PONTE: NON ESISTE UN “CASO PRESTININZI”
MA SOLO DISINFORMAZIONE O MALAFEDE

di SANTO STRATI – Ormai, la lotta politica ha raggiunto una virulenza senza limiti: ogni pretesto è buono con attaccare e contrastare l’avversario, con ogni mezzo, mettendo in piedi, quando possibile, una poderosa macchina del fango appoggiata da aggressive campagne mediatiche. Campagne che è facile sospettare pilotate, da una parte o dall’altra, con risultati che sfiorano l’indecenza, tra disinformazione, malafede e falsità.

L’ultima campagna di disinformazione e di offese gratuite riguarda il Ponte, su cui – risulta chiaro – si sta per giocare una partita estremamente importante per i futuri scenari del Paese.  La nuova “vittima” della campagna diffamatoria orchestrata da Cinque Stelle e diversi esponenti della sinistra è uno stimatissimo ex docente della Sapienza, geologo e scienziato della Terra, appena scelto nel Comitato Tecnico Scientifico che dovrà vagliare tutti gli aspetti della progettazione e realizzazione della colossale opera. Nominato nel CTS è stato indicato dal ministro Salvini coordinatore dello stesso CTS, e subito sono partiti gli strali contro uno scienziato il cui curriculum parla da solo: il prof. Alberto Prestininzi, originario di Caulonia, a Roma da una vita, con alle spalle decine di pubblicazioni (tra cui quelli dedicati alla Calabria nella collana L’Italia e le sue regioni edita da Treccani) e pubblici (nonché meritati) attestati di stima da tutto il mondo, oltre a prestigiosi riconoscimenti come il premio Roma dedicato ad Aurelio Peccei.

Se solo si avesse la pazienza o la voglia di leggere la sua introduzione al documentatissimo volume Dialoghi sul clima edito da Rubbettino curato dal prof. Prestininzi, si capirebbe subito che è ingeneroso e mistificatorio parlare di “negazionismo” del mutamento climatico. Prestininzi (che comunque è stato chiamato da geologo a valutare la qualità della progettazione e non per occuparsi di clima per il Ponte) scrive nell’introduzione al volume: “Il solenne impegno costituzionale che abbiamo assunto con il Paese, come Professori Universitari, di favorire sempre la diffusione e i contenuti della conoscenza, rappresenta l’elemento che ci spinge a rendere possibile la nascita di questo volume. Il dovere costituzioonale di parlare chiaro, facendo della Parresia (un termine che va ben oltre il diritto di parola e di critica) ma che entrando nel vivo della coscienza rappresenta l’espressione non priva di sofferenza di dover proporre in termini chiari e comprensibili quali sono i modelli scientifici rappresentativi delle diverse realtà fenomeniche. Dire la ‘verità scientifica’, ovvero esporre i fatti,cosa assai diversa ‘dal dire sempre di sì’ e, certamente, comporta il rischio di uno scontro tra poteri, grandi o piccoli che siano. Assumere questo impegno appartiene dunque al ruolo che è stato assegnato al Professore universitario, soprattutto quando svolge la sua attività in un Paese che ha bisogno di nutrire la democrazia attraverso dialoghi e confronti ‘veri’ su tutti i temi e, nella fattispecie, su quelli che hanno una matrice scientifica e sono detsinati a produrre garndi impattui sul piano sociale ed economico. Questo esercizio è fondamentale perché svolge, tra l’altro, la funzione di educare i giovani alpensiero critico attraverso il confronto, libero e plurale”.

Questa posizione chiara del massimo rispetto alla scienza e del rifiuto totale di narrazioni catastrofiste che nascondono (spesso) interessi molto opachi (di multinazionali e società energetiche), ha procurato al prof. Prestininzi insulti gratuiti, frutto di ignoranza e malafede. Anche al bella manifestazione di Florindo Rubbettino (Sciabacà) in corso a Soveria Mannelli a cura dell’omonima Casa editrice, non sono mancate le critiche al professore di Caulonia (che da una vita vive a Roma). Non uno scontro nel senso proprio del termine con Giuseppe Caporale (autore, sempre per Rubbettino, di Ecoshock) ma un confronto un po’ rude viste le posizioni antitetiche: il prof. Prestininzi ha ribadito, dati alla mano, che il riscaldamento globale non sia da ascrivere agli effetti dell’inquinamento bensì a una naturale evoluzione del nostro pianeta; Caporale invece, che nel suo libro riporta il parere di numerosi scienziati, ha sostenuto che sebbene non si possa negare che certi cambiamenti ci siano sempre stati, quelli in atto rivestono una forma di eccezionalità e, soprattutto, si deve constatare come dietro a questi ci sia senz’altro l’azione profonda dell’uomo.

Ma che c’entra il clima con il Ponte sullo Stretto? Il pretesto di usare il presunto negazionismo di Prestininzi (che non esiste, sia chiaro) era troppo ghiotto perché i no-ponte e parte di Verdi, Cinque Stelle e sinistra non lo sfruttassero per attaccare il governo e nello specifico Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, il principale sostenitore della necessità di realizzare il Ponte.

Salvini si sta giocando la faccia e il futuro politico con il Ponte e, pur mantenendo i meridionali qualche perplessità nei suoi confronti, il lavoro che sta facendo gli dà ragione. Per un semplice motivo: al di là degli interessi politico-partitici che la realizzazione del collegamento stabile tra Calabria e Sicilia sottintende,  c’è un’evidenza che nessuno può contestare. Il Ponte è il volano per una profonda revisione dell’impegno infrastrutturale del Paese nel Mezzogiorno: non avrebb e senso costruire il Ponte se insieme non si realizza l’Alta Velocità ferroviaria (ad Alta Capacità, in grado davvero di ridurre le distanze), non si realizza il completamento della SS 106 (che dovrà diventare un’altra autostrada se si vuole lo sviluppo del territorio ionico) e non si riatttiva in maniera seria la totale funzionalità dell’Aeroporto dello Stretto.

L’area dello Stretto, che include necessariamente, anche il Porto di Gioia Tauro, è strategica per le opportunità che all’Italia offre il Mediterraneo. Il Ponte è un’opera di valore mondiale, dove le competenze e le capacità dei progettisti italiani hanno modo di mostrare la loro eccellenza a tutto il Pianeta.

Le voci dissonanti contro l’Opera che trasformerà gli scenari del Mezzogiorno (ma anche dell’intero Paese) continuano a disegnare apocalittiche visioni mettendo insieme ambiente e territorio “violati”, irrealizzabilità del Ponte sospeso, disturbo a uccelli e pesci, e mille altre corbellerie che una persona con un poco di sale in testa dovrebbe facilmente respingere se non altro per una ottima ragione: parlano tutti senza avere alcuna competenza. Si viaggia a ruota libera se si deve “demolire” l’idea del Ponte e qualsiasi occasione si presta a mantenere e sostenere l macchina del fango, il cui meccanismo – misterioso – rimane sempre inarrestabile, grazie anche a una stampa compiacente e sfacciatamente di parte.

La macchina del fango questa volta è andare a colpire un’altra persona per bene (l’elenco cresce continuamente) e il prof. Prestininzi (che, peraltro, aveva già fatto parte del precedente Comitato Tecnico Scientifico poi disciolto nel 2011 dal Governo Monti insieme con la cancellazione del Progetto e della società Stretto di Messina) s’è trovato suo malgrado una patente (immeritata) di “negazionista del clima”.

La cosa che più colpisce è l’accaimento che un giornale nazionale importante e serio come La Stampa di Torino, non perde occasione per attaccare tutto ciò che ha a che fare con il Ponte. Lo aveva fatto molti mesi addietro pubblicando un servizio contestato da scienziati, ingegneri e costruttori di ponti.  Protesta inutile, visto che non sono state ospitate le opinioni che smontavano le tesi farlocche del giornalista (pubblicate però da Calabria.Live). E lo stesso ha fatto con il presunto “caso Prestininzi” dicendo che il prof è “sostenitore di tesi antiscientifiche” e affibbiandogli l’etichetta di “noto negazionista del cambiamento climatico”. Stupisce che un attacco del genere arrivi da un quotidiano solitamente rigoroso e attento, ma tant’è. Se bisogna attaccare il Ponte e tutti quelli che ci hanno a che fare, ogni mezzo è lecito. Tutto è permesso, anche se si offende l’intelligenza del lettore e si condiziona in maniera evidente l’opinione pubblica sciorinando dati privi di qualunque contenuto scientifico.

Il problema del Ponte è anche questo: la disinformazione che accompagna qualsiasi iniziativa. I nomi del Comitato tecnico Scientifico rappresentano il meglio delle competenze italiane nell’ambito delle grandi infrastrutture. Qualcuno su Facebook sta facendo circolare un’immagine della prima Autostrada del Sole: non la voleva nessuno, oggi chi può farne a meno?

Allora, sarebbe opportuno che si rispondesse con elementi scientifici e numeri certi alle bufale sul Ponte. Che si contrastassero, con garbo ma irrinunciabile fermezza, tutte le sciocchezze che ogni giorno media (giornali, tv, testate online, web) pubblicano come se fossero unici detentori della “verità”.

Non importa se ci sono migliaia di documenti scientifici realizzati prima che l’insensato atto di Mario Monti cancellasse con un semplice tratto di penna un progetto eccezionale (a quest’ora viaggeremmo sul Ponte già da qualche anno), non importa se le aziende che dovranno realizzarlo hanno firmato e realizzano opere infrastrutturali ammirate e apprezzate in tutto il mondo, non importa se l’Italia ha i migliori progettisti a livello internazionale: valgono le miracolistiche (e funeree)  previsioni di nuove Cassandre in cerca soltanto di quel piccolo quarto d’ora di notorietà (copyright Andy Warhol) che non si nega (ahimè) a nessuno.

Se ci sono le condizioni (e sembra che ci siano tutte) il Ponte andrà fatto. Ma smettendo di insultare pretestuosamente professionisti di alto livello. Prestininzi è il primo, vorremmo non dover riferire di nuovi attacchi gratuiti a progettisti e scienziati chiamati a realizzare l’opera più incredibile e straordinari che il mondo aspetta di vedere.  (s)

ALLARME SU PNRR, LA CALABRIA RISCHIA
DI PERDERE I FONDI: MANCANO I TECNICI

di ETTORE JORIO – Il Pnrr arranca ovunque. In Calabria, è persino difficile individuarne traccia. Nella sanità il quasi nulla, con conseguente rovinosa realtà. Negli enti locali va peggio.
Se ne vedranno delle belle sul piano realizzativo.
L’affanno si trasformerà in apnea, sino ad arrivare alla morte per soffocamento di una occasione stupenda ma sprecata. Con tantissime risorse europee mandate in fumo. Andrà peggio nel Paese nella fase di controllo sulle realizzazioni secondo la regola degli stati di avanzamento, sarà meno tollerante di quanto sta avvenendo riguardo alle modifiche programmatiche in itinere.

Nella Calabria dei Comuni vuoti di personale e di competenze tecniche, il Pnrr passerà come le rondini. Da primavera ad autunno senza che nessuno le consideri.
Il Recovery Fund è stato generato come strumento seguendo le logiche di oltremanica, ove la scadenza è tale sempre e comunque.
Ove l’opera finanziata deve essere usufruibile.
Non venduta sul piano del marketing illusorio o peggio ancora fatta passare come piena piuttosto che dannosamente vuota.

Fin quando in tempo, occorre correre ai ripari, prima concettuali che operativi. Il distacco tra vis politica governativa e quella realizzativa di Regioni ed enti locali è notevole. Gli enti territoriali sono ben lontani dalle logiche degli adempimenti puntuali.

Così come il Governo è ben lungi dal considerare la conformazione del Paese e la distribuzione della Nazione.

Ha come idea la Città, prioritariamente quelle metropolitane.
Viaggia tenendo in conto la loro immagine aerofotogrammetrica, i loro servizi diffusi, le loro economie, le loro infrastrutture, le loro banche e tutto quanto fa realtà urbana di buon livello europeo. Simbolo per eccellenza Milano.
Questo è il grande limite italiano che ha come conseguenza gli errori vitali che si registrano nel Paese, quello vero.
Quello fatto di tantissimi comuni, molti dei quali in spoliazione demografica e da tempo denudati dei servizi che avevano: poste in primis, sportelli bancari, uffici pubblici. Presidi sanitari e di assistenza sociale neppure a parlarne.

La foto della distribuzione demografica presenta: 2025 comuni da 0/1000; 2427 da 1001/3000; 2250 da 3001/10mila.
Quanti dei più piccoli nella nostra regione? La maggioranza!

La domanda nasce spontanea, come nota esplicativa agli adempimenti per mettere a terra le opere del Pnrr.
Con quali supporti tecnici questi piccoli comuni dovrebbero rispondere all’appello, atteso che molti di loro sono oramai ridotti con quasi la metà del fabbisogno del personale e tantissimi sono in condizione di dissesto?

Una risposta pretesa, cui dovrebbe in primis proporsi l’Anci che francamente sta agendo anch’essa secondo la foto sbagliata della maggior parte dei comuni rappresentati. Pensa infatti di parlare in nome e per conto delle Città metropolitane e di quelle che non sono tali ma che costituiscono, secondo l’immaginario collettivo, i siti istituzionali destinatari delle opere del Pnrr.
Non è così e bisogna correggere il tiro.

Necessita ridare anche ad una siffatta importante organizzazione associativa del Paese un criterio diverso di rappresentatività, ma non di secondo, terzo o quarto piano.

Sono infatti circa 24 anni che a rappresentarla, fatta eccezione della presidenza ad interim di Osvaldo Napoli (sindaco di Valgioie), sono i primi cittadini di grandi e importanti città, aventi fotografie ben diverse dai piccoli centri dei quali si compone il Bel Paese.

Riconoscendo a quello attuale (Decaro) un impegno improbo in tal senso, forse sarebbe il caso che si tenesse in considerazione, in questo particolare momento, l’album fotografico di quella periferia che il sindaco di Bari conosce ampiamente, nei suoi pregi ma soprattutto nei suoi difetti strutturali.

Per non parlare di ciò che occorre in Calabria, ove la presidenza dell’Anci è stata mantenuta irresponsabilmente vuota per anni.

Necessita che la nuova presidente, proprio perché espressione di una periferia, amabile ma difficile, ponga sul tappeto della fruibilità delle risorse Pnrr un ineludibile impegno a rinforzare i ruoli operativi dei comuni, magari prendendoli in prestito dal sistema universitario e da quegli organismi che sbraitano statistiche senza dare nulla di concreto al Mezzogiorno. (ej)

IN CALABRIA ALLARME SPOPOLAMENTO
ED EMIGRAZIONE: VA INVERTITO IL TREND

di FRANCESCO CANGEMI  – In Calabria c’è una doppia emergenza: Se da una parte c’è una diminuzione della popolazione, dall’altra, purtroppo, aumenta il numero di chi se ne va. È quanto è emerso dall’ultimo censimento dell’Istat del 2021 e divulgati pochi giorni fa.

Sulla base dei risultati del Censimento permanente della popolazione è stata determinata la popolazione legale riferita al 31 dicembre 2021. In Calabria ammonta a 1.855.454 residenti e rispetto al 2011, è diminuita del 5,3%; la riduzione più significativa si registra nella provincia di Vibo Valentia (-7,3%) e nella provincia di Cosenza (-5,5%).

La popolazione legale trova riferimento in una serie di norme, con risvolti sul piano economico e amministrativo nonché elettorale dei comuni. In Calabria, per via delle variazioni amministrative intervenute nel corso del decennio, il numero dei comuni si è ridotto da 409 a 404. Considerando le principali classi di ampiezza demografica, i comuni che hanno fatto registrare un cambio di classe transitando in quella di ampiezza inferiore sono 58, mentre Settignano, Montalto Uffugo e Botricello transitano nella classe demografica superiore.

Rispetto al 2020 i dati censuari evidenziano un decremento di 5.147 unità nella regione. A livello provinciale Reggio Calabria perde 1.664 residenti, seguita da Cosenza (-1.576 residenti), mentre Vibo Valentia registra il maggiore decremento relativo (-0,4%).

Tra il 2020 e il 2021 il 34,7% dei comuni non ha subito perdite di popolazione e tra questi non è presente alcun capoluogo di provincia. Invece sono 264 i comuni dove la popolazione diminuisce: in valore assoluto le perdite più consistenti si registrano a Crotone (-764), Catanzaro (-574) e Reggio Calabria (-547); in termini relativi nei comuni di Laganadi (-6,9%) e Santo Stefano in Aspromonte (-6,2%), entrambi in provincia di Reggio Calabria. Sotto il profilo della dimensione demografica il 34,7% dei comuni non ha perso residenti. La popolazione risulta invece in calo nel 78,0% dei comuni con popolazione fino a 1.000 residenti e nel 64,7% di quelli con popolazione tra 1.001 e 5.000 residenti.

La diminuzione della popolazione residente della Calabria è frutto di un saldo naturale negativo (-9.413 unità), al quale si somma un saldo migratorio totale negativo (-6.111 unità), nonostante un saldo censuario positivo (+10.377) e un recupero dei movimenti demografici internazionali nel 2021 rispetto al 2020. La dinamica naturale conferma il trend negativo in corso. La mortalità aumenta: il tasso di mortalità passa dall’11,2 per mille del 2020 al 12,2 per mille del 2021, con un picco del 12,5 per mille della provincia di Cosenza. Tra il 2020 e il 2021 il tasso di natalità è leggermente diminuito, da 7,4 a 7,1 per mille.

A livello provinciale il tasso resta quasi stabile nella provincia di Catanzaro, diminuisce in tutte le altre, principalmente a Vibo Valentia e Reggio Calabria (Prospetto 3). I movimenti tra comuni sono rimasti costanti nel secondo anno pandemico: il tasso migratorio interno è passato dal -4,4 per mille del 2020 al -4,3 per mille del 2021, oscillando tra il -3,2 per mille della provincia di Cosenza e il -6,6 di Crotone. I movimenti migratori internazionali sono in recupero: il tasso migratorio estero, positivo in tutte le province, aumenta rispetto al 2020 (dal 0,7 al 2,7 per mille), soprattutto nella provincia di Cosenza (da 0,9 nel 2020 a 3,2 per mille nel 2021) e Reggio Calabria (da 0,7 a 3,1).

La prevalenza della componente femminile nella struttura per genere si conferma anche nel 2021. Le donne rappresentano il 51,0% del totale e superano gli uomini di 38mila unità. La prevalenza si evidenzia particolarmente nelle età più avanzate per la maggior longevità femminile.

La popolazione calabrese presenta, nel 2021, una struttura sensibilmente più giovane rispetto al totale del Paese, come emerge dal profilo delle piramidi delle età sovrapposte. L’età media, 45,5 anni, risulta in aumento rispetto al 2020 (45,2), anche se rimane più bassa dei 46,2 anni della media nazionale (Prospetto 5). Aumenta l’indice di vecchiaia, che passa da 173,3 del 2020 a 178,6 del 2021, e risulta lievemente in aumento l’indice di dipendenza degli anziani: da 35,8 del 2020 a 36,3 del 2021. Cresce anche l’indice di struttura della popolazione attiva, che passa da 128,0 residenti nel 2020 a 130,2 nel 2021. Dagli indicatori della popolazione del Prospetto 5 le province di Crotone e Reggio Calabria risultano quelle con la struttura demografica più giovane; all’opposto, il processo di invecchiamento è più evidente nelle province di Cosenza e Catanzaro.

La popolazione straniera in Calabria al 2021 ammonta a 93.257 unità, l’1,9% della popolazione straniera residente in Italia. Oltre l’80% dei cittadini stranieri risiede nelle tre province di Cosenza (34,6%), Reggio Calabria (31,1%) e Catanzaro (17,9%). La percentuale sulla popolazione residente totale è minore rispetto al valore nazionale (5,0% contro 8,5%), l’incidenza provinciale più alta si osserva a Reggio Calabria (5,5%) e all’opposto quella più bassa a Vibo Valentia (4,4%).

In Calabria circa la metà (50,5%) dei cittadini stranieri proviene dall’Europa, il 28,2% dall’Africa, il 18,5% dall’Asia, e il 2,7% dall’America. Sono residuali le presenze dall’Oceania e gli apolidi. I cittadini stranieri provengono da 157 Paesi del mondo, particolarmente da Romania (28,4%), Marocco (16,1%) e Ucraina (5,8%). (fc)

TURISMO, QUANTO POTENZIALE SPRECATO
PUBBLICO E PRIVATO COOPERINO INSIEME

di CLAUDIO ALOISIO – Criticare senza proporre o facendo proposte non supportate da alcuna valutazione di fattibilità è un esercizio sterile, utile tuttalpiù come sfogatoio personale o, come ultimamente spesso accade, per acchiappare qualche like o qualche effimero consenso cercando di manipolare persone ormai esasperate. 

La risoluzione dei problemi, quindi, non ha nulla a che vedere con la critica fine a se stessa ma con la proposizione di soluzioni sostenibili, normativamente ed economicamente possibili, inserite all’interno di una strategia che tenga in considerazione il globale non soffermandosi solo al particolare. Un po’ come un medico che non si ferma solo a curare i sintomi bensì ne ricerca la causa trovando così la malattia che li provoca. Banalmente, quindi, sconfiggendo la malattia, i sintomi scompariranno. 

Senza voler troppo semplificare, il governo di un territorio deve tener conto nel suo complesso di tutte le criticità e potenzialità presenti. 

Parlando di turismo, proprio in quanto fenomeno fortemente trasversale e articolato, non ci si può soffermare ai sintomi (il numero irrisorio di turisti ad esempio) ma si deve comprendere perché un territorio naturalmente vocato non riesca a creare le minime condizioni per generare dei flussi i quali potrebbero diventare la sua vera e primaria fonte di ricchezza. 

Le soluzioni ci sono, basta volerle mettere in atto. Non sono semplici, intendiamoci. Al contrario di quello che tanti vogliono far credere, non possono esistere soluzioni semplici a problemi complessi. 

Per creare un volano turistico si deve agire in modo multidisciplinare: nell’ambito dei trasporti, delle infrastrutture, dei servizi, del decoro urbano giusto per citare alcune aree d’intervento. Si deve inoltre formare la comunità stimolando la cultura dell’accoglienza che passa anche attraverso il rispetto e la valorizzazione della cosa pubblica sia essa una spiaggia, un parco, una piazza, e la conoscenza delle ricchezze che possiede siano esse materiali o immateriali. Per ultimo, non certo per importanza, si deve creare rete tra pubblico e privato, tra i vari enti che hanno competenze spesso sovrapposte o sovrapponibili, tra le realtà che già operano nel settore, tra gli attori del tessuto imprenditoriale e commerciale realizzando, oltre a ciò, un sistema incentivante per chi voglia investire producendo ulteriore offerta. 

Tutto questo, poi, deve essere supportato da un serio progetto di promozione e marketing territoriale che possa dare vita ad una narrazione appetibile, coerente e rappresentativa, avendo ben presente i vari target di riferimento scelti in relazione alle peculiarità che il nostro territorio esprime. 

Un lavoro enorme che potrebbe essere attuato solo dotandosi dei giusti strumenti. 

Da tempo come Confesercenti Reggio Calabria ci battiamo per la creazione di una Dmo, acronimo che sta per Destination Management Organization. Uno strumento già utilizzato in molti territori turisticamente sviluppati, che mette insieme pubblico e privato e ha come unico scopo la gestione coordinata di tutti gli elementi che costituiscono una destinazione turistica. Un organismo, quindi, che abbia competenze e fondi per creare quell’unità di intenti e di azioni che trasformino un desiderio, ormai consunto dal tempo e dalle troppe parole, in realtà. 

Questa è una proposta concreta che si affianca a un’iniziativa, piccola se vogliamo, ma rivelatasi efficace ed apprezzata: la webapp reggiocalabriaguide.it che, questa estate, è stata utilizzata da un ragguardevole numero di turisti e reggini i quali hanno potuto vivere il territorio con maggior consapevolezza delle tante proposte e degli innumerevoli luoghi incantevoli da visitare. 

Quindi fermo restando le critiche, sacrosante purché costruttive, è importante, per cambiare realmente le cose, che esse siano accompagnate da proposte sostenibili e adeguate oltreché da iniziative concrete che vadano nella direzione di fornire servizi innovativi incoraggiando e favorendo, al contempo, la realizzazione di reti collaborative. 

Questo vuole essere l’approccio di Confesercenti Reggio Calabria: affrontare i problemi con una visione strategica, intervenendo laddove possibile con iniziative utili e proponendo soluzioni percorribili. La strada da perseguire, dal punto di vista di approccio e concetto, per cercare di incidere realmente evitando di avanzare pretese o progettualità inattuabili quanto improbabili o, come altrettanto spesso capita, di fermarsi al trito e ritrito “piove governo ladro”. (cal)

[Claudio Aloisio è presidente di Confesercenti Reggio Calabria]

INTERNAZIONALIZZARE IL “MADE IN ITALY”
PER RILANCIARE L’ECCELLENZA CALABRESE

di ALESSANDRO CROCCO  – Nel panorama globale odierno, caratterizzato dalla rapida evoluzione dei mercati e dalla sempre crescente interconnessione tra le economie, l’internazionalizzazione dei prodotti Made in Italy emerge come un trampolino di lancio essenziale per promuovere l’eccellenza economica e culturale.

Questo non è più soltanto il trasferimento di merci attraverso i confini, ma piuttosto una complessa sfida multidimensionale che richiede una profonda comprensione delle dinamiche commerciali internazionali, delle esigenze e delle preferenze dei consumatori in diversi mercati. Ed è un intricato processo che richiede l’adattamento minuzioso delle strategie di produzione, marketing e distribuzione per rispondere in modo adeguato alle esigenze specifiche dei mercati di destinazione.

Ciò significa che un prodotto di successo in un contesto potrebbe richiedere modifiche significative per essere accettato in un altro. Questa capacità di adattamento è cruciale per garantire che i prodotti italiani mantengano la loro autenticità e l’alta qualità mentre soddisfano le richieste dei consumatori globali.

L’internazionalizzazione dei prodotti Made in Italy è molto più di una semplice opzione, è diventata una necessità strategica, specialmente per regioni ricche di risorse e prodotti di alta qualità come la Calabria. In questo contesto, la Calabria si distingue come una regione straordinariamente ricca di patrimoni, le sue eccellenze culinarie, agricole e artigianali sono rinomate per la loro autenticità e peculiarità. Ogni prodotto rappresenta un capitolo nella ricca storia della regione e riesce a catturare l’anima dei vari territori calabresi. Tutto questo, perciò, esige una preparazione accurata e la capacità di  intercettare i mercati di destinazione. 

In questo contesto, gli Stati Uniti emergono come un mercato straordinario. I consumatori americani sono noti per la loro apertura a nuove esperienze culinarie e la loro volontà di spendere per prodotti autentici e di alta qualità. Gli Stati Uniti offrono un’enorme opportunità per le eccellenze calabresi di distinguersi e farsi apprezzare da una vasta e diversificata base di clienti. 

Le Pmi, in particolare quelle calabresi, possono avere risorse limitate per affrontare l’internazionalizzazione e poco conoscenza dei mercati, pertanto, è essenziale che ricevano il sostegno necessario. Questo può includere consulenza specializzata, accesso a finanziamenti agevolati e l’opportunità di partecipare a programmi di promozione internazionale e formazione.

Per ottenere successo in questo mercato e contesto è, infatti, indispensabile una padronanza completa delle normative internazionali, delle regolamentazioni locali, dei trend di consumo e delle preferenze dei consumatori nelle diverse parti del mondo. Inoltre, plasmare le strategie di marketing in stretta conformità con i dettami culturali e garantire che i prodotti superino le aspettative dei consumatori diventa essenziale in un contesto così complesso.

Niente deve essere lasciato al caso quando si cerca di conquistare i mercati internazionali, è essenziale anche sapersi presentare con strategie di marketing studiate e con un packaging accurato. Questo non è solo un involucro per il prodotto, ma una parte integrante dell’esperienza del consumatore, ma deve comunicare il valore, l’autenticità e la qualità del prodotto in modo efficace e attraente. 

La creazione di una strategia di branding che trasmetta il valore, l’autenticità e la qualità dei prodotti calabresi è fondamentale per attirare l’attenzione dei consumatori internazionali. Questo coinvolge non solo il design del packaging, ma anche l’efficacia dello storytelling nel racconto della storia dei prodotti, delle tradizioni locali e delle emozioni che li circondano. La narrazione rende i prodotti più di semplici beni di consumo, li trasforma in veicoli della cultura e della vita quotidiana italiana.

Il successo in questo percorso, quindi, dipende non soltanto dalla qualità del prodotto, ma anche dalla capacità di raccontare la sua storia, di condividere le emozioni che lo circondano e di farlo diventare parte della cultura e della vita quotidiana dei consumatori.

Questo è particolarmente importante per gli italiani all’estero, che spesso cercano nei prodotti un legame con le loro radici e un pezzo di casa lontano da casa.

In sintesi, il marchio “Made in Italy” costituisce un patrimonio inestimabile da preservare e valorizzare e l’internazionalizzazione si configura come un elemento imprescindibile per il progresso economico e culturale e la Calabria, con la sua autenticità e le sue eccellenze, è pronta a competere globalmente. 

Per conseguire questo obiettivo, è imperativo adottare un approccio mirato e focalizzato, ponendo al centro dell’attenzione un’analisi dettagliata dei mercati dell’esportazione. Questa strategia richiede una preparazione robusta e specifica, in grado non solo di identificare chiaramente le opportunità, ma anche di affrontare con decisione le sfide di questo ambiente altamente competitivo. È imperativo sottolineare come l’allocazione di risorse significative risulta di importanza critica per sostenere appieno queste iniziative.

La chiave vincente, in conclusione, risiede nell’abilità di capitalizzare appieno queste straordinarie opportunità nel panorama dell’internazionalizzazione. In particolare, gli investimenti mirati nel settore dell’internazionalizzazione e della formazione specializzata rappresentano la chiave per sbloccare appieno il potenziale di crescita e sviluppo delle imprese calabresi in un contesto globale sempre più competitivo. (ac)

[Alessandro Crocco è presidente del Comites New York]

OCCHIUTO: LA LIMINA NON SARÀ CHIUSA
FORSE SALVO IL TRAFFICO JONIO-TIRRENO

di FRANCESCO CANGEMI – Buone nuove per chi si deve mettere in marcia, quotidianamente e non, sulla statale Jonio-Tirreno. La galleria Limina, secondo fonti ben accreditate, potrebbe non chiudere del tutto. La fonte, in questo caso, è autorevole e porta il nome del governatore della Calabria Roberto Occhiuto che ha dato la notizia ad una delegazione di sindaci del reggino andati da lui proprio per scongiurare una chiusura che metterebbe in ginocchio tutto il territorio e che costringerebbe automobilisti e mezzi pesanti a utilizzare strade poderali che, diciamoci la verità, non sono proprio la stessa cosa.

«Abbiamo lavorato intensamente in queste settimane, con un tavolo permanente tra Regione e Anas – dice il presidente della giunta regionale della Calabria Roberto Occhiuto al termine dell’incontro – Sono molto felice perché quasi sicuramente la galleria Limina non chiuderà, e così nessuna parte della Calabria rimarrà isolata. La Regione, con il direttore generale Claudio Moroni, ha avanzato una proposta: mettere in sicurezza la galleria lasciandola aperta al transito dei veicoli. Con questo schema ci saranno solo chiusure notturne e limitate: le ambulanze, invece, potranno sempre passare. Abbiamo verificato questa possibilità con Anas, e questa nostra idea sembra praticabile. Con l’impegno, la professionalità e l’abnegazione, anche le situazioni più complesse possono essere risolte. Siamo ottimisti». Un ottimismo che scongiurerebbe la chiusura per oltre 20 mesi della galleria risparmiando non pochi disagi. Anzi, tantissimi disagi a tutto il territorio coinvolto.

La politica ha cercato di smuovere mari e monti per impedire la chiusura totale della statale Jonio-Tirreno e, pare, che al momento si può cantare vittoria. Giusto pochi giorni fa c’era stata l’ennesima mobilitazione, stavolta da parte della Città metropolitana. «La Strada grande comunicazione “Jonio-Tirreno” non può chiudere se non prima saranno chiari, definiti e fattibili percorsi alternativi che evitino ogni disagio alla popolazione». Questo era quanto stabilito dal consiglio metropolitano di Reggio Calabria, convocato in via straordinaria a Gioiosa Jonica in forma aperta alla partecipazione di sindaci, cittadini, associazioni, sindacati e altre forze sociali, preoccupati per la paventata chiusura della galleria di valico “Limina”, per lavori di manutenzione straordinaria e ripristino, previsti da Anas.

«La chiusura di questa strada – aveva tuonato Versace – rischia di essere un colpo mortale per la mobilità territoriale, con importantissime ricadute negative sulla già debole economia del territorio, ma non solo, anche per tutti gli altri settori, dal turismo, sanità, professionale. È stato un momento di grande partecipazione, grazie al quale abbiamo raccolto le preoccupazioni da parte dei sindaci e diversi spunti propositivi. Come istituzioni del territorio abbiamo la necessità di avere risposte formali da Anas, Mit e Regione Calabria».

Dal punto di vista tecnico l’ente metropolitano, con il dirigente del settore Viabilità, Lorenzo Benestare aveva illustrato le proposte tecniche proposte ed inviate al Mit, Anas e Regione Calabria, che riguardano il rafforzamento e messa in sicurezza della Sp1 (Locri-Gioia Tauro), la Sp5 (Mammola-Passo del Mercante), la Sp8 (Gioiosa-Grotteria) e la realizzazione di un bypass che aggiri la galleria.

«Si tratta di una vicenda che stiamo seguendo con attenzione da diversi mesi – ha detto il consigliere Domenico Mantegna – per cercare di trovare delle soluzioni a questi lavori di ammodernamento della galleria. Questo incontro di confronto servirà anche per dare maggiore impulso e sensibilizzare i vertici nazionali, quindi il governo, perché si tratta di una vicenda che non interessa solo il territorio locrideo ma l’intera area metropolitana. Il governo centrale si deve fare carico di questo problema. Non è assolutamente accettabile un isolamento per venti mesi».

«Regione ed Anas, con un’interlocuzione che non ha avuto pausa neanche nel mese di agosto, stanno valutando diverse soluzioni al fine di ridurre al minimo situazioni di disagio». È quanto disse l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Calabrese, intervenendo in merito all’ipotesi di chiusura della Galleria della Limina giusto pochi giorni fa.

«Ad oggi, dopo un mese di verifiche, sopralluoghi e confronti, possiamo tranquillamente dire che la chiusura eventuale della galleria della Sgc Ionio Tirreno non ha ancora una data e tempi certi», ha detto Calabrese, ricordando come «la prima chiusura della Sgc Ionio-Tirreno per i lavori nella galleria ‘Torbido’ era stata programmata in una prima fase per il periodo da fine maggio e fino (forse!) al 31 luglio. Intervento poi posticipato grazie ad al confronto con Anas che ha ripianificato in modo diverso l’intervento programmato».

«Abbiamo la certezza – ha aggiunto – che, oltre a completare l’intervento nella galleria del Torbido, serve un importante intervento nella galleria della Limina che oggi non presenta criticità ma potrebbe averne quasi in futuro per come emerso dallo studio tecnico effettuato da Anas e da successiva progettazione».

«Con il presidente Roberto Occhiuto – ha proseguito – sensibile e attento alla problematica, abbiamo già incontrato Anas per i necessari approfondimenti e per evidenziare le gravi conseguenze derivanti dell’ipotesi di una chiusura di lungo periodo dell’unica arteria che mette in collegamento due importanti e popolosi territori della Calabria. Anche il Governo nazionale con il Ministro Matteo Salvini ed il viceministro Galeazzo Bignami hanno dato massima disponibilità a individuare con Regione ed Anas la migliore soluzione tesa a non penalizzare territori che già hanno altri atavici problemi. Al termine delle verifiche sarà il governatore Occhiuto a convocare l’opportuno e necessario tavolo di confronto con i rappresentanti degli Enti locali, categorie produttive e sindacati».

«Certamente il presidente Occhiuto e il governo regionale non lasceranno sole la locride e la Piana di Gioia Tauro – ha assicurato – solo dopo aver concertato il tipo di intervento e la durata dello stesso verranno avviate tutte le necessarie “misure di salvaguardia” per i territori interessati. Fino a quel momento tutte le ulteriori iniziative rischiano di essere sterile e semplice demagogia finalizzata a creare solo inutile confusione inopportuna in questo momento».

Ora le parole del governatore Occhiuto che fanno ben sperare sulla Limina. (fc)

SOS INFERMIERI: ANCHE LORO SCAPPANO
DALLA CALABRIA PER CONDIZIONI MIGLIORI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Sos infermieri. In Calabria, ma come in tutta Italia, non c’è solo una grave mancanza di medici. Mancano, anche, gli infermieri.

Quella dell’infermiere, infatti, è una figura fondamentale che, purtroppo, spesso viene messa in secondo piano, non valorizzando davvero l’importante e fondamentale lavoro che svolge all’interno delle strutture ospedaliere.

Infatti, come fuggono i medici dall’Italia, lo fanno anche gli infermieri. Come riportato nel mese di agosto da LaCNews, ci sono circa 500 professionisti che, negli ultimi tre mesi, hanno chiesto di essere trasferiti  Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. Tra questi, ci sono tanti medici e infermieri calabresi che cercano un futuro migliore, attrattati, come la maggior parte, dagli stipendi d’oro e dai benefit previsti.

I Paesi del Golfo – sembrerà assurdo – hanno una grave carenza di medici. Come spiegato da Foad Aodi, presidente Amsi e componente della Commissione Salute globale della Federazione degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, «hanno pochi laureati in medicina perché i ragazzi preferiscono optare per facoltà economiche o tecnologiche. Il 90% dei laureati dei paesi del Golfo Persico arriva dalla Palestina, Egitto, Siria, Giordania e Marocco. Ma non bastano».

Sembra di leggere della Calabria, ma in realtà si tratta di un Paese avanzato, che offre stipendi e una vita dignitosa.

Un fenomeno, quello della fuga dei medici, che per Aodi non va trascurato: «Da una parte incrementa la fuga all’estero dei professionisti della sanità italiani alla ricerca di valorizzazione, salari alti, serenità, esperienze all’estero sia professionale che di vita (la media della permanenza è di 4 anni). Contestualmente peggiora la situazione della carenza dei professionisti della sanità in Italia, in particolare la sanità pubblica (visto che la maggioranza dei professionisti disponibili sono nel pubblico e dalla Lombardia, Veneto, Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte, Sardegna e Sicilia e Calabria)».

Stefano Sisinni, responsabile  regionale del sindacato di categoria Nursing Up, sempre nel mese di agosto denunciava le condizioni i lavoro ormai insostenibili degli operatori sanitari della provincia di Cosenza.

Intervistato sempre dalla giornalista Mariassunta Veneziano di LaCNews, Sisinni parlava di una situazione drammatica, della mancanza di confronto col presidente della Regione e commissario ad acta, Roberto Occhiuto.

A lui sono stati chiesti e sollecitati incontri, ma nulla da fare.

«Il contratto nazionale – ha spiegato – prevede un’indennità per chi lavora nell’area dell’emergenza-urgenza: si tratta di una quota minima, 40 euro. Da marzo era stata prevista la possibilità di incrementarla demandando la cosa alle Regioni, alle quali sono state destinate delle risorse: per la Calabria 1. 153. 000 euro».

«Il 7 marzo scorso ho mandato una pec – ha detto ancora – chiedendo la convocazione di un tavolo per discutere di queste indennità, ma non ho avuto risposta. A maggio ho sollecitato, anche stavolta niente. Bastava chiamare a raccolta i sindacati e vedere come distribuire queste risorse. Dai nostri pronto soccorso stanno scappando tutti, per una volta che c’era un incentivo non è stato neanche preso in considerazione, l’attenzione è nulla. Ho chiesto anche un incontro a Occhiuto per parlare della situazione sanitaria calabrese in generale: era il 3 luglio, ancora sto aspettando una risposta».

Anche Sisinni parla della fuga degli infermieri, che «già decennio stanno scappando dal pubblico e vanno all’estero. Noi in Italia formiano quelli più preparati d’Europa, sono ricercatissimi, così altri Paesi – come Germania, Regno Unito e Svizzera – mettono sul piatto offerte molto più appetibili delle nostre. Il problema è generalizzato: o si mettono più risorse o il sistema salta».

«Lo abbiamo già visto con la fuga dei medici – ha detto ancora – con gli infermieri sta succedendo la stessa cosa. Dal pubblico scappano tutti e il privato, dal canto suo, logicamente ne approfitta, offrendo condizioni lavorative ed economiche migliori: gli infermieri vanno lì perché guadagnano di più e rischiano di meno, dato che non lavorano sull’emergenza».

Una situazione insostenibile, tanto da spingere il sindacato Nursing Up a suggerire al Governo quelle manovre affinché infermieri, ostetriche e altri professionisti del settore vengano valorizzati in maniera adeguata.

«Siamo decisamente stanchi di applausi e di elogi, se poi, seppur stremati dalla fatica, su quel podio di fatto, noi non ci saliamo mai, perché ci chiedono di accontentarci di una medaglia di legno che non ha alcun valore», ha detto Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up.

«Il Ministro della Salute Schillaci pensa bene, di chiedere al Governo lo stanziamento di 4 miliardi per ricreare attrattiva nella sanità italiana – ha ricordato – mentre siamo all’acme del calo degli iscritti ai test di infermieristica (storicamente non abbiamo mai toccato e superato il -10% di calo per infermieristica, mentre ostetricia è arrivata al -20%)), con una professione con sempre meno appeal agli occhi della collettività».

«Come se non bastasse – ha aggiunto – le nostre eccellenze fuggono all’estero in paesi come gli Emirati Arabi che offrono anche stipendi base di 5mila euro, oltre tutto esentasse, con assicurazioni sanitarie e addirittura alloggi pagati. E ancora i nostri operatori sanitari si dimettono volontariamente dalla sanità pubblica o decidono, nella migliore della ipotesi, di tornare a lavorare, laddove è possibile, fuggendo dalle città del Nord, in quei paesi di origine del Sud dove, poco più di 1400 euro al mese, sono sufficienti a sopravvivere ma non certo ad andare avanti dignitosamente».

«Lo stesso Schillaci annuncia l’accordo imminente per portare in Italia infermieri indiani e coprire così la falla strutturale di 65-80mila unità di professionisti (quando ne servirebbero almeno 100mila per avvicinarsi agli standard minimi degli altri paesi europei)», ha detto ancora De Palma, aggiungendo che «qui quattro domande sorgono legittime: chi garantisce ai cittadini, da parte dei colleghi indiani, con tutto il rispetto, la qualità delle attività sanitarie frutto del medesimo percorso di studi o almeno vicino a quello dei nostri professionisti, oltre che il dover fare i conti con il deficit linguistico di difficilmente parlano in italiano?».

«Quale reale considerazione politica, sulla professione e sulla professionalità infermieristica esiste in Italia?», ha chiesto De Palma, domandandosi se «ha provato, per caso, il Ministro Schillaci, a proporre , per coprire la carenza di alcuni specialisti medici, la medesima soluzione ideata per gli infermieri, con professionisti indiani ad esempio? Ha immaginato quale sarebbe la reazione delle istanze rappresentative del mondo medico?».

«Non accada, come in passato – ha tuonato – come tra le nebbie di un triste film già visto e rivisto, che agli infermieri arrivino le briciole di quelle risorse che la nostra politica destina alla sanità».

«Insomma, plauso per tutti i tipi di miglioramento possibili – ha detto – a qualunque professionista destinati, ma sarebbe tempo di arginare “antichi e pericolosi” squilibri economici e disparità nel mondo delle professioni sanitarie, come quelli tra dirigenza medica e tutti gli altri professionisti, considerati da troppo tempo fanalino di coda. Giovi solo ricordare che, in pieno periodo Covid, i primi hanno chiesto e ottenuto un cospicuo aumento della loro indennità di esclusività pari al  27%, cosa di non poco conto».

Da qui, infine, le proposte al ministro Schillaci, che chiedono un aumento del valore orario della paga base degli infermieri e professionisti sanitari ex legge 43/2006 e sua detassazione; aumento del valore orario del lavoro straordinario dei professionisti dell’assistenza, e sua detassazione; aumento dell’indennità di specificità infermieristica, partendo almeno dal raddoppio di quella esistente, e sua estensione alle ostetriche.

Individuazione di un congedo ordinario di professionalità, finalizzato all’indispensabile ristoro psico fisico di infermieri ed ostetriche. Si tratta di un periodo aggiuntivo di assenza dal servizio per quelle professionalità su cui ricadono elevate responsabilità assistenziali; riconoscimento di una indennità mensile ai giovani che intraprendono percorsi universitari caratterizzati da attività di studio e tirocinio in ambito assistenziale.

Un punto di inizio che, sicuramente, potranno contribuire a fermare questa emorragia di professionisti – quali sono i medici, gli infermieri, le ostriche e tutti coloro che fanno parte di questo settore – che fuggono per cercare una vita migliore. (ams)

ASSIEME ALLA ZES UNICA VANNO ISTITUITE
LE AREE ECOLOGICHE DELL’ARCO JONICO

di DOMENICO MAZZA – Nei giorni scorsi il Governo ha deliberato sulla istituzione della Zeu (Zona economica unica) per il Mezzogiorno. Non più 8 Zes (Zone economiche speciali) a carattere regionale ed interregionale, ma una sola Zeu con cabina di regia nella Capitale.

Del resto, ad oggi, almeno nella nostra Regione, i buoni propositi messi in campo in atto istituzione della Zes Calabria, non hanno portato i frutti sperati. Sull’area jonica, poi, — considerati gli oltre 800 ettari distribuiti tra le aree portuali, retroportuali, aeroportuali ed industriali di Crotone e Corigliano-Rossano — ancora meno.

È risaputo, infatti, che una delle prerogative principali delle aree ZES risieda nella ottimale connettività (materiale ed immateriale) del territorio d’allocazione. E, oltre ogni ragionevole dubbio, non si può sostenere che l’Arco Jonico calabrese sia un ambito “connesso”. Certamente, non connesso secondo i dettami richiesti e raccomandati dall’Europa.

Le cabine di regia che si sono succedute sin all’istituzione della Zes Calabria, invero, sono sembrate poco attente alla non trascurabile problematica illustrata. Probabilmente perché le linee d’indirizzo adottate nel tempo, fedeli a dinamiche di tipo centralista, si sono concentrate sul circoscritto contesto della portualità  taurense. Versante tirrenico, quindi, dove Gioia Tauro insieme a Lamezia, Vibo e Reggio copre i rimanenti 2/3 dell’intera superficie Zes Calabria. Sicché, l’area jonica è apparsa quasi estranea ad un appeal derivante dall’inclusione di porzioni territoriali nel perimetro Zes.

Adesso, però, la rinnovata geografia della zona economica speciale, dovrebbe condurre i territori e soprattutto i Comuni a ragionare per vocazioni d’ambito. Bisognerebbe investire, quindi, nella creazione di sinergie istituzionali utili a concretizzare i progetti, capitalizzando gli auspicabili risultati che potrebbero derivarne.

Inquadramento degli ambiti per interessi comuni

Il territorio che si estende da Taranto a Crotone, da questo punto di vista, offre spazi di manovra molto interessanti. Tuttavia, i richiamati spazi, andrebbero inseriti in una strategia più complessa coinvolgendo i principali Players che insistono ancora su questo territorio (Eni, Enel, A2A, ArcelorMittal) nonché i settori macroeconomici che potrebbero rappresentare concretamente il decollo di un auspicato rilancio industriale: agricoltura, turismo, approvvigionamento energetico e rigenerazione industriale green.

Mettendo da parte inutili personalismi civici ed ininfluenti prese di posizione singole, andrebbe concertata l’azione di 4 ambiti urbani dislocati lungo l’Arco Jonico. Contesti demografici che già dispongono nei propri perimetri municipali di tutti quegli asset su menzionati.

La condizione delle aree industriali, agricole, turistiche e produttive che da Crotone, passando per Corigliano-Rossano e Pisticci raggiungono Taranto, sono investite da perimetrazioni Zes. Le richiamate Comunità, dispongono altresì di aree industriali da rigenerare e di siti Sin da bonificare. Si verificano quindi, complice la centralità della rinnovata cabina unica di regia Zes, tutti i presupposti per iniziare una politica corale e comune. Una nuova linea d’indirizzo ecosistemico, pertanto, basata su principi di sussidiarietà e finalizzata al rilancio di tutto l’ambiente jonico.

A tal riguardo, basterebbe dare un’occhiata a quanto già fatto in Emilia per comprendere la necessaria messa in campo ed attuazione degli ambiti Apea – Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate, utili al rilancio ed alla rigenerazione di quei siti produttivi ancora in attività, dismessi o parzialmente tali.

Le Apea sono aree d’attuazione e rendimento di tipo industriale, artigianale, commerciale, direzionale, turistico ed agricole, caratterizzate da una concentrazione di aziende. Nel loro compimento prevedono la gestione unitaria e integrata delle infrastrutture e dei servizi idonei a garantire gli obiettivi di sostenibilità dello sviluppo a livello locale. Al contempo, contribuiscono ad aumentare il livello di competitività delle imprese in esse insediate.

Chiaramente, processi di siffatta natura dovrebbero prevedere il diretto ed unanime coinvolgimento  dei Sindaci delle richiamate Comunità. In tal senso, un lavoro di squadra tra Amministratori potrebbe accrescere il potere politico territoriale. Si trasformerebbe, quindi, il flebile richiamo di una sola voce in un dirompente urlo corale.

È palese che un procedimento di tale impatto, oggi avvalorato dalla nuova cabina di regia unica per le aree Zes, dovrebbe partire dall’elevazione del corridoio Ten-T Comprehensive (secondario) a Ten-T Core (primario), su tutti i 250 km che distanziano Crotone da Taranto. Tale operazione, consentirebbe di cantierare le opere ferro-stradali ed aero-portuali entro il 2030. Vieppiù, la rinnovata categorizzazione Ten permetterebbe all’Europa di poter intevenire direttamente, surclassando lo Stato membro, qualora quest’ultimo non velocizzasse il processo di modernizzazione delle opere di connettività entro la data su richiamata.

Sapere già oggi di avere a disposizione su quella fascia di territorio ben 3 scali portuali, 2 aeroporti, un’aviosuperficie e 3 nodi ferroviari, pone l’area in una condizione propizia per avviare un ragionamento basato su comuni interessi. Ancor più, un procedimento di siffatta rilevanza  aumenterebbe notevolmente l’appeal delle aree produttive che ricadono nei perimetri di quei Comuni adagiati lungo la linea di costa. L’illustrato, invero, riconoscerebbe un esponenziale incremento di attività produttive legate ai macrocontesti economici citati nel secondo capoverso, concretizzando un aumento dell’offerta di lavoro che andrebbe incontro all’elevata domanda, oggi inevasa.

Inoltre — richiamando le raccomandazioni dell’Europa circa la coesione territoriale — la rimodulazione dei fondi Pnrr (al varo del Governo) potrebbe garantire investimenti importanti e mirati alla crescita, alla produttività ed alla sostenibilità di tutto il comparto macroeconomico dell’Arco Jonico.

Gli effetti dell’adozione della Zona Economica Speciale unica per il Sud Italia potrebbero rappresentare un processo sfidante se accompagnati da una profonda riforma sistemica dei macrocontesti produttivi territoriali. In questo caso, formalizzare ed istituire  le Apea potrebbe significare un’occasione importante per la rigenerazione economica e vitale di quegli ambiti perimetrati nella Zes.

In caso contrario, assisteremo ad un ulteriore centralismo che finirà per rendere ancora più aride aree dalle innate potenzialità, ma spesso dimenticate. E l’Arco Jonico è decisamente una di queste.

Se non ora, quando? (dm)

[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]

KLAUS DAVI RISCOPRE L’EBRAISMO AL SUD
ANDREBBE FATTO ASSESSORE AL TURISMO

di SANTO STRATI  – La grande attenzione verso il Mezzogiorno e la Calabria in particolare emersa durante la settimana della cultura ebraica in Italia ha un regista d’eccezione: il giornalista italo-svizzero Klaus Davi, da anni innamorato della Calabria. Davi – che in questo caso ha svolto egregiamente il suo apprezzato ruolo di “massmediologo” ha promosso, motivato e in parte condotto in prima persona una ricerca sulle giudecche calabresi.

L’esito è stato sorprendente: la Calabria ha una fortissima identità ebraica, di cui si erano smarrite le tracce e che invece va adeguatamente valorizzata e aggiunta al patrimonio culturale della regione.

Il risultato della ricerca di Klaus Davi non solo ha stupito gran parte della comunità ebraica calabrese e italiana ma ha suscitato largo interesse in tutto il mondo.

Scoprire quest’identità che fa parte della storia del territorio e recuperarne i valori e le tradizioni, nel solco di una storia che non va rimossa ma, al contrario, deve avere ampia eco, è dunque una virtuale medaglia al valore al giornalista che, in ogni occasione, parla della “sua” Calabria, nuova terra d’adozione e in cui sembra intenzionato a mettere le radici.

Una professionalità indiscussa e una capacità di condividere e comunicare come pochi: avercelo uno come lui a gestire l’assessorato regionale al Turismo, che allo stato attuale è in reggenza direttamente al Presidente Occhiuto, che – preso da mille impicci– dovrà quanto prima riassegnare. Perché è una delega importantissima che richiede tempo pieno, oltre che professionalità e competenza, nonché altrettanta passione. E Davi passione nelle sue cose è abituato a mettercene in quantità industriali…

– Klaus Davi, ma se il presidente Occhiuto (con formidabile intuito, in un lampo di genio) le offrisse di diventare assessore regionale al Turismo? Accetterebbe la delega?

«Perché no? Un contributo lo potrei dare. Le idee non mancano. Le conoscenze neanche. Se me lo propongono non dico di no».

– La campagna “Jewis Calabria” da lei ideata è stata un successo clamoroso…

«La mia campagna ha contribuito all’affermazione della presa di coscienza della forte identità ebraica dei territori calabresi. Tanto che oltre 28 amministrazioni hanno aderito alla Giornata della Cultura ebraica che si è svolta nei giorni scorsi. Una reazione positiva, inaspettata, che proietta la Calabria in testa alla graduatoria stilata dall’Ucei (l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) arrivando a battere regioni come Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte dove attualmente esistono ancora comunità ebraiche influenti e attive».

– Il successo dell’evento si deve alla sua conoscenza della materia, sicuramente, ma anche alla sua indiscutibile capacità di comunicare. Klaus Davi conosce mezzo mondo dell’informazione e dei media e l’altro mezzo conosce lei. È un’efficace scommessa sul risultato che verrà…

«La Calabria è diventata una capitale della riscoperta dell’ebraismo. Anzi, lo è sempre stata, ma ci voleva un detonatore che forse prima mancava. A

livello territoriale è stata fondamentale l’attenzione della componente ebraica sia dalla popolazione che dagli amministratori calabresi. Quando abbiamo proposto di realizzare gli eventi nei vari comuni come Bisignano, Santa Maria del cedro, Bova, Reggio Calabria l’accoglienza e la disponibilità sono state disarmanti, totali. Questo anche nei piccoli comuni della Sila come San Marco Argentano, a Castrovillari, o nei centri della Locride come Gerace».

– Com’è nata l’idea di “Jewish Calabria”?

«I calabresi sono per natura multiculturali. Qui ci sono minoranze linguistiche presenti da millenni che resistono come i Greci, gli Albanesi e aggiungerei anche la cultura dei Rom. Per i Calabresi il melting pot è un dato di fatto ontologico. Tutto esisteva già io non ho inventato nulla.

Inoltre molti cittadini calabresi sono profondi conoscitori dell’antico testamento. Qui la religione è una cosa seria».

– Anche le intuizioni hanno giocato un grande ruolo e sono state accolte, direi, con entusiasmo…

«L’idea di promuovere la cultura ebraica l’abbiamo condivisa con Roberto Occhiuto e Anton Giulio Grande, commissario di Calabria Film Commission, che hanno condiviso passo passo tutto il percorso».

– Qual è stata la reazione dell’ebraismo ufficiale?

«Apertissima. Noemi di Segni che ho incontrato a Roma con Francesco Maria Spanò, top manager della Luiss e locrideo doc, nel maggio del 2022, data di inizio di questo percorso, ha subito creduto in questo progetto e l’Ucei ha patrocinato tutte le iniziative».

– Lei ama la Calabria, questo è un dato di fatto. E da ultimo ha mostrato, al limite del rischio personale, che, com’è sua abitudine intende scoperchiare e mostrare il marcio della ‘ndrangheta e del malaffare. È persino andato – documentandolo in video – da un pusher in pieno centro a Reggio (al rione Marconi) per denunciare questo spaccio “sfacciato”, sotto gli occhi di tutti, a cui nessuno pone fine…

«È vero. Recentemente mi sono addentrato in una centralina della coca a Reggio Calabria. Nella Ndrangheta si profilano nuovi equilibri in parte gia anticipati da indagini come ‘Malefix’ svolte dalla Polizia di Stato. E dopo i nostri servizi, i narcos rom hanno chiuso la centralina della cocaina che aveva sede nel quartiere Marconi, un’area degradata, dove la presenza dello Stato dovrebbe essere continua e massiccia: ci sono case popolari che vengono strappate letteralmente ai legittimi intestatari (con i mobili buttati in mezzo alla strada) e c’è un continuo smercio di droga di ogni tipo».

– Cosa l’ha spinta a rischiare in prima persona? Non è certo la prima volta, ma è facile immaginare che molti personaggi del malaffare amerebbero farle del male…

«Non mi piaceva come a volte venivano raccontati il malaffare e il potere dei clan ndranghetisti che operano in Calabria. Una mafia arcaica e post agricola, rigidamente eterosessuale. Invece è una organizzazione post moderna, avanzata tecnologicamente e sessualmente fluida. Ma la narrazione piu patetica della Ndrangheta avviene a Milano. Dove il concetto di

‘borghesia mafiosa’ è bandito e si insiste a descriverla come un fenomeno

periferico. Invece è ben insediato nei gangli di potere degli ‘intoccabili’. La mia città è il primo acquirente della cocaina prodotta dalle Ndrine. Chi lo dice ? nessuno. Facile accusare i Calabresi».

– Ha parlato di organizzazione “fluida”…

«Sì, mi spiego meglio. La narrazione della Ndrangheta dominata da ‘maschi alfa’ è falsa, alimentata subdolamente. E’ quello che gli affiliati vogliono che si rappresenti di loro».

– Cosa pensa della nomina del Procuratore Gratteri a Napoli?

«È un grosso passo avanti per l’antimafia. Porta un grande know how sulla ’ndrangheta, che è la mafia più internazionale che c’è, per contrastare la camorra che nella partita della droga gioca un ruolo importante, e considerando che le due mafie operano in parallelo nel naccotraffico. Secondo me è anche meglio che sia andato lì piuttosto che alla Dna (direzione nazionale antimafia), perché su Napoli può dare un contributo ancora più decisivo e più forte. Peraltro la venuta di Gratteri a Napoli sancisce la supremazia della ’ndrangheta, perché mettere il più importante magistrato anti-’ndrangheta del mondo a operare sulla camorra sancisce che per sconfiggere la camorra devi avere un esperto di ’ndrangheta».

– È un colpo di teatro, per rafforzare l’immagine di uno Stato che vuole essere presente nel contrasto senza indugi alla criminalità o ci si può aspettare qualcosa di concreto?
«Sicuramente c’è un aspetto di comunicazione, ma ce n’è anche uno molto sostanziale. Certo che nelle varie questioni di Caivano, Pianura e Ponticelli ci vuole la repressione, ma non basta. Ci vuole anche che lo Stato investa, altrimenti non ne usciamo. A Ponticelli sono andato (un boss si è tagliato le vene davanti a me) e non c’è nemmeno un campo da calcetto. Desolazione totale. Come si pensa di recuperare i giovani o di tenerli lontani dalla criminalità se non c’è nemmeno un luogo aggregativo? Come a Caivano: arresti i padri, ma poi? Questi ragazzi non hanno nulla. Lo Stato deve assumersi le proprie responsabilità se vuole davvero promuovere una cultura della legalità».

– Torniamo al suo blitz contro il pusher di Reggio adeguatamente video documentato al quale ha fatto seguire il video della distruzione della cocaina da lei acquistata per documentare lo spaccio. Qual è il suo obiettivo? Non è solo giornalismo, ma, direi, impegno sociale. Apprezzabilissimo e meritevole della massima considerazione…

«Sto indagando sul ruolo e sull’affermazione dei clan rom ai vertici della ’ndrangheta. Ci sono già inchieste fatte dalla magistratura su questo tema, la più importante, della procura di Reggio Calabria, si chiama Malefix. Però si parla poco dei rom e della loro ascesa. Quindi dopo aver saputo di questo covo per lo spaccio della cocaina proprio a Reggio Calabria mentre ero in vacanza mi sono organizzato. Sapevo che era una zona presidiata dai rom e sapevo che c’erano le telecamere, e nel mio video si vedono i loro monitor di controllo, quindi ci sono andato di notte, ho cercato di schivare le telecamere e le vedette e con un escamotage sono riuscito a introdurre la mia di telecamere e a riprendere dall’interno la centralina dello spaccio ai clienti ma anche a microtrader.

Una centralina completamente controllata dalla filiera rom che per la prima volta è stata filmata con tanto di vendita della coca dall’interno. I tre-quattro che erano lì dentro erano un terminale, ma vari elementi (dalle telecamere di sicurezza al taglio della droga) rivelano che l’organizzazione era sistematica. Ora si tratta di capire chi ha delegato ai rom questa cosa, ma deve essere qualcuno di molto in alto nella ’ndrangheta. È tutto un universo da esplorare, con l’aggiunta del fatto che su questo tema c’è sempre molto politically correct, non è che se ne parli molto volentieri. Ma noi li abbiamo beffati e siamo usciti con un video che è una prova di reato».

– La Calabria uscirà da questo male?

«I Calabresi ne hanno le scatole piene. La vera arma è la cultura». (s)

IL MUSEO DEL MARE SIA DELLO «STRETTO»
PER VALORIZZARE DAVVERO I TESORI DI RC

di FRANCESCO ARILLOTTA – Come è noto, il governo Draghi, nel 2021, ha inserito, nel nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), il finanziamento del «museo del Mare» cioè della magnifica struttura museale, progettate nel 2009 dalla arch-star iraniana Zaha Hadid su richiesta dell’amministrazione comunale reggina, gestione Scopelliti, e riproposta dalla gestione Falcomatà. Il progetto è stato inserito tra i 14 progetti strategici per il rilancio nazionale, con un finanziamento complessivo di 113 milioni di euro. Nei mesi scorsi, l’amministrazione comunale ha stipulato una convenzione con lo studio di architetti inglese.

Zaha Hadid, per la stesura del progetto esecutivo e direzione dei lavori. Quindi, il grande complesso edilizio, che comprende un Centro Polifunzionale e il Palazzo Museale, straordinario sotto tutti i punti di vista, in tempi accettabili, si farà. E Reggio Calabria si doterà di impianto architettonico di grande pregio, che, è facile ipotizzare, una volta realizzata, diventerà richiamo culturale di altissimo valore, pari al Museo Archeologico Nazionale.

Un dibattito si è aperto negli ambienti e nei circoli culturali cittadini, soprattutto su ciò che in esso dovrebbe essere presentato. L’Associazione “Amici del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria” si è posta da tempo il problema, alla ricerca di una soluzione che consenta la massima e migliore utilizzazione di questo doppio edificio, per ottenere un alto ritorno sulla immagine culturale della Città proiettata a livello internazionale. 

Da qui una riflessione articolata, complessiva, che viene elaborata nell’intento duplice di contribuire nella maniera migliore possibile e con argomentazioni certamente sostenibili, alla definizione di un progetto al quale è indubbiamente legato lo sviluppo futuro della Città, nonché di testimoniare l’attenzione continua con la quale l’Associazione guarda ai fenomeni sociali e culturali che investono la città stessa.

Partiamo dalla titolazione con la quale il progetto viene attualmente identificato: «Museo del Mare»: assolutamente anodina, priva di caratterizzazione, del tutto insufficiente per dare un forte segnale culturale, e per costituire già di per sé stessa motivo di interesse e di curiosità. Escludendo ipotesi di informazioni riguardanti più o meno lontani mondi acquatici, si dovrebbe lasciare il posto ad un preciso indirizzo promozionale della realtà territoriale nella quale questo nuovo Museo si andrà ad innestare significativamente. «Museo del Mare dello Stretto»: questa dovrebbe essere, secondo le valutazioni dell’Associazione, la sua denominazione più consona.

Se così si facesse, l’edificio museale dovrebbe essere destinato ad accogliere tutte le cartografie e tutti gli studi sullo Stretto, una ricca biblioteca di scritti sullo Stretto, tutte le rappresentazioni artistiche – quadri, stampe, fotografie, video, cortometraggi, filmati – che presentano lo Stretto, le rappresentazioni subacquee dello Stretto, gli studi sul microclima dello Stretto, quelli sul moto ondoso inteso come efficace produttore di energia, gli studi sul fenomeno della Fata Morgana, i maremoti. E ancora: i suggestivi Miti dello stretto, Scilla e Cariddi come ce li offrono i versi del cantore greco Omero, ed anche Glauco, perdutamente innamorato della maliosa Sirena.

Si ricorderanno i ritrovamenti archeologici avutisi nello Stretto, a cominciare dalle bronzee ‘testa del Filosofo’, e ‘testa di Basilea’, nonché la storia delle battaglie navali combattute nello Stretto, compreso quella svoltasi tra le flotte spagnola e francese nel 1675. Non mancherà una preziosa raccolta dei fossili marini restituiti dalle sabbie delle colline che caratterizzano le due rive dello Stretto. Si proporrà il racconto dell’attraversamento miracoloso dello Stretto da parte di San Francesco da Paola; e, doverosamente: la documentazione delle attività sportive legate allo Stretto.

In una vasta e appropriata sala dell’edificio museale, andrebbe sistemato il ‘plastico animato dello Stretto di Messina’. Per ‘animato’, si vuol intendere un plastico che presenti, in animazione, vari momenti della vita dello Stretto: lo Stretto all’asciutto, per evidenziare i suoi fondali; i movimenti delle correnti dello Stretto; i fenomeni sismici ed i conseguenziali effetti di maremoto, quali si presentano nello Stretto; lo scontro navale del 1675, fra le flotte francese e spagnola, conclusosi con l’affondamento, davanti la spiaggia di Cannitello, di due navi dei rispettivi schieramenti: un galeone spagnolo e un brulotto francese, incastrati fra di loro; il movimento di navi-traghetto tra Messina e Villa San Giovanni, e di aliscafi tra Reggio Calabria e Messina; San Francesco da Paola e il suo compagno che solcano lo Stretto su un semplice mantello. Infine, potrebbe essere mostrato il Ponte dello Stretto, che si erge dalle acque – fra gli applausi degli astanti…–.

In un’altra sala andrebbe attivato un ‘Museo Virtuale’ dai precisi contenuti scientifici, nel quale, utilizzando le più moderne ed avanzate tecnologie, si presentino le varie sezioni nelle quali il Museo si articola, fornendo così una fruizione totale delle singole raccolte  

Tutto questo prevede la costituzione di una organizzazione gestionale congrua e rispondente alle esigenze del Museo, intendendo per ‘congrua’ un qualificato Consiglio di Amministrazione, integrato da un Comitato Scientifico che comprenda anche espressioni nazionali ed internazionali del settore, con studiosi di tutto quello che, nei diversi rami dello scibile mondiale, lo Stretto di Messina rappresenta.

Fondamentale sarebbe anche, la istituzione, sotto l’egida del Ministero competente, e con l’ovvio coinvolgimento delle istituzioni pubbliche e culturali reggine, di un Centro Studi, che curi e incrementi le ricerche sulla vasta, complessa realtà naturalistica, ambientale, storica e archeologica del nostro Stretto.

L’impostazione data al problema dall’Associazione “Amici del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria” ha un evidente scopo: costituire un sistema che, avendo uno straordinario contenente, e arricchita di un altrettanto straordinario contenuto, diventi un forte attrattore culturale, capaci di richiamare in Reggio Calabria flussi di visitatori da ogni parte del mondo.

Perché di questo la nostra Città ha bisogno: forti motivazioni culturali che, unite al vasto patrimonio naturalistico e storico di cui già godiamo, possa costituire richiamo permanente; come abbiamo constatato con le due meravigliose statue bronzee greche ritrovate 50 anni fa nel mare di Riace. (fa)

[Francesco Arillotta è presidente dell’Associazione Amici del Museo di Reggio Calabria]