L’OPINIONE / Ugo Bianco: Serve nuovo modello organizzativo in Calabria per pubblica amministrazione

di UGO BIANCOLa riforma della pubblica amministrazione rappresenta uno dei principali obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Attraverso nuove norme e procedure amministrative si sta cercando di affermare la riorganizzazione dell’apparato amministrativo pubblico. Un sistemi di gestione antiquati, e con scarsa capacità di rigenerarsi ed adeguarsi alla modernità in autonomia. Possiamo riassumere in tre punti principali la genesi di questa riforma.

In primo luogo, possiamo parlare del concetto di “Accesso” per spiegare come si è voluto rendere più snello ed efficace l’iter di selezione del personale. Sul piano attuativo hanno preso corpo dei criteri di reclutamento veloci ed efficaci capaci di creare un contenitore di informazioni sull’intero capitale umano. In secondo luogo, parliamo di “Buona Amministrazione” per definire la semplificazione delle norme e delle procedure in materia di approvazione dei progetti per gli impianti di riciclo, per le energie rinnovabili e per le infrastrutture digitali. In terzo luogo, la “Digitalizzazione” che ha stabilito i criteri per la nascita di una piattaforma idonea alla selezione del personale con l’obiettivo di costituire un aggregato di competenze.

In questo contesto sono chiamati a ricoprire un ruolo di primo piano regioni, province, comuni insieme ad altri enti territoriali a cui verrà affidata una cospicua somma di denaro nell’ambito delle risorse stanziate dal Pnrr. Sono 66,4 mld destinati agli enti territoriali. Alla Calabria ne verrà stanziata una parte, ma bisogna fare presto nella predisposizione dei progetti e dare centralità a nuove politiche locali. Almeno per quanto riguarda i vari settori della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici come la sanità, la scuola, la viabilità ed infrastrutture che favoriscono gli scambi commerciali.

Il vero nodo da sciogliere è avere più disponibilità di risorse umane ad alta professionalità, capaci di mettere in campo strategie e progetti efficaci a grande impatto socioeconomico. Ma come ben sappiamo, gli enti territoriali, singolarmente, non dispongono di risorse e personale con competenze specifiche da destinare alle opportunità del Pnrr. Proprio su questa criticità, bisogna fare una riflessione e pensare ad un nuovo modello organizzativo capace di migliorare la pianificazione e gestione delle risorse.

Credo sia necessario un modello organizzativo basato sulla partecipazione e la condivisione di più enti, vicini tra loro, con le stesse caratteristiche strutturali, culturali e sociali, che diano vita ad una co-programmazione green, capace di creare un valore aggiunto allo sviluppo della nostra terra. Solo così sarà possibile traghettare la Calabria verso una nuova stagione di politiche sociali più eque, sistemi produttivi più sostenibili e una pubblica amministrazione più efficace ed efficiente al servizio dei cittadini e del progresso. (ub)

[Ugo Bianco è dirigente nazionale Associazione Nazionale Sociologi]

L’OPINIONE / Don Giacomo Panizza: Due domande sulla giustizia

di DON GIACOMO PANIZZA – Il mio pensiero è di esprimere due semplici domande sulla giustizia, provenienti da persone desiderose di vivere una “normale” cittadinanza.

Una giustizia per il diritto di avere doveri. La prima richiesta viene da persone in difficoltà le quali premono per ottenere risposte in base a leggi esistenti, che però vengono intralciate da più parti. Sono persone fragili che trovano difficoltà a fruire dei loro diritti essenziali, tra cui ottenere assistenza, educazione, formazione, trasporto, riabilitazione, socializzazione.

Penso a bambini e bambine con difficoltà di apprendimento, di lettura e di espressione, calcolati in Calabria in oltre 23 mila. Si tratta di diritti che sono mediati nella loro esecuzione. Dove Enti e Istituzioni non implementano modalità e procedure atte a soddisfare questi diritti… cosa fa la Giustizia in Calabria?

Penso alla sanità e all’assistenza sociale dove molti diritti sono mediati da interventi, professionisti, attrezzature, organizzazione e altro. Così le scuole di ogni ordine e grado. Penso alle dipendenze da varie droghe, all’azzardo scambiato per gioco ma compulsivo al punto da venirne coinvolti e sottomessi. Penso al disagio psichiatrico, specie a quando diventa ingestibile dalla persona stessa e dai familiari che si
scoprono con pochi aiuti pur avendone diritto sulla carta.

Penso a persone con disabilità o anziane non autosufficienti a vestirsi, lavarsi, passeggiare, e in solitudine crescente. Penso soprattutto ai diritti che la Regione Calabria non recepisce nelle sue leggi sociali, non finanzia e nemmeno prevede.

L’esperienza di chi si prende cura di simili situazioni segnala la necessità che la giustizia in generale operi al meglio per la fruizione di questi diritti “imperfetti”, o “condizionati” perché chiamano in gioco leggi, finanziamenti, precise modalità e strumenti, insieme a delle responsabilità istituzionali, sociali, professionali, individuali, e perfino il soggetto fruitore. Trascurare ciò, fragilizza ulteriormente le persone deboli, e la Sicurezza Pubblica interviene sempre quando il danno è già fatto. Sarà possibile agire prima? Ci si augura che alcune delle sentenze emesse proprio in Calabria pochi mesi fa, possano invertire la rotta.

Ma, per rilanciare il diritto di vivere appieno necessita tirare in ballo anche la Sicurezza Sociale la quale è precipuamente chiamata a operare in modo che poteri, enti e Istituzioni accompagnino le persone fragili a vivere una vita degna, a fruire i diritti compresa la gratificazione di poter esercitare i loro doveri.

La seconda domanda, che come l’altra è anche proposta, viene da associazioni che esprimono la loro cittadinanza in Calabria utilizzando i beni confiscati alle organizzazioni mafiose per fini di solidarietà. In 134 comuni calabresi, i beni confiscati si traducono in 227 aziende operative mentre 326 sono ferme.

Ci sono anche 3.119 beni immobili destinati e altri 1.931 fermi. L’ultima relazione al Parlamento della Dia ha valutato in 35 miliardi di Euro i 24.693 immobili in Italia che sono in attesa di destinazione. Che fare di tanti immobili così immobilizzati?

Le associazioni di cui parlo sono aggregazioni a motivazione ideale, ambiscono portare la giustizia in una più alta dignità civile, culturale e politica. Sono persuase che i cosiddetti beni tolti ai mafiosi fanno male se li si lascia vuoti e nell’incuria. Domandano fin dove e se sia o no reato lasciarli in uno stato di degrado. Esse tuttavia si impegnano a corresponsabilizzarsi per unire al meglio paese legale e paese reale.

Scongiurano di fare come quei tanti occhi orecchi e bocche che sono rimasti ciechi sordi e muti nei 30 anni di latitanza di Matteo Messina Denaro, perché non vogliono snaturare sé stessi né sottomettersi a qualsivoglia sistema illegale delittuoso.

La proposta è una scommessa. È l’impegnarsi per un migliore utilizzo dei beni confiscati, intrecciando differenti soggetti quali lo Stato e varie Istituzioni, il profit e il non profit, cultura e socialità. Parecchi non sono altro che beni comuni da poter fruire in comune e che potremmo trasformare in volano di economia civile.

Sul territorio di una comunità, un bene confiscato dice di cittadinanza o di indifferenza, di libertà o di sottomissione, a seconda di come un popolo gli si rapporta. E la credibilità democratica di ogni comunità umana e politica passa anche da qui. (gp)

L’OPINIONE / Pino Masciari: Restituiamo la Calabria agli onesti

di PINO MASCIARI – L’allarme lanciato dal direttore dell’anticrimine della Polizia di Stato, Francesco Messina, dopo l’ultima operazione compiuta ai danni delle cosche del vibonese, è sconfortante per diversi motivi. Dal quadro che emerge è chiaro che nessun imprenditore è libero dalle vessazioni del racket.

“La consistente attività estorsiva” insieme alle facilitazione che le cosche trovano nell’attiva e consapevole collaborazione di pubblici funzionari, è un cancro che esisteva già ai tempi delle mie denunce, con le quali ho permesso di portare alla luce proprio questo sistema, allora per lo più sconosciuto. Ma se a distanza di trent’anni non solo il meccanismo e i protagonisti sono rimasti immutati, ma nessuno denuncia, è chiaro che qualcosa non funziona.

Non funziona perché c’è la coscienza dormiente di chi piuttosto che ribellarsi subisce in silenzio, è connivente ad un sistema o addirittura lo nega. Non funziona perché la modalità di riappropriazione del territorio ad opera dello Stato, se basata sulla sola azione dei magistrati e forze dell’ordine, diventa una goccia in mezzo al mare. Per guadagnare davvero terreno serve un moto di ribellione da parte di tutti: denunciare non può essere l’evento straordinario, deve essere la normalità!

Allora sì non sarebbe più necessario che il singolo imprenditore che si oppone alla ‘ndrangheta debba essere “deportato” in località protetta, perché se tutti denunciassero la Calabria diventerebbe inospitale non per gli onesti, ma per i criminali. (pm)

L’OPINIONE / Franco Cimino: Come ricordarci della memoria nei continui giorni in cui ne dimentichiamo il valore

di FRANCO CIMINO – Oggi la Giornata della Memoria. Ricorre ogni anno, puntuale il 27 gennaio, giorno in cui intorno a mezzogiorno del 27 gennaio 1945 quattro giovani soldati dell’Armata Rossa, giunsero per primi ai cancelli di Auschwitz. Soliti rituali, in questo giorno, solite dichiarazioni, solite carrellate di immagini televisive, che dovremmo avere tutti impresse nella memoria. Immagini dure, che procurano in chiunque sconcerto e dolore.

Un po’ d’altro nelle scuole, dove se ne parla ancora molto poco e l’attenzione si accende particolarmente quando in alcuni istituti si organizzano incontri con qualcuno dei pochissimi, ormai, scampati ai campi di concentramento. Li chiamiamo i sopravvissuti. Quelle poche migliaia di esseri scheletriti, che i nazisti non fecero in tempo a distruggere nei forni crematori per la fuga accelerata dei carcerieri-torturatori vigliacchi all’arrivo dei liberatori russi e americani. Quegli scheletri che ridivennero persone perché potessero raccontare.Tutto quell’orrore che si presenta annualmente alla nostra memoria non è un film di fantasia.

È realtà. Tutto è accaduto veramente. E non in un tempo lontano che, con distacco, ce lo faccia osservare come un fatto storico, rispetto al quale ogni giudizio trova lunghi spazi di distensione, se non addirittura di sospensione. Questa barbarie inconcepibile si è verificata meno di novant’anni fa, cioè ieri. Erano gli anni dei nostri padri. E per le nuove generazioni, quelli dei nonni e dei bisnonni. Sono ancora i loro occhi e la loro voce a testimoniarlo direttamente. Nulla di nuovo, quindi, se non l’attesa bramosa di vedere il comportamento sull’evento dei nuovi governanti italiani, provenienti quasi tutti da quella destra ideologica e storica che ha avuto molto a che fare con il fascismo razzista, dittatoriale, assassino. Ma anche qui, la retorica e il senso dell’opportunismo nella rigidezza del ruolo istituzionale, non può che offrire le risposte più comuni.

La solita condanna, e netta, con qualche passaggio verbale ambiguo di qualche vecchio ex missino che pensa di essere il più furbo di tutti, dicendo e non dicendo, condannando e non condannando, magari ritenendo quella famosa legge razziale del trentotto l’unico errore di Mussolini. “Ovvero, sì ci sono state quelle cose là, ma nulla al confronto con i gulag dell’impero comunista sovietico. “ E cose del genere. Nulla di nuovo. Ancora nessuno scandalo, nel senso etimologico della parola. E, allora, questa giornata si ripeterà con lo stesso rituale fino a diventare “un solo rigo sui libri di storia”, come ci ha ammonito Liliana Segre, se oggi, almeno oggi, non si trasformerà in domanda acuta.

Una domanda dalla quale ne potranno nascere altre. Questa «che cosa ci insegna quell’orrore? L’uomo cosa ha imparato da quella immane tragedia? Cos’è il razzismo fuori dal dizionario?». Le risposte sono ben note, anche se le dimentichiamo un attimo dopo averle ottenute. L’uomo non ha imparato nulla da quei campi di sterminio, in cui si è consumato uno dei tanti genocidi della storia. E il razzismo è una costante antropo-ideologica del suo cammino avanti e indietro alla storia dell’umanità. Tutto si ripete in forme apparentemente nuove. Ciò che le mette in movimento senza soluzione di continuità, è quella energia demoniaca, che non è sentimento, che dà nomi diversi allo stesso male, l’odio dell’uomo verso l’altro uomo. Il male, questo, che nasce dall’egoismo con il quale l’individuo non solo vuole prendere le cose e le ricchezze e gli spazi della natura, che è di tutti, come la terra unica che abitiamo, ma vuole impadronirsi dell’uomo stesso, nel suo essere persona, famiglia, comunità, popolo e nazione e territorio. Anima e coscienza civile.

Nel suo essere ansia di pace. Desiderio di Dio. Volontà di giustizia ed eguaglianza. La guerra è l’invenzione più efficace per imporre l’egoismo. L’odio, l’energia fondamentale per poterlo esercitare senza remora alcuna. Il razzismo è figlio della guerra e viceversa. Ambedue sono generati dall’egoismo. Ma cos’è davvero il razzismo se non la ricorrente e diffusa affermazione della superiorità non solo di una razza su un’altra? Certamente questo, ma dal dopoguerra ad oggi e assai di più. È la negazione del valore della diversità e, nel contempo, la pretesa superiorità del proprio popolo su un altro, della propria nazione su un’altra. Le guerre sono fatte apposta per imporre questo follia come principio, questa stupidità come diritto. La guerra come giustificazione a tutto e legittimazione dell’orrore. Come lo sterminio degli ebrei fu generato dalla guerra, le guerre in atto, non solo quella più “celebrata” in Ucraina, ma anche le diverse guerre sparse a macchia di leopardo su tutto il pianeta, in particolare quelle dimenticate in Siria e nello Yemen, sono partorite dall’odio.

Lo stesso che abbiamo visto all’opera nella storia. L’odio contro il diverso, contro il nemico inventato, contro il presunto occupatore di terre che vogliamo essere le nostre e che siano nostre. L’odio contro quell’uomo, quella cultura, quella religione, quello stesso Dio di altri, per il solo fatto che vi siano. Che esistano. Che vogliano vivere. E liberi. E in sicurezza. Nel proprio territorio, che fu dei loro padri. Questo è il nuovo razzismo, che incontriamo quotidianamente anche nei piccoli e non visti assalti quotidiani. Nei bagni delle scuole, contro i diversi e i fragili. Nelle strade delle nostre Città, specialmente in quegli angoli lasciati al buio dall’indifferenza della politica. Il nuovo razzismo è quella cultura dominante, imposta in modo soft da chi detiene il possesso dei nuovi strumenti del potere( quelli della comunicazione e della tecnologia più avanzata unite al potere finanziario) che trattiene per sé il novanta per cento delle ricchezze lasciando il restante dieci nell’arena della stragrande maggioranza dei poveri, che si odiano tra loro o semplicemente non si incontrano, invece di sollevarsi tutti insieme contro i nuovi padroni.

Questa nuova, non vista, guerra ha un nome soltanto: povertà. Il nuovo razzismo è la povertà. Se vogliamo, pertanto, celebrare seriamente e onestamente questa giornata, come tutte le altre del calendario internazionale, come quelle sull’Amicizia, sui baci, sugli abbracci, e le tante altre similari, dobbiamo abbattere tutte le forme di egoismo dentro di noi e combattere quelle bellicosi e belligeranti degli altri. Dobbiamo farci carico della Vita, dell’Uomo e della Natura. Dobbiamo ripudiare la guerra, in ogni sua forma. Specialmente, quella condotta da pochi umani contro l’umanità intera attraverso l’arma più micidiale, la fame. Ché nella lotta contro la povertà, ci sono tutte le più nobili ragioni: la lotta contro le povertà, le discriminazioni, l’ingiustizia, le diseguaglianze, l’intolleranza, il totalitarismo liberticida. Ché Libertà, senza aggettivazione, alcuna, fondamento della Pace, è il premio della vittoria auspicata. (fc)

L’OPINIONE / Flavio Stasi: La Calabria dovrebbe essere felice della Facoltà di Medicina a Cosenza

di FLAVIO STASI – L’attuale dibattito pubblico scaturito dalla istituzionalizzazione della Facoltà di Medicina all’Unical ci offre la rappresentazione di come sono stati pensati, in passato, determinati servizi in Calabria, con una assurda ed improduttiva spartizione politico-territoriale, forse sconosciuta ai giovani calabresi ma ben nota a chi mastica di queste cose, che ha coinvolto persino la sede del Consiglio Regionale e della Giunta Regionale. L’università è stata parte di questo surreale ragionamento.

Ecco per quale ragione la decisione della governance regionale di arricchire l’ateneo di Arcavacata con la Facoltà di Medicina, nel momento in cui da anni i concorsi proposti dalle Aziende Sanitarie per medici specializzati vanno deserti o quasi, ha provocato veri e propri smottamenti istituzionali.

La discussione, tuttavia, evidenzia i limiti del ruolo che abbiamo e continuiamo a riconoscere all’Università dalle nostre parti, quasi come se fosse uno mero strumento per garantire ed arricchire il mercato immobiliare locale (ed altri piccoli segmenti di mercato locale) di questa o di quella città, con affitti, acquisti, valorizzazioni. L’università in Calabria può e deve giocare ben altri ruoli.

Ecco perché credo che l’intera Calabria debba essere felice per l’apertura di una nuova Facoltà, soprattutto di Medicina, ma ritengo anche che sia il momento di aprire un confronto generale sulla rete universitaria regionale.

L’Università può e deve essere in grado di affrontare la doppia sfida dell’accessibilità, in una regione con il reddito pro-capite tra i più bassi d’Italia, e della competitività, valorizzando le intelligenze vive che da decenni arricchiscono i territori del Centro-Italia anche alla luce di un sistema di welfare più efficiente. Ma vi è una terza sfida sulla quale, come è noto, ho trovato finora pochi riscontri nei nostri atenei, anche in quelli a cui sono maggiormente affezionato: l’università non può risultare avulsa dal territorio in cui si innesta, dalle sue vocazioni economiche, produttive, sociali e storiche. Questo, a mio avviso, con le dovute eccezioni, è stato il limite dei nostri atenei finora.

L’apertura della facoltà di medicina a Cosenza apre finalmente uno squarcio che vede l’università aderire alle esigenze dei territori, ed è fin troppo evidente che la Calabria tutta, quindi anche l’area urbana di Cosenza, ha bisogno di un centro di sviluppo scientifico università-ospedale che rigeneri il tessuto medico ed infrastrutturale del territorio, in competizione positiva con l’equivalente di Catanzaro, e che integri l’intera rete ospedaliera provinciale.

Ebbene come si fa a non comprendere che vi sono anche altre esigenze funzionali e necessarie per garantire a questa terra gli strumenti per svilupparsi in maniera sostenibile valorizzando le proprie vocazioni territoriali, integrandole con lo studio e la ricerca, dando la possibilità alla Calabria di migliorare la propria competitività rispetto al resto del Paese?

Davvero nel 2023 non si coglie l’esigenza di sviluppare e potenziare l’economia agroalimentare della Piana di Sibari, sviluppando una facoltà di Agraria in quello che ormai è un polo urbano tra i più importanti? A chi farebbe torto garantire al territorio maggiormente vocato e produttivo, una filiera completa che generi innovazione e competenza nel campo dell’agricoltura? Oppure, a chi farebbe torto sviluppare competenze ed innovazione aprendo dei corsi di laurea nelle scienze del turismo o nella valorizzazione dei beni culturali e storici, in uno dei territori con la ricettività ed i siti archeologici tra i più importanti della regione della regione?

La risposta è: a nessuno. Farebbe bene all’intera Calabria. Perché lo sviluppo di questa terra è possibile solo se riusciremo a renderla competitiva con l’Europa, e la competitività di sviluppa con investimenti e competenze al servizio dei territori.

Ecco perché la fase attuale è importante. Credo che a livello regionale si debba decidere se le università o le facoltà siano ancora il contrappeso di qualche altro ufficio pubblico, finalizzate a garantire qualche affitto e qualche colata di cemento, oppure siano strumento per lo sviluppo e la valorizzazione della Calabria e conseguente miglioramento della qualità della vita di tutti i calabresi.

In questo dibattito, noi ci siamo, ancora una volta, a completa disposizione della Regione e della Governance universitaria per agevolare con tutti i mezzi a nostra disposizione questo percorso, che riteniamo non campanilistico ma virtuoso e plurale, perché anche la Sibaritide può essere un’area funzionale allo sviluppo dell’intera Calabria. (fs)

[Flavio Stasi è sindaco di Corigliano Rossano]

L’OPINIONE / Giancarlo Greco: In 10 anni il Sud ha donato al Nord 10 mld per migrazione sanitaria

di GIANCARLO GRECOÈ inammissibile, inaccettabile. L’intero Mezzogiorno ha “donato” al ricco Nord ben 14 miliardi di euro in 10 anni per migrazione sanitaria, i viaggi della salute per intenderci che poi in gran parte sappiamo bene essere del tutto evitabili in presenza di un razionale sistema sanitario nazionale ben spalmato sull’intero territorio. Questo è un dato drammatico, il dato per eccellenza perché dipinge le vere ragioni dell’impoverimento progressivo e seriale, quindi scientifico, del Sud.

Per quanto riguarda la Calabria, poi, – continua Giancarlo Greco – la “donazione” è persino da record o quasi perché è la seconda in graduatoria dopo la Campania che ovviamente conta sul triplo dei residenti. La cifra che ha versato la Calabria in 10 anni alle altre Regioni del Nord, Lombardia ed Emilia Romagna in testa, è davvero “monstre”: ben 2,7 miliardi di euro. Una spesa pazzesca che avrebbe potuto incidere e non poco non solo sulla qualità e quantità dei servizi sanitari regionali quanto sull’intero sistema di sviluppo socio economico. Forte, fortissimo il sospetto che in tutti questi anni i commissari ad acta “stranieri” inviati in Calabria non abbiano fatto altro, chissà se solo casualmente, che reiterare e se possibile incrementare questo flusso che poi è un dissanguamento per la Calabria.

Non meno di 250 milioni di euro all’anno con punte vicine ai 300 milioni. Trend che non è mai diminuito in questo decennio mantenendo piuttosto sostenuto il sospetto del “progetto industriale” e nazionale finalizzato all’impoverimento della Calabria e del Sud a beneficio delle grandi aree del Nord. Non abbiamo nulla contro le imprese sanitarie private accreditate lombarde o emiliane in grado di fornire servizi sanitari attrattivi ed eccellenti, tutt’altro. Vorremmo però che la leale e funzionale sinergia tra sanità pubblica e sanità privata convenzionata con il sistema pubblico, quindi pubblica ugualmente, fosse consentita anche al Sud e in Calabria dove invece in questi anni si è quasi data la “caccia” al privato convenzionato quasi fosse un nemico della società e dell’integrazione sanitaria.

Un vero e proprio “delitto” per il territorio, questo continuo atteggiamento assunto dai commissari fin qui. Non tanto e non solo per l’importanza dei servizi sanitari che il privato accreditato può e deve erogare quanto per il livello occupazionale che ne viene appresso. Attualmente in Calabria sono occupati circa 20mila dipendenti nel sistema sanitario privato accreditato, un numero importante in termini di nuclei familiari. E molti di più potrebbero essere se lo stesso privato accreditato non fosse visto come “nemico” dell’integrazione sanitaria regionale perché così è stato fin qui. Ecco, chiediamo esattamente questo al nuovo commissario ad acta in Calabria Roberto Occhiuto.

Invertire la sciagurata tendenza e il progressivo impoverimento della Calabria a vantaggio delle strutture del Nord che spesso e volentieri, e giustamente, sono anche private accreditate. Anche in Calabria si può erogare con razionalità un servizio sanitario integrato di qualità in grado non di cancellare la migrazione ma quantomeno di dimezzarla, di abbatterla. Di renderla sostenibile ed equa. Fin qui ogni commissario ha lavorato per il contrario. Confidiamo che Occhiuto voglia giocare una partita tutta nuova. (gg)

[Giancarlo Greco è presidente di Unimpresa]

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: I medici cubani non sono un fenomeno da baraccone

di SANTO GIOFFRÈ – È commovente questo abbraccio di benvenuto verso i Compagni Medici Cubani nella desolata Provincia reggina. Professionisti con una preparazione scientifica di altissimo livello che operano in ben 53 Paesi al Mondo.

Zone di guerra e, soprattutto, Paesi del III mondo dove non esiste alcun genere di assistenza sanitaria, come in Calabria. Vengono perché un furbissimo e disperato Occhiuto, dopo tanto blaterare, si è accorto che i gruppi sono arrivati dove non batte mai il sole e il Comunismo è il suo unico sole dell’avvenire. Ma, anche, perché si è accorto che essere Calabresi vale fino a dopo Laino Castello.

Poi, rimane il core, la Tarantella, la supprazzata e la Calabria meravigliosa, tanto che nessun medico calabrese, che lavora nel favoloso Nord, è voluto tornare nella Terra dei Padri e dove abbiamo il sole, l’Aspromonte, la Sila, il favoloso mare. A ragione, dico io. Si troverebbero ad operare in katoi, senza alcuna rete di protezione, dentro un sistema che, introitato il concetto del Calabrese animale da circo, hanno rubato, in piena tranquillità e impunità, miliardi e, pure, le maniglie delle porte. Ma, torniamo ai compagni medici cubani… grande afflato, dicevo.

Selfie, pacche sulle spalle… d’altronde, quando capiterà, più, di vedere gente che viene da uno degli ultimi paesi Comunisti al mondo, dove si applica la pianificazione totale, in economia e la Medicina ha, solo, la finalità del benessere fisico delle Persone? Già! La stessa propulsione all’accoglienza, i Sindaci, gli inviati della Regione, presenti in massa in queste dolci ostentazioni, dovranno garantirla nei luoghi in cui i Medici opereranno.

Perché io non voglio peccare, conoscendo l’andazzo, di ritrosia retrostrutturale del mio sub-coscienzioso pensiero e, cioè, di non trasformare i Compagni Medici Cubani in fenomeno da baraccone, oppure, usarli o trattarli con sufficienza, tipo, non dando i cambi nella turnazione o fargli fare turni massacranti. Attenti, i Medici son venuti ad aiutare e a lavorare, da Professionisti… (sg)

L’OPINIONE / Vincenzo Vitale: Stadio Meazza e Piazza De Nava, due pesi e due misure

di VINCENZO VITALE – Gli Italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori, ma anche di tecnici calcistici. E il Meridione, tra le poche cose che l’accomuna al Nord, non è da meno.

Se al posto di Piazza De Nava vi fosse stato uno stadio che la Soprintendenza avesse inteso demolire, il popolo, guidato dal Masaniello di turno, avrebbe fatto le barricate e il Sottosegretario Vittorio Sgarbi, attento all’umore dei media, avrebbe dato il suo placet all’insurrezione. Poste queste differenze, è di palmare evidenza come i due casi si possano sovrapporre e, anche se non dal punto di vista dell’impatto mediatico nazionale, certamente in linea di principio la demolizione di una piazza storica, ben più antica dei settanta anni previsti dalla legge, ha dei rilievi etici ed estetici ben più strutturati della demolizione di uno stadio.

Così Sgarbi si è espresso sul Corriere della Sera del 2 gennaio 2023.
«In merito al vincolo di tutela per lo stadio Meazza a Milano, io non impongo, non ordino, leggo le carte del Ministero e considero serenamente le ragioni della storia, invocando il rispetto della legge. I Comitati tecnico-scientifici del Ministero dei Beni culturali all’unanimità concordarono “sull’esistenza di un valore fortemente simbolico per la città di Milano rivestito dallo stadio San Siro (indipendentemente dall’età del manufatto), nonché sull’opportunità di avviare un percorso amministrativo relativo a un provvedimento di tutela ai sensi dell’art. 10, comma 3, lett. d)”. La Soprintendente, per ragioni non chiare, non ha dato seguito a questa prescrizione. (…)
Andranno valutate le misure disciplinari, quando non le indagini giudiziarie, sulla astensione della Soprintendenza, che non ha “in alcun modo approfondita la possibilità di riconoscere allo stadio un interesse storico-identitario o storico-relazionale di cui all’art. 10, comma 3, lett. d) del Codice (decreto legislativo n. 42/2004)”».

«Tale norma, infatti, viene considerata applicabile anche qualora manchi il requisito della ultrasettantennalità, per tutti quei beni sia immobili sia mobili, a chiunque appartenenti, che rivestano un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte, della scienza, della tecnica, dell’industria e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose».

Così Sgarbi sullo Stadio. E piazza de Nava. Le sovrapposizioni concettuali e di principio sono inoppugnabili ed evidentissime: tutte le considerazioni di Sgarbi per lo Stadio Meazza possono tranquillamente essere estese a Piazza De Nava. Il caso della Piazza, inoltre, rispetto allo Stadio ha una connotazione più definita dal punto di vista giuridico e di principio: l’età è ben più antica dei settanta anni previsti dalla legge per il vincolo; il vincolo – certificato dal Comune – era stato doverosamente posto e poi rimosso per effettuare la demolizione; il rapporto con l’identità dei luoghi e la storia cittadina è indubbio che ci sia; nella struttura vi sono rimandi artistici e architettonici che non possono essere trascurati.

Eppure siamo al Sud, in una delle ultime colonie meridionali, dove si può tranquillamente demolire un manufatto storico stiracchiando le norme e in obbedienza a interessi che non sono certamente quelli della comunità. Sgarbi cita più volte, nel seguito dell’articolo, l’art. 10, comma 3, lett. d) del Codice (decreto legislativo n. 42/2004). Al Sud non valgono le stesse leggi in vigore al Nord? Sembrerebbe di no. (vv)

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: La Regione ha una chiara strategia per le infrastrutture idriche

di PIETRO MOLINARO – Saremo tutti impegnati ad iniziare dal ministro Matteo Salvini, affinché si mettano in campo ulteriori finanziamenti mirati a ridurre il water device e permettere alla Calabria di avere opportunità di investimento maggiori per costruire reti idriche intelligenti e garantire l’accesso all’acqua.

L’attuale governo regionale con S0.Ri.Cal. ha impresso una sferzata ai ritardi che affliggono il settore idrico perché non è possibile che una regione ricca di acqua vanta il primato  della peggiore gestione; la responsabilità è di chi in passato non ha fatto, non di chi, come il presidente Occhiuto, ha messo ai primi posti della sua agenda politica e amministrativa il diritto dei calabresi ad avere acqua potabile tutto l’anno e depuratori efficienti per assicurare il mare più pulito.

Nei cassetti impolverati della Cittadella sono stati trovati finanziamenti mai attivati, progetti solo annunciati. Oggi, come dimostra l’ultimo bando del Pnrr sulla dispersione idrica, finalmente la Calabria, con il rafforzamento di So.Ri.Cal., è in grado di partecipare ai bandi ed essere ammessa ai finanziamenti.

Certo, aver fatto un bando che mette in competizione Regioni da decenni virtuose con gestori industriali quotati in Borsa, con chi sconta ritardi atavici ed ha un gestore da pochi mesi, è stato un limite. (pm)

L’OPINIONE / Maria Limardo: Basta strumentalizzazioni su situazione del Sistema Bibliotecario

di MARIA LIMARDORiguardo alla complessa situazione del Sistema bibliotecario vibonese, ed in attesa di affrontare in maniera compiuta ed approfondita ogni delicato aspetto della vicenda nelle apposite sedi, è opportuno ricondurre sul terreno della verità quelle dichiarazioni che in questi giorni, da più parti, vengono esternate a mezzo stampa e social.

Dichiarazioni che, appare lampante, hanno il solo scopo non già – come asserito – di fare o pretendere chiarezza, bensì di creare confusione per strumentalizzare la situazione, a turno e secondo la propria convenienza. 

Si sta infatti tentando di far passare il messaggio, nell’opinione pubblica, che il Comune di Vibo Valentia non voglia intervenire per salvare il Sistema bibliotecario, o peggio che lavori per affossarlo. Preliminarmente è bene ricordare agli smemorati che il Comune di Vibo è soltanto uno, sebbene numericamente il più importante, degli enti associati.

Ed in quanto tale è probabilmente il creditore principale del Sbv, la cui situazione amministrativa e contabile inizia a diventare tristemente nota ai più. Il Comune di Vibo è pronto a guidare il processo di rinascita del Sbv, che non può però poggiarsi sulle stesse fragilissime gambe di oggi. Stiamo lavorando per studiare le vie da percorrere per portare il Sbv fuori dal pantano. A tal proposito abbiamo già avviato un dialogo con la Regione Calabria.

Ad ogni modo, le criticità acute evidenziate dal dimissionario presidente L’Andolina, rappresentano a mio parere un atto d’accusa preciso nei confronti delle precedenti gestioni e insieme alle dimissioni quasi contemporanee della direttrice appena individuata hanno scoperchiato un vaso di Pandora che non si può liquidare con accuse generiche alle istituzioni come se fino a ieri il Sistema bibliotecario vibonese fosse stato guidato da un pilota automatico senza nome. 

Chi ha di fatto gestito e amministrato per tutti questi anni il patrimonio ideale e materiale di questo importante presidio culturale al quale noi tutti teniamo dovrà assumersi le proprie responsabilità e comunicarle come comunica quotidianamente i meriti e i successi attraverso social e giornali. Eppure non un cenno di autocritica si è colto dalle periodiche esternazioni. Solo così si potrà capire chi e in che modo dovrà pagare per risanare la questione e pensare a un futuro limpido.

La situazione è grave e non si risolve giocando con le favole e mettendo toppe retoriche a una voragine fin troppo concreta. Ben venga dunque anche il consiglio comunale ad hoc sull’argomento, poiché resta ferma la nostra volontà di scongiurare l’ipotesi che la città, insieme a tutto il territorio provincia, rinunci al Sistema bibliotecario vibonese, al Festival Leggere&Scrivere, di cui peraltro il Comune si è fatto carico negli ultimi due anni, e a tutte le altre iniziative che fanno ormai parte dell’identità cittadina e meritano di essere protette. Protette dall’assalto dei lupi e anche da quello, più subdolo, degli sciacalli. (ml)

[Maria Limardo è sindaco di Vibo Valentia]