MIGRANTI, L’ITALIA DIVENGA L’ESEMPIO
PER UN NUOVO MODELLO DI ACCOGLIENZA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Mentre la vista delle bare, in particolare quelle bianche che fanno stringere particolarmente il cuore, ci commuove e ci fa arrabbiare, una riflessione più ampia, forse anche a caldo, diventa necessaria. 

L’ammirazione per i calabresi, che evidenziano con i loro comportamenti il senso dell’umanità profonda della gente del Sud, come peraltro era accaduto anche nella tragedia di Lampedusa, avvenuta il 3 ottobre 2013 a poche miglia dal porto, che provocò 368 morti accertati e circa 20 dispersi, a due passi dalla spiaggia dei conigli, non può impedirci di riflettere su quello che deve essere un cambiamento radicale dell’impostazione del controllo dei flussi migratori. 

La prima riflessione è che ogni Paese dell’Unione ha un diverso approccio che forse andrebbe unificato. Il lungo tragitto che il barcone proveniente da Smirne ha dovuto percorrere per arrivare a Crotone ci deve far capire che non può essere consentito che ogni Paese dell’Unione adotti politiche differenti di accoglienza. 

Se i greci respingono i migranti che si avvicinano dalla Turchia, e non possono fare altro considerato che le Cicladi sono a pochi chilometri dalla costa turca e se non procedessero in tal modo ci sarebbe un’invasione, se Malta li ignora, se l’Italia li accoglie e poi li fa scappare, é evidente che coloro che vogliono arrivare in Europa affronteranno viaggi sempre più lunghi per raggiungere coste più facili.

Quindi una prima esigenza riguarda un’unica modalità che riguardi tutti i Paesi mediterranei. Perché se  ci commuoviamo per il numero di vittime di un naufragio che é avvenuto a pochi metri dalla riva, forse non ci interessiamo di tutti quelli che avvengono durante traversate lunghe e pericolose delle quali non veniamo a conoscenza.

Quindi l’esigenza che la gestione passi dai singoli Paesi all’Unione, con regole uniche e con una forza comunitaria che gestisca diventa indispensabile. Ma quale dovrà essere la linea da seguire? Quello che sta facendo la Gran Bretagna fa sorgere molti dubbi. Il premier, Sunak, annuncia una stretta feroce. La settimana prossima arriverà in Parlamento un’apposita legge: niente visto per chi entra irregolarmente in Gran Bretagna e stretta sui migranti.

La proposta che porterà a Westminister, e dire che é un figlio di immigrati, prevede che chi sbarcherà da piccole imbarcazioni sarà sottoposto a deportazione in Ruanda. I migranti che sbarcano nel Regno Unito sui gommoni non potranno fare richiesta di asilo. Quindi il flusso dall’Europa da Calais verrà fermato, certamente diminuito. 

È la linea dura che il primo ministro porterà al Parlamento di Westminster, proponendo una legge che vieti ogni tipo di asilo per chi entra illegalmente nel Paese a bordo di piccole imbarcazioni. Il premier britannico Courtesy Sunak ha affermato che le persone che arriveranno nel Regno Unito senza documenti validi saranno espulse “entro pochi giorni”, le richieste di asilo respinte e i migranti saranno rimpatriati. Sunak ha infatti affermato che intende accelerare il processo di valutazione, e che le richieste di asilo saranno esaminate in “giorni o settimane, non mesi o anni”.

Due linee opposte. Forse è necessaria una linea intermedia tra le due. Ma certo bisogna evitare quello che è accaduto da qualche anno in Italia. Per cui gli ingressi legali non sono potuti più avvenire. Bisogna ritornare a flussi  controllati, tranne che in casi eccezionali come con l’Ucraina, perché chi arriva possa avere già un contratto di lavoro e un datore di lavoro che garantisca che ci nuovi entranti non finiscano, come avviene oggi, a bivaccare nei giardini delle nostre realtà metropolitane.

É un discorso terribile ma non eludibile. L’idea che nessuno può scegliere dove nascere ma tutti devono poter scegliere dove vivere é giusta nella teoria ma cozza con l’equilibrio di un Paese. E che non mi si venga a dire che questo è un approccio di destra, perché a me pare un approccio sensato, ed assolutamente inevitabile. 

Lo stesso Papa Francesco quando afferma che bisogna combattere gli scafisti in realtà dice che bisogna evitare che ci siano immigrazioni illegali. Perché come si fa a combattere gli scafisti se poi chi paga importi rilevantissimi viene accolto nei paesi di arrivo dando la speranza, anzi per ora la certezza, che pagando una certa somma si riesce ad arrivare e  vivere in Europa? 

Ovviamente non basta mostrare la faccia arcigna di un’Europa che respinge, bisogna contemporaneamente adottare politiche che non costringano la gente a scappare dalle loro terre, aiutando i Paesi più poveri, mentre d’altra parte bisogna smetterla di portare la guerra per interessi economici egoistici, sconvolgendo equilibri precari ma consolidati. 

Non serve cioè buonismo da accattoni ma vere strategie articolate. E Italia potrebbe essere in Europa portatrice di un nuovo modello. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

TERRA DI CIVILTÀ MILLENARIE E CULTURA
MA IN CALABRIA SI LEGGE TROPPO POCO

di VITO SORRENTI – Di recente ho letto che la nostra Regione può vantare, fra gli altri, due non invidiabili primati nazionali, ossia il numero più alto di analfabeti e il numero più basso di lettori. Infatti, secondo i dati Istat, la Calabria vanta, insieme alla Basilicata, il numero più alto di analfabeti (di fatto e funzionali) e, in pari tempo, si piazza all’ultimo posto nella classifica delle Regioni col 23,9% di lettori che ha letto in un anno almeno un libro, laddove la media nazionale e del 41,4%. 

In ambito regionale la maglia nera se l’aggiudica la Sibaritide che risulta essere il comprensorio più povero di libri di tutta la penisola, infatti soltanto il 16,4% delle abitazioni insistenti sul suo territorio possiede da 1 a 10 libri.

Questi dati dovrebbero allarmarci e farci riflettere perché dalla loro lettura possiamo legittimamente supporre che i calabresi non sono interessati ad arricchire il loro bagaglio culturale e, di conseguenza, non sono interessati a conoscere il loro passato. Un passato, peraltro, non rintracciabile neanche nei testi usati per formare le nuove generazioni, data la parziale e, a volte, totale rimozione dai libri scolastici, della nostra storia, della nostra letteratura, della nostra arte e di tutto ciò che può rendere un cittadino orgoglioso della terra che gli ha dato i natali. Se a ciò aggiungiamo che le generazioni nate nell’immediato dopoguerra sono diventate vecchie leggendo o ascoltando le informazioni diffuse prevalentemente dai mass media, (radio, televisioni, giornali ecc.), i quali non hanno fatto altro che diffondere prevalentemente le notizie relative agli aspetti più retrivi, più negativi e più infamanti della nostra terra e delle nostre comunità, abbiamo il quadro completo della situazione in cui la maggioranza dei calabresi si forma, s’informa e, di conseguenza, si rapporta con i connazionali.

Un quadro, questo, che non mette mai in rilievo i dati positivi e storici e gli aspetti naturalistici affascinanti e unici  che la nostra terra possiede, col risultato che invece di ingenerare in ognuno di noi un fisiologico e misurato orgoglio per il fatto di  appartenere ad una terra che fu culla di civiltà e di pensiero, ci infonde un senso di vergogna per essere figli di una terra a cui vengono attribuiti tutti i primati negativi e che nell’immaginario collettivo, che gli stessi mass media hanno contribuito a formare, appare come una terra persa o, per usare le parole utilizzate qualche anno fa da Corrado Augias in una trasmissione televisiva, come «una terra perduta e irrecuperabile»; Peraltro, le parole di Augias, che hanno il sapore di una sentenza inappellabile, sono  condivise da molti calabresi, tant’è che siamo proprio noi i critici più feroci e più pronti a manifestare la nostra insoddisfazione per lo stato in cui versa e per le carenze o inefficienze dei servizi essenziali e delle cose necessarie per soddisfare i bisogni primari.

Da quanto fin qui detto, appare chiaro che questo stato di cose, oltre a danneggiare fortemente l’immagine della nostra terra, la penalizza ulteriormente sotto molti aspetti, in primis sotto l’aspetto economico, in quanto una terra ad alta vocazione turistica, che viene vista e percepita come un crogiuolo di negatività, non invoglia i potenziali turisti a venire da noi per trascorrere le loro vacanze nelle nostre località marine e montane e neanche a programmare dei soggiorni per godere dei nostri tesori artistici, storici, culturali ecc. ecc.

E quindi necessario, se si vuole dare un’immagine diversa e più veritiera della nostra terra, invertire la rotta. E per farlo urge il contributo di tutti e soprattutto di coloro che dispongono della capacità e dei mezzi per formare e informare le nuove generazioni, non solo per far conoscere loro i grandi personaggi che hanno lasciato impronte importanti nei campi del sapere e del fare, della filosofia e della religione, della medicina e della letteratura, dell’arte e dei miti ecc. ecc., ma anche per informarli sui tesori che la nostra terra possiede, ossia sui nostri luoghi incontaminati e lussureggianti che inebriano i sensi coi loro colori, i loro odori, i loro sapori e i loro panorami mozzafiato; sui nostri siti disseminati di miti, di riti e di ruderi antichi ove affondano le radici della civiltà magnogreca e ove sono ancora visibili i testimoni muti e i custodi sacri di antichi segreti; per non parlare poi dei nostri mari mitici e ricchi di fascino per via dei loro litorali pittoreschi, dei loro fondali cristallini, dei loro promontori vertiginosi, delle loro rive assolate e, con essi, i motivi per cui andare orgogliosi delle nostre radici, del nostro passato e del nostro presente.

In altri termini, servono azioni utili per sviluppare, rafforzare ed accrescere in ognuno di noi il senso di appartenenza. E il senso di appartenenza si rafforza se si ha coscienza di essere figli di una terra che ha alle spalle millenni di storia, se si ha consapevolezza che le proprie radici affondano in una civiltà remota  (la civiltà magnogreca) se si sa che la punta estrema della nostra penisola, ossia la Calabria, ha dato il nome all’Italia e che nel corso dei secoli ha dato alla luce giganti come Flavio Magno Aurelio Cassiodoro,  Bruno da Longobucco, San Francesco di Paola, Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, Mattia Preti, Pasquale Galuppi, Guglielmo Pepe, Francesco Jerace, Renato Dulbecco, Corrado Alvaro, Francesco Cilea, Leonida Repaci, Gianni Versace e molti altri ancora. Uomini che hanno lasciato impronte importanti nei vari campi del fare e del sapere, uomini ricchi di umanità e di spiritualità che hanno contribuito a dissipare il buio che avvolgeva l’umanità del loro tempo, uomini che con le loro idee, il loro talento e la loro creatività hanno illuminato ed arricchito da ogni punto di vista il mondo occidentale. (vs)

 

QUASI TUTTI CONTRO OCCHIUTO DOPO IL SÌ
ALL’AUTONOMIA DISEGNATA DA CALDEROLI

di CLAUDIO ALOISIO – Apprendo dai mezzi di informazione che durante la Conferenza delle Regioni lei, presidente Occhiuto, rappresentando la Calabria, ha votato a favore del progetto di Autonomia Differenziata presentato dal Ministro Calderoli. Progetto che, per inciso, in quella sede è stato approvato facendogli così compiere un ulteriore e importante passo in avanti verso la sua attuazione.

Le dichiarazioni che ha rilasciato per spiegare questa scelta sono spaziate da: «l’approvazione non rappresenta una cambiale in bianco” a “si dovrà superare il criterio di spesa storica” per finire con “no al Sud che scappa, affrontiamo la sfida».

Francamente, il suo voto favorevole e le affermazioni successive mi lasciano molto perplesso.

Facciamo un brevissimo excursus storico per rinfrescarci tutti la memoria. La possibilità di richiedere forme di autonomia rafforzata da parte di Regioni a Statuto Ordinario nasce con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, il cosiddetto Federalismo Fiscale.

Ora, una delle chiavi di volta che oggi si sta utilizzando per far passare l’idea dell’Autonomia Differenziata, la quale permetterà alle Regioni che ne facciano richiesta di gestire alcune materie di competenza concorrente o esclusiva dello Stato trattenendosi per far ciò il residuo fiscale in eccesso, è quella di superare il criterio di spesa storica e definire i Lep, i Livelli Essenziali di Prestazioni.

Il problema, Presidente, è che il criterio della spesa storica, quello che ha fatto sì che venisse normata un’ingiustizia clamorosa nel silenzio colpevole dei nostri rappresentati di tutti gli schieramenti, non avrebbe mai dovuto nemmeno esistere in primis perché alcuna legge o prescrizione lo ha mai previsto ma, sopratutto, perché esso è in netto contrasto con i principi stessi della riforma costituzionale del 2001.

Un criterio che ha permesso negli ultimi anni di dare di più a chi più aveva e meno ai territori maggiormente bisognosi. Un criterio che, per fare un esempio, ha giustificato a parità di popolazione una spesa pro capite per gli asili nido di 3.200 euro a Reggio Emilia contro i 59 euro di Reggio Calabria.

I Lep invece, quelli che oggi si stanno utilizzando come moneta di scambio per far passare l’Autonomia Differenziata, quelli sì che erano già previsti dalla riforma del titolo V insieme al Fondo Perequativo che avrebbe dovuto aiutare economicamente i comuni svantaggiati garantendo a tutti i cittadini gli stessi servizi minimi essenziali. Peccato però che anch’esso, come i Lep è rimasto sino ad oggi lettera morta.

Da più di vent’anni il Meridione sta subendo un vero e proprio furto continuato che potremmo definire, senza tema di smentita, una sorta di truffa di Stato. Il Federalismo, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere cooperativo si è, di fatto, trasformato in competitivo, aumentando le già intollerabili differenze tra Nord e Sud e creando grotteschi paradossi come quello per il quale Reggio Calabria è, al contempo, la città più povera e la più tassata d’Italia.

Quindi, gentile Presidente, votare a favore di una riforma che farà rimanere alle tre regioni che l’hanno richiesta circa 190 miliardi su 750 di gettito fiscale disarticolando, peraltro e solo per citare alcune materie richieste, servizi come la scuola, i sostegni alle attività produttive, le infrastrutture logistiche quali porti, aeroporti e reti di distribuzione dell’energia, per pretendere l’attivazione dei Lep e il Fondo Perequativo che da oltre vent’anni languono inattuati, così, ad occhio, non mi sembra questa grande idea.

La mia impressione è che, per pretendere diritti già previsti, si stia facendo un ulteriore concessione che rischia di dare il definitivo colpo di grazia ad una economia asfittica e provata come quella meridionale e in particolare calabrese. Un grande azzardo per ottenere una posta che doveva essere già nostra. Nulla di più.

La verità è che se pure ottenessimo i Lep e l’attivazione del fondo perequativo, l’attuazione dell’Autonomia Differenziata continuerebbe a generare disparità perché noi ci dovremmo accontentare dei Livelli Essenziali di Prestazione mentre le regioni più ricche, gestendo immense risorse e avendo deleghe e competenze, innalzerebbero i loro con il risultato di perpetuare la disparità tra Nord e Sud.

Se davvero vogliamo procedere sulla strada federalista non basteranno certo i Lep a riequilibrare un sistema che ha saccheggiato e continua a saccheggiare il Mezzogiorno.

Iniziamo invece a chiedere, tra le tante altre cose, di poter istituire delle Zfu estese. Zone Franche Urbane che comprendano le intere aree provinciali dei territori più disagiati e consentano agli imprenditori, tramite fiscalità di vantaggio e agevolazioni concrete, di competere ad armi pari con i loro colleghi del Nord ed europei. Facciamo potenziare le Zes, le Zone Economiche Speciali, riperimetrandole e rendendole più convenienti così da far divenire veramente appetibili i nostri territori a chi volesse venire ad investire.

Gentile Presidente, qui non si tratta di scappare, le assicuro che nessuno vorrebbe farlo, né tantomeno di pretendere aiuti una tantum che non sono mai serviti a nulla se non a finanziare un’economia parassita che ha creato nei decenni danni incalcolabili invece che sviluppo. La vera battaglia è quella di smantellare il sistema attuale per permettere al Sud e alla Calabria di trasformarsi da palla al piede a volano di sviluppo per l’intero Paese. Un radicale cambio di paradigma che consentirebbe di sfruttare e valorizzare le immense potenzialità inespresse dei nostri territori.

Ma per far ciò ci vuole visione, programmazione, organizzazione, unità d’intenti e tutto questo, personalmente, non l’ho visto nel momento in cui si è scelto di approvare il Regionalismo Differenziato, anzi.

Il mio parere è che, fermo restando la volontà di affrontare la sfida per far crescere la nostra terra, con questa decisione ci siamo dati, per l’ennesima volta, la zappa sui piedi il che ci porterà a sfidare i nostri ricchi competitor del Nord Italia come farebbe un pugile sconosciuto che vuole affrontare Mike Tyson sul ring con le mani legate dietro la schiena. Un’impresa impossibile e suicida. (ca)

PORTO GIOIA TAURO, GIGANTE IN CRESCITA
DOVRÀ PUNTARE SULL’AREA RETROPORTO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – «La capitaneria di porto di Gioia Tauro è l’unico ufficio marittimo nazionale che è nelle condizioni di poter autorizzare l’ingresso e l’ormeggio delle più grandi navi porta container esistenti al mondo. Si tratta delle cosiddette ULCS (Ultra Large Container Ships), veri e propri giganti del mare che con i numeri che le contraddistinguono – 235.000 tonnellate di stazza lorda, 400 metri di lunghezza (un campo di calcio é lungo 100 metri) e 61,5 di larghezza-testimoniano più di ogni parola il successo dello scalo di Gioia Tauro». 

Così il comandante della capitaneria di porto Vincenzo Zagarolo, nella prefazione del bel volume di Giuseppe Soriero “Andata in porto, Gioia Tauro la sfida vincente. 

La costruzione del porto di Gioia Tauro ha avuto inizio cinquant’anni fa, nella prima metà degli anni ’70, nell’ambito del progetto speciale per la realizzazione delle infrastrutture sul territorio della provincia di Reggio Calabria.

All’inizio degli anni ’80 si è arrestato il programma dei lavori ufficialmente per la crisi del comparto siderurgico. Lo scalo è stato quindi riconvertito da porto industriale a polifunzionale con l’esigenza di rimodulare i programmi di infrastrutturazione, l’assetto operativo ed i piani di sviluppo.

La prevalenza della tipologia del traffico container, che si è affermata alla fine degli anni ’80, deriva dalla sua posizione geografica. Infatti frontaliero di Suez e baricentrico nel mar Mediterraneo, ha recuperato la sua caratterizzazione quale scalo di transhipment di contenitori e merci  in genere. 

L’attività operativa ha avuto inizio nel 1995 e si è sviluppata a ritmo elevato fino a far assumere allo scalo il primato nel settore del transhipment che ad oggi lo contraddistingue.

I dati che lo riguardano sono tutti da primato: la circoscrizione portuale ha una superficie complessiva di ettari 440, esclusi gli spazi acquei. L’imboccatura ha una larghezza di circa 300 metri ed è ad essa contiguo un bacino di evoluzione del diametro di 750 m.

In direzione nord si sviluppa il canale portuale della lunghezza di circa 3 Km e larghezza minima di 200 m, ampliato a 250 metri nel tratto iniziale. Il porto è un gigante, si pensi all’area di 440 ettari che lo contraddistingue, che il nostro Paese ha lasciato dormiente per anni, forse per non disturbare l’attività di Genova e Trieste

L’ha lasciato praticamente nella sua impossibilità di muoversi considerato che i collegamenti ferroviari con il resto del Paese, come in tutta la Calabria, in realtà  da Napoli in giù, sono praticamente fermi alle linee del 1860. 

Il tema è sempre analogo grandi progetti, individuazione di drivers importanti per lo sviluppo del Mezzogiorno, lasciati in sospeso, senza completare l’ultimo miglio. Anche la lotta alla criminalità organizzata, che poteva essere condotta con molta determinazione, considerato che l’area è relativamente contenuta, non è stata portata a termine con la determinazione dovuta e il gigante è rimasto bloccato a terra a vegetare, mentre i giovani calabri continuavano ad emigrare non avendo prospettive di lavoro adeguate nella loro terra. Il sistema ha registrato più contraddizioni che soluzioni politiche tecniche.

Un progetto di sicuro rilievo internazionale, che mai è stato fatto proprio dai governi italiani, tanto da non investire nell’alta capacità del trasporto ferroviario per collegarlo. Addirittura, dopo lo stop del ponte sullo stretto di Messina, deciso in Parlamento col decreto legge numero 93 del 2008, si sono impantanati finanziamenti prima destinati agli svincoli e raccordi che avrebbero potuto velocizzare la rete ferroviaria fino alla Calabria ed alla Sicilia, sottintendendo un progetto Paese di tagliare lo stivale e farlo affondare da solo.

Le opere da realizzare, indicate meticolosamente in due distinti accordi del governo per un importo di 1 miliardo e 363 milioni di euro vengono stoppati. E tali finanziamenti sono dirottati, accentuando il dualismo ferroviario ben messo in evidenza dal grafico riportato nel 2022 dalla Svimez, con la figura che mette in evidenza l’assoluta mancanza di collegamenti nel Mezzogiorno d’Italia. 

Così Giuseppe Soriero, nel suo recente volume sul porto, denuncia lo stop di qualunque ipotesi di investimento serio. Adesso che il gigante malato si sta lentamente rialzando, anche se i maggiori investimenti continuano ad essere programmati prevalentemente per i porti di Genova e Trieste, malgrado tutti i limiti denunciati per quello di Genova, con progetti faraonici difficilmente realizzabili, bisogna fare il passo decisivo. 

Un porto nel Sud ha senso in una doppia logica: quella di avere uno scalo frontaliero di Suez, missione alla quale può rispondere ancor di più Augusta, se il collegamento ferroviario raggiungerà, con il ponte sullo stretto costruito, le ultime lande siciliane, ormai centrali rispetto alla proiezione euro mediterranea,  ma anche quella di creare quei posti di lavoro indispensabili per raggiungere quel rapporto 2 a 1 tra popolazione ed occupati, tipico delle realtà a sviluppo compiuto. 

Condizione  necessaria per evitare lo spopolamento e l’emigrazione che caratterizza tali aree, oltre che per combattere la criminalità organizzata e consentire la crescita sociale di una parte importante del Paese. 

Ma non è il solo transhipment che porta a tali risultati, in quanto ormai i porti, come quello di Rotterdam, sono talmente meccanizzati che assorbono una quantità di occupazione, interessante ma non di grandi numeri. 

Che invece provengono dalla lavorazione dei semilavorati nei retroporti attrezzati, che consentono al porto olandese di occupare tra diretti ed indiretti quasi 700 mila lavoratori. Questa era la vocazione di Gioia Tauro, per la quale il porto é stato creato nella visione che uno dei driver importanti per lo sviluppo del Sud dovesse essere quello della logistica. 

Adesso peraltro, entrato nella area Zes, questa vocazione potrebbe essere esaltata. Occhiuto ha chiesto che nell’area vada avanti il progetto del rigassificatore, ma tale realizzazione, strumentale anche per realizzare una catena importante del freddo per i prodotti agricoli, non va messa nei ricavi ma nei costi, che possono essere affrontati per dare energia al Paese solo se in cambio vi é la creazione di un’area manifatturiera che crei quei 300-400 mila posti di lavoro complessivi che risolvano l’esigenze di occupazione della Calabria.  Un progetto che preveda una sistematicità negli interventi, che riguardino la infrastrutturazione, la lotta alla criminalità organizzata, un cuneo fiscale azzerato, una tassazione degli utili molto contenuta per i primi dieci anni di insediamento e una semplificazione amministrativa che faccia partire le iniziative in tempi reali.  Ma in fondo serve una volontà vera di far partire la seconda locomotiva. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

NEL MARE DELLA DISPERAZIONE, L’UMANITÀ
CALABRESE NELLA TUTELA DEGLI “ULTIMI”

di PAOLO CANCELLI –  Il mare che bagna le coste, irrora le sabbie, risplende di profumi e desideri lontani, sogni e speranze di bene comune. Le onde che volteggiano con energia ed impeto portando con se la dicotomia delle paure e dei sogni, la dolcezza delle possibilità di futuro e l’amarezza della rassegnazione, il limite, la vita e la morte.

È lo stesso mare, il nostro Ionio plumbeo della notte invernale, dove ancora galleggiano le parti in legno dei relitti, frantumate dalla forza delle onde e del destino, dove è annegata la vita e la speranza di uomini e donne in fuga dall’indigenza, campeggia in ordine sparso il vuoto della rassegnazione dei sopravvissuti, che portano negli occhi la morte dei propri cari e le rughe della disperazione più profonda.
I nostri piedi affondando nella costa dei gelsomini e dei bergamotti, dei matematici e dei poeti, lo sguardo di libertà si dilata verso l’orizzonte accompagnato dal fragore delle piccole pietre della costa che ricorda l’andar via del tempo.

È il mare delle culture, della storia, delle tradizioni, delle religioni, dell’armonia, della sinfonia delle diversità, talenti e vocazioni. La chiamata all’ accoglienza è nel cuore di queste coste calabresi ricche di passione, di saper fare e saper essere. È il genius loci del dialogo tra l’eleatismo, la Scuola filosofica greca di Parmenide, dell’essere statico e immutabile, e il divenire di Eraclito, secondo il quale viceversa «tutto cambia».

È l’ambiente del pensiero integrale che riflette a partire dal testo “Sulla Natura”, opera principale del filosofo della Magna Grecia che si pone tra il mondo sensibile, molteplice e mutevole, regno del divenire e dell’apparenza, oggetto della ragione, il solo che esista. Un pensiero sempre in movimento, complesso e raffinato che proietta l’essere così affermato come unica vera realtà, declinato da Melisso di Samo, per il quale era ammessa, in linea di principio, la possibilità di una pluralità di realtà.

Per dirla nella traiettoria del Magistero di Francesco quello che stiamo vedendo ripetutamente nel Mare Nostrum è un disastro umano e ambientale, che non riconosce ai nostri fratelli di qualsiasi paese di provenienza e approdo un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano. Ma non si può prescindere dall’umanità. Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia.

Quando la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determinismo fisico, si corre il rischio che si affievolisca nelle persone la coscienza della responsabilità come ricorda il Santo Padre nell’ Enciclica Laudato Si.
Il pensiero della storia della filosofia radicato nelle nostre memorie aiuta a far riflettere noi Calabresi nel mondo sul cosa significhi morire nel nostro mare, nel terrore dei sensi, nella desolazione più nera, nel buio di una notte del mare in tempesta di fine febbraio del 2023.

È annegata la vita, la speranza, la possibilità di uno sviluppo umano integrale, emblema di dignità universale.
Certamente non possiamo farci travolgere dalle onde dell’indifferenza, dell’anestesia percettiva che annulla e sfuma ogni capacità di reazione. Rimane il Mediterraneo della fratellanza dove il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture.

È il mare dove far salpare le navi del dialogo e non le barchette della disperazione, locus della cooperazione e non luogo nefasto di damnatio memoriae. Le morti dello scontro tra poteri non possono far crollare il sentiero dell’incontro di civiltà, vera sinfonia dei talenti, speranza concurante di bene comune, la chiave di volta per i popoli mediterranei. «Questa vocazione o questa missione storica comune consiste nel fatto che i nostri popoli e le nostre nazioni sono portatori di una civiltà che, grazie all’incorruttibilità e alla universalità dei suoi componenti essenziali, costituisce un messaggio di verità, d’ordine e di bene valido per tutti i tempi, per tutti i popoli e per tutte le nazioni».

Seguendo il pensiero di Giorgio La Pira “statista dell’umiltà” gli elementi essenziali sono tre. «Primariamente la componente religiosa della rivelazione divina che trova in Abramo – patriarca dei credenti – la comune radice soprannaturale. Il Tempio, la Cattedrale e la Moschea costituiscono precisamente l’asse attorno al quale si costruiscono i popoli, le nazioni e le civiltà che coprono l’intero spazio di Abramo. In secondo luogo la componente metafisica elaborata dai Greci e dagli Arabi: è ad essa che si deve l’immensa ricchezza di idee che sostengono una visione ordinata, essenzialmente metafisica e teologica del mondo, e che costituiscono intellettualmente ed artisticamente la bellezza stessa della civiltà di cui i nostri popoli e le nostre nazioni sono portatori. In terza prospettiva c’è la componente giuridica e politica elaborata dai romani. È a questa che si deve la strutturazione di un ordine giuridico e politico di cui gli elementi maggiori costituiscono il tessuto essenziale dove si articola ogni ordine sociale e umano autentico».

Così si descrive la nostra matrice da cui partire per avviare un nuovo sguardo, costruire ponti, avviare processi di autentica cura della casa comune dove l’ Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo, e viceversa, l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale.

È importante prestare attenzione alle differenze religiose, culturali e storiche che sono una componente essenziale nella formazione della personalità, della cultura e della civiltà orientale; ed è importante consolidare i diritti umani generali e comuni, per contribuire a garantire una vita dignitosa per tutti gli uomini in Oriente e in Occidente, evitando l’uso della politica della doppia misura che favorisce le povertà e le partenze disperate delle popolazioni migranti del mediterraneo allargato. La costruzione della nostra casa comune, del Mare Nostrum deve essere realizzata con i mattoni della tutela dei diritti fondamentali dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione, all’educazione e all’assistenza: un dovere della famiglia umana e della società universale.

Le arcate della costruzione comune sono i diritti universali delle popolazioni migranti che devono essere garantiti e tutelati sempre come superiore interesse collettivo, affinché non manchino e non vengano negati a nessun bambino in nessuna parte del mondo. La nostra diaconia di bellezza scolpita nella storia della nostra terra di Calabria condanna qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini migranti o i loro diritti. È importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia.

La tutela integrale degli ultimi, la dignità della povera gente è radicata nelle nostre menti e alberga nei nostri cuori meridiani insieme al desiderio di cura per gli anziani, per i deboli, per i disabili e per gli oppressi. La tenerezza della Madre Celeste e l’umiltà di Francesco D’Assisi possano accompagnare le più profonde vocazioni alla pace e la bene comune attivando in ognuno di noi la luce della missione di co-costruzione, convocazione costituente per l’Euro-Mediterraneo allargato alle Afriche e all’Oriente, adottando la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio. (pc)

[Paolo Cancelli è Direttore Ufficio Sviluppo e Relazioni Diplomatiche della Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Città del Vaticano/Stato Pontificio/Santa Sede in Roma)]

L’AUTONOMIA ESISTE GIÀ DA PIÙ DI 20 ANNI
AL NORD PIÙ SOLDI E AL SUD SOLO BRICIOLE

di GIACINTO NANCI – La spesa sanitaria delle regioni ammonta a più del 70% di tutta la spesa pubblica regionale per cui le regioni che ricevono più fondi pro capite per questa spesa sono già differenziate “avvantaggiate” rispetto alle altre.

Da più di 20 anni le regioni del Nord ricevono molti più fondi rispetto a quelle del sud perché il criterio scelto dalla Conferenza Stato-Regioni in applicazione dell’art.1 comma 34 legge 23/12/1996 n. 662 è stata quella del calcolo della popolazione pesata. Questo criterio che da pochi fondi pro capite per la giovane età e molti più fondi per la popolazione anziana ha favorito le regioni del nord che hanno avuto e hanno una popolazione più anziana.

La Conferenza Stato-Regioni per ripartire i fondi sanitari alle regioni non ha mai tenuto in conto i criteri epidemiologici (cioè la numerosità delle malattie presenti nelle regioni) pur contenuti nella sopra citata legge. Ciò ha fatto sì che per più di 20 anni sono stati dati più fondi a quelle regioni che avevano sì più anziani ma in buona salute e meno fondi a quelle regioni che pur avendo meno anziani avevano più malati cronici e quindi necessità di maggiore spesa sanitaria. Di ciò tutti erano e sono al corrente, infatti basta leggere le dichiarazioni di insoddisfazione dei governatori delle regioni del Sud all’ascita della Conferenza Stato-Regioni ogni anno alla fine del riparto dei fondi sanitari e di contro quelle di soddisfazione dei governatori delle regioni del Nord.

Ma ancora più eloquente è ciò che avvenuto nel 2017 quando, per bocca dell’allora presidente della Conferenza Stato-Regioni Bonaccini, è stato annunciata una “parziale” (per come dichiarato dallo stesso Bonaccini) modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari non più solo sul calcolo della popolazione pesata ma bensì su quella della “deprivazione” in rispetto della legge 662.

Ebbene nel 2017 grazie a questa parziale modifica alle regioni del sud sono arrivati ben 408 milioni di euro in più rispetto al 2016, ovviamente la modifica fatta non è stata ne ampliata ne riproposta  negli anni successivi. Se la modifica invece di parziale fosse stata inter e in rispetto della legge 662 la cifra di 408 milioni di euro si dovrebbe moltiplicare per 4 e ogni anno da 20 anni a questa parte. Per rendere l’idea di quanto ampia è la ampia la differenza di numerosità delle malattie croniche presenti nelle varie regioni basta citare ad esempio il Dca n. 103 del lontano 30/09/2015 a firma dell’allora Commissario al piano di rientro sanitario calabrese ing. Scura e vidimato per come prevede il piano di rientro prima del ministero dell’Economia e poi da quello della Salute, nel quale Dca alla pag.33 dell’allegato n. 1 si legge: “Si sottolineano valori di prevalenza più elevati (almeno il 10%) rispetto al resto del paese per diverse patologie”.

E siccome il Dca è fornito di dettagliate tabelle è stato facile calcolare che nei circa due milioni di abitanti calabresi c’erano allora (e oggi ancor di più) ben 287.000 malati cronici in più rispetto ad altri due milioni circa di altri italiani. Nonostante ciò la Calabria è la regione che, da oltre 20 anni a questa parte, è la regione che in assoluto riceve meno fondi pro capite per la sua sanità. Le altre regioni del Sud sono, anche se con meno criticità, nella stessa situazione della Calabria sia per la maggiore presenza di patologie che per il fatto di essere le regioni che ricevono meno fondi per la loro sanità. Ciò è talmente vero che questa estate il governatore della Campania De Luca ha fatto un ricorso al Tar proprio per il fatto che ritiene ingiusti i metodi di riparto dei fondi sanitari alle regioni.

Ma ancora più significativo è il fatto che il governo ha promesso che per l’anno venturo saranno rivisti i metodi di riparto dei fondi e sarà applicato il criterio della deprivazione e non con quello demografico (popolazione pesata), e lo ha fatto ancor prima della pronuncia del TAR immaginando che il ricorso è giusto e il Tar lo accetterà sicuramente.

Le regioni del Sud, a questo punto, devono far sì che nella prossima Conferenza Stato-Regioni sia applicato il criterio epidemiologico, cioè più fondi alle regioni che hanno più abitanti con patologie croniche e non come è stato fino ad adesso: meno fondi alle regioni con più malati. (gc)

[Giacinto Nanci è medico dell’Associazione Medici di Famiglia a Catanzaro]

L’ITALIA DI MATTARELLA ONORA I MIGRANTI
MA DEL GOVERNO IERI NON C’ERA TRACCIA

di SANTO STRATI – Non c’è niente di privato nella visita del Presidente Sergio Mattarella fatta ai sopravvissuti, alle vittime, ai familiari del naufragio di Cutro. L’Italia di Mattarella è a fianco dei calabresi a piangere dei fratelli lontani, geograficamente parlando, ma vicini nel cuore. È una tragedia immane, difficile da digerire e impossibile da archiviare come fatalità: la tratta dei migranti non finisce nello Jonio, di fronte a Cutro, come non finisce davanti alle coste di Roccella Jonica. C’è un infame mercato della disperazione, che costa peraltro migliaia di euro per un imbarco che non è sicuro, anzi tutt’altro. È una scommessa con la vita, ma è vita quelli di poveri e disperati profughi in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame?

C’è solo un singulto di speranza che sovrasta la disperazione e spinge a tentare il quasi impossibile. E, purtroppo, non sarà l’ultima tragedia del mare: il Mediterraneo, il mare definito “nostro” (nostrum) a significare la condivisione di acque che lambiscono Paesi di culture e tradizioni diverse, che però nasconde gli aspetti più bui dell’indifferenza contro cui combatte la generosità e la solidarietà dei calabresi. Per salvare vite i primi carabinieri accoris si sono lanciati nelle acque gelide, prima dell’alba, per portare soccorso o recuperare corpi senza vita. Una disperazione nella disperazione non riuscire a salvare vite di sconosciuti che tendono mani in cerca di aiuto.

E la visita di Mattarella, annunciata come privata, rappresenta il doveroso e dovuto tributo dello Stato alle nostre genti che, come sempre, fanno vedere la parte migliore di questa terra, la Calabria positiva, generosa e accogliente, ospitale e solidale. Che ha nel dna i geni della fraternità, che conosce il senso dell’umanità e offre il suo calore a chiunque. I rifugiati – che tali non sono per la nostra legislazione se non dopo burocratiche e stancanti trafile – da dovunque vengano hanno bisogno di aiuto, hanno il diritto di trovare l’assistenza e l’umanità che il mondo di oggi sembra trattare come fosse un optional.

Il Presidente Mattarella ha voluto far sentire alle vittime del naufragio, molti dei quali resteranno senza nome, il senso dell’umanità dell’Italia che si scontra con l’ottusità delle leggi e la mancanza di visione. Ma ha anche offerto un segnale di speranza ai sopravvissuti: non solo giocattoli ai bambini ricoverati ma il calore di un Paese che – al contrario dell’Europa – supera l’indifferenza e le diffidenze. E il Presidente Occhiuto ha annunciato che anche i familiari delle vittime che sono arrivati a Cutro (una quarantina) troveranno l’assistenza della Regione che li ospiterà in un albergo di Crotone e organizzerà attraverso la Protezione civile la logistica necessaria.

L’inverno demografico, al Sud, è ancora più rigido, servono braccia di uomini e donne, servono nuove famiglie – non importa di quale etnia e di quale provenienza – per ripopolare borghi abbandonati, ricostruire case lasciate andare in rovina, ridare vita a paesi sempre più numericamente rimpiccioliti, pronti a svanire, eppure non c’è un piano di accoglienza, di flussi migratori intelligenti che trasformino il problema migranti in risorsa per il Paese. C’è voluta questa tragedia per mettere in discussione gli attuali piani di accoglienza, ma non basta far arrivare – in pieno comfort via nave o aereo – chi fugge da guerre, carestie, fame e oppressione: bisogna offrire opportunità di inclusione sociale, lavoro, possibilità di crescere e integrarsi, nella legalità e nel rispetto degli usi del nostro Paese. Con il rigore necessario a garantire fedi religiose diverse e costumi che vogliano perpetrare tradizioni, senza violare etica e codici di convivenza civile.

Il Presidente Mattarella, visibilmente commosso, ieri davanti ai feretri, dove spiccavano quelle piccole bare bianche a graffiare i cuori, era l’Italia, quella vera che disconosce razzismo e xenofobia, che ha un cuore grande, anzi immenso: ciascuno ha avvertito un dolore, come se avesse perduto un parente, anche se lontano ma fraternamente vicino. Alla camera ardente il Presidente ha incontrato il Presidente Occhiuto e i sindaci di Cutro (Antonio Ceraso) e di Crotone (Vincenzo Voce). Assente – ingiustificato – il Governo che avrebbe dovuto mandare almeno un rappresentante all’apertura della camera ardente. (s)

GRAZIE AI SINDACI PER LE GENEROSITÀ DELLE COMUNITÀ DI CUTRO E CROTONE

Il Presidente Mattarella ha espresso gratitudine ai sindaci di Cutro e Crotone per la generosità espressa dalle comunità locali. «Credo – ha commentato il sindaco di Crotone Vincenzo Voce – che la presenza del presidente Mattarella qui smuoverà un po’ le coscienze. Questo dobbiamo fare. Voglio ribadire che questa gente a mare non si deve lasciare un minuto di troppo».

«La visita del presidente Mattarella, l’omaggio alle vittime della tragedia di Steccato di Cutro, – ha detto Voce – ci ha onorati e commossi. Il presidente ha espresso il cordoglio ed associato il dolore di tutto il popolo italiano al dolore dei familiari delle vittime, al dolore che la comunità crotonese sta provando in questi giorni. Abbiamo avvertito tutta la sua vicinanza ed umanità. Non ci ha fatto sentire soli. Ho avuto modo di consegnare al presidente il documento del recente consiglio comunale, un invito da parte della comunità crotonese all’unità ed all’umanità. Quell’unità e umanità che il presidente della Repubblica incarna. Abbiamo sentito lo Stato vicino attraverso il nostro grande presidente verso il quale esprimiamo tutta la nostra gratitudine» (rkr)

QUEI MESSAGGI AFFRANTI E PIENI DI UMANITÀ

Davanti al PalaMilone tanti fiori e tanti i cartelli lasciati dalle comunità di Cutro e Crotone. Il più significativo esprimeva il senso di frustrazione per non aver salvato più vite: «Se la nostra spiaggia di Steccato non ha accolto i vostri figli per la Vita, ma per la morte perdonateci», firmato da madri e donne di Steccato di Cutro.

«Ogni vita persa così è un fallimento. L’animale attacca per sopravvivere, l’uomo attacca l’uomo per egoismo. Torniamo a essere umani»,

«Non finiremo all’inferno per il male che abbiano fatto ma per il bene che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Nessuno si senta innocente».

Accanto a quelli anonimi anche quelli firmati: «Non si può morire così! Ognuno di noi avrebbe potuto fare di più» hanno scritto i bambini della scuola Karol Wojtyla di Isola Capo Rizzuto.

E, infine, toccante il messaggio di un altro bambino: «Quello che è successo mi ha provocato tanta tristezza». Commovente la fila di crotonesi che hanno voluto lasciare un fiore o un peluche, con una preghiera mesta e silenziosa: le parole non servono. Il dolore è autentico e va rispettato. (rkr)

 

QUELLE BARE DEI MIGRANTI A CROTONE
URLANO CONTRO UN’EUROPA SILENZIOSA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA  – Si potevano salvare? Lo accerterà la magistratura che certamente indagherà anche sulla macchina dei soccorsi. Certo che quando il mare è forza otto e le imbarcazioni sono gusci di tavole che stanno insieme per scommessa si lavora come nel gioco dello Shanghai, nel senso che già sfiorare una imbarcazione lunga appena 20 metri con ben 200 persone a bordo anche con una motovedetta può portare a far saltare quel  labile equilibrio dei fascioni della barca facendola affondare. Intanto i morti accertati sono più di 60 ma il bilancio sarà certamente più alto, pesante e drammatico. 

Ricorda molto, questo ennesimo incidente, la dinamica della tragedia di Lampedusa. E in quel caso provocò 368 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, numeri che lo pongono come una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. I superstiti salvati furono 155, di cui 41 minori (uno solo accompagnato dalla famiglia). 

Ma era possibile salvare questi poveri cristi naufragati vicino Crotone? Non lo sappiamo, probabilmente no. La domanda ritorna prepotentemente.  Il barcone era partito da quattro giorni da Smirne, in Turchia, e poi era stato avvistato a circa 40 miglia dalla costa crotonese da un velivolo dell’agenzia europea Frontex.  Una motovedetta della Guarda costiera era partita da Crotone e un pattugliatore del gruppo aeronavale da Taranto, in Puglia, ma a causa delle pessime condizioni del mare erano dovute rientrare.

Ma un’ altra domanda sorge spontanea. Dal 2013, anno della tragedia di Lampedusa è cambiato l’approccio dell’Europa? O l’atteggiamento estrattivo e predatorio, come lo ha definito la presidente Meloni in Algeria, è rimasto costante nella sua crudeltà e nella sua ingiustizia? Quella stessa Europa che non impedisce, come invece sta facendo in Ucraina, che Paesi, che non rispettano il diritto internazionale, possano occuparne altri provocando fiumi di profughi.

O che permette che regimi totalitari come quello dei Talebani attuino forme di dittatura invivibili per esempio per le donne, costrette a diventare fantasmi trasparenti, senza cultura né possibilità di vita autonoma da un maschio di famiglia. 

Due fatti che si sposano: da un lato coloro che fuggono per motivi politici, persecuzioni religiose, guerre o dall’altro per carestie o mancanza di possibilità di sopravvivenza economica. 

E mentre da una parte si chiudono i canali ufficiali legali per qualunque tipo di immigrazione, dall’altro si finanziano regimi totalitari, come quelli libici o quello turco, che facciano da cani da guardia, assoldati dai ricchi europei, per impedire quei processi di spostamento di popoli dovuti proprio a quell’ingordigia predatoria, che spesso porta anche a fomentare guerre per controllare i territori di interesse.  

Il Mediterraneo deve ridiventare un mare di pace. L’Europa, composta da democrazie adulte, deve avere una visione che non può limitarsi ai propri territori o a quelli confinanti via terra, ma deve estendersi, essendo la potenza economica più forte del mondo, anche a quelli che si affacciano sul mare Nostrum, che non è il mare di Grecia, Italia, Francia, e Spagna, ma che è il confine meridionale della grande aggregazione di Stati che si chiama Unione Europea. 

La prova di forza, che sottende la tragedia di Crotone tra l’Italia e l’Europa per costringere quest’ultima ad occuparsi più concretamente di un problema che certamente la riguarda, alla fine fa pagare il conto a poveri disperati in cerca di una prospettiva di futuro. Donne, bambini, giovani maschi, minori non accompagnati che, malgrado quello che dice Matteo Piantedosi, non potremo fermare in alcun modo, nemmeno paventando il rischio che si possa essere sommersi da un mare in tempesta, che alcune volte non perdona. 

In questa competizione tra Stati sovrani, volta a rendere sempre più rischiosa la traversata, si inserisce una domanda che sorge spontanea: perché questi barconi invece di fermarsi in Grecia, Stato dell’Europa da cui come dall’Italia possono raggiungere le mete agognate, che non sono certamente né Grecia né Italia, allungano il loro viaggio di migliaia di chilometri di mare, moltiplicando il rischio, per raggiungere le coste calabre molto più distanti? 

Forse perché le politiche di accoglienza della Grecia, con la creazione del campo di profughi di Lesbo, portano a possibilità di respingimento più elevate e in ogni caso a forme di detenzione all’interno di tali campi che non consentono ulteriori spostamenti? La domanda che sorge spontanea é anche se l’Italia non sia diventata il ventre molle di una politica lassista, che lascia entrare anche illegalmente, sapendo che alla fine farà scappare chi vuole per raggiungere le mete agognate. 

Mentre da un lato non si interviene in maniera seria per consentire ad ognuno di vivere nella propria terra, avendo una minima prospettiva di futuro e di sopravvivenza, dall’altro si tende ad una permissività che porta a scaricare nei vari contesti sociali più poveri flussi di diseredati che vanno a complicare le situazioni delle banlìeu francesi, piuttosto che delle periferie abbandonate dei grossi agglomerati urbani europei.

Mentre non si può accettare, perché è improponibile e ingestibile, la politica dell’accogliamo tutti non si può nemmeno pensare di bloccare i flussi con campi  lager nei porti di partenza, finanziati da noi o di rendere il viaggio in mare talmente pericoloso da scoraggiare le partenze, dimostrando con migliaia di morti che le probabilità di arrivare sani e salvi sono estremamente contenute. 

Il tipico atteggiamento coloniale, che ritroviamo anche da parte del Nord nei confronti del Sud del nostro Paese, porta naturalmente e storicamente allo sfruttamento delle risorse possedute da molti Paesi africani e mediorientali e contemporaneamente all’accoglienza di quanti servono al sistema economico occidentale, che vengono fatti arrivare, spesso illegalmente, in modo da poterli sfruttare lasciandoli, perlomeno per le prime due generazioni, ai margini del sistema. 

Cambiare vuol dire cedere una parte di torta della quale ci si é accaparrati ma è giusto che lo si faccia non soltanto per ripristinare una giustizia infranta, ma anche per un problema di sopravvivenza dell’Occidente, che non può pensare di continuare ad essere lo scorpione che per la sua natura non riesce a capire che pungere la rana, che lo sta trasportando sulla riva opposta del fiume, fa morire entrambi. (pmb)

[Courtesy il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

CATANZARO, I MEDICI DI FAMIGLIA SONO
SULL’ORLO DI UNA SERIA “CRISI DI NERVI”

di GIACINTO NANCI – «Dottò mi avete sbagliato l’impegnativa, dottò mi dovete sdoppiare l’impegnativa, dottò mi hanno detto che l’impegnativa va fatta così etc. etc.». sono queste le osservazioni che, più e più volte, quotidianamente voi assistiti fate a me vostro medico di famiglia.

Tutto questo avviene da quando è stato pubblicato sul Bur della Regione Calabria nel lontano 2019 il nuovo tariffario regionale delle prestazioni sanitarie. Il tariffario contiene per ogni prestazione sanitaria un codice (numero), una denominazione precisa e un numero di branca specialistica.

Ogni medico prescrittore per prescrivere una visita specialistica o qualsiasi esame deve apporre sulla impegnativa il codice della prestazione, la denominazione e il numero di branca che sono indicati nel nuovo tariffario regionale pubblicato e diventato legge regionale e che tutti dobbiamo applicare. Alle prime osservazioni degli assistiti la prima cosa che ho fatto è stata quella di chiamare i gestori del mio programma di gestione della cartella clinica computerizzata degli assistiti perché implementassero il nuovo tariffario regionale della Calabria nel programma che è il più diffuso in Italia e denominato Millewin.

La loro risposta è stata che lo avevano già fatto e che anzi la regione Calabria è stata la regione che li ha fatti dannare di più (hanno usato proprio questo termine) per la corretta implementazione. Quindi il nuovo tariffario regionale, anche per certificazione della regione Calabria, sul mio programma è correttamente implementato e le mie prescrizioni sono conformi ad esso. E allora perché gli assistiti sono costretti ad un andarivieni per “correggere” le mie impegnative prescritte correttamente?

Lo sono perché proprio le strutture sanitarie regionali calabresi sono quelle che non applicano correttamente il nuovo tariffario e quindi non sono in grado di “accettare” le impegnative fatte in rispetto del tariffario regionale. Gli assistiti sono costretti all’andarivieni perché poi le prescrizioni non conformi al tariffario regionale richiesti dalle struttura sanitarie (laboratori analisi, poliambulatori, esami strumentali visite specialistiche etc.. etc.. ) non sono dematerializzabili dal programma di gestione della cartella clinica dell’assistito e quindi devono essere prescritte su ricetta rossa non inviabile per email e si deve ritirare in studio.

Ma come è possibile che a più di tre anni dalla pubblicazione del tariffario regionale le strutture sanitarie regionali calabresi non sono riuscite a modificare i loro programmi di ricezione delle impegnative prodotte dai medici prescrittori in linea con il nuovo tariffario regionale?

Eppure la Calabria è stracolma di commissari alla sanità: da 13 anni in applicazione del piano di rientro sanitario regionale abbiamo il commissario regionale alla sanità, da più di 4 anni abbiamo commissariate tutte e cinque le aziende sanitarie e sempre da 4 anni abbiamo commissariati i tre grandi ospedali regionali Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, Annunziata di Cosenza e Morelli di Reggio Calabria e abbiamo commissariato anche il policlinico Mater domini di Catanzaro. Ma il commissariamento non dovrebbe essere sinonimo si efficienza e velocità e allora perché tutti questi commissari straordinari in quattro anni non sono riusciti a fare ciò che un gestore (Millewin) della cartella clinica computerizzata ha fatto in pochissimo tempo?

Non crediamo che tutti questi commissari imposti dai governi nazionali alla sanità calabrese sono tutti degli inetti per cui pensiamo che ci sono altri motivi anche per ritardi gravi come questo della mancata implementazione del nuovo tariffario nei programmi di ricezione delle impegnative nelle strutture sanitarie regionali.

E il motivo è che la Calabria è la regione che da più di 20 anni ha la sua sanità gravemente sotto finanziata nonostante che tra i suoi circa due milioni di abitanti ci sono molti più malati cronici che non in altri due milioni di altri italiani, per cui la Calabria avrebbe dovuto avere finanziamenti pro capite in sanità molto più elevati (e non inferiori) delle altre regioni. Anzi il piano di rientro e tutta la pletora di commissariamenti imposti alla Calabria per ripianare il presunto deficit (dovuto invece dagli insufficienti finanziamenti a fronte di molti malati cronici) hanno avuto il compito di tagliare ulteriormente la spesa sanitaria ed è per questo che oggi la situazione della sanità calabrese è ancora più disastrosa di 10 anni fa e questo vero e proprio disservizio della mancata applicazione del tariffario regionale ne è l’ultimo esempio.

La salvezza per la sanità calabrese sarebbe la chiusura del piano di rientro e finanziare le sanità regionali in base al criterio della numerosità delle malattie presenti in ogni regione. E oggi abbiamo una opportunità perché il governatore della regione Campania che è in una condizione simile a quella della Calabria ha fatto ricorso al Tar proprio per questo scorretto modo di finanziare le sanità regionali. Il governo ha promesso è programmato per l’anno venturo la modifica dei criteri del riparto dei fondi sanitari alle regioni intuendo, prima della pronuncia del Tar, che questo accoglierà sicuramente la richiesta del governatore della Campania.

La parola adesso passa ai “distratti”, fino a questo momento, amministratori e politici calabresi tutti che hanno l’opportunità di attivarsi affiche finalmente venga fatto un riparto dei fondi sanitari adeguato ai bisogni dei molti malati calabresi e far cessare questo umiliante andare avanti e indietro degli assistiti per “correggere” le impegnative prescritte correttamente. (gn)

MIGRANTI, CONTRO L’INDIFFERENZA UE
C’È IL DOLORE AUTENTICO DEI CALABRESI

di SANTO STRATI – L’immagine dei corpicini dei due gemellini senza vita spiaggiati sulle coste di Cutro resterà il simbolo più angosciante di questa nuova e, purtroppo, non ultima, tragedia del mare. Tragedia epilogo di un viaggio non della speranza ma della disperazione. È forte il dolore della gente calabra, come se ognuno in questa tragedia avesse perso un figlio, un genitore, un fratello: queste vittime sconosciute ci appartengono perché è nel dna dei calabresi il senso di solidarietà, ma soprattutto di fraternità, che viene fuori incontrollabile, sempre davanti a qualunque sciagura o calamità.

La tragedia di Cutro non stiamo a dire, col senno di poi, che forse si poteva evitare: è un problema che si trascina da anni quello degli sbarchi, che ricade sulle spalle di sindaci la cui umanità ci fa fare pace con le amministrazioni locali. Un problema che non si risolve con provvedimenti legislativi o ordinanze assurde (sapete che chi soccorre senza autorizzazione i profughi rischia pesanti ammende, dopo il decreto Piantedosi-Meloni sulle ONG?), ma andrebbe affrontato con buonsenso e cristiano spirito di umanità. I migranti fuggono da guerre, disagi sociali, povertà: non sono alla ricerca di un eden (ormai impossibile dovunque) ma di uno sbocco di vita, un’aspettativa di futuro da poter offrire ai propri figli, in realtà dove non solo la lingua è sconosciuta, ma anche le relazioni interpersonali si scontrano con pregiudizi e preconcetti di sapore razzista.

Questa tragedia ha colpito profondamente la Calabria e in poca parte l’Italia: tra distrazione e indifferenza la nostra terra ha mostrato ancora una volta il suo fortissimo rispetto verso tutti, con un innato spirito di accoglienza che, purtroppo, non trova sempre il meritato consenso. La questione richiede soluzioni, ha bisogno dell’intervento dell’Europa – come segnalato con convinzione dal Presidente Occhiuto – ma va affrontata con realismo e decisione.

Non si tratta solo di fermare le partenze: avete minimamente idea dei campi di “concentramento” dove sciacalli senza scrupoli – trafficanti di uomini – ammassano gli aspiranti fuggitivi, che pagano cifre assurde (anche vendendosi un rene, o addirittura un figlio) e restano in attesa di un’imbarcazione, qualunque essa sia, che possa portarli via. E sono costretti ad aspettare, in condizioni disumane, un imbarco che rischiano di perdere, con l’addio ai soldi versati o “impegnati”. E mentre si discute come fermare gli imbarchi, nessuno si rende conto che la decrescita demografica del nostro Paese potrebbe trovare risorse umane preziose, volenterose e forti, in grado di sopperire la cronica mancanza di manodopera là dove, anche se ci sono occasioni di lavoro, c’è il rifiuto alimentato dal facile reddito di cittadinanza, distribuito, ahimè, senza criterio.

Diciamoci la verità, il modello è quello che si era inventato Mimmo Lucano, oggi in attesa di un verdetto (forse ingiusto, permetteteci il dubbio) che aveva creato e messo insieme una comunità multietnica coesa, inventando un lavoro, riattivando case abbandonate, creando occasioni di impiego, regalando una prospettiva di vita. Quella realtà di Riace non esiste più per tante ragioni, ma il modello che fece andare in copertina sul  prestigioso magazine Fortune (era il 2016)  il sindaco di allora per la sua “utopia della normalità”, risulta una via non solo percorribile ma diremmo obbligata. Ci sono migliaia di case abbandonate (e offerte in vendita anche a solo un euro) in tanti borghi desolati e dimenticati: seguendo il modello del visionario ex sindaco Lucano si potrebbe pensare di far arrivare – ove ci siano le condizioni – famiglie di profughi, ma non su carrette del mare, ma con voli autorizzati o navi militari e offrire loro ospitalità in cambio di lavoro utile alla collettività, in grado anche di ridare dignità umana a chi è costretto a scappare dalla propria terra. Perseguitati, oppressi, vittime di violenza: quante famiglie distrutte, quanti giovani vite spezzate, e quanta indifferenza. Un sentimento in continua ascesa di cui il genere umano si dovrebbe vergognare. Un sentimento che, grazie a Dio, non abita dalle nostre parti: c’è la generosità e il disinteressato aiuto di tantissimi calabresi a testimoniarlo. Ecco perché oggi la Calabria piange questi fratelli sconosciuti, dal punto di vista parentale, ma fratelli di sangue, al di là di qualunque differente etnia, linguaggio, costume di vita. È un dolore autentico che merita rispetto e ammirazione, perché vale sempre la regola che chi ha poco offre tanto, al contrario di chi ha e non dà.

«In Calabria – ha detto il Presidente Occhiuto intervenendo ad Agorà su Rai 3 – i migranti li vediamo sbarcare quotidianamente, e li soccorriamo, evitando di considerarli un problema. Tante volte si tratta di bambini e di donne che scappano da Paesi in guerra e che cercano una vita migliore. Le vittime di questa sciagura hanno pagato migliaia di euro per inseguire un sogno che, purtroppo, li ha condotti alla morte». I sopravvissuti devono la vita alle centinaia di volontari che, dopo l’allerta di Frontex che aveva avvistato sabato sera l’imbarcazione della morte e, vista l’impossibilità di un soccorso via mare o via elicottero per le avverse condizioni del tempo sono accorsi in spiaggia a tirare a riva i profughi riusciti ad avvicinarsi alla costa. Erano lì, col freddo pungente, con coperte per i profughi, volontari e forze dell’ordine, medici e gente comune, entrata in acque gelide per portare a riva uomini, donne, bambini. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta, molti, grazie ai soccorsi, hanno sfidato il gelo della morte. Il grazie a questi calabresi, vera espressione della Calabria positiva di cui andare largamente orgogliosi, non sarà mai sufficientemente grande. (s)