Ripensare la Calabria con la riforma delle province: un’opportunità per creare un nuovo futuro amministrativo

di  DOMENICO CRITELLI  e DOMENICO MAZZA – Il Senato ha approvato, nei giorni scorsi, il ritorno all’elezione diretta del Presidente e del Consiglio Provinciale degli Enti intermedi in Friuli Venezia Giulia. La modifica, rispetto alla legge Delrio, era contenuta nello Statuto regionale e, di fatto, consentirà ai friulani di tornare al suffragio universale. Il Friuli resta una Regione a Statuto Speciale. Il Governo regionale, godendo di autonomie decisionali, ha incanalato la proposta nel giusto binario, accelerando il processo riformatorio. L’auspicato ritorno all’elezione di primo grado, per tutti gli ambiti provinciali del Paese, in verità, è una discussione già in atto nelle Commissioni Parlamentari. Quanto accaduto nel nord-est del Paese potrebbe e dovrebbe favorire un’accelerazione del medesimo processo per tutte le altre Regioni italiane.

Avviare un forum in Calabria sulla revisione dei contesti intermedi 

Chiaramente, c’è da augurarsi, anche in Calabria, l’avvio di una discussione che apra a un rilancio del sistema elettorale provinciale. Senza dimenticare che l’occasione sarebbe propizia per stimolare una revisione più coerente e adeguata degli ormai superati contesti territoriali, al fine di avviare una soluzione sistemica, coerente e funzionale, degli ambiti intermedi. Se non altro, per sfruttare la speciale opportunità che la questione friulana offre alla Calabria affinché si ripensi l’impianto statuario e le sue articolazioni, disegnando una Regione coerentemente europea. Un dibattito scevro da condizionamenti centralisti e che non risenta dei lasciti Borbonici e Sabaudi nella perimetrazione degli ambiti. Vieppiù, che rifugga dalla visione di interessi esclusivamente concentrati nelle solite aree di potere consolidato. Il fine di tale operazione, naturalmente, dovrebbe essere allontanare i processi sperequativi derivati da un regionalismo deviato e confliggente, per aprirsi a una sintesi territoriale da inquadrare nel claim “Calabria Una”. Non una visione legata ai personalismi, ma un sistema oleato per superare feudi di potere e piccole patrie insite nei centralismi burocratici. Un’iniziativa di rottura con i vecchi schemi territoriali per unificare la Calabria attraverso grandi aree omogenee, restituendo dignità e potere di scelta ai cittadini. È da più tempo, d’altronde, che a titolo personale, e come componenti del Comitato Magna Graecia, sollecitiamo le Istituzioni e la Politica più in generale, ad aprire un forum sulla tematica. Una ricognizione sugli squilibri territoriali o lo “sviluppo differenziato” dei sottolivelli territoriali che la Calabria ha del tutto ignorato negli ultimi decenni. Palazzo Madama ha dato un indirizzo che dovrebbe sollecitare i partiti a misurarsi sul terreno della visione generale. Non è più solo il semplice dato elettorale e tecnicistico. Una Classe Dirigente, che forma il proprio consenso sul rapporto diretto con gli Elettori, si riappropria della dignità e di una rinnovata funzione di rappresentanza. Ecco perché ci aspettiamo che nella terra che diede il nome all’Italia si intraprenda un nuovo cammino riformista partendo dall’esistente, ma per disegnare un nuovo futuro amministrativo. L’obiettivo non dovrà essere quello del passo del gambero, ma lo slancio della gazzella che inquadri la nostra Regione come avamposto dei nuovi equilibri Euro-Mediterranei.

La legge Delrio: base normativa da cui ripartire

Il DL76/14 (legge Delrio) aveva l’intento di avviare una funzione di gradualità verso un modello esaltante le autonomie locali, i Comuni e le Aree Vaste. I parametri demografici e territoriali che la norma definiva (350mila abitanti e 2500km² di superficie) puntavano a razionalizzare e rimodulare territorialmente gli Enti intermedi. Il territorio italiano, purtroppo, si presenta agli occhi dell’analista geopolitico come un mosaico di Province estremamente disomogenee. A fronte di contesti elefantiaci e ingestibili esistono casi di ambiti aggreganti un esiguo numero di Comunità. Si pensi alle Province di Prato e Trieste che contano, semplicemente, sei Comuni sotto di esse. Piuttosto che, per analizzare realtà a noi vicine, ai casi di Province come Vibo e Crotone. Enti, quest’ultimi, sottodimensionati e impalpabili rispetto alle tre Province storiche della Regione. Chissà quante altre realtà, in lungo e in largo per il Paese, contraddicono la funzione stessa dell’ente Provincia. Istituto, il richiamato, che resta comunque Ente intermedio che non deve sovrapporsi, ma integrare le realtà che lo compongono. Va da sé, quindi, che la Calabria potrà ripensare la sua articolazione istituzionale, rendendola funzionale a interessi diffusi e non elettoralistici. Affermare un principio di bilanciamento demografico oltre che di estensione territoriale, dovrebbe essere l’imperativo categorico di un Governo regionale che si è posto l’obiettivo di riscrivere la narrazione di questa terra. Garantire uniformità e omogeneità dei collegi elettorali rispetto agli ambiti vasti, sarebbe il minimo comune denominatore per costruire una rinnovata forma di consenso. Premessa necessaria, quest’ultima, per rispondere alle esigenze di un Popolo che richiede ai propri Rappresentanti una reale e comprovata conoscenza dei territori. Ripartire, quindi, da una perimetrazione e equa suddivisione in quattro aree: nord-ovest, nord-est, centro e sud, dovrebbe essere il focus del libro mastro che il Consiglio Regionale dovrebbe adottare per rinnovare la declinazione regionale. Non già e non più “la Calabria e l’Altra Calabria”, epiteti che marchiano una terra pervasa da profonde sperequazioni nei suoi contesti intermedi, ma “Un’altra Calabria”. Quella dei due mari: Jonio e Tirreno.

L’asse jonico-silano: il nuovo motore della “Calabria Una”

​Il rilancio della Calabria passa, inevitabilmente, dalla ricomposizione dell’Arco Jonico. L’unione tra la Sibaritide e il Crotonese in un’unica grande Provincia è l’atto di rottura necessario contro il centralismo atavico che connota la Regione. Integrare Corigliano-Rossano e Crotone significa superare la frammentazione per dare vita a un Ente intermedio di oltre 400mila abitanti. Un nuovo ambito capace di unificare il nodo di Sibari, i porti di Corigliano e Crotone, l’aeroporto Pitagora, le eccellenze agroalimentari e il patrimonio archeologico e culturale dell’intero territorio. L’area vasta dell’Arco Jonico non sarebbe una nuova casella burocratica, ma il baricentro strategico per ottimizzare l’intero sistema regionale. Solo creando un polo jonico compatto e autorevole, legittimato dal suffragio universale, la Calabria potrà smettere di viaggiare a due velocità e trasformarsi in un Hub moderno e centrale nel bacino del Mediterraneo. (dc / dm)

(Comitato Magna Grecia)

Giustizia: le intercettazioni costano quasi 20 milioni di euro l’anno solo in Calabria

di PINO NANO – Emblematica la fotografia che fa l’Eurispes del sistema delle intercettazioni in Italia, un dossier esplosivo coordinato dai prof. Mario Caligiuri (Presidente della Società dell’Intelligence) e Luciano Romito, entrambi Università della Calabria.

I dati sono per certi versi inediti e anche indicativi. L’Eurispes presenta oggi i risultati della ricerca “Intercettazioni–Conoscere per migliorare”, coordinata dai Professori Mario Caligiuri e Luciano Romito, che analizza l’utilizzo degli strumenti di intercettazione da parte dell’Autorità Giudiziaria italiana nel periodo 2022-2024 utilizzando i dati messi a disposizione dalle fonti ufficiali.

La ricerca Eurispes parte da una premessa di base che fanno i due ricercatori: «L’ampio utilizzo delle intercettazioni nelle attività investigative è un incontestabile dato di fatto, ma il loro numero e la loro tipologia mutano inevitabilmente con la contestuale evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione».

I dati sono a tratti anche esplosivi

In Italia ogni anno ci sono milioni di intercettazioni, che incidono sulla vita e la libertà delle persone, sul funzionamento delle Istituzioni, sull’organizzazione della società, ma «vi sono, poi – sottolineano i due analisti – ampie differenze in base alle caratteristiche del territorio in cui l’Autorità Giudiziaria è chiamata ad operare, al dispiegamento di forze attuato dallo Stato, nonché a peculiarità dettate da singoli eventi storici o fatti legati alla sicurezza nazionale».

È stata condotta un’analisi sull’intero periodo 2013-2023, focalizzandosi sull’andamento storico dei bersagli suddivisi per tipologia di intercettazione.

«Particolare attenzione – spiegano i due studiosi – è stata riservata al biennio 2022-2023, durante il quale sono stati identificati i bersagli per categoria di intercettazione (intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, trojan, altre tipologie), per tipologia di ufficio (Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario, con distinzione tra DDA, ordinaria e terrorismo; Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni; Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello), nonché i costi e le spese di giustizia connesse alle attività di intercettazione».

È abbastanza, insomma, per comprendere la vastità del fenomeno.

La ricerca evidenzia in particolare una grossa lacuna: in Italia non esiste un sistema uniforme di rilevazione delle spese specifiche per periti trascrittori e fonici.

Su 26 Corti d’Appello interpellate nel corso della ricerca condotta dall’Eurispes, solo 13 hanno risposto, con dati parziali e non confrontabili. Le spese sono registrate in forma aggregata sotto la voce “ausiliari del magistrato”, impedendo – sottolineano i due analisti – una valutazione puntuale di questa voce di costo.

Il dato più emblematico è quello delle spese: pensate, oltre 193 milioni di euro annui.

Nel 2022 lo Stato ha sostenuto spese per intercettazioni pari a 192,6 milioni di euro, salite a 193,5 milioni nel 2023. Palermo guida la classifica con oltre 44-48 milioni annui, seguita da Napoli (17-20 milioni), Milano e Roma (12-14 milioni ciascuna). Il divario con Campobasso, ultimo in classifica con meno di 500mila euro, è di circa 100 volte.

Le intercettazioni telefoniche dominano

Le intercettazioni telefoniche rappresentano circa il 71-74% del totale, confermandosi lo strumento investigativo principale. Seguono le intercettazioni ambientali (16-17%), informatiche (5-7%) e tramite trojan (5%). La categoria “altro tipo” risulta marginale (meno dell’1%).

Al Sud la massima concentrazione investigativa

Le regioni del Sud (Sicilia, Campania, Calabria, Puglia) mostrano una maggiore intensità investigativa, con oltre la metà delle intercettazioni complessive. Dato atipico rispetto al resto del Paese, per la Toscana che presenta una quota elevata di intercettazioni di Altro tipo (62), seconda solo alla Sicilia. Le regioni con meno di 1.000 bersagli per tipologia di intercettazione (Molise, Trentino-Alto Adige, Abruzzo, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Basilicata, Umbria) mostrano una bassa intensità investigativa.

Secondo l’Eurispes, Calabria, Puglia e Lombardia registrano un numero simile di bersagli intercettati, con valori compresi tra 7.207 e 7.573. Significa che quasi 8 mila calabresi sono intercettati. Ciascuna di queste regioni rappresenta circa il 9% del totale nazionale. Ma la Calabria da sola conta un numero totale di bersagli pari a 7.573, di cui 5.203 telefoniche, 1.067 ambientali, 827 informatiche, 476 tramite trojan e nessuno altro tipo.

A questo proposito gli studiosi sottolineano che la Calabria si distingue per l’elevato numero di intercettazioni informatiche, 827 in tutto, con l’11% superiore sia alla Puglia con il 5 % sia alla Lombardia con il 6%, «segnalando un ricorso più marcato a tecnologie digitali». Le intercettazioni tramite trojan sono invece presenti in tutte e tre le regioni, con valori più alti in Calabria, il 6 % rispetto al 4% della Puglia e al 5% della Lombardia, suggerendo un uso più intensivo di strumenti invasivi.

La regione con minore numero di “bersagli” in assoluto è il Molise.

Si tratta della regione d’Italia più piccola tra quelle a statuto ordinario e la seconda più piccola per numero minore di popolazione dopo la Valle d’Aosta, considerando che i dati relativi al Circondario del Tribunale di Aosta sono però compresi all’interno del distretto della Corte d’Appello di Torino. Il numero totale di intercettazioni in Molise è di 93, di cui 45 telefoniche. Seguono Trentino Alto-Adige con 683 (1%) intercettazioni di cui 504 telefoniche e l’Abruzzo con 831 (1%) di cui 650 telefoniche.

«È chiaro – sottolinea il prof. Mario Caligiuri – che la forte incidenza nel Sud e nelle Isole riflette una maggiore presenza di fenomeni criminali storicamente strutturati o una conseguente più intensa attività di contrasto». Ma qui parliamo di fenomeni strutturali come Cosa Nostra, la Ndrangheta, la Camorra e la Sacra Corona Unita.

DDA e criminalità organizzata

Le Direzioni Distrettuali Antimafia dispongono il 41-42% delle intercettazioni totali, confermando il ruolo strategico nella lotta alla criminalità organizzata. Napoli, Palermo e Reggio Calabria sono i distretti più attivi. La Sezione Ordinaria rappresenta il 57-58% del totale, mentre i procedimenti per terrorismo si attestano sotto l’1%, concentrati principalmente a Milano, Roma, Genova e Firenze.

I dettagli sono molto interessanti.

Nel 2022 le DDA italiane – ripetono Mario Caligiuri e Luciano Romito – hanno fatto ampio ricorso agli strumenti di intercettazione, con una distribuzione significativa tra i vari distretti di Corte d’Appello. Le tipologie considerate includono intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, tramite trojan e di altro tipo. La distribuzione dei bersagli sottoposti ad intercettazione evidenzia una forte concentrazione nei distretti del Sud Italia. «Napoli si conferma il distretto con il volume più alto di bersagli intercettati di cui 5.250 telefoniche e 1.062 ambientali; Palermo segue con 2.086 telefoniche e ben 963 ambientali; i distretti di Reggio Calabria, Catania e Roma mostrano anch’essi numeri elevati, con oltre 1.800 intercettazioni telefoniche ciascuno».

La ricerca Eurispes ci dice che le intercettazioni telefoniche rappresentano la forma più utilizzata in tutti i distretti, con punte massime a Napoli, Catania, Palermo e Catanzaro. Le ambientali sono particolarmente rilevanti a Palermo (963), Catanzaro (333), e Brescia (328), indicando l’importanza delle captazioni in luoghi chiusi per indagini complesse.

Le intercettazioni informatiche invece, e tramite trojan, sono in crescita, con numeri significativi a Catanzaro (427 informatiche, 170 trojan), Palermo (354 e 347), e Brescia (162 e 155), segno dell’evoluzione tecnologica delle tecniche investigative.

Le intercettazioni di Altro tipo sono marginali, con solo Firenze (36) e Potenza (2) che ne registrano un utilizzo. Campobasso, L’Aquila, Trieste e Trento mostrano volumi molto bassi, con meno di 100 intercettazioni telefoniche e quasi assenza di tecniche avanzate.

Il trend: da 141.774 a 83.883 bersagli in dieci anni

L’indagine -aggiunge Mario Caligiuri- evidenzia una significativa riduzione del numero di bersagli sottoposti ad intercettazione: dai 141.774 del 2013 agli 83.883 del 2023, con un calo del 40,8% in dieci anni. Il punto di minimo è stato raggiunto nel 2022 con 82.494 bersagli. Il primo semestre 2024, tuttavia, registra 48.166 bersagli, suggerendo una possibile inversione di tendenza.

La ricerca Eurispes sottolinea in particolare la necessità di: implementare i software ministeriali per distinguere le spese per trascrizioni e perizie foniche; Definire con precisione i requisiti professionali per periti trascrittori e fonici; Garantire maggiore trasparenza nella gestione degli incarichi e delle spese; Uniformare la rilevazione dei dati a livello nazionale.

L’assenza di una figura formalmente riconosciuta

Nonostante l’inserimento della categoria “trascrizione” nell’albo dei periti – sottolineano i due autori della ricerca –, non esiste infatti ancora una definizione normativa chiara dei requisiti professionali. “L’elenco nazionale conta solo 76 iscritti, di cui 39 senza indicazione dell’ordine professionale di appartenenza.

Il decreto ministeriale attuativo è ancora in attesa di emanazione». Il che vuol dire che rispetto a questa montagna enorme di denaro pubblico che viene ogni anno utilizzato per le intercettazioni, ci sono ancora dei “buchi neri” che sarebbe utile affrontare e soprattutto risolvere. (pn)

Il centro storico di Crotone come motore di sviluppo urbano sostenibile

di ROMANO PESAVENTO –Il centro storico di Crotone può oggi essere reinterpretato secondo i paradigmi più avanzati della rigenerazione urbana contemporanea, superando definitivamente l’approccio che lo considera un ambito statico, da preservare esclusivamente nella sua dimensione materiale e memoriale. Le più recenti esperienze europee e mediterranee dimostrano come i centri storici capaci di affrontare le sfide della contemporaneità siano quelli che riescono a funzionare come sistemi urbani complessi, adattivi e produttivi, nei quali la tutela del patrimonio si integra con processi di innovazione economica, sociale e culturale.

In questo quadro, il centro storico non è più soltanto un oggetto di conservazione, ma diventa un dispositivo attivo di sviluppo urbano. Il patrimonio storico-architettonico, se inserito all’interno di strategie integrate e multilivello, può operare come infrastruttura culturale capace di generare economie della conoscenza, della  creatività e dell’esperienza. La rigenerazione non si configura quindi come un intervento puntuale o episodico, ma come un processo continuo, fondato sulla capacità di attivare relazioni tra spazi, funzioni, comunità e territori.

La stratificazione storica di Crotone, dalle origini magnogreche fino alla città fortificata dell’età moderna e alle successive trasformazioni ottocentesche e novecentesche, costituisce un capitale culturale latente di straordinario valore. Questo patrimonio non deve essere interpretato come una sequenza di testimonianze isolate, ma come un sistema complesso di segni, strutture e relazioni che può essere riattivato attraverso modelli di heritage-led regeneration. Le fonti documentarie conservate presso l’Archivio Storico cittadino restituiscono l’immagine di una città dinamica, segnata nei secoli da cantieri, innovazioni tecniche, ridefinizioni funzionali e intensi scambi commerciali e culturali con il Mediterraneo. Tale dimensione evolutiva non appartiene soltanto al passato, ma rappresenta una chiave interpretativa fondamentale per il presente e per la costruzione di scenari futuri.

In questa prospettiva, il Castello di Carlo V assume un ruolo strategico. Da struttura militare e difensiva, esso può essere reinterpretato come infrastruttura culturale contemporanea, secondo i modelli dei cultural hub e dei poli di innovazione culturale diffusi in numerose città europee. Il Castello può ospitare funzioni legate alla ricerca, alla produzione culturale, alla formazione avanzata, alle residenze artistiche e alla sperimentazione sociale, configurandosi come luogo di connessione tra patrimonio storico e pratiche contemporanee. Il riuso adattivo di grandi complessi monumentali, se correttamente progettato, è in grado di generare effetti moltiplicatori sull’economia urbana, attivando filiere creative e rafforzando l’attrattività territoriale.

Parallelamente, il patrimonio diffuso del centro storico, composto da edifici religiosi, palazzi civili, spazi pubblici, tracciati viari storici e ambiti residuali, può essere attivato secondo il paradigma della città a rete. In questo modello, ogni elemento del tessuto urbano diventa nodo di un sistema policentrico, capace di ospitare funzioni differenziate e complementari. Chiese, piazze e palazzi non sono soltanto beni da tutelare, ma risorse urbane da interpretare e riattivare attraverso usi compatibili, temporanei o permanenti, in grado di rispondere alle esigenze contemporanee senza comprometterne il valore storico.

In tale contesto, la conoscenza aggiornata del patrimonio assume un ruolo centrale. Le attività di studio, classificazione e catalogazione non rappresentano un mero adempimento tecnico, ma costituiscono la base operativa per una pianificazione consapevole. La catalogazione rende il patrimonio leggibile, programmabile e comunicabile, consentendo di individuare potenzialità, criticità e priorità di intervento. Essa diventa quindi uno strumento strategico per orientare politiche di valorizzazione che sappiano coniugare tutela, innovazione e sostenibilità economica.

I modelli di sviluppo più efficaci mostrano come i centri storici economicamente resilienti siano quelli capaci di generare ecosistemi ibridi, nei quali attività tradizionali, artigianato evoluto, professioni culturali e tecnologie digitali convivono e si rafforzano reciprocamente. In questo scenario, Crotone può promuovere l’integrazione tra memoria storica e innovazione digitale, trasformando archivi, mappe storiche, narrazioni urbane e ricerche scientifiche in contenuti multimediali, applicazioni culturali, percorsi interattivi e prodotti editoriali e audiovisivi. Tali strumenti ampliano la fruizione del patrimonio e aprono nuove opportunità occupazionali, in particolare per le giovani generazioni, favorendo la nascita di nuove professionalità legate alla cultura, al turismo e alla comunicazione.

La dimensione dinamica del centro storico si rafforza ulteriormente nel rapporto sistemico con il territorio, in particolare con il sito di Capo Colonna. È possibile configurare un modello territoriale integrato in cui il centro storico svolge il ruolo di hub interpretativo, creativo e organizzativo, mentre il sito archeologico e il paesaggio costiero rappresentano l’esperienza simbolica, ambientale e identitaria. In questo assetto, la città diventa il luogo della narrazione, della produzione culturale e dell’innovazione, capace di generare servizi, contenuti e prodotti che alimentano l’intera filiera culturale e turistica del territorio.

Un ulteriore elemento strategico riguarda la capacità del centro storico di attrarre comunità temporanee, quali studenti, ricercatori, artisti e professionisti della cultura. Queste presenze contribuiscono a rinnovare il tessuto sociale ed economico, stimolando la nascita di micro-imprese, iniziative culturali, eventi e reti collaborative. Il centro storico può così configurarsi come laboratorio urbano permanente, in cui la sperimentazione non sostituisce la tradizione, ma la rinnova e la rende funzionale alle esigenze del presente.

In questo quadro, assume un ruolo centrale una strategia di comunicazione culturale strutturata e coerente, fondata su contenuti scientificamente solidi e su linguaggi contemporanei. Rendere visibile e comprensibile il processo di trasformazione del centro storico significa rafforzare il posizionamento di Crotone come città della cultura e dell’innovazione mediterranea, capace di attrarre interesse, competenze e investimenti. La comunicazione diventa così parte integrante del progetto di sviluppo urbano, contribuendo alla costruzione di un’immagine condivisa e riconoscibile.

In conclusione, il centro storico di Crotone può configurarsi come motore dinamico di sviluppo urbano sostenibile proprio perché luogo di sintesi tra memoria e innovazione. La sua storia, lungi dall’essere un limite, rappresenta una risorsa attiva che, se interpretata con strumenti contemporanei e tradotta in progettualità coerenti e di lungo periodo, può generare crescita economica, coesione sociale e una rinnovata centralità della città nel contesto mediterraneo.  (rpe)

Zes unica e infrastrutture elettriche per la transizione energetica in Calabria

di PETRO PAOLO VERSACENegli ultimi anni, l’Italia ha conosciuto una crescita significativa nella produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare fotovoltaico ed eolico.

Gli aumenti di capacità sono stati, approssimativamente, 1 GW nel 2021, 3 GW nel 2022, 5.8 GW del 2023, 7.5 GW nel 2024, e 7 GW nel 2025, per un totale installato di circa 83 GW sul territorio nazionale.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) prevede, per il 2030, obiettivi ambiziosi di incremento della capacità rinnovabile nazionale, stimati in ulteriori 50 GW rispetto al 2025. Di questi, una quota significativa di nuovi impianti è destinata al Sud Italia, dove maggiore è la producibilità da fonte solare, e più numerose le richieste di connessione alla rete pervenute. Tali richieste, nel complesso, superano esponenzialmente i target per il 2030, arrivando a oltre 348 GW.

Il raggiungimento dei traguardi del PNIEC è legato, in misura notevole, alla rimozione dei vincoli infrastrutturali e burocratici ancora esistenti sul sistema elettrico, dove le criticità maggiori appaiono legate alla saturazione della capacità di trasporto, e ad una flessibilità insufficiente per gestire con efficacia l’aumento della generazione variabile delle energie verdi.

In questo contesto, l’istituzione della Zona Economica Speciale (ZES) Unica per il Mezzogiorno, emerge non solo come strumento di semplificazione e agevolazione fiscale per la manifattura dell’industria delle rinnovabili, ma si configura al contempo come potenziale volano della transizione energetica. L’incremento dell’autoconsumo da fonte rinnovabile nelle filiere produttive del Mezzogiorno consentirebbe, da un lato, un miglioramento della produttività attraverso la riduzione dei costi energetici e, dall’altro, un contributo significativo agli obiettivi di capacità rinnovabile al 2030, anche grazie alla riduzione della pressione sulla rete elettrica.

Criticità del sistema elettrico ed interventi pubblici a sostegno

L’integrazione delle rinnovabili nella rete elettrica nazionale è ostacolata da tre criticità principali:

· Saturazione reale: principalmente nelle aree con alta concentrazione di impianti, dove la capacità di trasporto locale non riesce a sostenere ulteriori immissioni di energia.

· Saturazione virtuale: causata dell’eccessivo numero di richieste di allacciamento concentrate in poche aree, per progetti che spesso mancano dei requisiti essenziali per essere autorizzati.

· Carenza di flessibilità: dovuta all’insufficiente diffusione di strumenti di bilanciamento come accumuli, smart grid e sistemi di gestione dinamica della domanda, senza i quali la crescita della produzione elettrica non programmabile rimane difficoltosa.

Il PNRR e i Fondi di Coesione rappresentano, ad oggi, i principali strumenti pubblici volti rafforzare la rete elettrica e facilitare l’integrazione delle rinnovabili nel Sud Italia.

· PNRR: potenziamento infrastrutturale e autoproduzione

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede ingenti investimenti per la modernizzazione della rete di trasmissione e l’incentivazione dell’efficientamento energetico delle strutture produttive. Progetti chiave comprendono il Tyrrhenian Link e il potenziamento della linea SA.CO.I 3, elettrodotti marini destinati ad aumentare capacità e affidabilità delle connessioni al Sud e con le isole. Il programma ‘Transizione 5.0’ per le imprese, esteso al 2028 dall’ultima Legge di Bilancio, incentiva, fra l’altro, gli acquisti finalizzati all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili destinata all’autoconsumo, mediante credito d’imposta.

· Fondi di Coesione: smart grid e progetti regionali

Il Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività per la transizione verde e digitale (PN RIC) 2021- 2027, finanziato mediante fondi coesione UE e nazionali, sovvenziona la modernizzazione e digitalizzazione

delle reti nelle regioni meno sviluppate. Il programma integra il PNRR, intervenendo sulle reti di media e bassa tensione, fondamentali per il collegamento di impianti distribuiti in aree industriali e rurali. Si segnalano inoltre interventi per lo sviluppo del fotovoltaico distribuito e l’autoconsumo industriale, con relativi sistemi di accumulo, destinati a terminare nel marzo 2026.

La ZES come leva per la transizione energetica

Il Piano Strategico della ZES Unica individua, tra le tecnologie trasversali da promuovere, quelle pulite ed efficienti (Cleantech), con l’obiettivo non solo di rafforzarne la manifattura locale, ma anche di favorirne l’integrazione strutturale all’interno delle filiere produttive da sviluppare.

La ZES Unica diviene quindi una risorsa determinante per riallineare la crescita industriale del Mezzogiorno con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e sicurezza energetica nazionale.

Gli incentivi ZES comprendono:

· Crediti d’imposta per investimenti;

· Possibilità di cumulo con altri strumenti nazionali ed europei;

· Procedura unica semplificata per la riduzione dei tempi autorizzativi.

La Legge di Bilancio 2026 estende il credito d’imposta fino al 2028, prevedendo stanziamenti per 2,3 miliardi di euro nel 2026, 1 miliardo nel 2027 e 750 milioni nel 2028.

Pur precisando che lo sviluppo diretto delle infrastrutture energetiche di produzione, trasporto e distribuzione è escluso dall’ambito di applicazione degli incentivi ZES, questi ultimi possono svolgere un ruolo fondamentale nel favorire investimenti privati in impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo e soluzioni di autoconsumo energetico da parte delle imprese, in particolare quelle energivore.

Investimenti locali in rinnovabili ed efficienza energetica, abbinati a procedure semplificate e incentivi fiscali, consentirebbero di alleggerire la bolletta energetica delle imprese, aumentandone la competitività; migliorare la resilienza energetica delle aree industriali; ridurre la congestione della rete in loco, e la dipendenza dagli interventi di espansione infrastrutturale.

La ZES potrebbe inoltre diventare uno strumento di governance della transizione energetica, favorendo il coordinamento tra livelli istituzionali, accelerando i processi autorizzativi e riducendo l’incertezza regolatoria che oggi frena molti investimenti. Un utilizzo mirato e selettivo degli incentivi, integrato con la pianificazione dello sviluppo della rete e con i fondi europei, consentirebbe di massimizzare l’impatto delle risorse pubbliche, evitando sovrapposizioni e dispersioni.

In prospettiva, il successo della ZES Unica dipenderà dalla capacità della politica di riconoscerne il ruolo non come semplice strumento agevolativo, ma come pilastro di una strategia nazionale capace di coniugare sviluppo infrastrutturale, autonomia energetica dei territori e crescita industriale, trasformando la transizione energetica in una leva di sviluppo duraturo e inclusivo. (ppv)

(Esperto energia e concorrenza)

Le aree interne della Calabria come laboratorio del futuro
La Calabria può generare sviluppi dai territori

di  FRANCESCO RAO Le aree interne della Calabria costituiscono, oggi più che mai, uno snodo cruciale per comprendere le trasformazioni in atto nella società contemporanea e per ripensare, in chiave innovativa, le politiche di sviluppo territoriale. Esse non rappresentano semplicemente porzioni marginali dello spazio geografico, ma veri e propri dispositivi sociali nei quali si intrecciano fragilità strutturali, eredità storiche e potenzialità inespresse. In tale orizzonte, l’analisi dei bisogni sociali non può essere ridotta a un adempimento formale o a una fotografia statica delle carenze, bensì deve assurgere a strumento ermeneutico e operativo, capace di orientare risposte pubbliche tempestive, mirate e autenticamente sartoriali, costruite cioè sulla trama concreta delle comunità e delle loro aspirazioni. Il paradigma dell’intervento uniforme, fondato su modelli standardizzati e replicabili indistintamente, ha progressivamente mostrato la propria inadeguatezza di fronte alla complessità dei contesti locali. Le aree interne non domandano politiche calate dall’alto, bensì processi di accompagnamento fondati sulla conoscenza profonda dei territori, delle loro dinamiche relazionali, delle vocazioni produttive e delle fragilità sociali. Solo una lettura integrata dei bisogni – sociali, educativi, ambientali, economici e culturali – consente di immaginare strategie di sviluppo capaci non soltanto di contrastare lo spopolamento, ma di generare nuovi insediamenti di senso, lavoro e cittadinanza. In tale prospettiva, le tipicità territoriali non possono essere confinate nel recinto folklorico né esibite come residuale testimonianza di un passato immobile. Al contrario, esse vanno riconosciute come espressione viva di una sapienza collettiva che intreccia metodo, passione e responsabilità verso la custodia della tradizione. La tradizione, infatti, non è mai mera ripetizione, ma continua rielaborazione creativa di pratiche e valori, capace di rendere il passato funzionale al futuro. La dieta mediterranea, in questo senso, assurge a paradigma emblematico: non solo modello nutrizionale, ma sintesi virtuosa di equilibrio tra uomo, ambiente, cultura e produzione, riconosciuta a livello internazionale come patrimonio immateriale dell’umanità. Le filiere agroalimentari, artigianali e turistiche, se adeguatamente strutturate e sostenute, restituiscono un rapporto organico tra procedure lavorative, territorio ed ecosistema, nel quale l’attività produttiva non si configura come atto predatorio, bensì come gesto responsabile e rigenerativo. In tale relazione si fonda una concezione avanzata di stabilità economica, non legata esclusivamente alla massimizzazione del profitto, ma alla capacità di produrre valore durevole, equamente distribuito e ambientalmente sostenibile. Accanto a tali indicatori materiali, emerge con forza il ruolo delle istituzioni formative e amministrative. La scuola, in particolare, è chiamata a superare una visione autoreferenziale del sapere per configurarsi come autentico presidio di cittadinanza attiva e laboratorio di futuro. Essa deve educare non solo alla conoscenza, ma alla responsabilità verso il territorio, al riconoscimento delle risorse locali, alla progettualità come competenza civile prima ancora che tecnica. Gli Enti locali, dal canto loro, non possono limitarsi a una funzione regolativa o distributiva, ma devono farsi promotori di visione, facilitatori di reti e catalizzatori di processi di sviluppo integrato. In tale cornice si inserisce il tema, ormai ineludibile, della visibilità territoriale. La costruzione di una narrazione positiva, credibile e strutturata delle aree interne passa attraverso l’utilizzo consapevole delle reti digitali, dei media tradizionali e, soprattutto, attraverso la promozione di eventi capaci di restituire centralità culturale e simbolica a luoghi troppo spesso relegati ai margini del discorso pubblico. Non si tratta di comunicare per attrarre, ma di raccontare per riconoscere, rendendo visibile ciò che per troppo tempo è rimasto invisibile o sottovalutato. In questa direzione, la destagionalizzazione del turismo rappresenta una leva strategica di primaria importanza. Superare la logica dell’evento episodico per costruire una programmazione culturale, enogastronomica e formativa distribuita lungo l’intero arco dell’anno consente non solo di stabilizzare i flussi, ma di radicare economie locali resilienti, capaci di generare occupazione qualificata e continuità reddituale. L’immissione di risorse economiche nei circuiti locali, così intesa, non è fine a sé stessa, ma strumento per alimentare processi virtuosi di crescita sociale e coesione comunitaria. È in tale orizzonte che si colloca, in modo strutturale, la prospettiva del welfare generativo. Un welfare che non si limita a riparare le fratture sociali, ma che investe sulla capacità delle persone e delle comunità di produrre valore, relazioni, autonomia. La valorizzazione lavorativa di soggetti spesso considerati marginali – giovani, donne, persone in condizioni di fragilità – si configura così non come gesto assistenziale, ma come scelta strategica di sviluppo umano e territoriale. La co-progettazione tra Enti locali e Terzo Settore, in questo quadro, assume una valenza che travalica il piano tecnico-amministrativo per divenire opzione culturale e politica. Essa rappresenta una modalità avanzata di governo dei processi sociali, fondata sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sulla fiducia reciproca tra istituzioni e società civile. Attraverso la co-progettazione si afferma una concezione della cosa pubblica come bene comune dinamico, costruito quotidianamente dall’interazione tra soggetti diversi ma convergenti in una visione condivisa di futuro. Le aree interne della Calabria non chiedono visibilità effimera né interventi emergenziali. Esse reclamano progettualità lungimirante, capace di coniugare rigore analitico, radicamento territoriale e visione strategica. È a partire dall’analisi profonda dei bisogni sociali, dalla valorizzazione delle tipicità come risorsa e dalla costruzione di reti generative che può prendere forma una Calabria capace non soltanto di resistere ai processi di marginalizzazione, ma di rigenerarsi come spazio di innovazione sociale, economica e culturale. In questa prospettiva, lo sviluppo non è mera crescita quantitativa, ma processo qualitativo di espansione delle libertà, delle opportunità e della dignità delle persone. Ed è proprio in tale concezione alta e complessa dello sviluppo che le aree interne possono divenire non periferie da salvare, ma centri propulsivi di una nuova idea di Mezzogiorno: non subalterno, ma generativo; non assistito, ma protagonista. (fr)

«Fottersene del Sud»: classico sport nazionale che piace a tutti i governi

di MIMMO NUNNARI – “Fottersene del Sud” [la frase non è elegante ma rende l’idea] è uno sport nazionale da sempre praticato volentieri da Governi di ogni colore, politici di tutti i partiti, burocrati famelici, giornalisti improbabili, intellettuali della domenica e opinionisti salottieri che considerano il Meridione un “fastidio”; sostenuti nel loro insolente e mal celato menefreghismo, da un’opinione pubblica indifferente, seduta sugli spalti, come una qualunque bifolca tifoseria. Ancora oggi è così. Lo abbiamo visto di recente col ciclone “Harry” e in questi giorni con la frana di Niscemi. Ci sono stati, con i primi stentati interventi governativi, solidarietà nazionali somiglianti alle lacrime artificiali dei film, che Anna Magnani chiamava “lacrime di mezza lira”.

Questa partecipazione incerta e miseria, non spontanea, verso la sofferenza delle persone colpite dalla furia di “Harry” l’ha spiegata bene con una lettera a Francesco Merlo, titolare della rubrica “Posta e risposta”su la Repubblica, un lettore di Bolzano (sic): «Caro Merlo, ho (ri)scoperto che esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica del Sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle associazioni nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica, il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine interne e nelle tv solo spazio marginale. E già tutto dimenticato. Quale amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta del Sud?». [Firmato Antonio Testini – Bolzano]. Merlo, firma di prima grandezza del giornalismo italiano, catanese d’origine, uno che non le manda mai a dire, ha risposto: «Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia.

Buon giornalismo sarebbe chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena». Bene Merlo, giornalista raro è straordinario, e bene il lettore di Bolzano. Ma una cosa possiamo fare se un pezzo grande di Paese pensa (sbagliando) che è meglio «evitare – come scrive Merlo – di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile, sprecone, confusionario, corrotto, mafioso». Possiamo smetterla di restare in silenzio e di usare, per denunciare l’insolenza storica, le discriminazioni, i pregiudizi nei confronti del Meridione, un linguaggio corretto, civile. Abbiamo sempre parlato con educazione, cedendo anche alla rassegnazione, al fatalismo. Ma basta. La nuova narrazione sul Sud non aspettiamola da fuori. Cambiamola, cominciando ad alzare la voce, usando un linguaggio “robusto”, aspro e legittimo quando occorre, senza atteggiamenti di riverenza, prudenza, o complessi di inferiorità. Serve solo controllo, per non uscire fuori dalle righe. Aristotele diceva che le parole sono dei suoni che diventano linguaggio quando attribuiamo loro un significato: quale miglior suono nel dire che c’è una parte d’Italia [Governi, politica, opinione pubblica] che del Sud “se ne fotte”? Per trovare una qualche verità sulla questione “differente” del Sud – la vera anomalia italiana – abbiamo dovuto aspettare non un meridionalista, un antropologo, uno storico ma un lettore (di Bolzano) che scrive al suo giornale e un signor giornalista che gli risponde, ricavando in sintesi la conclusione che “fottersene del Sud” è uno sport nazionale. Praticato da sempre.

Un esempio illuminante, per capire quando l’Italia cominciò a “fottersene del Sud”, lo troviamo negli atti parlamentari del primo anno di vita (1861) dell’Italia appena diventata nazione. Allora, con un voto vergognoso, si capì che direzione prendevano i programmi di sviluppo del nuovo Regno d’Italia. Successe che in una delle prime sedute del Parlamento fu approvato un progetto di legge per rilanciare i porti di Livorno, Genova e Venezia; e contestualmente si respinse analoga misura in favore dei porti di Napoli, Salerno e Palermo. Nessuno diede spiegazione per i due pesi e due misure. Era questo, all’inizio del cammino della nuova Nazione, l’andamento. E niente è cambiato nel modo di procedere. Tutte le promesse di fare dell’Italia un Paese veramente unito caddero nel dimenticatoio già all’inizio e seguitarono con tutti i Governi, alimentando fratture rancori e disuguaglianze. Quello dello sguardo indifferente e/o di disprezzo, che umilia terribilmente i meridionali, è quel primo tradimento compiuto dall’Italia verso il suo Sud e quel che ne venne dopo, diventando un modello. Negli anni di fuoco, a ridosso dell’Unità, l’antimeridionalismo (il “fottersene”) ha svolto un preciso ruolo nell’immaginario sociale italiano: ha creato categorie mentali e schemi interpretativi che hanno via via condizionato politiche, strategie, alleanze e scelte di campo, fino a “istituzionalizzare” l’esistenza delle due Italie, fenomeno unico nell’Europa democratica. L’esodo per fame, di dimensioni bibliche, con la prima e la seconda ondata migratoria, ha fatto il resto. Negli anni cruciali per la riedificazione della Nazione italiana gli emigrati del Sud hanno consentito al sistema del Nord Italia di funzionare ai massimi regimi e di agganciarsi alla locomotiva dell›economia europea.

Al contrario, al Sud l’esodo massiccio ha provocato, con l’impoverimento progressivo [e lo svuotamento dell’anima del Sud], una forte incrinatura nell’identità dei territori, favorendo lo stabilizzarsi di quella forma estrema di marginalità sociale che ha provocato tanti guai e continua a produrli . Alle regioni meridionali è stato poi cucito addosso il vestito di periferie assistite, precludendo loro tutti gli spazi possibili di crescita. La versione del welfare che il Sud ha conosciuto è stata centrata esclusivamente sulla diffusione non di servizi, ma di sussidi una tantum, funzionali all’assistenza, non alla produzione e allo sviluppo. E queste forme di assistenza sono state inoltre sempre mal indirizzate, diventando col passare degli anni forme di indebolimento della coscienza civile e della solidarietà collettiva.

Ognuna delle regioni del Sud ha cominciato ad aspettare paziente infrastrutture e servizi che altrove già si realizzavano, e velocemente; cosicché, quel poco di sviluppo che ha sfiorato le esteriorità di queste terre, fermandosi solo alla facciata, è stato uno sviluppo “distorto”, che ha favorito, insieme a illegalità, omologazione ai modelli di consumo del Nord, senza che ci fosse un corrispondente vero progresso. Con la conseguenza del riprodursi di una spaventosa crisi economica e civile: causa prima di una incontrollata espansione del fenomeno mafioso e motivo principale dell’aspetto [ad arte disegnato] di palude del Sud, di acqua stagnante, dove ogni cosa rimane immobile e maleodorante. Di questo Sud così mal nato e così malcresciuto, non per sua colpa, l’Italia se ne fotte. Lo abbiamo visto anche con la scarsa emozione di fronte al ciclone “Harry”: niente titoli in prima pagina o servizi adeguati, sui giornali nazionali, niente approfondimenti o servizi speciali nei Tg. Solo cronache scarne: il minimo sindacale. Se non ci fossero state le proteste sui social, la vicenda sarebbe passata in cavalleria, perché nei Tg e sui giornali si parla di… politica estera: un classico, quando si vogliono oscurare temi scomodi e seri. “Lacrime di mezza lira” anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha proposto di utilizzare i fondi già stanziati per il Ponte sullo Stretto per gli interventi nelle zone colpite dal ciclone.

Cioè, se abbiamo capito bene l’ideona sarebbe impiegare fondi già destinati al Sud; cioè, pagarsi i danni con i propri soldi. È la filosofia del menefreghismo. La conferma che la sinistra – ma non solo –  sul Sud improvvisa ed è distratta, non ha una visione di lunga gittata.

Vecchia questione, sulla quale non è più tempo di sorvolare, continuando a usare un linguaggio da educande. Anche il linguaggio può essere ribellione, ribellione contro chi del Sud “se ne fotte” da più di un secolo e mezzo. Bisogna solo evitare – va detto chiaro a scanso di equivoci – di avere nostalgie per i tempi borbonici, quando al Sud le classi più povere furono impoverite ancora di più e furono soffocati ideali e tentativi riformistici per migliorare le condizioni di vita della gente. Cioè, ricordiamocelo, anche i Borboni se ne “fottevano” del Sud. (mn)

La periferia: non più emergenza ma laboratorio d’innovazione grazie al welfare generativo

di FRANCESCO RAO – Esiste una dimensione che, più di altre, interroga in profondità le scienze sociali: la periferia. Non come semplice collocazione geografica, ma come spazio simbolico, culturale e politico nel quale si giocano dinamiche decisive di appartenenza, esclusione e possibilità. La periferia può essere abitata consapevolmente oppure subita con indifferenza; può essere scelta come luogo di vita o progressivamente abbandonata da chi, in essa, non riesce più a riconoscere un orizzonte di senso. Sempre più frequentemente, infatti, la periferia si configura come uno spazio strutturalmente rigido, incapace di accogliere visioni dinamiche, competenze emergenti e progettualità complesse. È un contesto in cui l’ordine sociale tende a riprodursi per inerzia, dove il cambiamento viene percepito come una minaccia e non come una risorsa. In tali condizioni, le menti aperte, mobili, creative finiscono per cercare altrove ciò che il territorio non è più in grado di offrire: opportunità, riconoscimento, possibilità di sperimentazione. Il risultato è un processo cumulativo di svuotamento umano e simbolico che priva la periferia della sua principale risorsa: il capitale umano e cognitivo. Il dibattito pubblico tende a descrivere questo fenomeno attraverso categorie ormai ricorrenti – aree interne, spopolamento, inverno demografico – spesso ridotte a mere variabili statistiche. Tuttavia, dietro i numeri si consuma una perdita più profonda: si dissolvono consuetudini, saperi locali, relazioni di prossimità, pratiche produttive e culturali che per lungo tempo hanno garantito coesione e resilienza. La desertificazione demografica non è solo un problema quantitativo, ma un processo qualitativo di impoverimento sociale che incide sulla capacità dei territori di immaginare il proprio futuro. A questa dinamica si accompagna una progressiva sottrazione di diritti di cittadinanza.

La riduzione dei servizi essenziali – sanità, istruzione, trasporti – non rappresenta soltanto un disagio logistico, ma una forma di disuguaglianza strutturale. Le differenze nella qualità dei collegamenti, nella frequenza dei servizi e nei livelli di comfort tra i grandi assi metropolitani e le periferie territoriali restituiscono l’immagine di un Paese a velocità differenziata, in cui l’accesso alle opportunità dipende sempre più dal luogo in cui si nasce e si vive. È proprio in questo scenario che il Welfare Generativo assume una funzione strategica. Non un welfare compensativo, orientato esclusivamente all’erogazione di prestazioni, ma un modello capace di attivare risorse, competenze e relazioni, trasformando il bisogno in leva di sviluppo. Nelle periferie, il welfare generativo rappresenta un cambio di paradigma: da territori destinatari passivi di interventi a comunità protagoniste di processi di rigenerazione sociale. Attraverso pratiche di co-progettazione tra enti locali, terzo settore, sistema educativo e mondo produttivo, è possibile costruire risposte integrate che tengano insieme inclusione sociale, formazione e occupazione.

Laboratori territoriali per l’inserimento lavorativo di soggetti fragili, percorsi di formazione professionalizzante legati ai fabbisogni locali, servizi di prossimità co-gestiti dalle comunità, rigenerazione di spazi pubblici inutilizzati come luoghi di apprendimento e produzione culturale: sono tutte azioni che, se pensate in chiave generativa, restituiscono alla periferia una funzione attiva nel sistema sociale. Da una prospettiva sociologica, la periferia non è dunque solo un problema da amministrare, ma un patrimonio da valorizzare. È un luogo in cui il rapporto con lo spazio, il tempo e la natura conserva una densità relazionale che i contesti iper-urbanizzati hanno in larga parte smarrito. Qui la qualità della vita non si misura esclusivamente in termini di efficienza, ma anche di relazioni, di salute ambientale, di possibilità educative informali. La periferia custodisce una dimensione del vivere che può diventare attrattiva per chi cerca modelli alternativi di esistenza, fondati su ritmi più umani e su una diversa idea di benessere.

In questa prospettiva, la periferia dovrebbe entrare stabilmente nell’agenda politica non come emergenza da contenere, ma come laboratorio di innovazione sociale. Governare il declino non basta: occorre invertire la traiettoria, trasformando la criticità in opportunità. Il welfare generativo, se accompagnato da processi strutturati di co-progettazione, consente proprio questo: costruire politiche pubbliche che non sostituiscono la comunità, ma la rendono capace di auto-attivarsi. Il futuro delle periferie italiane è inoltre intrecciato a una ridefinizione più ampia delle geografie globali. Il Sud, storicamente letto come periferia interna, può oggi assumere una funzione strategica di cerniera tra Europa e Africa, in un Mediterraneo che torna a essere spazio di connessione e non di marginalità. In questa chiave, le periferie non sono il residuo di un modello di sviluppo fallito, ma avamposti di una nuova centralità geopolitica, culturale ed economica, in cui formazione, welfare e sviluppo locale possono integrarsi in modo virtuoso. Affinché ciò avvenga, è necessario un cambio di paradigma: la politica deve abbandonare l’indifferenza e sostituire i proclami con architetture di intervento fondate sulla corresponsabilità.

Il welfare generativo indica una strada chiara: investire sulle persone, sulle competenze e sulle reti sociali come infrastrutture immateriali dello sviluppo. La periferia potrà avere un futuro solo quando verrà riconosciuta come luogo di produzione di senso, di relazioni e di innovazione. Non più margine, ma spazio generativo; non più problema da gestire, ma risorsa da attivare per ridare trazione a un Paese che non ha ancora espresso pienamente le proprie potenzialità.

Svimez contro l’autonomia differenziata: i lep non ne siano lo strumento “tecnico”

di VALENTINO DE PIETRO – I livelli essenziali delle prestazioni (LEP) non possono diventare un passaggio “tecnico” per spostare competenze dallo Stato alle Regioni: devono servire prima di tutto a rendere effettivi e uniformi i diritti di cittadinanza, a prescindere dalla regione di residenza.​

Questa impostazione, nella lettura della SVIMEZ (l’associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), discende dalla funzione costituzionale dei LEP: non uno strumento “a servizio” del regionalismo differenziato, ma il presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale.
Per l’associazione, proprio per questo i LEP dovrebbero essere definiti e finanziati come adempimento ordinario dello Stato, prima e a prescindere da qualsiasi processo di trasferimento di funzioni.​

In questa chiave, la SVIMEZ colloca le proprie valutazioni nel quadro più ampio dell’attuazione del federalismo fiscale regionale “simmetrico e cooperativo” delineato dalla legge 42/2009, in cui i LEP rappresentano un pilastro essenziale.​
Secondo la memoria del 19/01/2026, un federalismo davvero cooperativo implica il bilanciamento tra autonomia regionale e rafforzamento delle funzioni statali su tre fronti: definizione e finanziamento dei LEP, un meccanismo di perequazione finanziaria efficace e investimenti aggiuntivi nelle aree più deboli per ridurre i divari di sviluppo.​

Questo è il messaggio che la SVIMEZ ha portato in Senato, presentando una memoria sul disegno di legge A.S. 1623, che delega il Governo alla determinazione dei LEP.

Nell’impostazione del provvedimento, ricostruisce la SVIMEZ, la delega viene collegata all’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione (la cosiddetta autonomia differenziata), con l’obiettivo di apportare correttivi alla legge 86/2024 alla luce delle indicazioni della Corte costituzionale.​
È qui che, secondo la memoria, si annida la criticità di fondo: assumere l’articolo 116 come “parametro primario” rischia di piegare i LEP a una funzione strumentale (presupposto tecnico per la devoluzione), invece di riconoscerli come fondamento unitario dei diritti di cittadinanza.​

Nell’audizione davanti alla I Commissione Affari costituzionali, l’associazione ha messo al centro una critica di impostazione: ancorare la definizione dei LEP alla logica dell’autonomia differenziata rischia di ridurne la portata costituzionale e di trasformarli in uno strumento funzionale al regionalismo “rafforzato”, invece che in un presidio ordinario di uguaglianza sostanziale.

In altri termini, sottolinea la SVIMEZ, il regionalismo differenziato ha natura eccezionale rispetto all’assetto ordinario delle competenze, mentre i LEP sono chiamati a operare come garanzia “generale” e preventiva dell’unità dei diritti, anche nell’ordinaria distribuzione delle funzioni tra Stato e Regioni.​
L’ordine logico, secondo la memoria, dovrebbe quindi essere rovesciato: prima i livelli essenziali (con risorse e meccanismi coerenti), poi l’eventuale discussione su funzioni ulteriori, caso per caso.​

Secondo la SVIMEZ, il punto di riferimento dovrebbe restare l’articolo 117, secondo comma, lettera m della Costituzione – che collega i LEP alla garanzia uniforme dei diritti civili e sociali – e, più in generale, la cornice degli articoli 117, 118 e 119, cioè l’architettura che regola competenze, sussidiarietà e perequazione nel Titolo V.

Nel quadro tracciato dalla memoria, questa cornice va letta insieme al percorso del federalismo fiscale regionale “simmetrico e cooperativo” delineato dalla legge 42/2009, di cui i LEP sono pilastro fondamentale.​

La memoria ricostruisce il contesto in cui nasce il nuovo intervento legislativo: il Ddl 1623 interviene dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 192/2024, che ha censurato la precedente delega sui LEP contenuta nella legge 86/2024, evidenziando criticità legate alla genericità dei criteri direttivi e alla difficoltà di dettare regole valide “in blocco” per materie molto diverse tra loro.​

L’obiettivo dichiarato, nella lettura SVIMEZ, dovrebbe essere il superamento dei divari territoriali nell’accesso alle prestazioni, ma perché questo avvenga occorre evitare che l’articolo 116, comma 3 – di natura eccezionale rispetto all’assetto ordinario delle competenze – diventi il parametro primario per la definizione dei LEP.​

Un altro snodo riguarda la dimensione operativa: la SVIMEZ segnala che la delega finisce per investire un perimetro molto ampio di funzioni pubbliche, mentre è plausibile che le richieste regionali, anche alla luce dei richiami della Corte, si concentrino su un numero più limitato di ambiti.​
Nello stesso documento si ricorda che nel novembre 2025 sono state sottoscritte preintese con alcune Regioni (Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto) con l’obiettivo di arrivare a un’intesa su un perimetro circoscritto di materie, segnale – secondo la SVIMEZ – di come la domanda effettiva possa concentrarsi su ambiti limitati.​

Nella stessa memoria vengono richiamati i criteri di rigore indicati dalla Consulta: una maggiore autonomia su singole funzioni deve essere motivata e sostenuta da un’istruttoria robusta e trasparente, capace di dimostrare i benefici in termini di efficienza, equità e responsabilità, e compatibile con il principio di sussidiarietà.​

Sul versante delle risorse, nel testo SVIMEZ viene riconosciuto come elemento positivo il principio di contestualità: definire i LEP insieme a costi e fabbisogni standard – per ciascun livello o per gruppi quantificabili – viene considerato un passaggio essenziale per evitare che i LEP restino affermazioni programmatiche prive di efficacia.

Ma proprio sul finanziamento si concentra un allarme: la presenza di un vincolo di invarianza finanziaria, affiancato alla possibilità che emergano maggiori oneri da coprire con successivi provvedimenti, rischia di riproporre un modello in cui l’uniformità dei diritti è subordinata ai limiti delle risorse già disponibili, con effetti potenzialmente distorsivi sui territori più deboli.
La memoria osserva che, senza stanziamenti idonei, l’obiettivo di attenuare i divari territoriali nei livelli di servizio difficilmente può essere perseguito e che il richiamo alle risorse “a legislazione vigente” rischia di rendere i LEP un obiettivo formale più che sostanziale.​
Anche a parità di risorse, aggiunge SVIMEZ, i divari si riducono solo se i criteri di riparto sono chiaramente improntati a finalità perequative, altrimenti si finisce per riprodurre la logica della spesa storica.​

Infine, la SVIMEZ chiede un chiarimento di metodo e una regia unica: oggi, si evidenzia, la determinazione dei LEP procede lungo due binari che rischiano di non incontrarsi.

Da un lato, i LEP vengono richiamati come condizione per il trasferimento di funzioni nell’autonomia differenziata; dall’altro, dovrebbero rappresentare l’architrave del federalismo fiscale “simmetrico e cooperativo” previsto dalla legge 42/2009, fondato su perequazione e riduzione dei divari.​
Secondo la memoria, questa sovrapposizione genera ambiguità di metodo e di finalità, incidendo direttamente sulla funzione attribuita ai LEP.​

Senza un quadro unitario di definizione e finanziamento, l’effetto – avverte la SVIMEZ – è quello di indebolire la funzione costituzionale dei LEP e di lasciare irrisolto il problema centrale: garantire servizi essenziali in modo realmente uniforme in tutta Italia, non per enunciazioni, ma con standard e risorse coerenti.
Per questo la SVIMEZ sollecita una definizione più chiara delle priorità, concentrando inizialmente l’intervento su ambiti essenziali sotto il profilo dell’equità e della riduzione delle disuguaglianze territoriali, così da rafforzare l’effettività dei LEP ed evitare che la delega si traduca in un mero riordino formale.​

Clima: dal 2019 con il Green Deal in Europa un cambiamento epocale

di MARIO PILEGGI – Negli ultimi trent’anni l’Unione Europea ha scelto di porsi in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Dalle prime politiche degli anni Novanta fino al Green Deal europeo, Bruxelles ha progressivamente alzato l’asticella degli obiettivi. Ma oggi, come evidenzia il Rapporto “Obiettivi e realtà delle politiche climatiche” presentato alla XVII Conferenza Nazionale sull’Efficienza Energetica, la distanza tra ambizioni dichiarate e risultati concreti è sempre più evidente.

I dati mostrano che l’Europa ha ridotto le proprie emissioni di gas serra di circa il 35–37% rispetto al 1990. Tuttavia, questo percorso non è sufficiente per centrare l’obiettivo del –55% al 2030 fissato dalla Legge europea sul clima. Nel frattempo, mentre l’UE riduce emissioni e consumi, il resto del mondo continua ad aumentare la domanda energetica e l’uso di fonti fossili. Oggi l’Europa pesa per meno del 6% sulle emissioni globali.

Il Green Deal, lanciato nel 2019, ha trasformato la politica climatica nel progetto politico centrale dell’Unione. Ma proprio questa accelerazione ha messo in luce fragilità crescenti. Come evidenziato nel Rapporto degli Amici della Terra, “le politiche climatiche UE continuano a non riconoscere pienamente tutte le opportunità di decarbonizzazione, privilegiando solo alcune tecnologie”, generando nuove dipendenze industriali e costi elevati per il sistema economico.

La crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina ha reso queste contraddizioni ancora più evidenti. Prezzi dell’energia elevati, difficoltà per l’industria e tensioni sociali hanno accompagnato una transizione che, in molti casi, ha prodotto riduzioni delle emissioni anche grazie alla
deindustrializzazione e alla contrazione della domanda.

Il caso italiano riflette in modo emblematico questo quadro. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), aggiornato nel 2023, recepisce gli obiettivi europei ma evidenzia le difficoltà strutturali del Paese: forte dipendenza dalle importazioni, costi elevati dell’elettricità e ritardi nel rinnovo del patrimonio edilizio e del parco veicolare. La strategia continua a puntare soprattutto sulle rinnovabili elettriche e sull’elettrificazione, con risultati però limitati nei settori
termico e dei trasporti.

Emblematico, in questo senso, è il recente decreto di attuazione della Direttiva RED III. E il comunicato degli Amici della Terra del 31 dicembre 2025 dove si legge: “Ipocriti i partiti di maggioranza e di opposizione che lamentano l’alto prezzo dell’elettricità mentre stabilizzano per legge gli incentivi anche per la quota (crescente) di energia rinnovabile che viene buttata via per garantire la stabilità della rete”.

Va considerato che «la tariffa pagata in bolletta perde completamente di senso, perché finisce per remunerare anche un’energia che non viene né utilizzata né consegnata». Il riferimento è al curtailment, cioè a quell’energia rinnovabile che viene prodotta ma poi “spenta” per esigenze di rete, pur continuando a essere incentivata. Un corto circuito che pesa direttamente sulle bollette.

È un fenomeno che riguarda soprattutto il Mezzogiorno e le isole, dove la diffusione di impianti eolici e fotovoltaici è cresciuta più velocemente della domanda locale e delle infrastrutture necessarie a trasportare l’energia verso il resto del Paese. Il risultato è un paradosso sempre più evidente: energia pulita disponibile, ma non utilizzabile; costi certi per i cittadini, benefici incerti per il sistema.

In Calabria questo squilibrio emerge con particolare chiarezza. Secondo i dati del GSE, circa il 35% dei consumi elettrici regionali è coperto da fonti rinnovabili, in una regione che però resta tra quelle con i consumi più bassi d’Italia. Sul territorio sono installati oltre 600 aerogeneratori e decine di migliaia di impianti fotovoltaici: una capacità produttiva rilevante che spesso supera i fabbisogni locali e che, senza una rete adeguata, rischia di trasformarsi da opportunità in inefficienza. A questo si aggiunge il grave impatto sul paesaggio e sugli ecosistemi forestali della Calabria, dove i 628 aerogeneratori eolici hanno interessato crinali, aree boscate e zone interne di elevato valore ambientale, con effetti permanenti sulla frammentazione degli habitat, sull’assetto idrogeologico e sulla percezione dei territori da parte delle comunità locali.

Questo divario strutturale tra Sud produttore e Nord consumatore non è solo un problema tecnico: è il segnale di una transizione pensata più sui target che sulla realtà. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: bollette elevate, difficoltà per il sistema manifatturiero, conflitti sui territori e una distanza crescente tra le decisioni politiche e la percezione dei cittadini. Da qui nasce l’idea di una “transizione possibile”: meno slogan e più pragmatismo. Mettere al centro l’efficienza energetica, mantenere la neutralità tecnologica e valorizzare tutte le soluzioni disponibili. Accanto alle rinnovabili, trovano spazio biocombustibili, teleriscaldamento, cogenerazione, riduzione delle emissioni di metano, recupero energetico dei rifiuti e, nel medio-lungo periodo, anche il ritorno dell’energia nucleare nel dibattito nazionale.

La sfida climatica resta fondamentale e non può essere elusa. Ma se Europa e Italia vogliono davvero incidere sul clima globale senza indebolire economia e coesione sociale, serve un cambio di passo. Continuare a fissare obiettivi sempre più ambiziosi ignorando i dati, i limiti tecnologici e i costi sociali non rafforza la lotta al cambiamento climatico: la rende più fragile. E una transizione che perde il contatto con la realtà rischia di fallire non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e democratico. (mp)

(Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra)

 

Calabria, il paradosso dell’energia che non trova sbocco

di MARIO PILEGGI

La Calabria è uno dei casi più evidenti degli squilibri che segnano la transizione energetica italiana. Nel 2023 circa il 35% dei consumi elettrici regionali è stato coperto da fonti rinnovabili, in una regione caratterizzata da livelli di domanda tra i più bassi d’Italia, secondo i dati ufficiali del GSE. Sul territorio sono presenti 628 aerogeneratori eolici, per una potenza installata di circa 1,15 GW, che producono oltre 2 TWh di energia all’anno (dati Anev). A questa capacità si somma una significativa diffusione del fotovoltaico, circa 55 mila impianti per quasi 900 MW di potenza. Questa abbondanza di fonti rinnovabili, però, spesso eccede i fabbisogni regionali e si scontra con limiti infrastrutturali, alimentando il fenomeno del curtailment: energia pulita disponibile ma non sfruttata, con benefici ambientali e sociali inferiori ai costi sostenuti, che continuano comunque a gravare sulla bolletta della collettività.

(Fonti: GSE – Monitoraggio FER regionale 2023; ANEV – dati regione Calabria).

Calabria: il diritto all’abitare è una vera emergenza sociale

di MARIAELENA SENESE – In Calabria il tema della casa non può essere affrontato come una politica settoriale o residuale, ma deve essere inserito all’interno di una strategia più ampia che tenga insieme lavoro, sviluppo territoriale e coesione sociale. L’abitare non è la causa dell’emigrazione giovanile, ma è uno dei fattori decisivi che potrebbero condizionare la possibilità di restare o di tornare.

Negli ultimi anni migliaia di giovani calabresi hanno lasciato la regione principalmente per la carenza di opportunità occupazionali stabili e qualificate. Tuttavia, una volta maturate esperienze lavorative e professionali fuori dalla Calabria, il rientro diventerebbe possibile se esistessero anche condizioni materiali adeguate a sostenere un nuovo progetto di vita. Tra queste, la disponibilità di una soluzione abitativa stabile e sostenibile, rappresenterebbe un elemento imprescindibile.

L’assenza di politiche abitative strutturate incide in modo diretto sull’efficacia delle politiche per il lavoro e per l’attrazione dei talenti. Anche in presenza di opportunità occupazionali, senza un’offerta abitativa adeguata, il rientro dei giovani resta fragile, temporaneo o viene del tutto rinviato. La casa diventa così il punto di snodo tra lavoro e radicamento territoriale.

È in questa prospettiva che l’housing sociale assume un ruolo strategico: non come risposta emergenziale, ma come infrastruttura sociale capace di accompagnare i percorsi di inserimento lavorativo, di favorire il rientro di competenze e di rendere sostenibili nel tempo le politiche di sviluppo. Un alloggio accessibile e di medio-lungo periodo consente di trasformare un’opportunità di lavoro in una scelta di permanenza.

È a partire da questa consapevolezza che, già da mesi, la Uil Calabria ha elaborato una proposta di housing sociale per i giovani, pensata come strumento integrato di politica territoriale, in grado di rafforzare le politiche attive del lavoro, sostenere il rientro dei giovani calabresi e contribuire alla ricostruzione di comunità oggi indebolite dallo spopolamento.

Basta leggere i numeri dell’ultimo rapporto del Cnel  che tracciano un quadro impietoso: l’impatto non è solo demografico, ma profondamente economico. Il Cnel ha quantificato il valore del capitale umano perduto: nel periodo 2011–2024 il Mezzogiorno ha di fatto sussidiato il Settentrione con 148 miliardi di euro; in questo quadro generale, la Calabria ha contribuito con uscite quantificabili pari al 70% del proprio Pil. È da questa consapevolezza che come Uil Calabria rilanciamo la proposta di housing sociale, ispirata a modelli già sperimentati in altri contesti europei. La proposta prevede la possibilità, per giovani selezionati secondo criteri di fragilità economica o rientranti nei target strategici della policy territoriale, tra cui giovani rientranti o attratti da fuori regione, di accedere ad alloggi riqualificati di proprietà pubblica a canone calmierato per una durata pluriennale. È inoltre prevista la facoltà di riscattare l’alloggio al termine di un periodo prefissato (ad esempio 8–10 anni), imputando a titolo di anticipo quanto versato sotto forma di canone di locazione. Questa iniziativa, fondata sulla messa a sistema delle risorse FESR–FSE+ già dedicate all’abitare sociale e sulle nuove disponibilità attivabili attraverso una revisione regolamentare, può essere ulteriormente rafforzata dall’integrazione di strumenti finanziari di garanzia o rotazione, dal coinvolgimento diretto della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e dal ricorso a meccanismi innovativi di partenariato pubblico-privato. È fondamentale che il tema della casa entri con forza nell’agenda politica regionale come questione sociale prioritaria e che si apra un confronto strutturato con le parti sociali per costruire politiche abitative capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e di rappresentare uno strumento lungimirante di sviluppo.

Ripartire dall’abitare significa dare ai giovani una ragione concreta per tornare e restare in Calabria. Ogni giovane che rientra è una storia che ricomincia. Ogni casa che si riapre è una luce accesa in un territorio che rischia di spegnersi. L’abitare può diventare una leva potente di sviluppo sociale, economico e umano, capace di ricucire fratture e ricostruire fiducia. La Calabria ha bisogno di scelte che incidano nella vita reale delle persone. Continuare a perdere giovani significa accettare un futuro più povero, più fragile, più vuoto. Ogni partenza non contrastata è una sconfitta; ogni rientro reso possibile è una responsabilità finalmente assunta. La casa, in questo senso, non è solo un tetto: è il punto da cui ricomincia l’appartenenza, la fiducia, il coraggio di restare. Offrire una casa significa restituire tempo, dignità e futuro a una generazione che ha già pagato troppo. La vera domanda, allora, non è se possiamo permetterci una politica abitativa ambiziosa, anche più di quella nazionale, ma se possiamo permetterci di non farla. Perché una terra che non sa trattenere i suoi giovani è una terra che rinuncia a se stessa. E ogni casa che rimane chiusa è una promessa tradita; ogni casa che si apre può diventare, invece, l’inizio di una nuova storia di collettività.

(Segretaria generale

Uil Calabria)