contratti assicurativi, di costo non affatto modesto, posti a copertura delle responsabilità riconosciute, ma dolo esente. Le ultime decisioni della Corte dei conti, quanto a quest’ultimo tema, nella sua complessa denominazione di Collegio del controllo concomitante presso la Sezione centrale di controllo della gestione delle amministrazioni dello Stato, hanno introdotto un principio preoccupante per chi non fa bene il proprio dovere. Lo ha fatto con le “relazioni” sulla attivazione delle centraline elettriche e sulla diffusione della somministrazione dell’idrogeno (delibere 17 e 18 dell’aprile scorso), assumendo come “imputati” i dirigenti, resisi responsabili dei ritardi di attuazione della programmazione interna, del facere da loro pianificato, sulla base della programmazione governativa. Un accertamento di responsabilità grave, tanto da sollecitare nei loro riguardi l’applicazione delle sanzioni previste dall’art. 21 del d.lgs. 165/2001, tra le quali è prevista la revoca dall’incarico.

Un tale criterio, qualora dovesse essere preso sul serio ovvero essere condiviso, dal grado superiore della magistratura contabile in caso di impugnazione, sarebbe da una parte preoccupante e dall’altra stimolante per dividere secondo norma gli operati del decisore politico da
quello della dirigenza, con conseguente più autonomia per entrambi più redditizia in termini di qualità del prodotto e di utilità pubblica.

Un’altra caratteristica negativa, come detto nell’incipit, sta nell’esercizio del controllo esterno affidato ad un organo di revisione, troppo rispondente alle esigenze di chi lo nomina, di chi lo retribuisce, peraltro con “salari” appena sufficienti ad assolvere il peso della carica, e di chi fa pesare il ruolo istituzionale che rappresenta.

Anche nei confronti di questo la Corte dei conti è andata dura. Nello specifico, la Sezione giurisdizionale d’appello per la Sicilia della Corte dei conti ha emesso una sentenza (la n. 18 del 2023) che invero ha fatto e farà tremare i polsi – non per entità economica di condanna bensì
per riaffermazione di chiaro principio – a tutti coloro i quali sono impegnati ad esercitare il ruolo di sindaco o revisore presso istituzioni
pubbliche, loro partecipate e aziende facenti parte del servizio sanitario nazionale. La sentenza è chiarissima. Colpita e sanzionata pesantemente «la condotta caratterizzata da inescusabile inerzia e, perciò, gravemente colposa», in quanto tale produttiva di danni cagionati alla collettività interessata.

Al di là dell’effetto “intimidatorio” dei dicta del Magistrato contabile, quest’ultimo ha di certo portato a memoria d’uomo gli irrinunciabili doveri dei preposti alle istituzioni, sia nella qualità di decisori politici che di dirigenti e componenti degli organi di revisione esterni. Un richiamo che, di certo, contribuirà a migliorare sia i rapporti tra i medesimi, sul piano del rispetto reciproco della autonomia di ciascuno, che il risultato dovuto alle comunità interessate.

In Calabria, uguale al resto del Paese per la maggior parte dei lati del poligono, negli altri peggio. Insomma, brutti tempi da decenni con tendenza (si spera) al miglioramento. Una previsione? No, un augurio. (ej)

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Cosenza Città Unica una grande opportunità di crescita

di GIACOMO SACCOMANNO – Non sono, veramente, comprensibili le ragioni dei sindaci del centrosinistra di Cosenza, Castrolibero e Rende, che si oppongono immotivatamente alla proposta della “città unica”, avanzata democraticamente dal centrodestra.

Probabilmente, motivi campanilistici non riuscendo a comprendersi un solo argomento che possa, in qualche modo, rendere plausibile la loro posizione. Con tale proposta si verrebbe a creare una delle più grandi ed importanti città della Calabria settentrionale e si doterebbe questa di una valenza territoriale e non, di maggiori servizi, viabilità e possibile crescita culturale e sociale.

Un comprensorio che potrebbe riorganizzarsi per rendere l’area urbana armoniosa con il potenziamento e la creazione del nuovo ospedale, con l’ulteriore valorizzazione della già prestigiosa Università, con la rivisitazione del sistema di comunicazione viaria e ferroviaria. Senza aggiungere che per tale aggregazione si potrebbe anche accedere a risorse specifiche che singolarmente non sono fruibili. La Lega, con i rappresentanti locali Simona Loizzo, che ha sempre avuto delle geniali intuizioni, Pietro Molinaro, sempre attento alle necessità territoriali, e con l’intero partito, sosterrà questa iniziativa ritenendola di primaria importanza per le ragioni sopra brevemente indicate e, comunque, per aprire un dialogo democratico che possa partire dalla gente e, poi, consolidarsi nei successivi passaggi che la politica deve sorreggere per consentire innovazioni e nuove visioni che porterebbero i territori interessati ad un’ulteriore crescita e sviluppo. (gs)

L’OPINIONE / Daniela Palaia: Per Occhiuto Calabria Straordinaria… tranne Catanzaro

di DANIELA PALAIA – Diciannove Comuni calabresi hanno visto riconosciuti i propri sforzi nell’accoglienza dei turisti per la stagione balneare e sono stati insigniti della prestigiosa Bandiera Blu. Ma per il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, a ottenere il riconoscimento sono stati diciotto Comuni e la frazione di un quartiere del Capoluogo di Regione.

Sì, perché nel video promozionale orgogliosamente diffuso sui suoi profili social, il presidente ha scelto di menzionare Giovino anziché Catanzaro.

Se fossimo a scuola, nell’ora di italiano, faremmo i complimenti a Occhiuto per aver fatto uso della sineddoche, una figura retorica in cui si usa una parte per riferirsi al tutto. Ma purtroppo la scuola è finita da un pezzo e qui bisogna guardare al dato oggettivo: per il presidente della Regione Calabria, Catanzaro non esiste e non ha neanche il pudore di confidarlo soltanto ai suoi più stretti collaboratori, ma anzi lo sottolinea apertamente.

D’altronde non c’era neanche bisogno di dirlo così chiaramente, visto che dall’agenda politica della Regione Calabria il capoluogo è sistematicamente escluso con scelte che ne ridimensionano il ruolo, le funzioni e le prospettive: si pensi al duplicazione della facoltà di Medicina, alla riduzione dei fondi ATO per le politiche sociali, alla individuazione penalizzante della sede di un concorso regionale.

Sarebbe troppo facile scaricare la responsabilità del fatto su chi cura la comunicazione del presidente e sarebbe anche vigliacco farlo. La verità – ed è giusto che lo si ammetta pubblicamente – è che Catanzaro e i suoi abitanti, i suoi rappresentanti politici e il suo territorio per Occhiuto, se va bene, vengono per ultimi.

Allora mi si permetta di suggerire al presidente un nuovo claim turistico più aderente alla sua visione: non più Calabria Straordinaria, ma Calabria (tranne Catanzaro) Straordinaria”. (dp)

[Daniela Palaia è consigliera comunale di Catanzaro]

L’OPINIONE / Vincenzo Speziali: Anniversario morte Moro sia vissuto all’insegna della sua devozione

di VINCENZO SPEZIALI – Questo ennesimo e doloroso anniversario della morte del Presidente Aldo Moro (sono passati ben quarantacinque lunghissimi e strazianti anni) lo si vive  – o così dovremmo tutti fare o almeno in tal modo sento io di farlo io! – all’insegna della sua devozione e cercando di essere come lui ci ha insegnato.
Moro, sempre Moro, solo Moro, è colui il quale rappresenta, da par suo, il patrimonio ideologico comune di questa indecente ed ingloriosa diaspora democristiana, la quale avverso con tutte le mie forze e che farò in modo, con tanti amici con cui sono in contatto e in stretto rapporto, di far cessare, al di là di quelle stupide e becere beghe, di qualcuno, per di più sobillatto da ‘servizi stranieri’, che tenta di ridicolizzare oltremodo, brandendo azioni giudiziarie (a loro volta, come si sa, non attinenti alla politica!).
È Moro, sempre Moro, solo Moro, che continua ad accompagnarmi, ogni giorno della mia vita, in qualsiasi momento, in qualunque iniziativa pubblica e privata, ma sempre all’insegna della passione e della coerenza, anzi, veglia su di me, come sempre è stato.
Difatti, nei miei ricordi di bambino, ho ben impresso la foto rituale di quei tragici ’55 giorni’, quando lo vedevo nei TG con il volto pensoso e al tempo stesso dolce e mite.
Fu lì, in quei momenti, che capì io stesso si essere un democristiano, quindi di appartenente alla più bella e grande storia del Novecento, non solo italiano, bensì mondiale.
Non un passo indietro, perciò, lungo il tracciato della nuova costituente democristiana, per la quale si sta spendendo anche il Presidente dell’Internazionale DC Amine Gemayel – che ringrazio per i suoi sforzi e per avermi delegato in sua vece a far si che io sovraintenda il tavolo nazionale – ma come non mai, tutto ciò lo dobbiamo al Presidente Moro, per il quale non mi stancherò di chiedere giustizia e verità.

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il 45esimo di Aldo Moro nel 75esimo della Costituzione

di FRANCO CIMINO – Il Quarantacinquesimo anniversario della scomparsa di Aldo Moro coincide con il settantacinquesimo della nascita della Costituzione ( ancora in corso), di cui egli è stato uno dei padri benché fosse molto giovane quando si mise a lavorare all’Assemblea Costituente.

Trentuno anni, pensate. Il mio primo pensiero, pertanto, va innanzitutto ai giovani. A quelli che si ribellarono in armi per contribuire a liberare l’Italia, quelli che poterono scendere dalle montagne per mettersi alla testa del corteo che sfilò lungo le strade principali delle città liberate dai fascisti oppressori e dai nazisti invasori. Penso ai giovani che sulle montagne della Resistenza vi rimasero col fucile in mano e il petto squarciato, e nelle tasche due lettere, le solite dei nostri partigiani.

La prima alla propria madre, la seconda ai compagni assicurandoli che gli aguzzini che li avrebbero fatti prigionieri sarebbero rimasti senza speranza di un loro cedimento o di un loro tradimento degli ideali per cui già decisero, quei ragazzi, di poter sacrificare la vita. Mi piacerebbe averle adesso per poterle leggere tutte d’un fiato ai miei studenti di tutti gli anni della mia cattedra. E a quelli che incontrerò stamattina in un Istituto di Scuola Superiore di Lamezia, il Polo tecnologico C. Rambaldi. Ogni lettera, una poesia d’Amore. Per la famiglia. Per il Paese. Per i figli. Per la Libertà. Una poesia, tutte insieme quelle epistole, all’Amore, che ciascuno di quei beni contiene, ciascuno di quei valori rappresenta. Esalta. Difende.

Il mio pensiero va anche a quei ragazzi che dopo la guerra e la caduta del regime nascosero la loro passiva, obbligata, fedeltà al fascismo, mescolandosi ai tanti altri non fascisti, ma non furono anti perché intimiditi dalla pigra paura di contrastarlo apertamente. A quei giovani, pure, che si rifiutarono di servire la dittatura evitando di esserne asserviti. Azione costante, questa, che svolsero con l’arma dello studio intenso, ovvero della fede, laica per la Libertà, e religiosa per il Dio della Pace e della Vita. Religiosità e studio, per farsi trovare pronti, dopo la guerra, a servire l’Italia con la Politica e per la sua immediata ricostruzione morale, civile, materiale. Le macerie della dittatura e della guerra erano lì, come innumerevoli montagne di calcinacci, pietre e mattoni, cattiverie e inganni. E non era per nulla facile rimuoverle. Non era per nulla facile sostituirle per metterci lo sviluppo e la ricchezza al loro posto.

Ci voleva una forza straordinaria a sostegno. Una forza che si facesse popolo ancora più unito. Una forza che fosse la più rapida iniezione di fiducia nell’avvenire. Ed energia, anche fisica e mentale, per portare instancabilmente carriola e libri, braccia e saggezza, martello, falce e pennello, aratro e cattedre, banchi di scuola e banco di falegname, terra e fabbrica, principi cristiani e ideali laici e socialisti, nel nuovo immenso cantiere dell’Italia democratica. Questa energia era la Costituzione appena varata. Ne bevevi un sorso e ti sentivi un leone. Ne bevevi ancora, e ti trasformavi in un lottatore imbattibile. Ne gustavi ancora e poi ancora, e ti sentivi di volare. Volare in alto fino a cielo. Come gli angeli. E volare più radente, come gli uccelli, per vedere la distruzione che via via si trasformava in ricostruzione. Volare sopra le miserie umane per sentire nelle ali l’aria fresca e pulita della Libertà. Il mio pensiero di questo quarantacinquesimo nove maggio “moroteo”, va anche ai ragazzi di oggi. A tutti i ragazzi di oggi, dai più piccoli fino ai giovani compresi tra gli anni del Moro costituente e quelli di quell’età più avanzata che vuole ancora lasciarli “giovani” lontani da un impegno politico consapevole e da una coscienza ribelle. A loro, soprattuto a loro, questo mio pensiero, affinché, abbandonino le verità ingannevoli del sistema globalizzato e totalizzante, e si impossessino degli spazi della democrazia in pericolo. E si battano per riaffermarla, viva e forte, sopra gli egoismi, gli egemonismi, anche nazionalistici, per instaurare una società in cui si realizzino pienamente i principi della nostra Carta Fondamentale. Soprattutto, uno, quello non codificato, ma che ha rappresentato il primo traguardo raggiunto.

Traguardo, poi dimenticato, abbandonato. Disturbato fino al suo progressivo indebolimento. Il traguardo che ha reso la nostra Democrazia la più originale tra le altre nel mondo. Pochi, o forse nessuno, nemmeno gli States, possono vantare di aver realizzato lo sviluppo economico senza aver diminuito di un grammo il peso della Libertà. L’Italia può vantarsi di aver messo in pratica questo principio. Qui, da noi, per tutta la lunga stagione della crescita economica, Libertà e Sviluppo hanno camminato di pari passo, mano nella mano, quale condizione necessaria al cammino progressivo della Civiltà. Democrazia e ricchezza sono rimaste intrecciate. Persona e godimento sociale della ricchezza, sono rimaste sempre l’una necessaria all’altra. Natura e cultura, le ancelle di un’economia fondata sul corretto rapporto tra chi può e deve fare e tra chi non può e deve avere, ciascuno secondo le proprie capacità, ciascuno secondo il proprio fondamentale bisogno. Creatività individuale e solidarietà sociale, cittadino e società, istituzioni e Politica, con al centro la Persona. La Persona da cui diramano tutti i più importanti valori da essa posseduti. La Libertà, che la Costituzione riconosce, non concede.

E il pluralismo, delle istituzioni, in particolare, quale mezzo per la “liberazione” dello spirito di autonomia dei territori e quale strumento privilegiato per la partecipazione dei cittadini alla vita del Paese e alla vitalità del luogo in cui vivono e operano con la propria famiglia, agenzia educativa che, con la scuola, concorre alla formazione del proprio giovane, il cittadino di lunga cittadinanza. Cittadinanza speciale, perché italiana ed europea nell’Europa dei senza confini e delle nuove frontiere. E di quella prateria sconfinata del bello arcobaleno che le colora il cielo. Ah, le istituzioni, le nostre, declinate sempre al plurale e senza aggettivazioni che determinino una sorta di classificazione di valori e importanza. Proprio come ieri, l’otto maggio del 1948, nasce il Parlamento democratico e nell’aula di Palazzo Madama, dove avrà sede, si riunisce per la prima seduta il Senato della Repubblica.

La Democrazia ha finalmente le gambe per camminare, la testa per pensare, la voce per parlare, il potere di decidere. È il Parlamento il luogo delle decisioni fondamentali per il funzionamento dello Stato e per l’azione del governo. È il Parlamento il custode più alto della Costituzione e dei suoi principi. È il Parlamento il luogo della sicurezza dell’impalcatura democratica, le sue fondamenta più profonde. Le riforme che la Politica e le forze che la rappresentano proprio in quel luogo, si dispongano alla prudenza e alla responsabilità e si nutrano, con i loro promotori, dello spirito costituzionale prima di confondere il bisogno di governabilità e di efficacia dell’azione dell’Esecutivo con la forza ineludibile parlamentare esercitata dalla più larga rappresentanza popolare “parlamentarizzata”. Il tentativo, che nuovamente ricorre, di ridurre gli spazi del Parlamento, quindi, per allargare quelli del Governo, a discapito della forza del primo, è pericoloso per la qualità della nostra Democrazia.

Ancora più pericoloso di quel sistema elettorale che da più di vent’anni consente ai capi partito senza partito, di nominare deputati e senatori e, di conseguenza, tutte le più altre cariche dello Stato. Ricordare Aldo Moro, oggi, rendergli omaggio al di là della sua morte tragica, di cui non parlo proprio per liberare il suo pensiero dall’orrore che ha investito la sua bella persona, significa onorare la Costituzione, difenderla da eventuali assalti indebitamente “riformatori”, vigilare sulla sua essenza, operare per renderla più libera di attuarsi in tutti i suoi principi. Specialmente, quelli a cui Moro teneva maggiormente, e di cui in sintesi ho detto in questa riflessione. Moro non è più il prigioniero delle Brigate Rosse che si dichiaravano rivoluzionari. Aldo Moro è il vero rivoluzionario. Colui che la storia ci consegnerà come il più grande statista europeo al pari di De Gasperi, è ciò che lui ha contribuito a fare per il suo popolo e per la Pace nel mondo. Aldo Moro è l’uomo della Costituzione.

Il filosofo della Libertà. L’architetto della Democrazia. Il partigiano nuovo caduto sul campo di battaglia. L’uomo che ama fino all’ultimo respiro, tenendo in mano il Rosario della sua fede cristiana e sulle labbra le parole d’amore per la sua amata, Norina. (fc)

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: Scusi, lo Stato c’è? Intanto vada alla Regione

di GREGORIO CORIGLIANO“Scusi c’è lo Stato?”. “No, non c’è, chi lo cerca?” “Un vecchio giornalista calabrese”!” “Perché è venuto a Roma, vada a Catanzaro, non lo sa che lo Stato si è trasferito, forse lo trova lì”!

A Catanzaro, mi dico, in quella che chiamano la città dei tre colli, dove spesso non riescono a mettersi d’accordo, come a Palermo (una metropoli al confronto) neanche per eleggere uno “straccetto” di sindaco (diceva così Montanelli scrivendo che Emilio Colombo, non aveva avuto tempo per trovarsi, appunto, uno straccetto di moglie)? “Non lo so, provi…”  Mi addormento agitato, dopo lunga pezza e le immancabili preghiere della sera. Poi Morfeo mi abbraccia comunque, perché aveva fatto anche lassù quattro dosi di Pfizer e quindi non aveva alcun timore di prendere il Covid. Sta un po’ con me, poi corre dalla signora Morfea ed io mi sveglio.

È tutto buio e silenzioso intorno a me. I miei occhi si sono appena aperti, ma non vedo alcuna luce nelle tenebre, allora penso. Dove ho bussato, dove sto vivendo? In Calabria. In Calabria? E dov’è? C’è, c’è, mi rispondo. Mi riaddormento. Ed il subconscio, impersonificato da un usciere, mi aggiunge: “sono settanta anni che bussa alla porta per trovare lo Stato e non lo trova mai!” Bussi, certo che busso. E nessuno risponde? “No, anzi, qualcuno apre la porta, ma poi sparisce. L’usciere dice ancora” aspetti qui, che adesso lo Stato arriva!” Allora, ubbidisco ed educatamente, di fronte ad un impiegato del ministero, aspetto. Ho aspettato tanto a dire il vero, davvero anni, andando e tornando più volte, ma lo Stato non è arrivato. Cammino per i corridoi e reincontro lo stesso usciere, almeno così mi era sembrato, perchè gli assomigliava molto. Scusi bisogna attendere ancora? son qui che aspetto da tempo.

“E lei chi è?” Mi dice. Non ricorda? “No”! Le avevo chiesto di poter parlare con lo Stato. “A me non di certo, forse a mio padre, mi aggiunge. Era il figlio dell’usciere della prima volta. “Adesso ancora lo Stato non c’è, dice ancora, forse torna! Aspetti ancora, altrimenti vada a Catanzaro, se vuole sbrigarsi prima”! A Catanzaro, mi dico, a Catanzaro o a Reggio? Boh! “Scelga Lei, è lo stesso, là ci sono due regioni! “Due regioni? Parto più confuso che persuaso, e decido di andare a Reggio, che è la mia provincia di nascita. Cammino per il Lungomare e non vedo grandi palazzi, come immagino debba essere quello della Regione, chiedo e tutti mi dicono di andare avanti, poi a sinistra, quindi a destra, poi di passare per il centro.

Un altro mi vede guardingo e chiede di cosa cercassi. Lo dico, la Regione. “la Regione? “È proprio, lì, vede, indicandomi un palazzone nuovissimo (non sapendo che era già crollato un tetto) lì c’è un pezzo di regione!” Come un pezzo? “Sì, sì, chieda che glielo spiegheranno, quando entra.  Allora, ricordo da solo che ogni tanto si alza qualcuno che dice, facciamo tutto a Catanzaro! Mai nessuno che osi dire facciamo tutto a Reggio. Ed il bello è che qualcuno per vincere le elezioni e fare il Sindaco, insiste, e se non fosse per un amico di Bossi ,persona intelligente, sarebbe ancora lì a gridare “Catanzaro, caput mundi!”.

Nonostante gli osservatori politici dicano che ormai la città abbia perso ruolo e peso politico. Chiedere non costa, si guadagnano quattro righe sui giornali e due ai telegiornali.  Entro, dopo aver esposto il mio problema, mi indirizzano al secondo piano, busso alla porta, attendo l’arrivo di qualcuno, un funzionario, un dirigente! Niente. Passa una persona che ricordo di aver conosciuto, molti anni prima, spiego il problema. E subito mi dice, che sarei dovuto andare al quinto piano. Mi accompagna senza bisogno di ulteriore pass ma, per mia sfortuna, quella persona che mi avrebbe potuto dare delucidazioni era impegnata in Commissione.

Sì perché a Reggio, ci sono le commissioni permanenti, anche quella che studia il fenomeno della ‘ndrangheta. Nulla, devo tornare l’indomani perché il dirigente esperto mi avrebbe detto tutto sul problema della sanità, che mi stava a cuore, e non mi sarebbe convenuto perdere tempo. Intanto si erano fatte le 14. Scendo in ascensore e mi dirigo verso il bar! Fila lunghissima, mi metto in coda, riesco a beccare il vassoio, trovo ancora un panino e un dolce reggino. Che fortuna i dolci di Reggio, si sa sono una delizia. Rientro a casa, dopo aver incontrato un vecchio collega dell’Ept che mi conferma la necessità di tornare per avere le giuste informazioni. L’indomani, invece, decido di andare a Catanzaro, come pure mi era stato suggerito.

A Catanzaro sanno tutto. Parto per il capoluogo, arrivo al palazzo, pur lontano dal centro, ma non trovo parcheggio, Mi fermo ad una garitta dove c’è una guardia giurata. Scusi questa è la Regione, vero? “Oh, certo, ma, ma voi non “dicevate” il telegiornale? eravate bravo, mi ricordo che raccontavate i litigi di Palazzo San Giorgio (già perché la Regione di Reggio aveva sede, prima, nel palazzo del Sindaco, i giovani lo sanno?) qua che fate? Chi volete? Vorrei parlare col dirigen… “Lo chiamo e preannuncio la vostra visita”.

Il dirigente che aveva pensato lui non c’era. Prova con un altro, la guardia. Questo risponde e gli dice che c’è giù “quello del telegiornale” che vorrebbe parlare con lui. Mi scrive su un pezzo di carta nome, piano ed interno. Entro, vado verso l’ascensore. Occupato. Provo all’altro, pure occupato. Salgo attraverso le scale per andare al quinto piano, interno dieci. Busso alla porta della stanza indicatami mi riceve un funzionario, al quale chiedo cosa fare per risolvere la “questione” del pronto soccorso di Cosenza. Non era lui il funzionario responsabile, ma un altro. Vado dall’altro al sesto piano, parlo con un altro che mi rimanda ai cieli soprani. “Il Paradiso”. Lì se non hai l’autorizzazione del Buon Dio, difficilmente parli. Con la solita scusa che ero quello del telegiornale, la capo usciera mi riceve. Le espongo il problema a nome della collettività. Scusi, una donna usciere capo? “Non si preoccupi, ma i miei colleghi, in cinquant’anni sono diventati tutti dirigenti”.

Le spiego il problema e mi dice “signor giornalista, lei ha dimenticato i suoi stessi servizi al Tg3? Stanno dibattendo ancora, ma presto risolveranno il problema, a quel che so io, ma aspetti che adesso le passo il dirigente. Scusi, non c’è, attenda, arriva subito facendomi entrare nella stanza con divani, sedie, poltrone, piante, quadri. Mi accomodo e noto sulla scrivania la mazzetta dei giornali intonsa. La prendo, li apro, leggo prima l’uno, poi l’altro. Ed il dirigente non arriva. E’ ora di pranzo, ma il dirigente non arriverà più. Scendo, sconsolato e chiedo del bar. “Ca ccà non simu a Reggiu, bar ondavimu!” Triste e sconsolato me ne torno a casa, al mare. Prenoto per Roma per tornare al ministero. Ci vado allo stesso ufficio, trovo sempre il figlio dell’usciere di prima. Si ricorda e mi chiede. “Ha fatto tutto a Catanzaro?” No, purtroppo. E felice: “presto tutto tornerà qui ed io, proprio io, le risolverò il problema del prontissimo soccorso”! Continua il sogno o son desto? (gc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Ma che bel 25 aprile e che bel Presidente abbiamo!

di FRANCO CIMINO – Ma che bel Venticinque Aprile! Ma che bella festa! E che bel Presidente abbiamo. E che fortuna che un anno fa le forze politiche, sempre litigiose e inconcludenti, non abbiano trovato una maggioranza parlamentare per eleggere il successore di Sergio Mattarella.

Posso dire ancora, senza incorrere in qualche blasfemia? Bene, lo dico sommessamente: ma che straordinaria fortuna che la scadenza del precedente mandato presidenziale sia caduta nella passata legislatura, altrimenti il rischio che la nuova larga maggioranza, venuta fuori dal voto di ottobre scorso, chissà quale altro capolavoro di democratico antifascista con il vizio di correggere la storia avrebbe regalato al Paese!

Sergio Mattarella si rivela sempre di più un grande presidente della Repubblica. E dire che gli è facile esserlo, nonostante le grandi difficoltà che ha dovuto affrontare nel corso dei suoi otto anni al Quirinale e la complessità dell’attuale situazione politica. Una situazione per nulla rassicurante, a dimostrazione che i numeri e le alleanze intorno ad essi da soli non bastano a garantire un buon governo al Paese, come ha fatto intendere oggi il Capo dello Stato.

Occorre un altissimo senso delle istituzioni e il sentire profondo che esse siano i pilastri della Democrazia. I soldati pacifici della Libertà. La Libertà nata dalla lotta di Liberazione, e che è posta a fondamento della Costituzione, che la riconosce nella Persona in cui essa è radicata. Persona, il centro intorno a cui si muovono tutti i principi costituzionali. Mattarella è stato a Cuneo, la Città trentasette volte medaglia d’oro della Resistenza. Quel lunghissimo applauso che ha salutato il suo discorso è molto più che l’apprezzamento delle sue efficaci parole.

È il segno dell’affetto che il Paese nutre per una personalità su cui sa di poter contare in ogni avversità e nel bisogno di poter ancora sperare. Ancora sognare. Sperare nella Giustizia e nel Progresso. Nella crescita civile ed economica del Paese dell’eguaglianza e dei diritti garantiti a tutti. Un Paese libero e democratico, protagonista della nuova forza dell’Europa e sostenitore del Progresso in tutte le regioni del mondo.

Un mondo in cui siano debellate violenze e povertà. E nel quale ogni popolo possa vivere nella propria terra per mezzo di uno Stato autonomo che ne governi i confini senza più temere invasioni o furti di territorio. Un mondo nel quale ciascun essere umano sia libero di muoversi e di raggiungere il paese in cui conta di poter vivere e lavorare, recandovi la propria intelligenza e la propria cultura per aprirsi a quelle che incontra nel suo cammino. E sognare, sognare la Pace, vorrebbe l’Italia che si affida al Presidente. Su di lui il popolo italiano può contare perché è credibile. Non ha ombre nella vita, non ha scheletri nell’armadio. È credibile in quanto coerente portatore di quei valori democratici nei quali, iniziando dalla propria famiglia, si è formato, e ai quali ha dedicato tutta la vita, e politica e personale.

È credibile perché non solo è il più sicuro garante della Costituzione, ma perché egli stesso la incarna. Mattarella ama la Costituzione. Nel suo discorso odierno, parlando, anche all’Europa e al mondo intero, di Resistenza, ha fatto una lezione sulla Carta Costituzionale. Ha spiegato a chi non l’aveva capito e a quanti fanno ancora finta di non capire cosa sia stato, ieri, e cosa sia, oggi, il Venticinque Aprile. Ha, inoltre, con il suo garbo istituzionale e la sua finezza culturale e la sua eleganza personale, risposto alle polemiche di questi giorni, chiarendo a tutti, ma proprio a tutti, il significato profondo e inalterabile della lotta partigiana contro il nazi-fascismo.

L’ha spiegato specialmente a coloro che ancora parlano strumentalmente di pacificazione nazionale, chiedendo di trasformare il Venticinque Aprile in festa della libertà pur di non pronunciare la parola antifascista. Ovvero, a quanti si ritengono rivoluzionari per aver accettato la comodità della democrazia con le conseguenti convenienze politiche, ovvero dichiarando l’ovvio dell’ovvio. E cioè, che la libertà si contrappone alla dittatura e al fascismo e viceversa. Ma ha parlato anche ai pigri. Agli antifascisti di maniera. A chi pensa che l’adesione semplicistica ai valori della Resistenza gli conferisca un titolo di superiorità verso gli altri o la comoda posizione di rendita con cui nei salotti radical borghesi giudica senza fare, pretende senza lottare, usa la libertà per le proprie convenienze, si serve della Democrazia per trarre profitto dal proprio egoismo.
Sintetizzo le parti salienti del discorso del Presidente.

Il Venticinque Aprile è festa di Libertà e Democrazia, ma soprattutto festa della Liberazione senza la quale “oggi, e tutti i giorni, non festeggeremmo la Libertà e la Democrazia così come l’hanno concepita e costruita i nostri padri costituenti”. La forza della Costituzione è nel pluralismo e nell’autorevolezza del Parlamento. È in quel meccanismo che impedisce all’uomo forte di rompere l’equilibrio democratico e lo stesso pluralismo. La Costituzione, figlia della Resistenza, è contro il mito del capo, il mito della violenza e delle guerre, il mito dell’egemonia dell’Italia nel mondo, il mito di togliere la libertà agli altri per affermare la propria superiorità. E, ancora, la Resistenza è stata un moto irrefrenabile di popolo per sconfiggere il fascismo e costruire la libertà. La Resistenza è uno degli atti su cui si fonda l’identità della Nazione. Le sue testuali parole: “domandiamoci oggi dove saremmo se non avessimo sconfitto il fascismo”

E noi con lui, dove sarebbe l’Europa, e in mano di chi, se non ci fosse stato il Venticinque Aprile. La vittoria partigiana, dice Mattarella, ha consentito che l’Europa si liberasse dall’incubo della guerra. La Costituzione afferma il principio del rispetto della vita, della dignità umana e della persona, anche nei confronti dello Stato che vi si volesse sovrapporre. Un discorso bellissimo, iniziato e chiuso con le famosi frasi di Piero Calamendrei, grande protagonista della Resistenza con Duccio Galimberti oggi richiamato più volte, «se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati…».

E, infine: «ora e sempre Resistenza», scolpita nella lapide di Cuneo. Non è una chiusura da poco. Non è una frase di niente. Detta oggi significa che il Venticinque Aprile non si tocca. Ché la lotta per difendere, per riconquistarla ogni giorno, la Libertà, non è finita. Non deve finire mai, pena l’assuefazione alla sua progressiva mancanza. Da parte mia mia aggiungo, con prudenza e umiltà, che la Libertà è come l’abito e la coscienza.

La si può indossare come un bel vestito, magari quando si ricopre una carica istituzionale, oppure la si vive all’interno della propria anima, in cui matura come coscienza indivisibile e non negoziabile. Sergio Mattarella è una figura bellissima, esemplare, perché in lui la Libertà è abito e coscienza. È Resistenza e Costituzione. È lotta partigiana e Quirinale. È Politica e Morale. (fc)

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: L’autonomia differenziata e il prof. Jorio

di GREGORIO CORIGLIANOPuntiglioso e preciso, anche se vago nei fatti, l’illustre cattedratico, Ettore Jorio, con mia grande meraviglia, si pronuncia a favore del ddl Calderoli, sulla autonomia differenziata. Anche se lui, il bravissimo docente, preferisce chiamarlo regionalismo differenziato. E forse fa bene, perché almeno è di più facile comprensione. In una intervista, e non capisco perché, si dilunga, da par suo su questioni di puntiglio ma non affonda il bisturi sulle specificità del ddl, come avrebbe potuto e dovuto.

Ricama attorno al disegno Calderoli, approvato in quattro e quattr’otto dal governo in vista delle scorse elezioni regionali in Lombardia e Lazio, poi, com’è noto, vinte dal centro destra, ma non ci dice esattamente cosa il testo prevede, anche se assume, giustamente, che in molti non lo abbiamo letto. Il governo lo ha approvato, come pure è risaputo, per conquistare o tener fermi i voti della Lega, principali fautori del ddl Calderoli. Non ho capito bene perché Jorio, si è detto d’accordo.

Colpa mia indubbiamente, chè non sono un cultore del diritto, manco allievo del professore. Ho letto, come tutti, i resoconti giornalistici, di destra, centro e di sinistra. Possibile che, a parte il destra-centro, non ci sia una presa di posizione in favore, da parte del centro-sinistra? Una, dico una. Pur considerando che Jorio parla di “mio Pd contrario” non sia venuto in mente al docente di Arcavacata che forse ci sia quanto meno da pensare, prima di dire no alle critiche, accusando quanti sono contrari di non aver letto il decreto? Possibile, per restare alle ultimissime prese di posizione, che neanche l’ex presidente della Camera, Roberto Fico, abbia letto Calderoli? Possibile mai? Fico, a Cosenza, non chissà dove, di fronte ad un uditorio numeroso, come raramente accade, ha parlato di ddl trappola, sostenendo che la “partita è truccata”.

Al pari di altri esponenti politici di centro sinistra, Fico ha ribadito che con questo disegno Calderoli «chi ha di più potrà avere di più” e “chi ha meno, avrà sempre meno». Ed ancora «non ci prendiamo in giro sui livelli essenziali di prestazione, abbiamo chiesto ed ottenuto il Pnrr perché il Sud potesse crescere come il Nord». Ed ancora. Fico si è detto del parere che l’autonomia differenziata faccia male al Sud, ma faccia male anche al Nord perché si cristallizza una situazione rendendola peggiore. Come tutti sappiamo ci sono di gap territoriali pesanti, diversità territoriali gravi. Sia che si tratti di sanità, di lavoro, di servizi, di assistenza sociale o di infrastrutture.

Lo ha scritto bene Eleonora Strano, riportando fedelmente la tesi Fico. E, quindi la novità, dell’esponente Cinquestelle. «Se il Sud fa sistema col Nord è più forte, un Paese che fa sistema non ha bisogno dell’autonomia (o del Joriano regionalismo) differenziata. A me pare da giornalista e non da cattedratico, che con Calderoli si fissino i diritti di una regione, non in relazione ai loro bisogni, ma in base a quante risorse hanno avuto fino a quel momento. Come dire che chi ha avuto poco, continuerà ad aver poco, se non meno. Chi ha avuto tanto, avrà di più. Ecco che, a parere mio, non sbaglia chi ha parlato di “secessione dei ricchi”».

In un intervento pubblico, il sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, ha sostenuto che col disegno del governo, “un bambino che oggi nasce in Calabria avrà sicuramente meno diritti di un neonato veneto o lombardo. Un anziano ricoverato in Calabria avrà un’aspettativa di vita inferiore rispetto ad un ricoverato in Piemonte. Falcomatà ha, peraltro, espresso dure critiche al presidente della Regione Occhiuto, di cui Jorio è stato collaboratore, poi dimissionario, che dopo critiche iniziali, ha dato un «equilibristico parere favorevole all’avvio di questo percorso, per ordini di scuderia e favori politici!».

“Ettarù” come il mio amico Filippo Veltri chiama il professor Jorio, dovrebbe, perché noi si possa capire meglio, spiegare concretamente, i lati positivi di quell’autonomia differenziata che, ai tempi di Loiero si chiamava devolution e che lo stesso ex presidente della giunta regionale, aveva fortemente criticato, nel corso di un dibattito a Plataci, promosso dall’on. Mario Brunetti.

«Perfino il mio computer, aveva detto Loiero non lo condivide, tanto è che me lo scrive in rosso!».

All’idea di avere a che fare con questo signore che è pure ministro mi “arrizzicanu” i carni!  Professore: mi chiarisca le idee, se vuole! (gc)