SANITA: AL TAVOLO ADDUCE, OCCHIUTO
CHIEDA MODIFICHE AL RIPARTO DEI FONDI

di GIACINTO NANCI – Il 18 settembre 2023 si riunisce il tavolo Adduce che è il tavolo interministeriale che verifica sia gli adempimenti regionali in merito alle spese sanitarie delle regioni che l’attuazione dei piani di rientro sanitari regionali. Il 18 settembre si riuniranno insieme il tavolo Adduce e il comitato permanente per la verifica dei livelli essenziali di assistenza (Comitato Lea) del Ministero della Salute per definire anche i livelli essenziali di assistenza, oggi inglobati nel Nuovo Sistema di garanzia. Il governatore Occhiuto si è messo in contrasto con il tavolo Adduce e questa estate dopo la presentazione del decreto sulla rete ospedaliera calabrese ha pubblicamente e polemicamente dichiarato che la ha sottoposta soltanto al tavolo che si occupa dei Lea e non al tavolo Adduce. Lo ha fatto perché dai “tavoli romani” sono arrivate critiche al suo operato di commissario al piano di rientro sanitario regionale calabrese. Ebbene il governatore Occhiuto visto che ha avuto il coraggio di opporsi ai “tavoli romani” dovrebbe farlo per ben altri motivi che non le schermaglie politiche.

Dovrebbe chiedere sempre ai “tavoli romani” (comitato Lea, tavolo Adduce e specialmente alla Conferenza Stato Regioni) che è drammaticamente urgente la modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni in quanto il criterio vigente, figlio di un decreto ministeriale del 1996, penalizza le regioni come la Calabria che fin da allora ha ricevuto per la sua sanità meno fondi pro capite delle altre regioni pur essendo la regione con un numero di malati cronici molto al di sopra della media nazionale. Chiunque può controllare dai resoconti della Conferenza Stato Regioni che la Calabria è quella che ha ricevuto meno fondi pro capite per la sua sanità e tutti gli istituti di ricerca statistica concordano che la Calabria è la regione con più malati cronici rispetto al resto d’Italia e lo ha fatto perfino il Ministero della Salute vidimando, per come è suo obbligo, il decreto 103 del 30 settembre (del lontano) 2015 firmato nientepopodimenochè dall’allora commissario al piano di rientro sanitario regionale calabrese ing. Scura. 

Il decreto 103 alla pagina 33 dell’allegato n.1 recita “in Calabria… si sottolineano valori di prevalenza più elevati (almeno il 10%) rispetto al resto del paese per diverse patologie”, e siccome il Dca è fornito di specifiche tabelle si può calcolare in circa 300.000 i malati cronici in più nei circa due milioni di calabresi rispetto ad altri due milioni di altri italiani. Ma se come ciò non bastasse, per la serie tutti sanno, perfino la Conferenza Stato Regioni nel 2017  ha modificato in modo “molto parziale” (per come dichiarato dall’allora presidente della commissione stessa Bonaccini) il criterio di riparto considerando, sempre in modo parziale, anche la numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni”. Ebbene con questa modifica parziale la Calabria ha ricevuto nel 2017 ben 29 milioni di euro in più rispetto al 2016 e le regioni del sud ne hanno ricevuto ben 408 milioni in più sempre rispetto al 2016.

La modifica non è stata ne ripetuta ne ampliata negli anni successivi. Per capire di quali cifre si parla basta dire che una applicazione del criterio basato sulla numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni farebbe moltiplicare per la Calabria i 29 milioni ricevuti in più nel 2017 almeno per quattro. Se infine si considera che la Calabria ogni anno versa circa 100 milioni di tasse e accise in più proprio per ripagare un prestito del governo (ad un tasso quasi usuraio 5.89%) per il presunto deficit, si capisce bene da dove vengono i veri mali della sanità calabrese. Cento milioni sottratti con un criterio di riparto scorretto e altri cento sottratti alla nostra sanità sotto forma di tasse e accise ci fanno capire che con duecento milioni in più (il tutto da oltre 20 anni a questa parte). forse saremmo non solo in grado di risanare la nostra sanità ma ci potremmo permettere di fare perfino un centro di eccellenza sullo “studio della neurofisiologia del canto del grillo”.

Quindi non mancano al governatore Occhiuto i motivi per contrapporsi ai “tavoli romani”. Sarebbe giunto il momento, dopo ben 12 anni di commissariamento infruttuoso, e questa è un’altra cosa cui valutare con serietà, di chiedere che il riparto dei fondi sanitari alle regioni sia fatto in base alla numerosità delle malattie e non con il criterio attuale che manda più fondi sanitari alle regioni con meno malati e mano fondi alle regioni con più malati (leggi Calabria).

Ed è venuto il momento anche di chiedersi come mai dopo 12 anni di piano di rientro e commissariamento nei punteggi Lea, anche valutati con i nuovi criteri di garanzia, la Calabria è in terzultima posizione. Lo è perché i nostri amministratori passati e presenti non hanno avuto il coraggio di battersi veramente per i bisogni dei malati calabresi. Semplicemente più fondi dove ci sono più malati e la chiusura dell’ingiusto e dannoso piano di rientro sanitario e relativo commissariamento. (gn)

[Giacinto Nanci è medico di famiglia in pensione dell’Associazione Mediass medici di famiglia a Catanzaro]

“STRAPPARE” LA ZES UNICA ALLA POLITICA
E RIPARTIRE POI CON UN PROGETTO SERIO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Alcuni dicono che è un ritorno alla vecchia Cassa del Mezzogiorno. Altri sostengono che era l’unico modo per correggere gli errori della vecchia impostazione. 

In realtà dipenderà tutto da come sarà gestito il cambiamento. Parlo della Zes unica, che a breve riguarderà tutto il Sud. I limiti che riguardavano le otto Zes previste finora derivavano dal fatto che la politica aveva voluto piegarle alle proprie esigenze. Esse nascevano, come per esempio in Polonia, per avere dimensioni territoriali limitate e formare delle enclave, molto concentrate di aziende provenienti dall’esterno dell’area, che dovevano in tali territori trovare alcune condizioni particolari, quali un collegamento privilegiato con la infrastrutturazione del Paese, il controllo della criminalità organizzata estremamente deciso, e poi delle condizioni di vantaggio circa un cuneo fiscale favorevole e differenziato, e una possibilità di esenzione degli utili eventuali, per qualche anno, dawll’imposizione fiscale.

La realtà invece è stata che le Zes erano state ideate e cucite addosso agli interessi politici di chi aveva avuto il pallino in mano per delimitare le aree. Per cui aveva individuato come aree Zes quelle dove erano localizzate le aziende dei propri clientes, in modo che fossero destinatari dei vantaggi che esse fornivano. Tradendo il vero obiettivo che era quello di attrarre investimenti dall’esterno dell’area.

E i commissari erano diventati spesso, invece che “venditori “ di territorio,  gestori di risorse per riqualificazioni di strutture esistenti o per opere pubbliche anche necessarie, ma lontani dalla mission per la quale le Zes erano state costituite. Il fatto poi che le nomine dei commissari erano state fatte dal precedente  Governo è stato un elemento ulteriore per rimettere in discussione l’impianto costituito. 

Azzerare tutto, salvando l’idea dell’attrazione degli investimenti, se attuata in maniera virtuosa ed evitando gli errori possibili, può diventare un modo per far ripartire l’idea originaria che sta alla base delle Zone Economiche Speciali. La costituzione di una task force che possa andare in giro per il mondo per cercare investitori interessati a localizzarsi nelle aree del Mezzogiorno è il punto focale che non bisognerà perdere. 

Evidentemente la condizione primaria che bisognerà offrire territori ben collegati all’infrastrutturazione complessiva potrà facilmente essere soddisfatta. Invece bisognerà stare molto attenti a garantire a coloro che vorranno impiantare una grande o piccola impresa nel Mezzogiorno la condizione che nel territorio prescelto vi sia un controllo adeguato della criminalità organizzata.

La mancata concentrazione, che sarà conseguente ad una Zes unica, potrebbe far diventare complessa l’attuazione di una simile condizione. Anche l’elemento di vantaggio, che riguarda un costo del lavoro più basso per incoraggiare la localizzazione delle imprese, potrebbe diventare complesso una volta esteso a un territorio così ampio. Ma considerato che il ministro Provenzano aveva già esteso un cuneo fiscale più vantaggioso a tutto il territorio meridionale l’estensione della Zes, per tale aspetto, non provocherà alcun cambiamento.

L’ultimo aspetto riguarda la favorevole tassazione degli utili che dovrebbe avvenire tramite un credito d’imposta che si sta attuando per i prossimi tre anni. Una gestione centralizzata, che come è stato assicurato in termini di struttura amministrativa costerà meno di quanto non era previsto con le otto organizzazioni territoriali, potrà essere indirizzata molto più facilmente ai grandi investimenti necessari per ampliare la base manifatturiera necessaria per creare quel numero di posti di lavoro indispensabili perché si potenzi la branca, che nel Mezzogiorno è assolutamente sotto dimensionata e che dovrebbe occupare perlomeno due, tre milioni di addetti, obiettivo estremamente complicato partendo dalle condizioni attuali. 

Rischi di questa nuova impostazione riguardano il fatto che si riparte con una nuova struttura che per andare a regime avrà bisogno del suo tempo, il pericolo che le iniziative già programmate dal lavoro degli otto commissari possano bloccarsi, il timore che una serie di condizioni favorevoli, estese a tutto un’area così ampia, possano nel tempo non essere più sostenibili da una finanza del Paese, che sta dimostrando tutti i limiti che conosciamo.

Bisognerà vedere poi se l’approvazione generale che è stata data dall’Unione circa i vantaggi estesi ad un territorio così ampio, al momento dell’articolazione delle norme, possa essere in qualche modo negata nel momento dell’adozione effettiva. Ma la centralizzazione di un settore così importante riguardante l’industria manifatturiera fa capire che il Governo ha messo mano ai nodi cruciali del mancato sviluppo del Sud. 

Essere poi intervenuto sul settore cruciale della formazione e collegata dispersione scolastica, facendo diventare l’abbandono scolastico un reato punibile con due anni di carcere, per i genitori che se ne sono colpevoli, dimostra quella sensibilità necessaria per l’altro corno importante che riguarda il cambiamento necessario nel Sud. 

La creazione di posti di lavoro da un lato ma, contemporaneamente, investimenti importanti nel settore scolastico, che devono riguardare la presenza di asili nido, il tempo pieno a scuola e la lotta senza quartiere alla dispersione scolastica, in maniera da provare a formare buoni cittadini, che invece di scegliere una classe dominante estrattiva come propria classe dirigente provino ad individuare, al momento delle votazioni, coloro che si candidano per conseguire il bene comune e non per ottenere vantaggi per i propri parrocciani é fondamentale per un Paese.

Per far capire anche a coloro che si candidano che i voti non possono più raccogliergli, come spesso hanno fatto, con le reti ma che devono provare ad imparare a pescare il consenso convincendo l’elettore. Manca ancora una sensibilità più particolare verso il settore turistico, che certo non può raggiungere perlomeno i livelli fisiologici che dovrebbe avere nel Mezzogiorno, senza un adeguato progetto. Adesso certo la Zes unica potrebbe essere estesa al settore turistico in maniera che possano arrivare grandi investimenti di operatori importanti del settore. Vedremo  presto quali saranno i frutti di un cambiamento importante. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

DOMANI RIPARTE LA SCUOLA IN CALABRIA
SIA “PALESTRA” PER IL FUTURO DEI GIOVANI

di FRANCESCO RAO – Domani ricomincia la scuola anche in Calabria, tra difficoltà e ritardi. Un anno che inizia, anche, all’insegna del dimensionamento scolastico, che vuole tagliare 900 autonomie scolastiche – di cui 79 in Calabria – entro il prossimo anno.

Una situazione a cui la Regione sta cercando, insieme ai presidenti delle cinque Province e Metrocity, a trovare una soluzione volta a garantire ai nostri studenti il diritto allo studio e alla formazione che meritano, oltre che avere la possibilità di crescere in una palestra importante come quella della scuola. A tal proposito, mi è stato detto: «impara il significato delle parole e vedrai che la tua vita si trasformerà in una occasione di costante crescita. Anche dalle difficoltà potranno essere tratti insegnamenti importanti ma è necessario che da ogni esperienza sia sempre individuato almeno un motivo che inspiegabilmente darà la forza per rialzarsi e andare avanti». La persona che molti anni addietro pronunciò queste parole, guardandomi dritto negli occhi, non c’è più.

Oggi come allora le ricordo, le ripeto nella mia mente e molto spesso le condivido con i miei studenti.  In occasione dell’avvio dell’Anno Scolastico, immagino l’emotività dei nostri ragazzi, ma anche le trepidazioni nutrite dai rispettivi genitori ai quali si accosta lo straordinario impegno riposto da quanti appartengono all’Amministrazione dello Stato chiamata ad animare le nostre Comunità scolastiche, ponendosi nel rispetto dei rispettivi ruoli al servizio dei nostri ragazzi per offrire loro non solo l’istruzione ma anche gli strumenti indispensabili per poter essere Cittadini protagonisti e non spettatori passivi. 

La complessità di questa fase storica e la comunicazione pervasiva, oltre ad essere due indicatori di una modernità velocissima, rischiano di trasformarsi in uno tsunami destinato a travolgere nel mare del fallimento sociale non solo i nostri giovani ma anche molte famiglie, inibendo loro la realizzazione del percorso formativo al quale si accede da infanti e poi, per tutta la vita,  ognuno sarà chiamato ad apprendere sempre, considerando funzionale alla crescita personale e alla realizzazione professionale l’idea che gli esami non finiscono mai.

La scuola va vissuta intensamente, mettendo da parte il crescente peso di quel relativismo per il quale ognuno crede di poter vantare su tutti le proprie ragioni, dimenticando il valore del confronto come ulteriore opportunità di crescita. Imporre sentimenti di sopraffazione, spesse volte dettate dalla disperazione e dal profondo senso di solitudine, non è una soluzione ma un problema destinato ad acuirsi.

La scuola, oltre ad essere il luogo dell’apprendimento, è un microcosmo animato dalla bellezza della scoperta nel quale ogni giorno continuerà ad esserci l’occasione per portare a casa una nuova esperienza, arricchendo di volta in volta quel senso di curiosità, sentimento ultimamente affievolito a causa di una vita trascorsa nell’etere e sempre più privata dalla creatività, indispensabile per non cadere nella pericolosa trappola dell’abitudine.

Il perimetro della scuola, contrariamente a quanti pensano sia chiuso e quindi limitato, oltre ad essere aperto, quotidianamente assume nuove prospettive poste in funzione alla qualità e alla quantità di empatia messa in campo per comprendere come scorre la vita di chi è seduto accanto, di quanti condividono la stessa classe o l’intero plesso scolastico e di quanti, grazie allo studio, accedono alle opportunità occupazionali presenti in un mercato del lavoro che per tanti appare esausto a causa del crescente fenomeno di una disoccupazione che dovremmo iniziare a chiamare obsolescenza professionale e non mancanza di lavoro.

I docenti, dal canto loro, svolgendo quotidianamente un complesso compito nel quale il tempo li porterà ad essere anche facilitatori di processi formativi, grazie alla loro passione e alla preparazione culturale, sosterranno il percorso di studi nel quale ogni studente e ogni studentessa faranno bene a dedicarsi con impegno, curiosità e interesse ogni giorno non tanto per essere in regola con i programmi o per fare il piacere ai genitori ma per essere pronti ad affrontare la vita con competenza e responsabilità.  Anche nel corrente Anno Scolastico saranno in agguato alcune tentazioni, frutto di quella parte della società nella quale viviamo, particolarmente concentrata sul consumismo e sull’apparenza e poco incline sui valori che nel tempo hanno reso possibile, indistintamente a tutti, di poter accedere all’ascensore sociale per eccellenza chiamato scuola.

Riconoscere tale valore come il punto cruciale nel quale i padri costituenti hanno riposto particolare attenzione, rendendo l’istruzione obbligatoria ed aperta a tutti, con l’intento di preparare le future classi dirigenti giorno per giorno. Vi saranno anche altre tipologie di sfide per le quali oltre a superare il pensiero unico sarà indispensabile metabolizzare la responsabilità di quanti hanno ormai intrapreso la strada della violenza come sistemica via d’uscita dalla noia. Quest’ultima sarà la madre delle sfide da cogliere al fine di poter governare le scelte di quanti pensano sia possibile avere tanti amici praticando la sopraffazione, gli atti di bullismo o di cyberbullismo oppure, sostenendo di essere stati presi di mira dal docente, coinvolgere i genitori per superare le insufficienze ottenute per mancanza del dovuto impegno attraverso denunce, ricorsi, litigi o trasferimenti di classe o di scuola.

La scuola non è violenza, perché in essa abita il sapere e ogni discente, avvertendo la bellezza del sapere, è chiamato a tutelare la scuola attraverso il dirompente meccanismo del confronto tra coetanei teso a far comprendere l’importanza delle scelte e soprattutto il senso autentico dell’adolescenza.

Nell’augurare ai giovani Calabresi ed a tutto il personale docente e non docente buon Anno Scolastico, vorrei sperare che la sottoscrizione del patto di corresponsabilità, possa divenire la sottoscrizione di una alleanza educativa tesa a coinvolgere in un grande progetto di rinascita i giovani, le famiglie e la scuola con l’intento di rendere alla nostra Calabria quel valore aggiunto sempre più indispensabile per poter realizzare domani anche i sogni più impensabili in questa terra. (fr)

[Francesco Rao è sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma]

SUI LIVELLI ESSENZIALI DI PRESTAZIONE
SI GIOCHERÀ LA PARTITA DELL’AUTONOMIA

Sui livelli essenziali di prestazione si gioca la partita dell’autonomia differenziata, anche se – è bene osservarlo – si è buttato un quarto di secolo discutendo male di un problema serio, confondendo spesso il federalismo fiscale con il regionalismo differenziato. Il prof. Ettore Jorio dell’Unical, ripercorre gli ultimi avvenimementi del Comitato Lep (CLEP) e indica luci e ombre di questo fondamentale argomento.

di ETTORE JORIO – Il due agosto, i 56 componenti il Clep – rimasti tali  dopo le dimissioni di Amato, Bassanini, Gallo e Pajno – hanno trasmesso al ministro Calderoli la prima relazione sul lavoro effettuato. Il suo contenuto avrebbe dovuto, in un Paese normale, rianimare il dibattito sul come la Nazione percepirà i diritti civili e fiscali. Invece, no. Si vivacizza quello sul regionalismo differenziato, confondendo spesso i fischi con i fiaschi e non fregandosene su come, per esempio, il calabrese farà propri i diritti che sino ad oggi non ha visto neppure da lontano.

Una idea di fondo, quella messa su carta dal Comitato per i Lep, condivisibile escludendo la conclusione cui è pervenuto il Sottogruppo n. 9 (Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario). Che è poi l’eccezione che ha riempito per giorni, immediatamente successivi al ferragosto, le “rotative” dell’informazione. Però, solo di quella specializzata.

Nel ripercorrere le anzidette affermazioni, ci si rende conto che i rilievi mossi sembrano essere indirizzati avverso la Costituzione. Meglio, verso l’individuazione metodologica sulla quale poggia il finanziamento del sistema autonomistico, così come novellato il 2001. Un po’ come avviene oggi avverso l’art. 116, comma 3, in tema di regionalismo asimmetrico.

Il riferimento è stato infatti criticamente mosso sugli esiti prospettici del criterio che affida alla compartecipazione al gettito di tributi erariali riferiti ai relativi territori. Un rilievo su come il sistema funziona oggi. Più esattamente, addirittura dal 2000 a seguito del D.lgs. n. 56 attuativo della legge delega n. 133/1999. E stante la lettera costituzionale, è così che dovrà essere, a meno di cambiare l’art. 119, comma 2, della Costituzione.

Non si comprendono pertanto le critiche, persino con riferimenti impropri, atteso che il sistema compartecipativo attuale incide sulla maggiore imposta diretta, l’Iva, e non già su quelle indirette riferibili ai redditi prodotti e godute in alcune regioni, più esattamente in quelle più ricche.

Una imposta indiretta, quella compartecipata e goduta dalle Regioni ad oltre il 70% del gettito nazionale, che nella sua attuale dimensione regola e finanzia la sanità. Lo fa finanziando quel Fondo sanitario nazionale che con il federalismo fiscale applicato non ci sarà più, perché sostituito dal

Fabbisogno standard nazionale che è tutt’altra cosa. Dunque, criticarne il funzionamento futuro, perché a rischio di pericolose sperequazioni, significa criticare il metodo che la Costituzione impone. Se ne proponga quindi la modifica mediante una revisione ex art. 138 della Carta.

Al riguardo, è appena il caso di precisare che la soluzione per rendere a tutti i Lep, in egual misura, non risiede sulle differenze finanziarie in godimento ordinario alle Regioni (tributi ed entrate proprie e quote di compartecipazione). Essa la si realizza accelerando – sempre art. 119, ma comma quarto, alla mano – la costituzione fisica e il funzionamento del fondo perequativo ordinario indispensabile per compensare le differenze tra quanto percepito direttamente dalle autonomie territoriali, al lordo delle quote compartecipative, e quanto sarà loro necessario per garantire i Lea.

Non impegnarsi su questo e pensare ad altro si continuerà a fare quanto oramai dura da 22 anni. Il nulla.

Un altro tema importante, evidenziabile dalla relazione del Clep, è quello della individuazione dei Lep, pre-rendicontati dal medesimo solo in riferimento alle materie oggetto di eventuale differenziazione, ex art. 116, comma 3.

La causa di ciò è certamente risalente alla lettura della legge di bilancio per il 2023. Più esattamente, del comma 793 dell’art. 1, nella parte in cui si riferisce alla determinazione dei Lep.

Ebbene, nello svolgimento di un tale fondamentale compito si è elusa la individuazione dei Lep riferibili alle materie di competenza residuale, supponendo di affidare un tale compito ad un altro sottogruppo. Per l’esattezza, il Sottogruppo nr. 11 del Clep, anticipato dal ministro Calderoli nel corso del question time del 13 luglio, cui sarà affidato il compito di individuare i Lep riconducibili alle materie non differenziabili.

Al di là della lettura parziale del disposto del comma 793 della legge 197/2022, che sembra essere riferibile alla ricognizione principalmente delle normative vigenti, sarebbe stata provvidenziale l’emersione dei Lep riferibili altresì alle materie di competenza esclusiva regionale. Si sarebbero evitate alcune lacune che renderanno difficile l’andare avanti e portare a conclusione il lavoro per fine anno. Solo per fare un esempio, nella relazione del Sottogruppo n. 5 (Tutela della salute, più altro), è mancata l’opportunità al sotto-organismo di riferirsi ai Lep afferenti all’assistenza sociale che è materia residuale. Con questo è venuta a determinarsi una analisi/ricognizione molto parziale, anche perché con il Dpcm del 12 gennaio 2017 i Liveas sono stati “cancellati” perché inseriti nelle 71 pagine ove sono scanditi i Lea.

A proposito dell’importante e difficile mission affidata al Clep, basta immaginare quanto sia importante l’individuazione dei Lep – solo per far due esempi –  afferenti alla assistenza sociale e al turismo di competenza residuale delle Regione, così come molti altri di quelli riferibili alle restanti 18 materie di competenza esclusiva regionale.

Omettere di fare ciò – a proposito del quale se si dovesse ritenere una incompletezza della norma della legge n. 197/2022 ne occorrerebbe una nuova pensata a sua integrazione e non già supporre di correggere con un atto amministrativo – sarebbe grave, ed ogni ritardo nel risultato determinerebbe danni enormi per l’utenza che attende la soluzione a ciò dal 2001.

Ebbene sul tema, poche le considerazioni della politica fondate su una reale consapevolezza del problema. Anche il sistema universitario, al di là di qualche isolato intervento, sta facendo poco o nulla nell’affrontare l’applicazione sul federalismo fiscale e il tema dell’autonomia differenziata, ma legislativa. Di certo molto meno di quanto abbia fatto a seguito della revisione costituzionale del 2012, introduttiva del “pareggio di bilancio”.

Si diceva, male i partiti e i sindacati impegnati più in una disputa politica che nel confronto necessario ad un provvedimento attuativo della Costituzione.

Del resto, si sapeva che era comprensibilmente difficile mantenere la barra dritta sull’argomento. Ciò perché per affrontarlo con la dovuta consapevolezza significava avere ben digerito, in combine, gli artt. 117, 118 e 119 della Costituzione, la legge delega 42/2009, almeno cinque dei nove decreti delegati, il Dpcm del 12 gennaio 2017, la legge di bilancio per il 2022, nella parte in cui introduce i Leps. Non ultime, per tenere in conto le diversità ideologiche che però non apparivano, le due ipotesi di attuazione dell’art. 116, comma 3, della Costituzione elaborate dai già ministri Boccia e Gelmini. Non solo. Occorre mettere in linea con il Ddl Calderoli, quanto deciso ai commi 791/804 della legge di bilancio per il 2023 che, invero, qualche guaio interpretativo lo stanno determinando.

Si è buttato via un quarto di secolo, discutendo male di un problema serio, confondendo spesso il federalismo fiscale con il regionalismo differenziato.

Non solo nelle discussioni “di strada” ma anche negli ambienti di studio e riflessione politica. Ciò certamente a causa di un Paese che ha trascorso 22 anni senza interessarsi di come risolvere il problema generato dalla

revisione costituzionale del 2001, cui è stata data attuazione dal 2009 al 2011 per poi ricadere in un irresponsabile silenzio.

E dire che in mezzo c’erano i Lep, cui la Costituzione ha affidato – all’art. 117, comma 2, lett. m) – l’esigibilità egualitaria in tema di diritti civili e sociali.

Il risultato di tutto questo grave immobilismo del legislatore e della mancata iniziativa stimolante di partiti e sindacati in tal senso si è tradotto nella colpevole persistenza, per inerzia beninteso, della spesa storica a governare l’economia pubblica e finanziare i fabbisogni territoriali. Quei fabbisogni che incrementano progressivamente mantenendo in coda alla classifica dell’esigibilità dei diritti gli abitanti del Mezzogiorno nell’esigibilità dei diritti fondamentali. Maglia nera, la Calabria.

La lettura della anzidetta complessa e copiosa relazione a firma del prof. Cassese, soprattutto del “Quadro sinottico delle materie Lep”, ha generato tuttavia una perplessità di troppo, atteso che sono in esso rappresentate le materie, fatta eccezione di quelle residuali regionali, con a fianco un sì ovvero un no, rispettivamente riconducibili o meno a Lep. Ciò è accaduto a causa della lettera legislativa di fine 2022 (comma 793, lett. c), che sotto certi aspetti offre una incertezza su cosa siano i Lep, dal momento che li cerca ne “le materie o ambiti di materie che sono riferibili ai Lep”, quasi a volerli individuare per ogni materia ovvero per frammenti di esse.

I Lep hanno una unica certezza in termini di corretta esigibilità, devono rintracciare la loro esistenza nella trasversalità delle materie: tra quelle di competenza dello Stato (32), quelle concorrenti (20) e quelle che sono residuali (ben oltre 20). Da qui la ineludibilità di estendere, diversamente da come ha fatto sinora il Clip, alle materie di competenza esclusiva regionale.

Tutto questo perché non si può, infatti, neppure pensare a ripetere la stessa sottovalutazione che si fece con i Lea con il Dpcm 29 novembre del 2001 (senza prevedere in esso i Liveas) e che si è continuato a fare con le 71 pagine allegate a quello del 12 gennaio 2017. Assicurare i livelli di assistenza alla salute significa individuare lo standard erogativo nel massimo della indissolubile trasversalità. Altrimenti che welfare sarebbe?

Cioè senza escludere i Leo compositi riferibili anche: alla assistenza sociale, ai trasporti pubblici locali, alla agricoltura, all’alimentazione e all’urbanistica di competenza regionale, ovviamente includendo l’ambiente, produttore di salubrità e non di fattori inquinanti, e l’istruzione, magari prevedendo l’insediamento dell’educazione sanitaria come materia curricolare nella scuola dell’obbligo. Tutte materie e dunque ambiti di esse, ma da leggersi in senso non affatto restrittivo, tutt’altro. (ej)

LA “SOLUZIONE” CUBANA STA FUNZIONANDO
MA BISOGNA PIANIFICARE PER LA SANITÀ

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Medici cubani, “salvatori” della sanità calabrese o ennesimo tappabuchi di un’amministrazione disastrosa? Quella dei medici cubani arrivati in Calabria – ad agosto ne sono arrivati altri 120 – è stata un’idea lanciata dal presidente della Regione e commissario ad acta, Roberto Occhiuto, per sopperire alla grave mancanza di medici negli ospedali del territorio.

Una scelta che ha fatto molto rumore, ma che, alla fine, sta permettendo al sistema sanitario di respirare appena. Questo perché, nonostante il gran numero di professionisti arrivati da Cuba, non bastano, né sono – come più volte detto da Occhiuto – la soluzione. Gli ospedali hanno “fame” di medici, i calabresi hanno bisogno di medici. Hanno bisogno – e diritto – di una sanità giusta, senza la necessità di dover emigrare al Nord per potersi curare.

Intanto, tra un intoppo e l’altro, i medici cubani «hanno dato alla nostra regione un contributo fondamentale per tenere aperti gli ospedali e per dare risposte ai pazienti», come detto dal commissario Occhiuto quando, a inizio agosto, ha accolto i 120 medici che si aggiungono ai 51 che, da dicembre 2022, prestano servizio in quattro ospedali della Provincia di Reggio Calabria.

«All’inizio fui criticato per questa mia iniziativa, per aver portato in Calabria dei medici cubani», ha ricordato Occhiuto, sottolineando come «oggi tutti vorrebbero ripeterla nelle altre regioni. Lo scorso mese di agosto, quando firmai l’accordo presso l’ambasciata cubana a Roma, sostenni che questi medici non avrebbero rubato alcun posto di lavoro agli italiani. E infatti nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assunto in Calabria 2.500 unità di personale sanitario».

Una scelta che «mi ha provocato critiche da tutti i partiti – ha dichiarato il presidente Occhiuto in una intervista al giornalista Giuseppe Smorto – e dagli ordini professionali: io devo solo governare una regione molto complicata, le buone idee non sono di destra né di sinistra».

«Questi professionisti – ha sottolineato Occhiuto – non hanno rubato un solo posto di lavoro. Hanno uno stipendio lordo di 4.700 euro, vivono in case in affitto, portano indotto e movimento nei piccoli paesi».

«I medici a gettone, le finte cooperative sono uno scandalo», dice Occhiuto, spiegando che «ci hanno chiesto anche 150 euro l’ora per ognuno, alla fine sono decine di migliaia di euro sottratti all’assistenza pubblica ogni mese. Sulla salute abbiamo fatto giganteschi errori di programmazione, il ministro competente era sempre considerato di serie B, oggi mancano risorse e riforme, speriamo nelle riforme».

«La presenza dei medici cubani sarà fondamentale per allentare la pressione nei Pronto soccorso, ma anche a recuperare i troppi ritardi accumulati nelle liste d’attesa per le visite specialistiche, che sono drammaticamente aumentati a causa della pandemia», ha dichiarato il consigliere regionale Antonio Montuoro, difendendo l’arrivo dei medici.

«Oltre un ventennio di commissariamento e assoggettamento al Piano di rientro – ha ricordato – hanno progressivamente acuito le criticità sia sul piano dell’assistenza ospedaliera che su quello della medicina territoriale e di prossimità si sono progressivamente acuite – scrive ancora Montuoro – La chiusura o il depotenziamento di numerosi ospedali considerati inefficienti e insicuri (in particolar modo i punti nascita e le chirurgie) non si sono tradotti in riqualificazione e riorganizzazione dell’offerta di servizi sociosanitari sul territorio determinando molteplici disfunzioni e traducendosi in tassi di emigrazione sanitaria ancora drammaticamente elevati pari a circa il 20%. A soffrire di questa situazione soprattutto le aree interne».

Per Montuoro, dunque, il «nuovo personale a supporto dell’attività dei pochi medici che resistono e garantiscono con grande professionalità e competenza il proprio operato in condizioni critiche, rappresenta una importante risposta alle preoccupazioni del territorio».

A parte qualche criticità riscontrata a Vibo – che è rientrata grazie all’intervento tempestivo del consigliere regionale del PD Raffaele Mammoliti, che ha fatto collocare i medici cubani dall’ospedale al Pronto Soccorso di Vibo Valentia, dove c’era più necessità – si può dire che la ricetta dei medici cubani sta funzionando.

Ne ha parlato, sul Venerdì di Repubblica Giuseppe Smorto, raccontando una bellissima storia di integrazione di questi medici che, tra un qualche difficoltà linguistica e magari qualche intoppo (hanno riparato un ecografo), quotidianamente danno un prezioso contributo alla sanità calabrese. Smorto, nel suo articolo, non racconta una favola, ma la dura realtà che, ogni giorno, medici, infermieri e personale devono affrontare tra strumenti malfunzionanti, poco personale e nervosismo alle stelle da parte dei pazienti e dei medici stessi.

Francesca Liotta, direttrice sanitaria dell’Ospedale-presidio della Piana di Gioia Tauro di Polistena, racconta al giornalista come «l’urgenza era tale che li abbiamo messi subito nei turni, perfino in rianimazione». E così è stato più o meno ovunque, perché in Calabria è una continua urgenza, nonostante la presenza dei medici cubani.

Ai tanti problemi, adesso, se ne aggiunge uno più grave: «la storia dei 497 medici cubani di cui nell’estate del 2022 il presidente della regione Calabria Roberto Occhiuto aveva annunciato l’assunzione a tempo determinato finisce alla Corte penale internazionale», scrive Il Foglio.

Nel giornale diretto da Claudio Cerasa, «grazie ad alcuni accordi, la regione del sud Italia poteva “affittare” da Cuba il personale sanitario – certo, a condizione che venissero prese precauzioni per impedire loro di disertare, ad esempio con pressioni sulle famiglie; e senza considerare che il grosso degli emolumenti li prende il regime dell’Avana».

«Nel caso particolare, in Calabria, su 4.700 euro pagati dalla regione a ogni medico ne vanno solo 1.200», riporta ancora Il Foglio, spiegando che «sono arrivate anche varie accuse di schiavismo: anche dalla ong Prisoners Defenders, che già lo scorso dicembre aveva denunciato appunto Italia, Qatar e Messico come corresponsabili di una tratta di persone e schiavitù in un rapporto che era stato inviato allo studio della Corte penale internazionale».

Un’accusa che è emersa a Miami nel corso del Tink Tank Interamerican Institute for Democracy, sul tema “Tratta di persone da parte della dittatura di Cuba. Schiavismo nel secolo XXI”, in cui «la posizione attiva dei governi della regione Calabria (Italia), del Qatar e del Messico nel contrattare con il governo di Cuba contingenti di operatori sanitari in condizioni di schiavitù avalla l’accusa formale di questi governi presso le Nazioni Unite e presso la Corte penale internazionale per tratta di esseri umani, schiavitù, persecuzione e altri atti disumani, crimini contro l’umanità tipizzati dallo Statuto di Roma all’articolo 7».

Sul caso è intervenuto il sindaco di Polistena, Michele Tripodi, sottolineando come l’indagine aperta dall’Aia abbia trasformato «un’opera di aiuto civile e sociale, addirittura in un crimine internazionale compreso tra i reati che riguardano la tratta degli esseri umani».

«È sorprendente – ha scritto – la doppia retorica inquisitoria fatta da L’Aia. La prima infatti sanziona un impegno solidale ed anche volontaristico di uno stato socialista come Cuba che ha avuto la capacita di formare e istruire migliaia di medici, a differenza di molti stati capitalistici che hanno privatizzato il diritto all’assistenza sanitaria e l’accesso alle cure mediche, di fatto mercificandolo e subordinandolo al profitto. E poi la domanda sorge spontanea. Anche le Ong che basano la loro missione sull’opera umanitaria di volontari, che fanno… tratta di volontari?».
«La seconda. Ma come? La precarietà, la flessibilità del lavoro – ha proseguito – il salario minimo, non sono forse retorica dell’economia capitalistica che nel tempo ha distrutto la cultura del lavoro e del salario garantito sostituendola con la precarizzazione non solo degli stipendi, ma degli orari di lavoro ma anche dei tempi di vita? Per fare un esempio i lavoratori dei Tis, impegnati negli enti pubblici percepiscono al mese un sussidio tra 600 e 700 euro (prima era di 500), senza un’ora di contribuzione a fini previdenziali e la possibilità di godere della indennità di malattia».
«Insomma la Corte penale internazionale di L’Aia si preoccupa dello stipendio dei medici cubani di 1200 euro impegnati a salvare (e menomale) quel che resta della sanità pubblica calabrese dopo anni di ruberie che di certo sono rimaste impunite nel silenzio colpevole di tutte le istituzioni statali e internazionali».
«Ma per un medico cubano uno stipendio di 1200 euro nel proprio Paese vale molto di più che uno di 3000 in #Europa ed in Italia.
È un fatto intuitivo. Per tutti tranne che per la corte penale internazionale. Curiosità… L’Aia è la stessa corte che ha emesso un mandato di cattura contro Putin, e non perché avrebbe aggredito un paese sovrano ma udite udite… perché avrebbe deportato i bambini ucraini in Russia. Ma le Onlus americane che li hanno portati per un periodo in Italia ed in altri paesi, li hanno invece salvati dalle bombe? (Stessa giustificazione data dalle autorità russe…)».
«Come si può notare dipende molto dai punti di vista. Un fatto è certo. Se il Presidente Roberto Occhiuto non avesse ricorso a Cuba, e Cuba non avesse risposto presente alla chiamata solidale, i nostri ospedali sarebbero già collassati prima del tempo», ha rilevato Tripodi.
Quelle del sindaco Tripodi sono parole vere ma, come detto dalla direttrice sanitaria di Polistena, «quando andranno via loro, come faremo?». (ams)

IL MARE VIOLATO: LA CALABRIA È QUINTA
SI DEVE TUTELARE DI PIÙ IL TESORO BLU

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria c’è ancora illegalità nel mare. Nella classifica del mare violato in Italia 2022, la nostra regione è quinta con 84.303 controlli, 1490 reati (7,6%), 1630 persone denunciate e arrestate, 380 sequestri penali, 3405 illeciti amministrativi e 3320 sanzioni amministrative. Per quanto riguarda gli illeciti per km di costa, se ne contano il 6,8% del totale.

È la fotografia desolante emersa dal report Mare mostrum di Legambiente, in cui sono stati accertati, solo nel 2022, 19.530 reati ambientali accertati nel 2022 lungo le coste italiane, con un +3,2% rispetto al 2021, mentre gli illeciti amministrativi, 44.444, sono cresciuti del 13,1%.Diminuiscono, anche se di poco (-4%), il numero delle persone denunciate e arrestate (19.658) e in maniera più significativa quello dei sequestri (3.590, con una riduzione del -43,3%).

Sommando reati e illeciti amministrativi in Italia è stata accertata, grazie ad oltre un milione di controlli (esattamente 1.087.802, +31% rispetto al 2021) svolti dalle Capitanerie di porto e dalle forze dell’ordine,una media di 8,7 infrazioni per ogni km di costa(erano state 7,5 nel 2021), una ogni 115 metri.

Per quanto riguarda i reati ambientali lungo le coste, nel 2022 a farla da padrone è il ciclo illegale del cemento (dalle occupazioni di demanio marittimo alle cave illegali, dagli illeciti negli appalti per opere pubbliche fino all’abusivismo edilizio) che rappresenta da solo il 52,9% dei reati (10.337),seguito dai diversi fenomeni d’illegalità (dalla mala-depurazione allo smaltimento dei rifiuti) che Legambiente classifica con la voce “mare inquinato” con 4.730 illeciti penali e dalla pesca di frodo, con 3.839 reati.Infine, ammontano a624 le violazioni del Codice della navigazione relative alla nautica da diporto, anche in aree protette,un dato in netta crescita rispetto ai 210 del 2021 (+197,1%), con 286 persone denunciate/ arrestate e 329 sequestri. Le diverse filiere delle illegalità ambientali hanno anche un forte impatto economico: il valore dei sequestri e delle sanzioni amministrative è stato nel 2022 di oltre 486 milioni di euro (in calo del -22,3% rispetto al 2021).

La Calabria è quinta, tra le regioni costiere, nel ciclo illegale del cemento ( 8,4% ), quarta nella classifica del mare inquinato ( 7,3% ), settima per pesca di frodo ( 6.8%) e nona nella violazione del Codice della navigazione e nautica di diporto anche in aree protette ( 2,1%). Questi ultimi dati, vista la rilevanza del sistema costiero calabrese, inducono riflessioni sulla necessità di ancora maggiori controlli.

Una situazione su cui bisogna intervenire. Per questo l’Associazione ha suggerito otto proposte per tutelare, in modo più efficace, il patrimonio ambientale contro l’abusivismo, la maladepurazione e le illegalità.

Nello specifico, Legambiente propone di ripristinare, se necessario anche con modifiche normative, l’efficacia dell’art. 10bis della legge 120/2020 che affida ai Prefetti il compito di demolire le costruzioni abusive oggetto di ordinanze di abbattimento emesse ma non eseguite dai Comuni;  rafforzare l’attività di contrasto delle occupazioni abusive del demanio marittimo; rilanciare a livello nazionale e su scala locale la costruzione e l’adeguamento e/o messa in regola dei sistemi fognari e di depurazione, migliorando in generale l’intero sistema di gestione, integrando il ciclo idrico (collettamento fognario e depurazione) con quello dei rifiuti (gestione fanghi di depurazione).

Ancora, efficientare la depurazione delle acque reflue, valorizzandole come risorsa e permettendone il completo riutilizzo in settori strategici come l’agricoltura, superando gli ostacoli normativi nazionali (DM 4 185/2003) con l’attuazione del regolamento UE 741/2020; migliorare e rendere più efficienti ed omogenei i controlli delle Agenzie regionali di protezione ambientale messe in rete nel Sistema Nazionale di protezione ambientale coordinato da Ispra (SNPA), approvando i decreti attuativi della legge 132 del 2016; regolamentare in maniera stringente lo scarico in mare dei rifiuti liquidi (acque nere ed acque grigie, acque di sentina, ecc.), istituendo, per esempio, delle zone speciali di divieto di qualsiasi tipo di scarico, anche oltre le 12 miglia dalla costa; promuovere politiche attive per la prevenzione nella produzione di rifiuti e per la migliore tutela del mare e della costa; attuare da parte del governo e del Parlamento adeguati interventi normativi contro la pesca illegale, non dichiarata e non documentata.

Proposte che, tuttavia, devono essere accompagnate «da un impegno decisamente più significativo da parte di tutte le istituzioni coinvolte, dai singoli comuni alle Regioni, dal parlamento al governo», ha sottolineato Enrico Fonata, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità dell’Associazione.

Lo scorso agosto, Legambiente plaudiva l’iniziativa de Governatore, Roberto Occhiuto, per il commissariamento da parte della giunta regionale dei Comuni che non eseguono le ordinanze di demolizione, lanciando l’appello affinché «la Calabria dia l’esempio per liberare il Mezzogiorno da un fenomeno illegale che l’Istat definisce insostenibile».

«Un cambio di passo importante – scriveva l’Associazione – rispetto al passato rispetto al quale ribadiamo il “meglio tardi che mai”, sottolineato lo scorso dicembre all’annuncio di un provvedimento atteso e necessario poiché la Calabria, per come reiteratamente segnalato da Legambiente nei propri dossier, è interessata da un persistente e grave fenomeno di abusivismo edilizio a cui non sono estranei interessi riconducibili alla criminalità organizzata».

«L’Istat, nel suo ultimo “Rapporto Bes 2022” – ha ricordato Legambiente – sul benessere equo e sostenibile definisce come “insostenibile” l’abusivismo edilizio nel Mezzogiorno, con un’incidenza di 42,1 case illegali ogni 100 costruite nel rispetto della legge (la media nazionale è di 15) e segnala una crescita netta dell’abusivismo del 9,1%, come non si riscontrava dal 2004».

«Dall’ultimo report pubblicato nel 2021 nell’ambito della campagna di Legambiente “Abbatti l’abuso” – si legge ancora – che monitora le ordinanze di demolizione emesse dai Comuni per verificare quante ne siano state effettivamente eseguite, emerge, sulla scorta dei dati comunicati dalle amministrazioni, che le demolizioni in Calabria sono state pari solo all’11,2% delle ordinanze emesse».

«L’abusivismo edilizio – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – è un fenomeno grave che molto spesso compromette luoghi di straordinaria bellezza e pregio ambientale e contro il quale servono, anche in funzione di deterrenza e prevenzione degli abusi, azioni efficaci di rispristino della cultura della legalità, con l’abbattimento degli immobili non sanabili. Si tratta di interventi essenziali non solo per tutelare l’ambiente ma anche per porre in sicurezza il territorio, frenare il consumo di suolo, affermare economie locali trasparenti e salvaguardare l’incolumità delle persone».

Quindi, come si sono fatti passi avanti per quanto riguarda l’abusivismo edilizio, è tempo che in Calabria si faccia altrettanto anche sul lato del mare violato, in modo da non vedere più la nostra bella regione sempre tra i primi in questi rapporti desolanti. ν

PERCHÉ AL SUD SERVE IL CENTRALISMO
PER MIGLIORARE LA GESTIONE DEL PAESE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA  – Centralismo o federalismo. Vi sono nel Governo due forze che spingono in direzioni opposte. Da un lato la Lega che, con la proposta di autonomia differenziata di Calderoli,  porta avanti un progetto che vorrebbe che le Regioni diventassero piccoli Staterelli, e che i Governatori assumessero il ruolo di Presidenti del Consiglio della loro realtà.

Dall’altra parte quello che sta accadendo con Raffaele Fitto che sta spingendo, con l’accordo di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, verso forme sempre più accentuate di centralismo. Gli episodi più recenti riguardano l’unica Zes per tutto il Mezzogiorno e la centralizzazione del fondo di coesione. 

Il mancato funzionamento nei tempi previsti dei fondi strutturali che sono stati assegnati al Mezzogiorno dall’Unione Europea è dipeso fondamentalmente da due fattori: il primo la struttura carente delle organizzazioni regionali che hanno avuto difficoltà a mettere a terra risorse importanti. La seconda il conflitto tra le  varie forze politiche che spesso preferiscono che le risorse non vengano spese, piuttosto che vengano utilizzate in modo che favoriscano elettoralmente la parte avversaria. 

L’operazione che sta avvenendo è una forma di commissariamento per evitare le problematiche accennate. Ma non dimenticando che alcune volte i commissariamenti, se non virtuosi, producono risultati peggiori di quelli che si volevano evitare. L’esempio più eclatante è quello della sanità calabrese, nella quale si nominarono commissari improbabili e una disattenzione ai motivi dell’origine del commissariamento che ha prodotto risultati pessimi, tanto che oggi in Calabria hanno avuto bisogno dei medici cubani. 

Il rischio che si corre però é che i fondi diventino il bancomat utile per tutte le esigenze di risorse per fatti eccezionali, che poi si presentano molto frequentemente: dalle alluvioni, ai terremoti. L’altro elemento di centralizzazione é l’istituzione della Zes unica, che fa decadere gli attuali commissari, nominati dal Governo precedente. Anche qui i rischi esistono e bisognerà vedere come verrà gestita centralmente la Zes unica. I problemi delle otto precedenti non sono stati pochi, se la Zes unica riesce a superarli sarà un passo in avanti. 

Tale strumento è importantissimo perché dovrebbe consentire l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area. Per avere quella occupazione nel manifatturiero che tanto manca nell’economia meridionale. Il funzionamento della Zes, unica adesso, é un passaggio fondamentale del piano di sviluppo del Sud. Se fallisce lo strumento sarà un tassello importante del piano che viene meno. 

Dal 1° gennaio 2024, l’istituzione della Zona economica speciale unica per il Mezzogiorno, che dipenderà da una cabina di regia di Palazzo Chigi e da una struttura di missione che subentrerà agli attuali commissari (i cui incarichi scadranno a marzo 2024), potrebbe finalmente portare grandi investimenti. Che arrivano soltanto se tutto il Paese lo vuole. L’interlocutore per la Intel é evidente che non può che essere che il Governo. 

Poter poi usufruire delle procedure semplificate non soltanto per «progetti infrastrutturali», ma per «progetti inerenti alle attività economiche ovvero all’insediamento di attività industriali, produttive e logistiche» da licenziare con autorizzazione unica, il tutto da gestire attraverso uno sportello unico digitale, è un passaggio fondamentale. 

Mentre quello strumento che è il credito d’imposta che serve ad avere la detassazione degli utili per i primi anni, nel nostro caso per tre anni, fino al 2026, riguarderà tutti i settori produttivi con l’esclusione di trasporti ed energia.

Vi é  poi una decisione virtuosa quella del via libera ad un piano di assunzioni straordinario che permetterà di assegnare 2.200 funzionari anche alle Regioni e ai Comuni meridionali. 

È noto che la mancanza di professionalità adeguate é stato un limite notevole a tutte le azioni, comprese quelle relative al PNRR, che riguardano il Sud. Capire che senza risorse umane adeguate qualunque piano non può funzionare é un passaggio importante.  

Non cambia  il vincolo di destinare l’80% delle risorse al Mezzogiorno. Risorse che però non transiteranno tutte dalle Regioni. Ma soprattutto l’utilizzo dei fondi dovrà essere concordato con il ministero, che avrà sempre l’ultima parola. Il meccanismo del fondo di rotazione, peraltro, verrà applicato anche ai fondi dell’attuale ciclo 2014-2020 su cui , aveva detto Fitto negli scorsi mesi, le Regioni non hanno brillato.  

Dietro questo decreto vi è una dichiarazione di sfiducia nei confronti delle Regioni, che da molti sono state ritenute una moltiplicazione di passaggi, un appesantimento dei costi complessivi, che ha portato ad un ritardo, soprattutto nelle regioni meridionali, del processo della spesa, che è venuto fuori in maniera evidente con il Pnrr, che ha dato scadenze precise per incassare le varie rate e che quindi ha evidenziato tutti i punti carenti del processo decisionale, che poi porta a mettere a terra le risorse. 

Sono venuti fuori i limiti di una classe dominante estrattiva che invece di pensare al bene comune pensa ad alimentare le proprie clientele.  Limite che riguarda, trasversalmente, sia la destra che la sinistra, visto che nelle regioni meridionali vi sono amministrazione di entrambi gli schieramenti. 

Tale esigenza di centralismo, probabilmente, si presenta meno pressante nelle regioni settentrionali, nelle quali il controllo della società civile è più presente e che presentano invece esigenze opposte, anche se la gestione della sanità nel periodo del covid ha dimostrato che molte attività, come la sanità, vanno gestite in maniera centralistica. 

Certamente le decisioni prese dal Ministro Fitto devono far riflettere su quale deve essere la governance migliore per arrivare ad una gestione più avvertita di tutto il Paese. 

Forse è necessario un ripensamento globale sul ruolo e sui poteri delle Regioni, nonché sulla loro utilità se rimangono organizzate come lo sono state. 

L’esperienza della Regione Siciliana, che ha dimostrato come maggiore autonomia possa risultare uno strumento per amplificare gli sprechi e i privilegi deve essere illuminante sul percorso da seguire. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

DIMENSIONAMENTO SCOLASTICO, REGIONE
NON SI DIMENTICHI DELLE AREE INTERNE

di GUIDO LEONE – Nei giorni scorsi la vicepresidente della giunta regionale con delega all’istruzione ha scritto ai presidenti delle Province e alla Città metropolitana di Reggio Calabria perché provvedano ad approvare, entro il 30 settembre 2023, il Piano di dimensionamento della rete scolastica e l’offerta formativa 2024/25, previa costituzione di appositi tavoli tecnici per ogni realtà provinciale con le rappresentanze di tutte le componenti interessate.

Ora in una fase di accresciuta complessità dei compiti attribuiti alle scuole, a partire dall’attuazione delle riforme previste dal Pnrr, la scelta di accorpare gli istituti aumentando il numero complessivo degli alunni per plesso non è certo la soluzione più indicata per dare centralità alla scuola, migliorare la qualità dei processi formativi e combattere la dispersione, obiettivi che il ministro Valditara proclama di voler conseguire.

Negli ultimi anni la provincia di Reggio Calabria, come il resto della regione, ha scontato la miopia con cui si è agito, la logica spesso campanilistica o semplicemente politica delle scelte in questi ultimi anni effettuate. I piani di dimensionamento della rete scolastica spesso sono stati frutto non di un percorso condiviso tra tutti i soggetti interessati – dirigenti, scuole, docenti, famiglie, istituzioni – né trasparente e, di conseguenza, equi nelle scelte, laddove invece gli stessi piani dovevano e devono essere il risultato di una attività conoscitiva e valutativa dei bisogni dell’utenza che va garantita nel suo pieno diritto all’istruzione e al successo formativo con uguali opportunità per tutti gli allievi.

La nuova politica scolastica, invece, sembra ritenere che le scuole dei piccoli centri aspromontani e preaspromontani siano dei rami secchi da tagliare, che contraddice peraltro le tanto insistite politiche della famiglia. Fino ai dodici anni il diritto alla scuola nel luogo dove si abita dovrebbe essere un diritto inalienabile. Fra l’altro la politica europea che tende a ripopolare le zone di montagna e i paesini dell’entroterra cozza contro questa preoccupazione tutta economica di chiudere ciò che a occhi miopi risulta non produttivo. Sto parlando della provincia reggina montana dove sono state chiuse o ridimensionate anno dopo anno le scuole con l’argomento che a servirsene sono in pochi. Questa ossessione del risparmio che si esercita sui più deboli, sui più piccoli, a me pare insensata.

Ho già avuto modo di ribadire in più circostanze che, in particolare, in questa provincia una buona metà della popolazione scolastica superiore non gode della piena offerta formativa che la scuola propone perché tagliata fuori dalla indisponibilità del trasporto pubblico negli orari pomeridiani e serali che impedisce agli allievi provenienti dall’entroterra di rientrare nei loro paesi.

Sicché le attività complementari che la scuola svolge, compresa l’attività di recupero e le altre iniziative mirate a rafforzare la frequenza scolastica e quindi ad impedire la dispersione scolastica, non possono essere fruite.

Per non parlare, poi, delle strutture e delle infrastrutture scolastiche, dei laboratori, delle equipe medico-psico-pedagogiche (ci attendiamo molto in tal senso dai comuni e dalle aziende sanitarie locali), che, se adeguate e presenti consentirebbero alla stessa scuola di essere veramente un centro di comunità educante permanente aperta a tutte le fasce sociali con programmi di iniziative flessibili con una ben chiara doppia valenza: prevenzione, socializzazione e integrazione con la formazione scolastica.

Fa bene, a questo punto, la vicepresidente Princi a porre l’attenzione sulla salvaguardia delle aree interne della regione per il contrasto della dispersione e dell’insuccesso scolastico anche se credo che i margini di manovra sono più che ristretti dai parametri ministeriali.

Certo, ci saremmo attesi che la Regione Calabria si fosse unita alle altre regioni meridionali nel ricorrere alla Corte Costituzionale avverso l’ultima legge di bilancio nella parte relativa al dimensionamento scolastico a partire dall’anno scolastico 2024 /2025.

Atteso, peraltro, che la stessa Regione Calabria dal provvedimento risulta essere dopo la Basilicata la più penalizzata in termini di riduzione percentuale delle autonomie scolastiche con il 23,3%.

Mi auguro che i prossimi tavoli tecnici nei prossimi giorni attivati per il nuovo piano dimensionamento operino con una visione innovativa prevedendo plessi polivalenti in grado di seguire il processo formativo dalle scuole dell’infanzia alla media di primo grado. Innovazione significa ripensare la scuola non più come singolo edificio ma come il nodo di una rete di formazione che si estende non solo alla singola comunità, ma ad aree intercomunali.

È indispensabile un progetto integrato d’area del territorio per realizzare azioni comuni tra le diverse istituzioni sulla base di una regia organica rivolta a sostenere l’innovazione nei processi formativi e nelle strategie d’accoglienza agli studenti.

Quanto detto significa che il sistema educativo deve essere costruito a livello culturale – educativo, ma anche a livello politico e organizzativo.

A livello politico l’ente locale deve ancor più rappresentare il promotore del raccordo tra le risorse educative presenti nel territorio rivestendo il ruolo di promotore nella costruzione del sistema educativo integrato.

Bisogna passare dal Pof della singola scuola alla elaborazione di un Pof territoriale come proposta educativa di un territorio e nello spirito di una istituzione scolastica intesa come comunità educativa permanente.

Certo il banco di prova sarà costituito dalla capacità di integrare tra Comuni viciniori strutture e servizi, secondo le prospettive delle intese e degli accordi di programma nei settori strategici del sistema formativo (infanzia, post-obbligo- istruzione professionale, orientamento, handicap, centri di risorse, ecc.) con l’esigenza di un preciso quadro di riferimento e di riscontri sul piano dei risultati.

Mi rendo conto che il panorama che si intravede all’orizzonte dal punto di vista economico imporrà dei sacrifici e delle scelte, ma proprio per questo occorre prepararsi a fronteggiare tali ristrettezze lavorando insieme enti locali e amministrazione scolastica nella individuazione delle scelte.

Si pone, tuttavia, il problema di una nuova governance, che valorizzi il ruolo intelligente delle periferie, di forme orizzontali di responsabile autogoverno, non singole scuole, velleitariamente autarchiche e in competizione isolata, ma un sistema di scuole autonome che interagiscono tra di loro e con la comunità di riferimento, capaci di costruire un vero e proprio “patto educativo territoriale” che coinvolga in genere i Comuni (singoli o associati) e le scuole (associate in rete) su scala cittadina e/o su base comprensoriale.

Sono convinto che la linea culturale vincente è quella che tende ad un rapporto nuovo scuola-territorio, all’uso didattico del territorio.

Si tratta di piegare a dimensione etica e pedagogica l’economico, il politico, il sociale, l’amministrativo, il culturale con consapevolezze e responsabilità diverse. (gl)

(Il professor Guido Leone è stato dirigente tecnico Usr Calabria)

IL TERMINE È AUTONOMIA DIFFERENZIATA
MA SIGNIFICA “SECESSIONE DEI PIÙ RICCHI”

di DAMIANO SILIPO – È molto probabile che tra pochi mesi l’autonomia differenziata di Calderoli diventi realtà, dando la possibilità alle tre regioni che nel 2017 hanno già sottoscritto le pre-intese con il governo (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna)  di attuare subito la secessione. Perché si scrive autonomia differenziata e si legge secessione dei ricchi. Infatti, il DDL Calderoli prevede che le regioni possono chiedere l’autonomia in 23 materie fondamentali per la vita dei cittadini (dalla sanità alla scuola e università, da infrastrutture e trasporti a energia e ambiente, etc.).

Lombardia e Veneto hanno chiesto l’autonomia in tutte le 23 materie, l’Emilia Romagna in 15 delle 23.
Unitamente al trasferimento delle funzioni, vengono trasferite alle regioni le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, necessarie per attuare l’autonomia nelle materie richieste.
In particolare, il DDL Calderoli prevede che le regioni possono trattenere gran parte delle tasse, che oggi vengono trasferite allo stato centrale, anche oltre quelle necessarie per finanziare le funzioni aggiuntive richieste.
Se si pensa che le sole tre regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata hanno un reddito complessivo di più di 700 miliardi all’anno (più del 40% del reddito complessivo dell’Italia), l’autonomia differenziata non è il riconoscimento formale della macro-regione Padania sognata da Bossi e co. ma certamente corrisponde alla secessione dei redditi delle regioni più ricche del Nord.
Tra l’altro, queste regioni disporranno di enormi risorse aggiuntive e saranno in grado di pagare, ad esempio, stipendi più alti ad insegnanti e personale sanitario rispetto alle altre regioni, anche per far fronte alla già forte carenza di medici ed altro personale sanitario. La secessione dei ricchi sarà quindi un impulso potente per medici, paramedici, insegnanti, ecc. della Calabria e delle altre regioni meridionali a trasferirsi nelle regioni più ricche, con il duplice effetto di affossare ancora di più il sistema sanitario calabrese e rendere impossibile la realizzazione dei livelli essenziali di assistenza, anche qualora venissero realizzati i nuovi ospedali. Senza contare che l’ulteriore depauperamento del capitale umano avrà effetti drammatici sulla qualità dell’istruzione e sulle prospettive di sviluppo della regione. Pertanto, la tesi degli autonomisti che trattenere nei propri territori una parte cospicua del “residuo fiscale” induce le regioni meno produttive a “darsi una mossa” è ipocrita, perché induce i cittadini di queste regioni a darsi una mossa a raggiungere le regioni più ricche, che offrirebbero salari più alti.
Come fa il Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto a non rendersi conto di questi effetti, o a svendere le sorti di una regione per puro tornaconto personale o di partito?

È merito della Segretaria Elly Schlein aver attestato, senza se e senza ma, il Partito Democratico contro l’autonomia differenziata. Una posizione chiara e coraggiosa, tenendo conto che anche nel PD ci sono simpatie e spinte autonomiste. Il passo successivo è come contrastare questo disegno eversivo di Calderoli e del governo Meloni, e quale assetto istituzionale alternativo proporre per l’Italia.

Molti degli emendamenti proposti dai gruppi parlamentari del PD suggeriscono di ridurre a poche e non strategiche le materie su cui concedere l’autonomia.

Seppur importante, ritengo che il punto centrale non sia il numero di materie ma la realizzazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) su tutto il territorio nazionale, come pre-requisito per l’attuazione di qualunque forma di autonomia differenziata.

Nel DDL Calderoli la definizione dei LEP costituisce un puro requisito formale per la concessione dell’autonomia differenziata in alcune materie e non è contemplata alcuna realizzazione. Se già oggi la Calabria non rispetta i livelli essenziali di assistenza (LEA) in tutte le aree (prevenzione, distrettuale e ospedaliera), come si può pensare che quando il meccanismo della secessione si metterà in moto e genererà gli effetti appena descritti,  i LEP (che comporteranno una spesa ancora maggiore rispetto ai LEA) verranno mai realizzati nelle regioni meno ricche? 

Si potrebbe obiettare che vincolare la concessione dell’autonomia differenziata alla realizzazione dei LEP su tutto il territorio nazionale sarebbe come rinviare sine die l’attuazione di qualche forma di autonomia alle regioni. Come ha stabilito un tempo entro cui definire i LEP, il Governo Meloni potrebbe anche assegnare alle regioni le risorse sulla base dei fabbisogni standard e un termine entro cui attuare i LEP, con tappe intermedie per la loro realizzazione, che se non rispettate dovrebbero prevedere la decadenza dei Presidenti di Regione e poteri sostitutivi del governo.

Questo sì che darebbe luogo al più importante processo di attuazione della Costituzione Repubblicana e renderebbe l’Italia un paese migliore, perché ridurrebbe le diseguaglianze e aiuterebbe la crescita.

Viceversa, la secessione non solo allontanerà definitivamente la Calabria e il Mezzogiorno dal resto del Paese, ma farà più piccola l’Italia, perché quanto volete che conti in Europa e nel mondo anche un Presidente eletto dal popolo, quando il potere economico e politico appartiene a poche regioni ricche? (dsi)

L’ORGOGLIO PERDUTO DI REGGIO CALABRIA
IL SINTOMO DI UNA REGIONE CHE STA MALE

di MIMMO NUNNARI – L’ultimo affondo contro Reggio arriva dal sistema discusso e poco trasparente del calcio italiano, che non si sa se ha espulso giustamente, o furbescamente per  favorire altre squadre, dal baraccone pallonaro la Reggina, che tuttavia nella intricata vicenda c’ha messo di suo, con i suoi dirigenti “stranieri”  improbabili e improvvisati, sui quali bisognerebbe indagare, quantomeno per fare chiarezza su una vicenda ridicola che solo la penna arguta del poeta Nicola Giunta avrebbe potuto spiegare.
Figure alle quali generosamente gli amministratori comunali avevano appuntato sul petto medaglie e onori manco fossero stati madre Teresa di Calcutta o Gandhi.
Sembra – e lo usiamo come metafora l’abbattimento della Reggina, poiché il calcio non appartiene alle cose serie – che dopo questa mazzata il declino della città della Fata Morgans abbia toccato il fondo.
L’agonia, dura da molto in verità: Reggio, agli occhi del visitatore, non a quelli dei reggini, che’ ormai hanno la vista offuscata, è una città disordinata, senza regole, senza servizi, senza visioni, senza orgoglio.
A Reggio si vive – male –alla giornata: arrangiandosi, come nelle affollate e caotiche città mediorientali.
Eppure, siamo in fondo allo Stivale, nel luogo che il leggendario paesaggista inglese Edward Lear definì: “uno dei più bei posti visti sulla terra”.
E non fu il solo, Lear, ad esprimersi con tanta ammirazione ed entusiasmo per la dirimpettaia della gemella Messina. Altri, lo imitarono: viaggiatori e scrittori più o meno famosi, e non sbagliavano certo, nei loro giudizi, e neppure esageravano. Reggio è bella, bella davvero; adagiata come una dea omerica, sulla riva continentale dello Stretto. Il suo passato è ricco, di storia e di leggenda, ma il presente è pessimo.
È al contempo splendida e decadente Reggio. Con alti e bassi, vive il suo declino da cinquant’anni, da quando si è conclusa la vicenda triste del capoluogo di regione, con lo Stato colonizzatore che ha scontentato tutti, lasciando nelle città calabresi strascichi di rancore che hanno condizionato il futuro e impedito uno sviluppo armonico.
È stato come aver buttato sale su ferite ancora aperte da più di un secolo, per altri motivi: trascuratezza e abbandono dei Governi prima di tutto. Reggio ha bisogno di uno scatto di orgoglio e dignità, per superare questo presente indecente. Deve avere coraggio, reagire, non abbandonarsi alla rassegnazione, e ricordarsi di un detto famoso di San Francesco d’Assisi: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. 

Paradossalmente la querelle Reggina calcio può spronare la città ad invertire la rotta, riconciliandosi con se stessa e poi con il resto della regione, avviando intanto un dialogo concreto con Messina.

Il fatto è, che, da cinquant’anni, Reggio è, più di ogni altra cosa, ammalata di solitudine: è incompresa, malamministrata – salvo brevi primavere – asfissiata da un sistema mafioso che condiziona la libertà dei cittadini.

È un’isola d’infelicità, che non tenta di rianimarsi, di uscire dal letargo, dal degrado non più sopportabile, e darsi una possibilità di futuro, come meriterebbe. Potenzialmente ha tutto: un’invidiabile posizione geografica al centro esatto del Mediterraneo, cultura, tradizione, patrimonio d’arte, intelligenza dei giovani, operosità di imprenditori, di esercenti, tuttavia è da mezzo secolo una città senz’anima: chiusa nella solitudine malinconica in cui è stata spinta da potentati politici ed economici, da predatori arrivati da fuori, travestiti da gente perbene.

La solitudine, in parte, se l’è cercata Reggio, restando appartata, offesa e mortificata, restando incapace di esprimere apertamente la propria rabbia, anche giusta, se si considera che nessuno –  Stato, Regione – da risposte su questioni vitali come l’aeroporto e i collegamenti con Messina, tanto per fare due esempi di problemi annosi vergognosamente irrisolti. Si è affidata, la città, ad una classe dirigente e amministrativa litigiosa, mediocre, dove le colpe per le cose che non vanno sono di tutti e di nessuno. 

Accompagnare all’uscita appena possibile i responsabili della mancata crescita di Reggio è il primo passo per cambiare.

Allo stesso tempo, le altre città della Calabria, non solo Catanzaro, dovrebbero prendere coscienza che la crisi di Reggio è un problema di tutti e solo in un’ottica di riconciliazione, con una tregua, nella guerra assurda dei municipalismi, si vince la partita dell’intera regione, che ha bisogno di spinte corali per non sganciarsi definitivamente dalla locomotiva Paese.

Per cambiare, serve che scocchi la scintilla collettiva, l’impresa, che è possibile solo dall’intreccio virtuoso fra la cooperazione delle menti più ingegnose che amano la città, al di fuori della politica, che a Reggio è di livello basso attualmente. Ogni tanto, c’è un piccolo scoppio d’indignazione, accompagnato da azioni concrete, ma si tratta più che altro fatti isolati, di gesti ammirevoli di singole persone, mentre ci vorrebbe l’urlo corale per vincere.

Le belle cronache non mancano.

Ci parlano di volontari giovani e in particolare donne che non si arrendono e fanno qualcosa di utile e inusuale.

Una piccola storia di resistenza civile e del fare, con l’esempio e l’azione, la sta scrivendo una giovane signora, che di mestiere fa l’addetta alla comunicazione  del segretariato regionale del Mibact per la Calabria.

Si chiama Angelina De Salvo, ed è attivissima sui social dove racconta il suo “fare”, che è il contrario di “lamentare’: ha cominciato con la ripulitura della scalinata di via Giudecca, cuore di un operoso quartiere, un tempo ebraico.

Con dozzine di altri volontari, ha sgombrato i siti culturali della città da sterpaglie e immondizia, riportato monumenti e luoghi storici al loro antico splendore. Angelina, donna dal piglio mediterraneo, poi le cose non non le manda a dire. Nei giorni scorsi rivolta agli amministratori comunali che lasciano nell’abbandono il tapis roulant, posto al centro della città, ha scritto una specie di invettiva di stile sciasciano: “Ma non vi vergognate di presentare ai cittadini e ai turisti questo luridume circondato da una rete arancione? Se non avete la possibilità di aprirlo perché almeno non tenerlo pulito? Se io fossi dentro l’amministrazione o fossi sindaco pagherei anche di tasca mia per chiamare qualcuno per pulirlo o lo pulirei io stessa”.

Sarà una coincidenza, ma due giorni dopo l’invettiva sparata a salve sui social da Angelina De Salvo,  il tapis roulant è stato ripulito. In quanto a farlo costantemente funzionare questa è un’altra storia.

Il tapis che giace come un serpente morto è la metafora della Reggio di oggi che ha bisogno della “scintilla collettiva”. (mnu)