LA CALABRIA L’ETERNA COMMISSARIATA
TRA I LEA INSUFFICIENTI E MENO DIRITTI

di GIACINTO NANCI – Il Governo ha reso noti nei giorni scorsi i dati del monitoraggio dei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza). I Lea sono calcolati con degli indicatori di qualità dell’assistenza sanitaria nelle varie regioni e si quantificano con un punteggio. Ebbene la Calabria è la sola regione (insieme alla Valle D’Aosta che però lo è per la prima volta) che continua ad essere insufficiente in tutte e tre le macroaree Lea (Distrettuale, Prevenzione e Ospedaliera) con un punteggio inferiore a 60, quello della sufficienza.

Ebbene come è possibile non chiedersi, da parte dei politici, degli amministratori, dei sindacati medici, del ministro della salute, come mai, dopo 14 anni di commissariamento e di piano di rientro sanitario cui è sottoposta la Calabria, la condizione della sanità calabrese è ancora così disastrosa?

Tra l’altro la Calabria ha com Dmissariate da ormai 4 anni tutte e 5 le sue Aziende Sanitarie e i tre maggiori ospedali regionali. Il commissariamento per definizione è un intervento EI LIV efficienza e di breve durata per cui o gli innumerevoli commissari mandati in Calabria sono stati tutti degli incompetenti (e non ci pare il caso) oppure c’è qualche altro motivo per il quale dopo 14 anni di pluricommissariamento siamo ancora con tutti i Lea sempre insufficienti che tradotto in soldoni vuol dire che in Calabria l’aspettativa di vita in questi ultimi anni, per la prima volta nella sua storia, invece di aumentare e diminuita e un bambino che nasce oggi in Calabria vivrà sicuramente meno dei suoi genitori.

È questa è una cosa molto grave che dovrebbe indurre tutti i citati interlocutori a farsi la giusta domanda. La cosa ancora più grave è che tutti gli interlocutori sopra citati conoscono il motivo per cui i Lea sono e saranno insufficienti. Il motivo è che la Calabria è la regione che ha il suo sistema sanitario gravemente sotto finanziato fin dal 1996 anno di introduzione del nuovo sistema di riparto dei fondi sanitari alle regioni. Anzi è stato proprio l’effetto di questo sotto finanziamento che ha messo in ginocchio la sanità calabrese tanto che nel dicembre 2009 a causa di un suo presunto deficit sanitario (leggi conseguenza del grave sottofinanziamento) alla Calabria è stato imposto il piano di rientro sanitario e il commissariamento, che invece di risolvere il problema, stante il perdurare del sottofinanziamento, lo ha aggravato per come possiamo constatare in questi giorni.

Tutti gli interlocutori lo sanno perché la Conferenza Stato-Regioni già nel 2017 ha parzialissimamente (per come dichiarato dall’allora suo presidente Bonaccini) modificato il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni introducendo il concetto della “deprivazione”. Ebbene a causa di questa parzialissima modifica alla Calabria sono arrivati nel 2017 ben 29 milioni in più rispetto al 2016 e a tutto il Sud (le cui regioni sono, anche se molto di meno, nelle stesse condizioni della Calabria) ben 408 milioni in più. Per capire di quali cifre si tratta bisognerebbe moltiplicare per 4 le quelle appena citate e dal 1996 ad oggi.

Ma a rendere ancora più grave la situazione della sanità calabrese è il fatto che la Calabria è la regione che riceve meno fondi pro capite per la sua sanità pur essendo quella con il più alto numero di malati cronici, e quindi di fondi ne dovrebbe ricevere di più delle altre regioni e non di meno. E anche di questo tutti sono a conoscenza perché il tutto è certificato dal Dca N. 103 del lontano 30/09/2015 in cui l’allora commissario Scura nell’allegato n. 1 alla pagina 33 scriveva che in Calabria ci sono almeno il 10% di malati cronici più che non nel resto d’Italia.

Il decreto per come prevede il piano di rientro prima di essere pubblicato è stato vidimato prima dal Ministero dell’Economia e poi da quello della Salute, ecco perché tutti sanno che la Calabria è la regione che riceve meno fondi pur avendo molti più malati cronici. La modifica fatta ai criteri di riparto dei fondi fatta nel 2017 non è stata ne ripetuta ne ampliata, ma oggi c’è una nuova opportunità perché il governatore della Campania, che ha la situazione sanitaria più simile a quella della Calabria, nell’estate del 2022 ha fatto ricorso al Tar proprio per impugnare il criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni fatte dalla Conferenza Stato-Regioni.

La novità è che il governo e la Conferenza Stato-Regioni hanno concordato di modificare per il 2023 i criteri del riparto dei fondi sanitari alle regioni, e lo hanno fatto ancor prima della sentenza del Tar sapendo che il ricorso è giusto e verrà accettato. Il nuovo accordo di modifica del riparto dei fondi sanitari è simile a quello fatto nel 2017, quello della deprivazione, che ricordiamo è stato “parzialissimo” con pochi benefici economici per la Calabria e il Sud.

Per cui questa è l’occasione di superare anche questo accordo e di battersi, specialmente da parte dell’attuale commissario alla sanità regionale nonché governatore della Calabria Occhiuto, perché finalmente ci sia un riparto basato sui veri bisogni delle popolazioni nelle varie regioni. Per fare questo è indispensabile chiedere che la Conferenza Stato-Regioni finanzi le sanità regionali in base alla numerosità delle malattie croniche presenti nella varie regioni. Oggi sappiamo quanti malati cronici ci sono nelle varie regioni, sappiamo quanto costa curare ogni anno le singole malattie croniche e quindi è possibile e necessario dare i fondi alle regioni in base alla presenza delle varie malattie.

Altrimenti i Lea in Calabria la sufficienza non la raggiungeranno mai e cosa ancora più grave i calabresi continueranno a morire prima, a parità di malattia specialmente tumorale, che non nel resto d’Italia e aumenterà ancora la spesa dei calabresi per le cure fuori regione, nei centri di eccellenza del Nord, che è arrivata alla iperbolica cifra di 300 milioni annui senza contare il disagio di chi deve emigrare per curarsi fuori regione. Il governatore Occhiuto dovrebbe dimettersi da commissario chiedere la chiusura del piano di rientro e che la sanità calabrese venga finanziata in base alla numerosità dei malati cronici presenti in Calabria. (gn)

[Giacinto Nanci è medico dell’Associazione Medici di Famiglia a Catanzaro]

CALABRIA, ECONOMIA ANCORA IN AFFANNO
BANKITALIA: LA CRESCITA È RALLENTATA

di FRANCESCO CANGEMI – La Calabria, anche e soprattutto dal punto di vista dell’economia, non può mai sorridere mostrando tutti i denti. Su quel sorriso, infatti, pesa il “Rapporto annuale sul 2022 – L’economia della Calabria” di Banca d’Italia. Si può sorridere perché l’economia calabrese cresce del 3% rispetto al 2021 ma non si può sorridere del tutto perché la crescita è inferiore rispetto a quella del resto del Mezzogiorno e a quella del resto d’Italia. Sui dati economici pesa, fortemente, l’instabilità che porta nel mondo il conflitto russo-ucraino.

Nel 2022 è proseguito il recupero dell’economia calabrese dopo la crisi Covid-19 – dice testualmente il rapporto di Bankitalia – Sulla base dell’indicatore Iter della Banca d’Italia, l’attività economica in Calabria sarebbe cresciuta del 3,0 per cento rispetto al 2021, un dato tuttavia inferiore a quello registrato nel Mezzogiorno e in Italia e ancora insufficiente a consentire il recupero dei livelli pre-pandemia, che sono stati invece superati nelle aree di confronto. Il quadro macroeconomico è risultato più favorevole nella prima parte dell’anno, risentendo poi della forte incertezza legata alla guerra in Ucraina, della crescita dell’inflazione e del peggioramento delle condizioni di finanziamento.

Il rapporto specifica ancora che: L’incremento dei costi energetici e delle materie prime, che si è acuito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha progressivamente sospinto l’inflazione su livelli elevati nel confronto storico. Ne è conseguita una sensibile riduzione del potere di acquisto delle famiglie, specialmente quelle meno abbienti (più diffuse in Calabria rispetto al resto del Paese), che destinano una quota maggiore di consumi ad alcuni beni particolarmente interessati dagli aumenti (come elettricità, gas e prodotti alimentari). Nel contempo, l’incremento dei prezzi di vendita ha consentito una sostanziale tenuta dei risultati economici delle imprese.

Nei dati di Banca d’Italia viene evidenziato come di incremento positivo sono stati i numeri del comparto turistico e anche nel settore edile. La dinamica del valore aggiunto è stata eterogenea tra settori. In termini reali, l’andamento è stato migliore nei servizi, che hanno beneficiato del recupero nel comparto turistico e della ripresa dei consumi dopo l’emergenza pandemica, e nelle costruzioni. L’attività ha ristagnato nell’industria in senso stretto, che ha maggiormente risentito della crisi energetica; è risultata in calo nel settore agricolo, che sconta ancora l’elevato sbilanciamento del comparto verso alcune produzioni tradizionali. Nel complesso, gli investimenti sono cresciuti soprattutto tra quelli mirati a migliorare l’efficienza energetica o incrementare l’utilizzo e la produzione di energia rinnovabile, che potrebbero ulteriormente rafforzare la transizione già in atto verso tali fonti di energia.

E, ancora, viene spiegato come la mortalità delle imprese sia stata contenuta. Nonostante il forte incremento dei costi di produzione, la redditività delle imprese è stata sostenuta dal contemporaneo aumento dei prezzi di vendita e dalla modesta dinamica del costo del lavoro – è scritto nel rapporto – La mortalità di impresa, sebbene in risalita, è rimasta inferiore a quella che si osservava prima della crisi Covid-19. La solvibilità delle aziende indebitate con il sistema bancario non ha mostrato ripercussioni significative; la liquidità pemane su livelli storicamente elevati, raggiunti grazie anche all’ampio ricorso delle imprese nel biennio 2020-21 alle misure pubbliche di sostegno introdotte durante la pandemia.

Da un lato cresce l’occupazione ma cala il potere d’acquisto. Nel mercato del lavoro calabrese è proseguita la ripresa post-pandemica; in particolare, nel 2022 il recupero dell’occupazione si è esteso anche alla componente del lavoro autonomo. L’andamento congiunturale ha favorito principalmente il settore dei servizi e quello delle costruzioni; quest’ultimo in prospettiva potrebbe essere ulteriormente rafforzato dall’attuazione delle opere previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il miglioramento osservato nell’ultimo biennio nei tassi di occupazione e disoccupazione è dovuto tuttavia anche alla contrazione della popolazione attiva, che riflette sia il mancato recupero nei tassi di partecipazione osservati prima della pandemia sia soprattutto il calo demografico in atto. Ciò rafforza dunque l’importanza di realizzare pienamente gli interventi di politica attiva previsti pure nel PNRR, volti a favorire una maggiore e migliore partecipazione al mercato del lavoro.

Il reddito disponibile delle famiglie calabresi nel 2022 ha tratto vantaggio dai miglioramenti nei livelli occupazionali, ma il potere d’acquisto si è ridotto a causa della concomitante forte crescita dei prezzi, che ha anche frenato la ripresa dei consumi. L’aumento della spesa per l’acquisto di beni e servizi si è accompagnato a un incremento dei prestiti bancari. Le transazioni sul mercato immobiliare hanno mantenuto una crescita significativa, spinta ancora dalla ricomposizione della domanda verso abitazioni dotate di spazi esterni e situate al di fuori dei centri urbani.

Nel 2022 l’espansione del credito bancario è rimasta sostenuta per le famiglie consumatrici, mentre ha perso di intensità per le imprese, riflettendo soprattutto la riduzione della domanda di credito nella seconda parte dell’anno. Vi potrebbe aver inciso il peggioramento delle condizioni di finanziamento: i tassi di interesse sono infatti progressivamente saliti, a seguito dei provvedimenti di politica monetaria messi in atto per il contrasto all’inflazione. È proseguito il rallentamento dei depositi bancari delle famiglie e delle imprese; il valore di mercato dei titoli detenuti presso il sistema bancario si è ridotto, anche per effetto del calo dei prezzi delle attività finanziarie.

Nel 2022 anche la spesa degli enti territoriali calabresi è aumentata. Nell’ambito della parte corrente, vi hanno inciso i rincari di utenze e canoni e l’incremento della spesa per l’adeguamento stipendiale del comparto sanitario e degli enti locali, a fronte di una dinamica contenuta delle nuove assunzioni. Si registrano, infine, minori entrate tributarie, legate sia alla modesta base imponibile locale sia alla ridotta capacità di riscossione dei tributi. (fc)

NESSUNO DISTINGUE TRA IL REGIONALISMO
“DIFFERENZIATO” E FEDERALISMO FISCALE

di ETTORE JORIO – L’iter parlamentare del Ddl Calderoli sta diventando – da una parte – più complesso nell’essere giudicato approfonditamente, a seguito delle analisi effettuate dagli organismi di assistenza tecnica di Senato e Camera, e – dall’altra – un po’ trascurato dalle minoranze parlamentari nella proposizione di integrazioni e modifiche nel senso di implementarlo sensibilmente.

Per il resto, si registra una critica, per lo più politica, che si ripete da tempo, confondendo spesso il regionalismo differenziato con il federalismo fiscale. Quanto a quest’ultimo – affidato unitamente alla individuazione dei Lep per materie o ambito di esse, ad una istituita Cabina di regia (art. 1, comma 792, legge 197/2022), quanto alla determinazione dei costi e dei fabbisogni standard che andrebbero finalmente a sostituire il criterio della spesa storica – si registra un contributo di poco conto.

In proposito, sta invero accadendo quanto avvenuto sin dal 2011, nonostante l’adozione del d.lgs. n. 68 attuativo della legge nr. 42/2009: quella inattività, parlamentare e burocratica, che ha fatto perdurare l’attuale stato di finanziamento del sistema autonomistico territoriale fondato sul costo storico.

Quel criterio che assicurava (e ancora assicura) alle Regioni un finanziamento pari a quello trasferito alle stesse dallo Stato l’anno prima,  perpetrando così le anomalie erogative che hanno caratterizzato i disservizi vissuti in tema di diritti sociali, a partire dalla sanità e
dall’assistenza sociale.

Dunque, rispetto al Ddl Calderoli sul regionalismo differenziato si registra ben poca cosa a sostegno della ineludibile previsione della disciplina della perequazione ordinaria, ma anche di quella infrastrutturale indispensabile perché le Regioni possano iniziare il nuovo percorso partendo dallo stesso start.

Di recente, sono stati due gli episodi di critica costruttiva registrati dall’esordio dell’iniziativa Calderoli (A.S. 615) all’esame del Senato della
Repubblica. Il primo riguarda il dossier a firma del Servizio di bilancio, per l’appunto del Senato, destinato a contribuire agli approfondimenti che si rendessero necessari ai parlamentari e loro organi.

Un tale lavoro, curato in alcuni particolari, è soprattutto intervenuto principalmente sulla sua ricaduta istituzionale del regionalismo
asimmetrico, asserendo che l’applicazione a regime di quanto previsto dal Ddl Calderoli determinerebbe un rilevante trasferimento di funzioni amministrative alle Regioni richiedenti derivante da un diverso e differenziato trattamento delle competenze legislative, ex art. 116, comma 3, della Costituzione. Tutto questo – sottolineato e presunto in una ovvia via ipotetica, a commento dell’art. 4 (“nel caso di un consistente numero di funzioni oggetto del trasferimento”) – comporterebbe per realizzare le sue aspettative una sensibile acquisizione delle risorse umane, strumentali e finanziarie corrispondenti alle materie differenziate.

Di conseguenza, farebbe registrare, tenuto conto del principio dei vasi comunicanti, un decisivo incremento dei bisogni economico-finanziari dei rispettivi bilanci regionali a spese di quello statale, tanto da mettere in forse l’esigibilità dei Lep nelle «regioni non differenziate».

Un fenomeno, questo, che potrebbe causare una sorta di catastrofe finanziaria delle Regioni «con bassi livelli di tributi erariali maturati nel proprio territorio», tanto da non potere «finanziare… le funzioni aggiuntive». Non solo. Una tale situazione, generativa di una ovvia
distribuzione sussidiaria delle nuove funzioni amministrative agli enti locali, impedirebbe alle Regioni differenziate di potere godere delle economie di scala, a causa dell’obbligo di sostenere comunque «costi fissi indivisibili legati all’erogazione dei servizi la cui incidenza aumenta al diminuire della popolazione».

Questi sono stati i rilievi che emergono dal contenuto della “Bozza provvisoria non verificata” del 16 maggio scorso, a firma dei tecnici del Senato, cui si è fatto riferimento. In essa si danno per scontati alcuni dati senza però considerare la imminente diversità della anzidetta metodologia del finanziamento fondata su costi e fabbisogni standard peraltro funzionali a rendere sostenibili i Lep di prossima definizione (legge di bilancio per il 2023, commi 791-801).

Nonostante ciò, i tecnici del Senato pervengono a preoccupanti conclusioni in presenza però di diverse incognite imprescindibili per pronosticare ragionevolmente il futuro in assenza dei fattori di costo/servizio fondamentali, del tipo: quali saranno le materie oggetto di legislazione differenziata scomponibili in livelli essenziali di prestazioni, a fronte delle quali saranno determinate le funzioni amministrative da attribuire al sistema autonomistico; in che cosa consisteranno materialmente i Lep, da assicurare uniformemente in termini di esigibilità alla popolazione nazionale tutta (ad oggi si conoscono solo i Lea, con tanta difficoltà ad attualizzarli sul fabbisogno epidemiologico variabile per sua natura); quali saranno le risorse occorrenti per assicurarli, indipendentemente dal regionalismo differenziato, derivanti, in primis, dalla messa a terra del federalismo fiscale (determinazione dei costi e dei fabbisogni standard) e, in secondo luogo ma di certo non meno importante del primo, da come sarà disciplinata la perequazione, alla quale sia il Ddl Calderoli che la relazione del Servizio di bilancio del Senato fanno appena un timido riferimento non affatto esaustivo rispetto all’importanza che le assegna la Costituzione (art. 119, commi 3 e 4).

Quanto e per quali materie o ambiti di esse varrà la perequazione al 100%, a totale copertura della differenza tra il gettito territoriale e quanto occorrerà per sostenerli, calcolato sulla base dei fabbisogni discriminati; per quali Lep ci sarà invece una copertura diversa dal 100% e come sarà calcolata tenuto conto del principio generale alternativo della capacità fiscale media per abitante, con evidenti e ineludibili rimedi da offrire a valle per darne certezza erogativa ovunque; se e come sarà deciso l’intervento di perequazione infrastrutturale – con l’utilizzo delle risorse di cui al comma 5 dell’art. 119 della Costituzione, del d.lgs. 88/2011 e del D.M. 26 novembre 2010 (G.U. nr. 75/2011) – a tutela della differenza di patrimonio fisso che, se non compensata velocemente, renderà impossibile alle Regioni di essere uguali ai blocchi di partenza del federalismo fiscale.

Per pervenire ad un giudizio più ponderato, fondato su previsioni ragionevoli frutto di un accurato esame complessivo delle ricadute dell’attuazione coordinata e combinata degli artt. 116, comma 3, 117, comma 2, lett. m) e p), e 119 della Costituzione, occorrerebbe elaborare le adeguate risposte agli anzidetti sei interrogativi, pena il ricorso a presunzioni immotivate.

Certo è che da una siffatta accorta analisi dovrà emergere la necessità di prevedere, in sede parlamentare, emendamenti mirati a disciplinare bene quantomeno le garanzie perequative tanto da pervenire all’approvazione in aula di un testo ragionevolmente integrato in tal senso, di certo successivamente alla definizione dei Lep per materia e alla determinazione dei costi e fabbisogni standard secondo i dettami della legge di bilancio per il 2023.

Pertanto, prima di spingersi a valutazioni previsionali, per alcuni versi catastrofiche, sarebbe il caso di acquisire due elementi importanti, peraltro rispettosi dell’autonomia che la Costituzione assegna alle Regioni, senza se e senza ma. Essi dovrebbero riguardare, ed è qui il vero nocciolo della situazione, una verosimile previsione delle Regioni a statuto ordinario che aderiranno, ricorrendovi, ad un federalismo a geometria variabile e una corretta valutazione, fatta di severi numeri arabi e non sentimentali, della ricaduta del regionalismo differenziato sul livello territoriale. Magari, pensando a quali riforme strutturali mettere mano nella contemporaneità.

L’ultimo evento è riferibile all’audizione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) tenuta il 6 giugno scorso presso la Commissione Affari costituzionali del Senato per voce del consigliere Giampaolo Arachi. Una relazione competente e misurata nella quale sono stati evidenziati i punti di forza e quelli di debolezza dell’intera impalcatura del Ddl Calderoli, ritenuto condivisibile quanto alla necessità di definire le procedure attuative del regionalismo differenziato ispirate alla fissazione dei criteri regolativi dei «rapporti finanziari con le Regioni che accedono a ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (Rad)».

Più precisamente, facendo seguito alla audizione UPB (Zanardi) del 10 luglio 2019 afferente alle bozze di intesa intervenute nel 2018 tra Governo e il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna che evidenziavano estraneità con la disciplina attuativa dell’art. 119 della Costituzione, sono state sottolineate le incongruenze del testo messo in relazione alla determinazione delle risorse umane, strumentali e finanziarie da assegnare alle Regioni differenziate per fa sì che le stesse possano adempiere alle loro sopravvenute maggiori attribuzioni.

Sono state sancite le basi, quantomeno sul piano dei principi fondamentali, per applicare le regole del cosiddetto federalismo fiscale con la previa determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni riferite ai diritti civili e sociali nonché con le funzioni fondamentali degli enti locali. Ciò in linea con quanto fissato dalla Costituzione all’art. 117, comma 2, lettere m) e p).

Sul tema della loro esigibilità indifferenziata, prescindendo quindi dall’attuazione del regionalismo asimmetrico, l’Upb ha posto un problema serissimo ovverosia ha sottolineato l’incognita sui possibili maggiori costi che dovranno essere affrontati nel suo complesso per assicurare le prestazioni essenziali e i servizi pubblici fondamentali uniformemente. Un rilievo serio cui occorre individuare una metodologia garante di erogazione sia nelle regioni differenziate che in quelle che non ricorreranno all’opportunità offerta dall’art. 116, comma 3, della Costituzione.

Mentre nelle prime sarà infatti compito delle Regioni medesime assicurare prestazioni/servizi derivanti dalle nuove materie acquisite in legislazione esclusiva, le altre – quelle che rimarranno così come sono oggi – dovranno continuare ad essere assistite da strutture e funzioni statali piuttosto che da quelle decentrate. Ciò vale ovviamente solo per alcune delle 23 materie soggette a differenziazione, atteso che molte di queste sono già assistite da risorse attribuite alle Regioni, sanità in primis.

L’Upb esaurisce la sua analisi in senso comunque positivo rispetto alle anzidette Intese del 2018 e ai Ddl elaborati da Boccia (2019) e Gelmini (2022), fermo restando la necessità di individuare «adeguati presidi per garantire il coordinamento della finanza pubblica tra i diversi livelli di governo».

Una modalità ineludibile che deve rendersi garante della rivisitazione periodica delle risorse a tal punto da renderle adeguate al soddisfacimento dei fabbisogni, ricorrendo al fondo perequativo. Ciò a garanzia delle naturali differenze di gettito fiscale delle Regioni più
povere incapaci di sostenere il costo autonomamente afferente alle prestazioni essenziali nello spessore indicati dai Lep.

L’osservazione conclusiva dell’UPB ha riguardato la preoccupazione che, a valle della autonomia legislativa differenziata, si genereranno di certo attribuzioni legislative diverse con conseguente eterogeneità delle relative funzioni amministrative. Il tutto con la concretizzazione di uno scenario istituzionale parcellizzato con tante Regioni obbligate ad esercitare funzioni amministrative differenti, afferenti ai Lep e ai finanziamenti corrispondenti.

Un problema, questo, sollevato anche dalla Confindustria con l’esigenza di pervenire ad una esaustiva “sostenibilità amministrativa”,
oltre a quella economica, che dovrà rintracciare la soluzione nel corso dell’iter parlamentare. (ej)

IL 35% ARRIVA AL LICEO “IMPREPARATO”
LA GRAVE CRISI DELLA SCUOLA MEDIA

di GUIDO LEONE – Ci siamo. Con la chiusura dell’anno  scolastico arrivano le vacanze lunghe per i 74.500 e più allievi delle  scuole di ogni ordine e grado della provincia di Reggio Calabria. L’ultima campanella  è suonata, però, non per i 9mila piccoli allievi della scuola dell’infanzia che termineranno le loro attività educative il prossimo venerdì 30 giugno. 

Sarà vacanza per i più fino al 14 settembre 2023, inizio del nuovo anno scolastico, tre mesi pieni lontani da compiti, interrogazioni e libri. Però, non per tutti sarà così. Per i ragazzi di terza media la fine delle lezioni di fatto è sinonimo di esami di Stato. Per i quattordicenni le vere vacanze scatteranno il 30 giugno, ultimo giorno utile fissato dal Ministero della P.I. per gli esami di Stato. I diciottenni, invece, saranno alle prese con gli esami almeno fino a metà luglio.

Intanto, ora è tempo di scrutini e i prossimi giorni saranno dedicati nelle scuole alle valutazioni finali:scrutini per le ammissioni alla classe successiva e agli esami di Stato.

L’anno scorso il totale degli alunni reggini ammessi a sostenere gli esami fu del 98,9%. È presumibile che anche per il corrente anno il dato sarà eguagliato.

A cominciare, dunque, per primi saranno i 575 mila gli alunni di terza della scuola secondaria di primo grado, di cui 59 esterni, che affronteranno la loro ultima fatica, il conseguimento della cosiddetta ‘minimaturità’. A seguire i quasi 5.543  maturandi circa delle scuole secondarie superiori che inizieranno i loro esami di stato mercoledì 21 giugno.

La minimaturità

La valutazione rappresenta da sempre un momento di particolare rilevanza, non solo perché conclude un ciclo scolastico, ma perché al tempo stesso dà l’avvio ad un nuovo percorso di formazione culturale e personale per ciascuno studente.

L’ammissione agli esami di terza media compete al Consiglio di classe con giudizio di idoneità (espresso in decimi) per gli alunni che hanno ottenuto, con decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe, un voto non inferiore a sei decimi in ogni disciplina, voto sul comportamento compreso.

I requisiti di ammissione all’esame finale di terza media sono i seguenti: avere frequentato almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato secondo regolare ordinamento della scuola. Fanno eccezione situazioni legate alle particolari condizioni epidemiologiche.

E poi non essere incorsi in sanzioni disciplinari molto pesanti. Infine, avere partecipato alle prove nazionali di italiano, matematica e inglese predisposte dal’Invalsi. La votazione tiene conto del percorso scolastico compiuto. L’eventuale non ammissione è deliberata a maggioranza. 

Il calendario  

Gli esami iniziano dopo gli scrutini e le date sono stabilite da ogni singola scuola. Tuttavia è presumibile che la riunione preliminare di insediamento delle commissioni avvenga subito dopo nei primi giorni di questa settimana. 

Le prove 

Per l’esame del primo ciclo sono previste tre prove scritte, una di italiano e una sulle competenze logico-matematiche; la terza di lingue articolata in due sezioni(una relativa all’inglese  e una alla seconda lingua straniera studiata). Le tracce delle prove verranno predisposte dalla commissione in sede di riunione preliminare.

La prova scritta di italiano dovrà accertare la padronanza della lingua, la capacità di espressione personale, il corretto uso della lingua e fa riferimento alle seguenti tipologie: testo narrativo o descrittivo, testo argomentativo, comprensione e sintesi di un testo.

Gli argomenti della prova di matematica sono quelli affrontati durante l’anno ,come geometria solida, probabilità e statistica, equazioni, scienze.

Infine, la prova di lingue comprende domande ed esercizi di inglese e dell’altra lingua straniera studiata durante l’ultimo anno.

La prova orale è quella più temuta dagli studenti che, davanti alla commissione, devono presentare la loro tesina multidisciplinare e rispondere alle domande degli stessi professori che potrebbero riguardare anche domande su Cittadinanza e Costituzione. Il colloquio ha l’obiettivo di valutare il livello di acquisizione delle conoscenze, abilità e competenze descritte nel profilo finale dello studente.

Per i percorsi a indirizzo musicale, nell’ambito del colloquio, è previsto anche lo svolgimento di una prova pratica di strumento.

La valutazione finale

Il voto finale espresso in decimi, sarà il risultato della media tra il voto di ammissione e i voti delle prove di esame. Supererà l’esame chi otterrà un voto pari o superiore ai sei/decimi. La commissione potrà, su proposta della sottocommissione e con deliberazione assunta all’unanimità, attribuire la lode ai candidati che hanno conseguito un voto di dieci/decimi.

Inoltre, a tutti gli studenti candidati interni che supereranno l’esame di Stato verrà rilasciata la certificazione delle competenze

Il gap della Scuola Media

Per l’Istat i ragazzi che frequentano l’ultimo anno delle scuole di primo grado il 35% di loro arriva alle superiori con gravi insufficienze. Infatti, non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche, riportando gravi difficoltà nella comprensione dei testi, mentre il 40,1% ha seri problemi con la matematica.

Tutti i test, scientifici e oggettivi, nazionali e internazionali, lo certificano. Il rendimento degli alunni della scuola dell’obbligo crolla nel passaggio dalla primaria alla secondaria di I grado, con ripercussioni negative sul biennio delle scuole superiori.

Le due aree principali, perciò, su cui lavorare nell’immediato futuro sono gli apprendimenti in  italiano e matematica; è un gap territoriale che parte sin dalla e si accentua nella scuola media, il ventre molle o se vogliamo l’anello debole del nostro sistema educativo. 

La scuola media, una terra di mezzo, è da molti anni alla ricerca di una sua identità, attratta dalla scuola superiore (il piano alto della “secondaria”), scuola primaria ma poi richiamata alla comune appartenenza alla scuola di base (il c.d. “primo ciclo” dell’istruzione). L’alternarsi di diverse denominazioni (scuola – di volta in volta – media, secondaria I grado, del primo ciclo, di base) da l’imprinting a questa vera e propria sindrome pirandelliana, nella non risolta ambiguità della sua secondarietà – di accesso ai saperi formali e al pensare per modelli – o di completamento della formazione primaria, quindi di consolidamento dell’alfabetizzazione strumentale.

Occorre affrontare presto e con energia questa profonda crisi della scuola media, che da molti anni ha smarrito la propria identità e il senso della sua missione. Occorre ridarle una missione chiara aggiornando le sua offerta pedagogica e didattica, attraverso  un forte orientamento alla personalizzazione dell’insegnamento da realizzarsi attraverso un’estensione del tempo scuola con una vera “scuola del pomeriggio”. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

LA MORTE DI BERLUSCONI: GLI AZZURRI
CALABRESI TEMONO ORA LA DISPERSIONE

di SANTO STRATI – Da giovanotto rampante, sulle navi da crociera Berlusconi cantava una famosa canzone di Charles Trenet Que reste-il, un suo cavallo di battaglia che conquistava largamente il pubblico. Cosa rimane – c’è ora da chiedersi – dell’ex cavaliere, morto a 86 anni, se non un patrimonio controverso di idee e pensieri innovativi, macchiati per sempre da storiacce di meretricio, e dal vergognoso e imbazzante neologismo che fece il giro del mondo (bunga bunga)? Una bruttissima parentesi che riuscì a cancellare le pur tante meritorie battaglie che hanno cambiato (sicuramente in meglio) gran parte del Paese, pur dividendolo tra berlusconiani e antiberlusconiani. Di questi ultimi, molti hanno fatto fortuna parlando male di Berlusconi e la sinistra becera, quella stessa che non perdonò a Craxi il peccato politico, non è stata (a ragione) indulgente con lo scandalo sessuale che ha distrutto una reputazione, e in più ha caricato di cattiveria le persecuzioni giudiziarie contro il cavaliere, che ha dovuto pure subire l’umiliazione dell’essere diventato ex. 

Il Paese si è schierato in maniera pressoché uguale da una parte e dall’altra e questo vorrà pur dire qualcosa: se per Craxi si parlò di nani e ballerine (copyright Formica) per Berlusconi c’è stata un’ondata di odio vero, spropositato e ingiustificato. La Milano da bere non era solo l’immagine della corruzione allegra che Mani Pulite tentò di demolire: il Paese, in realtà, usciva dall’inflazione a due cifre e conosceva una nuova era di modernità e benessere. Merito di Berlusconi? Sarà la storia a dircelo, non è questo il momento di fare bilanci in chiave di cronaca spicciola tra odiatori seriali e sostenitori adoranti. Adesso è il momento del cordoglio come si deve davanti a qualsiasi salma, anche se di un avversario, è il momento del rispetto di un quattro volte presidente del Consiglio che si è rovinato per il vizio del pelo, buttando alle ortiche i sani principi ispiratori della prima ondata.

La domanda che, invece, possiamo farci, soprattutto in chiave calabrese, è cosa succederà adesso. La Calabria che deve alle scelte precise di Berlusconi ben sei presidenti di Regione (Giuseppe Nisticò nel 1995, Giovambattista Caligiuri nel 1998, Giuseppe Chiaravalloti nel 2000, Peppe Scopelliti nel 2010, Jole Santelli nel 2020, e nel 2021 Roberto Occhiuto) 

è la regione che ha dato moltissimo alla causa azzurra: senza i risultati elettorali calabresi il leader azzurro si poteva sognare di mantenere la quota nazionale lontana dal baratro cui sembrava destinata. E in Calabria Berlusconi ottenne dall’Unical una laurea ad honorem di cui andava molto fiero. S’interessava a distanza della nostra terra perché si fidava dei suoi “colonnelli” che portavano un consenso mai in caduta libera come invece accadeva nelle altre parti del Paese.

Ma gli azzurri calabresi, come il resto di Forza Italia, non sono pronti ad affrontare il lutto e la perdita del Capo carismatico, soprattutto perché gli ultimi sommovimenti interni lasciano prevedere bufera a livello di coordinamento regionale e di correnti. Berlusconi non ha saputo costruirsi un erede a sua immagine e somiglianza (missione pressoché impossibile), né ha lasciato delfini in grado di raccogliere l’eredità forzista. 

Lo scenario più probabile è quello dell’inevitabile dispersione delle squadre azzurre verso altri lidi a destra e a centro destra, quando – nelle prossime settimane le lusignhe di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini si faranno più pressanti per raccogliere i “profughi” di un naufragio politico che difficilmente si riuscirà a evitare. 

Senza essere pessimisti, è uno scenario che non riguarda solo la Calabria, ma l’intera penisola. La crisi interna in casa azzurra si respira da troppo tempo perché la scomparsa di Berlusconi non conduca a un redde rationem finale con una lotta senza quartiere tra le varie anime forziste.

In questo frangente c’è da capire quanto peso possa esercitare l’influenza renziana del fantomatico terzo polo mai riuscito a decollare in modo unitario. Calenda dalle nostre parti rimane uno sconosciuto da cui nessuno comprerebbe un’auto usata, mentre c’è un animus renziano che conserva ancora un certo fascino. Cosa resterà  del berlusconismo non possiamo prevederlo oggi. Di sicuro finisce un’era e non è detto che ci siano le condizioni, nel centro-destra, per un risveglio tonico e importante. Lo scopriremo presto. (s)

SANITÀ, LA CALABRIA FANALINO DI CODA
MENTRE I NOSTRI OSPEDALI ARRANCANO

di FRANCESCO CANGEMI – Sanità calabrese ancora da bollino rosso. Stavolta i dati negativi degli ospedali calabresi arrivano dall’Agenas, l’Agenzia nazionale sanitaria per i servizi sanitari regionali.

Per la prima volta l’Agenas ha valutato, nell’ambito delle Aziende ospedaliere, la capacità di conseguire obiettivi assistenziali – esiti delle cure e accessibilità ai servizi – coerentemente con le risorse disponibili siano esse di tipo finanziario, professionale e tecnologiche. Successivamente la valutazione interesserà anche le Aziende sanitarie territoriali. In estrema sintesi meno di un‘Azienda ospedaliera su 5 conquista, nel 2021, alti livelli di performance (17%), più della metà si attesta su un livello medio (60%), mentre più di una su 5 non supera l’asticella degli obiettivi da raggiungere (23%).

La metodologia dell’analisi di Agenas vede l’individuazione di cinque aree di performance e la suddivisione delle 53 Aziende ospedaliere in due tipologie: Aziende ospedaliere universitarie (30) e Aziende ospedaliere (23). Inoltre, per entrambe le categorie, è stata prevista una differenziazione secondo il numero di posti letto disponibili, ovvero maggiore/minore di 700 posti letto.

Le cinque aree di performance riguardano: l’accessibilità; la governance dei processi organizzativi; la sostenibilità economico-patrimoniale; il personale; gli investimenti. L’analisi – che riguarda il triennio 2019, 2020 e 2021 – è disponibile sia per gli stakeholder del settore, sia per i cittadini che potranno così accedere ai dati attraverso il portale Agenas della performance.

Nello specifico il rapporto, come detto, analizza le singole Aziende ospedaliere italiane e, quindi, anche quelle calabresi.

L’Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio di Catanzaro raggiunge un risultato “medio-alto” per ciò che concerne la sostenibilità economica e il personale, “medio” in merito alla governance dell’organizzazione. Mentre le voci Accessibilità e Investimenti segnano bassi livelli performativi.

Alla voce Accessibilità sono calcolati i tempi d’attesa in Pronto soccorso e i relativi abbandoni da parte degli utenti oltre ai tempi d’attesa per la protesi all’anca e il tumore alla mammella. In questa categoria il Pugliese-Ciaccio segna un tasso di crescita media dal saldo negativo: -9,48%, una variazione nel periodo 2021-2019 del -18,06% e una variazione 2021-220 del 3,64%.

L’azienda ospedaliero-universitaria Mater domini di Catanzaro, segna livelli medio-alti per ciò che concerne la governance dei processi organizzativi mentre tutti gli altri indicatori segnano un livello medio-basso. L’accessibilità anche per il Mater domini è il tasto più dolente: il tasso medio di crescita è infatti pari al -18,95%.

Il presidio ospedaliero Annunziata di Cosenza raggiunge un livello medio-alto solo per quanto riguarda il personale. Di livello medio risulta invece la sostenibilità economica. Tutti gli altri indicatori segnano livelli medio bassi o bassi.

Accessibilità e investimenti rappresentano le voci più critiche anche per l’ospedale Bianchi-Melacrino-Morelli di Reggio Calabria che raggiunge livelli tra il medio e l’alto solo per ciò che concerne il personale e la sostenibilità economica. (fc)

AEROPORTO REGGIO-MESSINA: NON CI SONO
ALTRE VIE PER LO SCALO DELLO STRETTO

di SANTO STRATI – Basterebbero soltanto i numeri di questi ultimi dieci anni a decretare l’agonia irreversibile dell’Aeroporto dello Stretto, il sogno mancato di un’Area strategica che nella ideale conurbazione con Messina poteva esprimere un grande progetto di sviluppo e rilancio del territorio. Da 600mila passeggeri a 200mila (arrotondando) in dieci anni significa non solo il fallimento di un’intrapresa commerciale, ma soprattutto l’incapacità di visione e di pianificazione di una classe politica distratta e assente.

Adesso, come già capitato altre tante volte negli ultimi anni, si svegliano tutti, nuove Cassandre che prefigurano la sciagura di una chiusura (a questo punto davvero inevitabile) e gridano all’abbandono, alle strategie inesistenti, all’indifferenza e s’impegnano, con lodevole – ridicolo – accanimento a indicare responsbailità dall’una e dall’altra parte politica.

La verità, ahimè, è che, in rtealtà, questo dell’Aeroporto di Reggio è semplicemnte un nuovo pretesto politico per accertuare, in maniera aspra, forse cruenta, la lotta politica tra una sinistra al comando (pur con troppi interrogativi) e una destra incapace di esprimere risorse umane e progetti in grado di convincere gli elettori.

È la scusa per attaccare a testa bassa il “nemico” (il fair play inesistente ci impedisce di parlare di “avversario”) caricandolo di responsabilità, che, a nostro modesto avviso, andrebbero equamente divise tra due entità politiche che, al giorno d’oggi, risultano davvero antistoriche: destra e sinistra. C’è ancora chi è convinto di poter muovere i pezzi sulla scacchiera politica solamente sventolando ideali (superati) di presunto riformismo e concrete dimostrazioni di ottuso conservatorismo. La lotta politica, in tal modo, diventa battibecco di vago sapore provinciale, con ritorni campanilistici che, decisamente, appaiono stupidamente datati.

Il problema quindi, è aggirare le chiacchiere e le accuse che in questo momento crescono in quantità industriale, e individuare possibili soluzioni alla crisi dello scalo.

Partiamo da un errore di fondo: è vero che la “vivacità” di un aeroporto si misura anche dalla quantità di rotte gestite, ma non occorre strapparsi le vesti perché le gare indette da Sacal (con il contributo di 13 milioni della Regione per contribuire e compensare la continuità territoriale) per collegare Torino, Venezia e Bologna. A Reggio non serve, adesso, raggiungere (non sappiamo con quale quantità di traffico) le tre città del Nord che pur sono affollate di calabresi e reggini, ma avrebbe molto più senso ampliare l’offerta dei voli da e per Roma e Milano. Già questo rimetterebbe in moto lo scalo se venisse coinvolta l’Area dello Stretto, ovvero se l’Aeroporto diventasse finalmente di Reggio e Messina. La città dirimpettaia ha sì l’Aeroporto di Catania a un’ora di macchina, ma con un collegamento diretto via aliscafo dimezzerebbe i tempi volando da Reggio.

Sappiamo già che in molti grideranno al sacrilegio: ci hanno provato e l’esperimento è naufragato. Forse sarebbe opportuno chiedersi il perché del fallimento di un progetto che trova sicuramente ampia disponibilità dei siciliani a scegliere lo scalo reggino per la propria mobilità aerea. Sempre che vi fossero le condizioni ideali per l’utilizzo. In altri termini, se, per ipotesi, i voli per Roma e Milano diventassero tre o quattro per ciascuna destinazione non ci sarebbero scuse per non viaggiare da Reggio. Roma e Milano sono due hub internazionali e con un’intelligente griglia di orari di volo diventerebbero per i reggini e per i messinesi una soluzione ideale per qualunque destinazione. Invece, continuiamo ad avere orari poco attrattivi e di scarsa funzionalità per i passeggeri dello Stretto.

Quando subentrò la Sacal, nel 2017, dopo il fallimento della precedente società di gestione aeroportuale (Sogas), lo scalo reggino contava su poco più di 380 mila passeggeri, divenuti – dopo la forzata inoperatività per pandemia – appena 159mila. Spiegazione facile della débacle: se non ci sono orari utili e i prezzi continuano a restare alle stelle (600 euro solo andata un Milano-Reggio non si può accettare!) come fa a crescere o a mantenersi un qualsiasi livello di traffico?

Appare evidente che, nonostante le promesse e le premesse del presidente reggino Arturo De Felice, prima, di De Metrio poi, e di Franchini di qualche mese fa, la Sacal non mostra di avere alcun interesse a mantenere in vita gli scali di Crotone e di Reggio. Sono una zavorra fastidiosa per i piani di sviluppo che riguardano Lamezia ed è difficile non pensare che, evidentemente, per la Sacal ogni passeggero in più negli altri due scali probabilmente è un passeggero sottratto a Lamezia. Solo una totale mancanza di visione potrebbe giustificare un ragionamento del genere, perché – a nostro avviso – l’errore che Sacal (e la Regione Calabria) continuano a fare è non guardare alla necessità di fare rete. Facile affermare che per un territorio di un milione e 800mila abitanti tre aeroporti sono troppi, ma significa non ammettere e rifiutarsi di capire lo sviluppo possibile dei voli dell’area dell’alto Jonio né tanto meno il potenziale di traffico dell’area dello Stretto, ove ci fossero soddisfacenti condizioni di mobilità aerea.

Ad agosto del 2019 il Presidente Sacal De Felice fu a Reggio con il deputato Francesco Cannizzaro per annunciare l’utilizzo dei 25 milioni che lo stesso Cannizzaro abilmente aveva fatto mettere a favore dello scalo reggino nella finanziaria. Annunci in pompa magna, slides, orgoglio e niente pregiudizi: sono passati cinque anni e di quei 25 milioni (ai quali se ne sono aggiunti altri tre dai fondi di coesione) non è stato speso un centesimo. E sulle discutibili destinazioni di spesa (quattro milioni solo per rifare il pavimento, probabilmente col linoleum oro 750k) non c’è stata alcuna disputa, visto che i bandi in parte devono ancora partire e gli appalti non sono stati assegnati.

Un imprenditore reggino, già assessore della Giunta Falcomatà (padre), Pino Falduto, un inguaribile innamorato della sua Reggio, ha proposto con un modesto incremento di spesa di evitare gli adeguamenti e fare una nuova aerostazione, mettendo a profitto la rete ferroviaria (c’è una stazione lato mare mai entrata in funzione e potrebbe essere una metropolitana di superficie stazione-aeroporto) e i pontili utilizzati poco e male per il collegamento con Messina.

Al “povero” Falduto mal gliene colse: lo hanno deriso, insultato e sbeffeggiato: ma qualcuno di quelli che ora si strappa le vetsi per lo scalo morente ha mai dato un’occhiata al progetto gratuito messo a disposizione della collettività per rifare completamente l’aeroporto? Vi rispondiamo con certezza: escludendo qualche animoso sostenitore delle ragioni di Reggio (come Massimo Ripepi, di Fratelli d’Italia) non ci risulta che sia stata affrontata la questione in termini tecnici.

Ora è il momento di mostrare i muscoli, senza mettere la polvere sotto il tappeto: ci sono le condizioni del rilancio dello scalo? Si può fare a meno della Sacal? Reggio e Messina possono costituire col placet dell’Enav una società di gestione autonoma per l’Aeroporto dello Stretto? Sono queste le domande alle quali i reggini (e i messinesi) esigono risposte precise e puntuali, con un piano strategico serio e con una visione di futuro finalmente realizzabile. (s)

PIÙ ISTRUZIONE E MENO DISPERSIONE:
DALLA CALABRIA PARTE L’AGENDA SUD

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Più istruzione e meno dispersione. Sarebbe un vero e proprio sogno se fosse così, ma è quello a cui punta l’Osservatorio Regionale Istruzione e Diritto allo Studio, presentato proprio in occasione della vista del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha scelto la Calabria come luogo ideale per presentare l’Agenda Sud.

Questo perché «partire dalla Calabria è un gesto di grande attenzione verso questa terra straordinaria con straordinarie opportunità», ha detto il ministro, sottolineando che è dalla Calabria che parte il segnale «al Mezzogiorno e a tutto il Paese, perché è inaccettabile che si continuino a leggere report dell’Ocse e di altre agenzie che danno risultati purtroppo drammaticamente diversi per quanto riguarda le performance degli studenti di una parte del paese e del Mezzogiorno».

Dichiarazioni che trovano concretezza nei dati diffusi dal neonato Osservatorio: nella nostra regione, lo 0,7% degli studenti del primo ciclo di istruzione abbandona gli studi, contro lo 0,6% del Sud e dell’Italia. Numeri alti anche su quanti studenti, appartenenti al secondo ciclo di istruzione, decidono di abbandonare gli studi: sono il 2,9%, contro il 4,1% del Sud e il 3,3% registrato a livello nazionale.

Nella nostra regione, poi,  è davvero alto il numero degli studenti che, finita la scuola secondaria di I grado, ha gravi carenze in matematica (48%) e in italiano (50%); mentre gli studenti della scuola secondaria di secondo grado sono il 54,9% per l’italiano e il 58,6% in matematica, contro il 46,4% del Sud e il 49,8% per le rispettive materie. Un fenomeno che è anche influenzato dal reddito: Nei Comuni in cui i residenti hanno un reddito pro capite inferiore a 15 mila euro, infatti, le competenze di base in italiano e matematica sono sotto la media.

Dati che confermano già quelli presentati dalla Svimez, che fotografano un’Italia divisa in due, dove al Centro-Nord il tasso di abbandoni è del 10,4%, nel Mezzogiorno del 16,6%. Con i dati presentati dall’Osservatorio, poi, si può facilmente vedere come in Calabria la situazione sia piuttosto allarmante, considerando l’alto tasso di dispersione scolastica, soprattutto a Cassano allo Ionio, Fagnano Castello, Melito di Porto Salvo e Spezzano Albanese.

Da qui l’intenzione della Regione di avviare una serie di interventi mirati proprio a combattere questo fenomeno, grazie ai dati forniti dall’Osservatorio. Con tali dati, si potranno definire le linee guida per salvaguardare le autonomie scolastiche e i punti di erogazione del servizio in quelle aree caratterizzate da maggiore disagio socio-economico, dispersione scolastica e bassi livelli apprenditivi degli studenti; supportare i Comuni, le Province, la Città Metropolitana nella definizione dei Piani di dimensionamento.

Per combattere questo fenomeno, poi, è stato annunciato che la Regione destinerà oltre 200 milioni dei fondi comunitari, regionali e nazionali per dare sostegno finanziario ai Comuni per garantire l’accesso all’istruzione e l’erogazione di servizi, come mense per incentivare il tempo pieno, assistenza specialistica e trasporti; sostegno alle famiglie attraverso borse di studio e aiuti per acquistare i libri di testo. Ancora più importante, questi fondi saranno destinati alle istituzioni scolastiche per ampliare l’offerta formativa, affiancato dalla dotazione di nuove tecnologie, percorso di potenziamento e percorsi laboratoriale e sostegno alla conoscenza del territorio intra e fuori regione.

Oltre 50 mln, poi, saranno destinati per il rafforzamento degli investimenti per realizzare una scuola aperta e inclusiva, in grado di rendere partecipi gli studenti con Bes e disabilità fisiche e sensoriali. Altri 50 milioni, infine, saranno destinati alla riqualificazione degli edifici scolastici per rendere le Scuole sicure, efficienti, accessibili, attrattive, innovative e inclusive.

Tra gli obiettivi, poi, c’è quello del potenziamento della formazione professionale e terziaria Its Academy – IeFp – Istituti Tecnici Superiori, in modo da creare correlazione con le politiche per il lavoro la transizione della formazione/lavoro; la verticalizzazione degli interventi per incentivare l’Alta formazione sulla base dei fabbisogni territoriali in termini di competenze e figure professionali, rafforzando la rete con il mondo universitario.

Ma non c’è solo il lavoro della Regione, pronta a contrastare il fenomeno della dispersione: l’Agenda Sud. Un «percorso per dare una opportunità di successo formativo ai giovani, in particolare ai giovani del Mezzogiorno – ha spiegato Valditara –. Il Pnrr già interviene in modo importante con risorse, noi oggi andiamo oltre, intendiamo dare una visione e una strategia che finora è mancata andando ad affrontare le tematiche che danno luogo a dispersione esplicita e implicita».

Il progetto vedrà coinvolte, nella sua sperimentazione – dalla durata di due anni –, 150 Scuole nel Mezzogiorno, che saranno individuate grazie gli Invalsi «sulla base di dati oggettivi, la dispersione, l’abbandono in corso di anno, le assenze, la fragilità nei risultati dell’apprendimento e il contesto socio economico», ha spiegato ancora il ministro.

«Questa sperimentazione si articola su 10 punti – ha illustrato il ministro –. Il primo è mettere al centro studenti con percorso di insegnamento più personalizzato. Poii, la necessità di avviare una didattica innovativa e laboratoriale, superando il paradigma della lezione frontale, quindi sperimenteremo nuove metodologie didattiche. Una scuola aperta a tutti più vicina ai ragazzi e aperta tutto il giorno, anche nel periodo di sospensione delle lezioni, e un orario delle lezioni più flessibile».

«Quarto punto: più docenti, potenziamento dell’organico nelle scuole di primo e secondo grado di primo e secondo grado nelle materie di base, italiano, inglese, matematica – ha detto ancora – in media ci saranno almeno 4 docenti in più per scuola. Quinto punto: una retribuzione aggiuntiva ai docenti per incarichi aggiuntivi oltre quelli dell’orario normale. La formazione dei docenti coordinata dall’Invalsi, chi lavorerà delle scuole avrà una formazione molto forte e particolare, dobbiamo lanciare questa forte sfida per vincere determinate realtà. Il coinvolgimento delle famiglie: anche questa è una novità assoluta, organizzazione di gruppi di supporto alla genitorialità, perché dobbiamo ricostruire quella grande alleanza tra genitori e docenti, tra famiglia e scuola che dopo il Covid si è sfilacciata».

«Il supporto dell’Invalsi nell’analisi dei dati e monitoraggio complessivo. Promozione del tempo pieno oltre l’orario scolastico, anche con investimenti importanti nelle mense, favorire le attività e la prativa sportiva con investimenti sulle palestre scolastiche e convenzioni con le strutture. Infine, valutazione dell’impatto e replicabilità sui territori: vogliamo, di intesa con i presidenti delle Regioni e con le espressioni dei territori, costruire progetti di sviluppo straordinario per fare esplodere le potenzialità che la il Mezzogiorno e in particolare la Calabria può esprimere».

«Ad esempio – ha ricordato il ministro – a Reggio si farà il Ponte, c’è bisogno di gestire il dopo – ha spiegato – il Ponte può essere una straordinaria occasione di crescita ma per potenziare lo sviluppo durante e il dopo abbiamo bisogno di una scuola che sia capace di far esprimere questo livello di formazione. Cosenza ha una straordinaria università: dobbiamo costruire un percorso della formazione scolastica che che sia collegato alle possibilità offerte dalle università con il supporto di competenze di alto livello per il radicamento delle imprese».

Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, nel corso del suo intervento ha ribadito che «la scuola dovrebbe essere sempre tenuta fuori dalla questione dell’autonomia differenziata», questo perché «la scuola è il luogo dove devono essere garantiti i diritti per tutti e quindi deve essere fuori dai percorsi di autonomia differenziata perché bisogna garantire a ciascuno il diritto di formarsi che sia nato a Crotone o a Bergamo».

«I dirigenti scolastici sono in trincea nelle scuole della Calabria. Noi abbiamo necessità di bravi dirigenti scolastici che creino le condizioni per un futuro migliore nella nostra Regione», ha concluso.

Soddisfazione, poi, è stata espressa dal presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso: «Il progetto-pilota ‘Agenda Sud’ contribuirà, con l’obiettivo di colmare il divario Nord -Sud in relazione all’abbandono scolastico e alle competenze specifiche, a offrire ai ragazzi meridionali migliori opportunità formative».

«Nella nostra regione – ha spiegato – permangono percentuali di ‘dispersi’ più elevate rispetto alla media nazionale.  Per questo, è fondamentale, come sta facendo la Regione istituendo l’Osservatorio sulla dispersione scolastica, promuovere iniziative concrete per contrastare la povertà educativa».

«La povertà educativa – ha concluso – non è solo una questione di giustizia sociale ma anche di interesse collettivo: gli individui e le comunità che non hanno accesso all’istruzione e alla cultura sono più vulnerabili alle malattie, alla disoccupazione e alla criminalità». (ams)

RISCHIO SISMICO TROPPO SOTTOVALUTATO
IN CALABRIA SERVE MOLTA ATTENZIONE

di FRANCESCO KOSTNER – Se fossimo in una regione normale, cioè una realtà che avesse saputo fare i conti con la propria storia, segnata da fortissimi terremoti, e da questi eventi avesse tratto i necessari insegnamenti, dando vita a scelte culturali ed organizzative adeguate, proprie di una comunità consapevole, educata a fronteggiare un’oggettiva ed ineludibile condizione geofisica, la “tirata d’orecchie” di Emanuela Guidoboni sarebbe stata prontamente rispedita al mittente. Con tanto di piccata reazione, e la richiesta di scuse immediate, da parte dei “diretti interessati”, alla sismologa storica dell’Ingv.

La “creatura” del compianto Enzo Boschi, al quale, è bene ricordarlo, tra i tanti meriti, va riconosciuto anche quello di aver promosso, nel 1989 e per il biennio successivo, la prima iniziativa di sensibilizzazione al rischio sismico nelle scuole calabresi. La preoccupazione manifestata dalla Guidoboni (almeno finora) pare essere caduta nel vuoto.  Non hanno risposto la politica e le istituzioni, che il problema sismico, in genere, hanno sempre considerato, e continua evidentemente a ritenere, di secondaria importanza (sarebbe poco credibile rivendicare meriti per singole e sporadiche iniziative, ben lontane dal rappresentare un sostanziale cambio di marcia in questa direzione); e hanno fatto finta di niente i cittadini, non educati a comprendere la portata del rischio sismico in Calabria.

La Guidoboni, in sostanza, ha ricordato alcuni elementi che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di ogni calabrese: ciò che è successo in passato, a causa del terremoto, e ciò che resta un’identità gravemente sottovalutata, appunto l’elevata sismicità del territorio regionale. Lo ha fatto a proposito di una vicenda che, sempre se vivessimo in una realtà che avesse saputo fare i conti con la propria storia – il che non significa soltanto ricordare ciò che è accaduto, ma valutare con consapevolezza il fatto che gli eventi accaduti in passato possano ripetersi – non avrebbe mai potuto avere “diritto di cittadinanza”.

L’oggetto in questione riguarda il Museo del Terremoto di Soriano Calabro, realizzato in parte negli spazi ipogei del convento domenicano, distrutto dal terremoto nel 1659 e nel 1783. Il Museo rappresenta un tangibile esempio di come sia possibile trasformare le vicende del passato in una proficua ed efficace lezione di vita. Come ha ben scritto la sismologa storica dell’Ingv, «un punto fisso di riferimento per la conoscenza del problema sismico regionale e del contesto italiano, attrezzato con supporti multimediali e interattivi di grande valore didattico».

Chi avesse tempo e interesse per visitarlo – e noi l’abbiamo fatto, accompagnati dalla brava Silvana Iannelli – rimarrebbe piacevolmente colpito da questa realtà e dal relativo percorso museale. Nel senso di comprendere immediatamente l’alto valore educativo di una struttura, un unicum, conferma la Guidoboni, nel nostro Paese, per la quale dopo due anni (confinata nel solito «piano senz’anima e colmo d’indifferenza» in cui purtroppo troppe volte finiscono questioni importanti), è stata finalmente avviata a soluzione la copertura del posto di direttore.

Figura che la Guidoboni giustamente auspica «sappia dialogare con il mondo della ricerca e sappia rendere fruibile il patrimonio di dati messi a disposizione della popolazione di Soriano e della intera Calabria per una maggiore consapevolezza del rischio sismico, condizione per una migliore sicurezza abitativa». 

Cosa vogliamo dire, in sostanza? Non si provi a rispondere – speriamo nessuno lo faccia – che il problema abbia risentito dell’instabilità amministrativa del comune di Soriano, che ha via via rallentato, fin quasi a bloccarlo, il funzionamento del Museo. Intendiamoci, ciò è vero, ma non aiuta a focalizzare il vero tema, il cuore dell’intervento di Emanuela Guidoboni: la sostanziale “freddezza” con cui il problema sismico ancora viene considerato in Calabria. Questo è il punto sul quale bisogna riflettere. Ripeterlo non guasta: se fossimo stati una regione “normale”, con la giusta dose di consapevolezza rispetto al terremoto, e se questo tema fosse realmente e compiutamente al centro dell’agenda politica, non avremmo mai consentito che una struttura tanto importante, e l’attività culturale che ad essa fa capo, risentisse di alcuna difficoltà.

Avremmo tutelato in ogni modo – evitando interruzioni e difficoltà varie – ciò che rappresenta il simbolo di una necessaria rivoluzione culturale. Lo strumento per la creazione di una sensibilità collettiva verso il rischio sismico, di cui abbiamo assolutamente bisogno, ma che evidentemente è ancora tutta da costruire. (fk)

L’INCUBO DEL PNRR: UN ELDORADO FATTO
DI PROMESSE MA CON TROPPE INCOGNITE

di ETTORE JORIO –  Il Pnrr è divenuto l’incubo degli italiani. Li preoccupa. Li rende increduli. Ma regala loro tante speranze. Li sottopone però a stress indicibili, obbligandoli ad assistere ai duri contrasti insorti tra controllati e controllori: il Governo e la Corte dei conti incaricata dei controlli concomitanti sul Pnrr e sul piano nazionale complementare (PNC).

Uno scontro senza risparmio di colpi, tanto da portare all’approvazione in Parlamento di un emendamento abrogativo dell’anzidetto compito dei Magistrati contabili. Tutto questo accade, senza che i destinatari reali dei progetti finanziati dall’Europa (i cittadini) ne sappiano granché. Sintomatico di tutto questo è stata la “storiella” cui ha fatto ricorso Giuseppe De Rita per dire la sua sul piano nazionale di ripresa e resilienza.

Nel sottolineare l’insufficienza di sognare il futuro attraverso il Pnrr ha dichiarato «non si può dire al mio barista che il digitale o l’ecologia siano il futuro».

Occorre spiegargli chiaramente cosa siano, le loro utilità concrete e con quale progetto pervenire al risultato. In buona sostanza, un progetto di siffatte dimensioni, l’unico ad essere godibile nella concretezza, ha bisogno di chiarezza diffusa nel sociale e non già essere compresa «solo (da) quattro tecnocrati e Bruxelles» (De Rita dixit).

Una spesa che vale tanti miliardi di euro abbisogna, infatti, di una necessaria divulgazione propedeutica alla comprensione e al consenso, pena l’assistenza acritica dei veri beneficiari del contributo UE sugli adempimenti più o meno mancati da chi ha l’obbligo di fare. Un modo in più per sentirsi più cittadini europei.

A tutto questo va aggiunto, che deve essere riconosciuto alla società civile il diritto di conoscere progressivamente cosa si fa, nel corso dei
sei anni offerti dall’UE, per realizzare quanto programmato con gli oltre 200 miliardi di provenienza unionale, dei quali circa sessantanove a fondo perduto.

Tra progetti perlopiù presi dalla delibera Cipe n. 121 del 21 dicembre 2001, afferente al primo programma delle infrastrutture strategiche di cui alla cosiddetta legge obiettivo, quelli indicati solo per finalità e i tanti sviluppati sul territorio dal contenuto di sovente manutentivo diventa davvero difficile comprendere il tutto. Un po’ come con il “barista” sul digitale e l’ecologia!

Proprio per questo motivo, attesa la promiscuità risalente a tre Governi in corsa di una giustificazione ciascuno per la parte che li riguarda
singolarmente, si renderebbe necessario un arbitro sollecitatore, un consigliere non di troppo incaricato di riportare la macchina nella giusta direzione e nel rispetto delle rispettive scadenze.

Eh già perché la particolarità del Pnrr è quella di prevedere la liquidazione dei ratei tenendo conto del principio dello stato di avanzamento, in quanto tale ogni sollecitazione intesa nel rispetto delle regole è da ritenersi non solo utile ma indispensabile. La consapevolezza dei ritardi e della inadeguatezza della macchina burocratica e istituzionale a realizzare quanto progettato avrebbe dovuto consigliare il contrario di
quanto accaduto tra Governo e Corte dei conti. Magari sollecitando quest’ultima ad una maggiore collaborazione preventiva, di certo migliorativa per l’operato.

La posta in gioco è alta e le inadeguatezze sulla programmazione ed effettuazione della spesa sono infatti due limiti grossi nella PA, specie di
quella territoriale. Prova ne è che, dopo le sollecitazioni della Premier a non buttare i quattrini sulle Cattedrali nel deserto, il Governo si è accorto di avere in pancia oltre 10 miliardi di euro da investire in strutture sanitarie, ex art. 20 legge 67/1988. Un bel regalo frutto dell’incapacità storica della PA a spendere quanto si ha, sulla quale qualche stimolo in più a fare bene sarebbe stato necessario da tempo.

Dunque, i controlli in tempo reale – di certo fatti meglio di come ha fatto il Collegio per il controllo concomitante – sarebbero stati e saranno ultra necessari. Ciò allo scopo, per dirlo alla De Rita, di evitare che il secondo d’angolo, poco avvezzo alle critiche rivolte al suo pugile sul ring, fosse costretto a dire al suo atleta al quasi termine del match: se l’ammazzi vai pari. (ej)