L’OPINIONE / Franco Cimino: Quei morti nel mare prossimo alla riva e alla nostra ipocrisia

di FRANCO CIMINO – No, non posso tacere. Per rabbia, per dolore rabbioso, per rabbiosa vergogna, per paura di sentire rabbia, dolore e vergogna, non ho scritto e non ho detto nulla della strage di povericristi sul mare davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro.

Morte assurda, incontrata a soli cento metri, forse meno, dalla riva. Ma, dopo la lotta politica intrisa di verbosità sterile e di accesa propaganda su quegli stessi morti, che saranno molto più dei sessantasette finora contati, (anche se fosse stato uno soltanto) dopo il rimpallo di responsabilità seguenti alle prime dichiarazioni che le negavano tutte, dopo le dichiarazioni assurde di incerti uomini di governo e quel pietismo opportunistico che ha compreso anche la gara a prendersi nei propri cimiteri già saturi il cadavere più bello, non posso restare in silenzio.

Non posso io, che da lontani anni mi batto per un mondo più giusto in cui sia finalmente debellata ogni sorta di violenza. Specialmente di quella che, nascendo dai nostri egoismi e dalle più becere lotte di potere, genera continuamente le guerre mondiali di diverso genere. Anche quelle che facciamo finta di non vedere, quali la fame, la siccità e le carestie, le dittature sanguinarie, i terremoti che squarciano la terra e ne polverizzano tutto ciò che vi sta sopra. Queste, le guerre che chiamiamo con un altro nome. Di chi è la colpa dell’ultima strage? È la domanda per la distrazione dei popoli.

Degli stessi delle prime e delle precedenti, è la risposta. Ed è una, una soltanto e senza ombra di dubbio. Per esserne più sicuro, applico un principio che ho già richiamato nelle morti delle piazze delle manifestazioni e nelle carceri delle detenzioni. Oppure, negli “incidenti” ferroviari e similari. E nei crolli di ponti e di strade. E di palazzi. Questo il mio principio: quando in un luogo sottoposto al pieno controllo dello Stato, cittadini e persone tutte, cadono vittime innocenti di un qualsiasi atto violento, quelle morti si appartengono, quale prima responsabilità, allo Stato. A quel determinato Stato. Dire che le morti in mare sono procurate dagli scafisti o addirittura degli stessi migranti che hanno la doppia responsabilità di portare a morire i figli, sia pure per disperazione, e di aver abbandonato il proprio Paese senza essersi posti neppure la domanda kennedyana di cosa potessero fare loro per aiutarlo, equivale ad affermare che responsabili di un assassinio sono il coltello o la pistola che hanno ucciso.

Dire inoltre, cosa cervellotica, che chi lascia il proprio Paese è un vile traditore punibile magari penalmente per il reato di evasione dalla propria responsabilità civica, è come accusare chi viene colpito duramente del dolore che prova. Se hai fame e i tuoi figli la soffrono fino a morirne, devi restare nel tuo paese. Se il tuo paese è in guerra da decenni, la tua casa é stata distrutta dai bombardamenti, i tuoi cari uccisi, i tuoi figli non hanno scuole ma come unica prospettiva solo uno di quei campi profughi in cui manca tutto e dove a milioni sono costretti esseri umani provenienti da diverse regioni di quel continente già devastato da guerre, terremoti e povertà, tu non devi spostarti da lì.

Questo è il motivo leggero, che viene recitato nelle politiche dure dei respingimenti o delle chiusure di porti e confini a quanti vengono chiamati clandestini o irregolari, o in altro similar modo. Quest’ultima strage di povericristi mi sembra un banco dell’ipocrisia, posto davanti alle bare e nelle piazze o davanti alle chiese e i portoni chiusi delle istituzioni. Ci sono i morti, e tanti e ne ne parla. Diffusamente. E questi morti, nello stesso tavolo dell’ipocrisia, vengono utilizzati come strumento di pressione di una politica debole, quella italiana, presso Bruxelles, ancora sorda al richiamo di quella stessa Europa dell’antica cultura democratica perché umanista e viceversa. I morti, ecco i morti, i povericristi necessari per testimoniare il dramma più grave che possa esistere sulla terra, mi ricordano le parole pronunciate da una vittima della mafia-‘ndrangheta in un recente incontro pubblico.

L’imprenditore, ferito alcuni anni fa in un attentato per essersi rifiutato di pagare il pizzo, ha detto testualmente: «come per i magistrati più valorosi, per essere considerati, dallo Stato e dalla gente, vittime della mafia, bisogna morire uccisi». Ecco, per capire il dramma di chi lascia tutto, paga una cifra enorme ai mercanti di carne umana, per poter raggiungere una costa  “pacifica” e umanizzata, e la speranza, soltanto la speranza, di una vita diversa per i propri figli, ci vogliono i morti annegati o quelli bruciati sulle carrette del mare che prendono fuoco. Ogni volta di più tanti più morti ne occorrono per superare l’assuefazione di quelli già contati precedentemente.

Altrimenti, di quei povericristi che hanno avuto la fortuna, e sono migliaia e migliaia, di raggiungere la terra ferma della vita nuova, non ne parla nessuno. Soltanto quei politici da salotti televisivi che li usano per le contrapposizioni delle loro ridicole propagande. Osserviamo meglio le scene di questi giorni, e le ultime di stamattina con la visita del presidente della Repubblica. Tutti dietro di lui, il nostro pur sincero capo dello Stato e uomo onesto e profondamente sensibile. Ma dove siamo stati, tutti noi anche attraverso i nostri occhi puntati sulle televisioni? Siamo stati al palazzetto dello sport, quella nuda chiesa areligiosa di fredde alte pareti, dove sembra non esserci entrato l’unico Dio di tutte le fedi. Qui c’erano le sessantasette bare, di cui le cinque bianche dei bambini.

E un po’ di parenti a piangerle. Subito dopo, il lungo corteo si è spostato all’ospedale dove stavano ricoverati quei povericristi feriti, che, io credo, non vorrebbero più spostarsi da lì. Da quelle amorevoli cure, da quei letti. Da quelle stanze calde. Da quei pasti completi e sicuri. E caldi. Un rapido saluto di Mattarella e il corteo si scioglie via via che le auto presidenziali raggiungessero l’aeroporto. Al Care di Isola di Capo Rizzuto, dove stipati come sardine a quelli che c’erano già da prima, si trovano i sopravvissuti a quella inspiegabile e, perciò, inaccettabile tragedia dell’altro ieri, i circa cento povericristi più terrorizzati che contenti, più disperati che sollevati, non vi è andato ancora nessuno. Eppure, sono loro quelli che hanno più bisogno di aiuto. Il primo, quello della garanzia di restare in Italia, e di non essere rinviati ai lager da cui sono fuggiti, come vorrebbe, per la gran parte di quei povericristi, la nostra legge.

In quei lager, “stazione” finale della lunghissima attesa dopo la “ traversata del deserto”, dentro i quali si consuma su tutti ogni crudeltà, mentre si aggrava la violenza indicibile su quei poveri corpi, specialmente femminili e infantili, attrattivi delle peggiori e disumane forme di pulsioni. Nelle guerre classiche d’occupazione si chiamano elegantemente stupri di guerra. In quest’altra guerra, potremmo chiamarli il diritto acquisito dei mercanti di carne umana, che in quel luogo incontrollato si fanno carcerieri dei prigionieri, padroni degli schiavi, titolari della vita e della morte di ciascuno di quei povericristi.

L’altro aiuto che chiedono è di poter vivere degnamente, di non essere costretti, le giovani donne alla prostituzione e i bambini all’accattonaggio, a una vita non meno miserevole di quella lasciata nel paese d’origine. Di non essere scelti, come si fa al mercato degli animali, sui criteri di convenienza del potere economico, per i quali, come è stato recentemente richiesto da alcuni vertici aziendali al governo, è necessario una certa quantità di forza lavoro per poter mantenere o accrescere la produttività delle proprie aziende. Anche questo quei povericristi, nella lingua che presto dimenticheranno, chiedono all’Italia.

Chiedono all’Europa. E alle società democratiche. Lo chiedono alla nostra cultura e tradizione cristiana, che sono patrimonio e guida della nostra civiltà. Dalle risposte che sapremo dare a quei vivi, avremo la dignità di rispettare i loro morti. Se daremo “pane” buono ai sopravvissuti, avremo donato la più degna sepoltura a chi non ce l’ha fatta a raggiungere la spiaggia di Steccato di Cutro. E non per colpa del mare agitato. Ché il mare non è mai assassino. (fc)

L’OPINIONE / Filippo Mancuso: Le bare a Crotone interrogano le coscienze della comunità internazionale

di FILIPPO MANCUSOLe bare allineate al PalaMilone di Crotone annebbiano lo sguardo e smorzano il fiato.

La visione di uomini, donne e bambini, per i quali la speranza di una vita migliore è precipitata nella tragedia, non può lasciare nessuno nell’indifferenza. Ma non è con la strumentalizzazione politica, imbarazzante di fronte al disastro umanitario di domenica, che si onorano le vittime del naufragio a poche centinaia di metri dalla costa calabrese.

È necessario, se non si vuole che tutto finisca con le rituali commemorazioni, che questa ennesima strage di migranti sia uno spartiacque tra il passato e il prossimo futuro. E ciò sarà possibile se l’Unione europea, i singoli Stati aderenti e la comunità internazionale, decideranno di governare il fenomeno migratorio e si assumeranno la responsabilità di evitare che le morti nel Mediterraneo si ripetano.

Si chiede, come sta facendo il Governo italiano e come ha sollecitato il presidente Mattarella, che Europa si doti di una strategia rigorosa, per sostenere la cooperazione allo sviluppo dei Paesi devastati da guerre e povertà da cui le persone fuggono. Soltanto così si potrà incidere sulle cause di un fenomeno epocale e complesso. Smantellando, al contempo, la rete dei trafficanti di esseri umani e organizzando l’accoglienza in una logica che coniughi la solidarietà con la necessità di assicurare i diritti primari dei migranti nel rispetto della legalità. (fm)

[Filippo Mancuso è presidente del Consiglio regionale della Calabria]

L’OPINIONE / Lorenzo Festicini: La drammaticità dei migranti morti sulle coste Crotonesi

di LORENZO FESTICINITante bare, tanta, troppa sofferenza. Tanti bambini hanno perso la vita. La mente si rifiuta di pensare che l’uomo possa esser capace delineare confini e costruire mura di egoismi farciti di pseudo civiltà.

Sale dal profondo del cuore una richiesta di aiuto e di perdono per tutti per le chiusure del cuore. Nella notte della prima domenica di Quaresima, l’ennesima tragedia di migranti morti, vittime non del mare in burrasca ma dell’avidità di trafficanti di vite umane, sfruttatori di uomini e donne in cerca di una speranza per la vita propria e dei loro figli.

Anche il nostro Istituto Ina non può tacere davanti al tragico naufragio avvenuto il 26 febbraio scorso sulle coste della nostra Calabria. 63, al momento, le vittime accertate. Le persone a bordo dell’imbarcazione che ha fatto naufragio al largo di Crotone: più di 100, provenienti da Iraq, Afghanistan, Siria e Iran. Ci uniamo alla voce dei Vescovi: «Siamo solidali e vicini con la preghiera alle vittime di questa tragedia e a tutti coloro che si stanno prodigando per accogliere i sopravvissuti».

Sono donne e uomini che fuggono dalla guerra, dalla miseria. Affrontare un viaggio come quello che è terminato così drammaticamente sulle coste della nostra terra calabrese è una scelta disperata. Che questa disperazione sia sfruttata senza alcuna considerazione per la vita di queste vittime è intollerabile.

Alle Istituzioni e a ogni forza politica chiediamo di non voltarsi. Ma di aiutare le persone, prima che i popoli, a vivere una vita serena. Servono carità, cooperazione internazionale, rispetto per la vita umana, tutela dei diritti umani. (lf)

[Lorenzo Festicini è presidente di Istituto Nazionale Azzurro]

 

L’OPINIONE / Giuseppe Romeo: La nuova segreteria trasformerà il PD in un partito del globalismo ipermondialista

di GIUSEPPE ROMEO – Il nuovo corso del PD con tale nuova segreteria sarà tale da ridurre il partito postcomunista e oggi neoliberista, oltre che neoliberale, in un partito del globalismo ipermondialista. Direi che la stessa “formazione” del suo nuovo segretario è la negazione di quella sinistra socialdemocratica occidentale, mai sperimentata compiutamente e onestamente in Italia, che il PCI-PDS-DS-PD ha rinnegato in nome di un progressismo sempre più elitario che poco ha a che fare con la storia stessa del socialismo rivoluzionario.

Questo, perché il PD ha dimostrato di essere null’altro che la versione mistificata di un elitarismo globalista che tenta di affermare, e non di difendere, non la dignità delle diversità, ma la omologazione consumistica di ogni cultura ed esperienza storica promuovendo fluidità strumentali (vendute per conquiste “democratiche”) rivolte a consolidare un potere di pochi. Un potere, quest’ultimo, garantito dall’aver tentato, il PD e le sue leadership, con ogni mezzo di abbattere lo spirito critico di ogni coscienza individuale, di ogni patrimonio di comunità, distruggendo o dileggiando ogni valore che contraddistingue l’umanità e i popoli nella sua e loro diversità, nel suo significato etico.

Una pseudodemocratica intolleranza che farà del PD del nuovo corso la cassa di risonanza italiana di un neototalitarismo ideologico travestito da partito dei meno fortunati considerati, al contrario, questi funzionali al dominio delle oligarchie finanziarie e di genere. Credo che il nuovo simbolo del PD potrebbe benissimo fare a meno di continuare ad avere nel logo anche solo un accenno di tricolore. Il Senso di nazione come appartenenza e NON come nazionalismo non appartiene più a questa nuova formula…

L’indistinto e la mellifluità di comodo caratterizzeranno una nuova era di distruzione di quanto resta dei valori stessi di una comunità, quella italiana, giunta al giro di boa della sua esistenza storica come identità e cultura. Lo stesso Gramsci, oggi condannerebbe tale deriva. (gr)

L’OPINIONE / Pino Masciari: La strategia della ‘ndrangheta

di PINO MASCIARI – Di ‘ndrangheta, nonostante il clamore delle operazioni condotte da magistrati e forze dell’ordine, si continua a parlare troppo poco. Come troppo poco si ricorda che il fenomeno ndranghetisco è tutt’altro che lontano dallo spargimento di sangue innocente. Sono tante le stragi compiute ai danni di vittime innocenti che nulla avevano a che fare con sanguinari regolamenti di conti nei quali si sono inconsapevolmente trovate in mezzo. È bene non dimenticare che la ‘ndrangheta è pure questa, che ha affermato il suo dominio anche terrorizzando attraverso una violenza cieca e inaudita.

Si deve conoscere, si deve cambiare il modo di osservare la ‘ndrangheta, per evitare che diventi normale ciò che invece è mostruoso. Il modo di agire della ‘ndrangheta è volutamente spesso invisibile. Sembra “non dare fastidio”, sembra non essere un problema, mentre nel silenzio si infiltra e soffoca, avvelenandoli, il lavoro imprenditoriale, la politica, l’economia.

È necessario imparare a riconoscerne i segni in ogni settore della vita sociale. La ‘ndrangheta impoverisce tutti per arricchire solo sé stessa, alimentando il suo sistema criminale con dinamiche sempre più raffinate, duttili al cambiamento della società e sempre tendenzialmente invisibili. Nessuno può sentirsi al sicuro quando un mostro, come un sistema criminale quale è la ’ndrangheta, minaccia la libertà di vivere, lavorare e crescere serenamente di ciascuno. (pm)

L’OPINIONE / Giovanni Giordano: La Calabria “Straordinaria” alla Bit e l’ombra dell’autonomia

di GIOVANNI GIORDANO – Conclusa la Borsa Internazionale del Turismo di Milano, oltre l’apprezzamento per l’immagine della Calabria con il suo eco-stand e per i confortanti dati sui flussi turistici del 2022, ci domandiamo come inciderà sul futuro turistico della regione il Disegno di Legge sull’Autonomia Differenziata, approvato il 2 febbraio dal Consiglio dei Ministri.

Prendendo le opportune distanze dal fare speculazione politica, in ogni caso, non possiamo non essere preoccupati. L’Autonomia Differenziata, a nostro avviso potrebbe rivelarsi l’ennesimo danno per le popolazioni del Mezzogiorno, se non addirittura il colpo di grazia.  L’espressione “autonomia differenziata”, di per sé, potrebbe apparire accattivante perché chi non vorrebbe essere un soggetto autonomo secondo una propria peculiare specificità? L’essere autonomo però è una medaglia che possiede il proprio rovescio.

 Alle imprese turistiche calabresi che valore aggiunto porterà – così come congegnato – questo Disegno di Legge? Se partiamo dal contesto generale in cui versa il Sud, potrebbe essere un grande rischio che ricadrebbe pure sulle imprese turistiche del territorio. Al di là di slogan “straordinari”, di foto patinate e video super pagati, il Turismo si fa – innanzitutto – con la programmazione concertata tra operatori e associazioni di settore, e poi – contestualmente – rimettendo a nuovo quella che resta ancora una terra di emigrazione con ampie frange di sottosviluppo e, per certi aspetti, disperata sul proprio futuro.

Il peso di questa arretratezza, di cui il settore turistico ne risente, lo si trova nei servizi, nelle infrastrutture, nei mezzi di trasporto pubblico, nel decoro dei nostri centri urbani. Per non parlare della sanità ospedaliera, del perenne rischio di dissesto idrogeologico del territorio, dell’inquinamento di ampi tratti di mare, dell’erosione delle nostre coste; del patrimonio boschivo lasciato in pasto ogni estate ai piromani affaristi del “business del fuoco”. Aggiungiamo la mancanza di personale adeguato per numero e qualità da poter essere impiegato nel turismo, la burocrazia asfissiante, il peso di tasse e tributi per le imprese, l’assenza di una tempestiva programmazione di voli da e per la Calabria.

Finita l’euforia milanese, dunque, attendiamo che la politica calabrese e meridionale, con coraggio e responsabilità, faccia quadrato affermando con chiarezza e ad alta voce che urgono ingenti e straordinarie risorse per uniformare il Sud al Nord rispetto ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP). È giunta l’ora, a questo punto, di far funzionare il Fondo Perequativo previsto dalla legge, badando bene e con rigore affinché le risorse non siano distratte o dirottate verso altri fini. Se ci sarà tutto ciò allora forse potremmo anche parlare di Autonomia Differenziata, al contrario, si rischia che di “straordinario” ci resti soltanto l’illusione. (gg)

[Giovanni Giordano è imprenditore turistico e Vicepresidente Nazionale Confapi Turismo e Cultura  e Presidente Confapi Turismo Calabria]

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: L’annuncite, ovvero i gattopardi delle tre Calabrie

di SANTO GIOFFRÈ – Oggi, come ieri e, pure, come domani, abbiamo appreso, attraveso il candor soave sprigionato dal ricercato dire del Governatore delle Calabrie, l’ennesimo rilancio che, altro non è, se non fumo venduto come arrosto di vitellina da latte.

Fumo, insomma e basta! L’altro, invece, il Governatore della Calabria Citra, Ultra Prima e Ultra Seconda, lo lascia ad un’opposizione Consiliare e Parlamentare (e non annovero i 5 stelle. Quelli, per lo sfregio arrecato alla rappresentanza popolare, non li considero. Sono altro… Niente!) e nei territori, che è solo vergognosa per come si sta comportando. Oggi, il Governatore, ecc. ecc. euforico per l’occasione televisiva, ha annunciato, tranquillamente e con sorriso a 375 gradi, che, dopo i Medici Cubani, in Calabria, potrebbero arrivare Medici dall’Albania.

Ora, se io fossi un maghero delle brughiere acquifere del Petrace, penserei alla trovata di un mio qualsiasi, grande concorrente. In effetti, l’annuncio del Governatore delle tre Calabrie, è un ribollir del subconscio che si fa verità. Occhiuto, è fin dal suo insediamento che annuncia… L’annuncio, dal punto di vista strategico, è un’azzardo di scuola; mira a saggiare la reazione. Occhiuto annuncia… Con l’annuncio si è preso il Commissariamento della Sanità, e il tavolo Adduce, puntuale, dice che dopo un anno, la situazione sanitaria, in Calabria, si è aggravata moltissimo… Ma lui, annuncia lo stesso. Ed annuncia una nuova Dbe, l’azienda Zero che, ovviamente, non parte mai perché, tecnicamente, non può funzionare. Forse, fittiziamente, la si imbelletta, ma non potrà mai funzionare.

Annuncia che è stato stabilito l’entità del buco della Sanità Calabrese, ma non dice nulla sul fatto che l’Asp di Reggio Calabria da 10 anni è senza bilancio, così come Cosenza e tutte le altre. Può essere accertato un qualsiasi debito se le Asp non hanno bilanci consolidati perché, ab origine, non esistevano carte contabili certe? Si può fare? Come? Ma, non è di questo che voglio parlare. Pur dovendone parlare, però. Che significa “che potrebbero arrivare, dopo i Medici Cubani, Medici Albanesi?”(I Cubani per i Comunisti e i diseredati Calabri e gli Albanesi per gli Arbëreshë?).

I Medici Cubani stanno svolgendo un lavoro eccezionale nel tenere attivi alcuni reparti. E se, per assurdo, venissero integrati, per sempre, diverrebbe patrimonio valoriale di questa Terra. Ma Occhiuto, però, non è che deve pensare che con le toppe e gli annunci, risolve le cose. No, anche perchè, avendo favorito la proposta di legge sull’autonomia differenziata, Occhiuto non può pensare che basti fare annunci o buttare, tutto, sulle spalle dei Medici Cubani o Albanesi che siano,basti a saziare l’ignoranza e l’abulia dei Calabresi. No, non può e non deve perché in Calabria non si è tutti ignoranti, abulici o asini tirati per la gavezza.

E no! Primo, perchè in mezzo a tutta questa confusione di annunci, non è che non siano state fatte alcune certe operazione, eccome se ne sono state fatte. Sono arrivati Medici Cubani ma, anche, improvvisi Cattedratici(?)

Come interverranno sul territorio? Cioè, voglio dire, il sistema dell’emergenza-urgenza, delle acuzie, per dirla col ghigno del leghista veronese Tosi, in Calabria, ora, è attivo? Perchè la Calabria, unica regione, rimane dentro I rigori del Piano di Rientro? Basta fare un annuncio di ricognizione del debito della sanità regionale che io, in altro scritto, tra l’altro ho confutato perchè qualcosa mi suonava storta, per dire che tutto va bene?

E la ricostruzione dei bilanci, per sapere chi e quante volte si è pagato la stessa fattura, per es. con l’ottemperanza a Reggio Calabria e, dopo 2 anni, con transazioni alla BDE a Catanzaro, che si fa, la si butta in cavalleria? Un’ultima cosa: il 10 anni, la Calabria ha dato alle 4 Regioni del Nord, 2 miliardi e 700 milioni di euro per poter garantire cure efficaci ai suoi abitanti. Ora, con gli annunci o con le storielle, si possono tappare buchi, non dare un colpo d’efficenza al sistema.

Anzi, come si sta notando, addirittura all’interno della stessa Calabria, Citra, Ultra Prima e Seconda, si rischia di creare diversi sistemi sanitari d’assistenza e cure per gli stessi Calabresi. Perché continuare a dare 320 milioni di euro alle Regioni leghiste e del PD del nord e non, subito, abbattere questo bubbone facendo una semplice operazione di buon senso? Invece di fare gli gnorri consapevoli, perchè non si fa un accordo per risolvere, immediatamente, la gravissima situazione, coinvolgendo Emergency? C’era una proposta di Gino Strada. Loro avrebbero organizzato, per 10 anni, le acuzie e la rete territoriale specislistica.

Qui, in Calabria abbattendo, subito, il pendolarismo sanitario. Anzi, attraendo utenza. Tutto per i prossimi 10 anni. Il finanziamento da reperire nella voce di bilancio: pendolarismo sanitario calabro verso le regioni del Nord. Non solo organizzazione di alta specializzazione della sanità, ma formazione di Medici e personale paramedico.Governatore, lei, per pararsi le parte nobili, ha rotto rigidità mentali e politiche portando i Medici Cubani e, poi,forse, gli Albanesi. Ma queste cose non garantiscono strategie strutturali permanenti. Salvo che, il tutto, non faccia parte di una precisa strategia… In questo caso, rimango in tacita attesa. Ma non starò muto! (sg)

L’OPINIONE / Rubens Curia: Linee guida per gli atti aziendali occasione mancata

di RUBENS CURIA – Dopo l’approvazione del Programma Operativo 2022-2025 con il Dca 162 del 18/11/2022 attendevamo, da parte del Commissario ad acta, l’emanazione delle Linee Guida per l’adozione degli Atti Aziendali per l’organizzazione delle Aziende Sanitarie, che sono  lo strumento con cui deve essere attuato il Programma Operativo.

Purtroppo si è perduta un’ occasione per mettere in campo una sanità partecipata che rispondesse alle problematiche sollevate dalla Pandemia, infatti ci saremmo  aspettati una valorizzazione del decentramento territoriale in merito ai Laboratori di patologia clinica, alle Microbiologie e alle Virologie delle Aziende Sanitarie Provinciali memori, per esempio, delle provette per il test del Covid 19 che viaggiavano dall’Asp di Cosenza verso l’A.O. di Catanzaro, invece, nell’ Atto sono previste delle  Unità Operative Semplici (Uos) prive di autonomia e di futuro per chi opera in questi Servizi depotenziando così,  gli Ospedali Spoke.
Simile la programmazione per quanto attiene le “Radiologie” che, negli Spoke sono previste come Uos a meno che ” i volumi di attività siano sovrapponibili a quelli di un Hub e le stesse abbiano sub articolazioni”: Queste scelte aumenteranno Le “Liste d’attesa” e i disagi per i cittadini.
Per quanto attiene la partecipazione nelle “Linee guida” è citata più volte nelle pagine 2/3/4/7/14, infatti è prevista l’istituzione, in ogni Asp, del “comitato consultivo misto”, mentre del ” comitato consultivo degli utenti”, citato a pagina 4, non si ha traccia; inoltre vi è una sovrapposizione di organismi, infatti, è previsto presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico (Urp) il Tavolo Permanente del Volontariato.
Sarebbe stato più efficace, ai fini della partecipazione attiva delle Associazioni di cittadini organizzati prevedere, come richiesto da oltre un anno da Comunità Competente, l’istituzione della Consulta Aziendale affiancata dalle Consulte di Distretto. Ricordo che la partecipazione dei cittadini alla programmazione delle attività inerenti la tutela della salute ed il conseguente “controllo sociale” è una risorsa per garantire la qualità delle prestazioni erogate ed impedire  l’infiltrazione della ‘ndrangheta e lo svilupparsi della corruzione; a tal proposito il legislatore con la 833/78, il 502/92 e il 33/2013 ed altre norme stabilisce che: «Le Regioni prevedono forme di partecipazione delle organizzazioni dei cittadini e del volontariato impegnate nella tutela del diritto alla salute, nelle attività relative alla programmazione, al controllo e alla valutazione dei Servizi Sanitari a livello regionale, aziendale e distrettuale» articolo14 del 502/92! Credo che, finalmente, sia maturato il tempo di aprire alla partecipazione il Servizio Sanitario Regionale! (rc)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Si intitoli una via al grande Umberto Catacchio, creatore del Carnevale di CZ

di FRANCO CIMINO – Ho partecipato ieri alla conferenza stampa indetta dall’Associazione “Eventi senza venti” per presentare il ritorno del gran carnevale a Marina di Catanzaro, che dai lontani anni Sessanta, prima con l’indimenticabile Ettore Biondi e poi per vent’anni e più con l’estro geniale di Umberto Catacchio, il “ forestiero” più marinoto degli stessi marinoti che il grande quartiere abbia mai potuto annoverare tra i suoi cittadini.

Il resto l’ha fatto l’infaticabile Enzo Tarzia, che ha introdotto la serata con una relazione assai interessante, ricca di dati storici, alcuni inediti, e di proposte importanti, colorate dagli interventi simpatici e intelligenti del duo ormai inscindibile Rino e Giulio, i due “vigili urbani”, che Marina da decenni attendeva per diventare più ordinata almeno nel traffico. Federica Falbo, la giovane e preparata presidente dell’associazione, ha illustrato il programma di massima, che vede il Carnevale iniziare domenica mattina e concludersi con la sfilata dei carri, quest’anno provenienti dalla vicina Squillace, sul nostro bel lungomare.

Il sindaco, presente all’incontro, ha dichiarato pure lui cose importanti. Il primo, la più attesa, che il prossimo Carnevale e quelli successivi saranno pienamente presi in cura dall’Amministrazione per farne presto uno dei più belli e seguiti carnevali italiani. Un Carnevale, il nostro, capace di portare, anche per suo merito, la Città all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. “Una nuova Viareggio?” Si è domandato Rino, l’attore, per me l’artista pieno, no. Certamente no.

Per dirla con lui: «una nuova Castrovillari, invece, la piccola città che ha dimostrato come, con i pochi mezzi a disposizione, anche in Calabria si possa organizzare un grande Carnevale». Tutto bello, anche i pochi presenti, ben accolti dalla padrona di casa, Caterina Vitaliano, artista bellissima, titolare della sala mostra, al centro del Corso, che ha ospitato l’incontro. Un incontro che io, intervenuto in conclusione, ho considerato puntuale e prezioso. Puntuale, perché giunge in un momento in cui forte é il contributo del sociale e del privato sociale per il rilancio economico e culturale del capoluogo, divenuto purtroppo debole sempre più debole per assenza di una politica che ne sapesse utilizzare la creatività all’interno di una grande visione di Catanzaro, città della Cultura e della Bellezza, non solo la sua propria. Preziosa, perché restituisce memoria a una memoria dimentica di sé e del suo dovere di essere spinta per il presente ed energia per la costruzione del futuro.

Questa riconciliazione dell’incerto presente con la memoria collettiva, non può non esaltare, mantenendole ferme, figure marinote che nella loro umiltà hanno rappresentato il genio creativo e il coraggio di metterlo a disposizione della comunità, anche attraverso autentiche invenzioni dal grande valore predittivo di ogni positività. Di Franco Riga, ancora non abbiamo finito di celebrarne le qualità, di Ettore Biondi l’indimenticabile creatore a raffica di mille cose straordinarie e del suo amore di “straniero” per Marina, oltre che per la Sila, diremo compiutamente più avanti, per adeguatamente ringraziarlo vivificandolo nella mutata realtà. Oggi, però, il pensiero pieno e grato, deve essere rivolto all’immenso Umberto Catacchio, l’ingegnere per tutti, l’uomo che ha inventato il Carnevale a Marina, dove la prima lettera dell’alfabeto, riceve ancora oggi il suo antico significato. Quello della specificità del luogo per lo svolgimento di quel Carnevale, per quella durata e quel suo congeniale “ impazzamento”.

Catacchio, non è stato, diciamo con prudenza di linguaggio, compreso dalla gente e dalle istituzioni, le quali l’hanno visto più come un saltimbanco, che non come sarebbe stato considerato altrove. E, cioè, un genio dell’arte e dello spettacolo, un vero ingegnere di quell’evento straordinario capace di coniugare economia, interna, cultura, originale, e spettacolo popolare. Popolare perché partecipato dalla gente in carne e ossa. Tutta la gente, dai bambini agli anziani, protagonisti e fruitori del loro stesso spettacolo.

Di Umberto Catacchio potremmo dire tanto altro e di più. Della sua cultura personale, per esempio, della sua competenza scientifica nel campo che fu il suo lavoro, purtroppo trascurato fino a impoverirne le sue tasche per quanto di ogni sua risorsa ha donato a Marina e al suo Carnevale. Potremmo dire ancora della sua educazione e del suo senso di rispetto verso tutti. Della sua dignità di uomo. Del suo garbo e della sua gentilezza con cui si porgeva alle persone e con i quali sapeva sostenere, con correttezza e compostezza, qualsiasi pur vivace discussione. E della sua fine eleganza indossata, come abiti e stile, su un corpo davvero bello. Eleganza mai indebolita, vieppiù, invece, rafforzata da quei cappelli da cui mai si separava e coi quali copriva una capigliatura folta e grigia risparmiata, fino alla fine dei suoi giorni, alla calvizie. Potremmo dire tanto di ciascuno di questi singoli temi.

Oggi, però, con il ritorno del “suo” Carnevale, possiamo dirgli quel grazie enorme che non gli abbiamo detto mai. Questo grazie, per essere anche riparatore verso di lui, deve essere della Città tutta intera e portato sul piatto che si addice a una istituzione che sa premiare i suoi cittadini migliori. Il grazie più adeguato per l’ingegnere Catacchio è quello di dedicargli una delle vie del percorso compiuto dal Carnevale. Una via che potrebbe mettere insieme l’evento e la persona. Questa la dicitura: “via del Carnevale Umberto Catacchio.” Sono certo che i marinoti e i catanzaresi tutti condividano questa proposta e, di più, che il Sindaco, sollecitato anche dai consiglieri comunali che vivono a Marina, saprà prontamente realizzarla. (fc)

L’OPINIONE / Giuseppe Terranova: L’arrivo in Calabria di Elly Schlein suscita fiducia e speranza

di GIUSEPPE TERRANOVA – L’arrivo in Calabria di Elly Schlein suscita fiducia e speranza per una fase nuova di vero rinnovamento e concreta partecipazione politica.

Dopo la prima fase congressuale  che ha registrato nella nostra terra una significativa e importante affermazione della mozione Schlein, Da Domani all’Unical e nel resto della regione, dove Elly andrà, potrà radicarsi un impegno  non solo di riforma strutturale dell’essere partito della sinistra con una chiara e riconoscibile entità, ma soprattutto l’instaurarsi di  un patto sociale in una territorio dove il vivere civile è spesso disatteso con inesistenti diritti di cittadinanza. Basta pensare alla precarietà assoluta della sanità e ai centinaia di migliaia di cittadini senza lavoro e occupazione.
La Calabria e il Mezzogiorno pagano un divario enorme rispetto al contesto nazionale che rischia di ampliarsi enormemente col disegno scellerato dell’autonomia differenziata di stampo leghista che mira essenzialmente a spaccare l’Italia in due zone contrapposte tra loro.  Nessuno come la Calabria può vantare posizioni territoriali strategiche per essere la porta d’ingresso dell’occidente e snodo assoluto delle relazioni tra nord e sud del mondo. Perche’ il mediterraneo oggi e lo sarà ancora di più, è il baricentro del pianeta.
Eppure con tali potenzialità siamo la zona più povera d’Europa,  dove da tempo è in atto un esodo a carattere biblico, soprattutto di giovani, verso altre zone del Paese e del continente europeo. E i nostri giovani sono molto preparati,  formati spesso negli atenei calabresi e che trovano spazio occupazionale  nel tessuto imprenditoriale pubblico e privato italiano e mondiale.
Un impegno concreto di una nuova fase del sud può supportare anche una forte revisione del modello   di sviluppo che nei decenni ha creato enormi divari sociali e territoriali. Infatti si registra,  soprattutto nel mezzogiorno,  una crescita enorme delle povertà e un’assenza abissale di lavoro e un abbassamento enorme della spesa pubblica e della presenza dello Stato.
La Calabria e il Sud, dopo aver contribuito enormemente su scala europea, all’ottenimento della fetta più consistente dei fondi del Pnrr, per via della forte sofferenza sociale e divario territoriale  oggi rischiano di vedersi defraudati dai fondi assegnati per essere indirizzate verso il nord. Come  non essere preoccupati che a  breve molte scuole di ogni ordine e grado nella nostra regione perderanno l’autonomia e molte verrano soppresse,  soprattutto nelle aree interne e nelle zone dove e’ forte l’insediamento criminale della mafia.
Rispetto a questo quadro, la Politica e la sinistra soprattutto, con azioni forti e di profondo rinnovamento, può scrivere pagine nuove e  intense di impegno civile e culturale. Per accendere la luce del progresso e vincere la rassegnazione.
Ed Elly Schlein con il suo programma, la sua innata forza politica, e la crescente mobilitazione sociale, può rappresentare la rottura di antiche incrostazioni e l’inizio di un nuovo campo per la sinistra e la democrazia. (gt)
[Giuseppe Terranova è del Coordinamento regionale Mozione Schlein]