«Barra a dritta!»: la Calabria deve navigare

di ERCOLE INCALZA – Entrando finalmente nel merito della riforma della nostra offerta portuale prodotta ultimamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, penso sia opportuno formulare una serie di considerazioni che ci portano automaticamente verso uno strumento coerente con le reali esigenze di un’area strategica essenziale per la crescita e lo sviluppo del Paese.

Occorre, quindi, una premessa metodologica che ci porti verso uno strumento coerente con le reali modifiche che, proprio negli ultimi trentuno anni (data di approvazione della ultima riforma prodotta con la Legge 84/94), hanno modificato le caratteristiche della logistica. Riporto di seguito alcuni riferimenti obbligati: La riforma non è legata alla competenza di un singolo Dicastero o di una singola realtà locale ma è strettamente legata alle strategie del Paese e della Unione Europea;

La riforma deve necessariamente essere diacronica, cioè deve essere aggiornabile ogni tre anni perché strettamente legata ad evoluzioni sistematiche del contesto nazionale ed internazionale;

La riforma non può assolutamente limitarsi alla organizzazione ed alla gestione della offerta portuale, ma necessariamente deve coinvolgere i processi gestionali ed organizzativi sia degli interporti che delle reti trasportistiche strettamente interagenti; La riforma deve tenere conto delle possibili coperture provenienti dal contributo dello Stato o da quelli provenienti dalla Unione Europea; La riforma deve essere coerente e strettamente legata alle scelte strategiche definite dalle Reti Trans European Network (TEN – T).

Ebbene, questi riferimenti portano ad una prima ipotesi normativa che riporto di seguito: Presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri viene istituito il Dipartimento per la pianificazione della offerta logistica portuale ed interportuale. Il Dipartimento risponde ad un apposito Comitato presieduto dal Presidente del Consiglio e su sua delega dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ed è formato dai Ministri dell’Economia e delle Finanze, dal Ministro della Difesa, dal Ministro delle imprese e del made in Italy, dal Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, dal  Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dal Ministro del Mezzogiorno e da due Presidenti delle Regioni designati dalla Conferenza Stato Regioni e dal Presidente dell’ANCI. Vengono istituite le seguenti sei Società per Azioni: Porti di Vado Ligure, Genova, La Spezia, Livorno e Interporti di Orbassano, Novara, Mortara, Rivalta, Guasticce

orti di Trieste, Venezia, Ravenna e Interporti di Melzo, Trento, Cervignano, Verona, Padova, Bologna, Parma, Porti di Civitavecchia, Napoli, Salerno, Gioia Tauro, Reggio Calabria e Interporti di Orte, Pomezia, Marcianise, Nola, Battipaglia, Porti di Corigliano, Taranto, Brindisi, Bari e di Ancona ed Interporti di Bari, di Cerignola, Termoli e di JesiPorti di Palermo, Trapani, Catania, Augusta, Pozzallo, Messina e Interporti di Termini Imerese e CataniaPorti di Cagliari, Olbia e Interporto di Cagliari.

L’intervento pubblico all’interno delle singole Società viene deciso ogni tre anni con atto formale nella Legge di Stabilità utilizzando l’apposita quota annuale dell’1,5% del Prodotto Interno Lordo destinato alla infrastrutturazione organica del Paese.

Senza dubbio in questa proposta compare obbligatoriamente una scelta che da molti anni cerco di prospettare e che ritengo essenziale, mi riferisco in particolare alla presenza, all’interno della Legge di Stabilità, di una norma che fissi l’assegnazione, bloccata nel tempo, di una quota del Prodotto Interno Lordo per interventi legati alla infrastrutturazione ed alla gestione dei nodi e delle reti infrastrutturali del Paese.

Altro elemento chiave della proposta e la formazione di sei Società per Azioni che con una motivata autonomia finanziaria cerchino di ottimizzare al massimo la propria missione coerentemente alle indicazioni fornite dal Dipartimento della Presidenza del Consiglio a ciò preposto.

In queste Società la componente pubblica non può superare il 51% e le iniziative strategiche assunte dalle singole Società vengono supportate da apposite forme di Partenariato Pubblico Privato.

Tali Società possono sottoscrivere accordi sia con altre analoghe Società per Azioni nazionali che internazionali e possono accedere alle risorse comunitarie.

Ritengo utile fare una ulteriore precisazione: una simile proposta supera la logica di dipendenza regionale dei singoli nodi (portuali ed interportuali) in quanto la organizzazione della offerta logistica supera integralmente la logica del “confine” e riveste una funzione, addirittura, sovra nazionale e quindi le Regioni entrano nel merito delle linee strategiche attraverso il Comitato appositamente istituito.

Le prime critiche a questa proposta saranno basate sul rischio che questa articolazione in sei Società rischia di generare possibili forme di concorrenza all’interno dell’intero sistema Paese; questa giusta critica però, a mio avviso, rappresenta proprio il lato positivo della proposta, infatti la ricerca di efficienza e di sviluppo dei singoli assetti societari rappresenta, a mio avviso, il vero e misurabile successo della proposta. (ei)

Roberto Occhiuto “in Libertà” promuove la conta degli azzurri a Roma

di SANTO STRATI – A buona ragione il governatore della Calabria Roberto Occhiuto rivendica il diritto di una conta “aggiornata”di Forza Italia. I numeri realizzati in Calabria da Forza Italia (32%a, grazie anche e soprattutto all’instancabile supporter Francesco “Ciccio” Cannizzaro, giustificano la nascita di una nuova corrente di Forza Italia (ma ce ne sono mai state quando c’era Silvio?). E nonostante Occhiuto ripeta che «è solo un’iniziativa per discutere insieme su come rendere Forza Italia e il centrodestra un po’ più liberali», da troppe parti si mormora che si tratti di una manovra, da fine e gran politico, per usurpare il “trono”  del segretario Tajani e prenderne il posto.

A ben vedere, però, non sarebbe un obiettivo di immediata realizzazione, ma va considerata, piuttosto, come una significativa “prenotazione” per il futuro, mettendo avanti numeri e risultati.

La Calabria ha una solida storia di personaggi politici che hanno “amministrato”da posizioni diverse il Paese: Giacomo Mancini, Riccardo Misasi, giusto per fare qualche nome, e non è inimmaginabile la proiezione “nazionale” di Occhiuto come futuro segretario di un partito ancora in cerca di una precisa identità “liberal-centrista” dopo la scomparsa di Berlusconi.

In tanti avevano profetizzato  la scomparsa di Forza Italia, dopo la morte del fondatore e “padrone”, ma avevano sottostimato la voglia di centro che è radicata tra gli italiani, sempre più smarriti tra una sinistra divisiva e rancorosa e una destra che conosce poco la moderazione. C’è, obiettivamente, una grande voglia di centro, soprattutto tra i non-elettori volontari, ovvero tra molti di coloro che non vanno più a votare perché disgustati dalla politica e privi di qualunque motivazione ideologica, pur mantenendo, in realtà, una forte propensione a seguire e occuparsi di politica.

Quest’area, a dir poco immensa, di elettori mancati non soltanto costituisce un pericoloso vulnus al sistema democratico, ma rivela la necessità che la politica torni sul territorio ad animare le piazze, a ricreare “scuole di partito”, ad avvicinare e formare i giovani.

E qui risalta in assoluta evidenza che esiste un vuoto al “centro”, nel senso che serve agli elettori un riferimento più concreto e deciso che riaccenda gli animi e rifaccia palpitare i cittadini (come avveniva fino agli anni Settanta). In questi ultimi 55 anni, dalla nascita delle regioni in avanti, s’è registrato un continuo senso di disillusione e di stanchezza nei confronti della politica, oggi più che mai meno rappresentativa e sempre più spesso con una classe dirigente raccogliticcia e priva non soltanto di qualunque appeal politico, ma anche di competenze e capacità.

Occorre tornare a fare Politica (con la lettera maiuscola) perché è il popolo che lo richiede, lo stesso che si ritiene legittimato a disertare le urne, stante l’attuale legge elettorale che, non a caso, è stata ribattezzata porcellum dal suo stesso ideatore Calderoli. Una nuova legge elettorale è quanto mai indispensabile se si vuol far tornare alle urne gli elettori, tenendo conto, ovviamente, della necessità di legalizzare con apposita legge il voto a distanza (dai più considerato terrore della destra e  company) che consenta a lavoratori, studenti e comunque a tutti i fuori sede di poter partecipare alle elezioni.
Solo per fare un esempio, si consideri la vicenda Calabria col suo modesto 44% di votanti alle ultime consultazioni di ottobre: su un milione e ottocentomila circa di aventi diritto al voto, almeno seicentomila vivono fuori della regione pur conservando la residenza. Cosa significa? che la percentuale di voto rapportata agli effettivi residenti sarebbe non del 44% bensì oltre il 55%. E questo valore si potrebbe applicare alle altre astensioni registrate nelle ultime elezioni regionali, senza tuttavia sottovalutare l’impatto negativo di quanti per fare pace con se stessi preferiscono disertare le urne, esprimendo indifferenza (e qualche volta disprezzo) verso la politica e per come viene fatta oggi.

In questo scenario, l’iniziativa di Roberto Occhiuto di mettere in piedi una “corrente” battezzata “in libertà” esprime in pieno l’intuito politico del Presidente della Calabria e  una lunga visione che gli deriva da tantissimi anni spesi da politico. Ha cominciato a 23 anni come consigliere comunale e prima di diventare, la prima volta, Presidente della Calabria era capogruppo dei deputati azzurri alla Camera.

Qual è il vero obiettivo? Gli osservatori sono divisi, ma ai più risulta evidente che i tempi non sono maturi per un “rovesciamento” dell’attuale Segreteria: bisognerà aspettare il prossimo anno (2027) quando andranno gestite le elezioni politiche che vedranno, con larga probabilità, la riconferma dell’attuale premier con un successo non inaspettato. Quello che, invece, conterà, riguarda la coalizione che dovrà costituire il futuro esecutivo del Meloni 2: ci sono all’orizzonte gli spazi del centro che Lega e Fratelli di Giorgia non riescono a captare e le piccole formazioni (Noi Moderati) stentano a far propri. E qui prevale l’idea che sia Forza Italia, una “nuova” Forza Italia, a seminare e raccogliere nuovo consenso mettendo in crisi (si fa per dire…) il partito di Giorgia Meloni e la Lega, quest’ultimo in affanno di identità. Salvini ha avuto l’intelligenza di sorridere e far sorridere il Sud, con poco entusiasmo dei veteroleghisti, ma la raccolta non ha dato i risultati sperati, nonostante la buona semina.

Ci sono, però, da considerare gli investimenti prossimi futuri che riguardano il Mezzogiorno e in particolare, Calabria e Sicilia: Ponte, Alta Velocità, strade e autostrade. Una barca di miliardi che andrà gestita – si spera – tenendo solo in mente il bene comune e non interessi personali o elettoralistici.

Si tratterà di avviare un nuovo modo di intendere la politica avvicinandola al territorio per venire incontro alle esigenze dei cittadini e far partire, al Sud, un vero piano di crescita e sviluppo che – se decollasse – sarebbe davvero inarrestabile.

L’intero Paese, questo è chiaro, non va da nessuna parte senza l’apporto più che significativo del Mezzogiorno, probabile locomotiva di un futuro di crescita e benessere. Quindi, la mossa di Occhiuto  non è “sabotare” Tajani e la sua segreteria, ma mettere una seria ipoteca (viste anche le simpatie e gli endorsement rivelati da Marina e PierSilvio Berlusconi nei suoi confronti) sul futuro management di Forza Italia. Cominciando anche dalla comunicazione: da questo punto di vista è molto probabile che il Presidente della Calabria, da vicesegretario diventi presto anche portavoce di Forza Italia, perché – è evidente – che la narrazione di un centro da rendere coeso e politicamente fruttuoso richiede una strategia di non basso profilo. E in questo, Occhiuto ha sempre mostrato di saperci fare, seguendo visione e prospettive, anche se qualche volta – sbagliando – fa prevalere la logica dell’”uomo solo al comando”, ma spesso indovinando le mosse strategiche che gli hanno portato successo.

Per Tajani, a fine mandato, nei primi giorni del 2027 (quando si tratterà, appunto, di preparare le elezioni politiche) non mancano alternative di livello: il Quirinale (dove, tranne Draghi e Casini, non ci sono seri competitor), oppure un incarico internazionale che premi le esperienze maturate prima come Presidente del Parlamento   Europeo e poi come ministro degli Esteri.

Con queste premesse, domani a Palazzo Grazioli (che fu la casa romana di Berlusconi) e oggi ospita la Stampa Estera) non ci saranno scintille, ma evidentemente una prima conta su chi sta con chi.

Maliziosamente, qualcuno, ha addebitato a Tajani il suggerimento di “disertare” l’invito di Andrea Ruggeri (ex deputato azzurro, giornalista e uomo onnipresente nei salotti che contano), ma riteniamo troppo intelligente il ministro degli Esteri per temere attacchi sotterranei. Non convengono a nessuno, ma una prima conta farà solo che bene al partito-non partito che deve decidere un suo ruolo preciso nello scenario della politica nazionale.

La tentazione (e l’ambizione) di far crescere consenso in quel centro smarrito e in cerca di riferimenti è fin troppo evidente e questo, sì, potrebbe creare qualche fibrillazione nella coalizione, che – in tal caso – peccherebbe di superficialità ignorando i guai veri della sinistra che cerca di capire dove andare e come recuperare credibilità. Così come sono ingiustificate le palpitazioni dei neo consiglieri azzurri calabresi: Occhiuto non ha alcuna intenzione di abbandonare la “nave” calabrese (almeno per il momento) per fare il segretario azzurro. Ci sono tempi e modi e il Presidente, pur nel suo frenetico e inarrestabile modo di agire, capisce bene che, qualche volta, correre non è salutare. Piccoli passi portano benessere e stabilità: l’obiettivo vero è far crescere il consenso.

Il modello di seduzione – è chiaro – è quello mutuato da Silvio Berlusconi: Roberto Occhiuto (56 anni) ha dimostrato di saper conquistare contemporaneamente grandi industriali che guardano a nuove attrazioni d’investimento al Sud e semplici cittadini che difendono il proprio territorio e quanti chiedono, amareggiati per i figli che vanno via, di fermare l’emorragia di giovani dalla Calabria. Impresa ai più impossibile, ma non per lui. Auguri.

Riforma del comparto sanitario calabrese: un’operazione non più differibile

di SANDRO FULLONE E DOMENICO MAZZA – Il sistema sanitario della Regione si confronta, da anni, con una serie di criticità strutturali e congiunturali che impongono una profonda riorganizzazione dell’impianto. Le cause principali di queste difficoltà vanno ricercate al più presto. Bisogna considerare, anzitutto, il numero sempre maggiore di pazienti che accedono ai servizi sanitari di altre Regioni. Quindi, la carenza di maestranze, sia mediche che infermieristiche; senza dimenticare l’obsolescenza dei sistemi informatici. Vieppiù, l’invecchiamento progressivo della Popolazione rappresenta un’altra sfida, organica e di primaria importanza, della quale tener conto. Quanto descritto, richiede un ripensamento sostenibile e innovativo dei modelli assistenziali tradizionali. L’intelligenza artificiale deve diventare una grande alleata unitamente alla telemedicina. Quest’ultima, infatti, è destinata a rappresentare una componente integrante ed essenziale dei futuri sistemi sanitari nazionali e regionali. La Politica regionale, pertanto, è chiamata a predisporre una profonda riforma dell’intero comparto sanitario. Anche e soprattutto, in funzione dell’annunciata uscita dal Commissariamento che attanaglia la Calabria da oltre 15 anni.

La lenta agonia della sanità pubblica calabrese: i limiti degli apparati socio-sanitari locali come riverbero del malfunzionamento su scala nazionale

I mali del servizio socio-sanitario nazionale hanno ripercussioni su quello regionale a partire dalle privatizzazioni. In Calabria, sino a oggi, nessun Governo regionale è riuscito a costituire un sistema che assicuri i cittadini.  Emblematiche, in tal senso, alcune tabelle che riassumono la spesa sanitaria, passata dai 110 miliardi del 2014 ai 138 del 2024. Va trovato un metodo sul quale aprire un diffuso e articolato percorso di confronto che dovrà portare alla formulazione di un nuovo Piano Sanitario. Dal nostro punto di vista, speriamo si avvii una discussione vera a partire dagli Enti Locali. Vanno rielaborati alcuni concetti di base: pensiamo all’integrazione socio-sanitaria che è disciplinata come modalità di coordinamento delle prestazioni. Intese, le richiamate, come tutte le attività atte a soddisfare i bisogni di salute (prestazioni sociali a rilevanza sanitaria, prestazioni sanitarie a elevato impegno socio-assistenziale). Riconoscere, inoltre, l’interdipendenza tra i vari ambiti per costruire un solido sistema integrato e intersettoriale.

Da dove partire? Dalla rifunzionalizzazione del SSN. Bisogna guardare a un nuovo paradigma che possa cambiare radicalmente l’impostazione della sanità attuale. La medicina sta attraversando una rivoluzione a cui non si fa assolutamente riferimento, perché prigionieri di una cultura ospedalocentrica. Come sarà allora la medicina del futuro? Certamente non quella a cui siamo, nostro malgrado, affezionati. Essa utilizzerà un modello sanitario articolato e integrato, in grado di associare misure atte a prevenire l’insorgenza delle malattie con la capacità di identificare le predisposizioni genetiche individuali, grazie anche alla rivoluzione digitale. Tutto ciò comporta, per la costruzione di un Piano socio-sanitario, un avanzamento del piano culturale. Non bisogna guardare al passato. Si tratta, quindi, di una sfida che va accolta, gestita e rilanciata.

Ripensare ruoli e funzioni della sanità territoriale e dell’assistenza ospedaliera.

I Comuni detengono funzioni fondamentali nella promozione della salute. I Sindaci svolgono un ruolo cruciale per il benessere delle Comunità. I loro compiti includono la gestione dei servizi socio-sanitari locali; la promozione, attraverso programmi educativi, di stati di vita sani; la supervisione della sicurezza ambientale e la collaborazione con le Autorità sanitarie. Nella rete dei servizi territoriali sono state pensate le Case e gli Ospedali di Comunità. Tali strutture rappresentano i luoghi fisici di prossimità e di facile individuazione per entrare in contatto con l’assistenza sanitaria territoriale. Bisogna velocizzare la loro realizzazione avviando, contestualmente, la digitalizzazione complessiva del sistema sanitario. Il Pnrr insieme al Fse 2.0 dovranno essere perno centrale e motore propulsivo di una riorganizzazione tecnologica e strutturale. Certamente una sfida complessa, ma tuttavia necessaria per trasformare un sistema lento e inefficiente in un motore sociale dinamico e solerte. Il successo dell’operazione dipenderà da uno sforzo collaborativo che coinvolga tutti i principali attori in campo: Amministrazione regionale, Aziende sanitarie, Azienda Zero, Ricerca universitaria e Cittadini. Bisognerà rivedere l’implementazione operativa, la gestione dei sistemi informatici e strutturare piani innovativi. Si dovrà passare da una logica puramente prestazionale a una medicina di prossimità. Andrà rivisto, infine, il ruolo dei Medici di base e bisognerà ripensare le funzioni dei nosocomi con l’istituzione di Poli ospedalieri.

Avviare una riorganizzazione sistemica delle AO e delle ASP 

Un sistema sanitario che nella sua struttura organizzativa aspiri a essere efficiente dovrà scindere la medicina territoriale dall’assistenza ospedaliera. Oggi, le Aziende ospedaliere calabresi si occupano dell’esclusiva direzione dei tre ospedali HUB della Regione (CZ-CS-RC). La gestione degli ospedali Spoke e dei Presidi di base resta, insieme all’assistenza territoriale, in capo alle Asp. Questo tipo di impostazione ha dotato gli ospedali di secondo livello di un’offerta variegata, ma ha svuotato buona parte delle competenze che un tempo erano presenti anche negli altri ospedali. Una disposizione, quindi, scriteriata che ha centralizzato l’offerta ospedaliera. Senza tenere conto, in verità, delle precarietà territoriali e dei limiti nelle comunicazioni tra gli ambiti che caratterizzano la Regione. Lo schema descritto ha prodotto disservizi, diseconomie e scarsa qualità della risposta ospedaliera e della medicina territoriale. Andrà avviata, pertanto, una rivoluzione gestionale e logistica che, anzitutto, consideri la nuova mappatura territoriale derivante dalla nascita dei nuovi ospedali. Parimenti, andranno disegnati bacini di competenza che guardino oltre il semplicistico paradigma attuale, fondato sulle tre AO (Aziende ospedaliere) attualmente in essere. Partendo dall’elevazione delle esistenti AO in AOU (Aziende Ospedaliero Universitarie), bisognerà studiare un sistema che rilanci il ruolo degli Spoke. Oggi, la mappatura regionale degli ospedali di primo livello si compone di 8 strutture complessive. La loro offerta copre ambiti territoriali che si inquadrano in una forbice compresa tra 160 e 180 mila abitanti. Rispettando i principi di omogeneità territoriali, si potrebbe procedere con accoppiamenti degli Spoke per specificità e offerta sanitaria. Tale sistema consentirebbe di superare il tetto dei 300mila abitanti e, quindi, di creare ulteriori 4 AOC (Aziende ospedaliere complesse): Pollino/Tirreno, Sibaritide/Crotonese, Istmo/Serre, Piana/Locride. Ognuna di queste AOC dovrebbe essere messa in condizione di offrire un ventaglio completo delle prestazioni tra i due ospedali componenti l’assetto aziendale: Castrovillari/Paola-Cetraro, Corigliano-Rossano/Crotone, Lamezia/Vibo, Palmi/Locri. Chiaramente, scorporati dalle ASP i Presidi ospedalieri, si potrebbe abbandonare la logica delle ASP, optando per un’unica azienda sanitaria regionale (ASR). Quest’ultima avrebbe competenze specifiche per la esclusiva organizzazione della sanità territoriale e per tutte quelle strutture previste dal Pnrr (Ospedali di Comunità, Case della Comunità, Centrali operative). Ridefinendo, quindi, i perimetri dei distretti sanitari, l’offerta calabrese potrebbe, finalmente, connotarsi come efficiente e funzionale. (sf e dm)

Sanità in Calabria: sì al riparto dei fondi ma non siano pochi euro in più per la regione

 di GIACINTO NANCI – Il dott. Ernesto Esposito, secondo commissario alla sanità calabrese in applicazione del Piano di Rientro Sanitario della Calabria, ci ha informati che il governatore-commissario alla sanità, Roberto Occhiuto, ha avuto “particolare attenzione” per la Asp di Vibo Valentia nei criteri di riparto dei fondi sanitari alle Asp calabresi perché «il riparto tra le Asp è stato definito… non più sulla spesa storica. Si è scelto, invece, di considerare la popolazione pesata e l’indice di deprivazione che è uno strumento statistico che misura il livello di svantaggio socio economico di una popolazione combinando diversi indicatori relativi a condizioni di vita e di istruzione».

Ebbene, in base a questa “particolare attenzione” che il commissario Occhiuto (e anche il secondo commissario Ernesto Esposito) hanno avuto per Vibo, il riparto sanitario pro capite per ogni vibonese è stato di 1.551 euro ben (??????) 60 euro in più della provincia di Cosenza, che ha avuto 1.491 euro (la provincia che ha avuto di meno) e 25 euro in meno della provincia di Reggio Calabria (la provincia che ha avuto di più) 1576 euro pro capite. Non sappiamo cosa ci possano fare i vibonesi per curarsi meglio con 60 euro pro capite in più dei cosentini, ci sembra più una presa in giro, visto che queste dichiarazioni sono state fatte, in presenza del Prefetto, ai delegati della manifestazione sul degrado della sanità vibonese. Intanto, i criteri di riparto dei fondi, citati dal secondo commissario Esposito, non sono una rivoluzione ma è ciò che da sempre applica la Conferenza Stato-Regioni per stabilire il riparto dei fondi sanitari alle regioni. Infatti, il 98,5% dei fondi la conferenza li fa sulla «popolazione residente e della frequenza dei consumi sanitari per classi di età, lo 0,75% sul tasso di mortalità della popolazione inferiore ai 75 anni e lo 0,75% sull’incidenza della povertà relativa individuale, l’incidenza della bassa scolarizzazione nella popolazione di età maggiore dei 15 anni e infine il tasso di disoccupazione». In pratica Occhiuto ha avuto nei confronti dei vibonesi la stessa “sensibilità” che ha da sempre la Conferenza Stato-Regione nei confronti della Calabria, perché sono proprio questi criteri di riparto che hanno sottofinanziato la sanità calabrese da più di 20 anni a questa parte. Per rendere l’idea del grave sottofinanziamento della sanità calabrese, basta citare i dati della “spesa primaria netta in sanità per regioni (media 2000-2018 euro pro capite) elaborata dai Centri Pubblici Territoriali del Sistan (sistema statistico nazionale) nei quali si vede che la Calabria ha speso 1.614 euro pro capite a fronte della Lombardia che, invece, ha speso 2.217 euro pro capite, cioè ben 603 euro in più della Calabria. Se noi avessimo avuto i finanziamenti della Lombardia avremmo potuto spendere ogni anno dal 2000 al 2018 ben (603×1.949.000) 1 miliardo centosettantacinque milioni in più. Per quanto riguarda il concetto della “deprivazione” (quella vera) nel 2016 l’allora presidente della Conferenza Stato-Regioni, on. Bonaccini, ne decise una sua “parzialissima” applicazione del criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni per quell’anno.

Ebbene, nel 2017 in base a questa “parzialissima” applicazione alla Calabria sono arrivati 29 milioni di euro in più del 2016 e in tutto il Sud ben 408 milioni di euro in più. Il concetto della deprivazione non è stato né ampliato né riproposto negli anni successivi. Ma il grave sotto finanziamento della sanità calabrese dipende ancora di più dal fatto che nei circa 2 milioni di calabresi ci sono ben trecentomila malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani. Quindi, dove ci sono stati e ci sono molti più malati cronici sono arrivati e arrivano meno fondi per poterli curare e, di questo, tutti ne sono a conoscenza perché, oltre che da tutti gli istituti di statistica sanitaria, è stato certificato anche da uno dei colleghi del commissario Occhiuto già nel lontano 2015 quando il commissario al piano di rientro sanitario ing. Scura ha firmato il Dca n. 103 del 30/09/2015. Arrivano meno fondi sanitari (Calabria) proprio dove ci sono molti più malati cronici (sempre Calabria) nonostante ci sia una legge (mai applicata) n. 662 del lontano 1996 che, al punto cinque del comma 34 dell’art. 1, dice proprio che uno dei criteri del riparto dei fondi sanitari deve essere fatto in base alla epidemiologia cioè più fondi dove ci sono più malati cronici e non il contrario per come è avvenuto per più di un ventennio, cosa che il secondo commissario Esposito dovrebbe sapere perché ha gestito anche la sanità della Campania che è stata trattata in modo ingiusto forse più della Calabria. Quindi, se il commissario Occhiuto e il secondo commissario Esposito vogliono davvero fare qualcosa per i malati vibonesi e calabresi tutti, dovrebbero andare alla Conferenza Stato-Regioni e pretendere con determinazione che venga applicato il criterio di riparto dei fondi basato sulla numerosità dei malati cronici per come recita la legge 662, altrimenti le dichiarazioni del secondo commissario Esposito suonano come la beffa in aggiunta al danno.

(Medico di Famiglia in pensione ed ex medico ricercatore Health Search)    

Il disastro di Reggio nella gestione dei Pinqua: tra revoche e risorse irrimediabilmente perdute

di PINO FALDUTO – Il fallimento dei PINQuA a Reggio Calabria non è un episodio isolato né un incidente amministrativo: è la prova materiale di un impianto nazionale profondamente sbagliato, costruito dai Governi Conte II e Draghi che, invece di approvare una Legge Obiettivo capace di centralizzare la progettazione e l’esecuzione delle opere strategiche, hanno scelto di scaricare sui Comuni italiani miliardi di euro del Pnrr, sapendo perfettamente che molte amministrazioni – soprattutto nel Sud – non avevano personale, competenze, strumenti e stabilità per gestire un piano così complesso e così vincolato nei tempi.

Questa impostazione ha prodotto ciò che chiunque conosce la macchina pubblica poteva prevedere: fallimenti, ritardi, revoche, perdita di risorse, con un danno enorme per territori che avrebbero avuto più bisogno degli investimenti previsti.

Reggio Calabria è diventata il simbolo di questo disastro annunciato.

I decreti di revoca dei PINQuA sono chiarissimi: assenza di obbligazioni giuridicamente vincolanti, nessun avanzamento, ritardi ormai irreversibili.

E soprattutto dimostrano quali quartieri e quali cifre sono state realmente perse.

Il primo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 399, che riguardava interventi di rigenerazione nelle aree urbane degradate (in particolare Arghillà). Finanziamento totale: 14.998.599,50 €.

Revocati i Lotti A e C: 4.999.533,17 €. Restituzione anticipazioni: 1.499.859,95 €. Il secondo progetto revocato è la Proposta PINQuA ID 496, che interessava Modena – San Sperato – Ciccarello – Gebbione – Ravagnese.

Finanziamento totale 10.000.000 €. Revocati i Lotti A e C: 6.666.666,66 €. Restituzione anticipata: 3.000.000 €. In totale, tra i due decreti, Reggio Calabria perde 11.666.199,83 € di finanziamenti, 4.499.859,95 € da restituire subito, più gli interessi passivi previsti dalla normativa.

È una perdita certificata, pesantissima e senza precedenti. Ma la responsabilità non è solo dei Governi che hanno costruito un modello destinato a fallire: è anche – e soprattutto – di un’amministrazione comunale che non ha mai avuto il coraggio di dire la verità.

Invece di ammettere che non esistevano le condizioni minime per rispettare i tempi del Pnrr, si è preferito andare avanti con una narrazione autoreferenziale fatta di annunci, rendering, conferenze stampa e post celebrativi, mentre da Roma arrivavano le prime segnalazioni di criticità.

La verità è che gli uffici non avevano personale, non avevano competenze specialistiche, non avevano una struttura stabile, e non avevano alcuna possibilità di reggere il ritmo imposto dall’Unione Europea.

Eppure è stato fatto credere ai cittadini che “andava tutto bene”, che Reggio Calabria stava correndo insieme al resto d’Italia.

Non era così. Non lo è mai stato.

Nel frattempo, in città si assisteva a un teatrino imbarazzante: Vice Sindaci sostituiti più volte, Assessori che entravano e uscivano a cadenza regolare, Dirigenti ruotati senza continuità, come se una macchina amministrativa potesse funzionare senza stabilità.

Gli unici dirigenti che non cambiano mai sono quelli del Contenzioso.

Un Comune che cambia continuamente la sua catena di comando non può gestire neppure l’ordinario: figuriamoci il Pnrr.

Era matematico arrivare a questo punto.

E mentre si perdevano fondi, mentre i decreti di revoca diventavano pubblici, mentre il Ministero chiedeva indietro milioni, la città si ritrovava un albero di Natale da 18 metri acquistato per 180.000 euro, trasformato nell’ennesimo grande evento mediatico, accompagnato da dichiarazioni trionfali, spettacoli, neve artificiale, mascotte e musica.

Lo scorso anno, gli atti ufficiali parlano chiaro: il Comune ha speso oltre 700.000 euro per “Reggio Città Natale”.

E anche quest’anno, per il Natale 2025, l’Amministrazione ha già programmato una spesa certa di 550.000 euro tra luminarie, eventi nei quartieri, attività nel centro storico e accensione dell’albero.

Tutto questo mentre Reggio Calabria viene collocata all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, e mentre la città perde fondi strutturali, è costretta a restituire milioni, paga interessi e fallisce i progetti strategici del Pnrr.

In più, il Comune sta utilizzando somme consistenti di fondi comunitari e nazionali per finanziare feste, festini, luminarie e animazioni natalizie, iniziative effimere che non producono alcun risultato duraturo di crescita economica e turistica, come certificato dalla collocazione di Reggio Calabria all’ultimo posto nelle graduatorie nazionali sulla qualità della vita.

È un paradosso intollerabile: perdiamo fondi strutturali, restituiamo milioni, paghiamo interessi,

falliamo progetti chiave, mentre si celebrano “successi” perché viene acceso un albero di Natale.

Ma la scena più grave deve ancora arrivare.

Mentre l’amministrazione procede con enorme lentezza nell’utilizzo dei fondi europei e del Pnrr, quando si tratta di richiedere pagamenti ai cittadini diventa improvvisamente rapidissima ed efficientissima.

La Tari, tra le più elevate d’Italia, continua a crescere senza alcun miglioramento del servizio, e qualsiasi contestazione del contribuente si inserisce in un meccanismo regolato da norme che – per come sono strutturate – finiscono per creare uno squilibrio evidente a favore dell’Ente, rendendo molto complesso per il cittadino far valere le proprie ragioni.

Il risultato è chiaro:

lentezza totale quando si tratta di realizzare opere pubbliche, massima tempestività quando si tratta di applicare tariffe, notificare atti o attivare procedure di recupero.

È una dinamica che pesa sulle famiglie e sulle imprese, aggiungendo difficoltà a una città già schiacciata da inefficienze e fallimenti amministrativi.

E come se non bastasse, il Sole24Ore ha collocato Reggio Calabria all’ultimo posto in Italia per qualità della vita, confermando ciò che i cittadini sperimentano ogni giorno: inefficienza, immobilismo, incapacità di gestire il presente e progettare il futuro.

Il Consiglio Comunale è rimasto in silenzio, incapace di un’assunzione di responsabilità collettiva,

e la Prefettura non ha ritenuto necessario intervenire, nonostante un disastro amministrativo certificato da atti formali del Ministero.

Nessuna indignazione. Nessuna reazione. Nessun sussulto istituzionale.

E il problema, purtroppo, è che questo è solo l’inizio.

Se non si cambia immediatamente rotta, tutti gli altri interventi del Pnrr – scuole, rigenerazione urbana, mobilità, impiantistica sportiva, digitalizzazione – sono destinati a seguire lo stesso identico percorso, perché presentano gli stessi sintomi: ritardi, fragilità procedurali, assenza di progettazioni esecutive, mancanza di personale, uffici allo stremo.

L’Europa non valuta i post su Facebook. L’Europa valuta le opere eseguite.

E qui, di opere eseguite, non c’è praticamente nulla.

Il fallimento dei PINQuA non è un episodio tecnico: è la fotografia crudele di un modello istituzionale sbagliato e di un’amministrazione comunale impreparata, inefficiente e incapace, da anni impegnata a negare la realtà anziché affrontarla.

Lo Stato ha sbagliato nel metodo. Il Comune ha fallito nell’attuazione. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città ferma, ultima in Italia, priva di investimenti, obbligata a restituire risorse e a pagare gli interessi degli errori altrui.

Una città che non pretende competenza, verità e responsabilità continuerà a essere trattata come se non le meritasse.

Ma una città che apre gli occhi e inizia a dire le cose come stanno può ancora tornare a costruire il proprio futuro, senza inseguire illusioni e senza nascondere i fallimenti dietro un albero di Natale o un post celebrativo. (pf)

(Imprenditore, exassessore della prima Giunta di Italo Falcomatà)

Illegalità ambientali: il triste record della Calabria

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria rimane, purtroppo, al vertice delle classifiche dell’illegalità: in tre anni, dal 2022 al 2024, nella nostra regione i reati ambientali sono cresciuti del 45%. È quanto emerso nel Rapporto Ecomafia 2025 di Legambiente, nel corso dell’iniziativa svoltasi a Ricadi in cui è stato ricordato il capitano di Fregata, Natale De Grazia, di cui ricorre quest’anno il trentesimo anniversario della morte e alla cui memoria è dedicato il Rapporto dell’Associazione.

La regione resta stabile al quarto posto nella classifica complessiva dei reati ambientali (7,9% del totale nazionale), dopo Campania, Puglia e Sicilia, con 3. 215, reati, cresciuti in tre anni, dal 2022 al 2024 di circa il 45%. Particolarmente preoccupante, tra le filiere illegali è il ciclo illegale dei rifiuti, nella cui classifica la Calabria sale dal terzo al secondo posto, con ben 1. 137 reati, segnando un incremento record sempre nel triennio 2022-2023-2024 del 230%.

L’incontro, moderato da Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente ed introdotto da Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria, si è svolto con gli appassionati interventi di Franco Saragò, presidente del circolo Legambiente Ricadi; Antonino Morabito, dell’Ufficio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente; Andrea Carnì, dell’Università degli Studi di Milano, il colonnello Giovanni Misceo, Comandante del Comando regionale Carabinieri Forestale Calabria e Sicilia, Sebastiano Venneri, Responsabile Territorio di Legambiente Nazionale; Silvio Greco, biologo marino, ex Assessore all’Ambiente della Regione Calabria  e Camillo Falvo, Procuratore Capo della Repubblica di Vibo Valentia. Presenti in sala numerosi rappresentanti delle forze dell’Ordine e delle istituzioni e una numerosa cittadinanza.

Hanno portato il loro saluto, il comandante della Capitaneria di porto-Guardia costiera di Vibo Valentia, Guido Avallone, il maggiore Matteo Raggio, della Stazione navale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e Nicola Coturi, dirigente scolastico dell’Istituto superiore di Tropea. Ricadi ha costituito la prima tappa della carovana della giustizia e della memoria, in omaggio al Capitano Natale De Grazia, morto tra il 12 e il 13 dicembre del 1995 mentre indagava sugli affondamenti sospetti nel Mediterraneo di navi con il loro carico di rifiuti, che proseguirà nelle tappe di Massa Carrara, Policoro e La Spezia per poi concludersi il 12 e 13 dicembre a Reggio Calabria. Un’iniziativa che ha avuto l’obiettivo di ricordare, ma anche di gettare luce, attraverso la voce di alcuni dei protagonisti, su un periodo buio della storia italiana nel quale cominciavano i traffici di rifiuti anche tossici tra Nord e Sud e, in Calabria la ‘‘ndrangheta iniziava ad accumulare immense fortune inquinando i nostri territori anche grazie all’impunità assicurata dall’assenza di adeguate sanzioni. Soltanto con l’approvazione della legge n. 68 del 19 maggio 2015 sono stati inseriti nel Codice penale i delitti contro l’ambiente. 

Anche grazie a questa riforma di civiltà, l’attività di contrasto è cresciuta, come dimostrano i dati del Rapporto Ecomafia 2025, superando a livello nazionale il muro dei 40mila illeciti penali.

Ai fenomeni criminali nella gestione dei rifiuti è stata dedicata l’ampia riflessione che ha accompagnato il ricordo delle inchieste costate la vita al Capitano De Grazia, avviate dalla Procura presso la Pretura di Reggio Calabria dopo la denuncia presentata nel 1994 da Enrico Fontana e Nuccio Barillà, all’epoca referente regionale di Legambiente, sull’incrocio di traffici illeciti di rifiuti radioattivi via terra e via mare verso zone non controllate in Calabria. Si sviluppò allora un’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi e sulle navi affondate nel Mar Mediterraneo, anche al largo delle coste calabresi. Un fenomeno purtroppo diffuso: in un documento del 2001, della Direzione investigativa antimafia, si parla della scomparsa tra il 1995 al 2000 nei mari del mondo di ben 637 navi, di cui 52 nel Mediterraneo. Legambiente, comparando varie fonti, ha contato dal 1979 al 2001 almeno 88 navi che giacciono nei fondali del Mare Nostrum. L’inchiesta aveva nel Capitano di fregata Natale De Grazia un punto di riferimento essenziale. La sua morte, avvenuta mentre era in missione di lavoro verso La Spezia, è stata attribuita nel 2013 a unaprobabile “causa tossica”, come ha accertato una perizia disposta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti e rimane ancora oggi avvolta nel mistero, insieme ai tanti interrogativi senza risposta sull’oggetto delle sue indagini.

«Con la carovana per la verità e la giustizia partita da Ricadi –ha dichiarato Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità – avanziamo come Legambiente tre proposte precise: la ricostruzione e l’analisi dell’ampia documentazione esistente sulle navi affondate nel Mediterraneo e sulle connessioni con i traffici illegali di rifiuti pericolosi e radioattivi, desecretando ciò che non è realmente funzionale alla sicurezza dello Stato, da parte dell’attuale Commissione d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti e gli altri illeciti ambientali e agroalimentari; la definizione di un programma di ricerca sui relitti affondati al largo delle coste del nostro Paese dal parte del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, in collaborazione con l’Ispra, utilizzando le migliori tecnologie oggi disponibili; l’impegno della Commissione europea, in collaborazione con l’Unep, per estendere la ricerca a tutto il bacino del Mediterraneo».

«Alla figura importantissima di Natale De Grazia, Legambiente è legata con tutta la forza dei propri valori associativi di tutela dell’ambiente, della salute, degli ecosistemi marini e di difesa della legalità – ha detto Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria –. Al Capitano Natale De Grazia, al suo voler aggiustare le cose storte, quelle insopportabili, che non piacciono a nessuno di noi, la Calabria deve moltissimo».

«Dalla storia e dalla memoria – ha proseguito la presidente Parretta – dobbiamo trarre preziosi insegnamenti: serve un cambiamento che coinvolge tutti, per realizzare un’economia sana e circolare, avere una regione libera dai rifiuti e liberarci dalle illegalità e dalle logiche criminali». 

«Chiediamo alla Regione Calabria ed al presidente Roberto Occhiuto di agire con determinazione effettuando, oltre alla mappatura delle discariche abusive, anche l’imprescindibile passaggio di procedere alla caratterizzazione delle centinaia di discariche comunali esistenti in Calabria, ai fini della bonifica, proseguendo il percorso avviato nel 2009, interrotto e mai inesplicabilmente ripreso», questo l’appello della presidente di Legambiente Calabria.

Soddisfazione per l’esito dell’incontro, che dà il via ad una serie di altri appuntamenti in memoria di Natale De Grazia, è stata espressa da Franco Saragò, presidente del Circolo Legambiente Ricadi: «abbiamo voluto riaccendere i riflettori, senza fare allarmismi, sia sulla ricerca di verità per le navi dei veleni sia sulle tante discariche comunali mai bonificate».

«Vi è la necessità – ha evidenziato – di comprendere, in modo inequivocabile, se le tante navi, di cui si è molto parlato nel recente passato, siano indenni o meno da fenomeni di malaffare o siano pericolosi fonti di inquinamento».

«Al contempo – ha concluso Saragò – è necessario procedere con la messa in sicurezza e bonifica delle oltre 400 discariche comunali, in molti casi non custodite e accessibili a tutti. In ultimo chiediamo l’aggiornamento delle mappe catastali demaniali, con riferimento alle aree marine, oggetto di rapida e continua trasformazione a causa dell’erosione costiera, per limitare il fenomeno del cosiddetto abuso edilizio “legalizzato”». (ams)

Autonomie e pre-intese allargano il divario Nord-Sud

di ERNESTO MANCINI  – Il 18 e 19 novembre scorsi il Ministro Roberto Calderoli, regista dell’intero dossier sull’autonomia regionale differenziata, si è recato nei capoluoghi delle regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, per sottoscrivere, coi rispettivi Governatori, le cosiddette “preintese” su tale autonomia. A ciò è stato ufficialmente delegato dalla Presidente del Consiglio Meloni.

Si tratta di accordi che proseguono formalmente il percorso Governo/Regioni verso l’autonomia differenziata nonostante la sentenza della Corte Costituzionale n. 192/24 che ne aveva demolito la legge asseritamente regolatrice (legge n 86/2024).

La stampa e gli altri media hanno dato ampio risalto alle firme e agli incontri istituzionali senza tuttavia spiegare granché nel merito di questi accordi.

Le preintese sottoscritte, peraltro identiche nel contenuto per le quattro regioni, coinvolgono gran parte del Nord Italia, con l’eccezione del Friuli-Venezia Giulia e della Valle d’Aosta, estranee a questa procedura di autonomia differenziata perché in regime di autonomia speciale.

La Regione Emilia-Romagna, anche a seguito di pressione dei Comitati contro ogni autonomia differenziata, ha assunto, con la nuova amministrazione De Pascale, una posizione politica fortemente contraria al progetto governativo di Calderoli, revocando le pre-intese firmate durante l’amministrazione Bonaccini.

Dalle preintese ora sottoscritte risulta che il Governo e le regioni del nord mirano ad ampliare l’autonomia regionale rispetto allo Stato centrale in materia di protezione civile, ordinamento delle professioni, previdenza complementare e integrativa, nonché sanità.  Per le funzioni degli altri 12 settori, possibile oggetto di autonomia differenziata, si dovrà attendere la definizione dei L.e.p (livelli essenziali delle prestazioni).

Il caso della sanità regionale differenziata

Per quanto riguarda il settore sanitario, le preintese stabiliscono testualmente quanto segue: a) autonomia differenziata nella “gestione del sistema tariffario di rimborso, remunerazione e compartecipazione degli assistiti” (art. 3 allegato 2 lettera “a”).

Al riguardo gli accordi prevedono che le Regioni con autonomia differenziata possano gestire in modo indipendente il sistema tariffario di rimborso, remunerazione e compartecipazione degli assistiti. Ciò significa che tali Regioni potranno fissare autonomamente i corrispettivi per tutte le prestazioni sanitarie, pubbliche e private accreditate, svincolandosi dalle indicazioni statali che oggi garantiscono uniformità e congruità dei tariffari sul territorio nazionale.

Questa pretesa autonomia, incidendo direttamente sui valori economici delle prestazioni – fondamentali per i bilanci regionali e – delle aziende sanitarie – può generare un vantaggio significativo per le Regioni dotate di maggiori poteri e risorse, a scapito di quelle che restano vincolate ai parametri nazionali.

D’altra parte, la leva tariffaria può diventare uno strumento competitivo per attrarre operatori e investimenti sanitari, con il rischio di accentuare le disuguaglianze territoriali e compromettendo ulteriormente l’uniformità dei livelli essenziali di assistenza e perciò, in definitiva, del Servizio Sanitario Nazionale.

Ovviamente non va negata la capacità di maggiore attrazione che una Regione riesce ad ottenere rispetto ad altre ma ciò va fatto in condizioni di parità di poteri e non certo di differenziazione e privilegio.

b) Autonomia differenziata nella “programmazione degli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico delle aziende del sistema sanitario regionale” (art. 3 allegato 2 lettera “b”).

La disposizione attribuisce alle Regioni del Nord una piena autonomia nella pianificazione delle strutture sanitarie consentendo di operare in deroga agli standard nazionali che continuerebbero invece a vincolare le Regioni del Centro-Sud.

In pratica, le Regioni differenziate possono superare i parametri nazionali relativi a rapporto posti letto/abitanti, classificazione degli ospedali, dotazione tecnologica, indici di congruità ed ogni altro parametro.

Ciò conferirebbe a queste Regioni una libertà quasi totale nella configurazione della rete ospedaliera regionale, con conseguenze negative sulla uniformità dei livelli essenziali di assistenza (Lea), sull’equità nell’accesso ai servizi e sulla coerenza complessiva della programmazione sanitaria nazionale che, a questo punto, rischierebbe di perdere ogni reale carattere “nazionale”.

c) Autonomia differenziata nella “individuazione di sistemi di governance delle aziende sanitarie e degli enti del servizio sanitario regionale” (art. 3 allegato 2 lettera “c”).

La completa autonomia sui sistemi di governance consentirebbe alle Regioni del Nord di definire regole proprie e differenziate rispetto alle altre Regioni per l’organizzazione dei vertici direzionali aziendali, delle strutture interne (dipartimenti, strutture ospedaliere, distretti, presìdi), nonché per la pianificazione, programmazione, definizione di obiettivi strategici e piani annuali o pluriennali.

In pratica, questa autonomia creerebbe una diversificazione profonda tra Nord e Centro-Sud nell’insieme di regole, strutture, processi e strumenti con cui le aziende sanitarie (ASL, ASST, AO, IRCCS, ecc.) vengono dirette, controllate e rese responsabili del loro operato. Il risultato sarebbe un sistema frammentato, dove la gestione e la responsabilità delle aziende sanitarie non sarebbero più uniformi a livello nazionale né tra di loro confrontabili, mettendo a rischio la coerenza complessiva del Servizio sanitario e l’equità nell’accesso ai servizi su tutto il territorio.

c1) Autonomia differenziata nella “istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi” (art. 3 allegato 2 lettera “c” seconda parte).

I fondi sanitari integrativi sono strumenti che si affiancano alle prestazioni garantite dal Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta, in sostanza, di forme di assistenza sanitaria privata di tipo assicurativo, che copre prestazioni non erogate dal SSN ovvero erogate con tempi lunghi ed inaccettabili (visite specialistiche, diagnostica, odontoiatria, ricoveri, interventi chirurgici, ecc.). Ne beneficiano principalmente i cittadini che possono permettersi di sostenere i costi di adesione ed i premi assicurativi.

È vero che i fondi integrativi sono previsti dalla normativa nazionale (art. 9 del d.lgs. 502/1992), ma non certo per le Regioni. La legge infatti stabilisce che i fondi possono essere istituiti da enti, associazioni, società di mutuo soccorso, casse professionali o organismi di origine contrattuale o aziendale. L’istituzione diretta di tali fondi non rientra invece tra i compiti delle Regioni cui spetta garantire un servizio sanitario universale e pubblico, non certo un opposto sistema mutualistico-assicurativo.

d) Autonomia differenziata nella “allocazione delle risorse tra i diversi ambiti e finalità della spesa sanitaria, in deroga ai vincoli di spesa specifici per le politiche di gestione della spesa sanitaria”

art. 3 allegato 2 lettera “d”).

Le preintese attribuiscono alle Regioni con autonomia differenziata la possibilità di allocare liberamente le risorse sanitarie, derogando ai vincoli di spesa fissati dallo Stato.

Ciò aumenterebbe le disparità territoriali: le Regioni più ricche potrebbero investire in ospedali e tecnologie di eccellenza, mentre quelle più povere faticherebbero a garantire perfino i servizi essenziali.

Inoltre, la libertà di spesa potrebbe spingere alcune Regioni a privilegiare settori più redditizi, trascurando servizi fondamentali come prevenzione, assistenza territoriale e consultori.

Ne deriverebbe un rischio concreto di perdita dell’uniformità dei livelli essenziali di assistenza, con conseguente violazione del principio di uguaglianza garantito dalla Costituzione.

I profili di illegittimità

Tutte le funzioni sopra elencate sono particolarmente strategiche per la materia di rilievo costituzionale “sanità – tutela della salute ex art. 32 Cost.”.  Per le scelte di autonomia differenziata ad esse relative entrano in gioco i seguenti profili di illegittimità delle preintese sottoscritte.

2.1 Violazione dei princìpi cardine della Riforma Sanitaria sui rapporti Stato/Regioni

Le intese presuppongono che lo Stato possa perdere, per ciascuna delle funzioni indicate, le proprie prerogative di coordinamento e di garanzia dell’uniformità del Servizio sanitario nazionale. Ciò contraddice l’impianto complessivo della legge di riforma sanitaria istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (legge 833/78 e successivo riordino ex D.lgs. 502/92) che di nazionale non avrebbe più nulla.  Il sistema risulterebbe infatti frammentato tra le Regioni del Nord e quelle del Centro-Sud, con una sostanziale estromissione dello Stato da ogni competenza relativa all’organizzazione sanitaria nel Nord.

Alla consueta obiezione secondo cui la sanità sarebbe già differenziata tra Nord e Sud, si può agevolmente rispondere che il modello proposto, lungi dal colmare tale divario, rischia di amplificarlo ulteriormente. Invece di promuovere politiche volte ad avvicinare le condizioni delle diverse aree del Paese, si adotta una logica che, di fatto, esaspera le disparità esistenti andando esattamente nella direzione opposta rispetto a quella che sarebbe dovuta.

Non va dimenticato, inoltre, che l’attuale maggiore efficienza complessiva delle regioni del nord-Italia rispetto alle altre è dovuta a maggiore capacità organizzative e di innovazione pur in un quadro di parità e non di disparità dei poteri con le regioni meno efficienti. Non è perciò con l’autonomia differenziata che si risolvono i problemi di diversa efficienza, che anzi li si aggrava.

2.2 Violazione dell’art.  32 Costituzione sui compiti della Repubblica per la tutela del diritto alla salute.

Ancora più grave è la contraddizione con l’art. 32 della Costituzione, che attribuisce alla Repubblica – e dunque a Stato, Regioni, Enti locali – oggi Asl del territorio locale) – la tutela del diritto fondamentale alla salute. Questo equilibrio istituzionale verrebbe seriamente compromesso se uno dei soggetti costituzionalmente titolari della materia, lo Stato, fosse escluso dall’esercizio del ruolo di sovraordinazione funzionale per una parte rilevante del Paese.

In altri termini, pur essendo contitolare insieme alle Regioni della materia “tutela della salute” ai sensi del nuovo Titolo V, lo Stato si troverebbe nell’impossibilità di esercitare poteri di indirizzo, coordinamento o pianificazione generale su una parte significativa del territorio nazionale. La sua contitolarità sarebbe solo formale, priva dei poteri necessari a garantire un indirizzo unitario sulle funzioni più rilevanti.

2.3 Violazione dell’art. 97 Costituzione sul buon andamento della Pubblica Amministrazione.

Il sistema differenziato nelle funzioni strategiche in sanità produce un’asimmetria istituzionale molto grave perché si avrebbe frammentazione normativa, caos amministrativo, ostacoli all’attività di cittadini, imprese e associazioni che si troverebbero diversi poteri sulla medesima funzione a seconda dei territori di riferimento.

Una simile disomogeneità contrasta con l’art. 97 Cost., che impone alla Pubblica Amministrazione di operare assicurando “buon andamento” mentre le soluzioni ora prospettate creano una situazione esattamente opposta di disordine e frammentazione.

2.4 Violazione del principio di unità ed indivisibilità della Repubblica, del regionalismo cooperativo e solidale a favore del regionalismo competitivo ed egoistico.

Le fratture sopra descritte causate dell’autonomia differenziata non verrebbero meno se anche fossero concesse a tutte le altre regioni del centro-sud i medesimi poteri ora riconosciuti alle regioni del nord; se, in altri termini, ci fosse un autonomismo spinto ma tuttavia paritario per ciascuna regione rispetto alle altre.

In primo luogo, infatti verrebbe comunque annullata la funzione statale di indirizzo, coordinamento e sovraordinazione (funzionale) rispetto al sistema sanitario complessivo. In secondo luogo, le regioni sarebbero l’una contro l’altra armata come piccole repubblichette del tutto svincolate da un sistema nazionale unico caratterizzato da cooperazione e solidarietà come vuole la Costituzione in ogni passo delle sue norme. Anche chi, come il sottoscritto, è per un’autonomia regionale ampia  non può che contrastare qualsiasi autonomismo che pur non differenziato eliminerebbe comunque la funzione statale di indirizzo e coordinamento ai fini dell’uniformità, quanto meno tendenziale, del sistema.

2.5 Violazione del principio di non frammentarietà

Nella nota sentenza n.192/24 la Corte Costituzionale ha avuto modo di riaffermare il c.d. “principio di non frammentarietà” , secondo cui “quando la funzione attiene agli interessi dell’intera comunità nazionale, la sua cura non può essere frammentata territorialmente senza compromettere la stessa esistenza di tale comunità, o comunque l’efficienza della funzione” (Sentenza Corte Costituzionale 192/24 in più passaggi ed in particolare al punto 4.2.1.).

Ciò significa che la funzione di sovraordinazione, coordinamento ed indirizzo dello Stato nella sanità, come del resto in ogni altra materia di pubblica amministrazione, non può valere per una parte del Paese (regioni del centro-sud) e non per un’altra (regioni del nord). Una simile concezione crea inefficienza e, come si diceva, disordine e caos.

Conclusioni

L’analisi critica fin qui condotta si è concentrata esclusivamente sull’autonomia regionale differenziata in ambito sanitario, evidenziando, pur in maniera sintetica e tutt’altro che esaustiva, gli effetti fortemente negativi che tale impostazione produrrebbe in questo specifico settore. Tuttavia, occorre considerare che il progetto Calderoli/regioni del Nord investe ben altri 12 settori di primaria rilevanza costituzionale – tra cui, ad esempio, istruzione, ambiente, trasporti ed infrastrutture, – il che amplificherebbe a dismisura le ripercussioni negative, rischiando di compromettere in modo irreversibile l’unità e l’indivisibilità della Repubblica e dunque l’esistenza della stessa.

Di conseguenza, appaiono fondate le preoccupazioni di chi da tempo denuncia il carattere profondamente eversivo di tale progetto che va pertanto contrastato con fermezza e con tutti gli strumenti a disposizione. Oltre che eversivo il sistema Calderoli è stato giustamente definito nel dibattito di questi anni “predatorio”, “secessionista”, “incostituzionale nell’anima”.

Non si tratta di esagerazioni retoriche; queste valutazioni corrispondono pienamente alla realtà dei fatti.

Stante lo spazio editoriale limitato ho potuto trattare, peraltro in sintesi e solo parzialmente, le preintese in materia sanitaria escludendo perciò ogni analisi critica sulle altre funzioni oggetto dei recenti accordi (protezione civile, professioni, previdenza complementare integrativa). Lo farò in altro momento avvertendo fin da ora che anche nelle altre funzioni le criticità sono altrettanto gravi e non meno dannose di quelle qui esposte per la sanità.

Partire, restare, tornare: il futuro della Calabria dipende dalle scelte che fanno i suoi giovani

di ORLANDINO GRECO – La Calabria è una terra che, più di altre, restituisce la complessità dell’Italia di oggi: una regione che certamente perde popolazione, ma non nei numeri amplificati che qualcuno vorrebbe far circolare per convenienza o interesse.

È vero: molti giovani calabresi scelgono di partire verso altri territori. Eppure, la Calabria continua a esprimere un elettorato vivo, numeroso e molto più determinante di quanto spesso si voglia far credere.

Quando si parla di partecipazione elettorale, infatti, si dimentica un dato cruciale: quasi un calabrese su cinque vive all’estero. Su una popolazione di circa 1.800.000 abitanti, gli iscritti all’AIRE sono quasi 394.000, pari al 21–22%. Una delle percentuali più alte d’Italia. Questo non significa che il voto calabrese “svanisca”: semplicemente si sposta, prosegue altrove il proprio cammino.

La diaspora calabrese si inserisce in un fenomeno nazionale più ampio, ben fotografato dalla Fondazione Migrantes: oggi oltre 6,4 milioni di italiani vivono nel mondo. I protagonisti di questa mobilità sono in prevalenza giovani — il 37% degli espatriati ha tra i 25 e i 34 anni – ma anche donne (circa il 46%) e persone di età diverse. E non si tratta solo di emigrazione internazionale: dal 2014 al 2024 oltre un milione di italiani si sono spostati dal Sud al Centro-Nord, alla ricerca di occasioni di lavoro, studio e stabilità.

A questi numeri si aggiunge una platea ancora più ampia di meridionali – stagionali, precari, lavoratori a tempo – che vivono lontano dalla Calabria senza cambiare residenza, perché il legame con la propria terra resta forte. È un elettorato “invisibile”, difficile da stimare ma reale, che continua a partecipare, a modo suo, alla vita civile e politica della regione.

Questa realtà si intreccia con la grande questione demografica. La Calabria non è la regione italiana che emigra di più: nelle classifiche complessive si colloca attorno al sesto-settimo posto. E se guardiamo all’emigrazione verso l’estero, dopo la Sicilia, le regioni che registrano il maggior numero di partenze sono Lombardia e Veneto: territori economicamente forti ma che oggi vedono una crescente mobilità verso altri Paesi, alla ricerca di realizzazione professionale. Il saldo demografico nazionale è negativo da anni e la fascia più colpita rimane quella giovanile.

I dati nazionali lo confermano: quasi metà dei nuovi iscritti all’Aire ha tra i 18 e i 34 anni; un altro 30% si colloca fra i 35 e i 49. I giovani e i giovani-adulti sono la spina dorsale della nuova diaspora italiana.

Eppure, sul fronte della natalità, la Calabria mostra un quadro meno drammatico rispetto ad alcune regioni del Centro-Nord che, negli ultimi anni, hanno registrato crolli molto più severi. Il problema esiste – riguarda tutto il Paese – ma in Calabria il calo è meno brusco, segno che un certo equilibrio resiste, nonostante le difficoltà.

Come ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella, la natalità è «un tema vitale per il futuro del Paese». Non riguarda solo le cifre: riguarda la speranza, la progettualità, la fiducia collettiva. Papa Francesco lo ha detto con una frase che vale più di mille grafici: “La generazione dei figli è l’indicatore principale della speranza di un popolo”.

L’Italia ha oggi bisogno di un impegno comune: politiche familiari più solide, servizi accessibili, sostegni concreti che rendano possibile ciò che non può essere scaricato solo sulle famiglie. Avere figli non può essere una sfida individuale, ma una responsabilità condivisa.

Ed è proprio qui che la Calabria può ritrovare una nuova direzione. La situazione è seria, nessuno lo nega, ma i numeri mostrano chiaramente che il declino riguarda gran parte del Paese e che una certa narrazione, spesso interessata, tende a descrivere la Calabria come un caso disperato – quando invece non lo è affatto.

Si pensi a certe affermazioni superficiali o strumentali di alcuni esponenti politici, pronti a definire la Calabria “la peggiore d’Italia”. La realtà è ben diversa: la Calabria non vota meno, non parte più degli altri, e anzi possiede una delle più ampie comunità di cittadini votanti residenti all’estero.

E chi parte, chi torna, chi resta, continua a scrivere ogni giorno il destino di una regione che – nonostante tutto – ha ancora molto da dare.

(Consigliere regionale)

Giustizia minorile: torni la cultura della rieducazione dei giovani detenuti

di MICHELE CONIA – Torni la cultura educativa è l’appello – che sottoscrivo continuamente – lanciato da Antigone Defence Children International Italia e Libera”, sottoscritto da decine di associazioni e personalità,  auspicando che sia rivisto l’approccio punitivo della giustizia minorile e siano promossi maggiori  percorsi educativi e riabilitativi. Ho firmato anche la petizione “Inumane e degradanti” lanciata da Antigone e rivolta a Governo e Parlamento per denunciare le condizioni di sovraffollamento e altre situazioni di fragilità nelle carceri italiane. Coerentemente con i principi e le norme della “Convenzione Onu sui diritti dell›Infanzia e dell›adolescenza” e le “Linee guida del Consiglio d›Europa per una giustizia a misura di minorenne”, mi unisco all’appello dell’abolizione del Decreto Caivano e alle altre richieste: dall’assunzione di educatori, mediatori culturali e assistenti sociali, alla  formazione adeguata della polizia penitenziaria basata sui principi e le norme relative ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; dalla chiusura immediata della sezione IPM (istituti Penitenziari per Minorenni) nel carcere per adulti di Bologna alla costituzione di sezioni a custodia attenuata, come previsto dal D. Lgs. n. 121/2018 fino al monitoraggio della salute psico fisica e all’adeguata presa in carico per garantire sempre il superiore interesse delle persone minorenni.

L›approccio punitivo  a cui si fa sempre più ricorso è sbagliato in generale, ma lo è ancora di più quando parliamo di minori detenuti: serve, invece, più scuola, più lavoro, più supporto. Il Decreto Caivano (D.L. 123/2023)  approvato nel settembre 2023 ha trasformato la giustizia minorile in senso repressivo, si fa sempre più ricorso alla custodia cautelare, ha ridotto le misure alternative e i numeri parlano chiaro. Incrociando i dati di un recente report dei Radicali e di Nessuno Tocchi Caino si apprende che 9 IPM (Istituti Penali per Minorenni) su 17 sono in sovraffollamento, circa l’80% dei giovani è in custodia cautelare, quindi in attesa di giudizio, e la maggior parte dei reati contestati riguarda furti e rapine, non delitti gravi contro la persona; sono spesso trasferiti più volte, da un istituto all’altro, interrompendo relazioni educative e percorsi di formazione.

I numeri sono eloquenti  e inducono ad una riflessione: con l’introduzione del decreto Caivano si è passati da 392 ragazzi reclusi nell’ottobre 2022 a 586 nel giugno 2025, una cifra simile non si raggiungeva da oltre dieci anni; nel mese di gennaio 2024 i giovani detenuti in misura cautelare erano 340 contro i 243 dell’anno precedente. Ma, oltre all’aumento delle pene e la possibilità di disporre la custodia cautelare, in particolare per i fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti, secondo le nuove disposizioni, i direttori degli IPM possono ora decidere di trasferirli nelle carceri per la popolazione adulta, con conseguenze significative sulla recidività in un contesto molto più grande  e duro, che è quello del circuito detentivo per adulti. Questa disposizione, sempre esistita, aveva prima bisogno di diversi passaggi per venire realizzata. Infatti, il sistema della giustizia minorile, prevedeva che chi avesse commesso un reato da minorenne, potesse rimanere in un carcere minorile fino ai 25 anni di età.

Da giurista riconosco che la giustizia penale minorile italiana costituisce da 35 anni un modello virtuoso per l’intera Europa  e per questo ritengo sia dirimente rimettere al centro il bene supremo dei ragazzi e delle ragazze che commettono un reato in una fase così cruciale del proprio percorso di crescita.  L’analisi del contesto sociale ci pone di fronte a nuove sfide, emergenze come il disagio giovanile, l’aumento delle fragilità psicologiche, l’isolamento sociale, la povertà educativa e i fenomeni legati alla devianza minorile  richiedono un impegno ancora più strutturato, attento e tempestivo. Le disuguaglianze economiche, educative e sociali fotografate dal report “Senza filtri” della  XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia, che si fanno più pesanti in questa fase cruciale della crescita, rischiando di compromettere il loro futuro, ci inducono ad un’attenta riflessione e in prima persona, anche  come amministratore, avverto la necessità di  colmare questi divari e garantire a tutte le adolescenti e a tutti gli adolescenti l’opportunità di studiare, fare sport, frequentare luoghi di svago e di cultura. Contro la povertà educativa, l’isolamento e forme di marginalità sociale, per abbattere la dispersione occorrono ascolto, tutela e promozione dei diritti dei più piccoli e dei più giovani nelle nostre comunità. I giovani  e le giovani non sono solo il nostro futuro ma soprattutto  il nostro presente. Alla volontà punitiva invito a  rispondere  con il fondamentale principio dell’interesse superiore del fanciullo, fatto proprio dall’art. 3 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989 e quindi con una giustizia che crede nei ragazzi e nelle ragazze, nelle loro possibilità, nel loro futuro. Loro non sono quello che hanno commesso. (mc)

(Avvocato, sindaco di Cinquefrondi (RC) e consigliere metropolitano della città metropolitana di Reggio Calabria, delegato ai Beni Confiscati, Periferie, Politiche giovanili e Immigrazione e Politiche di pace)

Permane il caso Nord-Sud. È l’in-cultura all’italiana

di ENZO SIVIERO – Il tema del rapporto Nord Sud non riguarda la sola Italia. Si tratta di un atteggiamento culturale (o meglio in-culturale…) che attraversa le genti e i luoghi perdendosi nella notte dei tempi.

Ma il “caso Italia” merita una particolare attenzione, sia per l’avvenuta globalizzazione sia per il fiume di denaro che l’Europa ha stanziato per il nostro Paese, proprio a partire dalle acclarate diseguaglianze che ci connotano. Tanto palesi da orientare l’Europa come ben noto, a riservare una quota del 40% proprio al Sud. Ormai manca poco alla conclusione dei lavori, ma molto resta ancora da fare. Si sa che in Italia tutto è difficile e farraginoso con ostacoli latenti gestiti dai No a prescindere… tanto che ci si aspetta uno slittamento con ulteriori rimodulazioni. E perché non pensare in grande? In fondo, l’ingegneria visionaria ha fatto la storia dell’umanità! E, negli ultimi anni, in tutto il mondo si è visto un vistoso incremento di realizzazioni infrastrutturali, quali mai si sarebbero potute immaginare solo pochi decenni fa. E l’Italia? Molto è stato fatto e molto è in itinere, o comunque già programmato, soprattutto al Sud, ancor oggi bisognoso di investimenti volti al decollo futuro.

Con questa premessa si intende fare chiarezza sui diversi punti di vista tra Nord e Sud, con un occhio non miope verso, o meglio oltre, il Mediterraneo. Se è vero come nessuno può negare che l’Italia è il molo naturale verso il Mediterraneo, ad una visione strategica che interessa già l’oggi (e siamo già notevolmente in ritardo) ma soprattutto le prossime generazioni, non può negarsi che sia l’Africa il vero futuro dell’Europa! Ed è ovvio che, da questo come da molti altri punti di vista, in questa prospettiva geopolitica è l’Italia a giocare il ruolo principale, utilizzando quel “ponte liquido” che è il Mediterraneo, come è stato nel passato più o meno recente e com’è oggi ancor più pregnante, visto anche il raddoppio del Canale di Suez. Non a caso Turchia (e lo stesso Egitto…) unitamente a Russia e Cina stanno pressoché spadroneggiando nel Mare (non più) Nostrum approfittando di un’Europa intrinsecamente debole, incapace di una politica unitaria visti gli interessi contrastanti di taluni, non pochi, suoi membri. Ebbene, il Sud è indiscutibilmente il vero trampolino di lancio verso l’Africa, così come l’Africa si proietterà verso l’Europa tramite il Mezzogiorno. In una prospettiva geostrategica, gli investimenti al Sud sono vieppiù necessari certamente per lo stesso Sud, ma anche e soprattutto per il Nord che avrebbe tutto da guadagnare per la propria vocazione oggi mutata dovendo guardare a Sud per le proprie  esportazioni verso il nuovo immenso mercato africano sia per ricevere e far transitare le merci verso il Centro e il Nord Europa, anziché come avviene oggi riceverle dai porti tedeschi e olandesi ben attrezzati per accogliere le navi in transito nel Mediterraneo.

Ma vi è di più in una prospetto ancora più ampia, guardando a Est con le vie della seta (One belt one road) la Cina approda al Pireo con la prospettiva di raggiungere tramite i Balcani, e nuove infrastrutture ferroviarie ormai in esecuzione, il centro Europa. E, così, l’Italia (non solo il Sud) resterà tagliar fuori. Altro che Marco Polo o Matteo Ricci!

Immaginando anche collegamenti stabili Tunisia-Sicilia (TUNeIT) e Puglia-Albania GRALBeIT) che, da oltre un decennio, vengono proposti da chi scrive senza alcun riscontro in Italia da parte di chi ci governa, (ma molto bene accolta dalle due parti Tunisia a sud e Albania a est), l’ingegneria visionaria (ma non troppo…) che, come detto ha fatto la storia del progresso, il Sud e l’Italia stessa sarebbero la cerniera tra tre continenti: Africa, Europa, Asia. Ovvero una eccezionale piattaforma logistica ben più importante a livello globale, andando oltre il Mediterraneo. Capace di collegare idealmente Città del Capo attraverso i corridoi infrastrutturali pan africani e Pechino tramite le vie della seta.

È chiaro, quindi, che con questi presupposti il Ponte sullo Stretto di Messina e la conseguente Metropoli dello Stretto evocata con grande enfasi dallo stesso Piero Salini, AD di WEBUILD (che io ho battezzato metropoli del Mediterraneo possibilmente estesa a nord fino a Gioia Tauro e a sud fino a Milazzo e le Eolie, e ancora verso Taormina le gole dell’Alcantara e l’Etna, ma inglobando anche i Nebrodi e i Peloritani in un unico grande scenario che affonda le radici nei miti e nella storia ) sarebbe un tassello fondamentale di un disegno più complesso da sviluppare nei prossimi decenni, capace di dare prospettive concrete per i nostri giovani (soprattutto del Sud) perché restino a costruire il proprio futuro a partire dai loro luoghi di origine. Senza contare che il crescente indebitamento che ricadrà sulle generazioni future, potrebbe non essere sufficiente a ridare al Sud e all’intera Italia quella lucentezza che merita. Non limitiamoci al sole, al mare, alla cultura e al turismo. Il Sud È il nostro futuro. Da questo punto di vista (e non solo…) il ponte di Messina va visto come asset strategico per l’Italia che guarda al Mediterraneo. Ormai tutti (o quasi…) si  sono convinti che il futuro dell’Italia passi dal Mediterraneo per proiettarsi verso l’Africa. È del tutto evidente che, in questo quadro geostrategico, il ruolo della Sicilia e dell’intero Meridione è cruciale e con esso il Ponte sullo Stretto di Messina diventa fondamentale e improcrastinabile. Del resto, il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia è da decenni sancito dall’Unione Europea come parte del corridoio Berlino-Palermo, più di recente ridenominato Helsinki La Valletta. Ne consegue che i tentennamenti dell’Italia verso quest’opera, con ricorrenti “stop and go” puramente politici, sono del tutto incomprensibili a livello europeo. Ora finalmente è giunta la conferma della necessità di un collegamento stabile. E le attività connesse al riavvio dei cantieri sono ormai una certezza. Del resto, giusto per tornare su cose note ma su cui i “No Ponte”insistono ricorrentemente senza pudore, il ponte a campata unica ha avuto da tempo il placet tecnico, ma uno stop politico da parte del governo Monti ha generato un pesante contenzioso da parte del contraente generale Eurolink, fortunatamente annullato con la ripresa del contratto iniziale. Ebbene, voglio qui richiamare a futura memoria ciò che scrivevo un paio di anni fa in merito alla discussione allora in atto in Parlamento prima delle elezioni. “Ma ecco spuntare l’ennesimo ostacolo. Archiviata la proposta “assurda” di un tunnel , “non volendo” incomprensibilmente accettare la soluzione più logica di aggiornare il progetto definitivo già approvato (tempo pochi mesi) e spingendo per indire una nuova gara, si da credito ad una soluzione già bocciata da decenni come esito degli studi di fattibilità propedeutici all’indizione della gara internazionale (vinta da  Eurolink ). Ovvero un Ponte con piloni a mare così giustificato “presumibilmente costa meno”. Affermazione priva di riscontro oggettivo. Certamente censurabile in un documento ufficiale. Tanto più che, per valutarne la realizzabilità, sono necessari studi e indagini molto estesi e costosi! Ma tant’è! Se non vi è consenso politico, c’è sempre qualche “tecnico” pronto ad avallare i voleri del ministro di turno! Ma quel che più indigna è il fatto che non viene spiegato in linea tecnica il perché si sarebbe dovuto spendere altri 50 mln per studi di fattibilità già sviluppati nel passato (con non marginali profili di danno erariale), studi che semmai andrebbero aggiornati. E come giustificare gli oltre 350 mln spesi dallo Stato per il progetto definitivo a campata unica? Va ricordato che il progettista è la danese Cowi e la verifica parallela indipendente  sviluppata dalla statunitense Parson, società con decine di migliaia di dipendenti e con acclarata esperienza su ponti di grande luce, a livello mondiale. Ma vi è di più: abbandonando il progetto iniziale, l’ulteriore ritardo nell’inizio dei lavori per la realizzazione dell’opera è valutabile in almeno 5 anni. Orbene procrastinare nel tempo una infrastruttura strategica come questa (del valore di 5 mld per il solo Ponte), significa penalizzare ulteriormente il Mezzogiorno. Mentre il costo dell’insularità è stimato in oltre 6 mld (ovvero un Ponte all’anno). I livelli occupazionali sono valutati in decine di migliaia. E il solo indotto fiscale conseguente agli investimenti sulla “metropoli della Stretto” consentirebbe un rientro in pochi anni dei costi che lo Stato dovrebbe sostenere. Va da se (ma non sembra così chiaro a taluni contrari all’opera) che sarebbe ridotto drasticamente l’inquinamento dello Stretto senza contare gli attuali rischi per la sicurezza conseguenti alle possibili collisioni dei traghetti. L’amara conclusione è che si sarebbero “buttati” centinaia di milioni per ripartire da capo, ignorando le conseguenze di un ulteriore ritardo. Perché queste decisioni “masochistiche”? La quasi totalità dei tecnici “qualificati” e non asserviti alla politica la pensano allo stesso modo. “Ma ora il vento è cambiato! Il Governo in carica ha riavviato l’iter  procedurale e realizzativo. E nonostante qualche ulteriore stop della magistratura contabile (cui si sta dando puntuale risposta), possiamo  concludere con un perentorio finalmente ci siamo! (es)

(Sintesi dell’intervento alla tavola rotonda del 29/11 nell’ambito del convegno CONNESSIONI MEDITERRANEE a Reggio Calabria)