AUTONOMIA DIFFERENZIATA: VERRÀ MENO
IL PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ NAZIONALE

di FILIPPO VELTRI –  Attualmente esiste in media un divario di almeno mille euro pro capite per abitante tra Mezzogiorno e Centro-Nord nella spesa pubblica». Così i dati dell’Agenzia per la Coesione fotografano il differenziale di spesa per il finanziamento dei servizi tra le due diverse aree del Paese.

Questa fonte smentisce la vulgata del Sud inondato di risorse ma conferma, invece, il contrario. E questi dati si riflettono in una minore spesa sia in conto capitale per investimenti che in spesa corrente. Si tratta di un divario di spesa in comparti essenziali: dall’istruzione alla sanità, ai trasporti pubblici e alla spesa sociale. Quindi, il divario Nord-Sud in termini di servizi che tutti i cittadini vivono quotidianamente è dovuto, in parte, anche a sacche di inefficienza ma prevalentemente anche al fatto che al Sud dal momento che alcuni servizi non esistono, semplicemente non esistono neppure le risorse per erogarli. È il meccanismo della spesa storica: dove non ci sono servizi non c’è neanche la spesa ed è questo che ha comportato il grande divario.

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata è stato approvato in Consiglio dei ministri con ulteriori integrazioni rispetto alle prime bozze. Adesso si conferma la necessità di definire i Lep prima di procedere al trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni. Ma questo sarà un sufficiente strumento di garanzia? Questo rappresenterebbe una reale garanzia se alla definizione dei Lep facesse seguito anche un adeguato finanziamento. Si tratta di una differenza sostanziale dal momento che la norma Calderoli ci dice che è sufficiente definire i Lep ma proprio alla luce del differenziale di servizio non basta stabilirli ma bisogna anche garantire le risorse per il loro finanziamento. Ciò vuol dire risorse aggiuntive prevalentemente per il sud, ma non solo, per erogare il servizio dove attualmente non c’è. In realtà, il problema viene aggirato e difatti rischiamo di avere una applicazione dell’autonomia anche in materie oggetto dei Lep senza che i Lep vengano finanziati.

Cosa potrebbe infatti avvenire nel caso in cui competenze come la sanità o la scuola venissero regionalizzate? Sono molti i rischi. In primo luogo, si rischia una frammentazione del Paese, una frammentazione delle politiche pubbliche ma c’è poi un tema di unità nazionale. Quando si impatta su materie quali l’istruzione che sono parte del nostro sentimento di unità nazionale si rischia di avere anche programmi diversi a livello territoriale. Addirittura nella proposta del Veneto si prevedeva che il personale della scuola fosse trasferito nei ruoli della Regione. Si capisce bene che questo impatterebbe sia sulla mobilità sia sugli stipendi. Uno stesso insegnante in Veneto può guadagnare di più che in Calabria o in Campania facendo lo stesso lavoro. Oltre a ciò si indebolisce il principio di solidarietà nazionale perché con il trasferimento si bloccano le risorse e così avremo tre regioni il cui principale obiettivo è ridurre il loro contributo di solidarietà.

Restiamo in ambito scuola con un esempio. Nel nostro Paese ci sono due bambini, nati lo stesso anno. Una si chiama Carla e vive a Firenze, l’altro Fabio e vive a Napoli. Hanno entrambi dieci anni e frequentano la quinta elementare in una scuola della loro città. Ma mentre la bambina toscana, secondo i dati Svimez, ha avuto garantita dallo stato 1226 ore di formazione; il bambino cresciuto a Napoli non ha avuto a disposizione la stessa offerta educativa, perché nel Mezzogiorno mancano infrastrutture e tempo pieno. Secondo la Svimez, infatti, un bambino di Napoli, o che vive nel Mezzogiorno, frequenta la scuola primaria per una media annua di 200 ore in meno rispetto al suo coetaneo che cresce nel centro-nord che coincide di fatto con un anno di scuola persa per il bambino del sud.

Poi ci sono i freddi numeri: secondo i dati Svimez, nel Mezzogiorno, circa 650 mila alunni delle scuole primarie statali (79% del totale) non beneficiano di alcun servizio mensa. In Campania se ne contano 200 mila (87%), in Sicilia 184 mila (88%), in Puglia 100 mila (65%), in Calabria 60 mila (80%). Nel Centro-Nord, gli studenti senza mensa sono 700 mila, il 46% del totale.

Ancora: per effetto delle carenze infrastrutturali, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno accede al tempo pieno a scuola, rispetto al 48% del Centro-Nord. La Basilicata (48%) è l’unica regione del Sud con valori prossimi a quelli del Nord. Bassi i valori di Umbria (28%) e Marche (30%), molto bassi quelli di Molise (8%) e Sicilia (10%). Gli allievi della scuola primaria nel Mezzogiorno frequentano mediamente 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto a quelli del Centro-Nord. La differenza tra le ultime due regioni (Molise e Sicilia) e le prime due (Lazio e Toscana) è, su base annua, di circa 200 ore.

Circa 550 mila allievi delle scuole primarie del Mezzogiorno (66% del totale) non frequentano inoltre scuole dotate di una palestra. Solo la Puglia presenta una buona dotazione di palestre, mentre registrano un netto ritardo la Campania (170 mila allievi privi del servizio, 73% del totale), la Sicilia (170 mila, 81%), la Calabria (65 mila, 83%).

Nel Centro-Nord, gli allievi della primaria senza palestra, invece, raggiungono il 54%. Analogamente, il 57% degli alunni meridionali della scuola secondaria di secondo grado non ha accesso a una palestra; la stessa percentuale che si registra nella scuola secondaria di primo grado.

Parole e ulteriori commenti a questo punto non servono. (fv)

ZES CALABRIA: LE AREE SCELTE PER REGGIO
COLLOCATE ALL’INTERNO DELL’AEROPORT0

di SANTO STRATI – Chiamatelo errore madornale o svista imperdonabile, comunque non trova alcuna giustificazione che chi ha disegnato le aree della Zes Calabria abbia individuato per Reggio le superfici della piste di decollo e atterraggio dell’Aeroporto dello Stretto. Una cosa pazzesca, salvo a non voler pensar male (che si sa, si rischia di far peccato, ma spesso – come diceva Andreotti – ci s’azzecca) e immaginare che la “svista” non sia poi involontaria, ma scientemente applicata al fine di scoraggiare eventuali (e quanto mai auspicabili) investimenti nell’area Zes di Reggio. Zes, come tutti ormai sanno, significa “zona economica speciale”, ovvero delle aree all’interno delle quali le imprese già operative o quelle di futuro insediamento possono godere di incentivazioni varie, in pratica agevolazioni fiscali (in termini di importanti crediti d’imposta) e semplificazioni e snellimento delle pratiche amministrative. Le Zes sono state istituite nel 2017 e disciplinate poi nel dicembre del 2018 con un decreto, convertito poi in legge, nell’ambito degli interventi urgenti destinati a far crescere gli investimenti nel Mezzogiorno con l’obiettivo di favorire lo sviluppo del territorio.

Come risulta dagli atti, la Regione Calabria con la delibera n. 100 del 29 marzo del 2018 della Giunta guidata da Mario Oliverio ha individuato le aree produttive all’interno delle quali operare, utilizzando le incentivazioni fiscali e i provvedimenti di sburocratizzazione amministrativa per i nuovi insediamenti. Le aree industriali e produttive della Zes di Gioia Tauro sono state individuate per costituire gli ambiti naturali per insediare nuove attività o rilanciare quelle esistenti applicando il regime agevolato previsto per le Zes. Piccolo particolare, le aree Zes di Reggio sono state individuate non nella zona industriale di San Gregorio-San Leo (Pellaro) come sarebbe stato ovvio visto che si parla di insediamenti produttivi, bensì in ambito aeroportuale. Ma non nelle aree adiacenti l’aeroporto, ma proprio dentro le piste, come si vede dalla piantina che indica le superfici destinate ad attività produttive per la Zes di Reggio.

Il Comitato spontaneo “ZES fuori dalle piste dell’Aeroporto di Reggio Calabria” (costituito da realtà economiche e sociali che operano nell’area interessata) ha denunciato il “marchiano errore materiale” con una pec inviata il 14 febbraio al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Ministro per la Coesione Territoriale Raffaele Fitto, al Presidente della Regione Roberto Occhiuto, alla vicepresidente della Giunta regionale Giusi Princi, all’assessore regionale alla Attività Produttive e area Zes Rosario Varì, al commissario della Zes Calabria (e Campania) Giuseppe Romano, ai sindaci ff del Comune e Città Metropolitana Paolo Brunetti e Carmelo Versace, all’assessore comunale di Reggio alla Pianificazione. urbana e Progetti strategici Domenico Battaglia, al Presidente e al Direttore generale ENAC. Hanno risposto tutti, subito… ignorando completamente la denuncia. Dopo due settimane, infatti non è arrivato alcun riscontro, da nessuna delle parti interpellate.

Probabilmente, siamo alle solite: di Reggio non interessa niente a nessuno. Come si può aver ignorato per la Zes reggina due aree industriali più che strategiche (L’ex officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie e il Porto di Saline Joniche) scegliendo i terreni all’interno dell’area aeroportuale? Salvo che l’obiettivo finale non sia quello di chiudere completamente l’Aeroporto dello Stretto e quindi utilizzare la superficie per attività industriali. Ma, in ogni caso, l’assurdo è che nelle aree individuate dentro il recinto aeroportuale – a fianco delle piste di decollo e atterraggio – si possa immaginare una qualsivoglia attività imprenditoriale e produttiva., mentre languono le imprese di San Gregorio e Pellaro San Leo.

L’assenza di una qualsiasi risposta, del resto, sta diventando regola fissa per la Città di Reggio. Vedi il caso Piazza De Nava, vedi il caso Lido Comunale e via discorrendo. Si fanno grandi progetti (a parole) per il turismo, ma si ignora l’assenza di strutture, si evita accuratamente di formare il personale, di adeguare l’offerta a una domanda che si scontra poi con la mancanza della logistica. Il tutto è facilmente spiegabile con un solo termine: assenza di visione. Abbiamo amministratori distratti (vedi il perimetro della Zes dentro l’aeroporto!), annoiati e, troppo spesso, privi di competenza specifica. Quale futuro possiamo intravedere per i ragazzi della più popolsa città della Calabria? Ci sono risorse intellettuali ignorate se non addirittura escluse da progetti di sviluppo, ci sono idee e passione, ma mancano, quasi sempre, gli interlocutori. E, allora, con chi si parla, si ragiona, si discute? (s)

QUELLA NARRAZIONE PERICOLOSA DEL SUD
CHE NON SA SPENDERE BENE LE RISORSE UE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «La Campania dovrebbe ricevere fondi per lo sviluppo e la coesione per 5,6 miliardi di euro. Ma sono bloccati e nessuno dice niente, perché siamo un Paese nel quale tutti vogliono essere amici di tutti e quando ci sono problemi in genere si gira la testa dall’altra parte. Molte cerimonie, ma poca sostanza…». 

Pesante l’attacco che il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, Regione che rappresenta il 10% degli italiani, seconda dopo Lombardia e a pari popolazione del Lazio, sferra al Governo nazionale.  

La tesi che sostiene il Governatore della Campania è di una gravità inaudita. Secondo De Luca vi è un progetto nazionale che mira a far passare la vulgata che il Sud non riesce a spendere le risorse, inventando una serie di blocchi che portano a questo risultato, per poi redistribuire tali risorse, accedendo come a un bancomat della Nazione, a tutto il Paese, facendo rientrare nella distribuzione anche le Regioni settentrionali.

Tale comportamento porta al risultato di una spesa pro capite inferiore, malgrado le grandi risorse che dovrebbero arrivare con i fondi strutturali. E l’accusa è circostanziata con i passaggi che vengono evitati per impedire che le risorse vengano messe a terra, con l’obiettivo, dichiara il Governatore, di spostare tali risorse verso il Nord: «È un pericolo grave vedere risucchiati i soldi del Sud dal Nord». 

Ovviamente a tale comportamento si suggerisce che sottende una regia di alcuni ministeri, in particolare quello dell’economia con a capo Giancarlo Giorgetti, ma evidentemente anche quello del Mezzogiorno con a capo Raffaele Fitto, che operano per impedire la destinazione delle risorse o, con peccati di omissione, stanno inermi a guardare malgrado non si compiono tutti gli atti necessari perché le risorse arrivino sul territorio.      

La dichiarazione é esplicita «C’è un capitolo sui Fondi di sviluppo e coesione, destinati per l’80 per cento al Mezzogiorno. Parliamo di 67 miliardi di euro, con un riparto definito da sei mesi, ma il Governo non convoca il Cipess (il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) per fare concretamente l’investimento con 5 miliardi e 600 milioni di euro che spettano alla Campania». 

Probabilmente non è completamente vero che vi sia una regia occulta, per non far arrivare i soldi al Mezzogiorno, del Ministero dell’Economia, ma non è incredibile che si ritardino delle procedure e conseguentemente delle assegnazioni e che quindi la spesa, per problemi di bilancio nazionale, per rispettare per esempio il rapporto debito Pil.

I solerti funzionari del Ministero dell’Economia, che conoscono bene l’esigenza di presentare i conti in ordine, come buoni padri di famiglia, potrebbero ritardare, laddove possibile, alcune spese in maniera da consentire di avere i conti in ordine. 

Ovviamente la vulgata poi diventa quella che il Sud non sa spendere le risorse, mentre viene messo in condizione di non poterlo fare, come peraltro viene ribadito da molti amministratori locali, compresi molti sindaci, che dicono che i meccanismi della normativa dei bilanci sono tali per cui l’assegnazione delle risorse spesso è teorica. 

E allora il problema non è più l’assegnazione, che potrebbe anche essere fatta correttamente, quanto i meccanismi da correggere per far si che le risorse non arrivino sui territori con i ritardi soliti. Adesso con il Pnrr e con le scadenze catenaccio che, nel caso non vengano rispettate, portano alla perdita delle risorse il problema diventa ancor più cogente. 

Non si può contemporaneamente pensare di eliminare il reddito di cittadinanza per i cittadini cosiddetti occupabili, cioè quelli che sarebbero in condizione di lavorare, ma che non hanno una domanda di lavoro sul territorio e poi non far arrivare le risorse che l’Europa ha assegnato, per l’esistenza di un Sud cenerentola d’Europa, ai territori pertinenza, per salvare i conti dello Stato italiano. 

Perché ovviamente la mancanza di risorse destinabili ai territori porta poi come conseguenza la presenza di diritti di cittadinanza diversi rispetto a quelli di cui usufruiscono i cittadini di serie A del Nord. Così come ritardano le opere pubbliche indispensabili, perché si possa finalmente avere quella infrastrutturazione complessiva che consenta la attrazione reale di investimenti dall’esterno dell’area.

Insomma non si può contemporaneamente affermare che il Sud é  centrale rispetto alle politiche a parole e poi nei fatti avere un comportamento vizioso che porta a conseguenze nefaste per tutto il Paese. Perché se é giusto che il buon padre di famiglia risparmi e rimandi ad anni successivi le spese non indispensabili diventa intollerabile invece che per risparmiare non ripari la casa per cui entra l’acqua delle piogge, oppure non mandi i figli a scuola, o non faccia curare la moglie.

Ed è quello che sta facendo lo Stato italiano, perché le risorse che non vengono indirizzate o sbloccate significano servizi indispensabili ed investimenti importanti che non vengono attuati. É necessario che il Ministro Raffaele Fitto, responsabile della governance delle risorse destinate al Mezzogiorno, intervenga per evitare che vi siano anche troppi annunci di risorse che vengono assegnate alle aree del Sud e pochi reali trasferimenti. 

E se invece le accuse lanciate da Vincenzo De Luca non fossero vere allora sono necessarie precisazioni puntuali, perché se non è tollerabile che le risorse non arrivino non lo è altrettanto se gli annunci di mancata attenzione siano soltanto polemica elettorale politica. «Dovremo  ora fare una battaglia unitaria al Mezzogiorno, al di là delle bandiere di partito, perché ci giochiamo il futuro delle prossime generazioni» è una chiamata alla responsabilità del Governatore alle tante forze politiche, spesso formate da classe dominante estrattiva per la quale il bene comune non è un obiettivo, mentre lo è molto di più la possibilità di poter gestire anche poche risorse ma per i propri clientes.

É chiaro che non troverà accoglienza visto che i partiti nazionali e i rappresentanti di essi preferiscono l’adesione all’indirizzo politico del partito piuttosto che la difesa dei territori, anche perché la dissociazione da esso potrebbe portare a perdere la possibilità di essere rieletti. Ma forse una riflessione di una forza politica meridionale che si intesti alcune battaglie diventa indispensabile. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

A.A.A. CERCASI LO STATO PER LA SANITÀ
IN CALABRIA SENTIRSI MALE È UN “LUSSO”

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – La Calabria a volte è una storia grave. Quella della sua sanità spesso è gravissima. È un cancro all’intestino dei calabresi, che pesa sulle loro vite come le travi arcuate del gioco. Li porta via dal paradiso per trascinarli all’inferno. E grava sulle loro spalle a tal punto da rendergli curvi i corpi fino a toccare la terra con la testa, mettervi dentro la bocca e mangiarvi da lì, come i porci.

Le testimonianze di disagio per un sistema sanitario poco funzionale, in Calabria, hanno il ritmo della quotidianità. A tratti vengono intramezzati da attestazione positive, ma poi tutto ripiomba nella routine incomoda che fa più vittime che superstiti.

È solo di qualche giorno fa l’ultimo ennesimo caso di una guardia medica inesistente nella città di Vibo Marina, dove a una donna con una complessa epistassi viene indicato un ambulatorio presente persino sulle mappe, ma realmente chiuso.

Non restano che i pronto soccorso di Vibo e Tropea, ammesso che la situazione non si presenti esasperata come invece solitamente è. 

A Vibo Marina si vive nelle mani di Dio.

Che non è il titolo di un’opera teatrale, ma uno spaccato di vita che si replica in più paesi della Calabria contemporaneamente.
Ma Cristo non si era fermato ad Eboli? La sanità è un cancro in metastasi nella vita dei calabresi. Esistono i miracoli però! C’è un Dio disposto a farne qualcuno ancora anche per noi?

È di una gravità assoluta che una città portuale come Vibo Marina non abbia una guardia medica a disposizione della propria comunità, e che con due farmacie in loco, per raggiungerne una di turno sia necessario recarsi a Vibo città. 

Non è né civile né umano che una cittadina come Vibo Marina, marinata di Vibo Valentia, capoluogo di provincia, con diversi e pure numerosi plessi scolastici sul territorio, aziende più di una, lidi a mare, strutture turistiche, palestre, palazzetto dello sport, piscina, capitaneria di porto, guardia di finanza, ecc. ecc., non abbia un presidio medico a tutela della salute dei propri cittadini. 

La sorte non è mai clemente con nessuno, specie quando un territorio è già martoriato di suo, e quando gioca a vantaggio e quando a svantaggio, e visto che non avvisa né mette in allerta quando gioca duro, potrebbe accadere che, prima o poi, il vuoto di un presidio di guardia medica risulti fatale, non lasciando ad alcuni neppure il tempo di lavarsi la coscienza dalle proprie responsabilità. Ne’ ai morti né ai vivi. Perché dalle proprie colpe non salveranno mai né le acque del Sant’Anna né quelle del mare. Quelle sante del Giordano sono altrove, troppe lontane.

Esiste un vero piano di ripresa e resilienza, in Calabria? O si aspetta un bando regionale per dire ai calabresi che la loro salute sta a cuore ai calabresi stessi? La vita di un popolo ha priorità anche sulla propria? Quella dei figli, su quella di una madre certamente sì.
Un paese civile, diceva un vecchio saggio, deve avere almeno un comando dei carabinieri e un ambulatorio medico, se solo uno dei due viene meno, manca lo Stato.

A Vibo Marina manca lo Stato. In Calabria manca un po’ ovunque. Qui la dignità dei cittadini sembra non essere al sommo dei suoi pensieri.

Tommaso Campanella diceva che la morte è dolce a chi la vita è amara. E se la vita dei calabresi è sempre più agra, è chiaro che il nostro destino trova loco in questa saggezza. Certamente è triste pensare che da figli della città del sole, si sia arrivati a vendere il sole per comprare candele. (gsc)

PER LA CALABRIA LEGAMBIENTE SOLLECITA
LA “CURA DEL FERRO” PUNTANDO SUI TRENI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Alla Calabria, ma a tutto il Mezzogiorno, serve «una vera cura del ferro», per le sue infrastrutture. Nel rapporto Pendolaria 2023 di Legambiente, infatti, è emerso che c’è un abisso sui trasporti tra Nord e Sud tra ritardi infrastrutturali,  i treni poco frequenti, le linee a binario unico, la lentezza nella riattivazione delle linee ferroviarie interrotte, chiuse e dismesse, e poi le risorse economiche inadeguate.

Un servizio che Legambiente ha definito «non paragonabile al resto del Paese», e che deve far riflettere il Governo sulla necessità di avviare quella che l’Associazione ha chiamato «vera cura del ferro», ossia prevedendo maggiori risorse economiche pari a 500 milioni l’anno per rafforzare il servizio ferroviario regionale (per acquisto e revamping dei treni) e 1,5 miliardi l’anno per realizzare linee metropolitane, tranvie, linee suburbane. Si tratta complessivamente di 2 miliardi di euro all’anno fino al 2030, recuperabili dal bilancio dello Stato specialmente all’interno del vasto elenco di sussidi alle fonti fossili.

«L’Italia ha bisogno di aumentare sensibilmente il numero di passeggeri che viaggiano in metro e in treno, se vuole migliorare anche la qualità dell’aria e ridurre le emissioni di CO2 come previsto dall’Accordo di Parigi», ha ribadito Legambiente, evidenziato come è il Mezzogiorno a pagare lo scotto di questo divario infrastrutturale. Un tema ben noto alla nostra regione: basti pensare all’elettrificazione della fascia jonica, alla Strada Statale 106 – conosciuta anche come strada della morte -, i treni vecchi o le linee a binario unico.

Ma, nonostante i problemi atavici, qualche intervento è stato fatto: nel Rapporto, viene rilevato come «sono state attivate e intensificate numerose tratte in Calabria. Le nuove integrazioni sono previste sia nel trasporto regionale che in quello nazionale».

«È stata intensificata – si legge – la tratta Crotone-Sibari (con fermate intermedie a Cirò, Cariati, Mirto-Crosia, Rossano e Corigliano Calabro) che avrà una coincidenza con il Frecciargento Bolzano-Sibari. Nel fine settimana diventa disponibile un Intercity al giorno in più (il sabato da Milano a Reggio Calabria e la domenica da Reggio Calabria a Milano). Altri treni a lunga percorrenza aggiunti saranno due coppie di Intercity al giorno da Roma alla Sicilia e una coppia di Intercity Notte da Milano alla Sicilia con fermate in Calabria. Inoltre, è stato portato a 16 il numero di frecce che collegano la Calabria a Roma».

«Sul fronte del trasporto regionale, invece – si legge – sono potenziati i collegamenti tra Reggio Calabria e Cosenza (passanti per la stazione di Paola) con ben 42 collegamenti, potenziati i collegamenti diretti tra Lamezia Terme e Reggio Calabria (passanti per la stazione di Tropea) attraverso ben 14 collegamenti in più. Inoltre, è stato riattivato il servizio metropolitano tra le stazioni di Villa San Giovanni e Melito Porto Salvo, con 21 collegamenti e una maggiore frequenza per l’area metropolitana di Reggio Calabria. Anche le tratte che interessano la fascia ionica sono state potenziate, come, ad esempio, la tratta Lamezia Terme-Sibari e la tratta Lamezia Terme-Catanzaro Lido che presenterà maggiori possibilità di interscambio. Inoltre, sono attivate tratte dirette tra Lamezia Terme e Reggio Calabria nella fascia ionica e un collegamento tra Lamezia Terme e Locri».

«Per la Calabria, le reali prospettive di sviluppo socio-economico rispettoso dell’ambiente passano necessariamente attraverso forme di mobilità eco-compatibili come il trasporto ferroviario», ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

«Nella nostra regione servono treni moderni – ha rilanciato – l’adeguamento delle linee, collegamenti veloci e frequenti, la razionalizzazione degli orari per facilitare le coincidenze, la creazione di sempre maggiori possibilità di portare la bici al seguito. Ad essere urgente è anche la necessità di avere stazioni nuove ed accoglienti a misura di viaggiatore, con particolare riguardo ai diversamente abili, anziani, persone con ridotta mobilità o famiglie con passeggini che spesso sono costretti ad affrontare disagi a causa del persistere di barriere architettoniche come accade a Lamezia Terme, per esempio, una delle principali stazioni calabresi dove non sono in funzione gli ascensori per accedere ai binari da cui partono i treni dell’alta velocità».

Ma non è solo un problema calabrese: nel Mezzogiorno, poi, ha rilevato l’Associazione, circolano meno treni, i convogli sono più vecchi – con un’età media di 18,5 anni, in calo rispetto a 19,2 del 2020 ma molto più elevata degli 11,9 anni di quelli del nord – e viaggiano su linee in larga parte a binario unico e non elettrificate.

Sul fronte investimenti, negli undici anni dal 2010 al 2020, sono stati fatti più investimenti sulle infrastrutture per il trasporto su gomma che su ferro. Stando ai dati del Conto nazionale trasporti, dal 2010 al 2020 sono stati realizzati 310 km di autostrade, a cui si aggiungono migliaia di chilometri di strade nazionali, a fronte di 91 chilometri di metropolitane e 63 km di tranvie. Oltre a questi dati, Legambiente nel rapporto Pendolaria 2023 torna anche con la classifica delle 10 linee peggiori d’Italia. Nelle prime posizioni le Ex linee Circumvesuviane, la Roma-Lido e Roma Nord-Viterbo, la Catania-Caltagirone-Gela, a seguire Milano-Mortara, Verona-Rovigo e Rovigo-Chioggia, Genova-Acqui-Asti, Novara-Biella-Santhià, Trento-Bassano Del Grappa, Portomaggiore-Bologna, Bari-Bitritto.

C’è bisogno di «una cura per il Sud», ossia: «più treni per il Meridione – suggerisce Legambiente – elettrificazione e collegamenti più veloci potenziando in primis il servizio Intercity e integrando l’offerta di servizio lungo le direttrici principali, per garantire almeno un treno ogni ora, attraverso un servizio cadenzato e nuovo materiale rotabile».

«Per Legambiente – si legge nella nota – gli assi prioritari su cui intervenire sono: Napoli-Reggio Calabria, Taranto-Reggio Calabria, Salerno-Taranto, Napoli-Bari, Palermo-Messina-Catania. Servono poi collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola e va potenziato il trasporto via nave».

Per Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, «Il processo di riconversione dei trasporti in Italia è fondamentale. Lo è se vogliamo rispettare gli obiettivi del Green Deal europeo, del taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 e del loro azzeramento entro il 2050, visto che il settore è responsabile di oltre un quarto delle emissioni climalteranti italiane che, in valore assoluto, sono addirittura cresciute rispetto al 1990. Per questo è fondamentale invertire la rotta e puntare su importanti investimenti per la “cura del ferro” del nostro Paese, smettendola di rincorrere inutili opere come il Ponte sullo Stretto di Messina».

«Occorre investire in servizi, treni moderni, interconnessioni tra i vari mezzi di trasporto e con la mobilità dolce – ha proseguito – in linee ferroviarie urbane, suburbane ed extraurbane, potenziando il servizio dei treni regionali e Intercity. Al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini l’associazione ambientalista chiede di dedicare ai pendolari almeno la stessa attenzione che ha messo in questi mesi per il rilancio dei cantieri delle grandi opere».

«Un punto dolente per il trasporto ferroviario – viene spiegato – è l’inadeguata attenzione da parte delle Regioni. Nel 2021 gli stanziamenti sono stati, in media, pari allo 0,57% dei bilanci regionali, in miglioramento rispetto allo 0,34% registrato nel 2020, ma in diminuzione rispetto allo 0,65% del 2019.Dall’altro lato c’è da dire che con la legge di Bilancio 2022 è stato istituito il Fondo per la strategia di mobilità sostenibile che ha una dotazione di 2 miliardi di euro per ridurre le emissioni climalteranti del settore dei trasporti con diverse azioni, tra cui il rinnovo del parco circolante dei mezzi pubblici e la realizzazione di infrastrutture digitali per la gestione e il monitoraggio del traffico ferroviario».

«Inoltre – continua Legambiente – sono state previste risorse per il Fondo per il Trasporto Pubblico Locale, aumentato per il 2022 di 100 milioni di euro e per il 2023 di ulteriori 100 milioni, rendendo strutturali gli incrementi, costanti fino al 2026, anno in cui il valore totale arriverà a poco meno di 5,3 miliardi (è un segnale positivo, anche se saremo ancora sotto di 900 milioni rispetto al 2009). Tra le altre buone notizie del 2022 ci sono anche i nuovi finanziamenti per l’acquisto di treni regionali e l’ammodernamento delle linee locali. Tutte risorse importanti, ma per Legambiente occorre fare uno sforzo aggiuntivo stanziando 2 miliardi di euro all’anno fino al 2030».

Un timido miglioramento viene rilevato sul numero dei passeggeri: Trenitalia ha dichiarato un aumento complessivo di oltre il 40% dei passeggeri rispetto al 2021, con punte del 110% per quelli ad Alta Velocità. In aumento anche il numero di treni regionali in servizio, considerando tutti i gestori, anche se con notevoli differenze tra le Regioni: 2.788 i treni regionali in circolazione in Italia nel 2021, contro i 2.666 del 2020. Tra le altre note positive, grazie alle risorse europee, nazionali, regionali e di Trenitalia, attraverso i contratti di servizio, è in corso il rinnovo del parco dei treni circolanti: nel 2021 l’età media si è attestata a 15,3 anni, in leggero calo rispetto ai 15,6 anni del 2020 (nel 2016 era 18,6 anni).

Infine, nel rapporto viene evidenziato come «uno degli  aspetti più positivi degli ultimi anni riguarda gli interventi di elettrificazione della rete e di installazione di sistemi di controllo della sicurezza (SCMT, sistema controllo marcia treno, e SSC, sistema supporto condotta). Sono previste risorse sia nel Pnrr sia nel contratto di programma di RFI. Gli interventi interessano complessivamente oltre 1.700 km di rete, e porteranno la quota di rete elettrificata in Italia dal 70,2% del 2022 ad oltre il 78% a fine interventi. Si tratta di uno degli indicatori in cui l’Italia si mostra in vantaggio rispetto ad altri grandi Paesi europei. Ad esempio, in Spagna la rete elettrificata è circa il 63% del totale, mentre in Germania questa quota è ferma a poco più del 60%». (rrm)

LA PERDITA DEL CAPITALE UMANO IL VERO
OSTACOLO ALLO SVILUPPO CALABRESE

di DAMIANO BRUNO SILIPO – A dicembre 2022, la Commissione Europea ha approvato il Por Calabria 2021-2027, con una dotazione finanziaria di oltre 3,17 miliardi di euro, di cui 700 milioni sul Fse. È dunque opportuno discutere sull’efficacia di questo programma e dei possibili effetti sull’economia regionale. Ci sono almeno tre condizioni perché un programma possa essere considerato efficace ex-ante: 1) che abbia obiettivi di sviluppo chiari e realistici; 2) che individui gli attori e i territori più capaci di creare sviluppo; 2) che gli strumenti individuati siano coerenti con gli obiettivi.

Qualunque obiettivo di sviluppo della regione non può ritenersi credibile se non tiene conto delle caratteristiche e delle dinamiche in atto in Calabria, che condizioneranno lo sviluppo futuro della regione. Le più rilevanti sembrano essere: a) l’evoluzione demografica e i processi migratori in atto nelle regione; b) la natura delle imprese e i vincoli del sistema imprenditoriale calabrese, anche in relazione alle catene globali del valore; c) il ruolo del settore pubblico e della burocrazia regionale; d) il peso e il condizionamento dell’economia criminale rispetto alle scelte del settore pubblico e delle imprese; e) il ruolo delle banche nell’allocazione del risparmio e nel sostegno alla crescita delle imprese calabresi.
Quali sono gli obiettivi di sviluppo prioritari perseguiti dal Por Calabria 2021-2027 e in quale misura questo programma tiene conto delle dinamiche in atto nell’economia calabrese?  Gli strumenti individuati nel Por sono efficaci e realistici per perseguire questi obiettivi?
Le dinamiche in atto nell’economia calabrese

A settembre 2022 la popolazione complessiva in Calabria era pari a 1.844.708, rispetto a più dei due milioni del 2011. Un trend decrescente che dura da più di un decennio, risultato della combinazione di un saldo naturale e saldo migratorio decrescenti.  Nel solo 2021 il numero di abitanti è diminuito rispetto all’anno precedente di 16.015 unità (9.939 per saldo naturale e ulteriori 6.076 per saldo migratorio). A questo si aggiunge una crescita dell’invecchiamento della popolazione calabrese. Gli over 65 anni in Calabria sono passati dal 17,1% del 2001 al 22,9% del 2021.

L’indice strutturale di dipendenza demografica, dato dal rapporto tra il complesso della popolazione non attiva (< 15 e > 64 anni) e la popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, in Calabria nel 2022 era pari al 57%. Questo indice, però, non consente di avere una realistica misura della effettiva sostenibilità dinamica del sistema. Più significativo è l’indice strutturale di dipendenza economica che si ottiene sostituendo il denominatore dell’indice di dipendenza demografica con la forza lavoro occupata tra i 15 e i 64 anni. Questa sostituzione è motivata dal fatto che solo la forza lavoro può effettivamente contribuire a sostenere il peso della non-forza lavoro: la Calabria ha un indice di dipendenza economica del 135%. Inoltre, elaborazioni Svimez su dati Istat, prevedono che, nel 2040 la Calabria si avvia verso valori dell’81% del primo indice e del 192% del secondo (Svimez, 2022).

Nei 326 comuni calabresi ubicati a più di 20 minuti di percorrenza dai comuni Polo (per questa classificazione, si veda, Dps, 2018), risiedono più della metà degli abitanti. I comuni delle Aree interne presentano livelli di invecchiamento superiori rispetto a quelli dei Centri: l’età media è 45,2 anni contro 44,2 anni (46,0 in quelli Periferici); l’indice di vecchiaia è pari a 184,1 contro 161,9; ii) nei Centri la percentuale di residenti di 9 anni e più, che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di II grado, è pari al 36,5% ed è superiore alla percentuale delle Aree interne (33,3%) e della media regionale (34,9%). Anche la quota di residenti in possesso di un titolo di studio terziario è inferiore alla media regionale nelle Aree interne (11,8% contro 14,3%) (Istat, 2022).

Quindi, un ostacolo rilevante allo sviluppo della Calabria è la perdita di capitale umano, che si è accentuata nell’ultimo decennio. Arrestare l’esodo dei giovani diventa, quindi, una priorità per lo sviluppo, soprattutto per le aree interne della regione. Anche perché all’emigrazione dei giovani è legata anche l’emigrazione del risparmio calabrese. Ciò può avvenire se si incide sul sistema produttivo calabrese. La caratteristica di quest’ultimo è una base produttiva ristretta e inadeguata a dare lavoro, soprattutto qualificato, ai suoi abitanti. L’industria calabrese appare sbilanciata verso imprese scarsamente innovative, con una bassa vocazione internazionale. Inoltre, le imprese calabresi hanno dimensioni e vincoli insufficienti a sostenere aumenti di prodotto e di produttività necessari per sostenere qualunque processo di sviluppo. Pertanto, il mercato del lavoro in Calabria sembra dominato da professionalità meno qualificate, che occupano, posizioni lavorative nei settori a più basso valore aggiunto: industria “tradizionale”, costruzioni, servizi a basso contenuto di conoscenza (ristorazione, commercio, attività turistiche). Il solo tipo di lavoro che sembra abbondantemente disponibile in Calabria è quello povero, caratterizzato da bassi salari, ridotti tempi di lavoro e precarietà occupazionale.

Infine, alcune indagini sul campo sulla percezione soggettiva degli imprenditori calabresi sugli ostacoli alla crescita dell’impresa collocano al primo posto i vincoli finanziari e l’accesso al credito, seguito dalla qualità delle risorse umane. Minore rilievo viene attribuito ai limiti connessi alla funzione imprenditoriale (dalla conoscenza dei mercati alle informazioni sulle tecnologie) (De Paola, 1999). Inoltre, molta importanza viene attribuita dagli imprenditori calabresi agli ostacoli burocratici, ma non ai condizionamenti della criminalità organizzata.  La burocrazia sembra condizionare non solo la nascita di nuove imprese, ma anche lo stesso accesso ai fondi pubblici disponibili, soprattutto per le piccole imprese, che spesso rinunciano anche a fare domanda per accedere alle agevolazioni pubbliche.

D’altra parte, il fatto che le imprese e l’opinione pubblica calabresi abbiano metabolizzato la presenza dell’economia criminale non significa che essa non costituisca un formidabile ostacolo allo sviluppo della regione, distorcendo profondamente le regole della democrazia economica e politica.
Gli andamenti e le caratteristiche dell’economia calabrese appena delineati suggerirebbero, quindi, la definizione di una strategia unitaria di sviluppo, con l’individuazione di obiettivi e aree tecnologiche e produttive prioritarie, su cui indirizzare ingenti investimenti diretti non solo alle imprese, ma anche a rimuovere gli ostacoli ambientali che impediscono la loro crescita e agglomerazione.
Obiettivi e strumenti del Por Calabria 2021-2027

La logica che presiede il POR 2021-27 è la seguente. Si coniugano a livello regionale i 5 obiettivi prioritari stabiliti dall’UE a “maglie larghe”, senza individuare priorità di sviluppo ed obiettivi specifici settoriali e territoriali, con la conseguente dotazione finanziaria. Si procederà poi, nel corso della realizzazione del programma a stabilire obiettivi specifici ed azioni da intraprendere, e la loro dotazione finanziaria. In altri termini, nel POR si definiscono obiettivi generali, che, quindi, possono valere per la Calabria come per qualsiasi altra regione, lasciando poi all’azione dei singoli assessori l’individuazione degli obiettivi specifici e delle azioni da realizzare.

Una logica opposta a qualsiasi principio di programmazione, comunque, incapace di rimuovere qualunque ostacolo allo sviluppo regionale. Infatti, come in passato, in assenza di scelte prioritarie e vincolanti, è ragionevole pensare che l’allocazione della spesa prevista dal Por in Calabria sarà determinata dagli interessi precostituiti delle forze più influenti presenti in regione e dalla mediazione politica. Invece, quello che sarebbe necessario avere in Calabria è proprio un programma quanto più dettagliato negli obiettivi e negli strumenti, che condizioni l’azione degli stakeholders regionali, piuttosto che il viceversa.

Analogamente a quanto stabilito dall’Unione Europea, i 5 obiettivi di policy del Por Calabria 2021-27 sono:
1 Una Calabria più intelligente-Competitività e Innovazione;
2 Una Calabria più verde- Clima ed Energia, Risorse naturali ed Economia circolare;
3 Una Calabria più connessa – Reti, Trasporti e Logistica;
4 Una Calabria più sociale – Occupazione, Competenze ed Inclusione sociale;
5 Una Calabria più vicina ai cittadini – Sviluppo dei territori e Capacità’ amministrativa.
Per perseguire questi obiettivi, vengono individuate traiettorie di sviluppo, prive però di contenuto su come, dove e con chi realizzarle. Inoltre, non vi è alcuna analisi delle condizioni di sviluppo esistenti in Calabria e degli ostacoli da rimuovere per realizzare queste traiettorie di sviluppo.

Sul piano territoriale, il Por 2021-27 si propone di individuare la propria idea di sviluppo dei territori attorno ad un attrattore, che diventa, quindi, il fulcro per strategie integrate. Si individuano due tipologie territoriali: l’Area Metropolitana di Reggio Calabria e le Aree Urbane Medie. Tuttavia, per ciascuna di queste aree non viene individuato alcun attrattore, né risorse finanziarie da destinare.
Pertanto, anche nel nuovo Por Calabria 2021-27 non è possibile identificare: 1) chi sono gli attori dello sviluppo: quali settori e tipologie di imprese e lavoratori sono più suscettibili di creare sviluppo in Calabria (grandi imprese esterne o piccole imprese artigiane locali? giovani laureati o imprenditori già operanti nel settore?); 2) quale aree della Calabria sono più suscettibili di creare sviluppo e in quali settori; 3) come si allocano le risorse finanziarie del Por per gli obiettivi settoriali e territoriali.

D’altra parte, costruire un progetto territoriale integrato comporta l’individuazione per ciascun territorio di una vocazione, di programmi e progetti che possono far affermare queste capacità latenti esistenti sul territorio. Ciò è particolarmente urgente per le zone interne della regione.

La mancata individuazione di un’idea di sviluppo della regione comporta l’assenza anche di una seria analisi degli strumenti da attivare con il Por 2021-27. Addirittura si confonde tra strumenti ed obiettivi. Infatti, si annoverano tra questi ultimi: smart manufacturing (senza mai indicare in quali branche di attività); preservare l’ambiente; sviluppare l’ITC, la logistica e le tecnologie digitali o le energie rinnovabili; avere servizi sanitari efficienti, che hanno più a che fare con gli strumenti da attivare per creare sviluppo.
Inoltre, nel Por 2021-27 non si affronta mai il ruolo del capitale umano per lo sviluppo sostenibile della regione, tanto meno si disegnano incentivi per arrestare l’emigrazione intellettuale e non. Infine, nel Por 2021-27 non si menziona nemmeno la parola criminalità organizzata, come se fosse un problema irrilevante ed estraneo allo sviluppo. Basterebbe solo citare come i fondi del POR potrebbero essere utilizzati per immettere nell’economia legale almeno una parte delle imprese sequestrate alla criminalità organizzata, oggi destinate quasi tutte al fallimento.

Per una valutazione del possibile impatto del Por Calabria 2021-2027 è sufficiente citare il dato seguente. Se  a giugno del 2022 sul Por 2014-2020, a fronte di una dotazione finanziaria di 2,26 miliardi di euro, la Calabria aveva speso poco più del 50% dei fondi disponibili, con le carenze più gravi proprio nei settori su cui è più concentrata la spesa del Por 2021-2027 (ricerca e innovazione, efficienza energetica e mobilità sostenibile, tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale), come si può pensare di spendere di più e meglio i 3,17 miliardi di euro di cui è dotato il nuovo Por, a cui si aggiunge il peso burocratico-amministrativo della simultanea realizzazione del Pnrr?

In assenza di una seria analisi di quali siano i fattori che non consentono di raggiungere i target di spesa, spesso coperta con i “progetti sponda”, e di quali strategie adottare per rimuovere questi ostacoli, è impensabile prevedere risultati migliori nell’attuazione e nell’impatto economico.

Se si vuole dare più credibilità al Pop Calabria 2021-27, è necessario partire dai dati su input e output dei Por passati, per effettuare simulazioni che consentano di stabilire quante e quali risorse umane attivare, quali strumenti e in quali settori, quali modelli organizzativi e gestionali sono più adeguati per la sua realizzazione.

Conclusioni

L’approvazione del Por Calabria 2021-2027 avviene in un contesto regionale caratterizzato da intensi processi migratori, soprattutto di giovani diplomati e laureati, da imprese fragili, rivolte al mercato locale ed incapaci di crescere, prevalentemente per vincoli finanziari, ostacoli politico-burocratici e condizionamenti mafiosi. Il Por Calabria, rispetto a questi problemi e alla necessità di disegnare in modo chiaro e credibile un futuro di sviluppo per questa regione, si configura come un documento di facciata, lasciando alla mediazione politica e al peso dei gruppi di pressione o delle emergenze di turno la successiva definizione di dove, per chi e per che cosa verranno dirette le ingenti risorse finanziarie previste dal Por 2021-27.

Quanto emerge dal Por 2021-27 e dai precedenti Por, mette anche in discussione i criteri adottati dall’Unione Europea per l’approvazione di piani di sviluppo regionale che siano realmente efficaci nella promozione della crescita economica dei territori che ne beneficano. (dbs)

[Courtesy Regional Economy, testata di Open Calabria]Commissione

RIGASSIFICATORE CON LA UE A GIOIA TAURO
OBIETTIVO: ITALIA UN HUB MEDITERRANEO

di ORLANDINO GRECO – Riprendere i lavori e completare l’impianto rigassificatore di Gioia Tauro, deve essere prima un progetto nazionale per diventare poi progetto comunitario. In questo modo metterebbe in sicurezza il sistema del gas europeo e l’Italia diventerebbe il tanto auspicato hub mediterraneo del G.n.l. 

Il Porto di Gioia Tauro si trova sulla costa Occidentale della Calabria, affacciato sul Mar Tirreno, poco distante dallo stretto di Messina e dall’aeroporto di Lamezia Terme. La posizione geografica che lo pone a poche ore di navigazione dalla rotta Suez-Gibilterra o Mare del Nord-Gibilterra, consente alle navi gasiere di deviare dalla rotta principale per attraccare nel Porto. Inoltre, è da mettere in risalto l’equidistanza tra i porti del Nord Europa, raggiungibili via terra (corridoio Adriatico e Tirrenico) e quelli Africani. 

Dal protocollo di intesa del 1993, con il quale fu concordata la realizzazione di un grande “Container Terminal”, alla legge Regionale n. 10 del 26 febbraio 2002 attraverso la quale la Regione Calabria ha promosso l’istituzione di una “Zona Franca” nell’Area Portuale reggina, si arriva attualmente, dopo una serie di vicissitudini, alla sua classificazione come sito di rilevanza Internazionale. È passato così dalla competenza regionale a quella dell’Autorità Portuale.

Indipendentemente da come evolverà la situazione energetica dell’Europa nei prossimi mesi, la Russia sembra aver varcato la linea di non ritorno della sua affidabilità come fornitore privilegiato di gas, almeno in molti Paesi democratici occidentali, per cui l’unica difesa europea rispetto ai suoi comportamenti attuali è di rendersi completamente indipendenti da essa e spingere sulla diversificazione delle provenienze, anche in virtù di una sempre maggiore richiesta che, allo stato attuale, non può essere sostituita dalle fonti rinnovabili.

Prima dell’aggressione russa dell’Ucraina, in Europa erano già in costruzione o in espansione 5 impianti di Gnl, per una capacità aggiuntiva di circa 20 miliardi, sempre inferiori a quanto servirebbe per sostituire completamente il gas russo. Per questo sono stati annunciati altri progetti o rilanciati alcuni previsti anni fa ma non realizzati. Tra questi ultimi, il più rilevante è quello italiano di Sorgenia, già autorizzato, nel sito di Gioia Tauro. Con la sua capacità di 12 miliardi di mc sarebbe il più importante impianto di ricezione di Gnl dai nuovi giacimenti del Mediterraneo e dai nuovi impianti di liquefazione africani operati dall’Eni. Sarebbe, soprattutto, il punto naturale di arrivo del gas dei nuovi giacimenti al largo di Israele ed Egitto e ad occidente di Cipro e i nuovi contratti di fornitura dall’Algeria e non solo.

La Ue, nell’accordo di collaborazione sottoscritto lo scorso giugno, si è impegnata a favorire e collaborare con l’Egitto per l’esportazione di Gnl verso l’Europa. Questo progetto servirebbe anche a diversificare le forniture di Gnl da sud verso il centro Europa e soprattutto verso la Germania, in aggiunta e in sinergia con gli impianti di ricezione del Gnl che Berlino sta progettando e costruendo sulle coste del Mare del Nord. 

Ne avrebbe un vantaggio anche il confronto di prezzo, se non altro perché il tragitto via nave sarebbe più breve e il gas dal Mediterraneo si può immettere nella rete italiana verso i due gasdotti che attraversano le Alpi in contro flusso. Per questo è necessario che il progetto evolva da italiano ad europeo, con una diretta partecipazione degli operatori tedeschi o un consorzio di imprese europee sotto l’egida della Ue e dei governi interessati. Il costo previsto dell’impianto varia tra 1,3 e 1,5 miliardi, e già nel 2020 Sorgenia si era detta disponibile a cedere una quota significativa del progetto. 

Con questo progetto l’Italia diventerebbe un vero e proprio hub del Gnl, come peraltro auspicato a più riprese dall’ex premier Mario Draghi, esportando gas con continuità e per volumi significativi. Il più grande problema storico del sistema gas nazionale è stato quello di essere stato strutturato solo in funzione dei consumi nazionali, dopo aver pagato l’attraversamento di ogni frontiera, mentre la nostra vocazione è sempre stata quella di ponte per tutte le merci tra Mediterraneo ed Europa.

Inoltre, al processo di rigassificazione c’è la contestuale realizzazione della piastra del freddo, che verrà utilizzata per conservare o surgelare i prodotti agroalimentari a servizio del contiguo grande distretto dell’agroindustria e per fare in modo che si possano insediare delle nuove imprese, in una regione che ha grande necessità di un piano di attrazione degli investimenti.

Come Italia del Meridione ci rivolgiamo direttamente alla presidente Giorgia Meloni, affinché riprenda in mano il dossier sul rigassificatore di Gioia Tauro, e non solo in funzione della sicurezza nazionale energetica, ma servirebbe al nostro Paese per acquisire un grande potere strategico e negoziale, evitando di essere dipendenti e ricattabili da altri, come già successo. La vicinanza della rete nazionale dei gasdotti e delle centrali di pressurizzazione, gestite da SNAM, rende l’investimento oltremodo veloce ed economicamente non impegnativo. 

Per i motivi elencati IdM chiede: l’immediato posizionamento al largo del porto di Gioia Tauro di un impianto navale di rigassificazione – Floating Storage and regasification Unit – FSRU; la ripresa dei lavori da parte di Sorgenia e/o da altri operatori. Il progetto della Società Nazionale Metanodotti SNAM prevede la creazione di circa 1600 posti di lavoro, con inserimenti diretti, indiretti ed anche nell’indotto. Gli inserimenti potranno avvenire nell’arco dei 4 anni necessari alla realizzazione dell’impianto e alla fase operativa, con focus soprattutto nel 2023 anno in cui si attende l’impiego di circa 700 unità di personale.

Si prevede, inoltre, che la maggior parte delle risorse da assumere saranno reclutate a livello locale. Ma è, altresì, inutile andare a siglare con i governi nuovi accordi per la fornitura di GNL se non si hanno le infrastrutture per poterlo immettere nella rete nazionale e venderlo anche al resto dell’Europa.

La Calabria, quindi, gioca un ruolo di primo piano che non deve essere vista o considerata una concessione ma è un’opportunità che la nostra regione offre nella definizione di una nuova e necessaria strategia energetica nazionale ed europea. (og)

CAFFO E CALLIPO NELLA TOP 100 DI FORBES
ORGOGLIO CALABRO NELL’IMPRESA ITALIA

di SANTO STRATI – Spiccano i nomi di Caffo e Callipo tra le eccellenze italiane selezionate dall’edizione italiana del prestigioso magazine americano Forbes per la sua tradizionale classifica dei Top 100 Italia. Due marchi, orgogliosamente calabresi, che hanno conquistato i mercati mondiali per la qualità dei prodotti, ma soprattutto per la preparazione e la qualità del management che ha saputo condurre le due aziende calabresi verso risultati sorprendenti.

La Distilleria Caffo e l’industria conserviera Callipo, entrambe situate nel Vibonese (nella provincia più povera e disastrata d’Italia) hanno una storia ultracentenaria, segnata da successi continui che hanno travalicato gli ambiti regionali. Due storie diverse, ma rappresentative di una storia di eccellenze del territorio. Sono questi i testimonial più autentici di una Calabria che si muove, cresce e guarda, nonostante le mille difficoltà, al suo futuro. Fare impresa in Calabria è – permetteteci il calembour – un’impresa, ma non solo le famiglie Caffo e Callipo hanno sfidato la quasi impossibilità di fare e riuscire in qualsiasi intrapresa, ma soprattutto hanno deciso di restare, mantenendo occupazione e indotto, sviluppando un’idea di azienda a sapore sì familiare ma costruita secondo criteri di innovazione e tecnologia. La vera sfida, infatti, non è stata quella di avviare due aziende di successo, ma decidere di continuare a marcare il territorio, pur avendo respiro internazionale. Sono un modello per imprenditori coraggiosi che vorranno cogliere le opportunità della Zes e, soprattutto, del retroporto di Gioia Tauro che aspetta solo una vera valorizzazione e un utilizzo produttivo di altissimo livello.

Pippo Callipo nel suo stabilimento di Pizzo

La classifica di Forbes sulle 100 aziende d’Italia al top è – dice Pippo Callipo – «Un riconoscimento che premia il nostro impe­gno e il nostro lavoro». È una medaglia al valore della produzione industriale che permette una narrazione diversa della Calabria: non più terra di conquista, povera e derelitta, ma fucina di imprenditori e fabbrica (ahimè) di cervelli che il mondo intero continua a sottrarci, in assenza di vere opportunità di impiego sul territorio. I nostri giovani devono poter restare in Calabria, vicino agli affetti, a respirare l’aria che hanno nei polmoni sin dalla nascita, quell’aria che alimenta poi il senso di orgoglio e di appartenenza. E sono davvero l’orgoglio della Calabria Caffo e Callipo per quanto hanno fatto e quanto faranno ancora.

La storia di Callipo (110 anni) parte nel 1913 con Giacinto Callipo che apre un’impresa conserviera di tonno, seguendo la tradizione pizzitana delle tonnare e della pesca del tonno. Oggi è guidata da Pippo Callipo che, dopo la mancata conquista (missione impossibile) della presidenza della Regione Calabria e una brevissima parentesi in Consiglio, è tornato a quello che sa fare benissimo: l’imprenditore, illuminato e attento alle esigenze dei suoi dipendenti, rigoroso nella scelta della qualità dei prodotti, senza lasciarsi lusingare da facili scorciatoie per ridurre i costi e alzare i profitti. Del resto, il successo del tonno Callipo, commercializzato dovunque nel mondo, si deve alla qualità della lavorazione e del prodotto. Per la cronaca, nel 2019 l’azienda Callipo è stata inserita nel Registro delle Imprese Storiche Italiane di Unioncamere, come pubbli­co riconoscimento e premio “per aver esercitato ininter­rottamente l’attività da oltre 100 anni nell’ambito del me­desimo settore merceologico e per aver trasmesso nel tem­po alle generazioni successi­ve un ricco patrimonio di esperienze e di importanti valori imprenditoriali”.

Altro percorso quello della distilleria Caffo,  fondata nel 1915 da Giuseppe Caffo, provetto mastro distillatore che alla fine dell’800 lavorava per diverse aziende del settore. Il capostipite dell’azienda prese in affitto una distilleria nel Catanese, a Santa Venerina, per poi rilevarla e renderla una delle più attive del Meridione. È il figlio Sebastiano a ripristinare con i fratelli tornati dall’Australia un’antica distilleria a Limbadi, nel Vibonese, che ha una grande tradizione di buon vino rosso: si lavorano i derivati del vino e con l’alcol si sperimentano liquori che presto raccolgono ampi consensi. Dall’antica distilleria dei Fratelli Caffo ai successi planetari di oggi (l’attuale amministratore delegato Nuccio – Sebastiano – Caffo ha rilevato marchi famosi ampliando notevolmente la sua presenza nel mondo degli amari, delle grappe e dei liquori) è stata, si può dire una passeggiata, irta sì di difficoltà, ma sono prevalsi la capacità, l’intuito, il fiuto per gli affari per conquistare uno spazio internazionale.

Grande soddisfazione, ovviamente è stata espressa dal mondo produttivo della regione.  Il presidente di Unindu­stria Calabria, Aldo Ferrara, ha espresso, a nome di tutto il mondo confindustriale e degli industriali calabresi, le più vive congratulazioni a entrambe le aziende. «Il pre­stigioso riconoscimento tri­butato alle due aziende cala­bresi – ha detto Ferrara – non può certamente su­scitare stupore tra coloro i quali conoscono le realtà im­prenditoriali in questione, la loro storia, la loro tradizione e il loro percorso. Tuttavia, questo enne­simo riconoscimento ufficia­le circa la qualità nella pro­duzione, la capacità impren­ditoriale, il valore che hanno saputo generare per i territo­ri di appartenenza e per i ri­spettivi mercati conferma ancora una volta che la Cala­bria è terra fertile dove svi­luppare e far crescere busi­ness di alto profilo. Le due realtà imprenditoriali sono un orgoglio per la nostra ter­ra così come lo sono per il mondo confindustriale Sebastiano Caffo e Pippo Callipo il cui contributo al sistema as­sociativo calabrese e nazio­nale è sempre stato e conti­nuerà ad essere fondamenta­le».

Anche il Presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha voluto rimarcare l’orgoglio calabrese per questo prestigioso riconoscimento. « Un plauso a questa eccel­lenza calabrese che ci rende orgogliosi, non solo per la provenienza, ma anche per la qualità. Infatti i prodotti Caffo sono 100% “made in #Italy”, con l’utilizzo di gran parte delle materie prime a chilometro zero. Un vero e proprio orgoglio calabrese». Così come per il re del tonno, Occhiuto ha voluto sottolineare che i calabresi si sentono «Orgo­gliosi del gruppo Callipo, una delle prime aziende in Italia ad aver inscatolato il tonno del Medi­terraneo».

Questa è la Calabria vera che il mondo ha cominciato a guardare con occhio diverso e con la dovuta attenzione. Ci sono tanti elementi che lasciano immaginare un futuro in positivo per chi resta, chi torna, chi viene a investire: lo dobbiamo ai nostri giovani, a cui, fino ad oggi, con malagrazia è stato troppo spesso rubato il futuro. (s)

DIRETTORE MUSEO CERCASI, 500 € AL MESE
CALABRIA: COSÌ FAN TUTTI, UNA VERGOGNA!

di SANTO STRATI – La pubblicazione del bando di manifestazione d’interesse per cercare il direttore del Polo Museale di Soriano a 500 euro (lorde) al mese ha – giustamente – scatenato i media nazionali. L’importo è ridicolo e svalorizza qualsiasi professionalità, ma la vergogna è gratis, quella che dovrebbe sentire chi ha proposto un emolumento del genere. Prima di gridare allo scandalo, però, è bene sottolineare che questa “svalorizzazione” delle figure professionali è una costante in Calabria, così fan tutti (i Comuni) le cui casse sono a secco e non permettono di retribuire adeguatamente i professionisti che servirebbero per mandare avanti istituzioni culturali e altre attività di supporto e valorizzazione del territorio. Succede, per esempio, a Zungri, al Museo Rohlfs di Bova: sottopagare o chiedere prestazioni gratuite è una costante fissa in Calabria. Ma non può trovare alcuna giustificazione.

Il Polo museale di Soriano Calabro (dove esiste una pregevolissima biblioteca disgraziatamente dimenticata dai rappresentanti delle istituzioni) e che comprende anche il Mu.Mar (museo dei marmi, il Mu.Terr, museo del terremoto del 1783), il Museo della Ceramica e una apprezzabile pinacoteca, ha avuto e ha tuttora la prestazione gratuita dell’archeologa Mariangela Preta, un’attivissima e apprezzata professionista calabrese, che ha organizzato e messo in piedi (senza alcun compenso) una struttura museale di tutto rispetto.

Il comune di Soriano Calabro è commissariato per mafia e i commissari straordinari non hanno pensato di meglio che mettere a bando il posto del direttore, sulla scorta delle disponibilità finanziarie (500 euro lordi, cioè  incluse tasse e ritenute) senza capire di svilire capacità e professionalità di tanti giovani laureati che potrebbero aspirare a un impiego serie nella propria terra. Così si offende non solo la Calabria, ma – come affermano all’associazione “MiRiconosci –  «si specula sulla disperazione dei giovani laureati».

Come si può soltanto immaginare di utilizzare professionalità ”a gratis”? Come può uno Stato che sulla cultura potrebbe camparci adeguatamente consentire che le mancanze delle risorse si abbattano sui tesori e il patrimonio culturale di borghi, paesi, città? 

E ancora non è legge l’autonomia differenziata: figuriamoci l’allegria finanziaria del Sud rispetto alle fastose disponibilità destinate al centro-nord. Come può permettersi una Regione, che su Turismo e Cultura vuole giocarsi le sue carte migliori con significativi obiettivi di crescita e sviluppo, di dimenticarsi delle “necessità” delle piccole – disastrate – amministrazioni comunali che non hanno soldi a disposizione da investire sul territorio?

La cosa che indigna di più, leggendo il bando di Soriano, sono i requisiti richiesti: laurea magistrale ed eventuali titoli di specializzazione e dottorato. Per fare cosa? “Definire il progetto culturale e istituzionale del museo, elaborare i documenti programmatici e le relazioni consuntive, realizzare iniziative, coordinare il monitoraggio e le presenze, organizzare e controllare i servizi al pubblico, dirigere il personale affidato alla struttura, gestire le risorse finanziarie e occuparsi anche della promozione e comunicazione al pubblico” con un compenso lordo di 500 euro al mese, Meno del reddito di cittadinanza…

L’archeologa Mariangela Preta, da libera professionista e, con volontarietà e passione (senza alcun compenso) ha svolto egregiamente fino a oggi il ruolo di direttore del Museo comunale di Soriano. «Il Museo – dice la Preta – è inserito in una realtà locale di modeste dimensioni. Il Comune è retto attualmente da una Commissione Straordinaria, in quanto l’Ente è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, e ha deciso  di disciplinare meglio l’incarico, attraverso l’indizione di un bando per la selezione pubblica del nuovo direttore che avrà una durata provvisoria con compititi adeguati e calibrati ad una modesta realtà locale.

«Sempre sul regolamento del Museo la Commissione andrà a modificarlo per adattarlo alle condizioni reali in cui è sito il Polo museale e alle risorse finanziarie dell’Ente. Anche i compiti del direttore saranno ridimensionati.

«Per quanto riguarda la questione del compenso più il rimborso delle spese spese di viaggio, questo va considerato in rapporto alle finanze dell’Ente che non può permettersi un dirigente-direttore da reclutare attraverso l’espletamento di un regolare concorso pubblico. Inoltre vorrei tanto sottolineare che prima del mio arrivo questo museo era chiuso o meglio veniva aperto a piacimento… non vi era un regolamento e neanche un dipendente a chiarirne l’apertura…. Non venivano pagate le polizze e invece oggi è perfettamente funzionante e porta anche un piccolo bilancio. È uno dei pochi presidi di cultura e legalità in un contesto ad alto rischio criminale…». 

Ecco, “presidio di cultura” in un paese di circa tremila anime a forte pericolosità mafiosa. Andrebbe sostenuto, valorizzato e sfruttato al meglio per una cultura del territorio da trasmettere alle nuove generazioni. E vanno trovate le risorse finanziarie. 

Puntiamo il dito sulla Regione che dovrà trovare il percorso più indicato – a norma di legge – per sostenere attività museali. Non si può contare sul volontarismo e la disponibilità (spesso entusiastica) di chi offre il proprio tempo e le proprie risorse (ovvero competenze e capacità) solo per amore della terra che gli ha dato i natali. 

Guardiamo a cosa ha fatto il sindaco di Sellia Davide Zicchinella: una decina di siti museali, piccoli, in una cittadina di 500 abitanti, a costo zero. Lodevole iniziativa, ma non si possono fare le nozze coi fichi secchi: servono risorse e personale (anche perché queste iniziative possono diventare splendide opportunità per creare occupazione e lavoro) e se lo Stato ha pensato bene di aumentare (com’era giusto) i compensi degli amministratori locali, allo stesso modo il Ministero della Cultura deve permettere la valorizzazione di siti, musei, biblioteche e quant’altro fruibile in termini culturali mettendo a disposizione i quattrini necessari per assumere (e pagare dignitosamente) il personale che serve.

Diversamente, in Calabria, la fuga dei cervelli (e ce ne sono in quantità industriali) non si arresterà mai. Non si offende chi ha studiato, si è formato e ha competenze e  capacità, con una paga da fame che mortifica e svalorizza l’impegno dedicato allo studio. 

Con la cultura, si dice – erroneamente – “non si mangia”, ma questo non autorizza il bieco sfruttamento, in Calabria, di chi ama la propria terra e vorrebbe contribuire alla sua crescita con passione e competenza e spesso lo fa senza chiedere nulla in cambio. Ma, per favore, non mortifichiamo chi lavora. (s)

CROTONE NON È FIGLIA DI UN DIO MINORE
SIA RESTITUITA LA MERITATA CENTRALITÀ

di MIMMO CRITELLI – La sortita della Lega Catanzarese, in ordine all’ipotesi che il capoluogo di Regione possa ampliare le proprie prerogative istituzionali e legislative, diventando Città Metropolitana, offre lo spunto per una riflessione più articolata e meno oltranzista, anche se a confrontarsi sono, allo stato, le due “curve ultras” (Lega) di Catanzaro e di Crotone.

Ne immagino già l’epilogo. Proverei, invece, a setacciare la proposta separando gli spunti e gli obiettivi di interesse generale, la Calabria, da quelli che tentano di restaurare lo status quo ante (1993) e un centralismo che ha prodotto i suoi effetti negativi rispetto alla coesione territoriale. È da tempo, immemore, che insieme a qualche amico provo a sollecitare una riflessione intorno al riassetto Istituzionale ed Amministrativo della Calabria. Lo abbiamo fatto anche in occasione della tornata elettorale Regionale, interloquendo con Roberto Occhiuto, all’epoca candidato alla Presidenza della Giunta Regionale.

In pratica, la costituzione di un un tavolo Istituzionale Regionale che coinvolgesse non solo l’Upi e l’Anci Calabresi ma anche il sindacato ed il variegato mondo dell’Associazionismo. Un “Forum Interistituzionale e civico” che si facesse carico di compiere una ricognizione degli ultimi 50 anni di Regionalismo (1970-2021) e un consuntivo sullo stato e la condizione dei territori e, in essi, delle grandi aree urbane (Gioia Tauro, Vibo Valentia, Lamezia Terme, Crotone, Corigliano-Rossano, Castrovillari, etc.).

Sarebbe stato opportuno che il sistema politico, i partiti, fra le inesistenti attività di proposta e confronto programmatico non rinunciassero a pensare come ridisegnare la Calabria, atteso il consuntivo negativo di tutte le esperienze pregresse, sempre alternate fra di esse, e rendicontate dai diversi indicatori che generano il Pil Regionale in confronto con la crescita Nazionale e Continentale.

Un’architettura politica e istituzionale tutta da affinare che prova a recuperare quel protagonismo che Catanzaro ha perso oltre 25 anni fa’ con la nascita delle Province di Crotone e Vibo. In tal caso proverò a spiegare, non in maniera reazionaria come hanno fatto i leghisti Krotoniati, le ragioni per cui le riforme hanno il compito di esaltare le autonomie locali, tutte, ma offrendo un respiro e un orizzonte di coesione e di crescita ai territori, in egual misura, garantendo gli stessi standard di qualità della vita. Soprattutto perché ci apprestiamo, come cittadini del Sud Europa, a veder riequilibrare i livelli essenziali di servizi e prestazioni con i nostri omologhi del Nord d’Italia e D’Europa.

L’unico aspetto positivo che si può cogliere, quindi, nella proposta della Lega Catanzaro, è di aver dato la stura ad un confronto che non può circoscriversi al suo interno ma deve, necessariamente, coinvolgere i diversi livelli di responsabilità politica e di rappresentanza Istituzionale.

Anche se fuori tempo massimo per immaginare un approdo comune fra le due Istituzioni (Catanzaro e Crotone) si coglie l’elemento prodromico ad un tavolo regionale per avviare un confronto generale.

Proprio perché la Lega è forza di Governo, nazionale e regionale, sarebbe più che opportuno vigilare e affiancare il Presidente Occhiuto rispetto all’autonomia differenziata attestandosi su una impellente rivisitazione dell’impianto Statuale, soprattutto perché l’autonomia differenziata non aggravi il divario esistente fra nord e sud del Paese.

Non si perda, cioè, l’occasione di aggiornare la Costituzione sulla quale andrebbe ad incidere l’autonomia stessa, l’articolazione dello Stato e i meccanismi elettivi del Premier e dei Parlamentari. Ecco la sfida alla quale è chiamata la Lega Calabrese e meridionale in primis. Fallito il tentativo di Salvini di accreditare una Lega Nazionale (uno specchietto per allodole) ed una volta vistasi occupare lo spazio sovranista e conservatore da FdI, alla Lega non resta che trasformarsi in una Lega del Sud anche per difendersi da sé stessa. Il Federalismo Istituzionale fu una battaglia abbandonata dalla Lega quasi subito, dai suoi albori, non perché non vi credessero (prof. Miglio docet), ma perché era più conveniente puntare al Federalismo fiscale(2008), (gli sghej) che sono riusciti ad affermare guarda caso con Calderoli.

Quello che è avvenuto dopo, anche grazie alla riforma del Titolo V (Amato 2001) è stato solo aumento del debito pubblico e divario sempre più marcato fra Centro- Nord e Sud dell’Italia.

Ed allora si prospetti ai Ministri e Parlamentari Leghisti di “mettere a terra” le risorse del Pnrr partendo dal Sud ed alzando, inevitabilmente, la quota del 40% che l’ottimo Ministro Carfagna era riuscita a spuntare nonostante al Sud risieda poco meno di 1/3 della popolazione. È una proposta, nemmeno tanto scandalosa, giacché il principio che ha ispirato il Next Generation Ue era rivolto alle nuove generazioni ed alle aree svantaggiate.

In Calabria, per tornare a bomba, serve mandare in soffitta il vecchio armamentario ideologico e centralista. Bisogna rompere lo strabismo degli ultimi 50 anni che ha tenuto la Città di Crotone ai margini e periferica rispetto al resto della Calabria. Se siamo gli ultimi vi è una grande responsabilità dei Governi Regionali precedenti, tutti, che non hanno saputo farsi carico delle nostre fragilità.

Rappresentiamo un’area strategica nel Mediterraneo perché siamo baricentrici rispetto alle rotte per l’Europa del nord ed orientale.

Eppure, la coincidente presenza di un porto e un aeroporto ha sempre rappresentato un orpello utile alla bisogna, che si trattasse di Sacal o dell’autorità di bacino di Gioia Tauro.

Tutto quanto non avviene per un destino avverso o immodificabile, qualcosa non ha sicuramente funzionato nelle scelte Regionali, ma un concorso di colpa riguarda anche la pletora di Parlamentari e affini, Sindaci e Presidenti di Provincia che si sono alternati, quasi a completare il lavoro che gli altri avevano lasciato incompiuto.

In qualunque parte d’Italia un’area soggetta a dismissione industriale diventa oggetto di concorso internazionale di idee o coinvolge Urbanisti di altrettanta fama. Un esempio: Tirana.

Qualche anno fa, il Governo Albanese ha recuperato oltre 100 ettari di area degradata e industriale a nord della Capitale affidandosi all’Arch. Boeri. Un Italiano. A Crotone, invece, si è pensato al futuro affidandosi a chi aveva già immaginato una Città ripiegata su se stessa.  Con il risultato che chi arriva dopo, per reazione, fa ancora peggio.

La nostra è una realtà rassegnata all’irrilevanza perché non ci sono idee, non c’è una visione e manca la percezione dell’orizzonte. Crotone deve uscire dalla sua condizione di minorità con la stessa unità con la quale, senza distinzioni o primazie, riuscì ad affermare la propria autonomia Istituzionale: La Provincia. Oggi, la discussione intorno al tipo di elezione, è fuorviante e, al solito, un ibrido legislativo.

Si cambierà la Del Rio o la si riconfermerà? Ma, ancora prima di svelare l’arcano, cosa impedisce alla Calabria di autoriformarsi?

A legislazione vigente, le aree vaste (350 mila ab.) Potrebbero essere 5, vista la popolazione Calabrese (1.8 mln) ed essere rimodulate territorialmente. Potrebbero tenere conto dell’articolazione dei collegi elettorali alla Camera, trattandosi di organizzazione Statuale, alla quale coniugare contiguità territoriale (infrastrutture) e di sviluppo economico oltre che di retaggio sociale e culturale. Leggasi Area Vasta della Magna Graecia, magari con doppio Capoluogo (Crotone e Corigliano-Rossano) che amplii la rete dei servizi ed implementi le funzioni oltre il semplice coordinamento ed attuando un diffuso trasferimento delle deleghe da parte della Regione.

In questo caso l’elezione diretta, e non ponderata, avrebbe un senso pur riproponendo un antico interrogativo riguardo all’efficacia dei quattro livelli Istituzionali (Stato, Regione, Provincia Comune). Personalmente li ho sempre ritenuti troppi e, in alcuni casi, sovrapponibili.

Ma questo è un altro discorso che necessiterebbe di una consapevolezza nazionale ed un impegno unitario a ridisegnare l’architettura Statuale e i meccanismi di selezione della classe dirigente che negli ultimi anni (Porcellum (CD) Rosatellum (tutti) hanno generato una moltitudine di “dilettanti allo sbaraglio”. Tuttavia, auspicando che si avvii un confronto virtuoso a livello Regionale, qui a Crotone possiamo cominciare a darci una strategia che rallenti il declino demografico ed economico e rilanci il peso geopolitico della Città dei tre millenni.

Pensare ad unire le municipalità contermini (Crotone, Isola Capo Rizzuto, Cutro Scandale, Rocca di Neto, Strongoli) per creare un’area urbana di oltre 100 mila abitanti ed il secondo territorio (oltre 600kmq) d’Italia per estensione, dopo l’area metropolitana di Roma. Per non accennare alle provvidenze finanziarie ai diversi livelli di competenza. Una classe dirigente ambiziosa ed attrezzata non tarderebbe ad attivarsi nella direzione di una crescita collettiva.

Ciascuno dei protagonisti politici in campo avrebbe da trarre solo vantaggi a cimentarsi su obiettivi che vadano oltre i confini angusti dell’autoreferenzialità. (mc)