Reggio per due giorni capitale del vino: occasione d’oro per il territorio

Parte stasera la due giorni di Vinitaly and the City a Reggio Calabria, la prima edizione in riva allo Stretto. Un programma molto ricco di eventi, tra degustazioni, masterclass, incontri, cooking show, musica e spettacolo. Parteciperà anche la Ministra del Lavoro Marina Calderone in rappresentanza del Governo, a sottolineare quanto sia importante questa occasione-evento per il territorio. Il pretesto del vino in città offre l’opportunità per alalrgare il marketing territoriale e valorizzare tipicità e prodotti che caratterizzano anche l’offerta turistica nel campo enogastronomico. Si tratta di saper coniugare l’attrattiva culturale con la sempre più richiesta qualità gastronomica e alimentare del territorio, fino a creare una simbiosi unica di grande suggestione per il forestiero e il visitatore.

L’8 e il 9 agosto il format fuori salone di Vinitaly porterà nella Città dello Stretto decine di cantine, degustazioni, masterclass, incontri, cooking show, musica e spettacoli in un percorso che racconterà le eccellenze enogastronomiche della Calabria.

L’inaugurazione è in programma oggi sabato 8 agosto e si svilupperà in due momenti. Alle ore 19.30 il taglio del nastro sarà ospitato al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. A seguire, all’Arena dello Stretto “Ciccio Franco”, la cerimonia ufficiale di apertura vedrà gli interventi del sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro, del direttore generale vicario di Veronafiere Gianni Bruno, dell’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, del presidente dell’ICE Matteo Zoppas e del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto. La serata sarà condotta da Nicol Angelozzi e Max Lazzari.

Accademia del Bergamotto al Vinitaly and the City di Reggio 2026Tra gli appuntamenti di maggiore rilievo della prima giornata, alle ore 20, nell’area talk dell’isola dedicata ai vini della provincia di Catanzaro, è in programma l’incontro “Giovani e innovazione: il lavoro che cambia”, che vedrà la partecipazione della ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone. Un confronto dedicato alle trasformazioni del mondo del lavoro, al rapporto tra giovani, formazione e innovazione e alle nuove opportunità legate ai cambiamenti in corso. Al talk interverranno anche Francesco Cannizzaro, sindaco del Comune di Reggio Calabria, Giovanni Calabrese, assessore regionale al Lavoro, Formazione Professionale e Turismo, Gianluca Gallo, assessore regionale all’Agricoltura, e Vincenzo Caridi, capo del Dipartimento per le Politiche del Lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. A condurre l’incontro sarà Peppone Calabrese. La presenza della ministra Calderone arricchisce ulteriormente il programma di Vinitaly and the City, portando al centro della manifestazione, accanto ai temi del vino, dell’agricoltura e della valorizzazione delle produzioni calabresi, anche una riflessione sul futuro del lavoro e sulle prospettive per le nuove generazioni.

Cuore della manifestazione saranno le cinque “isole” dedicate alle province calabresi, dove le aziende vitivinicole saranno organizzate per territorio. Ogni spazio ospiterà un’area talk nella quale produttori, esperti, giornalisti e operatori del settore racconteranno i vini e le peculiarità delle rispettive province attraverso incontri, approfondimenti e degustazioni guidate. Accanto agli appuntamenti dedicati al vino, il programma proporrà numerosi confronti sui temi dell’agricoltura, dello sviluppo rurale, dell’innovazione, della formazione e della valorizzazione delle produzioni identitarie calabresi. Non mancherà, poi, lo spazio dedicato alle collettive e agli spirits.

Nella due giorni reggina anche un ricco calendario di cooking show. Per entrambe le giornate si alterneranno nelle diverse isole maestri pasticceri e gelatieri di Conpait, che interpreteranno i principali prodotti identitari della Calabria valorizzati dal progetto Agorà GAL Rural Hub Calabria. A questi si affiancheranno chef, ristoratori e accademie del territorio, tra cui Fortunato Aricò, Demetrio Brancati, Paolo Caridi, Felice Cuzzola, Francesco Donato, Rocco Caridi e l’Accademia Internazionale del Bergamotto di Reggio Calabria, protagonisti di dimostrazioni dedicate ai sapori della tradizione e dell’innovazione culinaria calabrese. Tra gli appuntamenti in evidenza figurano il talk “La Calabria del cibo”, dedicato al progetto di cooperazione Rural Hub Calabria con la partecipazione dei GAL regionali, e la presentazione del “Piatto della Rinascita” firmato dal maestro orafo Gerardo Sacco, un’opera celebrativa dell’Agorà Rural Hub Calabria che unisce arte, cultura e identità gastronomica del territorio.

Non mancheranno le masterclass, che saranno ospitate al Museo Archeologico Nazionale e saranno dedicate ai grandi vini della Calabria e ad altri territori vitivinicoli italiani, confermando Vinitaly and the City come un evento capace di coniugare promozione del vino, cultura, turismo ed esperienze di qualità.

Il programma sarà completato dall’intrattenimento. Rai Radio2 sarà protagonista con due puntate speciali in diretta della trasmissione Era Ora, condotta da Martina Martorano dal Lungomare Falcomatà. Al termine delle dirette radiofoniche, l’Arena dello Stretto ospiterà due concerti a ingresso libero: l’8 agosto si esibiranno Maria Antonietta e Colombre, seguiti dal dj set di Martina Martorano, mentre il 9 agosto salirà sul palco Serena Brancale. Il progetto è realizzato in collaborazione con Regione Calabria e Calabria Film Commission, nell’ambito della convenzione con Rai Com. (rrc)

Verso la Facoltà di Medicina a Reggio: la ministra Bernini (in visita alla Mediterranea) non lo esclude

Un ulteriore passo in avanti nel progetto della Facoltà di Medicina a Reggio Calabria: la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, ieri a Reggio in visita alla Mediterranea, non esclude la fattibilità, legata ovviamente alle richieste di immatricolazione e alla incessante crescita dell’Ateneo reggino guidato dal Rettore Giuseppe Zimbalatti. La ministra ha ribadito di essere favorevole alla riapertura del numero chiuso in Medicina: «quando sono arrivata  i posti disponibili per i futuri medici erano 10mila, sono diventati 27mila e punto ad arrivare a 30mila nel 2027. Sentiremo anche cosa dicono Catanzaro e Cosenza sulla Facoltà di Medicina da aprire a Reggio».
Ad accogliere la Ministra dell’Università e della Ricerca, Prof.ssa Anna Maria Bernini, c’erano il Sindaco della Città  On. Francesco Cannizzaro che ha incontrato a Palazzo San Giorgio la Bernini prima della visita alla Mediterranea. «Desidero – ha detto il SIndaco Cannizzaro – anzitutto ringraziare il Ministro, l’amica senatrice Anna Maria Bernini, per l’attenzione che ancora una volta riserva alla Calabria e, in modo particolare, a Reggio ed al suo Ateneo. È per me motivo di grande soddisfazione poterla accogliere per la prima volta da Sindaco di questa Città, condividendo un progetto ambizioso e fortemente proiettato verso il futuro, che risponde ad una forte richiesta attesa da circa vent’anni da studenti e cittadini: eliminare definitivamente una delle più evidenti ferite urbanistiche del nostro territorio, una bruttura inaudita. Oggi annunciamo un altro fatto concreto, perfettamente coerente con il percorso intrapreso da un’Università che, in questi anni, grazie al lavoro encomiabile del Rettore Zimbalatti e di tutti i suoi dipartimenti e uffici, ha saputo distinguersi per dinamismo, visione strategica e capacità di aprirsi sempre di più alla dimensione internazionale. È già stato attivato un tavolo di lavoro presso il Ministero, in stretta collaborazione con l’Amministrazione comunale e con l’Università, sono fiducioso che, nelle prossime settimane, grazie alla sinergia tra tutte le istituzioni coinvolte, riusciremo a raggiungere questo importante obiettivo, dando ulteriore impulso al più ampio percorso di rigenerazione urbana che questa Amministrazione ha posto tra le proprie priorità».
Il Rettore Zimbalatti, la Ministra Bernini e il Sindaco Cannizzaro all'Università Mediterranea di Reggio Calabria
Al suo arrivo all’Università, la Ministra ha inaugurato un nuovo spazio verde denominato “Oasi Mediterranea”, realizzato dall’Unità Verde e Decoro di Ateneo con l’ausilio delle maestranze di Calabria Verde, caratterizzato dalla presenza di essenze resistenti alla siccità e tipiche della macchia mediterranea, concepito come luogo dedicato alle attività sociali e ricreative degli studenti e dell’intera comunità accademica.
Nel corso della visita, da un affaccio dell’Ateneo, la Ministra ha inoltre potuto osservare gli edifici incompiuti dell’ex Ardis e conoscere le linee del nuovo Master Plan dell’Università, che prevede, per quell’area, la realizzazione del Parco delle Scienze Motorie.
Il progetto prevede la creazione di un vero e proprio laboratorio universitario aperto, nel quale spazi sportivi, ambienti coperti e attrezzature scientifiche saranno integrate in un unico sistema dedicato alla formazione ed alla ricerca applicata. Il Parco offrirà servizi dedicati agli studenti, con spazi e attività per l’esercizio fisico, il benessere, l’orientamento, lo studio, la socialità, l’inclusione e, più in generale, le iniziative di terza missione.
L’intervento si inserisce nella più ampia visione della Città Universitaria, con l’obiettivo di ricomporre il margine urbano della Cittadella, qualificare l’ingresso da viale della Libertà e valorizzare il sistema del verde e dei percorsi pedonali.
Secondo la Ministra Anna Maria Bernini «L’Università Mediterranea di Reggio Calabria è un Ateneo che cresce, coniugando qualità della formazione, capacità progettuale e visione del futuro. È questo il modello di università in cui crediamo e che vogliamo sostenere: un Ateneo che crea opportunità per i giovani contribuisce allo sviluppo del territorio e rafforza il legame con la città. Qui vedo – ha detto – una comunità accademica dinamica, capace di costruire un campus sempre più aperto, inclusivo e al servizio degli studenti».
Il Rettore Giuseppe Zimbalatti, nel suo intervento, ha voluto ringraziare la Ministra Bernini «per l’attenzione che, ancora una volta, ripone nel nostro Ateneo. La sua visita oggi a poco tempo di distanza da quella resa in occasione del finanziamento per il progetto Campus del Mediterraneo, su proposta dell’allora deputato Francesco Cannizzaro- testimonia la concretezza e la valenza di un impegno a sostegno della crescita della nostra Università quale motore di sviluppo e di cambiamento di un’area al contempo fragile ma senz’altro strategica per il Paese. Si va così ad aggiungere un tassello importante nella costruzione di una comunità sempre più vicina ai suoi studenti e sempre più capace di scrivere un nuovo rapporto con la città. La strada è quella di Reggio quale città Universitaria connessa ed integrata con il tessuto urbano che mira ad essere parte integrante trainante dello sviluppo economico, culturale e sociale dell’intera area metropolitana, assicurando ai suoi giovani un futuro di prospettive e possibilità reali».  (rrc)

Ponte sullo Stretto: c’è il Sì del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici al progetto. Si riparte!

C’è il Sì del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Il ConSup ha approvato il parere tecnico sul Ponte sullo Stretto, confermando la solidità della base progettuale e definendo prescrizioni e verifiche per le fasi successive. Il progetto, a questo punto, potrà tornare al CIPESS, per una nuova approvazione, avvalendosi di un importante e significativo supporto tecnico-scientifico aggiornato, che apre una nuova fase dell’iter realizzativo dell’Opera.

In buona sostanza, l’assemblea del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici – il cui parere nella fase precedente non era stato richiesto – ha dato il via libera alla fase successiva dei preliminari del progetto, quella che riguarda la progettazione esecutiva: Quest’ultima costituisce l’ultimo step prima di aprire di aprire i cantieri e avviare i lavori. La notizia è stata diramata direttamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

La valutazione positiva è stata votata all’unanimità dall’assemblea generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici presieduta dall’ing. Massimo Sessa. Lo scorso 5 agosto era stata votata dal Consiglio die Ministri la delibera “Iropi” che sottolinea «motivazioni imperative di rilevante interesse pubblico» per il Ponte sullo Stretto di Messina, nell’ambito delle procedure previste dalla normativa Habital dell’Unione Europea. Sulla delibera Iropi, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva espresso grande soddisfazione, sottolineando come questa rappresenti «un passo importante che conferma come l’iter del Ponte sullo Stretto di Messina stia andando avanti, considerato anche che la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA) sono state completate con successo».

Giusto un anno fa, il 6 agosto 2025, il CIPESS aveva approvato il progetto definitivo del Ponte, ma la Corte dei Conti aveva bloccato l’iter rifiutando di apporre il proprio sigillo e richiedendo una serie di “irrinunciabili” prescrizioni e adattamenti che hanno di fatto bloccato l’iter realizzativo. Adesso si rimette in moto tutto.

«L’obiettivo, adesso – ha detto l’AD della Società Stretto di Messina Pietro Ciucci – è passare alla fase realizzativa entro la fine di quest’anno». Ciucci ha espresso la sua soddisfazione per la ripartenza del progetto: «Accolgo con piacere – ha detto – il parere tecnico per il ponte sullo Stretto di Messina espresso dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che fa seguito a una lunga e approfondita istruttoria che ha riguardato l’intero progetto definitivo dell’Opera, seguendo in maniera estensiva le previsioni del Decreto Legge 32/2026. Adesso esamineremo con i nostri tecnici e progettisti le osservazioni che accompagnano il parere, per dare pronta risposta tecnica e consentire al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di trasmettere al Dipe (Dipartimento per la Programmazione Economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri) la documentazione del progetto per l’iscrizione all’Ordine del Giorno del Cipess per la prevista nuova delibera».

In una dichiarazione all’Ansa, Ciucci ha ringraziato  «il presidente Massimo Sessa e l’intero Consiglio Superiore per il grande impegno profuso nell’attività di esame che ha riguardato in modo progressivo e specialistico tutti i principali aspetti ingegneristici dell’opera. Stretto di Messina ha assicurato la massima e doverosa collaborazione insieme ai progettisti del Contraente generale Eurolink, a Parsons Transportation Group quale Project Manager Consultant, all’Expert Panel, organo a supporto della Stretto di Messina per le attività tecnico-specialistiche». (rrm)

 

A Reggio i 10 anni di Calabria.Live con il Rhegium Julii: il commento dell’eurodeputata Giusi Princi

Una volta tanto, parliamo di noi. Una magnifica serata a Reggio, al Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” promossa dalla Fondazione Rhegium Julii per i Caffè Letterari d’estate per celebrare i 10 anni del quotidiano Calabria.Live, con la partecipazione dell’eurodeputata Giusi Princi, la quale ha voluto sottolineare l’impegno del nostro giornale per la crescita della Calabria. All’evento hanno preso parte anche il Presidente del Rhegium Julii Giuseppe Bova, Igino Postorino, Presidente emerito del Circolo Polimeni, e Santo Strati, giornalista, scrittore e direttore di Calabria.Live, che ha dialogato con Mario Musolino, Natale Pace e Arturo Cafarelli.

“Lo sviluppo della Calabria – ha detto l’On. Princi – passa anche attraverso il grande lavoro di chi ne narra, con autenticità, il suo potenziale. Perché raccontare una regione non significa soltanto riferire ciò che accade, ma vuol dire conoscerla, interpretarla, restituirne la complessità e dare voce alle professionalità, ai talenti e alle tante energie positive che ogni giorno la animano”.

“È stato per me motivo di orgoglio – ha proseguito l’On. Princi – partecipare all’incontro organizzato in occasione del decimo anniversario di Calabria.Live: dieci anni di competenza e impegno quotidiano che il suo Direttore, l’amico Santo Strati, ha trasformato in una vera e propria missione editoriale, raccontando la Calabria nella sua identità più profonda e contribuendo a costruire fiducia, senso di appartenenza e consapevolezza del valore della nostra terra”.

“In questi dieci anni – ha evidenziato l’europarlamentare calabrese – il Direttore Strati e tutta la redazione hanno dato vita a una realtà editoriale autorevole, divenuta un punto di riferimento culturale capace di accompagnare la crescita delle nostre comunità e di mantenere vivo il legame con i tanti calabresi che vivono lontano dalla loro terra”.

“Un’informazione libera e autorevole – ha continuato l’On. Princi – rappresenta, infatti, un presidio fondamentale della vita democratica. È, insieme alla cultura, un motore di crescita delle comunità. Occorre, quindi, tutelare questa libertà, oggi più che mai, in un tempo segnato dalla diffusione della disinformazione, dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico e dalle profonde trasformazioni che stanno investendo il settore dell’informazione. Difendere il pluralismo, la qualità del giornalismo e l’indipendenza editoriale significa preservare uno spazio pubblico fondato su responsabilità, credibilità e partecipazione consapevole. Un principio – prosegue – che trova pieno riconoscimento anche a livello europeo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE e nel Regolamento europeo sulla libertà dei media. Una visione che porto avanti anche nel mio lavoro in Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo”.

“Cultura e informazione, dunque, non sono realtà distinte, ma costituiscono leve strategiche per rafforzare la crescita democratica delle comunità, favorirne la partecipazione e valorizzarne l’identità. Calabria Live – ha affermato – interpreta concretamente questa visione europea, perché in questi dieci anni è andata oltre la cronaca, raccontando la Calabria autentica attraverso il suo patrimonio culturale, le sue eccellenze, il mondo della ricerca e le realtà che ogni giorno contribuiscono alla crescita e all’innovazione del territorio”.

“Desidero rivolgere i miei complimenti – aggiunge l’On. Giusi Princi – al Direttore Santo Strati e a tutta la redazione, con l’augurio di continuare a raccontare la nostra terra con competenza, entusiasmo e rigore, dando voce alle sue energie migliori e contribuendo a costruire una regione sempre più consapevole del proprio valore, protagonista del proprio futuro e sempre più capace di affermare il proprio ruolo anche nel contesto europeo. Ringrazio – ha proseguito l’europarlamentare calabrese – il Presidente Giuseppe Bova, per aver promosso questo momento di confronto e riflessione di alto profilo culturale e per la costante spinta propulsiva che da decenni Rhegium Julii imprime al settore culturale della nostra terra, contribuendo in modo significativo alla sua crescita e valorizzazione. Un sentito ringraziamento anche a Igino Postorino, già Presidente del Circolo Polimeni, e a tutti gli intervenuti, che con la loro presenza e il loro contributo hanno arricchito un’occasione di dialogo e condivisione di particolare valore”, ha concluso l’On. Giusi Princi. (rrc)

Piana di Sibari: l’isolamento e l’esclusione dalle mete turistiche sono frutto di scelte sbagliate

di DOMENICO MAZZA – Siamo davvero sicuri che lo Jonio sia difficile da raggiungere? La domanda merita una risposta distinta a seconda del contesto, perché non tutto l’Arco Jonico condivide lo stesso grado di isolamento. Il Crotonese, questo sì, sconta una difficoltà oggettiva. Oltre Sibari la viabilità si fa precaria e la ferrovia resta ferma a un tracciato che somiglia a un refuso d’epoca borbonica. Per la Sibaritide, invece, questa difficoltà non esiste. Non esiste perché, paradossalmente, la Sibaritide è oggi il contesto turistico più facilmente raggiungibile della Calabria. E vale tanto dal versante adriatico, quanto da quello tirrenico.

I dati ISTAT sulla mobilità turistica confermano la cornice entro cui va letto questo paradosso. Quasi il settanta per cento dei viaggi turistici degli italiani si compie in automobile. Il restante si divide tra treno e aereo. Ma rappresentano, insieme, quote minoritarie rispetto alla strada.

Su questo punto, però, conviene essere precisi.

I flussi diretti verso la Calabria provengono, nella loro quasi totalità, da nord. Per pura geografia, dunque, chi viaggia in automobile da nord incontra la Sibaritide prima di qualunque altra destinazione jonica o tirrenica calabrese.

È proprio la questione infrastrutturale, oggi, a confermare la geografia. La quattro corsie arriva già fino a Sibari: dallo svincolo di Firmo, dieci minuti d’auto bastano per raggiungerla. Con il completamento del terzo megalotto sul versante jonico, l’anello si chiuderà anche dal lato pugliese. In prospettiva, quindi, pure chi arriverà dalla dorsale adriatica troverà una strada veloce fino a Sibari. Ma il megalotto facilita il transito. Non impone la sosta. La Sibaritide, anche a opera completata, rischia di restare una zona di attraversamento. A meno che non affronti, nel frattempo, tutto ciò che la rende una terra da superare e non una terra dove fermarsi.

Oggi chi viaggia dal versante adriatico si ferma in Puglia, senza proseguire oltre. E i numeri lo confermano. La Puglia ha superato perfino la Sardegna per affluenza turistica. Se quei flussi non raggiungono la Calabria, la ragione è semplice: restano già dove trovano un’offerta a trattenerli. Chi viaggia dal versante tirrenico, salvo chi esca a Lagonegro per raggiungere la Riviera dei Cedri, arriva a Firmo e oltrepassa lo svincolo. Prosegue verso Pizzo, Tropea, la Costa degli Dei, la Costa degli Aranci, la Costa Viola.

La Sibaritide resta la meta più vicina e la più raggiungibile.

Resta, insieme, la meta meno scelta.

Ci siamo mai chiesti realmente il perché di tutto questo?

 

Non l’isolamento, ma il conto delle scelte sbagliate

Un paradosso numerico smaschera l’ipocrisia della narrazione locale. Corigliano-Rossano e Sibari (Cassano) figurano sulla carta come il secondo e il terzo comune della Calabria per presenze turistiche, subito dopo Ricadi. Eppure quei numeri non si riversano sui lungomare. Non animano le marine. Non generano l’economia serale che si respira altrove. Il Codex, il Castello Ducale, i centri storici in generale restano patrimoni reali, ma isolati. Lungo lo Jonio i borghi antichi distano chilometri dalla costa, mentre sul versante tirrenico centro storico e marina formano un tutt’uno naturale.

Una pianura costiera, di per sé, rischia l’anonimato paesaggistico.

Se a questa neutralità geografica non si contrappone un’armatura urbanistica di prim’ordine, il territorio resta trasparente agli occhi di chi cerca una vacanza. Usare la carenza di trasporti come alibi universale copre soltanto le responsabilità di una classe dirigente che, a sud di Sibari, non ha mai preteso con fermezza la vera priorità: garantire un’effettiva continuità territoriale.

Nessuna pista d’atterraggio sostituisce un binario elettrificato.

Nessun comunicato stampa sostituisce una strada sicura.

Inseguire la chimera di uno scalo RAM significa ignorare le dinamiche economiche più elementari. I costi d’esercizio spaventosi, la capienza ridotta dei velivoli, l’incapacità strutturale di generare volumi credibili di passeggeri o merci trasformano l’aviosuperficie in un contenitore vuoto. Diventa un involucro inutile. Vive soltanto nei comunicati elettorali.

Il vero delitto, semmai, è ciò che abbiamo costruito dove si sarebbe dovuta progettare l’accoglienza.

Solo a Corigliano-Rossano, intere porzioni di litorale sono state e continuano a essere soffocate sotto seconde e terze case. Sono abitazioni spacciate un tempo per residenze esclusive. Si sono rivelate, alla prova dei fatti, desolati agglomerati che ricordano più delle RSA diffuse che architetture di pregio. Due soli alberghi, in decine di chilometri di riviera, sorgono direttamente sul mare.

I resort di livello vivono come isole felici, ma raffigurano cattedrali nel deserto. Enclavi turistiche da cui l’avventore non ha ragione di uscire. Perché fuori non trova passeggio. Non trova servizi. Non trova un’identità ricettiva. Trova solo cemento privato e decontestualizzato.

Il vero problema non è mai stato l’isolamento. Il vero problema siamo noi.

 

La svolta possibile: dati, rete e visione di sistema

La Sibaritide deve compiere un’operazione verità prima ancora che un’operazione infrastrutturale.

Manchiamo di bellezza, di pacchetti attraenti, di un appeal capace di spingere il visitatore a scegliere questo pezzo di Calabria rispetto a un altro. E nessuna aviosuperficie o aeroporto internazionale potrà mai correggere un deficit estetico e ricettivo.

Questo bagno di lucidità deve cominciare dagli attori del territorio, prima ancora che dai piani regolatori. Chi amministra, chi investe, chi progetta la Sibaritide deve viaggiare e scoprire cosa offrono territori simili. Bisogna conoscere ciò che accade oltre i propri confini. Smettere di trattare questa terra come un’isola dentro un mondo che isola non è.

Copiare, in sé, non costituisce una colpa. Costituisce un metodo, a condizione che si copi ciò che è davvero trasferibile. Si possono ricalcare modelli ricettivi, prodotti, servizi pensati per territori dalle caratteristiche geografiche affini. Non servono format nati altrove e qui semplicemente calati.

Proporre nell’Arco Jonico soluzioni pensate per la Costiera Amalfitana o per la Costa degli Dei significa ripetere l’errore opposto e speculare. Significa ignorare la pianura, la viabilità e la morfologia costiera che caratterizzano questo territorio. Significa sostituire l’incapacità di guardare fuori con quella di realizzare dentro.

Il territorio compreso tra Sibari e Crotone, per svegliarsi dal proprio coma, deve abbandonare la politica dei piccoli orticelli e la cultura dell’annuncio. Deve abbracciare, al contrario, quella dei dati e della pianificazione integrata.

Servono piani industriali per la ricettività alberghiera costiera.

È necessaria una riqualificazione estetica radicale dei litorali.

Bisogna avviare una regia di rete capace di collegare Sibari a Crotone come un unico prodotto turistico, non come due periferie concorrenti.

Serve, prima di tutto, la pretesa collettiva delle opere prioritarie: la vera Statale 106, la ferrovia elettrificata, i collegamenti intermodali veloci.

Continuare a vendere il brutto spacciandolo per eccellenza, non cambierà le cose. Continuare a incolpare l’assenza dell’aeroporto sotto casa: ecco la vera condanna.

Alla Sibaritide non serve chi guardi ovunque. Le serve chi sappia guardare a ciò che le somiglia. (dm)

[Comitato Magna Grecia]

Reggio ha il suo nuovo Ponte (sul Calopinace): per il sindaco Cannizzaro è il preludio dei più bei 5 km d’Italia. Chiamiamolo Ibico

di SANTO STRATI – Da monumento ai ritardi e oggetto di (legittime) prese in giro per l’incapacità di realizzare un ponticello di poche decine di metri, il nuovo Ponte sul Calopinace da domani si avvia a diventare realtà. Lo ha annunciato – con meritata soddisfazione – il sindaco Francesco Cannizzaoro in un’affollatissima conferenza stampa al Comune di Reggio, dando anche la data di inaugurazione: il 9 ottobre. La Città è invitata a festeggiare questo nuovo passo verso la realizzazione di un waterfront (ma chiamiamolo lungomare, è più bello) lungo ben 5 km: e chi ce l’ha in Europa (non solo in Italia) un fronte-mare così ampio e con una panoramica mozzafiato (con l’Etna che fa da sfondo) in un mare azzurro che affascina? Il mare del mito, il mare di una città che vuole diventare “di mare” e non restare “sul mare”, con tutte le ricadute positive in termini di immagine e di attrazione turistica.

Questo piccolo ponticello su cui da ben 7 anni si sono spese più barzellette e battute che sacchi di cemento armato e blocchi in ferro saldato è in realtà l’abbattimento di quel microscopico (ma insuperabile) ostacolo che divide la via Marina di Reggio Calabria dal cosiddetto Parco Lineare Sud. Un’area che non solo porterà a compimento il sogno di un lungomare di ben 5 chilometri (andrà ovviamente aggiornata la frase falsamente attribuita a D’Annunzio sul “più bel chilometro d’Italia”) ma trasformerà radicalmente la zona sud della città. Un’area operosa e attivissima, con un mare stupendo (ma fino a oggi praticamente devastato e brutalizzato da vandali incapaci di avere un cuore urbano) e una passeggiata lungo la costa che tutto il mondo – statene certi – ci invidierà.

Intanto, a Cannizzaro va ascritto un altro record: alle sue conferenze stampa arrivano fin troppi giornalisti, come non se ne vedevano ai tempi della Reggina in serie A. È un ottimo comunicatore il sindaco e riesce a captare l’attenzione della stampa, abituata a sonnecchiose e malinconiche relazioni del primo cittadino o di qualche assessore coinvolto. Anche qui l’aria è cambiata e bisogna darne atto: Francesco “Ciccio” Cannizzaro è un fiume in piena, allegramente felice di poter annunciare fatti e risultati e non soltanto promesse. Questa del Calopinace era una ferita che la Città non poteva più sopportare. E invece in 58 giorni (inclusa la sospensione feriale del Ferragosto) i reggini (e i forestieri) potranno godersi una passeggiata sicuramente suggestiva. È brutto Calopinace – ha chiosato il Sindaco – bisognerà trovargli un nome. Aspettiamo suggerimenti anche dai cittadini. Calabria.Live suggerisce subito Ibico (il poeta reggino quasi misconosciuto ai suoi concittadini, cantore della bellezza di Reggio). E Cannizzaro forse non ricorda che proprio alla foce del Calopinace – secondo la leggenda – venne fondata la Città ed eretto un tempio maestoso (che i marosi hanno distrutto), seguendo l’oracolo di Delfi che indicava dove sfociava il fiume Apsias (oggi il torrente Calopinace, ombra di una fiumara pressoché rinsecchita) il luogo dove far nascere la città voluta da Giocasto (figlio del dio Eolo) e da Eracle. Che riparta proprio dal Calopinace la “rinascita” di Reggio è decisamente molto suggestivo ed è un buon auspicio per la realizzazione del Parco Lineare Sud di cui il ponticello rappresenta il primo concreto tassello.

Cannizzaro ha spiegato come si è arrivati a un vero e proprio sovvertimento del progetto iniziale: «Una importante e ritrovata sinergia ha creato le condizioni per questa accelerazione, senza costi aggiuntivi. Si lavora sulle rampe, finora senza progettazione esecutiva, per arrivare al completamento». È il caso di dire che nella progettazione mancavano le rampe do accesso: sarebbe stato un monumento alla superficialità!

Forse Reggio riuscirà a dimenticare la telenovela del ponte impossibile (sono appena 30 metri): sarà largo 1 2metri, e avrà un’altezza di 2 metri dal letto dell’omonimo torrente: per la cronaca la delibera originaria è del 2026 e i lavori erano stati assegnati nel 2020. In 58 giorni Cannizzaro dimostrerà che, con passione, competenza e amore per la città, tutto è possibile. Adesso e non domani. (s)

Autonomia differenziata: il caso in Calabria di tariffe e retribuzioni nella Sanità

di ERNESTO MANCINI  – Il principio di sussidiarietà, in base al quale si attribuiscono i poteri pubblici ai vari livelli di governo (Comuni, Province, Città Metropolitane, Regione, Stato, Europa), è stato spiegato molto bene dalla Corte costituzionale nella motivazione della sentenza sulla legge Calderoli che conteneva numerose ed evidenti incostituzionalità in materia di autonomia differenziata (sentenza n. 192 del 2024).

Senza indulgere al linguaggio leguleio – che, in una sentenza della Corte costituzionale, è talvolta quasi inevitabile – il Giudice delle Leggi ha chiarito che ogni potere pubblico (cioè ogni “funzione”, come può anche dirsi a seconda della prospettazione) deve collocarsi nel livello istituzionale più appropriato, seguendo la metafora dell’ascensore.

Partendo dal basso verso l’alto – Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni, Stato, Europa – ma anche nel senso inverso, il potere, proprio come un ascensore, deve fermarsi al piano giusto, cioè deve essere attribuito al livello di governo che, secondo criteri di buon andamento e ragionevolezza, sia in grado di esercitarlo nel modo migliore per l’interesse generale.

Con questa semplice metafora dell’ascensore è facile comprendere perché il tentativo del ministro Calderoli e del Governo di attribuire in modo differenziato importanti poteri alle regioni del Nord sia palesemente incostituzionale.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di consentire alle regioni del Nord di determinare autonomamente le tariffe delle prestazioni sanitarie (ospedaliere, ambulatoriali, di laboratorio, ecc.), svincolandosi dai livelli fissati dallo Stato per l’intero territorio nazionale. Ciò, a parte la condizione di privilegio per i bilanci delle aziende sanitarie e ospedaliere nei quali le tariffe concorrono a determinare sia le entrate sia le uscite, permetterebbe a tali regioni di attrarre investimenti privati nella sanità offrendo remunerazioni più elevate rispetto ad altre aree del Paese. Lo stesso discorso vale per le retribuzioni dei medici che sarebbero attratti da trattamenti economici più elevati rispetto a quelli delle altre regioni che, invece, resterebbero vincolate alla contrattazione collettiva nazionale.

La Presidente del Consiglio e l’allegra compagnia di Calderoli & co. (i governatori Stefani, Fontana, Cirio, Bucci ma anche l’ex Zaia, Occhiuto e altri governatori, pure del Sud, ligi ai patti di governo) pretendono di eludere questa critica sostenendo che gli stessi poteri possono essere attribuiti anche alle altre regioni che ne faranno richiesta. In questo modo, però, si finge di ignorare che ciò darebbe vita a un sistema regionale concorrenziale e caotico, con tutte le regioni l’una contro l’altra armata e con un inevitabile vantaggio per quelle più ricche, a discapito di quelle con minori risorse e più limitate capacità di manovra finanziaria sulle tariffe e sulle retribuzioni.

Insomma, da una parte i poteri sulle tariffe o sulle retribuzioni non possono essere assegnati alle regioni del Nord perché ciò, a tacer d’altro, creerebbe una situazione di vantaggio per esse e di svantaggio per le regioni del Sud. Dall’altra parte, questi stessi poteri non possono essere assegnati a tutte le regioni paritariamente, perché ciò accentuerebbe una situazione di competitività e di caos finanziario contraria al sistema regionale cooperativo voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, e tutt’altro che smentito dal nuovo Titolo V del 2001.

Dunque, questi poteri non possono essere rinunciati da parte dello Stato né per un sistema regionale differenziato né per un sistema regionale paritario.

In questi casi, perciò, l’ascensore che reca la funzione (tariffe, retribuzioni, ecc.) non può che fermarsi al piano dello Stato, che è l’unico livello istituzionale in grado di garantire un ordinato svolgimento delle competenze regionali, assicurando uniformità di poteri tra le regioni su tariffe e retribuzioni e, di conseguenza, condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo in cui risiedono.

Diversamente opinando, e limitandosi ai casi in esame, si scardinerebbe il Servizio sanitario nazionale, perché lo Stato non avrebbe più alcuna leva per intervenire sui prezzi delle prestazioni; e si scardinerebbe anche la contrattazione collettiva che potrebbe essere derogata in modo significativo sia in un sistema differenziato sia in un sistema paritario. Il Servizio Sanitario Nazionale e la contrattazione collettiva, si badi bene, sono due conquiste di civiltà del Novecento repubblicano che vanno implementate e non certo smantellate.

È questo, in fondo, il significato autentico del principio di sussidiarietà: non distribuire il potere secondo convenienze politiche o interessi territoriali, ma collocarlo là dove può essere meglio esercitato nell’interesse dell’intera collettività.

Quando l’ascensore viene forzato a fermarsi al piano sbagliato, non si realizza una maggiore autonomia, ma si producono disuguaglianze, si frammenta l’unità della Repubblica e si mette in discussione quel principio di solidarietà che la Costituzione pone a fondamento della convivenza nazionale.

Tutto ciò, beninteso, non esclude una sana e legittima competizione tra le regioni, ma essa deve svolgersi a parità di poteri e di funzioni “d e c e n t r a b i l i” come avvenne negli anni Settanta all’indomani della istituzione delle Regioni. Saranno allora la capacità organizzativa e il management delle singole amministrazioni regionali a fare le legittime differenze al netto di tutte le anomalie (es.: finanziamento col criterio della spesa storica che cristallizza le ingiuste differenze fra nord e sud) la cui rimozione, quella sì, è urgente.

N.B.: Quello della sussidiarietà è soltanto uno dei numerosi princìpi costituzionali che, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, delimitano l’attuazione dell’autonomia differenziata; basti pensare ai princìpi di uguaglianza, di unità e indivisibilità della Repubblica, di buon andamento e imparzialità, nonché al criterio di specificità delle funzioni elaborato dalla stessa Corte.

Analogamente, le competenze in materia di tariffe e retribuzioni rappresentano soltanto due delle numerose funzioni (oltre 400) suscettibili di essere trasferite secondo il progetto di autonomia differenziata promosso dalla Lega col Ministro Calderoli e appoggiato dall’attuale Governo.

Per illustrare tutte le anomalie o, se si preferisce, le abnormità di questo progetto non basterebbe l’intera edizione del giornale che ci ospita. (em)

La cultura calabrese in festa per gli 80 anni di Pino Bova, Presidente del Rhegium Julii

Non tutti i traguardi sono uguali, e non tutti lo sono allo stesso modo per gli uomini. Per alcuni, uomini o donne, un traguardo è solo una ripartenza; questo avviene quando, riuscendo ad ingannare il tempo, alcuni di loro riescono a vivere più vite. La loro anima esonda dall’angusto spazio del loro petto, per rinascere in modo dannunzianamente continuo.

Tra questi vi è Pino Bova, anche Presidente della Fondazione Rhegium Julii, che oggi, 1° agosto, riparte dai suoi 80 anni vissuti con un’anima sempre nuova. Scrittore, poeta tradotto finanche in Vietnam e Giappone, manager di aziende pubbliche e enti culturali, Sovrintendente teatrale, politico, ma soprattutto sognatore.

Quando 58 anni fa, guidati dallo storico, visionario Presidente Giuseppe Casile, un gruppo di giovani si mise in testa di mostrare al Paese l’altro volto della Calabria, Pino Bova era in prima linea, a sognare un’impresa che molti avrebbero ritenuto velleitaria, e che invece dura ancora oggi.

Ma il merito più grande di quel gruppo di giovani è stato di non aver mai fatto spegnere quella luce che hanno trasferito alle nuove generazioni, allevandole in una famiglia che ha posto il libro e la lettura al centro dell’attività di un’associazione, il Rhegium, che nel suo motto “l’arte di leggere, il vizio di scrivere” ha una dichiarazione di intenti.

Nel momento più difficile, dopo la scomparsa di Casile, Pino Bova è riuscito, con un mix di vecchi e nuovi soci a salvare, con sacrificio e incredibile dedizione, un circolo divenuto punto di riferimento non solo a livello nazionale.

I Premi Nazionali e Internazionali, i Nobel accolti a Reggio Calabria, la gratificazione di essere ricevuti da 4 Presidenti della Repubblica, in attesa dell’attuale, sono stati rinvigoriti dal costante e rinnovato impegno che ha portato alla nascita della Fondazione, strumento donato alla sua amata città, per sognare di competere sui palcoscenici più prestigiosi da Istituzione tra le istituzioni.

In questa diversità, sta il segreto custodito per tanti anni e tramandato ai giovani, da una guida che ha saputo essere amico, fratello, e a volte anche padre di chi ancora oggi lo affianca.

Consapevoli che la sua età anagrafica, corrisponde in realtà a quella del Rhegium Julii , il grazie,  di tutti gli amici e soci del Rhegium, dell’intera città, è rivolto non solo al tanto che ha fatto, ma al moltissimo che ancora lo aspetta.

(I soci e gli amici della Fondazione Rhegium Julii)

La Calabria, una regione che “vive” di turismo e cultura solo due mesi l’anno

di LEO BERENOVIC – C’è un momento, ogni anno, in cui la Calabria sembra svegliarsi da un lungo sonno. Succede tra fine giugno e l’inizio di luglio, quando le prime luci dei palchi cominciano a spuntare nelle piazze, quando le Pro Loco tirano fuori i tavoli di legno, quando i comuni pubblicano i cartelloni estivi con la stessa enfasi con cui altrove si annunciano le stagioni teatrali. È il preludio dell’epopea delle sagre: un fenomeno che non è solo gastronomico, non è solo folklorico, non è solo turistico. È un fenomeno politico, economico, antropologico. È la fotografia di una regione che ha scelto di vivere due mesi l’anno e di sopravvivere negli altri dieci. La Calabria è una regione a fisarmonica: si apre a luglio, esplode ad agosto, si richiude a settembre. Il resto dell’anno è un lungo inverno culturale, anche quando il clima non lo sarebbe. È un paradosso che si ripete da decenni: una terra che potrebbe vivere di cultura dodici mesi l’anno, ma che concentra tutto, sagre, concerti, premi letterari, festival, rassegne, in un’unica stagione, come se il tempo stesso fosse un bene scarso, come se la cultura fosse un frutto che matura solo d’estate.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. I numeri degli aeroporti, soprattutto. Perché gli indicatori veri non sono le presenze ISTAT, spesso incomplete, ma gli arrivi aeroportuali: persone reali che entrano in Calabria. Lamezia Terme, il vero hub della regione, registra ogni anno tra i tre e i tre milioni e mezzo di passeggeri. E la distribuzione stagionale è chiarissima: giugno circa trecentomila arrivi, luglio quattrocentomila, agosto mezzo milione, settembre ancora trecentomila. Trecentomila arrivi in un mese che la Calabria considera “di coda”, “di chiusura”, “di rientro”. Trecentomila persone che arrivano quando i comuni hanno già smontato i palchi, quando le sagre sono finite, quando i premi letterari hanno già consegnato le targhe, quando la cultura torna a dormire. Reggio Calabria, l’altro aeroporto, è più piccolo: nel 2025 ha raggiunto il milione di passeggeri. Picco ad agosto, ma settembre e ottobre con ottime performance. L’autunno non è una stagione morta. Due dei tre mesi, vivi, pieni, attraversati da flussi costanti. Eppure, culturalmente, è un deserto.

Per capire perché, bisogna guardare alla struttura profonda della regione. La Calabria ha una caratteristica che nessun’altra regione italiana possiede: l’ottantacinque per cento delle presenze turistiche si concentra tra giugno e settembre. Non perché il resto dell’anno sia impossibile da vivere, ma perché la regione ha costruito un modello culturale basato sulla stagionalità estrema. È un modello che si autoalimenta: più eventi d’estate, più pubblico d’estate; più pubblico d’estate, più fondi d’estate; più fondi d’estate, più politica d’estate. È un ciclo che si ripete, che si rafforza, che diventa identità.

La politica del consenso gioca un ruolo decisivo. Un concerto porta voti. Una biblioteca no. Una sagra porta foto, folla, applausi. Un laboratorio linguistico grecanico porta quaranta persone motivate, ma zero ritorno mediatico. La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. La programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo. La continuità è stata sostituita dalla stagionalità. Reggio Calabria è il caso più emblematico. Ogni estate investe tra trecentomila e un milione di euro in concerti, intrattenimento, palchi, service, artisti. La cultura strutturale — musei, biblioteche, teatri — riceve briciole. È la città che preferisce un concerto da ventimila persone a un progetto culturale annuale da duecento persone. È la città che ha trasformato il Lungomare in un palcoscenico politico. È la città che ha rinunciato a una programmazione culturale per inseguire la folla. È la città che ha scelto la quantità al posto della qualità, il rumore al posto della profondità, la visibilità al posto della costruzione.

Ma l’epopea delle sagre non è solo urbana. È anche dei borghi. Bova, Roghudi, Gallicianò, Palizzi, Condofuri: luoghi che potrebbero essere laboratori culturali europei. Luoghi che custodiscono una lingua antichissima, un patrimonio antropologico unico, una identità che non esiste altrove. E invece, d’estate, diventano un mosaico di sagre: della porchetta, del pane, del vino, della pasta fatta in casa. Sagre che costano tra i cinquemila e i venticinquemila euro, spesso finanziate da contributi regionali fino a cinquantamila euro, con sponsor privati da duemila a cinquemila euro, con Pro Loco che mettono volontariato e fondi propri.

La lingua greca di Calabria, patrimonio unico, viene celebrata in eventi estivi, non in progetti annuali. La cultura grecanica diventa folklore stagionale. Diventa un costume, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso. Diventa un ricordo, non un futuro.

E poi ci sono i comuni turistici: Scilla, Roccella, Siderno, Locri. Comuni che hanno un potenziale enorme, ma che lo usano solo d’estate. Scilla organizza eventi tra quaranta e centoventimila euro, tutti concentrati ad agosto. Roccella ha un Jazz Festival che è un gioiello, ma è sempre estivo, con un budget tra duecento e quattrocentomila euro. Siderno investe tra trenta e ottantamila euro in sagre e concerti. Locri tra cinquanta e centocinquantamila euro. L’archeologia, che potrebbe essere un motore culturale annuale, è relegata a iniziative sporadiche, occasionali, marginali.

Anche i premi letterari sono stagionali. Premio Tropea, Rhegium Julii, Premio Palmi, premi grecanici, festival di poesia: tutti concentrati tra luglio e agosto. Perché d’inverno non c’è pubblico. Perché i fondi regionali finanziano solo eventi turistici. Perché la politica vuole la folla. Perché la cultura è trattata come intrattenimento. La letteratura diventa un accessorio del turismo. Diventa una parentesi, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso.

Eppure, la Calabria potrebbe avere una stagione culturale lunga otto mesi. Potrebbe vivere di cultura da settembre a giugno. Potrebbe costruire una rete di comuni che collaborano, una strategia culturale regionale, una professionalizzazione degli operatori culturali. Potrebbe vivere di archeologia, di lingue minoritarie, di borghi, di trekking culturale, di festival letterari, di musica da camera, di teatro, di residenze artistiche, di scuole di scrittura, di laboratori permanenti.

Perché potrebbe? Perché il clima è mite fino a novembre. Perché la scuola inizia tardi. Perché il turismo lento è in crescita. Perché la diaspora rientra più volte l’anno. Perché i borghi sono vivi tutto l’anno. Perché i costi sono più bassi fuori stagione. Perché settembre ha trecentomila arrivi a Lamezia. Perché ottobre è ancora vivibile. Perché dicembre è un mese forte. Perché la cultura dice che la Calabria potrebbe essere molto di più. Ma non lo fa. Non lo fa perché mancano fondi per cultura annuale e strategie culturali. Non lo fa perché mancano reti tra comuni e spesso manca professionalizzazione. Non lo fa perché manca volontà politica e la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. Non lo fa perché la programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo e perché la continuità è stata sostituita dalla stagionalità.

L’epopea delle sagre è un racconto affascinante. È un racconto che parla di comunità, di identità, di convivialità. È un racconto che parla di tavolate, di musica, di piazze piene, di estate che sembra non finire mai. Ma è anche un racconto incompleto. È un racconto che nasconde una fragilità profonda. È un racconto che mostra una regione che vive due mesi l’anno e sopravvive negli altri dieci. È un racconto che mostra una cultura che si accende e si spegne, che si apre e si chiude, che si mostra e si nasconde.

La Calabria potrebbe scrivere un’altra storia. Potrebbe scrivere una storia di cultura permanente, di identità strutturale, di continuità. Potrebbe scrivere una storia che non dipende dal clima, dai fondi, dalla politica del consenso. Potrebbe scrivere una storia che non vive solo d’estate. Potrebbe scrivere una storia che vive tutto l’anno. Ma per farlo deve scegliere se vuole essere una regione a fisarmonica o una regione a respiro lungo, se vuole vivere due o dodici mesi. Deve scegliere se vuole l’epopea delle sagre o l’epopea della cultura. Per ora, ha scelto le sagre. Ha scelto i palchi. Ha scelto i concerti. Ha scelto le piazze piene. Ha scelto la folla. Ha scelto la visibilità. Ha scelto l’estate. Ma la storia non è finita. La storia può cambiare. La storia può essere riscritta. La storia può essere allargata. La storia può essere approfondita. La storia può essere trasformata.

La Calabria può ancora scegliere. E forse, un giorno, lo farà. Io, intanto, da turista ottobrino, mi arrangerò, durante il fine settimana, nei giorni feriali tanti interessanti incontri, poco altro.

Non c’è troppo cemento in Calabria. è soltanto mal distribuito

di DOMENICO MAZZA – Progettare il futuro di un territorio fragile come quello calabrese non significa imboccare la via della decrescita. Non significa rinunciare alle opere necessarie a rompere l’isolamento storico delle nostre comunità. Il progresso ha bisogno di infrastrutture moderne, sicure, efficienti. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.

Ma la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto.

Soffre di un cemento mal distribuito.

Piazzali che nessuno usa convivono con strade dissestate che tutti maledicono. Rotatorie sovradimensionate sorgono dove basterebbe un incrocio, mentre un ponte necessario resta un progetto sulla carta da vent’anni.

Il problema non è costruire. Il problema è costruire nel posto sbagliato, e non realizzare in quello giusto.

È qui che entra in gioco il depaving. Un principio che sta guadagnando credito in diversi contesti europei. Una visione di sistema che si inserisce a pieno titolo nei processi di rigenerazione urbano-naturalistica.

Leuven, in Belgio, ne è l’esempio più maturo: la rimozione sistematica dell’asfalto è parte integrante della sua strategia climatica urbana. Anche Genova lo ha inserito nel proprio piano urbanistico comunale.

Si tratta della rimozione fisica dell’asfalto e del cemento non più utili. Si restituisce così il suolo alla sua funzione originaria: assorbire l’acqua, produrre, respirare. Non è un concetto astratto importato da altri luoghi. È una pratica che sta prendendo piede per contrastare il dissesto idrogeologico e recuperare terreno produttivo.

Lo sviluppo non può più essere una colonizzazione a senso unico, dove ogni opera nuova si somma alla precedente senza che nulla venga mai tolto. La vera svolta culturale sta nel principio di reciprocità. Dove nasce il nuovo, il vecchio deve tornare alla terra.

Il depaving non frena chi costruisce. Corregge chi ha costruito male.

Non è un limite al fare. È il completamento del fare.

Strade doppie, piazze balena, pianure scivolo: lo stesso vizio ovunque

Il settore della viabilità offre l’esempio più immediato, e riguarda da vicino tutti gli enti competenti. Il depaving, del resto, trova nelle aree urbanizzate il suo terreno d’elezione. E in Calabria di aree urbane ce ne sono: centri costieri, collinari. Contesti contenuti nelle dimensioni, ma reali.

Negli ultimi decenni queste aree si sono chiuse nel cemento. Hanno perso l’equilibrio tra le strade e le aiuole, tra i marciapiedi e gli alberi.

È qui che si gioca la partita più delicata. Quando un ente pianifica una nuova strada, quel progetto dovrebbe rispondere a una sola domanda: quali sono le esigenze reali di quel tratto, di quei quartieri, di quei flussi di traffico? Se bastano due corsie per servire l’area, costruirne quattro è un doppio errore.

Un’opera sovradimensionata non restituisce grandezza. Al contrario, costa il doppio. Resta sottoutilizzata. Richiede più manutenzione nel tempo. E soprattutto sottrae suolo, verde, terra che in quel punto non andava tolta.

Quando nasce un tracciato moderno, poi, la vecchia carreggiata dovrebbe sparire. Troppo spesso non accade. Resta al suo posto, abbandonata al degrado: una ferita che non si rimargina mai. Una cicatrice impermeabile che il territorio si porta addosso.

Lo stesso vizio, nelle città, cambia forma.

Piazza Bilotti a Cosenza non è sbagliata perché è nuova. È sbagliata perché è stata pensata come una distesa di mattoni. Quasi una colata di cemento a simboleggiare una balena spiaggiata al centro della città.

Non è un caso isolato, sia chiaro.

Sulla falsariga, in diversi comuni calabresi, sono sorte altre piazze. Ma il disegno è stato sempre identico: il cemento ha preso il posto del verde senza alcun compromesso. Ovunque lo schema si ripeta, l’effetto è lo stesso: una fonte di calore impressionante. Un isolante che respinge ogni logica di mitigazione climatica.

Il problema, ancora una volta, non è costruire. È costruire senza lasciare che la terra respiri.

Il cemento assorbe calore, ma non restituisce ossigeno. Solo il suolo vivo lo fa.

Stesso registro si riscontra fuori dalle città. Qui, addirittura, si allarga fino a diventare sistema. Lungo il Crati, nelle piane alluvionali dello Jonio, nel Gioiese e nel Lametino, si sommano piazze di cemento, capannoni industriali mai decollati, strade secondarie che nessuno percorre. Insieme formano un unico, gigantesco scivolo. I drammatici eventi alluvionali degli ultimi vent’anni lo confermano. Quando le piogge si fanno violente, l’acqua non trova più la spugna naturale del terreno. Diventa un’onda, alimentata da ogni metro quadro di suolo sigillato senza motivo.

Pianificazione circolare: prendere, restituire, mettere in sicurezza

Rompere la catena delle emergenze richiede una pianificazione circolare, urbanistica e infrastrutturale insieme. Non basta, però, che i Comuni sappiano intercettare i fondi. Il problema è a monte. 

Ma lo strumento per uscire dall’impasse esiste già. L’Europa lo prevede da tempo: alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna, lo hanno già colto. Anche la Calabria deve adeguarsi, se vuole davvero tutelare il proprio territorio.

Il PNRR, d’altronde, lo dimostra. In molti Comuni calabresi le risorse sono arrivate, anche in misura consistente. Ma la scelta è ricaduta spesso su opere che l’Europa finanzia, senza che venga richiesta alcuna restituzione alla terra. Piazze, riqualificazioni urbane, arredo urbano: interventi utili, forse, ma quasi mai accompagnati da un principio di compensazione coerente. 

Si somma cemento. Si restituisce poco, raramente abbastanza.

Bisogna cambiare prospettiva. Il depaving va generalizzato a tutti i bandi di riqualificazione urbana. Il cambiamento deve riguardare la regola del finanziamento, non un generico appello di principio. Ogni nuova opera pubblica, ogni ammodernamento infrastrutturale, deve contenere per obbligo un piano di compensazione tramite depaving.

Non deve restare un’eccezione. Deve diventare la regola.

Bisogna cancellare, smantellare, ridimensionare il cemento inutile. E rigenerare gli spazi in aree di laminazione naturale, in corridoi ecologici veri.

L’uomo prende, ma deve anche restituire! Non con un principio astratto: con bandi che impongano la restituzione. Con opere che creino equilibrio oltre che sicurezza. Con progetti che lascino respirare la terra invece di sigillarla.

Solo così la Calabria smetterà di rincorrere il fango dopo ogni pioggia.

Solo così comincerà, finalmente, a governare il proprio futuro invece di subirlo.

Prendere e restituire. Fare bene, o non fare.

Non c’è futuro senza pareggiare i conti con la terra.

(Comitato Magna Graecia)