LA POLITICA DEVE DIFENDERE LA LEGALITÀ
CON LEGGI E INFRASTRUTTURE EFFICACI

di ETTORE JORIO  – Tre previsioni da fare impallidire e oltre. Che mettono in serio pericolo la presenza e il ruolo delle istituzioni territoriali. Regioni ed enti locali i maggiori e più facili bersagli. Vulnerabili le loro corti di partecipate, spesso permeabili. Sono in pochi a riflettere su cosa sia sopportare un  “socio” maledetto nella gestione delle politiche sia regionali che comunali, così come è oramai divenuta la delinquenza organizzata, egemone ovunque.

Sono in pochissimi quelli che pensano a come fare ad arginare da subito un tale fenomeno sino a pianificarne il definitivo blocco. Un ruolo importante lo dovrà svolgere il “partito dei sindaci”, dovrà costituire il ponte levatoio da tenere sollevato avverso chi si sta sempre di più impadronendo del governo locale.

Armi per chi più ne voglia. Il Pm Gratteri si rende presago di una ‘ndrangheta che si sta già riarmando così bene dall’omologa delinquenza strutturata in Ucraina da mandare in soffitta i bazooka e i kalashnikov. Le altre mafie faranno altrettanto. Il tutto con la responsabilità di chi ha armato questa guerra folle, candidata a durare tanto, troppo. Ciò in considerazione delle armi spuntate della diplomazia di chi ha il primato nella politica mondiale, ma anche della volontà di chi vive di conflitti armati.

Quindi, si sta contribuendo a generare il più grande business per la mafia degli ucraini, di fare da grossisti delle armi a più alta tecnologia e a maggiore impatto omicidiario acquisiti da Zelensky per solidarietà internazionale. Il dramma conseguente sarà, quindi, quello di vedere generato il più grande esercito del male da mettere in campo per conquistare il Pianeta. Figuriamoci cosa accadrà al sistema autonomistico territoriale con le mafie a stazionare avanti gli ingressi e presidiare gli uffici pubblici, a frequentare le stanze dei decisori, all’essere divenute proprietarie di banche e attori del sistema finanziario.

I quattrini europei sono la droga delle mafie. L’altra previsione, peraltro ripetuta da tempo e in ogni occasione dallo stesso Pm anti ‘ndrangheta nazionale, afferisce alle truffe e alle malversazioni che si continueranno a perpetrare sui fondi comunitari, e soprattutto sui miliardi di euro del Pnrr. Per non parlare del Ponte sullo Stretto, che offrirà l’occasione ghiotta per partorire la più grande joint-venture sistemica del malaffare: la mafia e la ‘ndrangheta associates.

Del resto, di fronte all’inondazione di quattrini europei sarà davvero difficile difendersi dai tentativi di ulteriore penetrazione delle mafie nella gestione degli affari programmati da una politica sul Pnrr con una serie di errori seriali dei tre ultimi Governi, cui si sta tentando di dare rimedio in zona Cesarini. Troppi i limiti strutturali e l’assenza di infrastrutture di salvaguardia dalla infiltrazione sempre più decisa e decisiva delle mafie, a fronte di una ‘ndrangheta imprenditorializzata capace di influenzare la governance delle istituzioni locali del Paese. Una assurdità a non pensare, nell’ottica della sussidiarietà verticale, di non fare assolvere alle funzioni amministrative dei piccoli comuni ad enti superiori ovvero a sovrastrutture apposite cui affidare i compiti in materia di utilizzo dei fondi UE ordinari e Pnrr. Ingombrante (troppo) il progressivo carico di lavoro accollato alla istituzione che offre maggiori garanzie di tutela del patrimonio pubblico: la Corte dei conti.

Un organo importante però pieno zeppo, nei siti più critici, di referendari inesperti che non vedono l’ora di passare i soliti tre anni iniziali per correre via. Quindi, territori a rischio, disattrezzati di tutto: di donne e uomini impegnati a dovere nella PA, di dirigenti capaci, di forze dell’ordine numericamente nutrite, di magistrati ridotti al lumicino, di organi di revisione non accomodanti.

La nostra PA è del resto divenuta da anni una groviera, ove i passaggi per introdursi sono disponibili in tutti i punti cardinali; le nostre istituzioni sono permeate da rappresentanti, spesso direttamente eletti dalle mafie e in gran parte condizionabili; gli organi di controllo sono abusati e minacciati con orrida frequenza sia dai decisori politici compiacenti che da imprenditori disposti a tutto; la giustizia è fessurata e diseguale perché pesca a maglie larghe, preoccupando così le collettività con i risultati prodotti; gli elettori d’altronde rimarranno sempre uguali, molti dei quali pronti a vendersi per un pezzo di pane. Anche la cultura si preoccupa, invero poco, di denunciare il pericolo e non suggerisce alcunché, figuriamoci a proporsi. Il Papa è l’unico a dire bene, condannando il mondo follemente belligerante.

L’Intelligenza Artificiale, guai a non impedire che le mafie se ne impadroniscano.

Manca il terzo degli eventi, che fa tanta e diffusa paura: l’introduzione a regime dell’intelligenza artificiale. Il suo ingresso potrebbe mettere knock out il mondo intero a cura delle mafie riunite. Essa andrà ad essere il decisore super intelligente che determinerà le scelte di government e di governance del Pianeta. È facile quindi immaginare quanto la ‘ndrangheta & Co. investiranno su di essa per averla a loro uso e consumo.

Da qui, al di là dei perditempo, è indispensabile che la politica impari ad esercitare le politiche della sicurezza per l’umanità, generando leggi di maggiore tutela e infrastrutture capaci di porre un freno al dilagare sciolto delle mafie, di investire sugli organici del controllo burocratico, sulle forze di polizia e sulla Giustizia, con la speranza che ritorni ad essere tutta con la G maiuscola. (ej)

PORTI E AEROPORTI, QUANTO POTENZIALE
SPRECATO PER SVILUPPO DELLA CALABRIA

di FRANCESCO COSTANTINO – La Calabria, pur essendo una regione prevalentemente montuosa, come già segnalato parlando della mobilità stradale, è circondata dal mare lungo le coste Jonica e Tirrenica per uno sviluppo di circa 740 Km. 

Sembrerebbe dunque vocata all’accoglienza di un consistente sistema portuale e invece così non è.

I porti di maggior rilievo sono localizzati a Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Gioia Tauro, Vibo Valentia, Crotone e Corigliano. 

Il porto di Gioia Tauro, in particolare, si caratterizza come infrastruttura di livello internazionale.  Situato nel cuore del Mediterraneo, punto d’incontro fra le rotte marittime Est-Ovest e il corridoio 1 trans-europeo Helsinki – La Valletta; è il più grande terminal per il transhipment presente in Italia e uno dei più importanti hub del traffico container nel bacino del Mediterraneo.

L’infrastruttura è classificata di categoria II – classe I  ed è dotata d’infrastrutture e mezzi di banchina che consentono di accogliere le navi transoceaniche in transito nel Mediterraneo e di movimentare qualsiasi categoria merceologica. 

Il porto di Reggio Calabria è un porto di categoria II, classe II e per quel che attiene la definizione delle reti trans europee per i trasporti è incluso nella rete globale (Tent-T Comprehensive). Si caratterizza per la funzione di trasporto passeggeri associato a quello delle merci su convogli gommati ed è dotato di una modesta darsena per accogliere naviglio da diporto.

Il porto di Villa San Giovanni  è un porto di categoria II, classe II e rappresenta il principale nodo di collegamento marittimo tra la Calabria e la Sicilia, consentendo l’attracco delle navi traghetto operative nello Stretto di Messina per il trasporto di persone, veicoli gommati, commerciali e non, e convogli ferroviari.

Il porto di Vibo Valentia è un porto di categoria II, classe II, caratterizzato da una doppia funzione: commerciale e turistica. Esso è interessato da discreti flussi commerciali strettamente connessi alle attività produttive ed agli insediamenti industriali presenti sul territorio della provincia vibonese

Il porto di Crotone è il porto turistico calabrese con la maggiore dotazione di posti barca.  È un porto di categoria II, classe II ed è costituito da due bacini distinti, non comunicanti tra di loro. Il minore, situato nella zona est/sud-est della città, più antico, è denominato Porto Vecchio; il principale, situato nella zona nord della città, è denominato Porto Nuovo.

Il porto Vecchio, presenta destinazione prevalentemente diportistica e peschereccia a servizio della locale marineria. In ambito portuale è inoltre in esercizio un cantiere navale attrezzato per la costruzione di piccole unità di legno e per la riparazione e manutenzione di imbarcazioni da diporto.

Il porto Nuovo si caratterizza per la presenza al largo di piattaforme per la produzione di idrocarburi, collegate tra loro ed alla costa da condotte sottomarine. 

Il porto di Corigliano è un porto di categoria II, classe II con due darsene. Situato nell’omonimo golfo, è stato interamente ricavato scavando la linea di costa ed è dedicato soprattutto all’attività peschereccia registrando la presenza di un mercato ittico tra i più importanti del meridione.  Sono previsti ampi sbocchi verso una sua evoluzione anche come porto turistico.

Sono poi dislocate lungo le coste calabre altre strutture portuali e/o darsene o approdi, con utilizzazione prevalentemente orientata al turismo ma anche mista ad attività peschereccia e/o commerciale. 

In particolare la localizzazione delle anzidette strutture riguarda i centri di Diamante, Belvedere Marittima, Cetraro, San Lucido, Amantea, Pizzo, Tropea, Palmi, Bagnara, Scilla Saline Joniche, Roccella Jonica, Badolato, Catanzaro Lido, Le Castella, Cirò Marina, Cariati, Sibari.

Con riguardo alle densità di infrastrutture portuali la Calabria registra una distanza media tra un porto e il successivo pari a circa 49 Km risultando pertanto, contrariamente al contesto naturale, tra le meno presidiate d’Italia.  Ancor più sconfortante si presenta la situazione se si considera il numero di posti barca per chilometro di costa pari 6,3 posti/Km a fronte di una media nazionale di 20,5 posti/Km.

Alla luce dei dati statistici segnalati si conferma il ritardo della Calabria rispetto al resto d’Italia e si evidenziano, per converso, gli ampi margini di potenzialità di sviluppo in ragione della centralità del territorio regionale rispetto ai flussi di traffico marittimo che interessano il bacino del Mediterraneo sia in direzione Est-Ovest che in direzione Nord-Sud.

Una notazione a parte riguarda il porto di Gioia Tauro che aspetta di diventare un formidabile nodo intermodale integrato funzionalmente con l’area della Piana, soprattutto ora che è stato finalmente realizzato il gateway ferroviario ed è stata finalmente attivata formalmente la ZES.

È difficile accettare che l’imponente retroporto nonostante ricada nella ZES rimanga inspiegabilmente e sostanzialmente inutilizzato. 

Per quanto riguarda la mobilità aerea, non tutti gli aeroporti d’interesse nazionale risultano inseriti nelle reti TEN-T, e tra questi alcuni sono inseriti nel “core network” (Bergamo Orio al Serio, Bologna, Genova, Milano Linate, Milano Malpensa, Napoli, Palermo, Roma Fiumicino, Torino, Venezia)  ed altri nel  “comprehensive network” perché registrato oltre 1 milioni di passeggeri annui (Alghero, Bari, Brindisi, Cagliari, Catania, Firenze, Lamezia Terme, Olbia, Pisa, Roma Ciampino, Trapani, Treviso, Verona) o perché, pur presentando volumi di traffico passeggeri annui inferiore al milione di passeggeri, superano la soglia di 500 mila passeggeri annui e sono in possesso di caratteristiche quali l’unicità regionale o la collocazione in territori di scarsa accessibilità indispensabili per la continuità territoriale (Ancona, Pescara, Reggio Calabria, Trieste, Lampedusa, Pantelleria)

Dunque dei tre aeroporti calabresi, attualmente gestiti dalla SACAl sia l’aeroporto di Lamezia che quello dello Stretto fanno parte della rete “comprehensive network”, mentre l’aeroporto di Crotone ne resta escluso.

L’aeroporto di Reggio Calabria presenta un’offerta instabile oltreché inadatta a coprire i servizi minimi essenziali per le esigenze della vasta comunità dell’area dello stretto e da qualche anno registra un  traffico passeggeri, oltreché un numero di voli e di rotte, in costante diminuzione.

Le conseguenze più immediate risultano quelle collegate all’isolamento di un’area strategica quale quella dello Stretto, ed alla privazione del diritto alla mobilità e alla crescita economica della stessa area.

Quel che recentemente è emerso in ragione della prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, sostanziatosi con l’acquisizione illegittima della maggioranza delle quote azionarie della Sacal da parte dei privati, impone un cambio sostanziale della governance che non escluda la creazione di nuovi organismi di gestione.

Purtroppo, soprattutto per l’aeroporto dello Stretto, si perpetua una mancanza di strategie di sviluppo da parte della Regione e delle Città Metropolitane di Reggio Calabria e Messina, accompagnata da una conclamata scarsa autorevolezza della rappresentanza politica  locale sulla scena nazionale.

Emerge infatti la modestia delle politiche finalizzate ad ampliare il bacino d’utenza  migliorando l’accessibilità al servizio.

Prima della crisi collegata al Covid-19 la squilibrata governance della Sacal aveva creato le condizioni per privilegiare il solo aeroporto di Lamezia con un trend di crescita trainato anche dall’apertura di rotte internazionali e charter collegati al turismo.

Per Crotone l’apparente crescita del traffico passeggeri risultava collegata soprattutto ad un trend positivo estivo ed alla presenza sullo scalo della compagnia Ryanair  che aveva attivato anche un volo su Norimberga.

Attualmente anche questa struttura aeroportuale appare disattenzionata e a rischio chiusura.

Quel che appare più insopportabile, in un quadro generale di mobilità negata ai calabresi tutti, é che i cittadini dell’area dello Stretto possano essere privati di un diritto fondamentale quale quello alla mobilità, e che quando questo viene concesso debba essere pagato a prezzi insostenibili. 

Un pegno aggiuntivo che deve essere rifiutato così come deve essere rivendicato il diritto non comprimibile al collegamento con giusta frequenza ed orario, soprattutto con gli scali di Roma e Milano e senza trascurare le rotte più frequentate con gli altri aeroporti nazionali.

L’attuale condizione di arretratezza e di sottosviluppo in termini di mobilità territoriale dei calabresi ha radici storiche molto lontane e bisogna ammettere che molte sono le cause concorrenti. 

Non averle eliminate in 160 anni di stato unitario è un errore imperdonabile da addebitare in egual misura sia alle popolazioni dei territori che le subiscono, sia a quelle che apparentemente ne traggono beneficio, e sono la risultante di una visione miope dello sviluppo che impedisce all’intera nazione di sfruttare le enormi potenzialità di cui sarebbe possibile per tutti giovarsi per vivere in una nazione più forte perché finalmente unità e coesa. (fc)

BERGAMOTTO DI RC, L’INUTILE GUERRA
TRA IGP E DOP: CI RIMETTE IL TERRITORIO

di SANTO STRATI  – Bergamotto di Reggio Calabria: c’è il rischio che scoppi un’inutile “guerra” tra chi chiede l’indicazione geografica protetta (IGP) e chi, invece, vuole estendere la Denominazione d’origine protetta (Dop) che attualmente tutela solo l’olio essenziale. Due sigle che non tutti i consumatori di prodotti “marchiati” (eno-gastronomia, frutta, tipicità locali, etc) valutano con la dovuta attenzione. Il risultato – per i consumatori – è di credere di star gustando un prodotto del territorio (IGP) che in realtà potrebbe essere stato coltivato o allevato altrove: un esempio per tutti: la Bresaola della Valtellina IGP, una squisitezza che tutti apprezziamo. Uno va tranquillo al supermercato e sceglie quella a marchio IGP e non saprà mai se la carne proviene da allevamenti dell’area geografica “protetta” indicata in etichetta, oppure – come succede sempre più spesso –, in realtà si tratta di carne (ottima, per carità),  importata dall’Argentina.

Questo significa IGP, ovvero che per un prodotto tipico basta che si realizzi anche una soltanto delle voci del disciplinare nella zona “geografica protetta” (per esempio il confezionamento) e il prodotto può ricevere il logo-marchio IGP.

Un Comitato “spontaneo” di allevatori nei giorni scorsi ha inviato una nota (che abbiamo pubblicato) con cui afferma di sostenere con grande determinazione presso il Ministero dell’Agricoltura (oggi denominato anche pomposamente della sovranità alimentare e delle foreste) l’assegnazione del marchio IGP al Bergamotto di Reggio Calabria, in netto contrasto con quanto invece il Consorzio del Bergamotto di Reggio sostenuto dalla locale Camera di Commercio va facendo perché venga estesa la “denominazione d’origine protetta” anche al frutto e ai suoi derivati. Allo stato attuale, sul Bergamotto di Reggio Calabria c’è una dop che riguarda esclusivamente l’olio essenziale. La richiesta di estenderla – già trasmessa per competenza alla Regione per arrivare poi al Ministero e quindi in Europa – signfica proteggere la produzione dell’area vocata (da Villa San Giovanni a Monasterace, lungo tutta la costiera jonica) da “contaminazioni” e  da produzioni (al momento, per fortuna, poco fortunate) di “simil bergamotto tentate in Sicilia, Puglia e Basilicata. Ma non solo. Anche in Tunisia, Grecia, Brasile e Argentina hanno piantato bergamotteti i cui frutti non hanno – secondo quanto risulta da valutazioni scientifiche non di parte – le proprietà nutraceutiche e medicali del Bergamotto di Reggio Calabria. Non una tipicità – è bene ricordarlo – ma unicità esclusiva in tutto il mondo che ha solo numerosi tentativi di imitazione che rischiano di danneggiare prima di tutto i consumatori. Beffati, in quanto crederanno di assumere il vero e autentico succo di bergamotto di Reggio Calabria, per esempio, ma in realtà berranno qualcosa che non combatte  in alcun modo il colesterolo e abbassa la glicemia nel sangue, come è scientificamente provato solo per il “vero” Bergamotto che cresce nel Reggino. Dall’altra parte a venire danneggiato sarebbe il territorio la cui economia registra un fatturato (di solo olio essenziale) intorno ai 25 milioni l’anno.

Secondo quanto ha dichiarato a Calabria.Live il presidente del Consorzio Ezio Pizzi, è opportuno far comprendere ai consumatori, ma anche ai decisori politici, la differenza sostanziale che passa tra IGP e DOP. Nel primo caso, ove si decidesse di applicare l’indicazione geografica protetta si rischia di autorizzare importazioni di “simil-bergamotto” da Sicilia, Puglia, Basilicata, da Tunisia e Argentina o addirittura dalla Cina dove stanno provando a coltivarli, per farli lavorare nella zona vocata. Il risultato è evidente: il prodotto – probabilmente a costi inferiori – contaminerebbe il mercato mescolando il Bergamotto di Reggio Calabria “originale” con una produzione priva delle sue proprietà medicali e nutrizionali.

Se, invece, prevarrà l’estensione dell’attuale dop dell’olio essenziale a tutto il frutto e i suoi derivati, sarà una vittoria del territorio che vedrà riconosciuta l’unicità del prodotto che risulterà non solo coltivato ma anche lavorato esclusivamente nella zona protetta.

Con buona pace degli imitatori di professione. I cinesi in questo sono maestri, ma quando provarono a sintetizzare artificialmente l’olio di bergamotto (provocando il panico tra i produttori reggini), fallirono miseramente: alla base di ogni profumo prodotto nel mondo necessita esclusivamente l’olio essenziale di bergamotto (di Reggio Calabria).

Alla stessa maniera sarà opportuno tutelare il Bergamotto di Reggio Calabria e il territorio vocato, contrastando i tentativi di “imitazione” che rischiano di destabilizzare un mercato “locale” che lavora circa 300mila quintali del principe degli agrumi.

Secondo il Comitato promotore dell’IGP, però, il pericolo di importazioni di frutto non coltivato localmente non esiste: «nel disciplinare che abbiamo predisporto per l’indicazione geografica protetta – dice il dott. Rosario Previtera – è specificato che la coltivazione dav’essere fatta esclsuivamente nell’area vocata, quindi non sono ammessi (come avviene nella zootecnia) importazioni da altre aree   italiane o straniere».

Se l’IGP si basa sulla reputazione del prodotto e dell’area che lo produce ma permette, come nel caso della zootecnia, di utilizzare prodotti allevati (o coltivati) altrove, la Dop, invece, si basa sulla qualità del prodotto e la specificità  del territorio che lo produce.

In entrambi i casi, si tratta di estendere la tutela al principe degli agrumi, ma a colpi di carta bollata e di domande al Masaf (il Ministero) per ottenere l’IGP o la DOP.

Chi ha ragione?

Il buonsenso dovrebbe prevalere su eventuali interessi di parte, ma pare evidente che, allo stato attuale, c’è il rischio di una conflittualità tra il Consorzio del Bergamotto di Reggio Calabria e il Comitato spontaneo dei coltivatori su quale “marchiatura” di qualità sarebbe preferibile indirizzarsi. Si tratta di due vedute differenti, di prese di posizione che, in questa sede, non intendiamo in alcun modo valutare (soprattutto per mancanza di specifica competenza), ma è evidente che, come succede in molte cose che riguardano la Città di Reggio, alla “guerra fratricida” è preferibile  trovare un’intesatra le parti, visto che l’obiettivo finale è l’estensione della tutela di ogni utilizzo del frutto del Bergamotto di Reggio Calabria, in tempi il più rapidi possibili.

Secondo quanto afferma il dott. Previtera la tempistica dell’ottenimento dell’IGP richiede pochi mesi; al contrario – come affermano il presidente della Camera di Commercio Ninni Tramontana e il presidente del Consorzio Ezio Pizzi, per l’estensione della DOP dall’olio essenziale anche al frutto e ai suoi derivati, è necessario un anno.

Non sappiamo chi abbia ragione sulla tempistica, ma non dev’esssere questa a dettare la scelta della tutela da richiedere (e ottenere).

Il problema urgente, in termini di tempo, riguarda, invece, i danni alle colture subite dai bergamotteti dell’area vocata di Reggio Calabria per l’anomala e imprevedibile ondata di calore che ha provocato serissimi danni. La produzione quest’anno rischia di essere dimezzata, mentre i costi di mantenimento e produzione sono in continua ascesa.

Da questo punto di vista, l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo. sempre attento all’esigenza di mantenere attivo e sviluppare ulteriormente ogni comparto dell’agro-alimentare, dovrà inventarsi subito un ristoro (immediato) dei danni. Il Bergamotto è una ricchezza per tutta la regione, non si può rischiare di indebolire la filiera. (s)  

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COSA SIGNIFICA IGP INDICAZIONE GEOGRAFICA PROTETTA

Il termine indicazione geografica protetta, conosciuto con l’acronimo IGP, indica un marchio d’origine attribuito dall’Unione europea ai prodotti agricoli e alimentari con una determinata qualità, reputazione o ulteriore caratteristica dipendente dall’origine geografica. Almeno una tra le fasi di produzione, trasformazione e/o elaborazione deve avvenire all’interno di un’area geografica determinata.

Regolamento UE 510/2006:  Articolo 2, Denominazione d’origine e indicazione geografica

1. Ai fini del presente regolamento, si intende per: a) «denominazione d’origine», il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare:

— originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese, la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e

— la cui produzione, trasformazione e elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata; b) «indicazione geografica», il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare: — come originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese e

— del quale una determinata qualità, la reputazione o altre caratteristiche possono essere attribuite a tale origine geografica e

— la cui produzione e/o trasformazione e/o elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata».

Per ottenere la IGP quindi, almeno una fase del processo produttivo deve avvenire in una particolare area. Chi produce IGP deve attenersi alle rigide regole produttive stabilite nel disciplinare di produzione, e il rispetto di tali regole è garantito da uno organismo di controllo indipendente.

Si differenzia dalla denominazione di origine protetta (DOP), per il suo essere generalmente un’etichetta maggiormente permissiva sulla sola provenienza delle materie prime (che se previsto dai singoli disciplinari possono essere sia di origine nazionale che di origine comunitaria o talvolta anche extra-comunitaria), in quanto tutela le ricette e alcuni processi produttivi caratterizzanti tipici del luogo ma non per forza l’origine del prodotto nel suo intero complesso, se non quello della produzione finale. Ciò viene a volte concesso principalmente perché una produzione di materie prime a livello locale o nazionale destinata a tale scopo potrebbe non essere sufficiente per soddisfare la richiesta del prodotto a livello globale, o perché alcuni ingredienti di origine estera vengono considerati più idonei per loro specifiche caratteristiche organolettiche che hanno un ruolo determinante nella riuscita finale del prodotto.

COSA SIGNIFICA DOP DENOMINAZIONE D’ORIGINE PROTETTA

La denominazione di origine protetta, conosciuta con l’acronimo “DOP”, è un marchio di tutela giuridica della denominazione che viene attribuito dall’Unione europea agli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui sono stati prodotti.

L’ambiente geografico comprende sia fattori naturali (clima, caratteristiche ambientali), sia fattori umani che comprendono tecniche agricole sviluppate nel tempo che, combinati insieme, consentono di ottenere un prodotto inimitabile al di fuori di una determinata zona produttiva.

Affinché un prodotto sia DOP, le fasi di produzione, trasformazione ed elaborazione devono avvenire in un’area geografica delimitata. Chi fa prodotti DOP deve attenersi alle rigide regole produttive stabilite nel disciplinare di produzione. Il rispetto di tali regole è garantito da un organismo di controllo indipendente.

Regolamento UE n. 510/2006  (Articolo 2, paragrafo 1, lettera a),

«[…] Si intende per «denominazione d’origine», il nome di una regione, di un luo go determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese, la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e la cui produzione, trasformazione e elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata».

BASTA PENSARE ALL’AUTONOMIA, CI SI
CONCENTRI DI PIÙ SU SVILUPPO DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – La forza dei fatti è contro il caterpillar Calderoli. Ce l’ha messa tutta ma, come dice il Vangelo, quando non parleranno le persone parleranno le pietre.
E quello che oggi dicono le pietre è che i Lep non sono, come forse ha ritenuto il Ministro, un fatto tecnico ma un fatto economico.

Mettere insieme una commissione di oltre 60 elementi era chiaro che sarebbe stato inutile, perché una volta calcolati i livelli essenziali di prestazioni poi bisognava trovare il modo di realizzarli.

Non posso credere che il Ministro in realtà fosse così ingenuo da pensare che le motivazioni di diversi diritti alla salute, alla mobilità, alla scuola, derivassero da incapacità tecniche! Troppo navigato per non capire che il tema era essenzialmente economico. Evidentemente sperava di potersi limitare all’individuazione di essi, cosa più semplice della loro attuazione.

Ma il giocattolo gli è sfuggito di mano. Una mobilitazione ha portato ad una raccolta di oltre 100 mila firme per una legge di iniziativa popolare che mettesse in discussione la modifica dell’articolo 5 voluta, inopinatamente e con scarsa visione politica, dal Pd.

Si sono mobilitati i sindacati ma anche le organizzazioni datoriali, giustamente preoccupati degli effetti dirompenti della statuizione dell’esistenza di due paesi, con cittadini di serie A e B.

Molti consigli comunali si sono espressi contro e le preoccupazioni dell’anima centralista di Fratelli d’Italia ha cominciato a nutrire preoccupazioni sugli effetti di una riforma che rafforzava enormemente i governatori a scapito di Palazzo Chigi.

Peraltro anche molti governatori di Forza Italia, che avevano votato a favore della riforma in Conferenza delle Regioni, come Occhiuto e Schifani, hanno poi manifestato in riunioni di partito tutte le loro perplessità su una riforma che stabilisce la cristalizzazione della spesa storica. 

Forse il vero tema sul quale concentrarsi sarebbe quello dello sviluppo del Sud, unico modo perché ognuno si tenga le risorse che produce. Se vuoi evitare di aiutare i tuoi figli l’unico modo è che guadagnino abbastanza per mantenersi autonomamente. Sembra un principio banale che in realtà stenta a diventare patrimonio condiviso.

Un modello di sviluppo che vede una parte che continua a diventare sempre più povera e peggio servita e un’altra che procede, anche se più lentamente di realtà analoghe dei competitor europei.

Una parte che continua ad antropizzarsi sempre più, nella quale si spostano i meridionali in cerca dei diritti di cittadinanza negati nelle loro terre, oltre quelli al lavoro anche quelli ad una sanità adeguata, una mobilità possibile e a un progetto di futuro per i propri figli, mancante totalmente nelle loro aree di origine, con le conseguenze di un utilizzo del suolo sempre più intenso, con l’esigenza di infrastrutturazioni sempre più invasive, come le terze e quarte corsie autostradali.

Probabilmente a livello teorico il principio della convenienza per tutti viene accettato ma poi è quando vi devono essere i comportamenti conseguenti che tutto diventa più difficile.    

Se non si affronta la problematica della sottoutilizzazione del capitale umano del Sud, dove lavora solo una persona su quattro quando il rapporto fisiologico sarebbe perlomeno una persona su due, rimarrà sempre l’esigenza di assistenza di un’area che rimarrà non autonoma ma dipendente a livello economico di quella più ricca, pur avendo servizi molto contenuti e limitati. L’obiettivo è quello di avere la consapevolezza condivisa che una locomotiva non è sufficiente per fare viaggiare ad una velocità adeguata tutto il treno del Paese.

È chiaramente un cambio di paradigma rispetto alle politiche attuate dall’Unità d’Italia in poi. Che prevedono che si sposti l’asse di interesse verso le aree più deboli. A cominciare delle più facili e banali come individuare le città del Sud per i grandi eventi, che servano da date catenaccio per avere certezza sulla definizione dei tanti lavori necessari.

Bisogna convincersi che il Sud non è una palla al piede, ma come la ex Ddr per la Germania, un tesoro da valorizzare con un doppio risultato: quello di non pesare più sul Nord ma anche quello di contribuire alla formazione della ricchezza complessiva. E deve essere chiaro che rispetto a questo progetto non vi è il piano B che aveva immaginato Calderoli, se non si vuole spaccare il Paese. Opzione illogica in un momento in cui già l’Unione Europea è già troppo piccola rispetto ai colossi che si confrontano a cominciare da Usa, Cina e India. (pmb)

[Courtesy Il Quodiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

MOBILITÀ NEGATA, LA SUPERFICIALITÀ E
L’INDIFFERENZA PER STRADE E FERROVIE

di FRANCESCO COSTANTINO – Con il precedente intervento, cogliendo lo spunto di ciò che potrà accadere a seguito della chiusura annunciata della galleria della Limina lungo il tracciato della SS 682 Jonio-Tirreno, abbiamo fatto il punto sulle gravi limitazioni che i calabresi sono costretti storicamente a subire in tema di mobilità stradale.

Completiamo ora il discorso facendo il punto sulla mobilità ferroviaria, marittima ed aerea.

Mobilità ferroviaria

La mobilità ferroviaria in Calabria è da sempre problematica per le enormi differenze con le altre regioni d’Italia in termini di dotazione. 

Il sistema attuale è incentrato sulle 2 dorsali principali ionica e tirrenica sulle quali si innestano le linee ferroviarie interne costituite sostanzialmente  dalla Ferrovia Paola-Cosenza, dalla Ferrovia Sibari-Cosenza e  dalla Ferrovia Lamezia Terme-Catanzaro Lido. 

È ancora in servizio la linea interna a scartamento ridotto che collega Cosenza con Catanzaro Lido mentre le antiche linee interne come quelle della Ferrovia Calabro-Lucana, anch’esse a scartamento ridotto, sono state addirittura dismesse, come per il caso delle ferrovie Taurensi.

La situazione più grave riguarda la linea principale lungo la costiera ionica che è ancora a binario unico e in gran parte non elettrificata, con un processo di elettrificazione e di raddoppio del binario solo avviato ma che procede molto a rilento, quando invece sarebbe fondamentale integrare il corridoio ionico-adriatico nelle nuove reti primarie europee (Reti Ten-T 2023);

Sulla costa tirrenica le cose vanno un po’ meglio ma si resta ancora lontani dagli standard di servizio offerti nelle altre regioni italiane in termini di tempi di percorrenza e di frequenza  nella disponibilità dell’offerta

Il Piano operativo di accessibilità redatto di recente da Trenitalia e Rfi e condiviso dalla Regione Calabria e dall’autorità regionale dei trasporti (Artcal) migliorerà la situazione ma non la risolverà certo in quanto incentrato sull’acquisto di 27 treni di nuova generazione e sul rifacimento di 18 stazioni di cui alcune già completate (Reggio Calabria e Gioia Tauro), altre in via di completamento, e le rimanenti da completare entro il 2026.

Il tutto nel mentre si trascura ogni interesse per le ferrovie interne secondarie le quali continueranno a fornire un servizio insufficiente.

In atto, e in previsione della possibilità ancora attiva di usare le risorse straordinarie del Pnrr, sono previsti interventi sulla linea principale tirrenica con un approccio tecnico-logistico incomprensibile e ingiustificato che non consentirà il raggiungimento dei livelli delle linee più performanti ad alta velocità. 

In proposito, l’Ad di Rfi, Vera Fiorani, in audizione a suo tempo presso la Commissione Trasporti del Senato, ha alimentato i dubbi sulla validità delle scelte effettuate per la realizzazione della nuova linea Salerno-Reggio Calabria, che allungherà di oltre 30 km il percorso della linea attuale in quanto prevede una ingiustificata deviazione dall’attuale corridoio tirrenico. 

Si ripropone una forzatura già sperimentata a suo tempo per il percorso dell’Autostrada del Sole. 

Per scelta di chi non è dato sapere, non essendosi mai affrontata la discussione né all’interno della massima assemblea elettiva calabrese, né per quel che risulta in ambienti accademici e scientifici calabresi. 

Ancora oggi subiamo le conseguenze penalizzanti in termini di agibilità del principale asse viario stradale per aver deviato a suo tempo il tracciato, portandolo dapprima in montagna, allo scopo di favorire lo sviluppo di una sola città calabrese a scapito dei territori rimanenti, per poi ridiscendere sulla costa all’altezza di Falerna.

Rammentiamo che lo stesso ammodernamento dell’autostrada concluso nel 2016 con l’inserimento della sola corsia d’emergenza non ha potuto interessare, per le insuperabili difficoltà di tracciato, il tratto che da Cosenza  ridiscende verso Falerna. 

Se si volesse perseverare ora anche con l’ammodernamento della linea ferroviaria secondo quanto annunciato  avremmo l’assurdità di un nuova linea che dopo aver lasciato Battipaglia, anziché dirigersi verso la costa cilentana, si dirigerebbe verso il Vallo di Diano, percorrendolo interamente. Ai primi rilievi del Pollino, immediatamente a sud di Buonabitacolo, essa seguirebbe un percorso in discesa, per lunghi tratti in galleria, portandosi sulla costa  a Praia a Mare, pochi chilometri a sud del confine tra Basilicata e Calabria, per poi risalire in galleria verso la valle del Crati, pervenendovi nei pressi di Tarsia e muovendo da qui verso Cosenza per poi ridiscendere nuovamente verso la costa al fine di raggiungere Lamezia Terme. 

Senza entrare in approfonditi e noiosi commenti tecnici credo si possa affermare con la sola normale intelligenza  che ove mai si volesse dare attuazione a questo inspiegabile sciagurato piano nessuno potrebbe parlare seriamente di alta velocità e, ancora una volta, forse davvero l’ultima volta, lo scopo di realizzare la perequazione territoriale che ha indotto l’Europa a essere così generosa nell’attribuzione delle risorse finanziarie del Pnrr risulterebbe clamorosamente tradito.

Volendo dar credito agli annunci, ferma restando la critica senza appello al tracciato di cui si è prima parlato, c’è da dire che con le risorse del Pnrr, unitamente  a quelle del Fondo complementare, è prevista la costruzione di una nuova linea ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria ad alta velocità ma adatta anche al traffico merci con un costo elevatissimo, quando gli stessi risultati si potrebbero ottenere intervenendo sulla linea costiera esistente con costi molto inferiori. 

In precedenza, invece, nell’Allegato infrastrutture al Def 2020 (prima del PNRR) era previsto l’ammodernamento del tracciato esistente, salvo brevi deviazioni puntuali, che consentivano di ottenere risultati accettabili collegando Roma a Reggio Calabria in 4 ore per il traffico passeggeri; tempo ulteriormente riducibile investendo le somme aggiuntive e non sostitutive del Pnrr sul tracciato esistente.

Per le merci sarebbe stato invece auspicabile e conveniente utilizzare una parte delle risorse disponibili per potenziare ulteriormente il corridoio adriatico-jonico che già oggi consente ai treni merci di raggiungere Gioia Tauro con la sagoma P/C 45, e con le risorse residue completare l’elettrificazione e il doppio binario sulla linea Reggio Calabria-Taranto per passeggeri e merci.

La questione delle merci non è per nulla secondaria, perché i treni merci richiedono linee con pendenze molto contenute (1,8 per cento nel progetto) e dunque, nel caso di attraversamento di aree accidentate geologicamente complesse come quelle della Calabria, ricche di ponti, viadotti e gallerie, si incrementano molto i costi.

Qualcuno abbia la forza di chiedere che vengano resi noti immediatamente i seguenti semplici parametri di linea previsti dal progetto di ammodernamento AV/AC programmato.

  • Tratti di linea effettivamente interessati dall’ammodernamento AV/AC nel collegamento Salerno-Reggio Calabria;
  • Tratti di linea esclusi dall’ammodernamento AV/AC nel collegamento Salerno-Reggio Calabria
  • Tempo di percorrenza Roma-Reggio Calabria ad intervento concluso;
  • Cronoprogramma dei lavori  programmati fino al compimento degli stessi;
  • Finanziamento dedicato.

In base a quanto annunciato i maggiori costi di realizzazione per km di linea da ammodernare limiterebbero l’intervento a singoli tratti di linea pregiudicando definitivamente la possibilità di estendere i benefici all’intero tracciato lungo la linea Sa-RC.

Sono convinto che la semplice pubblicazione degli anzidetti parametri renderebbe evidente l’incongruenza tra le aspettative di AV/AC e la realtà. 

La questione è molto semplice: attualmente 671 Km di binario collegano Roma Termini con Reggio Calabria e basterebbe realizzare  un’AV a 200 Km/h di media per compiere l’intero percorso in 3 ore e 20 minuti.

E non si confondano invece i cittadini parlando di AV a 250 Km/h così come è stato preannunciato per la Napoli-Bari distanti solo 260 Km, con un tempo di percorrenza programmato in 2 ore, perché la matematica non è un’opinione e la divisione 260/2 fa 130.

Ci dicano in quanto tempo arriveremo a Roma da Reggio Calabria dopo l’ammodernamento e avremo la possibilità di verificare di che AV si tratta davvero. 

Non basta affermare che la nuova linea va fatta “perché il Sud la merita”, perché a noi resta il dubbio che siano altri gli interessi che sono collegati alla scelta dell’assurdo tracciato, e non solo interessi locali.

Pensiamo agli interessi collegati alla pura costruzione, cioè alla spesa di 20-30 miliardi di euro in gallerie, ponti e viadotti, qualunque sia il traffico che li percorrerà. Dei miliardi spesi molto andrà al Nord e all’estero dove la tecnologia utilizzata viene prodotta.

Effetti sovrapponibili ma estesi a territori più ampi si potrebbero ottenere spendendo gli stessi soldi per portare l’alta velocità di rete (non “quella vera”, ma quella utile) a tutto il Sud.

La rilevanza della questione ci sembra massima e sorprende la superficialità e la disattenzione con la quale è stata finora affrontata dalle classi dirigenti e dai politici meridionali e non solo.  (fc)

(2. continua. La precedente puntata è stata pubblicata il 28 agosto)

REGGINA, GRANDE AMAREZZA DELLA CITTÀ
CANCELLATA UNA BELLA STORIA DI SPORT

di SANTO STRATI – Le sentenze non si commentano, né tantomeno quelle sportive, ma è legittimo pensare che sia stata consumata una grande ingiustizia nei confronti dei tifosi amaranto e dell’intera Città di Reggio. È mancato l’elemento principale che dovrebbe prevalere quando nel giudizio ballano troppi elementi in conflitto tra di loro: il buonsenso. Non si cancella una storia, una bella storia di sport, di una città del Sud, relegando la squadra locale a ricominciare a zero (serie D, dilettanti). Reggio è abituata a subire torti e questo, ahimè, non sarà l’ultimo. Ma è uno sfregio ai reggini che non può passare inosservato. Sono state premiate (graziate) due squadre del Nord (Lecco e Brescia) e non sono state tenute in alcuna considerazione le stesse “attenuanti” che nel passato recente – per fare un esempio – hanno salvato la Sampdoria che era precipitata in un abisso di debiti ben più ampio di quello della Reggina. Adesso ci sarà l’inevitabile rimpallo delle responsabilità da cui ci terremo lontani, ma non si può fare a meno di sottolineare che anche questo clamoroso flop è la conferma di una classe dirigente locale che non sa fare il proprio lavoro, ovvero non governa.

Ormai sono troppi gli esempi di trascuratezza nei confronti di Reggio che non merita, certamente, di subire questo continuo scempio di quella che fu una città “bella e gentile”. Sembra ci sia una gara a chi si accanisce di più a far danni alla propria città. Forse è arrivato davvero il momento di dire basta. I reggini sono stufi e devono mostrare di essere davvero incazzati per tutto ciò che sta accadendo e non solo in campo sportivo. Tra aeroporto, nettezza urbana, mobilità, decoro, etc non c’è un ambito in cui non emergano gravissime “disattenzioni” e imperdonabili distrazioni. Amministrare un Comune o una Città Metropolitana, immaginiamo, è un impegno gravoso e pieno di responsabilità. È quest’ultima che non riusciamo a vedere, al di là di belle parole e prese di posizione (sempre tardive) mentre la città sta morendo e i giovani preparano tristemente la valigia già convinti che non sarà un arrivederci.

Reggio ha subito catastrofi, dominazioni, invasioni e quant’altro, ma è sempre riemersa. Lo farà anche stavolta (anche se il prezzo da pagare è ingiusto per i tifosi amaranto) e riconquisterà titoli e soddisfazioni anche sportive. Ma serve un cambio radicale di mentalità e soprattutto di persone. Quando si tornerà al voto i reggini lo tengano bene a mente e smettano di premiare incapacità e incompetenze come hanno fatto negli ultimi decenni. (s)

Il commento di TONINO RAFFA, ex inviato di Tutto il Calcio minuto per minuto

di TONINO RAFFA – Esiste il delittto perfetto? Fino a ieri solo nella filmografia e nella letteratura gialla. Da mercoledì esiste davvero nello sport. È quello compiuto ai danni della Reggina che, per aver ritardato di due settimane un versamento tributario di 757mila euro (dopo aver onorato nei termini un monte debitorio di oltre cinque milioni e mezzo), si è vista cancellare dal calcio professionistico con la sentenza del Consiglio di Stato, che ha confermato in via definitiva le precedenti decisioni del federale, del collegio di garanzia del CONI e del Tar del Lazio.

All’origine un errore di valutazione compiuto dall’ex patron Felice Saladini,  mal consigliato dai suoi legali e dai consulenti: hanno ritenuto che dovesse valere la scadenza del 12 luglio fissata dal Tribunale civile di Reggio, che aveva approvato il piano di ristrutturazione del debito presentato dalla società con apposita omologa pubblicata il 12 giugno. Non hanno tenuto conto del fatto che, anche di fronte ad una legge dello Stato l’ordinamento sportivo avrebbe difeso la propria autonomia.

Il termine fissato dalla Federazione, con il comunicato n. 169 dell’aprile scorso era invece quello del 20 giugno. Il comportamento del club è stato giudicato alla stregua di una sfida. E l’intero movimento calcistico ha aperto a quel punto un vero e proprio fuoco di sbarramento contro la società amaranto, unica ad aver fatto ricorso alla legge ordinaria, la cui lentezza avrebbe messo in discussione il regolare svolgimento del campionato, visto che tutte le altre società avevano rispettato il termine del 20 giugno.

Detto questo, e non vorrei che la mia sembrasse una opinione di parte, la decisione di  negare l’iscrizione al campionato appare abnorme e sproporzionata. La Reggina non aveva saltato nessun pagamento. Aveva solo versato in lieve ritardo. Un errore veniale, se vogliamo, rivelatosi purtroppo decisivo.  Sarebbe bastato un deferimento con conseguente penalizzazione di qualche punto a torneo iniziato, come era avvenuto in analoghe situazioni. È stato, invece, usato il pugno di ferro con una durezza spropositata. Per uccidere una mosca non è necessario sparare un colpo di cannone. È invece avvenuto questo, con grave danno per l’immagine, per l’orgoglio e per l’economia della città nella quale il calcio rappresentava  un importante elemento di aggregazione sociale.

Quello che è avvenuto dopo il 20 giugno è stato un balletto inverecondo con annunci di cessione della società, con l’agitarsi di acquirenti-fantasma e con un intervento forse tardivo delle istituzioni locali. L’onta non l’hanno subita solo il pubblico e la squadra.

È avvenuto qualcosa di più amaro: è stato calpestato il merito sportivo, e nel bilancio bisogna inserire anche la perdita del patrimonio giocatori.  La Reggina aveva conquistato i play off e il diritto a restare nel torneo di B. Viene ripescato il Brescia che era retrocesso sul campo perdendo lo spareggio con il Cosenza, rovinato nel finale da gravi incidenti provocati dalla tifoseria. Il Brescia, il cui presidente Cellino ha ammesso candidamente di aver bruciato dei faldoni per far sparire alcune prove a suo carico in occasione della calciopoli del 2006. Non mi sembra un grande esempio.

Inoltre la perentorietà del termine dei 20 giugno non è stata fatta valere per il Lecco, riammesso in virtù di un merito sportivo legittimo, ma negato alla Reggina. Una perentorietà a corrente alternata.

Il disastro adesso è sotto gli occhi di tutti. Fallimento inevitabile, quando era evitabilissimo. Si ripartirà dalla quarta serie. Il delitto perfetto nello sport adesso esiste.  (araf)

VERSO IL RITORNO A SCUOLA, TRA RITARDI
E MENO STUDENTI: È ALLARME IN CALABRIA

di GUIDO LEONE – Ancora qualche settimana di vacanze e poi per gli studenti reggini delle scuole di ogni ordine e grado, così come per altri loro colleghi di buona parte delle regioni italiane, si riapriranno le porte delle aule per l’inizio delle lezioni fissato a giovedì 14 settembre.

Nelle scuole superiori, poi, negli ultimi  giorni si stanno svolgendo  le operazioni di verifica dei debiti scolastici che gli studenti  dovranno dimostrare di avere  recuperato entro l’8 settembre come da circolare ministeriale. Si tratta di quelle prove che una volta erano chiamati esami di riparazione. Interessano mediamente  centinaia di studenti che nello scrutinio di giugno hanno avuto il  cosiddetto giudizio sospeso, cioè non sono stati né promossi né bocciati e che, pertanto, hanno dovuto sostenere le prove nelle materie insufficienti.

Intanto, giovedì 1 settembre per il mondo della scuola è l’inizio  del nuovo anno scolastico. Anche quest’anno ci sarà una nuova ripartenza,  la quarta dall’inizio della pandemia da Covid-19,  nel quale, ancora una volta, bisognerà confrontarsi con nuove abitudini e stili di vita che hanno impresso, nel corso degli ultimi anni,  una svolta epocale  nel modo di essere e fare  scuola, grazie anche al massiccio ricorso alle nuove tecnologie che ha colmato l’isolamento imposto dalle restrizioni per arginare il fenomeno Covid. 

I numeri della scuola reggina 

Lo scenario scolastico 2023- 2024, che si apre venerdì 1° settembre, inizia per dirigenti, docenti e personale amministrativo, come al solito, con tutta una serie di operazioni di natura collegiale, dal piano annuale delle attività alla rivisitazione del piano dell’offerta formativa e la preparazione delle attività di accoglienza per le matricole reggine dei vari ordini di scuola statale, così distribuiti: 3338 per l’infanzia ,4.258 per la primaria, 4.594 per la media e 5924 per le superiori.

Ciò che andrebbe evitata è la fretta di sedersi alla cattedra e al banco, di riprendere a insegnare per recuperare il tempo perduto, lasciando le vite di prima, le vite del vuoto scolastico, fuori dalle aule.

Il progetto educativo della ripresa avrebbe bisogno di tre passaggi: accoglienza, narrazione, rimodulazione.

In tutto gli studenti della nostra provincia nell’anno scolastico 2023-2024 saranno 73.298, così distribuiti fra i vari ordini di scuola: 8.825 infanzia, 21.806 primaria, 14.526 media, 28.141 superiore. Cui vanno ad aggiungersi gli allievi delle scuole paritarie.

Se per l’anno scolastico 2023-2024 ci saranno quasi 130mila studenti in meno in Italia, vuol dire che salteranno circa 5mila classi calcolando una media di 25 studenti ciascuna.

Resta, purtroppo, la tendenza, che si registra da tempo ad una diminuzione della popolazione scolastica anche nella nostra provincia, un migliaio in meno rispetto all’anno scorso.

Nel Reggino ad affrontare i prossimi esami di maturità, che avranno inizio mercoledì 19 giugno 2024, nelle scuole superiori  statali saranno 5.312 allievi, mentre nella scuola media inferiore saranno 5.015.

Cosa prevede il nuovo calendario scolastico:una lunga maratona di 203 giorni

 Questo è il ventiduesimo anno della devolution  nel quale le Regioni autonomamente fissano la data d’inizio e il termine delle lezioni.

In Calabria il termine è stato decretato per sabato 8 giugno 2024. Le attività educative nella scuola dell’infanzia, invece, termineranno in quasi tutte le regioni sabato 29 giugno 2024.

Per tutti, giorno più giorno meno, una lunga maratona di nove mesi di lezione, 203 giorni per la Calabria, fatto salvo il minimo dei 200 giorni di lezione.

I giorni di festa (escluse le domeniche) previsti dal calendario ministeriale sono al momento 11, vincolanti su tutto il territorio nazionale.

E cioè l’1 novembre, festa di tutti i Santi; l’8 dicembre, Immacolata Concezione; il 25 dicembre, Natale; il 26 dicembre; l’1 gennaio, Capodanno; il 6 gennaio, Epifania; il giorno di lunedì dopo Pasqua; il 25 aprile, Anniversario Liberazione; l’1 maggio, Festa del Lavoro; il 2 Giugno, Festa nazionale della Repubblica; la festa del Santo Patrono. 

Il decreto del Presidente della Regione Calabria stabilisce, poi, che non si effettueranno lezioni  il 2 novembre 2023; il 9  Dicembre 2023 interfestivo; da sabato 23 Dicembre 2023 al venerdì 5 Gennaio 2024  vacanze natalizie; da lunedì 12 febbraio a martedì  13 febbraio carnevale; da giovedì 28 marzo a martedì 2 aprile 2024 vacanze pasquali; venerdì 26 e sabato 27 aprile 2024 interfestivi. 

Il nuovo calendario, così come prevede l’autonomia scolastica, è, comunque, flessibile e dà la possibilità alle scuole di proporre gli adattamenti che possono riguardare anche la data di inizio delle lezioni , nonché la sospensione, in corso di anno scolastico, delle attività educative e delle lezioni prevedendo, ai fini della compensazione delle attività non effettuate, modalità e tempi di recupero in altri periodi dell’anno. Sicché anche le scuole della nostra provincia potrebbero  iniziare le lezioni ancor prima del 14 settembre.

Anche in provincia di Reggio Calabria il fenomeno dei dirigenti a mezzo servizio.

Anche quest’anno si ripresenta l’atavico problema delle reggenze. Chiunque frequenti una scuola (da docente o da genitore) sa quanto sia drammatico avere un dirigente a mezzo servizio.

Significa un abbassamento sostanziale del servizio offerto, a maggior ragione in un periodo fondamentale per la gestione dei fondi Pnrr. D’altronde, quale attenzione può prestare un Dirigente che si trova a gestire tanti plessi distanti anche decine di chilometri tra loro?

Comunque per garantire la regolarità dell’avvio dell’anno scolastico l’Ufficio scolastico regionale ha provveduto a coprire tutti i posti disponibili con incarichi aggiuntivi di reggenza

Sicché sono 68, di cui 20 in provincia di Reggio, le scuole calabresi che avranno un dirigente part time come reggente e che dovranno dividersi fra due scuole talvolta abbastanza distanti tra loro. In città il Liceo scientifico “Da Vinci” continuerà ad essere à retto dal dirigente Franco Praticò.  Continua a permanere la tendenza al colore rosa nei numeri della dirigenza scolastica calabrese e reggina in particolare e l’abbassamento dell’età media dei responsabili degli istituti. 

Le sfide ricorrenti del sistema educativo

Solo per citarne alcuni: dall’annosa penuria di docenti alla qualità della formazione e dell’offerta formativa, dalla abbondanza delle classi pollaio alle modeste condizioni retributive e lavorative, alla mancata riforma della carriera degli insegnanti, alla assenza di interventi per migliorare l’efficienza ed efficientamento energetico in strutture ad elevatissimo consumo e dispendio energetico, alla accessibilità degli istituti per gli studenti disabili. Ad evidenziare quest’ultimo aspetto è il Rapporto Annuale Istat che calcola come una scuola su tre non risulta essere accessibile agli alunni con disabilità motoria.

Comunque, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: riforme incomplete, cambiamenti continui, spesso improvvisati, sperimentazioni, progetti, innovazioni metodologiche e pedagogiche digitalizzazione a tappe forzate in quanto considerata la panacea di ogni problema, fanno poi puntualmente registrare un tracollo delle conoscenze e capacità cognitive essenziali dei giovani: le prove Invalsi, le indagini Pisa, le statistiche varie ci consegnano da anni il desolante quadro di una sorta di giovanile semianalfabetismo dilagante, a cui si aggiunge un analfabetismo emotivo e sentimentale, aggravatosi dopo il lockdown, alla base dei numerosi episodi di teppismo, bullismo e criminalità nei confronti dei docenti, nemmeno più supportati dalle famiglie, come accadeva un tempo. A proposito a quando la figura dello psicologo in pianta stabile almeno nelle scuole maggiormente a rischio. 

Le risorse destinate al sistema scolastico diminuiscono nell’indifferenza di tutti. La scuola, invece, deve essere la priorità perché ne va del nostro futuro.

Le notevoli risorse finanziarie messe in campo per uscire dalla crisi, a partire dai quasi 200 miliardi del Pnrr, dovrebbero supportare investimenti che accompagnino e rafforzino il benessere dei giovani nelle diverse fasi dei percorsi di vita, intervenendo fin dai primi anni di vita suggerisce così il Rapporto 2023 segnalando che l’Italia spende per prestazioni sociali erogate a famiglie e minori una quota paria all’1,2% del Pil contro il 2,5 della Francia ed il 3,7% della Germania. E anche sul fronte dell’istruzione emerge un “minor impegno” del nostro Paese, che impegna appena il 4,1% del Pil contro il 5,2 della Francia , il 4,6 della Spagna ed il 4,5 della Germania ed una media della Ue del 4,8%.

Perciò è necessario pensare una scuola nuova con modelli metodologici e valutativi rivisti in profondità e con una reale personalizzazione dei percorsi. Serve un cambio di passo per garantire pari opportunità e successo formativo a ogni studente. Solo così potremo pensare di dare risposte ai bisogni formativi dei ragazzi che affollano le nostre scuole, preparandoli alle esigenze del mondo, del lavoro e delle università.

Messi in fila, questi dati raccontano di un ritardo preoccupante della regione calabrese e risultati ancora peggiori in alcune realtà locali. Ben venga pertanto il progetto pilota Agenda Sud che per il prossimo triennio prevede anche per un certo numero di istituzioni scolastiche calabresi una serie di interventi tra cui spiccano attività di orientamento e tutoraggio, didattica innovativa e laboratoriale e una maggiore flessibilità negli orari. Il tutto finalizzato a ridurre il divario  educativo tra il Nord e il Sud d’Italia.

Va sottolineato, altresì, la novità di quest’anno scolastico con le figure del docente tutor e del docente orientatore che dovrebbero essere operative da settembre. (gl)

[Guido Leone è giù dirigente tecnico Usr Calabria]

LA VARIA DI PALMI COME MODELLO PER
UNA NUOVA NARRAZIONE DELLA CALABRIA

di PINO NANO  – Io non so chi abbia immaginato e organizzato questa pagina Facebook (https://www.facebook.com/VariaPalmi/?locale=it_IT.) sulla Varia di Palmi, ma chi lo ha fatto ha reso alla città e alla gente di Palmi un servizio di immenso valore sociale.

Per giorni mi sono rammaricato di non poter vedere la Varia di quest’anno, poi invece ho scoperto l’esistenza di questo sito e confesso di aver vissuto le tensioni e le emozioni più belle della città di Palmi in presa diretta, come se io in realtà vivessi a Palmi e non invece a migliaia di chilometri dal Carro Sacro. Per giunta anche una diretta Fb, che ha riproposto sulla “rete” l’immagine di centinaia di migliaia di persone in piazza per assistere allo spettacolo più bello e più emozionante di questa lunga estate calabrese. 

I 200 portatori del Carro Sacro, vestiti tutti di bianco e con il fazzoletto al collo della propria corporazione in realtà sembravano molti di più. Un effetto scenico irripetibile, da film colossal. 

Oggi, la prima idea che mi viene in mente è che sarebbe bello se un giorno un regista, che avesse voglia di raccontare la Calabria in maniera diversa dai soliti clichè di “terra di mafia”, venisse a Palmi e ne facesse un film da portare poi in giro per il mondo. 

Non so se il sindaco di Palmi ci ha mai pensato, o anche lo stesso Presidente della Regione Roberto Occhiuto, sempre così sensibile a questi temi venendo lui da una esperienza televisiva importante, ma vi assicuro che ci sono tutti gli ingredienti possibili e immaginabili perché uno spettacolo di folla e di popolo come questo della Varia di Palmi possa davvero diventare patrimonio comune di milioni di persone in tutto il mondo. 

Un docufilm di questo tipo non costerebbe neanche tantissimo. Anzi, sarebbe un’operazione culturale quasi a costo zero. Non devi pagare le comparse, perché in piazza trovi già centinaia di migliaia di persone.  Non devi pagare i costumi, perché tradizione vuole che ognuno si faccia cucire il proprio, soprattutto gli Mbuttaturi. 

Non devi pagare gli scenografi, perché Palmi e il mare sottostante sono già di per sé una magia cinematografica senza pari, e senza tempo. Non devi pagare gli esperti musicali, perché le nenie, le musiche e le preghiere che si cantano per strada sono già sufficienti a riempire l’atmosfera.

Non devi pagare il fitto del Carro Sacro, perché lo trovi già pronto per la scasata. Ci pensano i palmesi a realizzarlo dall’inizio alla fine.

Non devi neanche pagare gli addobbi esterni delle case, ci pensano da sole le donne di Palmi a farlo per l’arrivo della festa.

E dalla tua parte troveresti l’amore viscerale e il senso esasperato di ospitalità che appartiene alla nostra cultura e alla gente di Calabria. 

In questi casi basta un regista bravo, e una squadra di ripresa che venga a Palmi per una settimana e segua in presa diretta le varie fasi della festa. E poi la parte finale del montaggio, ma con tutto quello che c’è in piazza il giorno della Varia, sarebbe un gioco da ragazzi.

E poi? E poi suggerirei al Presidente della Regione Roberto Occhiuto di presentare il film al Festival del Cinema di Venezia, di solito si tiene la seconda settimana di settembre, quindi il prossimo settembre 2024, come documentario antropologico “dedicato” alla Calabria e ai calabresi. 

Ne sono certo, sarebbe un successo mediatico senza precedenti. Non credo possa esserci analisi antropologica migliore e più efficace di questa per raccontare in televisione o al cinema la profonda tradizione religiosa e popolare del Sud del Paese.

Domenica guardavo in televisione le immagini di questo immenso bagno di folla, era una vera e propria marea umana, gente dovunque, che si muoveva all’unisono, migliaia e migliaia di braccia protese verso l’alto, donne bambini e intere famiglie per mano ad ammirare lo spettacolo dell’animella, e poi il tripudio finale dei fuochi d’artificio, uno spettacolo nello spettacolo.

Palmi “forever”, la Varia per sempre, e con la Varia, la gente di Palmi e il popolo della Piana. 

La Varia di Palmi è indiscutibilmente mille emozioni diverse, insieme. 

C’è l’animella sospesa e legata a questa macchina trionfale alta 17 metri che ondeggia nell’aria sorridendo e salutando il mondo sottostante, c’è la gente appesa ai balconi delle case, ci sono migliaia di ragazzi e ragazze stipati come sardine ai lati del Carro sacro, ci sono gli eroi della festa, i mbuttaturi, sotto il carro da trainare, dettagli e frammenti di vita che emozionano ma incutono anche un pizzico di timore. È il timore ancestrale che all’improvviso possa accadere qualcosa di indesiderato. 

Basta nulla perché qualcuno nella ressa si faccia male, inciampi, venga travolto dagli altri, e invece no. Tutto domenica scorsa è filato liscio, organizzazione perfetta, impeccabile, ogni particolare della festa curato con attenzione maniacale, ogni spostamento calcolato al millimetro, ogni uomo del servizio d’ordine al suo posto, impegnato a controllare che nessuno potesse farsi male. 

Oltre 200 mila persone in piazza sono un rodeo. U una parata infernale. Sono soprattutto un manifesto corale di gioia e dolori, di attese e speranze, gente che per vedere la scasata è arrivata a Palmi alle sette del mattino, per rientrare poi a casa dopo le tre della notte, e dopo aver goduto di un concerto sublime come quello che Loredana Bertè ha saputo regalare alla sua terra natale. Rieccola la grande Loredana Bertè, lei che è nata a due passi da Palmi, e che a Bagnara ha vissuto le sue prime gioie e le delusioni più cocenti, per poi emigrare via per sempre. 

Anche per lei la Varia di Palmi è stato un trionfale ritorno a casa, e francamente non si poteva immaginare concerto più bello e più rock da regalare alla città della piana.

Grazie ancora Palmi, per questo spettacolo bellissimo, di grande civiltà. 

Grazie ancora Palmi, per averci fatto sognare, anche se da lontano. 

Grazie ancora Palmi, per averci fatto commuovere. 

La Varia di Palmi è oggi a giusta ragione Patrimonio dell’Unesco, ma non si potrebbe davvero immaginare uno spettacolo più bello di questo da nessun’altra parte al mondo. 

Ma non lo dico da figlio di Calabria quale io sono. Lo dico da osservatore attento e rigoroso del costume italiano e delle tradizioni religiose di questo nostro Paese. 

Il vero trionfo della pietà popolare. Tutto questo è la Varia di Palmi. Con i suoi numeri da record, l’attesa di questi giorni che hanno preceduto la scasata, il rumore assordante del cannone che dà il via alla sfilata finale, la Varia dei Bambini, e chi più ne ha più ne metta. 

Sul palco d’onore in piazza l’altra sera, accanto al sindaco, al vescovo della diocesi e alle massime autorità istituzionali dell’intera provincia c’era anche Gregorio Corigliano, mio compagno di vita in Rai per quasi 40 anni, figlio anche lui della Piana, il suo paese di origine era Eranova, poi è diventato San Ferdinando, siamo ai margini di Rosarno, e a due passi dal porto di Gioia Tauro, e che da lì domenica sera mi ha chiamato al telefono per dirmi «Se tu fossi qui assisteresti ad uno spettacolo unico al mondo. Hai fatto bene a convincermi a venire». Bellissimo lo stesso.

Grazie Palmi, per questa immensa e smisurata testimonianza di fede. 

Guai a pensare o a scrivere che la Calabria sia solo disperazione e malaffare. La Calabria vera è anche la Varia di Palmi, è questa folla immensa che si riversa per le strade della città, e trova il tempo per pregare e per stare insieme. 

Palmi e la Varia, eccolo per un giorno il cuore vero di questa regione. Uno spettacolo irripetibile. Anzi no. 

Lo spettacolo è solo rinviato di un anno, perché il sindaco di Palmi Giuseppe Ranuccio ha già annunciato che la prossima edizione della Varia sarà l’anno prossimo, il 24 agosto del 2024. 

Speriamo di poterci essere. Ancora Grazie Palmi. (pn)

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QUEL “DIRITTO ALLA MOBILITÀ” NEGATO
AI CALABRESI, COSTRETTI A “FUGGIRE”

di FRANCESCO COSTANTINO – È innegabile la diretta dipendenza tra il ritardo di sviluppo delle aree meridionali, e più in particolare di quelle calabresi e siciliane, e la inadeguata dotazione di infrastrutture e di servizi che le caratterizzano in ogni settore.

Limitando lo sguardo alle sole infrastrutture che consentono ai calabresi la mobilità delle persone e delle merci, sia interna che verso le rotte nazionali e internazionali, emerge una situazione di desolante noncuranza e sottovalutazione.

La peculiarità della Regione Calabria è quella di essere un territorio prevalentemente montano con una popolazione residente per oltre il 50% nelle aree tecnicamente classificate come “Aree Interne”.

Queste aree sono sempre più difficilmente raggiungibili utilizzando arterie stradali datate e carenti di manutenzione ordinaria programmata e straordinaria pur in presenza di fondi prevalentemente europei all’uopo destinati. 

In pratica, si registra un sostanziale abbandono di territori divenuti progressivamente sempre più inaccessibili con riflessi che si riverberano negativamente sui delicati equilibri degli ecosistemi locali generando dissesti idrogeologici i cui effetti negativi si manifestano  financo sulle aree costiere.

Sostanzialmente il sistema viario calabrese si appoggia sul versante tirrenico alle dorsali costituite dalla S.S. 18 e all’autostrada A2 e sul versante Jonico alla dorsale S.S. 106. Su queste dorsali si innestano le principali connessioni in direzione Est-Ovest rappresentate dalle trasversali di seguito indicate.

  • S.S. 534 che collega lo svincolo della A2 in corrispondenza di Firmo con Sibari;
  • S.S. 283 o trasversale delle Terme Luigiane che collega la costa tirrenica nei pressi di Guardia Piemontese con l’Autostrada A2  e la piana di Sibari.;
  • S.S. 107 Silana-Crotonese che si innesta sulla S.S. 18 presso Paola e raggiunge la S.S. 106 presso Crotone;
  • S.S. 280 che collega l’aeroporto di Lamezia con Catanzaro Lido;
  • S.S. 182 o trasversale delle Serre che collega l’A2 all’altezza di Vibo con la S.S. 106 all’altezza di Soverato;
  • S.S. 682 Jonio-Tirreno che collega lo svincolo di Rosarno dell’A2 con la S.S. 106 in corrispondenza di Gioiosa Jonica.

Le aree interne sono al loro volta collegate alle trasversali in vario modo con arterie secondarie. Le popolazioni calabresi attendono da decenni che venga completato tanto l’ammodernamento dell’autostrada A2 quanto quello della S.S. 106 Jonica. 

Intanto numerosi viadotti ed altre opere d’arte dislocate lungo il tracciato di queste fondamentali dorsali cominciano a risentire gli effetti del tempo e si avvicinano, in molti casi, alla conclusione del ciclo vitale che consente la percorrenza condizioni di sicurezza.

In siffatta condizione quello che potrà accadere a seguito dell’annunciata prossima chiusura  prolungata della galleria della Limina lungo il tracciato della S.S. 682 è facilmente prevedibile: una già precaria e limitata condizione di mobilità che riguarda un vasto bacino territoriale verrà ulteriormente aggravata per un periodo programmato in 20 mesi ma che, considerando la storia realizzativa degli interventi strutturali alle nostre latitudini, è sottoposto al rischio di subire prolungamenti insopportabili.

Nel merito specifico della chiusura della galleria avevo già in precedenza espresso la mia opinione personale su questo stesso giornale. 

Provo ora a meglio precisarla perché le proposte operative di utilizzare percorsi viari alternativi che molti suggeriscono, attesa l’ampiezza temporale del disservizio, non mi convincono.

Non  mi convincono perché la galleria di cui si parla, di lunghezza ragguardevole pari a 3200 mt, è percorribile  nelle 2 direzioni di marcia con due sole corsie senza corsie di emergenza laterali e senza spartitraffico: Una vera trappola potenziale in caso di incidente. 

Nessun intervento manutentivo potrà cambiarne la sagoma della galleria e dunque anche ad intervento ultimato avremo sempre una struttura percorribile in condizioni di sicurezza molto limitate non dissimili da quelle attuali.

Perché, allora non ritardare l’intervento manutentivo per il tempo necessario a progettare e realizzare una moderna galleria sostitutiva  a doppia canna (soluzione A), oppure realizzare una galleria ad una sola canna con corsia di emergenza (soluzione B) da utilizzare per la percorrenza in una sola direzione, rendendo successivamente la galleria esistente opportunamente manutenuta percorribile nella direzione opposta a quella della galleria di nuova costruzione. 

La tempistica realizzativa, ridotta al massimo utilizzando la procedura sperimentata per la realizzazione del ponte Morandi di Genova, dovrebbe essere la seguente. 

Prima Fase: mantenimento del traffico stradale nell’attuale galleria per tutto il tempo necessario alla realizzazione della 2^ galleria;

Seconda Fase. Questa dipenderebbe dalla tipologia scelta per la costruzione della nuova galleria in quanto, in caso di scelta per la soluzione A coinciderebbe con il solo tempo di costruzione della nuova galleria. In caso invece di scelta per la soluzione B quest’ultima dovrebbe, per un tempo corrispondente alla conclusione delle opere manutentive sulla galleria esistente, funzionare a doppio senso di marcia;

Terza Fase  tempo zero se si scegliesse la soluzione A oppure tempo corrispondente a quello occorrente per la conclusione delle opere manutentive sulla galleria esistente  se si scegliesse la soluzione B.

Il tempo per agire con fondi del Pnrr, se si scegliesse il metodo di azione ponte Morandi di Genova, ci sarebbe ancora e in ogni caso sarebbe insopportabile accettare che a determinare la scelta dovesse essere la limitatezza delle risorse finanziarie disponibili. 

Per molto meno, in altre aree territoriali, sono state recuperate e impiegate ben altre risorse. 

Ci vuole coraggio a proporre, o imporre, che venga presa in considerazione una delle 2 soluzioni prima prospettate, ma rassegnarsi a soffrire aggravamenti del diritto alla mobilità per un tempo enorme quale quello prospettato senza peraltro ottenere con gli interventi solo manutentivi  programmati significativi miglioramenti della transitabilità in sicurezza nella galleria esistente è una rassegnazione che giudico somigliante molto ad una resa rassegnata. (fc)

TURISMO DELLE RADICI, TRA LUCI E OMBRE
PROGETTO AMBIZIOSO, MA ANDRÀ RIVISTO

di SANTO STRATI – Il titolo del programma/progetto, diciamo la verità, è molto suggestivo: turismo delle radici. Ovvero, favorire il viaggio alla scoperta (o riscoperta) delle terre degli avi. Un’occasione che il forte senso di attaccamento alla propria terra, per i calabresi, diventa esigenza di conoscere la terra dei padri, dei nonni, i luoghi che hanno dato i natali ai capostipiti delle famiglie, ahimè emigrate in tutto il mondo, verso la “Merica”, il Canada, l’Australia, la Germania, la Svizzera, etc. Ma, mentre per gli europei un viaggio alla ricerca delle proprie radici si può fare in auto, viaggiando lungo l’Autosole prima e l’Autostrada del Mediterraneo dopo, per chi vive oltreoceano e ha una certa età il viaggio può sembrare una fatica insuperabile e richiede incentivazioni e assistenza specifica,

L’idea di attrarre questo tipo di “turismo” è quantomeno affascinante e merita, indubbiamente, la massima attenzione. Detto in soldoni, potrebbe significare far arrivare in Calabria oltre 100mila persone in più l’anno, rispetto ai flussi tradizionali dei vacanzieri che scelgono la nostra  Calabria, ed è una stima estremamente prudente.

Ci sono – secondo una valutazione che tiene conto anche delle terze generazioni, almeno 6 milioni (forse otto) di calabresi che vivono oltre i confini dell’Italia. Una massa incredibile e straordinaria di conterranei (e/o discendenti) che in gran parte non conosce la Calabria. Molti sono partiti da bambini, seguendo i genitori all’inizio del secolo fino a tutti gli anni Cinquanta/Sessanta. I loro discendenti ne hanno sentito illustrare le bellezze, con l’affetto genuino di chi conserva la Calabria nel cuore, e hanno, inevitabilmente e inguaribilmente, ereditato questo amore  profondo per una terra pressoché sconosciuta e lontana. Molti hanno fatto fortuna, ma non hanno dimenticato i racconti della terra lontana, virtualmente ne hanno assaporato gli odori e i profumi, l’hanno conosciuta attraverso internet o vecchie foto ingiallite di famiglia. E se ne sono innamorati.

Il loro”turismo di ritorno” ha quindi molte motivazioni, soprattutto di natura emozionale, oltre alla suggestione di poter incontrare parenti sconosciuti, visitare luoghi che hanno visto bambini i loro avi, saggiare di persona quanto di quel forte sentiment a loro trasmesso, quello straordinario e unico senso di appartenenza sia reale e presente.

Bene, ma un progetto del genere (che in Calabria ha preso diverse denominazioni e ha in atto anche discutibili iniziative tipo “La Terra dei Padri” (varato in pompa magna dall’ex assessore al Turismo Fausto Orsomarso e che ha investito sostanziose risorse senza però produrre risultati) non può basarsi sull’improvvisazione o al massimo con l’offerta di una cena tipica da parte della regione…

Fanno molto di più iniziative di singole associazioni: Casa Calabria International, per esempio, con la sua presidente Innocenza Giannuzzi ha varato apprezzati progetti di accoglienza per il turismo di ritorno di numerosi calabresi che vivono all’estero che arrivano in continuazione e godono di assistenza e ricevono una speciale attenzione durante tutto il loro soggiorno, alla scoperta dei paesi degli avi e in una terra che sentono subito di amare, istintivamente e profondamente non appena scesi dall’aereo.

Il turismo, in ogni sua forma, non può fare a meno di marketing territoriale  ed è obbligato – se vuole attrarre nuovi ospiti – a seguire le regole del mercato, ovvero rispondere adeguatamente a problemi di ricettività, logistica, mobilità.

Nello specifico, il turismo delle radici è un percorso straordinario che può, quindi, offrire grandi opportunità di crescita del territorio, con nuova occupazione (femminile e giovanile), un indotto di serie proporzioni e, non da ultimo, risolvere la dannazione dello spopolamento dei borghi. Luoghi meravigliosi in attesa di rinascere e accogliere (anche stabilmente) gli “emigranti” di ritorno che potrebbero anche decidere di investire economicamente in nuove imprese o nell’acquisto di una casa da trasformare in buen retiro. Insomma, una grande opportunità per la Calabria, con risorse fresche e, perché no?, nuovi investimenti sul territorio da parte di chi decide di tornare.

Di tutto ciò abbiamo parlato con Nino Foti, ex deputato pdl, oggi Presidente della Fondazione Magna Grecia, un’istituzione culturale di grande rilievo che si occupa di Mezzogiorno e, soprattutto, di Calabria.

– Quanto vale il turismo delle radici per la Calabria?

«É indubbio che il ritorno degli oriundi italiani residenti all’estero – dice il Presidente della Fondazione Magna Grecia Nino Foti – rappresenti un’opportunità di straordinaria rilevanza per il Sud d’Italia. Questo flusso di ritorno, che può manifestarsi sia sotto forma di ritorno permanente che temporaneo, porta con sé una serie di vantaggi chiave che possono contribuire in modo significativo alla crescita e allo sviluppo dei territori».

– Di quali opportunità parliamo?

«In primo luogo, il cosidetto “turismo delle radici” può portare competenze e conoscenze acquisite all’estero, che possono essere applicate in settori cruciali per lo sviluppo del Sud. Le esperienze lavorative e gli apprendimenti maturati all’estero rappresentano una risorsa preziosa per innescare processi di innovazione e sviluppo in aree che possono trarne un vantaggio notevole. Inoltre, il ritorno degli oriundi può apportare un contributo economico significativo attraverso investimenti, iniziative imprenditoriali e progetti di sviluppo locale. Questo flusso di risorse finanziarie può stimolare la crescita economica, creare nuove opportunità di lavoro e contribuire alla diversificazione dell’economia locale e, oltre al contributo economico e alle competenze, può giocare un ruolo fondamentale nella preservazione e valorizzazione delle radici culturali e storiche del Sud».

– Si potrebbe definirli “emigranti di ritorno”?

«In un certo senso sì, ma in termini positivi. Il ritorno è un’occasione di riscatto per la terra degli avi. Questi individui portano con sé, o possono acquisire, un senso di appartenenza profondo e autentico alla terra dei loro antenati, contribuendo così a perpetuare tradizioni, lingua e patrimonio culturale. La loro presenza può anche essere una fonte di ispirazione per le nuove generazioni, incoraggiandole a coltivare un legame con la loro eredità culturale e a prendere parte attiva nella costruzione di un futuro migliore per la regione».

– Quindi più che delle radici, sarebbe opportuno parlare di turismo del ritorno…

«Il ritorno degli oriundi italiani può innescare un circolo virtuoso di sviluppo, in cui il rafforzamento delle connessioni tra la diaspora italiana e il Sud d’Italia crea opportunità di collaborazione, scambio e crescita reciproca. Questa rete globale di connessioni può facilitare lo scambio di conoscenze, l’accesso a nuovi mercati e la creazione di partnership che favoriscono lo sviluppo sostenibile».

– Un’occasione di sviluppo per il Sud?

«Il flusso di ritorno degli oriundi italiani rappresenta certamente uno straordinario potenziale catalizzatore di sviluppo per il Sud d’Italia. La combinazione di competenze, investimenti, cultura e senso di appartenenza può creare un ambiente fertile per la crescita economica, l’innovazione e la preservazione della ricca storia e tradizione della regione. L’accoglienza calorosa e la valorizzazione di questi italo-discendenti possono aprire nuovi orizzonti per il Sud, contribuendo a trasformarlo in un polo di opportunità e progresso».

– Come si dovrebbe operare per sfruttare a pieno questa opportunità?

«Questo obiettivo è stato posto al centro, grazie ad un accordo tra i Ministeri della Cultura e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del recente bando “Turismo delle Radici”, finanziato con i fondi del PNRR, rivolto ai discendenti di persone emigrate che viaggiano, alla scoperta delle proprie origini, per (ri)scoprire luoghi e persone in cui sono vissuti i propri antenati. Il presupposto è che per il viaggiatore questa sia una vera e propria esperienza ricca di emozioni e di relazioni umane, e per il territorio una grande opportunità di crescita in termini di valorizzazione, promozione e indotto economico.

«La governance del bando, ad oggi già esperito, si articola su tre livelli:

• 1 Coordinatore nazionale

• 16 Coordinatori regionali

• 16 “raggruppamenti informali” di giovani professionisti o da formare, affiancati da genealogisti e accompagnatori turistici, che terranno in buon conto (nelle intenzioni degli Enti appaltanti) la scoperta della storia familiare ed il legame con il territorio visitato».

– Avverto un certo scetticismo…

«Un’analisi attenta del bando rivela alcune lacune significative nell’approccio e nell’implementazione, sollevando preoccupazioni sulla sua efficacia e produttività complessiva. A mio avviso, infatti, gli obiettivi del bando, così come formulati, non sono ben definiti, così come non lo sono le attività e le modalità per perseguirli, che non sembrano rientrare in una regia generale. Appare inoltre evidente che si è inteso rinunciare a priori a fruire dell’esperienza dei tanti soggetti profit e non profit da anni impegnati nella valorizzazione del territorio e nell’incoming turistico, che nel bando non hanno alcun ruolo evidente».

– Quale dovrebbe essere il ruolo degli enti locali?

– Ha centrato il punto. Non si comprende quale sia il ruolo delle regioni e dei Comuni. Una carenza ancora più importante emerge dalla sottovalutazione (diremmo meglio l’assenza) dell’importanza di una adeguata campagna di promozione e riavvicinamento alla lingua italiana degli 80 milioni di italo-discendenti, più tanti altri milioni di persone nel mondo che, pur non avendo sangue italiano, amano il vivere all’italiana in tutte le sue espressioni. Come ben sappiamo, la lingua è lo specchio di un popolo e la sua conoscenza costituisce un passo obbligato per conoscere o ri-conoscere la sua cultura».

– Il suo discorso va oltre il turismo della radici con destinazione Calabria…

«Il bando è ovviamente destinato a tutto il territorio italiano, non solo a quello calabrese, pur essendo numeroissima la comunità di calabresi nel mondo. Ma rivela parecchi contraddizioni e carenze. La carenza forse più eclatante – dal punto di vista della Fondazione che rappresento, data la sua trentennale attività di creazione e mantenimento di rapporti con le comunità di italiani di origine nel mondo – risiede nel fatto che né nei documenti progettuali, né nell’ambito delle discussioni in corso nei tavoli tecnici,  ci si è interrogati su come rilevare, selezionare, contattare, coinvolgere le numerose comunità italiane nel mondo, e con quali modalità, supporti e alleanze. Si corre pertanto il rischio di distribuire a pioggia, e con scarso impatto, dato l’ammontare medio del budget stanziato per regione, pari a soli 200 mila Euro, finanziamenti che si tradurranno fatalmente in festival, ricostruzione di alberi genealogici, piattaforme per le prenotazioni (riedizioni di applicazioni già esistenti), web radio o piattaforme web dedicate, promozione dell’agroturismo e dell’enogastronomia, realizzazione di mostre museali dedicate, esaltazione del ruolo della musica folkloristica, etc.

La definizione puntuale di quali siano i reali target delle iniziative, l’assenza di una ricerca precisa su come individuarli, contattarli e coinvolgerli e di una struttura organizzativa chiara, di un supporto adeguato da parte delle istituzioni e delle strutture del territorio, nonché la sottovalutazione della grande “leva” costituita dalla lingua italiana, costituiscono ad oggi , a mio avviso, le grandi assenti del progetto».

– Quali altre criticità rileva?

«Per ultimo, l’assenza di un sistema di mentoring strutturato è un ulteriore elemento critico. I giovani partecipanti potrebbero anche avere una vasta gamma di competenze, ma l’esperienza è spesso un insegnante inestimabile. L’assenza di professionisti esperti che possano guidare e supportare i partecipanti durante il loro soggiorno all’estero potrebbe limitarne il potenziale di apprendimento e crescita. Il programma sembra sottovalutare l’importanza di costruire ponti tra le generazioni e di facilitare il passaggio delle conoscenze dagli esperti agli emergenti. Infatti, la gestione lasciata all’inesperienza dei giovani potrebbe essere una spada a doppio taglio. Da un lato, essa si può vedere come un’opportunità per i giovani di sviluppare autonomia e leadership, ma dall’altro, senza una guida adeguata e un supporto strutturato, potrebbe portare a errori costosi e a un’applicazione incoerente delle risorse. La combinazione di inesperienza e mancanza di supporto potrebbe tradursi in una scarsa efficacia e impatto limitato del programma nel lungo periodo».

– È necessario rivedere il bando?

«Il bando “Turismo delle radici” ha sicuramente degli aspetti positivi, come il tentativo di coinvolgere i giovani italiani nell’esperienza di marketing internazionale dei territori. Tuttavia, la sua impostazione generale appare improduttiva a causa dell’assenza di supporto strutturato, dell’approccio poco chiaro e della gestione lasciata in gran parte all’inesperienza dei partecipanti. Per massimizzare l’efficacia del programma, sarebbe necessario rivedere e raffinare l’approccio, fornendo supporto logistico, mentoring e obiettivi più chiari per garantire che il bando non sia solo un’opportunità, ma un catalizzatore di crescita e sviluppo concreto per i giovani talenti italiani del Sud d’Italia, a supporto dello sviluppo della loro terra». (s)