DA DRAGHI I SINDACI DEL RECOVERY SUD
INTOLLERABILE SCIPPO AL MEZZOGIORNO

Quante sono le risorse destinate al Sud dal Recovery Fund? È necessario fare chiarezza ed è quanto chiederanno a gran voce i sindaci del Recovery Sud  che oggi si riuniscono a Roma per incontrare (si spera) il presidente del Consiglio Mario Draghi. I sindaci della Rete Recovery Sud saranno in piazza, a Montecitorio, per chiedere l’equità territoriale tra Nord e Sud. E, a tal proposito, il senatore di Italia VivaErnesto Magorno, che ha confermato la sua partecipazione, ha rivolto un appello «a tutti i Primi Cittadini calabresi e al neo Presidente Anci Calabria, Marcello Manna, affinché la Calabria possa essere presente con il maggior numero di Sindaci possibile. È un momento cruciale e dobbiamo essere uniti. Ora come non mai».

È una questione spinosa, ma soprattutto intollerabile: si profila un ulteriore scippo al Sud che nessuno può permettere. Ricordiamo che la grande dotazione finanziaria destinata all’Italia – la più importante in Europa – è stata “generosa” giusto per garantire azioni destinate a ridurre il divario nord-sud: proprio l’esistenza di una situazione economica e sociale molto precaria nelle regioni meridionali ha giustificato l’incremento degli aiuti. Che, a conti fatti, apparentemente non supereranno neanche i 30 miliardi, altro che quota di riserva del 34% garantita da una legge del Governo Conte per gli investimenti nel Mezzogiorno.

In realtà, la ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha ottenuto, grazie a un emendamento al “decreto semplificazioni”, che i bandi del Pnrr siano vincolati a impegnare il 40% delle risorse in progetti legati alle Regioni del Mezzogiorno.

«È un vero e proprio vincolo di destinazione territoriale fissato con una norma. Le risorse ci sono e, oggi, ci sono anche le norme di tutela della loro effettiva destinazione territoriale – ha spiegato la ministra per il Sud, ricordando che  la quota Sud del Piano e del Fondo complementare (“il famoso 40% delle risorse territorializzabili, circa 82 miliardi”) si compone di «interventi infrastrutturali definiti e geograficamente collocati”, ma anche di “misure ad assorbimento, come il Superbonus, per i quali abbiamo usato criteri di riparto molto prudenziali, basati su dati storici».

«L’assegnazione delle risorse – ha aggiunto la ministra per il Sud e la Coesione territoriale – sarà accompagnata da un monitoraggio puntuale dell’effettiva localizzazione degli interventi, svolto al massimo livello dalla Cabina di Regia. In caso di scostamento, è prevista l’adozione di misure compensative e correttive».

La Carfagna, infatti, ha auspicato che «le tante discussioni e polemiche dei mesi e delle settimane scorse, le giuste preoccupazioni ma anche le incomprensibili (per il momento che stiamo vivendo) strumentalizzazioni, lascino ora il passo a un impegno comune e condiviso», quando, in realtà, quello che viene chiesto è soltanto «l’equità territoriale tra Nord e Sud» sulle risorse del Recovery, concetto che sarà ribadito a Roma, in piazza Montecitorio, nella manifestazione dei sindaci della rete del Recovery Sud, composta da circa 600 primi cittadini del Sud». Non ci saranno, ovviamente, tutti, ma sarà una rappresentanza alta, con l’auspicio che non si risolva tutto come nel precedente incontro di Conte con i sindaci calabresi lo scorso novembre che si è fermato a belle dichiarazioni d’intenti e grandi promesse (poi regolarmente disattese, come da copione).

«Una richiesta più che legittima – ha dichiarato la Carfagna –, sopratutto se il Mezzogiorno è stato, nuovamente, protagonista dell’ennesimo scippo: del 70% di 209 miliardi previsti, sono stati ridotti a 82 e, sicuri, ne arriveranno 35, mentre altri «47 saranno messi a gara in ambito nazionale, con bandi che metteranno in competizione le amministrazioni di tutto il paese».

Una gravissima mancanza, che è stata scoperta grazie al docente universitario dell’Università di Bari, Vincenzo Viesti, e che ha innescato una vera e propria indignazione, Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti (BA), a nome dei 600 amministratori meridionali, ha presentato alla Commissione Europea una petizione, chiedendo «di modificare il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo Italiano, favorendo un’equa suddivisione territoriale dei fondi», che ha ottenuto l’importante risultato che «il Parlamento Europeo vigilerà sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, per verificare se sarà rispettato il Mezzogiorno nella distribuzione dei fondi».

«La scelta del Governo italiano – si legge – di destinare al Sud il solo 40% teorico delle risorse del Pnrr, rischia invece di creare i presupposti per un’ulteriore gravissima divaricazione. 80 miliardi di euro (di cui solo 22 certi, come ha dimostrato l’economista Gianfranco Viesti) sembrano una cifra enorme. Non lo sono, se si considera quanto sia cronico e difficile da sradicare il nostro deficit di sviluppo».

«La quota di fondi destinata al Mezzogiorno – ha scritto la rete Recovery Sud – distribuita in Italia in netta difformità rispetto ai criteri europei, che ritenevano più meritevoli di sostegno le regioni ad alto tasso di disoccupazione e a basso Pil procapite, potrebbe ora ridursi al lumicino. La ragione è semplice: i fondi destinati ai territori saranno assegnati attraverso bandi che i Comuni meridionali (decimati nel personale, spesso colpiti dal dissesto e privati di risorse grazie al sistema della spesa storica introdotto dal federalismo fiscale) con difficoltà riusciranno a intercettare».

«La ministra Carfagna  – ha proseguito la Rete – ha annunciato che la quota destinata al Sud sarà blindata con una norma ad hoc, ma al momento è solo un annuncio e abbiamo subito troppi artifici e ritardi sulla nostra pelle (spesa storica, Lep, definanziamento di opere, riproposizione come nuove di altre opere già finanziate, ecc) per poter fidarci anche della più sincera delle promesse. Ecco perché è importante essere presenti dopodomani a Roma. Per evitare che un governo a trazione nordista possa vanificare ciò che chiede l’Unione Europea, ovvero che dalla pandemia si risollevi l’intera Italia, e non solo una parte, e che si riducano drasticamente le condizioni di disuguaglianza in cui versa l’Italia da un secolo e mezzo».

A sottolineare come la quota del 40% al Sud delle risorse del Pnrr «rischia di creare un’ulteriore divaricazione nei livelli di sviluppo a discapito del Sud, e acuire le difficoltà socio-economiche delle aree depresse le cui condizioni si sono vieppiù deteriorate a seguito della Pandemia da Covid 19», è stato Nicolò de Bartolo, responsabile Enti Locali del Coordinamento Cambiamo! della Provincia di Cosenza.

«La spesa nazionale per interventi a favore del Sud – ha sottolineato de Bartolo – è scesa dallo 0,47% del Pil degli anni Novanta allo 0,15% del 2015. I fondi europei hanno sostituito soltanto in minima parte le politiche di riequilibrio. Al Sud e alla Calabria che evidenzia più disparità  delle altre regioni  del Sud, deve essere dato ciò di cui ha effettivamente bisogno: a cominciare dal personale competente necessario ad elaborare progetti di sviluppo , come richiede il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza».

Per Francesco Bevilacqua, coordinatore regionale di Cambiamo!, «circa 87 miliardi di euro dovrebbero essere destinati a Regioni, Comuni, Province, città e Metropolitane del Sud, e, sicuramente, i Comuni sono i maggiori investitori pubblici e, dunque, è necessario che sappiano che cosa dovranno fare, con quante risorse e quali sono le regole per amministrarle».

A ribadire la necessità di una forte presa di posizione «per evitare che i fondi del Pnrr, che sono già stati ridotti al Sud, finiscano in prevalenza al Centro-Nord», il sindaco di Marcellinara, Vittorio Scerbo, sottolineando che «bisogna fare il modo che le istanze dei Comuni del Sud siano messe in grande risalto per quanto concerne, in primo luogo, i fondi da destinare alla progettazione e soprattutto all’assunzione di nuove professionalità tecniche da mettere a disposizione degli enti, a partire da quelli piccoli: le gravi criticità emerse per il reclutamento dei 2800 tecnici per gli interventi previsti dalla politica di coesione dell’Unione europea e nazionale per il ciclo di programmazione 2021-2027 hanno dimostrato, per ora, che i Comuni sotto i 3mila abitanti sono stati tagliati fuori dall’assegnazione di tali figure».

«Senza l’azione di coordinamento dell’Anci, e delle Anci meridionali soprattutto – ha concluso il sindaco Scerbo – anche quest’ultima opportunità di ripresa che può derivare dalle risorse del Pnrr rimarrà l’ennesima chimera per il riscatto del Meridione che vedrà drammaticamente aumenterà il divario di cittadinanza con le altre aree del Paese. In Calabria il 95% dei comuni è al di sotto dei 15mila abitanti, ebbene, ad oggi, senza i fondi del Pnrr, non ci sarebbero le risorse per progettare la rigenerazione urbana di questi territori: sarebbe un disastro!».

Anche  il tedesco Peter Jahr, a sostegno dei Popolari, ha ricordato che «l’Unione europea esiste anche per migliorare le condizioni di vita sul piano sociale rendendole uguali per tutti. È necessario ricordare al governo italiano che i fondi devono essere distribuiti con questa filosofia, dobbiamo esortare la commissione perché verifichi cosa si fa con i fondi stanziati».

Il laburista maltese Alfred Sant, invece, ha ricordato che «i piani dovrebbero contribuire al miglioramento della coesione economica e nazionale,  e le regioni meridionali devono recuperare molto terreno rispetto alle regioni del Nord. Tutto questo dovrebbe essere valutato nel contesto degli ultimi dati emergenti che mostrano le diseguaglianze economiche e sociali negli ultimi anni sono addirittura aumentate nell’Unione Europea e le regioni meridionali sono state le più colpite. Chiedo che la petizione resti aperta per un’ulteriore analisi, e vorrei chiedere alla commissione petizioni una lettera alla commissione europea per chiedere chiarimenti e un ulteriore follow up su questa situazione».

Angel Catalina Rubianes, della Dg Recover, ha sottolineato come «abbiamo ricevuto numerose lettere da portatori d’interesse che chiedono più risorse per il Sud.  Il regolamento prevede che le raccomandazioni specifiche per i Paesi siano rispettate e qui c’è una raccomandazione specifica per superare il divario infrastrutturale e per la coesione territoriale. Per il fondo di ripresa e resilienza l’unità di riferimento non sono però le regioni ma lo Stato membro. E molte misure, come la 3 e la 5, prevedono misure dedicate alle regioni del Sud. Inoltre, ci sarà un accordo operativo che sarà negoziato con il governo italiano che fisserà ulteriori dettagli sulla portata geografica di alcune misure contenute nel piano. E sono in corso negoziati per l’accordo di partenariato e i programmi operativi politica di coesione 2021-2027: ci saranno risorse specifiche per le regioni del Sud».

La Rubianes ha ricordato la scarsa capacità delle regioni del Sud ad assorbire le risorse europee, e la necessità di investimenti e risorse per il recupero delle acque reflue, molto importante per le regioni del Sud: «Noi siamo uno dei pochi comuni in Italia che, grazie a un investimento da 4 milioni di euro, già fa affinamento delle acque reflue. Questo dimostra che se siamo messi in condizione di presentare progetti, siamo in grado di intercettare i fondi. Ma non si vuole comprendere la gravità del problema. Nel Pnrr non abbiamo ritrovato progetti fermi dal 1971, come il completamento dell’autostrada Bari-Taranto, che arriva a 30 chilometri dal capoluogo ionico. E non vi è una riga sul grande Parco della transumanza che dovrebbe attraversare tutte le regioni meridionali, proposto da Recovery Sud. Dite al Governo italiano di ascoltare i Comuni meridionali, di dar loro urgentemente i fondi per affidare incarichi oppure si rischierà ancora una volta il flop».

Insomma, è fondamentale preservare e garantire le risorse del Recovery Sud al Mezzogiorno che «rappresenta il potenziale inespresso del nostro Paese» aveva dichiarato la sottosegretaria al Sud, Dalila Nesci che, dopo il nuovo emendamento che vincola i bandi del Pnrr a vincolare il 40% anche ai bandi, ha ribadito la necessità di «mettere gli enti locali nelle condizioni di operare. Poi, dovremo vigilare affinché i soldi siano spesi tutti e al meglio».

«Abbiamo risorse e opportunità – ha concluso – per superare, finalmente, il divario fra il Sud ed il resto del Paese. Il Sud ce la deve fare e ce la farà». (rp)

La Carfagna incontra lo scienziato Crea: impegno per la ricerca in Calabria

Il prof. Roberto Crea, in Italia in questi giorni per gli ultimi preparativi del Renato Dulbecco Institute che sta nascendo a Lamezia Terme,  ha incontrato la ministra del Sud Mara Carfagna per illustrarle la rilevanza del grande progetto scientifico in preparazione alla Fondazione Terina di Lamezia Terme.

Accompagnato dal prof. Giuseppe Nisticò, già direttore generale dell’Istituto Rita Levi Montalcini, farmacologo di fama internazionale ed ex presidente della Regione Calabria, lo scienziato Roberto Crea, arrivato a Roma giovedì scorso da San Francisco, ha voluto esprimere tutta la sua gratitudine alla ministra Mara Carfagna per il ruolo straordinario che sta svolgendo per rilanciare il Meridione d’Italia con progetti sull’innovazione tecnologica che permette di valorizzare il patrimonio di giovani talenti, costretti ancora oggi, purtroppo, alla fuga in prestigiosi laboratori in Italia e all’estero.

La ministra Carfagna ha delegato il suo capo gabinetto avv. Giacomo Aiello, esperto della politica e dell’amministrazione delle risorse comunitarie del PNRR, per discutere delle potenzialità di finanziamenti per la realizzazione dell’Renato Dulbecco Institute. in Calabria, regione verso la quale la ministra Carfagna ha dimostrato grande attenzione con la sua spiccata sensibilità.

Il prof. Crea rappresenta un modello di calabrese che dopo una lunga esperienza in California ha deciso di rientrare, anche grazie alle risorse del PNRR, in Calabria e può rappresentare il prototipo di altri italiani che vivono all’estero e che finalmente potranno rientrare nel nostro Paese.

Roberto Crea, nei prossimi giorni, si recherà in Calabria dove incontrerà i vertici della Regione e cioè l’attuale presidente Nino Spirlì e l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo per definire con loro la concessione dei locali della Fondazione Mediterranea Terina da ristrutturare per il Renato Dulbecco Institute. In tale occasione, il prof. Crea ha espresso la necessità di poter avviare rapidamente la formazione di giovani diplomati tecnici e laureati ricercatori nel campo delle biotecnologie e del settore agro-alimentare.

L’originalità del progetto della Fondazione Dulbecco e la garanzia che questo sarà portato avanti dall’esperienza internazionale di Roberto Crea sono momenti di forza del progetto in quanto il modello Silicon Valley che Roberto Crea ha contribuito ad attivare come direttore della Genentech. Difatti, egli ha creato otto imprese di biotecnologie nel settore medico e agroalimentare di grande successo.

La Fondazione Dulbecco ha ottenuto in concessione 12 brevetti relativi alla sintesi di nuovi anticorpi monoclonali e di nanoanticorpi per il trattamento di malattie ancora incurabili.

Il direttore generale Aiello nella sua illustrazione ha assicurato, inoltre, che la Regione Calabria potrà agire da sponda dal momento che dispone ancora di ingenti risorse del Programma POR non ancora spese.

Inoltre, il progetto potrà essere avviato rapidamente con la formazione del personale anche attraverso stages in qualificati laboratori nazionali ed esteri.

Infine, il prof. Crea metterà a disposizione il suo know how per consentire alla Regione di disporre del cosiddetto marchio di qualità dei prodotti agroalimentari della Calabria, secondo standard statunitensi della Food & Drug Administration e dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) come  richiesto convintamente dall’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo.

Nell’insieme, l’incontro è risultato molto proficuo e il prof. Crea è rimasto ampiamente soddisfatto dell’illustrazione precisa che denota alta professionalità del capo gabinetto Aiello, il quale ha sottolineato che è necessario seguire un rigoroso piano di spesa che dovrà rispettare la tempistica come imposto dalla Commissione Europea. (rrm)

L’ATTACCO AL LAVORO IN REMOTO AL SUD
FINANCIAL TIMES, REPLICA LA CARFAGNA

di SANTO STRATI – La parola magica è Southworking è nata durante la prima fase della pandemia: molti lavoratori meridionali, in piena crisi coronavirus, hanno fatto ritorno al Sud e per molti di loro si sono aperte opportunità di proseguire il lavoro in remoto, da casa, attraverso il cosiddetto smart working, detto burocraticamente lavoro agile. Finita la prima fase della pandemia, in molti hanno rinunciato a tornare al Nord, dando la propria disponibilità a continuare a lavorare da casa propria e questo atteggiamento che è stato emulato in modo considerevole è diventato un vero e proprio fenomeno che, appunto, è stato battezzato southworking, (lavoro dal Sud). Mara Carfagna Dalla Bocconi viene una solenne bocciatura del fenomeno, salvo che il ricorso al southworking non sia di breve durata, ma la ministra per il Sud Mara Carfagna, a questo proposito, in un’intervista al prestigioso quotidiano britannico Financial Times ha spiegato che, invece, potrebbe diventare una solida e ampia opportunità se le aziende confermassero la propensione a utilizzare il lavoro da remoto. Certo per ridurre il divario il Sud dovrebbe intervenire sulle infrastrutture digitali che sono scarse e inadeguate. Per questo – ha annunciato al FT – il Sud assorbirà il 48% degli investimenti per destinarlo alla banda ultra larga, è uno dei punti essenziali del Recovery Plan.  Commentando su FB l’intervista, la ministra Carfagna ha detto: «Il Financial Times mi ha interpellato in un’inchiesta sul southworking italiano, con dati-shock sull’esodo dal Meridione nell’ultimo decennio: più di un milione di emigrati dalle regioni del Sud verso il Nord. Tornare al Sud e lavorare da remoto è un’opportunità che stanno scoprendo in tanti e va incoraggiata».

Ci sono– è vero – pro e contro sul lavoro agile e sulle prestazioni per via telematica di dipendenti “meridionali” rimasti al Sud: per molte aziende del Nord il southworking ha significato una migliore produttività dei propri dipendenti collegati in remoto e l’abbattimento di alcuni costi (riduzione degli ambienti di lavoro, minori costi di energia, etc), per altre si sono create perplessità sull’effettiva convenienza del lavoro “agile”, più per una sorta di pregiudiziale infondata che per reali valutazioni sull’efficienza dei dipendenti “connessi” e non presenti in azienda: in genere si lavora di più stando a casa, senza rispettare orari rigidi, quello che importa è il prodotto finale che l’azienda si aspetta. E, naturalmente, si applica solo per determinate categorie di lavoratori: il settore manifatturiero, per esempio, può delegare e assegnare in remoto le mansioni di progettazione e amministrazione, ma la manodopera in fabbrica non è, di fatto, sostituibile.

Come in tutte le cose, c’è ovviamente, anche chi ha costruito opinabili teorie di efficienza ridotta e danni alle imprese. È una docente di Management e Tecnologia all’Università Bocconi di Milano, Rossella Cappetta, che si è lanciata a stroncare il southworking: «Danneggia imprese, lavoratori e società: il Sud non dev’essere il dormitorio del Nord», ha detto con intuibile animosità verso i meridionali. In un’intervista al giornale web Business Insider Italia, la Cappetta ha spiegato perché è, al contrario di quanto sostiene la Svimez che plaude al fenomeno, è contraria al lavoro in remoto (stando a casa propria, al Sud): «Le imprese moderne – ha detto – sono nate per affrontare situazioni di grande complessità. Questo vuol dire che danno il massimo e generano valore solo in questa condizione. Che non si verifica se i suoi dipendenti operano da remoto. Solo un pezzo del coordinamento può essere effettuato a distanza – ha specificato -. Inoltre non è pensabile abbandonare del tutto l’ufficio. L’ideale sarebbe creare un equilibrio che consenta di stare a casa due giorni e in azienda i restanti tre». Sarebbe un mix ideale se non ci fossero distanze incolmabili tra i lavoratori che scelgono di restare al Sud e la localizzazione delle aziende (in genere tutte al Centro-Nord).

Secondo la docente, «Questa forma di flessibilità può essere sostenibile adesso, in piena pandemia, ma non è ipotizzabile nel futuro. Non è possibile amministrare a distanza il cento per cento del lavoro». Vale, ovviamente, per i dipendenti ma non per i professionisti: «I lavoratori autonomi potrebbero trovare nel southworking un bilanciamento fra vita professionale e vita privata. Già molti grandi studi professionali hanno consulenti esterni che vivono dove preferiscono».

Nel caso delle aziende, la situazione – secondo la prof.ssa Cappetta – è diversa: «Le imprese sono comunità sociali, svolgono funzioni educative proprio come fa la scuola , ma questi meccanismi funzionano solo in presenza. Il southworking li distruggerebbe». Secondo la docente della Bocconi, «Le aziende risparmierebbero i costi di affitto, ma quelli necessari per organizzare il lavoro a distanza sarebbero molto maggiori. Inoltre verrebbe a mancare la formazione continua delle persone. Tutto questo si tradurrebbe in una flessione della produttività e quindi del fatturato. Ecco perché il southworking non può che essere una logica di breve periodo». E i lavoratori? «Si sentirebbero soli, isolati dai colleghi, avulsi dal contesto. Potrebbero perdere occasioni di avanzamento di carriera e perfino soldi».

Qualcuno obietta che i lavoratori del southworking scelgono piccoli borghi, località balneari, cittadine del Sud dove la qualità della vita è decisamente superiore a quella del Nord, ma è in fondo questa la motivazione che ha spinto a rimanere al Sud. Cosa importa da dove si lavora, visto che le tecnologie permettono questa agevole alternativa, se il risultato finale è ugualmente e qualitativamente ottimo? Se ci fossero opportunità d’impiego al Sud, in Calabria – per esser chiari – molti nostri giovani tornati perché costretti dalla pandemia avrebbero anche cambiato azienda, felici di produrre efficacemente per il territorio che li ha visti nascere e crescere. In attesa che il sogno si realizzi, ben venga, dunque, il southworking con grande soddisfazione dei lavoratori che respirano aria di casa e sono tornati a vivere in famiglia, tra amici e conoscenti, aspettando di poter costruire un futuro nella propria terra che già appare meno improbabile. (s)

il Sud e la ministra Carfagna: se la questione meridionale diventa nazionale

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI –Abracadabra, ed ecco che la questione meridionale ritorna. E lo fa nella sua più atavica forma, per trasformarsi in un documento istituzionale sui tavoli del Governo. Il divario tra Nord e Sud, si tramuta e finalmente in una questione “italiana”. Sarà vero?

La presa di posizione del governo Draghi, per un riequilibrio della Nazione, arriva a conferma che dal 1861, con la nascita del Regno d’Italia, pur volutamente avendo lasciato cadere nell’oblio la storia reale con cui il Meridione ha subito il suo più grande e profondo disfacimento, l’Italia non ha mai completamente suggellato la sua “Unità“.

Con l’omissione, per scelta, della vera narrazione dei fatti del Sud dai libri di storia, che portarono, non per causa ma per effetto, all’unificazione italiana, incarognendo il fenomeno del brigantaggio, si è garantito al Sud il disprezzo irreversibile del resto del paese. Ma la versione dei fatti accaduti, va riportata nella forma integrale. Le verità epocali, che hanno indotto lo sfracello di un regno florido come quello di cui il Sud faceva parte, non possono più essere nascoste. Serve che l’Italia, per il suo bene, si sinceri con gli italiani, affinché tutto il popolo sappia, e per dovere e per giustizia, e chieda la fine immediata delle disuguaglianze che ancora l’Italia vive a causa della scissione incomprensibile tra il Nord e il Sud del paese. Siglando finalmente un vero “patto di unione

“La nostra ambizione – ha affermato il ministro Mara Carfagna nella due giorni dedicati al progetto di rifacimento unitario del paese-  è chiudere l’epoca delle lamentazioni del Sud”.

E no, ministro! Il Sud non si è mai lamentato. Il Sud, va semplicemente riconosciuto come il secondo Cristo Re, della storia. Perché anche quando le folle hanno scelto Barabba, il piccolo grande Sud, non ha fiatato. Forse ha fin troppo subito, e magari si è anche troppo miseramente accontentato.

Le sue ricchezze, le abbondanze delle sue terre, le lotte, la forza, il coraggio, e anche le virtù e le magne glorie, gli sono state tutte o fottute o mandate al massacro. E ciononostante, ha sempre fortemente lottato per la bandiera ‘italiana’ a cui si sente da sempre appeso, piantandola di proprio pugno, nelle proprie terre anche al prezzo del sangue dei propri uomini.

La storia non va dimenticata, ma soprattutto non va occultata. È tempo di responsabilità, ma soprattutto di prese immediate di coscienza.

Senza Sud, nessuna Italia.

Il paese sarebbe una terra mozza senza le sue gambe. Ed è lì, negli arti inferiori, che sta la forza di un corpo nel rimanere in piedi.

Se qualche naturale lamentazione dal Sud si è levata, nel corso dei secoli, è stata certamente fomentata dalla recrudescenza di quel male fisico, morale e sociale che il Sud stesso ha sempre sofferto. Ma più che parlare di lamentazioni, si parli di giustizia. Di equità, aequalitas.

Il Meridione, la cui storia ha contribuito in maniera sostanziale alla nascita e alla crescita dell’Italia, si è sempre visto frazionare ogni suo bene. Tutte le sue ricchezze e la dignità dei suoi uomini. Un martirio servito ai sabaudi per emancipare e industrializzare le proprie terre. Servendogli grandi fabbriche, dove prima v’erano puzze e paludi.

Ma la storia è un perfetto Karma.

E mentre il Nord si scopre non essere più il vero e solo motore del paese, si torna al Sud. Alla potenza e al potenziale dell’area territoriale più bella e feconda d’Italia.

E qui, o si fa l’Italia, o si muore. E l’effetto è domino. Un Paese, 21 regioni.

Il Sud, ha sempre cercato occasioni e mai assistenza. Ha rincorso opportunità e non convenienze.

E mai avvezzo ai tavoli della politica, è stato lasciato in pasto a quelli della mafia.

A chi è stato è convenuto questo massacro?

Agli italiani del Nord, o ai meridionali del Sud da sempre sporcati con il fango del pantano e poi rilegati nel girone della ciotìa?

La pazienza diventa intolleranza. E la stanchezza si tramuta in forza.

Il Nord si presti al Sud, allo stesso modo di come il Sud si è dato al Nord. Con i sacrifici, le rinunce se necessario, il lavoro e le buone preghiere. Tanto il tempo ha le sue evoluzioni. E se anche i giovani meridionali continuano a essere emigranti, quelli del Nord non hanno più diversamente scampo. Da Milano e da Torino si parte per il resto del mondo. E l’Italia si indebolisce tutta. Il suo tessuto sociale si impoverisce in maniera trasversale. Effetto boomerang di una globalizzazione che se ne fotte del divario italiano e coinvolge tutti i 1300 km del paese.

Si passi dalle parole ai fatti.

Se è vero che la bellezza salverà il mondo, l’amore può salvare l’Italia. La sua integrità fisica e morale.

Un bacio. Un solo bacio d’amore sulla bocca. Si ricongiungeranno le sue labbra e le due parti del paese torneranno a battere con un cuore solo.

Parola di meridionale! (gsc)

 

DRAGHI, LA MISSIONE È RILANCIO DEL SUD
OBIETTIVO: STOP ALL’INCAPACITÀ DI SPESA

di SANTO STRATI – C’è un positivo risultato dalla due giorni promossa dalla ministra Mara Carfagna sulle idee per far ripartire il Sud: il Mezzogiorno è stato al centro del dibattito politico, con un’evidente assunzione di responsabilità del Presidente del Consiglio Mario Draghi (in apertura dei lavori) e del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco (in chiusura). Il Governo, in buona sostanza, è cosciente che “esiste” un problema Mezzogiorno, che esiste un divario che si allarga ogni giorno di più tra Nord e Sud e che, obiettivamente, non è più tollerabile.

Non era, né voleva essere, un’operazione mediatica (peraltro riuscita anche in questo senso), bensì un progetto di ascolto e raccolta di idee dal territorio (oltre 500 le proposte inviate via web) e la formale assunzione di impegni istituzionali per cambiare il presente. La parola magica è rinnovamento, là dove il Paese riuscirà ad offrire uguali opportunità a ciascuno dei suoi abitanti, indipendentemente dal suo luogo di residenza o, peggio, di provenienza. Non è più accettabile che la spesa dello Stato corrisponda a circa 320 euro per un cittadino del centro Nord e di malcontati venti euro per un cittadino del Mezzogiorno. Occorre partire da questa considerazione, fatta propria dal presidente Draghi, se si vogliono davvero creare i presupposti sociali per una nuova stagione di inclusione e coesione: senza il Sud il Paese non riparte e, d’altra parte, il Nord non va avanti se vengono a mancare i consumi del Mezzogiorno. Quindi è necessario un impegno comune che travalichi posizioni antistoriche tra Nord e Sud e pensi unicamente al bene del Paese, un Paese unito, coeso, solidale.

Soprattutto emerge da queste assise di riscossa del Sud l’elemento chiave che spiega la causa del divario e di un apparente abbandono delle aree meridionali: l’incapacità, fin qui dimostrata, di saper spendere (sia nel Mezzogiorno sia in tutto il Paese). È un punto anticipato da Draghi nel suo discorso di apertura, ma ripreso dai tanti autorevoli oratori che si sono susseguiti e ribadito infine dalla ministra Carfagna: « I soldi ci sono – ha detto –, bisogna trasformarli in opere. Noi abbiamo un modello di efficacia: il ponte Morandi. Ha rappresentato una grande tragedia nazionale. Però ha rappresentato anche un modello di efficienza. All’indomani del crollo, le istituzioni hanno saputo fare squadra, rete, hanno messo da parte contrapposizione e lavorato in un’unica direzione e anche le imprese hanno accelerato ogni procedura. Nessuno si perse in ricorsi e cavilli. Dopo un anno, Genova piangeva ancora i suoi morti e la ferita profonda, però aveva il suo ponte. Oggi, davanti a un’emergenza così larga, che riguarda circa 20 milioni di cittadini meridionali, il loro benessere, futuro, speranze e diritti. Il nostro dovere di classe dirigente è individuare i modi e gli strumenti per replicare su scala nazionale e meridionale quel modello di efficienza. Il governo è già all’opera per individuare questi strumenti».

Teniamo a mente quest’ultima affermazione. L’impressione è che, stavolta, il Governo abbia la volontà politica di fare e non di perdersi in chiacchiere, secondo tradizione. Il Mezzogiorno ha bisogno di interventi, il ministro dell’Economia Franco lo ha detto senza girarci intorno: serve un impegno corale che deve vedere tutti remare nella stesa direzione. Le risorse ci sono – questo è chiaro, fin troppo evidente – serve però la volontà politica per un grande rilancio del Paese che passi attraverso un obiettivo trasversale di rinascita di tutto il Meridione.

È quello che viene fuori da queste singolari assise che hanno visto una grande partecipazione e una grande voglia di contribuire, ognuno con le proprie competenze, a delineare un disegno strategico che servirà a far decollare il Sud. Anche perché è l’ultima spiaggia. Quando ricapita una situazione che richiama, per certi versi, il dopoguerra con il Piano Marshall? L’Italia venne ricostruita in breve tempo, conquistando un ruolo di primo piano in Europa: oggi siamo alle soglie di un nuovo Piano Marshall che deve far ripartire il Paese e bisogna esser pronti appena la pandemia cesserà di essere un nemico insidioso e invisibile, avversario della socialità e dello sviluppo, artefice di morti e sventure economico-finanziarie, ma non un nemico imbattibile.

Per questo, bisogna essere pronti. La prima bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – come Calabria.Live aveva indicato subito, lanciando l’allarme – non aveva preso in alcuna considerazione la Calabria, oggi, nella riscrittura della bozza che dovrà essere presentata tra 40 giorni a Bruxelles, la Carfagna ha detto che vuole far emergere il “peso” del Sud in ogni capitolo del PNRR: il Sud – ha annunciato la ministra – intercetterà circa il 50 % degli investimenti.

«Abbiamo scelto – ha detto la ministra Carfagna – di legare insieme le principali priorità per lo sviluppo: assistenza contro la povertà educativa, lotta alle mafie, irrobustimento delle infrastrutture sociali e materiali per le aree interne, attrattività delle aree portuali, stimolo alla creatività e all’innovazione. Nello specifico, intendiamo puntare sul rilancio delle ZES, le Zone Economiche Speciali, con una riforma che le renda davvero operative e attrattive per gli investitori e con 600 milioni di opere infrastrutturali dedicate».

Ce n’è di che ragionare e pianificare. Adesso bisogna aspettare i fatti. I meridionali, i calabresi, in particolare, vogliono concretezza. C’è un voluminoso dossier messo insieme in questi due giorni e c’è da attendersi un impegno non più fatto di annunci, ma di realizzazioni e di realtà. Occorre, però, essere vigili, pur sostanzialmente e ottimisticamente fiduciosi. La Carfagna e la Nesci, due donne contro il divario: abbiamo la sensazione che lasceranno il segno. (s)

 

Draghi sposa l’impegno per il Sud: oggi un primo passo per interrompere il divario

di SANTO STRATI – La giornata di oggi è un primo passo contro il divario – esordisce il presidente del Consiglio Mario Draghi collegato in streaming con la ministra Carfagna e gli altri ospiti del Confronto per il Sud –: occorre rafforzare la coesione territoriale in Europa e far ripartire il processo di convergenza tra Mezzogiorno e centro-Nord che è fermo da decenni. Ha un quadro di riferimento tristemente preciso il premier: tra il 2008 e il 2018 la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata, passando da 21 a poco più di 10 miliardi. Ovvero, ammette Draghi che il problema esiste ed è ben più vasto di quanto si possa immaginare.

È un successo questo “Confronto per il Sud” che la ministra Mara Carfagna ha voluto concentrare in due giorni chiamando a raccolta personalità del mondo istituzionali, membri del governo, presidenti di regione, amministratori locali. E lanciato un appello ai cittadini del Mezzogiorno di inviare idee e proposte operative attraverso il web: l’appello non è rimasto inascoltato, già nel pomeriggio c’erano più di 400 messaggi propositivi da parte di ogni categoria: semplici cittadini, imprenditori, artisti, intellettuali. La questione meridionale che deve diventare questione mediterranea, con al centro il Porto di Gioia Tauro e il rilancio di tantissime iniziative che dovranno fare capo ad esso, è più che sentita non solo dalle popolazioni del Mezzogiorno, ma dall’intero Paese, non foss’altro perché con i flussi migratori degli ultimi anni le migliori risorse intellettuali e tecniche (quelle che farebbero la fortuna della Calabria) sono andate via, al Nord, al Centro, dove non solo ci sono maggiori opportunità, ma esistono serie probabilità di poter mostrare il proprio talento e far apprezzare competenza e capacità. È la solita vecchia storia: prepariamo ottimi studenti che diventano eccellenti laureati in tre Atenei che sono il fiore all’occhiello di una regione troppo spesso dimenticata e trascurata, poi, però, ce li facciamo “soffiare” da furbastri (meglio dire, però, intelligenti) del centro-nord che ne intuiscono il valore e lo mettono a profitto del loro territorio. Basta farsi un giro per i migliori ospedali di Roma o di Milano, la parlata calabrese è una costante: sono finiti lì i nostri ragazzi, medici, ricercatori, specialisti, diventati professionisti apprezzati, ammirati, ma soprattutto valorizzati. Che se fossero rimasti in Calabria sarebbero diventati disoccupati o professionalità sfruttate con stipendi da fame, senza il minimo di prospettiva per il futuro.

E la partecipazione del premier Draghi a queste assise elettroniche (impossibile fare convegni in presenza) assume – come ha giustamente sottolineato la ministra Carfagna – un significato netto, di adesione e di impegno. «Ci sono due problemi – ha detto Draghi –: uno nell’utilizzo dei fondi europei, l’altro nella capacità di completamento delle opere pubbliche. A fronte di 47,3 miliardi di euro programmati nel Fondo per lo Sviluppo e la Coesione dal 2014 al 2020, alla fine dello scorso anno erano stati spesi poco più di 3 miliardi, il 6,7%. Nel 2017, in Italia erano state avviate ma non completate 647 opere pubbliche.  In oltre due terzi dei casi, non si era nemmeno arrivati alla metà. Il 70% di queste opere non completate era localizzato al Sud, per un valore di 2 miliardi. Divenire capaci di spendere questi fondi, e di farlo bene, è obiettivo primario di questo governo. Vogliamo fermare l’allargamento del divario e dirigere questi fondi in particolare verso le donne e i giovani. Il nostro, il vostro successo in questo compito può essere anche un passo verso il recupero della fiducia nella legalità e nelle istituzioni, siano esse la scuola, la sanità o la giustizia». È un messaggio forte, rivolto al Paese: «Un vero rilancio richiede la partecipazione attiva di tutti i cittadini».

E la partecipazione non è mancata, in questa prima giornata del Confronto per il Sud: l’Italia ha potuto ascoltare non le solite litanie del Sud dimenticato e depresso, ma numeri e cifre della crisi che possono essere determinanti per costruire un progetto di sviluppo. I dati indicati dalla Banca d’Italia o dall’Istat o dalla Ragioneria generale dello Stato non sono fredde indicazioni dello sviluppo mancato, ma esprimono il percorso virtuoso che occorre seguire se – veramente – si intende colmare l’odioso divario tra Nord e Sud e offrire pari opportunità agli italiani, indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza.

Il merito di questa due giorni, che domani si chiuderà con un intervento del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, è soprattutto questo: di aver attirato l’attenzione del Paese sull’incapacità di spesa (non solo del Mezzogiorno) e sulla possibilità di recupero, nei confronti della popolazione meridionale, di un gap che i nostri giovani non potranno mai perdonare se non verrà colmato. È stato rubato il futuro a tanti giovani, adesso si deve dire basta: il Governo Draghi ha detto, per voce del suo capo, che l’obiettivo è migliorare la capacità di spendere. E il Sud non può più attendere. (s)

L’intervento del presidente del Consiglio Mario Draghi

Il video della mattinata (interventi istituzionali)

il video della sessione pomeridiana (presidenti delle Regioni meridionali e sindaci) 

GLI INTERVENTI CALABRESI AL CONFRONTO PER IL SUD

Sud progetti per ripartireAll’evento di ascolto e confronto per il Sud sono stati invitati per la Calabria il presidente della Regione pro-tempore Nino Spirlì, il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà e la sindaca di un borgo bellissimo quanto suggestivo del Cosentino Rosanna Mazzia, primo cittadino di Roseto Capo Spulico.

Spirlì ha ribadito la sua richiesta di azzeramento del debito della sanità calabrese, vincolo per una qualsiasi idea di ripartenza: «Consentiamo a tutte le Regioni la possibilità di ripartire da zero. Ripartiamo dall’Italia. Ho chiesto un’operazione di risanamento del debito nel settore sanitario, perché mai come oggi è possibile farlo. Nessun commissario di governo sarà mai in grado di ripianare un debito che supera i due miliardi e molti calabresi sono costretti ad andare fuori regione per le cure. In questo governo sono rappresentati tutti i partiti, e chi è fuori ha dato disponibilità ad appoggiare azioni necessarie perché le cose buone vengano fatte. Se questo governo non salva il figlio più debole, come farebbe un buon padre ed una buona madre, allora non ha più diritto di dire che quel figlio è suo».

Il sindaco metropolitano di Reggio Falcomatà si è detto convinto della bontà dell’iniziativa della ministra Carfagna, in vista dell’elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato e ha definito «molto importante» l’incontro per affrontare il quale «non si può non ragionare sul tema dell’attuazione dei Livelli essenziale delle prestazioni» che, per l’inquilino di Palazzo Alvaro, rappresenta «la più netta e decisiva discriminazione di residenza fra Nord e Sud d’Italia».

«Qualche giorno fa – ha detto Falcomatà – sono stati declinati i dieci punti principali che determinano questa differenza: la gestione e la costruzione degli asili nido, la costruzione asili nido, il tempo pieno a scuola, l’erogazione dei servizi sociali, i ristori per i Comuni a causa del Covid, il trasporto pubblico locale, il turnover universitario, i posti letto negli ospedali, il fondo sanitario. Fare fronte comune per risolvere questi gap, credo sia il presupposto per imbastire ogni ragionamento, discussione o programma di crescita Mezzogiorno».

«Accanto a questo – ha aggiunto il sindaco – bisogna risolvere la clausola del 34% quale tetto per l’utilizzo dei fondi per il Sud previsti dal Recovery Fund. Questa percentuale, purtroppo, tiene conto anche di quella che è la programmazione ordinaria dell’Fsc 2021/2027 facendo venir meno l’aspetto di carattere aggiuntivo del piano di finanziamento straordinario deciso dall’Europa. Come ha correttamente osservato la Svimez, invece, per un giusto equilibrio nella ripartizione delle risorse del Recovery fund e del Next Generation Ue, al Meridione spetterebbe il 60% dei fondi, ovvero quasi il doppio degli investimenti fissati da quei parametri».

Quindi, il primo cittadino della Città Metropolitana di Reggio Calabria si è concentrato sulle proposte, partendo dalle politiche infrastrutturali con l’idea che «questo Paese non possa più andare a due velocità». Fra le priorità indicate da Falcomatà ci sono «l’alta velocità a 300 km/h fino alla Sicilia, l’ammodernamento della Strada Statale 106 ed un piano d’investimenti massiccio non soltanto sui porti del Sud, come Gioia Tauro, ma anche sul retroporto con l’avvio, finalmente, delle Zes».

«Queste idee – ha spiegato Falcomatà durante il collegamento telematico – sono frutto dei dibattiti con gli altri sindaci delle Città Metropolitane del Sud e con quella che è stata definita la rete dei sindaci del “Recovery Sud” che, nei prossimi giorni, presenterà un proprio dettagliato documento di sviluppo direttamente al primo ministro Mario Draghi».

Falcomatà ha puntato l’attenzione anche sulla gestione dei beni confiscati alle mafie rispetto ai quali «il Governo deve fare un forte investimento rivedendo la legge per l’utilizzo delle risorse derivanti dalla sottrazione dei patrimoni ai mafiosi».

Poi, il tema dei temi: l’occupazione. «Segnalo – ha affermato l’inquilino di Palazzo Alvaro – un progetto straordinario dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, già posto all’attenzione del Governo ed inserito all’interno dei Contratti istituzionali di sviluppo, per la realizzazione di un Campus Agapi all’interno dell’ex area dismessa di Saline Joniche».

«Il progetto – ha spiegato Giuseppe Falcomatà – intende realizzare una sorta di San Giovani a Teduccio nel profondo sud ed all’interno di 54 mila metri quadri di terreno. Esiste già un preliminare, che potrebbe diventare un progetto definitivo d’interventi per circa 90 milioni indispensabili alla costruzione di un distretto dell’innovazione».

«L’Università – ha aggiunto – in questi anni ha preso contatti con importanti players internazionali e partner istituzionali per la realizzazione, in quest’area, di laboratori di start-up ed incubatori di imprese utili ad arginare il problema della disoccupazione, soprattutto, giovanile. I giovani neo laureanti, infatti, non hanno la possibilità di tradurre in produttività le conoscenze acquisite all’interno dei nostri atenei. Parliamo di una previsione di circa 400 nuovi posti di lavoro».

La sindaca di Roseto Capo Spulico Rosanna Mazzia ha puntato, nel suo intervento, sulla necessaria attenzione da riservare ai borghi «quel pezzo di Italia autentica che ha bisogno di rimettere in pista tutte le energie ancora inespresse. I piccoli comuni  – ha detto la Mazzia –  devono assumere un ruolo baricentrico in vista della elaborazione definitiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e della definizione dell’accordo di partenariato. «È una grande soddisfazione per Roseto Capo Spulico essere al tavolo dei lavori di questo importante incontro istituzionale, insieme ai Comuni di Salvitelle e Sulmona e delle Città Metropolitane del Sud, da Bari a Palermo. C’è tanto da fare e questa occasione di confronto ha dato la possibilità ai territori di avere una importante interlocuzione con il governo». (rrm)

 

DUE GIORNI DEDICATI AL FUTURO DEL SUD
LA MINISTRA CARFAGNA IMPEGNA DRAGHI

di SANTO STRATI – È degno della massima considerazione l’impegno che la ministra per il Sud Mara Carfagna sta profondendo già ai primi giorni dell’insediamento nel Palazzo della Galleria Colonna: in una settimana ha organizzato la due giorni di ascolto e confronto per il Mezzogiorno che si apre stamattina a Palazzo Chigi, con l’intervento del presidente del Consiglio Mario Draghi. Già la partecipazione di Draghi la dice lunga su come pensa di muoversi la ministra: coinvolgere e impegnare tutti coloro che hanno il potere, la competenza, la capacità di “fare” qualcosa di concreto per il Mezzogiorno. Non si tratta della solita passerella di rappresentanti istituzionali a ripetere il solito rosario di inadempienze che hanno messo il Sud in condizioni pietose. No. c’è proprio la voglia di elaborare un progetto articolato e fatto di idee e proposte concrete su cui innestare il nuovo sorso che – finalmente? – vedrà il Mezzogiorno co-protagonista dello sviluppo del Paese. Difatti, ci saranno otto tavoli al lavoro dopo gli interventi istituzionali di Fabrizio Balassone (capo del servizio Struttura economica di Banca d’Italia), Gian Carlo Blangiardo (presidente dell’Istat), Biagio Mazzotta (Ragioneria Generale dello Stato), Massimo Sabatini (direttore generale dell’Agenzia per la Coesione), Nicola De Michelis (Direzione generale Politica regionale della Commissione europea), Antonio Parenti (capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea): una bella sfidata di grand commis di Stato che, al di là dei discorsi di circostanza, attestano con la loro presenza la cosa più importante di queste assise: la non più rinviabile apertura di un tavolo istituzionale che metta il Sud al centro del dibattito nazionale. Prevista la partecipazione dei governatori delle regioni meridionali: Marco Marsilio (Abruzzo), Vito Bardi (Basilicata) Nino Spirlì (Calabria), Vincenzo De Luca (Campania), Donato Toma (Molise), Michele Emiliano (Puglia), Cristiano Solinas (Sardegna) e Nello Musumeci (Sicilia). Una presenza non di maniera che serve a rimarcare il diffuso senso comune che solo facendo squadra è possibile interrompere il divario nord-sud che la pandemia sta contribuendo ad allargare, aumentando disagi e criticità sociali.

L’intervento del presidente Draghi attesta, peraltro, da parte del Governo, il riconoscimento di una nuova “questione meridionale”, che, in realtà, oggi sarebbe più corretto ribattezzare “questione mediterranea”: la conferma, finalmente palese, che l’Esecutivo non può più stare a guardare o a trattare con sufficienza le istanze che provengono dalle aree meridionali del Paese. È anche grazie al “disagio” conclamato del Sud che l’Italia ha ottenuto più di tutti gli altri Paesi europei per il Recovery Fund e, dunque, dei fondi – tantissimi – che arriveranno non sarebbe nemmeno giusto riservare la tradizionale quota del 34%, prevista da una legge tardiva ma opportuna: occorrerebbe stanziare più della metà delle risorse europee per far rinascere davvero, questa volta, tutto il Sud del Paese, guardando al Mediterraneo (e al Porto di Gioia Tauro) come il punto di partenza per lo sviluppo di portualità, mobilità, infrastrutture e, ovviamente, nuova occupazione.

La due giorni prevede otto sessioni di lavoro, dopo gli interventi che nel pomeriggio vedranno impegnati i sindaci delle Città Metropolitane di Bari (Antonio De Caro), Cagliari (Paolo Truzzu), Catania (Salvatore Pogliese), Messina (Cateno De Luca), Napoli (Luigi De Magistris), Palermo (Leoluca Orlando), Reggio Calabria (Giuseppe Falcomatà) e dei Comuni di Salvitelle, SA (Maria Antonietta Scelza), Sulmona, AQ (Annamaria Casini) e Roseto Capo Spulico, CS (Rosanna Mazzia). Non è casuale la scelta di tre donne in rappresentanza dei borghi: il ministero per il Sud è retto da due donne con gli attributi (la Carfagna ministro e Dalila Nesci sottosegretario) e il Sud ha una forte tradizione della capacità femminile di ingegnare soluzioni e trovare il percorso ideale per giungere a risultati concreti. I borghi  sono l’altra scommessa per il Mezzogiorno: basti pensare a quelli della Calabria che rappresentano lo scenario ideale per ipotizzare la riconquista di una qualità della vita che si pensava irrimediabilmente perduta. Le donne, in politica, poi, hanno una marcia in più: sono toste, caparbie, tenaci e non s’arrendono facilmente. Il Mezzogiorno deve pensare al suo sviluppo soprattutto in chiave femminile, visto che è proprio questo l’aspetto più deludente nel campo del lavoro (32%, la metà della media europea): mancano le opportunità, mancano i giusti incentivi e, soprattutto, mancano gli aiuti fondamentali perché una donna possa conciliare il suo ruolo di madre e di lavoratrice (autonoma, dipendente, non importa). Mancano asili, aiuti alla maternità, sussidi alle famiglie: facile comprendere la decrescita (infelice) della natalità che al Sud è meno pesante rispetto al centro-nord produttivo, ma non per questo meno preoccupante.

La stessa ministra, nel messaggio dell’8 marzo ha fatto notare che «La crisi innescata dalla pandemia ha danneggiato ulteriormente il lavoro delle donne, che è solitamente più precario, più intermittente e meno garantito. Al Sud la situazione è ancora più grave e i posti di lavoro persi nel secondo trimestre del 2020 sono stati tantissimi. Far crescere l’occupazione femminile è un obiettivo che garantisce davvero il benessere di tutti e che va perseguito, oggi, inserendo nel Recovery Plan investimenti nelle infrastrutture sociali: asili nido, tempo pieno a scuola, assistenza agli anziani e ai diversamente abili. Tutto questo permetterebbe alle donne di liberare appieno il loro potenziale. Un gap quello delle infrastrutture sociali che è ancora più profondo al Sud e che va assolutamente colmato eliminando la ‘discriminazione per residenza’ e garantendo a tutte le donne, a tutti gli italiani, gli stessi diritti a prescindere dal luogo in cui vivono».

Nel pomeriggio previsti anche gli interventi del presidente dell’Unione Province Italiane Michele De Pascale e di Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre, il quale terrà una relazione sui diritti delle generazioni future. Dopo di che si passa alla parte operativa: previste otto sessioni di lavoro parallele, dove saranno coinvolte associazioni, fondazioni, scuole e università, parti sociali, imprese e aziende che si occupano di sanità.

Il programma dei tavoli di lavoro è fin troppo ampio, ma siamo convinti che ci siano le condizioni perché emergano progetti propositivi che, ciascuno nel proprio segmento, possano costituire il punto di partenza per la soluzione ottimale degli eterni problemi del Sud, quelli vecchi e quelli attuali. Ogni sessione è coordinata da parlamentari e da un ingegnere, i quali, domani, saranno chiamati a presentare una sintesi dei risultati dei lavori. Otto argomenti che abbracciano la mission che il ministro per il Sud intende perseguire:

La questione meridionale oggi, con il coordinamento della deputata Giuseppina Castiello, (Lega).

Università per l’impresa e l’amministrazione, coordina il senatore Gaetano Quagliarello (Idea e Cambiamo).

Lavoro e socialità, coordina l’onorevole Michele Bordo (Pd).

Mobilità a lungo e a breve raggi“, coordina la senatrice Fulvia Michela Caligiuri (Forza Italia).

Transizione ambientale, coordina il professor Raffaello Cossu (emerito di Ingegneria all’Università di Padova).

La scuola strumento per rimuovere gli ostacoli, coordina Dalila Nesci (M5S), sottosegretario per il Sud e la Coesione territoriale.

Innovazione digitale, coordina il deputato Catello Vitiello (Italia Viva).

– “Salute, filiera strategica“, coordina il deputato Federico Conte (Liberi e Uguali).

La giornata di domani sarà chiusa dall’intervento conclusivo del ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco. Prima del bilancio delle assise tracciato dalla stessa Mara Carfagna, ci saranno gli interventi di Fabrizio Barca, Claudio De Vincenti, Giuseppe Provenzano, Catia Bastoli, Lucrezia Reichlin e del sottosegretario alla Presidenza Bruno Tabacci.

Insomma c’è di che riempire un librone (non dei sogni) per tracciare il percorso che la Calabria, tutto il Meridione, intendono percorrere, da protagonisti del proprio sviluppo. C’è da essere, una volta tanto, ottimisti e fiduciosi, anche perché «se non riparte il Sud non riparte l’Italia», questo è ormai evidente a tutti. (s)

Francesco Cannizzaro: dal Ministro per il Sud 600 milioni destinati alle Zes

All’interrogazione a risposta immediata del parlamentare azzurro Francesco Cannizzaro, la ministra per il Sud Mara Carfagna ha comunicato lo stanziamento di 600 milioni di euro destinati all’infrastrutturazione delle ZES.

«È una notizia importantissima! – ha detto il deputato reggino – Accogliamo favorevolmente e con grande entusiasmo l’annuncio del ministro per il Sud e la Coesione territoriale. Il suo pragmatismo non può che incoraggiarci. Lo chiedevamo da tempo e siamo lieti che questo sia stato tra i primi provvedimenti presi dal Ministro, con il quale abbiamo avviato da tempo un laborioso confronto e una interlocuzione decisiva. Cannizzaro era intervenuto alla Camera nel corso del question time e ha rivolto un’interrogazione a risposta immediata al Ministro per il Sud e la Coesione territoriale rispetto all’istituzione Zone Economiche Speciali, il cui sviluppo è clamorosamente in ritardo di 4 anni.

«Semplificare le procedure e rafforzare i benefici fiscali – ha sottolineato Cannizzaro – è il punto fondamentale dal quale partire per rendere operativi queste importanti strumenti di rilancio dell’economia del Mezzogiorno. Inoltre, il rafforzamento dei ruoli dei commissari,  con l’attribuzione magari di maggiori poteri, sarebbe altrettanto significativo per intervenire sulle lentezze burocratiche riscontrate finora.

«Aver posto al centro dell’attenzione il ruolo delle Regioni per coordinare la progettualità strategica delle Zes, così come sostenuto dalla ministra Carfagna, è di buon auspicio – ha detto ancora il deputato reggino di Forza Italia, che ha poi così concluso: «Forza Italia sarà al fianco del ministro per il Sud e la coesione territoriale anche rispetto all’avvio e la realizzazione delle nuove procedure, consapevole del fatto che le Zone Economiche Speciali rappresentano i punti cardini della ripartenza del Mezzogiorno». (rp)

 

MINISTRA CARFAGNA, UN OTTIMO ESORDIO:
SERVIRÀ NEL RECOVERY UN ‘CAPITOLO SUD’

di SANTO STRATI – Se il buongiorno si vede dal mattino, per il Sud si annunciano delle splendide giornate. La ministra Mara Carfagna, da appena un mese al vertice del dicastero per il Sud e la Coesione territoriale (il 13 febbraio il giuramento) ha mostrato da subito di aver preso con grande convinzione un impegno difficile e straordinario: mettere il Mezzogiorno al centro dell’Italia e del Mediterraneo. E migliore esordio non poteva esserci con le sue dichiarazioni di ieri alle commissioni congiunte Industria, Attività produttive e Ambiente di Senato e Camera a proposito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La ministra ha spiegato chiaramente che non si tratta di affrontare la nuova questione meridionale in chiave rivendicazionista, ma che il compito del Governo è ben più complesso e anche più suggestivo: fare del Sud il motore dello sviluppo nazionale ed europeo.

Con ammirevole fierezza, la ministra Carfagna ha sottolineato che nell’attuale bozza del PNRR non vi è una missione specifica e dedicata al Sud «essendo quest’ultimo piuttosto declinato come obiettivo trasversale che permea le iniziative progettuali programmate». Ma il PNRR – ha detto la Carfagna – «non è la sola freccia al nostro arco: Fondi di Sviluppo e Coesione, React, fondi di coesione. Il Meridione è dunque quantitativamente e qualitativamente centrale». Insomma, nessuno provi a immaginare di dimenticarsi del Sud: la ministra su questo ha le idee più che chiare e non ha caso ha rimarcato la necessità di prevedere uno specifico “Capitolo Sud” nel PNRR.

La ministra ha anche anticipato che è pronta una nuova bozza che sarà condivisa con il ministro della Salute Speranza: si tratta di servizi territoriali e tecnologie digitali funzionali a consentire alle amministrazioni sanitarie del Sud migliori standard di servizio». quindi sanità, infrastrutture e trasporti e sviluppo, nel quadro di riequilibrare il territorio del Mezzogiorno rispetto al divario, purtroppo, ancora esistente. E non ha mancato di sottolineare il ruolo delle Zes e la cosiddetta Strategia delle aree interne. Una relazione di ampio respiro con dati e precisi riferimenti: la Carfagna non farà rimpiangere l’ottimo Peppe Provenzano, suo predecessore. Il punto è lavorare con convinzione, ma non fermarsi alle dichiarazioni programmatiche e alle belle parole, con frasi di grande suggestione. Servono fatti concreti, e realizzazione degli impegni, con un’attenzione maniacale anche per ogni piccolo particolare: è nelle mani di due donne il futuro del Sud, quello che forse ci voleva per dare una svolta esecutiva alle idee e ai progetti.

Bisogna riconoscere alla ministra la coraggiosa presa di posizione per l’assunzione di responsabilità da parte del Nord produttivo e operoso perché la trasversalità del tema non diventi una nuova forma di elusione del problema Mezzogiorno. La ministra Carfagna mostra di aver chiara la visione dell’intenso lavoro che la vedrà impegnata (con al fianco la sottosegretaria calabrese Dalila Nesci, altra donna tosta) per dare finalmente e veramente l’avvio a quel grande piano di risorse di cui il Sud, e la Calabria in particolare, non possono più fare a meno. Il suo discorso, che riportiamo integralmente, indica chiaramente le varie aree di intervento e mostra, senza dubbio, la voglia di concretezza, il desiderio di realizzare realisticamente lo la crescita del Mezzogiorno (e della Calabria), con una programmazione strategica degna della massima attenzione.

È tra l’altro, di ieri l’annuncio della nascita di un intergruppo “trasversale” Italia Viva-Forza Italia-Lega a favore della realizzazione del Ponte sullo Stretto: è un’opera che aderisce in pieno ai progetti di mobilità e sviluppo infrastrutturale del Mezzogiorno, con evidenti e importanti ricadute occupazionali dirette e indirette. È una insolita alleanza quella che si va profilando e di cui ha dato notizia il sen. Ernesto Magorno: «È un’opera di importanza vitale per il rilancio del Sud» – ha detto. E anche la deputata Enza Bruno Bossio ha sostenuto che «occorre fare un ulteriore passo in avanti con l’attraversamento stabile dello Stretto nell’ottica di realizzare il compimento di un funzionale ed efficace corridoio europeo da Nord a Sud, da Parigi a Palermo come unico investimento sostenibile nel Mediterraneo».

E quello del Ponte sullo Stretto è un tema che la ministra Carfagna – siamo certi – andrà a considerare con grande autorità: non c’è bisogno di studi preliminari, il progetto è pronto (salvo qualche adeguamento sui materiali di nuova tecnologia utilizzabili) e la società Webuild con a capo Pietro Salini si è detta pronta a finanziarlo direttamente, lasciando allo Stato solo i costi delle opere accessorie. È l’ultima occasione, recovery o non recovery, ma il Ponte può, decisamente, rappresentare il simbolo di un vero avvio di sviluppo, contro gli “oscurantisti” e i fautori del No ad ogni costo. Si tratta di ragionare per il bene della Calabria e dei calabresi. (s)


L’INTERVENTO INTEGRALE DELLA MINISTRA PER IL SUD MARA CARFAGNA

Signori Presidenti, Onorevoli Deputati e Senatori,

considero questa audizione una preziosa occasione per illustrare il lavoro che in queste prime settimane abbiamo svolto a cominciare dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il confronto di oggi mi dà la possibilità di condividere con voi, con il Parlamento gli obiettivi strategici che ci siamo posti e di rielaborarli e implementarli anche alla luce dei vostri suggerimenti.

Non voglio scadere nella retorica ma credo che per il Mezzogiorno si prospetti l’opportunità storica, direi irripetibile, di affrontare con concretezza e determinazione il tema del divario socio-economico che da sempre lo penalizza rispetto al Centro-Nord e ai territori più avanzati d’Europa.

Le risorse sono ingentissime. Vanno utilizzate bene e rispettando i tempi stretti che ci vengono assegnati. Si tratta di aspetti tutt’altro che banali, rispetto all’esperienza del passato, caratterizzata da un cronico ritardo nell’attuazione delle iniziative progettuali, da azioni che non hanno avuto l’auspicata ricaduta sui territori o che si sono addirittura risolte in un disimpegno dei finanziamenti.

Il corretto utilizzo di queste risorse si fonda su un’impostazione di base che l’Europa stessa ci indica nelle disposizioni regolamentari da pochi giorni adottate: occorre una visione d’insieme tra tutti gli strumenti in campo, serve coerenza strategica tra i diversi livelli di programmazione e di attuazione degli interventi, così come occorre sinergia e pieno coordinamento tra tutti gli attori in campo. Stato, Regioni, Comuni ed altri enti territoriali non possono operare come compartimenti stagni, ma devono sentirsi parte di una strategia unitaria e comune.  Proprio con questo spirito, ho inaugurato il mio mandato incontrando uno ad uno i presidenti di tutte le Regioni meridionali, così come l’Anci e le parti sociali.

Questo dialogo culminerà i prossimi 23 e 24 marzo in una due giorni di ascolto e  di confronto, una vera e propria Consultazione Pubblica sul futuro del Mezzogiorno, aperta ai contributi di tutti i cittadini, alle istituzioni pubbliche e private, agli attori sociali e ad alcune delle voci più autorevoli del dibattito sul Sud.

Sarebbe troppo facile pensare di affrontare la nuova questione meridionale in chiave rivendicazionista: potrebbe addirittura convenire a quanti volessero misurare i successi effimeri nel brevissimo termine.

Il Governo di cui faccio parte si cimenta in un compito ben piu complesso e anche più suggestivo: fare del Sud il motore dello sviluppo nazionale ed europeo.

Un Sud non subalterno e succube delle politiche di alterne e generose iniezioni di risorse, ma protagonista nei diritti e nei doveri. Il Sud come terra di diritti oltre che di doveri.

Venti milioni e passa di cittadini che si dichiarano disponibili a cambiare registro sul fronte dell’ingegno, dell’impegno e della responsabilità, ma che devono sentire lo Stato, non un Governo, ma lo Stato, nelle sue articolazioni, al loro fianco per rendere quei territori più sicuri, più accessibili, più attraenti dal punto di vista paesaggistico ed ambientale, contribuire a far crescere nuove generazioni di cittadini consapevoli.

Insomma una sorta di new deal del Mezzogiorno declinato in chiave di Pnrr senza ristori per i soprusi della storia e senza defatiganti trattative sulle risorse troppe volte annunciate e non spese.

Vorremo contribuire a realizzare un luogo fisico dove sarà più conveniente e facile investire, ove la scuola e le università rendano le nostre ragazze ed i nostri ragazzi competitivi e preparati alle sfide delle nuove socialità e dei mercati delle competenze.

Un Mezzogiorno declinato nel fare, ponti ed invasi agricoli, collegamenti veloci e sistemi intermodali, banda larga e dissesto idrogeologico.

Vorrò provare ad utilizzare ogni vostro suggerimento per contribuire ad alzare la media dei servizi e senza scadere nella stucchevole narrazione delle eccellenze che pur ci sono, ma rischiano, in chiave retorica, di frenare le necessarie normalità.

Tornando alle disposizioni comunitarie, esse individuano nella coesione sociale, economica e territoriale uno degli obiettivi primari su cui deve fondarsi il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Indicato l’obiettivo, che corrisponde esattamente al mandato del Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, le disposizioni comunitario indicano il metodo da adottare. Richiedono sinergia tra il PNRR, gli Accordi di Partenariato, il React-EU, i programmi operativi adottati nell’ambito dei fondi dell’Unione, il Fondo per la Transizione Giusta (JTF). Sinergia e coerenza strategica che, aggiungo, devono includere anche la programmazione del Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC), per fare fronte alla crisi e favorire la ripresa economica e sociale del Sud.

Solo attraverso questa virtuosa “messa a sistema” dei diversi strumenti di finanziamento progettuale che abbiamo a disposizione, riusciremo a creare davvero una prospettiva di rinascita e non sprecheremo un’occasione così importante per sanare gli squilibri e le diseguaglianze sostanziali tra le varie aree del Paese.

Una programmazione così densa di risorse e così articolata nella sua strutturazione non si era mai realizzata in precedenza, ed in questo sta la sfida da vincere per il Paese, e in particolare per il Mezzogiorno.

Alcuni numeri, per comprendere l’entità della posta in gioco e l’impegno che ci viene richiesto.

Entro il 2023 il nostro Paese dovrà attuare 13,5 miliardi di interventi finanziati con REACT-EU, di cui oltre 8 relativi al Mezzogiorno.

Entro il 2026 dovranno essere spesi 191,5 miliardi di interventi previsti nel PNRR.

Entro il 2029 andranno spesi gli oltre 80 miliardi previsti per i Programmi europei per la coesione 2021-2027, mentre la programmazione dei 73 miliardi del Fondo per lo sviluppo e la coesione (nella formula “80 Sud, 20 resto del Paese”), si estende fino al 2032. Per il meridione, questo significa – escluso il PNRR, su cui tornerò – circa 100 miliardi di risorse disponibili su un orizzonte temporale di pochi anni. Programmarli è un impegno gravoso, saperli investire e spendere sarà una vera e propria responsabilità storica che le istituzioni si assumono nei confronti del Paese e soprattutto delle generazioni future. Conosciamo tutti i dati che fotografano la condizione di disagio del Mezzogiorno, posti di lavoro persi e mai recuperati dalla crisi del 2008, soprattutto di donne e giovani. Quelli relativi alla povertà, circa 200.000 unità in più nel 2020. O i dati relativi all’emigrazione, anche intellettuale, o quelli che riguardano il calo del tasso di natalità. Bisogna agire subito o il quadro sarà presto di piena emergenza sociale ed economica. Non abbiamo la bacchetta magica. L’orizzonte temporale è ridotto, il governo si è insediato a due anni dalla scadenza della legislatura, ma abbiamo il dovere di impostare il lavoro, di invertire la tendenza. attraverso una visione politica lungimirante, il Sud deve essere visto non come un territorio da assistere o risarcire ma come una terra dove ricostruire e assicurare condizioni di sviluppo e diritti dei cittadini. Serve una programmazione attenta e coordinata, che consenta di definire obiettivi e priorità proprie della coesione. Gli strumenti che vi ho descritto, a partire dal PNRR, sono di entità sufficiente a invertire il trend e a dare al nostro Sud l’opportunità del cambiamento e della “svolta” che noi tutti auspichiamo.

La programmazione strategica delle risorse dovrà essere accompagnata da un altrettanto importante azione di monitoraggio e valutazione, anche qualitativa, degli interventi e della loro efficacia nel perseguire gli obiettivi di crescita e riduzione dei divari territoriali.

Al riguardo, per le motivazioni che mi accingo a esporre, occorre partire subito, e con il piede giusto.

Come sapete, l’Italia dovrà notificare entro il prossimo 30 aprile il PNRR alla Commissione europea.

Nell’attuale bozza del PNRR non vi è una missione specifica e dedicata al “Sud”, essendo quest’ultimo piuttosto declinato come obiettivo trasversale che permea le iniziative progettuali programmate. Credo però che avere la consapevolezza della dimensione percentuale delle risorse riservate alle regioni meridionali sia doveroso. La trasversalità del tema non può essere una forma di elusione del problema Mezzogiorno.

Per questo, nell’attuale proposta di piano, d’intesa con il MEF, abbiamo chiesto di esplicitare un vero e proprio “capitolo Sud”. Non sarà una missione ad hoc, ma stiamo lavorando per mettere in evidenza gli interventi dedicati al Sud e le risorse che saranno destinate ad essere assorbite dal Mezzogiorno.

Considerata  l’importanza e urgenza del tema ho intrapreso fin da subito un complesso, leale e fattivo, percorso di collaborazione con tutti i Ministeri, ai quali abbiamo chiesto di esplicitare le voci e l’entità del contributo per il Mezzogiorno delle varie missioni.

Il lavoro è in corso di completamento, in parallelo con la definizione dell’intero Piano, ma le prime stime confermano l’importanza che il Governo sta dedicando al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture per esempio, tra opere ferroviarie, manutenzione stradale, investimenti nei porti e nella digitalizzazione dei sistemi logistici e degli aeroporti, il Sud intercetta circa il 50 per cento degli investimenti (oltre 15,5 miliardi su 31), con una punta dell’83 per cento per la cosiddetta “manutenzione stradale 4.0”.  Nell’ambito della transizione ecologica, il 48 per cento in ambito agricolo (1,2 miliardi su 2,5) e il 50 per cento sul trasporto urbano sostenibile (3,77 miliardi su 7,55 sono dedicati al Sud). Alla conclusione di questa opera di ricognizione, non arriveremo a una cifra finale definitiva, perché è evidente che una certa quota degli interventi del PNRR non può essere “territorializzata” a priori, ma da questi primi dati in nostro possesso appare evidente che il complesso delle risorse destinate al Mezzogiorno, sarà superiore alla sua quota di popolazione rispetto al totale nazionale.

Starà a chi governa – a livello nazionale, regionale e locale – far sì che l’implementazione concreta degli interventi e dei progetti non porti a una riduzione di queste risorse, un loro spreco rispetto agli obiettivi fissati o a una minore capacità di assorbimento nel Sud. Il monitoraggio, come ho detto, sarà fondamentale, così come lo saranno le misure – a cui stiamo dando attuazione – per irrobustire la capacità amministrativa degli enti locali e le loro competenze tecnico-scientifiche.

Il PNRR non è la sola freccia al nostro arco, come si è detto: Fondi di Sviluppo e Coesione, React, fondi di coesione. Il Meridione è dunque quantitativamente e qualitativamente centrale. Come ha ricordato il Ministro Franco nella sua audizione, da questa necessaria centralità consegue l’attribuzione al Ministro per il Sud di una competenza “orizzontale”, che assicuri, nelle parole del Ministro, “la coerenza complessiva del Piano con l’obiettivo di riduzione dei divari territoriali”.

Ritengo che la coerenza vada assicurata soprattutto sul piano del metodo e dei tempi. Quel che servirà- in termini di efficienza ed efficacia- sarà estendere il “metodo PNRR” a tutti i fondi disponibili. Anche per garantire coerenza alla programmazione di tutte le risorse della coesione così come ci chiede l’Europa.

Cosa vuol dire metodo PNRR? In sintesi: obiettivi finali puntualmente definiti ex ante dal punto di vista qualitativo e quantitativo, previamente selezionati in considerazione della loro effettiva realizzabilità; monitoraggio costante del raggiungimento di obiettivi intermedi, anch’essi ben delineati; concessione delle risorse strettamente condizionata al raggiungimento di questi obiettivi intermedi.

In questa prospettiva, è essenziale una definizione quanto mai rapida con la Commissione europea dell’Accordo di partenariato, che rappresenta il primo e fondamentale passaggio per far partire la nuova programmazione dei fondi europei.

Ho recentemente incontrato la Commissaria Ferreira con la quale stiamo concordando una road map condivisa che consenta all’Italia di notificare l’accordo non appena saranno definitamente approvati i nuovi regolamenti europei, credibilmente entro giugno. Se riusciremo ad arrivare a una rapida stipula dell’Accordo, guadagneremo e faremo guadagnare alle Regioni fino a 6 mesi rispetto al ciclo 2014-2020. Partire prima significa spendere meglio: è questo il messaggio che sto provando a condividere con tutti i presidenti di regione, a cui spetterà un ruolo essenziale con i POR.

Rispetto ai cosiddetti PON, i programmi operativi nazionali, abbiamo operato una semplificazione e una innovazione rispetto al passato, concentrandone alcuni e dando invece spazio a un nuovo programma, inedito ma quanto mai attuale, condiviso con il ministro per la Salute Speranza: un PON salute. Nei prossimi giorni, condividerò con il ministro la bozza che i nostri uffici hanno prodotto: anticipo che si tratta di servizi territoriali e tecnologie digitali funzionali a consentire alle amministrazioni sanitarie del Sud  migliori standard di servizio.

Con la Commissaria Ferreira abbiamo anche affrontato il tema della Programmazione di REACT-EU. L’iniziativa REACT-EU costituisce uno strumento supplementare di operatività per la programmazione di coesione 2014-2020, finalizzato a proseguire interventi di immediato contrasto degli effetti della pandemia e a costituire un ponte verso l’attuazione del ciclo 2021-2027.

Tutti gli interventi finanziati con REACT-EU, lo ricordo, dovranno essere realizzati entro il 2023. Questa iniziativa rappresenta il primo banco di prova per quella coerenza strategica nella programmazione di cui ho parlato e che deve costituire il faro della nostra azione.

Da ultimo, vorrei proprio sottolineare il ruolo che dovrà svolgere il FSC nella complessiva strategia programmatoria. La Legge di Bilancio per il 2021 prevede che la dotazione finanziaria FSC 2021-2027 sia impiegata in linea con le politiche settoriali di investimento e di riforma previste nel PNRR, secondo un principio di complementarietà e di addizionalità delle risorse.

Dei 50 miliardi di euro assegnati dall’ultima legge di bilancio (a cui si aggiungeranno ulteriori 23 miliardi con la legge di bilancio per il 2022), è nostra intenzione, d’intesa con il Ministro dell’Economia, mantenere la programmazione di 20 miliardi di questo Fondo all’interno del PNRR, per rafforzarne l’impatto e l’efficacia degli interventi ai fini della riduzione dei divari territoriali.

Ribadisco, su questo fronte, la necessità, sia nella fase di programmazione che in quella di attuazione e monitoraggio, che le risorse del FSC da utilizzare nell’ambito del PNRR non solo rispettino il riparto 80-20 previsto dalla legge, a favore del Mezzogiorno, ma soprattutto siano destinate esclusivamente al finanziamento di interventi addizionali e complementari, coerenti con quegli obiettivi di riequilibrio territoriale e di sviluppo del Sud che sono propri, come ho detto, della politica di coesione nazionale. Un invito pressante che mi sento di rivolgere al Parlamento è il seguente: nella piena libertà e sovranità delle decisioni parlamentari, è utile che le risorse del FSC non siano più usate – come spessp accaduto in passato – come una specie di bancomat cui attingere per la copertura di spese altrimenti difficili da finanziare. Distoglierle dal loro obiettivo in modo estemporaneo è sempre legittimo, se fatto dal Parlamento, ma non è lungimirante e non serve all’obiettivo di colmare i divari e garantire la coesione territoriale.

Per quel che riguarda le rimanenti risorse, è mia intenzione condividere, non appena conclusa la Programmazione del PNRR, con il Parlamento e le Regioni, l’impostazione strategica della Programmazione del FSC, che, a mio avviso dovrà caratterizzarsi e concentrarsi soprattutto su quei settori o ambiti di intervento che, per motivi regolamentari, di concentrazione tematica o di tempistica realizzativa, non si possono o non è opportuno finanziare con i fondi europei.

Un’ulteriore priorità della Programmazione del FSC dovrà riguardare il finanziamento di tutti quegli interventi infrastrutturali strategici per il Mezzogiorno, il cui orizzonte temporale di realizzazione e “messa a terra” oltrepassi il limite previsto per il PNRR.

In questo ambito, un ruolo centrale verrà dato al finanziamento dei lotti delle reti ferroviarie TEN-T del Mezzogiorno, che andranno a realizzarsi dopo il 2026, come d’intesa con il ministro della mobilità sostenibile Enrico Giovannini.

Inoltre, nelle more della complessiva Programmazione strategica del Fondo di Sviluppo e Coesione, è comunque mia intenzione procedere con urgenza a una “delibera stralcio” che sbloccherà, tra passato e nuovo ciclo FSC, 3 miliardi per le regioni meridionali e 1 miliardo per quelle centro-settentrionali.

È giunto a questo punto il momento di approfondire il tema della Missione 5 dell’attuale bozza del PNRR, rubricata “inclusione e coesione” e dotata di sei linee di intervento. E’ la componente che, anche in ragione degli indici a cui ho fatto cenno in premessa, più direttamente riguarda il Sud e il ministero che ho la responsabilità di guidare.

Tale pacchetto di interventi necessitava, a mio avviso, di un maggior livello di concretezza maggiore e di una più attenta messa a fuoco. Per questa ragione, in pieno accordo con il Ministro Franco, abbiamo operato una rimodulazione, a saldi invariati, di quattro delle sei linee d’intervento originariamente previste, con l’obiettivo di privilegiare e promuovere iniziative capaci di determinare impatti favorevoli più immediati sui territori destinatari degli interventi della coesione, spostando l’assegnazione di parte delle risorse da progetti di natura più marcatamente assistenziale ad altri capaci di costituire un volano per l’attrazione di investimenti privati e dunque uno stimolo reale allo sviluppo.

In questa prospettiva, è nostra intenzione destinare 600 milioni di euro per l’infrastrutturazione delle ZES – Zone Economiche Speciali.

Vogliamo assicurare, per queste aree, opere di urbanizzazione primaria e di connessione alla rete stradale e ferroviaria che consentano di veicolare i traffici commerciali che i porti sono in grado di intercettare, rendendo possibile la trasformazione delle merci in prodotti finiti o semilavorati, direttamente negli ambiti territoriali circostanti, poiché è evidente che, senza infrastrutturazione e collegamenti interni, le ZES non potranno decollare.

Tale ultima misura sarà peraltro accompagnata da un disegno di riforma organica della disciplina delle ZES, come più avanti spiegherò più diffusamente.

Nell’ambito delle aree interne (cd. Strategia delle aree interne – SNAI), intendiamo destinare 100 milioni di euro al progetto dell’istituzione di presidi sanitari di prossimità, nei Comuni fino a 3000 abitanti, d’accordo con il Ministero della Salute. Il progetto verrà attuato attraverso un bando dell’Agenzia per la Coesione territoriale, e presuppone, nella misura di 50 milioni di euro, il cofinanziamento dei privati che vi aderiranno.

Questo progetto potrà avere un notevole impatto sociale ed economico in termini di: risparmio delle prestazioni a carico del Servizio Sanitario Nazionale – SSN; risparmio per i cittadini di quelle aree sulle spese ed sui tempi di viaggio per raggiungere plessi ospedalieri distanti, al fine di svolgere una serie d’esami specialistici; ed infine aumento dell’occupazione presso la rete delle farmacie che, avendo aderito all’iniziativa, dovranno conseguentemente adeguare la loro offerta di servizi.

È nostra intenzione, peraltro, sostenere con forza il mantenimento del finanziamento di opere sulla rete stradale delle aree interne per un valore complessivo di 300 milioni di euro, che ritengo indispensabile per garantire a questi territori, spesso isolati, soprattutto nelle regioni meridionali, la fruizione degli stessi servizi di base quali l’assistenza sanitaria e sociale e la frequenza scolastica disponibili nella altre parti del territorio nazionale.

Abbiamo inoltre inteso valorizzare una corposa linea d’intervento sulle politiche di contrasto alla povertà educativa, per un valore di 250 milioni di euro, sulla falsariga di un’analoga iniziativa che è già in corso di attuazione, con grande successo, da parte dell’Agenzia della Coesione, attraverso bandi rivolti agli enti del terzo settore delle regioni del Meridione d’Italia.

Quanto alla ricostruzione delle aree terremotate, siamo in costante interlocuzione con il Commissario straordinario del Governo, al quale è demandato il compito di fornire la progettualità più adeguata per sfruttare al meglio queste ulteriori risorse, 1,78 miliardi, che dovranno coordinarsi strategicamente con le altre azioni di coesione territoriale.

In relazione agli Ecosistemi dell’innovazione, è nostra intenzione proporre una rimodulazione dell’importo a 350 milioni, da assegnare mediante un apposito bando per la realizzazione di quattro progetti nel Meridione d’Italia. Meno interventi, niente spezzatino, ma progetti capaci di avere ognuno una vocazione specifica. L’obbiettivo è quello dell’implementazione della ricerca, attraverso costituzione di poli ad alta tecnologia come San Giovanni a Teduccio.

Per quanto attiene alla linea d’azione dei beni confiscati alla mafia, intendo confermare lo stanziamento di 300 milioni di euro. E’ una cifra abbondante, che dà l’idea dell’importanza che affidiamo al riscatto sociale e culturale che c’è ogni qual volta si affida alle forze vive della società un bene prima appartenuto alla criminalità organizzato. E’ una sfida – questa – che intendiamo affrontare insieme agli enti locali e alle associazioni del terzo settore cui saranno rivolti i relativi bandi per l’utilizzo delle risorse. Le misure saranno approvate attraverso accordi stipulati fra l’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, l’Agenzia ed il Dipartimento per la coesione ed infine le Regioni meridionali.

In sintesi, per la componente del PNRR che più direttamente riguarda il ministero per il Sud e la coesione territoriale abbiamo scelto di legare insieme le principali priorità per lo sviluppo del Sud: assistenza contro la povertà, lotta alle mafie, irrobustimento delle infrastrutture sociali e materiali per le aree interne, attrattività delle aree portuali, stimolo alla creatività e all’innovazione.

Ho sin qui parlato di programmazione delle risorse, di coordinamento dei fondi, di obiettivi e di metodo per raggiungerli. Rimane tuttavia un grande capitolo da affrontare, determinante al fine di tradurre gli obiettivi in un incremento di PIL e posti di lavoro.

A fronte della straordinaria quantità di risorse da gestire e di progetti da portare a compimento, occorre che lo Stato, le Regioni e tutte le istituzioni mettano in campo una strumentazione adeguata ed una capacità reattiva che fino ad oggi, troppe volte, non si sono dimostrate all’altezza.

Con riferimento all’ultimo ciclo di programmazione, ad esempio, i fondi UE hanno consentito di attivare nel nostro Paese interventi per oltre 73 miliardi di euro. Tale ciclo si concluderà alla fine del 2023; a quasi due anni dalla conclusione sono state tuttavia impegnate risorse per soli circa 50 miliardi e, di questi, ne sono stati spesi poco più di 34.

Si tratta di un tasso di utilizzo insoddisfacente (circa il 50%), sebbene non molto distante dai livelli medi europei (56%), che riflette però una ridotta capacità del nostro Paese di assorbire efficacemente i fondi europei nei tempi previsti.

Anche per accelerare la spesa di tali risorse, nel corso del 2020, è stata condotta una profonda revisione dei programmi 2014-2020, che ha consentito di mobilitare, per il contrasto all’emergenza sanitaria, economica e sociale, quasi 12 miliardi di euro. Restano tuttavia da certificare, entro il 31 dicembre 2023, spese relative ai soli fondi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e FSE (Fondo Sociale Europeo) per oltre 27 miliardi di euro.

È evidente, a fronte di questi dati, la necessità di migliorare la capacità progettuale delle Amministrazioni e semplificare i procedimenti amministrativi, anche attraverso il ricorso ad un piano straordinario di assunzioni.

Per questo motivo, con il Ministro Brunetta, abbiamo già avviato la procedura per l’assunzione di 2.800 figure specialistiche da destinare alle Regioni, alle Città Metropolitane ed ai Comuni, nonché all’Amministrazione centrale, per dare supporto nell’attuazione delle misure ed azioni progettuali che partiranno nei prossimi mesi.

Si tratta dell’avvio di un più ampio processo di assunzioni, che vuole essere rigenerativo, per costruire un nuovo rapporto di fiducia, tra l’apparato pubblico ed i cittadini e le imprese.

La buona riuscita delle varie programmazioni, risiede infatti nella capacità di garantire l’adozione di atti e provvedimenti in tempi certi e brevi.

Questo può avvenire solo con l’immissione di professionalità, in gran parte tecniche, oggi carenti, soprattutto negli enti territoriali: figure che possano garantire il raggiungimento dei risultati attesi, con elevata qualità e rapidità nella conclusione dei procedimenti.

Il reclutamento di queste risorse umane seguirà una procedura semplificata, che non sarà ostacolata, per le modalità con cui è stata pensata, dalle imprevedibili evoluzioni della pandemia: vogliamo che queste nuove e specifiche competenze siano al servizio dei progetti del PNRR, in concomitanza con la sua definitiva approvazione.

Centrale è poi un disegno di semplificazione e sburocratizzazione per accelerare progettazione e realizzazione di opere finanziate anche con fondi Ue, ma non solo.

Nell’ambito delle mie competenze punto ad anticipare tale disegno nelle ZES – Zone Economiche Speciali, tutte perimetrate in territori del Sud Italia: i miei Uffici stanno predisponendo un articolato normativo che da un lato rafforza la figura commissariale, mettendola al centro della governance, con poteri sostanziali, idonei a favorire e realizzare investimenti in tempi brevi; dall’altro introduce misure avanzate di semplificazione procedimentale capaci di attribuire concretezza alla norma, già esistente, che qualifica come libera l’attività  economica nelle ZES.

La riforma delle ZES includerà ulteriori benefici fiscali e forme di coordinamento strategico e supporto tecnico e amministrativo ai commissari.

Confido che ciò consentirà finalmente la piena operatività di tale strumento territoriale, sì da portare nelle aree svantaggiate d’Italia, sviluppo imprenditoriale, lavoro, riduzione del gender gap, nuove prospettive per i giovani che intendono studiare e operare nel meridione.

Il mio intento, su questo tema che considero prioritario, è mantenere quel rapporto di costruttiva collaborazione che, sin dai miei primi giorni di governo, ho voluto che caratterizzasse l’interlocuzione con i Presidenti delle Regioni interessate.

Sempre nell’ottica di incidere con azioni mirate e rapide sui fattori che ostacolano lo sviluppo e che dunque inciderebbero negativamente sui risultati del PNRR, abbiamo avviato una sinergia di azioni e risorse con la Ministra della Giustizia, con riguardo al tema, di gravissimo impatto, in particolare al Sud, della lentezza dei processi: lo scopo è diffondere nel meridione le buone prassi organizzative, già sperimentate in uffici giudiziari del Nord e attuare politiche di coesione sul territorio attraverso gli uffici di prossimità, finanziati dal PON Governance.

Vorrei inoltre richiamare il nostro impegno nel negoziato con la Commissione Europea per l’estensione della misura della decontribuzione Sud fino al 2029, così come previsto dalla Legge di bilancio 2021. Tale misura può produrre effetti favorevoli ai fini dell’attrazione degli investimenti solo se disposta in un arco temporale più esteso

Da ultimo, ma non certo per importanza, il tema, centrale per le politiche di coesione territoriale, dei livelli essenziali delle prestazioni sociali, i cosiddetti LEP: l’obiettivo che intendiamo realizzare, per far sì che nelle Regioni del Sud siano finalmente create le precondizioni per lo sviluppo e la crescita, è che in Italia siano garantiti gli stessi diritti sociali, gli stessi servizi, a tutti i cittadini a prescindere dalla latitudine; anche al fine di poter fronteggiare l’aumentato carico delle esigenze socio-assistenziali richieste dal territorio a causa dell’attuale stato di emergenza pandemica.

Gli ambiti dell’intervento normativo di riforma che i miei Uffici hanno elaborato riguardano l’infanzia, la disabilità e la non autosufficienza.

È nota la significativa sperequazione territoriale tra Nord e Sud sulla spesa sociale pro capite: a fronte di una media di 20 euro l’anno in Calabria, 325 euro vanno alla Provincia Autonoma di Bolzano.

Per arrivare a garantire l’effettiva esigibilità di un livello uniforme delle prestazioni, abbiamo previsto forme di contributo per le assunzioni di assistenti sociali, capaci di estendere la possibilità di potenziamento del sistema dei servizi sociali comunali previsto dalla legge di bilancio 2021 anche agli ambiti, nei quali la disposizione attualmente vigente non trova applicazione.

In questo modo intendiamo diminuire le sperequazioni territoriali tra le Regioni italiane, dando un contributo alle aree maggiormente deficitarie sul fronte dei livelli essenziali delle prestazioni dei servizi sociali.

Inoltre, i nostri Uffici stanno predisponendo una norma che qualifica i servizi educativi per l’infanzia, finalizzati a promuovere lo sviluppo psico-fisico, cognitivo, affettivo e sociale del bambino e ad offrire sostegno alle famiglie nel loro compito educativo, come prestazione essenziale per la collettività, fissando livelli minimi per legge, sia per gli asili-nido che per la scuola dell’infanzia.

Questa misura è indispensabile per creare le effettive condizioni al fine di innalzare in maniera netta, finalmente in controtendenza dopo decenni di divario, il tasso di partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro, che oggi, nelle regioni del meridione, ha percentuali quasi dimezzate rispetto a quelle del Nord.

Diminuendo il sovraccarico di lavoro di cura che da sempre grava sulle donne, in particolare al Sud, si aumenta la probabilità che le stesse trovino uno stabile inserimento lavorativo. Per me questa è una priorità assoluta.

In conclusione, vorrei sottolineare come la sfida del rilancio del Sud non rappresenti un impegno per un solo ministro e nemmeno per un solo governo. E’ un impegno per il Parlamento, per i cittadini, per un Paese intero. E non si esaurirà nell’arco di qualche mese. E’ un cammino lungo che abbiamo il dovere di impostare e avviare.

Per il Mezzogiorno d’Italia si apre una inedita finestra di opportunità. Le risorse ora ci sono, le potenzialità anche, occorre che per la politica italiana intera il Mezzogiorno sia vista per quello che è: il più grande giacimento di capitale umano inesplorato del nostro Continente. E occorre che le istituzioni e l’opinione pubblica meridionale si sentano finalmente alleati e pienamente responsabili del proprio futuro. Meno assistenzialismo significa più diritti e più libertà. Meno sprechi, più asili nido,  più tempo pineo nelle scuole per esempio. Meno sussidi a pioggia, più infrastrutture. Meno micro-interventi, più investimenti strategici, come delineato nel PNRR. Meno rivendicazionismo e contrapposizioni significa costruire un’alleanza per raggiungere questi obiettivi. In poche parole, occorre pensare al Mezzogiorno non più come a una terra “da aiutare” e da assistere ma come una società “da irrobustire” e far crescere nell’interesse del Paese intero.

 

Non riconfermato il meridionalista Peppe Provenzano al Ministero per il Sud

Costituisce sicuramente, per il Mezzogiorno, una profonda delusione la mancata riconferma del ministro per il Sud Peppe Provenzano: al suo posto è stata scelta la vicepresidente della Camera Mara Carfagna, in quota Forza Italia. Provenzano, evidentemente, per il Partito democratico era una figura sacrificabile nel difficile equilibrio che andava raggiunto per mettere insieme questo governissimo dalle improbabili (almeno fino a qualche settimana fa) alleanze.

E la classica conferma che chi lavora bene non viene considerato per quello che ha fatto, ma vale molto di più il suo peso politico all’interno del partito. E Provenzano era un peso leggero, in seno ai dem, e nonostante l’ottimo lavoro svolto non ha trovato la dovuta considerazione che si sarebbe meritata. Il suo Piano per il Sud (100 miliardi in dieci anni) presentato con grande enfasi insieme con il presidente Giuseppe Conte e la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina esattamente un anno fa a Gioia Tauro, qualche giorno prima che scoppiasse la pandemia. Un bel progetto, colossale se vogliamo, ma con un impianto serio e buone possibilità di essere svolto con convinzione fino in fondo. Purtroppo il coronavirus ha bloccato tutto e molte cose buone previste nel Piano per il Sud non state nemmeno prese in considerazione nella prima bozza del Recovery Plan. Provenzano proveniva dalla Svimez, dove, con buona probabilità, tornerà a fare il vicedirettore, a occuparsi di Mezzogiorno, salvo che non si riesca a individuare per lui una collocazione da sottosegretario proprio nel Ministero per il Sud.

La Carfagna – che ha guidato con piglio preciso e competenza la Camera quando chiamata a svolgere le funzioni di vicepresidente – ha la buona abitudine di affrontare con la dovuta competenza gli incarichi che le vengono affidati: non butti via le idee fin qui maturate da Provenzano e faccia tesoro delle sue competenze da uomo del Sud. Tutto il Mezzogiorno, siamo certi, le sarebbe riconoscente. (s)