TUTTI A VOTARE. ma il referendum non è pro o contro il Governo

di SANTO STRATI – Oggi dalle 7 alle 23 e domani fino alle 15, gli italiani sono chiamati a esprimere un SÌ o un NO al quesito referendario sulla giustizia. È un referendum confermativo di una legge costituzionale e non richiede il quorum (al contrario di quelli abrogativi), quindi vince chi prende più voti.

È un referendum che la sinistra (sbagliando) ha trasformato in lotta politica: votare NO – sostengono la Schlein e compagnia di giro – significa bocciare il Governo Meloni. Governo guidato da una premier che è stata democraticamente eletta (con un mare di voti) e alla quale il Presidente della Repubblica ha conferito l’incarico. La lotta politica si fa in Parlamento, non a colpi di slogan divisivi che confondono l’elettorato che, a questo punto, – diciamoci la verità – già ha poca voglia di recarsi alle urne e sul tema referendario in questione ha le idee alquanto confuse. E poca voglia di partecipare a un plebiscito positivo o negativo sulla Meloni (come sostenuto dall’opposizione).

Allora, sarebbe opportuno spiegare qualche cosa in più sul referendum di oggi: ovvero, che non cambia molto sull’ordinamento giudiziario, salvo lo sdoppiamento del CSM e di un organo di valutazione aggiuntivo sulla condotta dei magistrati inquirenti o giudicanti che siano. Sono tutte fandonie le chiacchiere diffuse (ahimè, in gran parte da Pd, 5 Stelle e AVS) sulla “rivoluzione” che subirebbero i cittadini qualora prevalesse il SI. Per contro, bisogna, correttamente, osservare che la premier Meloni, soprattutto negli ultimi giorni, si è spesa per negare la valenza politica di questa consultazione popolare.

In buona sostanza, non cambia nulla, salvo la separazione delle carriere tra pm e giudici, ma certamente questo primo abbozzo di riforma  servirà – se venisse approvata dal popolo – ad avviare una seria revisione dell’ordinamento giudiziario.

La malagiustizia ha, purtroppo, un contenzioso molto alto nei confronti di centinaia (migliaia?) di cittadini ingiustamente detenuti senza prove concrete (la famosa “pistola fumante» (smoking gun) dell›ordinamento anglosassone e americano) che significa avere elementi probatori di incontrovertibile colpevolezza. Senza i quali nessuno dovrebbe venire sbattuto in prima pagina (spregevole abitudine della stampa italiana, dove l›avviso di garanzia è sinonimo di condanna, per via mediatica), con tutte le conseguenze del caso. Sono danni irreparabili che nessun risarcimento potrà mai lenire: vite distrutte, famiglie allo sfascio, minori sotto choc con padri (o madri) in manette in ore antelucane, quasi che si trattasse del mafioso più pericoloso del momento.

Attenzione, questo referendum non abolisce la malagiustizia ma lancia un severo monito alla magistratura, lasciando intravvedere un “demansionamento” del potere del magistrato inquirente o giudicante, che non significa assolutamente mettere in discussione il ruolo fondamentale (e costituzionalmente tutelato) della magistratura, che al 99,9% è terza e indipendente. È a quello zerovirgolauno che va questa sorta di avviso: questa riforma è solo il primo gradino di una sostanziale riscrittura dell’ordinamento giudiziario, proprio perché si possano evitare scarcerazioni facili o arresti e custodie cautelari immotivate, di cui, a partire da Enzo Tortora, si sono viste le catastrofiche conseguenze. Non che prima di Tortora non ci fossero “errori” giudiziari, ma l’accanimento dei giudici inquirenti (poi moltiplicato infinite altre volte e smentito quasi regolarmente  da una sentenza che dichiara “il fatto non sussiste”) in quel caso lì – a distanza di anni – sembra un assurdo giuridico, un mostro di non-giustizia che non può più essere tollerato.

Il cittadino (ove sia indagato) non deve dimostrare di essere innocente, ma tocca all’inquirente trovare gli elementi a sostegno dell’accusa che serviranno a determinare poi, in giudizio, la sentenza. Ma non è tollerabile che si arrivi a giudizio senza prove massicce e inconfutabili della commissione del reato.

Il referendum non risolve quest’aspetto, ma potrà dare il via a una riforma totale. Di fatto, il quesito referendario chiede al popolo di approvare o bocciare un testo di legge di modifica costituzionale. Se vince il NO significa che la legge è bocciata, se vince il SÌ occorrerà provvedere ai provvedimenti di attuazione che permettano la sua corretta esecuzione.

In altre parole, la modifica proposta, di per sé, non contiene le norme di attuazione, che andranno poi predisposte, in caso di approvazione da parte degli elettori. È semplicemente un primo passo di una riforma dell’ordinamento giuridico non più procrastinabile. Il referendum non è sulla malagiustizia o sull’azione di governo, ma implica una scelta dei cittadini su un progetto di riforma che parte proprio dalle modifiche costituzionali proposte.

Aver trasformato questo appuntamento elettorale in un’arma impropria per chi non ama il governo Meloni, è un grave errore politico della sinistra che sconfessa se stessa (alcune delle proposte dell’esecutivo, in passato, erano state avanzate da governi di centro-sinistra) e alimenta, ahimè, uno scontro maggioranza-opposizione di cui l’Italia, in questo momento, farebbe volentieri a meno.

Le ragioni del NO e del SÌ sono state stravolte con interpretazioni spesso fantasiose degli effetti del risultato e la conseguenza sarà, come si teme, una forte astensione di votanti. I delusi della politica hanno un pretesto in più per disertare le urne, l’opposizione, invece, farà una “chiamata alle armi” di portata storica per far prevalere il NO.

Ma  siamo sicuri che è questo che la maggioranza degli italiani veramente vuole?

L’alluvione in Calabria è solo l’epilogo dell’immobilismo politico

di DOMENICO MAZZAL’ennesima ferita al cuore dello Jonio conferma l’immobilismo istituzionale che da decenni grava su questo territorio. Non è il maltempo, né la retorica della “bomba d’acqua”, né tantomeno la categoria della fatalità a spiegare ciò che è accaduto. L’evento che ha travolto l’area compresa tra Mirto-Crosia e Corigliano-Rossano non rappresenta un’anomalia: è la riproposizione di un disastro ampiamente prevedibile. Un rito ciclico di un’area geografica lasciata al proprio destino.

Come già accaduto con l’esondazione del Crati, anche il ciclone Jolina diventa oggi testimone di una realtà inoppugnabile. In questo quadrante della Calabria, il fango è ormai l’unica evidenza tangibile di una gestione del territorio che non conosce la prevenzione. Solo la reazione tardiva. Solo l’affanno postumo.

La sedimentazione dell’incuria: alvei in regressione

Il problema non risiede nell’eccezionalità dell’evento meteorico, bensì in un processo di incuria stratificato per decenni. Gli alvei fluviali – che dovrebbero garantire il regolare deflusso idraulico verso il mare – sono stati lasciati evolvere in giungle impenetrabili, trasformati in ricettacoli di inerzia amministrativa. La mancata manutenzione non è una semplice omissione tecnica: è una linea di condotta. Una scelta reiterata che ha prodotto l’abbandono sistemico del territorio.

L’esondazione dei corsi d’acqua è il frame finale di una pellicola già vista. Un trailer di ciò che accadrà ancora se non si interviene sulla “geografia invertita”: un paradosso geomorfologico in cui il letto dei fiumi ha superato le quote dei terreni circostanti. Tale innalzamento, causato da sedimenti mai rimossi, ha mutato la natura stessa delle aste fluviali. I fiumi non scorrono più protetti nel ventre della terra: incombono su di essa come entità pensili, sospesi tra argini che non difendono più. Quando la capacità di ricezione si esaurisce, la legge di gravità compie il resto. La massa d’acqua e detriti si riversa sulle case, sulle aziende, sulle comunità: le utilizza come vasche d’espansione. Non è caso. Non è ineluttabilità. È la sintesi rigorosa e spietata di un’implacabile conseguenza meccanica: l’esito fisico dell’incuria sedimentata.

Analisi di un fallimento: tra inerzia e frammentazione

Le classi dirigenti hanno subordinato la sicurezza idrogeologica alla logica dell’emergenza, preferendo la gestione del danno alla sua evitabilità. La ritualità della “conta dei danni” e le passerelle istituzionali post-evento non possono più sostituire la pianificazione ordinaria e strutturale. Il dissesto idrogeologico resta un capitolo evocato nei programmi, ma inattuato nei fatti. Si dissolve nei corridoi di una burocrazia che percepisce lo Jonio come terra di confine; come un lembo remoto. Quasi un’appendice trascurabile e – pertanto – sacrificabile senza rimorsi. A ciò si aggiunge un rimbalzo di competenze tra Enti locali, Consorzi di bonifica e Regione che ha prodotto un vuoto decisionale profondo. In questo vuoto – cancellando differenze e confini – il fango è diventato l’unico elemento unificatore dell’Arco Jonico.

Non è solo una crisi ambientale: è una decrescita forzata che compromette l’economia dell’intero comprensorio e ne mortifica le prospettive di sviluppo. La civiltà jonica merita una risposta tecnica definitiva, capace di superare – una volta per tutte – questo paradigma del pantano.

L’imperativo del riscatto: oltre la rassegnazione del fango

Siamo giunti a un punto di non ritorno che impone il superamento della pura testimonianza. Non è più tollerabile che il destino della Sibaritide e dell’intera area jonica resti ostaggio di una negligenza che ha i tratti dell’omissione sistematica. Reclamare la messa in sicurezza dei bacini idrici non è una richiesta di assistenza: è un atto di cittadinanza. Un diritto elementare per un territorio che ha già pagato un tributo altissimo all’indifferenza.

La popolazione jonica non può e non deve rassegnarsi a essere sommersa dal fango dell’incuria. Serve una mobilitazione delle coscienze che costringa le Istituzioni a invertire la rotta. La terra non perdona il vuoto della Politica, e il fango di oggi è il sedimento di una responsabilità non esercitata.

È tempo di riappropriarci della nostra geografia, prima che la prossima onda di piena o l’intensa attività pluviometrica cancellino definitivamente il futuro di questa terra. (dm)

(Comitato Magna Graecia)

Crotone, da periferia marittima a snodo strategico del Mediterraneo ionico

di ROMANO PESAVENTO – Nel 2026 parlare di sviluppo per una città portuale non significa più soltanto discutere di banchine, dragaggi e traffici commerciali. Significa leggere la geopolitica. Il Mediterraneo è tornato a essere un mare strategico, ma anche fragile: la crisi del Mar Rosso ha già ridotto drasticamente i transiti a Suez e nello stesso tempo il conflitto in Medio Oriente ha spostato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio del commercio energetico mondiale. In questo contesto la stabilità delle rotte commerciali non è più scontata e la vulnerabilità dei grandi chokepoint marittimi produce effetti diretti sulle economie portuali del Mediterraneo.

In questo quadro, Crotone non può essere letta con le categorie del passato. Non sarà il grande hub container del Mediterraneo e non avrebbe senso immaginarla come una copia minore di Gioia Tauro. Ma proprio per questo la sua prospettiva è interessante: Crotone può diventare uno snodo specializzato dell’economia del mare, una piattaforma ionica per servizi logistici, filiere energetiche, manutenzione navale, short sea shipping, cantieristica leggera, crociere di fascia medio-alta e gestione digitale delle catene di approvvigionamento. È qui che la geografia incontra la strategia.

La premessa è semplice. L’economia del mare rappresenta oggi uno dei settori più dinamici del sistema economico italiano. Secondo i rapporti più recenti di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, l’economia del mare genera oltre 76 miliardi di euro di valore aggiunto diretto in Italia e oltre 200 miliardi considerando l’effetto moltiplicatore sull’intero sistema produttivo nazionale. Gli occupati collegati alle attività marittime superano il milione di unità. Questo significa che investire nel mare non produce soltanto traffico portuale, ma attiva manifattura, turismo, servizi, innovazione tecnologica e occupazione qualificata.

Per Crotone il punto di partenza esiste già. Il porto si trova sulla costa orientale della Calabria, lungo la rotta naturale che collega Adriatico e Tirreno e di fronte alla Grecia. Il porto nuovo dispone di circa 1.900 metri di banchine operative, fondali medi compresi tra 8 e 10 metri e ampi piazzali retroportuali. L’area industriale retrostante è inclusa nelle zone economiche speciali del Mezzogiorno e offre spazi significativi per nuovi insediamenti produttivi. Non sono dimensioni che consentono di competere con i grandi hub container del Mediterraneo, ma sono perfettamente compatibili con uno sviluppo portuale selettivo e ad alta specializzazione.

Il vero cambio di paradigma nasce però dalla trasformazione geopolitica in atto. Quando i grandi corridoi commerciali diventano instabili, le imprese non cercano soltanto nuove rotte: cercano ridondanza, sicurezza e nodi logistici alternativi. L’interruzione o la riduzione dei traffici in aree strategiche come il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz dimostra quanto il sistema commerciale globale sia vulnerabile. In questi scenari i porti secondari e medi possono acquisire una funzione strategica come punti di appoggio logistico, piattaforme di servizio e nodi di distribuzione regionale.

Crotone può ritagliarsi un ruolo preciso proprio in questa nuova geografia commerciale. La sua posizione sullo Ionio la colloca al centro di un arco marittimo che collega Grecia, Adriatico, Balcani, Mediterraneo orientale e Italia meridionale. Non si tratta di competere con i grandi porti hub, ma di costruire una funzione complementare basata su traffici feeder, collegamenti ro-ro e ro-pax, logistica regionale e servizi marittimi specializzati.

Un secondo ambito di sviluppo riguarda le filiere energetiche e industriali legate al mare. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Medio Oriente non producono soltanto oscillazioni dei prezzi energetici, ma mettono sotto pressione l’intero sistema logistico globale. Petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e materie prime strategiche transitano in larga misura attraverso quell’area. In una situazione di instabilità prolungata, il Mediterraneo potrebbe rafforzare il proprio ruolo come spazio di trasformazione, stoccaggio e ridistribuzione delle risorse energetiche e industriali.

In questo contesto anche porti di dimensioni intermedie possono diventare piattaforme di supporto per servizi tecnici alle navi, cantieristica, manutenzione, stoccaggi specializzati e logistica industriale. Crotone, grazie alla presenza di un’area industriale retroportuale e di spazi disponibili per nuovi insediamenti, potrebbe sviluppare attività legate alla filiera energetica e ai servizi marittimi avanzati.

Un ulteriore ambito di crescita riguarda il turismo marittimo. La città possiede un patrimonio storico e archeologico di grande rilievo, legato alla tradizione magnogreca e al sito di Capo Colonna. Negli ultimi anni la crocieristica ha iniziato a mostrare segnali di crescita e potrebbe diventare un elemento strutturale dell’economia urbana. In un Mediterraneo segnato da tensioni geopolitiche, le compagnie crocieristiche tendono spesso a valorizzare scali più piccoli, sicuri e ricchi di identità culturale. Crotone può inserirsi in questa tendenza offrendo un modello di porto-città capace di integrare turismo, cultura e servizi marittimi.

Tuttavia il vero fattore competitivo del futuro non sarà soltanto infrastrutturale. Sarà digitale. I porti più efficienti del mondo stanno diventando piattaforme informatiche integrate in grado di gestire dati, traffici, documenti e flussi logistici in tempo reale. La digitalizzazione dei sistemi portuali rappresenta una delle principali direttrici di innovazione nel settore marittimo globale.

In questo campo Crotone potrebbe sviluppare un sistema informatico portuale avanzato integrato con le piattaforme logistiche nazionali ed europee. Un moderno Port Community System consentirebbe di collegare operatori portuali, autorità marittime, imprese logistiche, dogane e compagnie di navigazione in un unico ecosistema digitale. La gestione informatizzata dei flussi documentali, delle operazioni di attracco, delle procedure doganali e della sicurezza portuale ridurrebbe tempi e costi logistici aumentando l’attrattività dello scalo.

A questo si potrebbe affiancare lo sviluppo di un digital twin del porto e dell’area retroportuale, una piattaforma digitale capace di simulare traffici, condizioni meteo-marine, consumi energetici e flussi logistici. In uno scenario di crescente complessità geopolitica e commerciale, la capacità di analizzare e prevedere i flussi logistici diventa un elemento strategico per la competitività portuale.

Un’altra prospettiva riguarda la cybersecurity marittima e industriale. Con l’aumento della digitalizzazione dei porti cresce anche la necessità di proteggere sistemi informatici, dati logistici e infrastrutture critiche. Un polo tecnologico specializzato nella sicurezza informatica applicata al settore marittimo potrebbe rappresentare un nuovo ambito di sviluppo per il territorio, collegando università, imprese tecnologiche e operatori logistici.

Naturalmente il percorso di sviluppo di Crotone deve confrontarsi anche con alcune criticità strutturali. La più rilevante riguarda il processo di bonifica delle aree industriali e portuali incluse nel sito di interesse nazionale. Il completamento delle attività di caratterizzazione e risanamento ambientale rappresenta una condizione essenziale per attrarre investimenti e rafforzare la credibilità del territorio.

Un secondo limite riguarda la connettività infrastrutturale. L’efficienza di un porto dipende in larga misura dalla qualità dei collegamenti con il suo hinterland. Strade, ferrovie e collegamenti aeroportuali devono essere pienamente integrati con l’infrastruttura portuale. Senza un miglioramento significativo delle connessioni logistiche, qualsiasi strategia di sviluppo marittimo rischierebbe di rimanere incompleta.

La prospettiva più realistica per Crotone non è dunque quella di diventare un grande hub container, ma quella di affermarsi come piattaforma ionica specializzata nell’economia del mare. Un porto flessibile, integrato con il territorio, capace di offrire servizi logistici, industriali e digitali in una regione del Mediterraneo sempre più rilevante dal punto di vista geopolitico.

Le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le rotte commerciali globali non rappresentano di per sé un’opportunità. Sono piuttosto un segnale di trasformazione del sistema economico internazionale. In questo scenario i territori che sapranno interpretare per tempo i cambiamenti della geografia commerciale avranno maggiori possibilità di sviluppo.

Crotone possiede una posizione geografica strategica, un porto con margini di crescita e un territorio che può integrarsi con le nuove filiere della blue economy. Se queste risorse verranno accompagnate da investimenti infrastrutturali, innovazione digitale e politiche di sviluppo coerenti, la città potrà trasformarsi da periferia marittima a nodo strategico del Mediterraneo ionico. (rp)

È il Mezzogiorno la vera locomotiva del Paese: senza di esso non riparte

di LUIGI SBARRA – Nelson Mandela amava ripetere che il mondo deve far leva sui vincitori. Perché i vincitori altro non sono che sognatori che non si arrendono. Bene, io oggi vedo in questo Paese, al Sud, tanti sognatori che insieme ad altri vogliono  essere parte integrante di questa giusta battaglia per la crescita, per lo sviluppo, per la qualità del lavoro, e per la libertà dai bisogni. Ci sono anch’io.

Quelli che viviamo non sono tempi ordinari, è una fase molto complessa. Avevamo in parte gioito nel pensare che dopo l’emergenza sanitaria e pandemica, a cui è seguita la crisi energetica, il rincaro delle materie prime, la guerra in Ucraina, l’esplosione dell’inflazione, poi Gaza, e oggi, ancora di più, in un teatro di guerra come è il conflitto in Iran, ci saremmo rialzati.

Tutto questo invece determina effetti e ricadute, pesanti, sulle economie globali, europee, sul nostro Paese alle prese, tra l’altro, con una transizione anche qui evocata dal punto di vista tecnologico, digitale, energetico, industriale, demografico a cui, amo ripetere, deve corrispondere anche una transizione di natura sociale.  La storia di questo Paese è una storia orizzontale e io penso che, da questo punto di vista, oggi il vero tema, come richiama Franco Napoli nel suo libro, è capire come governiamo la crisi, e come cogliamo il senso di nuove, inedite sfide difficili, sfide che alla fine diventano anche le grandi opportunità che abbiamo davanti a noi.

Il riferimento al suo passato

Ci animano e ci tengono insieme, mi permetto di dire,  valori passioni e principi comuni, di chi magari si è abbeverato alla fonte del cattolicesimo democratico e popolare, del riformismo sociale, di chi crede nel valore dei corpi intermedi, che possono rappresentare un formidabile sostegno e incoraggiamento ad un sistema politico che rischia di essere un sistema politico centralizzato, verticalizzato, personalizzato. E che è l’esatto opposto della storia di questo nostro paese, che è cresciuto dal dopoguerra, attingendo alla sorgente dei grandi soggetti collettivi delle associazioni, dei movimenti, e del sistema delle autonomie locali.

Qualche settimana fa il Senato ha approvato il piano annuale sulle piccole e medie imprese per liberare risorse finalizzate a incentivare la rete delle piccole e medie imprese, a semplificare e agevolare l’accesso al credito, semplificando procedure burocratiche, ad accompagnare anche forme di ricambio generazionale, riconoscendo al tema delle piccole e medie imprese un assoluto e grande valore.

Nell’ultima legge di stabilità, in modo particolare, risorse importanti sono state destinate a sostenere le imprese. Penso al nuovo piano Transizione 5.0, innovato con la  misura dell’iper ammortamento. Penso ai contratti di sviluppo. Penso alla nuova legge Sabatini per agevolare anche qui l’accesso al credito. Penso poi  ad una esperienza importante e innovativa come quella  della Zes Unica Mezzogiorno, che sta configurandosi non come una misura di emergenza, ma come una strategia vera di politica industriale.

La Zes Mezzogiorno in ragione dei risultati positivi, allarga il suo perimetro territoriale anche ad aree e regioni centrali del Paese, come le Marche e l’Umbria. Franco Napoli richiama spesso questo tema, di agevolare la crescita della nostra rete delle piccole e medie imprese attraverso due interventi potenti, forti, lui scrive: Semplificazione amministrativa da un lato, e detassazione o riduzione delle tasse dall’altro.

Perché sta funzionando la  Zes Unica nel Mezzogiorno? Perché agisce su due parametri effettivi. La semplificazione delle procedure burocratiche e amministrative attraverso le autorizzazioni uniche. L’investitore massimo in 45-50 giorni ha tutte le autorizzazioni sul tavolo per poter avviare la propria  iniziativa  d’impresa  oppure ampliare quella già esistente. L’altra condizione interessante per agevolare investimenti è legato ai vantaggi fiscali attraverso il credito di imposta sul quale il Governo Meloni ha impegnato risorse importanti in questi ultimi di anni d che oggi ha rafforzato con uno stanziamento di più di 4 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Questo combinato disposto rende la misura di politica industriale estremamente interessante per gli investimenti agevolando così la crescita economica e l’occupazione Sud.

Nell’autunno del 2023 Giorgia Meloni decide di mettere mano a questo tema e di operare una vera riforma, allargando il perimetro a tutte le regioni del Mezzogiorno e ad alcuni territori dell’Abruzzo. Bene, in due anni, la struttura di missione della Zes ha rilasciato 1.010 autorizzazioni uniche.

Significa 1.010 investitori che si sono presentati per avere tutte le necessarie autorizzazioni per fare imprese.

6 miliardi di investimenti, 14.500 nuovi posti di lavoro, solo con le autorizzazioni uniche. Cos’è successo col credito di imposta riconosciuto direttamente dall’Agenzia delle Entrate, col beneficio fiscale? In due anni sono arrivate 17.500 domande di beneficio fiscale per 12,5 miliardi di investimenti, con ricadute occupazionali molto consistenti. Quando la Meloni dice che il modello di politica industriale nel Paese deve riflettere quanto sta maturando al sud con la Zes, da un giudizio positivo e di esplicito riconoscimento ai risultati raggiunti. Dobbiamo stimolare, aiutare la crescita e l’innovazione, per rendere i territori e il sistema delle imprese più competitive, per modernizzare, per aiutare, si diceva, anche una prospettiva concreta per i giovani, soprattutto al Sud.

Fortunatamente, in una situazione così complicata, difficile, di bassa crescita, di bassa produttività, con tensioni geopolitiche enormi, in profilo commerciale, economico, militare, il Mezzogiorno cresce. Molti si chiedono, è un miracolo questa crescita del Sud che si sta sempre di più rafforzando, stabilizzando negli ultimi quattro anni? Io penso che non si tratti di nessun miracolo, ma è il frutto e il risultato della convergenza di interventi, di misure, di una visione unitaria, coordinata della crescita e dello sviluppo del Sud, senza frammentazioni, senza sovrapposizioni.

Al Sud ha funzionato benissimo l’impatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che riservava al mezzogiorno il 40% del totale delle risorse disponibili. E il sud ha risposto bene, centrando e migliorando, in termini di programmazione, di capacità di spesa, di tiraggio, quel 40% di risorse destinate. Attraverso un fatto nuovo, che dovremmo valorizzare, e che è un protagonismo importante dei sindaci, che hanno lavorato con performance ancora di più e migliori della dimensione regionale o nazionale, nella messa a terra delle risorse per crescita e sviluppo .

L’impatto del PNRR al sud è assolutamente positivo e io ascrivo a questo il fatto che il PIL nel Mezzogiorno, negli ultimi tre anni, cresce più che nel resto del paese, che ripartono gli investimenti pubblici e privati, che si rafforza l’export e che al Sud c’è tanta occupazione. Vero è che nel Paese, negli ultimi tre anni, abbiamo un milione e duecentomila occupati in più, ma questo è anche trascinato da un Mezzogiorno che realizza il massimo storico di occupazione, con il 50,2% che è il dato più alto dal 2004, quando sono iniziate le rilevazioni.

Bene il Pnrr, bene dunque le risorse della coesione, adeguatamente riformate, rimodulate da questo governo per evitare sovrapposizioni con le risorse del Pnrr attraverso gli accordi regionali sottoscritti dal Presidente del Consiglio con tutti i governatori delle regioni d’Italia. Risorse della coesione che non vengono più dispersi  in mille rivoli, ma concentrati su scelte di priorità precise per lo  sviluppo economico, la transizione ambientale, il sistema dei trasporti, l’occupazione, l’istruzione e la formazione, rigenerazione urbana e aree interne, economia della cultura, del turismo, del mare. Tutto questo sta determinando un impatto positivo di queste risorse sugli indicatori economici e sociali.

Questo governo negli ultimi tre anni, nelle leggi di stabilità, ha destinato risorse per incentivare l’occupazione, soprattutto al Sud, di giovani, donne, bonus Zes.

Grazie a queste misure e non solo il tasso di occupazione nel Mezzogiorno ha raggiunto il 50,2 % con crescita consistente tra donne e giovani e nella componente a tempo indeterminato. Ecco perché penso che tutto questo si scontra con quella visione un po’, ripeto, stereotipata, di una narrazione sul Sud consegnato ad una condizione di abbandono. Oggi il Sud, il nostro Sud, fatemelo dire con un po’ di orgoglio, è la vera locomotiva del Paese.

Senza il Sud questo Paese non riparte.

Qui possiamo creare le condizioni perché il Sud non perda le sue energie migliori, rappresentate da centinaia di migliaia di giovani diplomati e laureati che lasciano quelle comunità per trasferirsi al nord del Paese, in giro per l’Europa o per il mondo. Vi dico come la penso. Ai giovani noi dobbiamo assicurare la libertà di muoversi in un mondo sempre più interconnesso, globalizzato, ma nel contempo dobbiamo anche garantire il diritto a restare o a rientrare.

Che significa far fare un salto  di qualità alle dinamiche di crescita degli in investimenti  nelle filiere ad alto valore aggiunto, alla nostra dimensione delle imprese, agli interventi su formazione, competenze, conoscenza, innovazione, ricerca e sviluppo. Qui lo scatto in avanti, investimenti sulle nuove tecnologie, sull’innovazione, sulle competenze.

Noi dobbiamo fare potenti interventi sulle politiche attive, sulla formazione, sul sapere, sulle conoscenze, sulle competenze, perché nel presente e nel futuro conterà più il sapere che l’avere. È qui l’investimento vero che dobbiamo fare sui giovani tenendo insieme cambiamenti, trasformazioni, con la centralità della persona, con la dignità del lavoro, con il valore dei corpi intermedi.

Mi ritorna sempre alla mente quel grande monito di Papa Francesco, quando ci spronava a tenere in equilibrio digitalizzazione, intelligenza artificiale, automazione, robotica, tecnologie con un nuovo umanesimo del lavoro, mettendo al centro la dignità, la qualità, il valore della persona e del lavoro.

Questo Governo è fortemente interessato a sostenere le ragioni del nostro mezzogiorno, ma anche le prospettive di crescita e di sviluppo del Paese. Oggi più che mai dobbiamo guardare al presente e al futuro con grande ottimismo.

(Sottosegretario per il Sud) 

Dai borghi e dalle aree interne può nascere una nuova economia per il territorio

di FRANCESCO RAO – Negli ultimi anni il dibattito sul futuro delle aree interne italiane ha assunto una centralità crescente nelle scienze sociali e nelle politiche pubbliche. In questo scenario la Calabria rappresenta un caso emblematico: una regione che, pur attraversata da fragilità demografiche ed economiche, custodisce un patrimonio culturale e territoriale di straordinaria densità simbolica e identitaria. Secondo le analisi più recenti del Rapporto Svimez, il Mezzogiorno continua a vivere una profonda contraddizione: da un lato una dinamica di crescita sostenuta anche dagli investimenti pubblici e dal PNRR, dall’altro una persistente perdita di capitale umano.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Sud in cerca di opportunità lavorative, alimentando un fenomeno di mobilità che riguarda in particolare le fasce più qualificate della popolazione. Le proiezioni demografiche indicano inoltre che entro il 2050 la Calabria potrebbe perdere una quota significativa della propria popolazione residente, con effetti evidenti sull’equilibrio sociale ed economico dei territori.

Eppure, proprio in questo scenario apparentemente critico si apre uno spazio di riflessione sociologica e progettuale: quello che potremmo definire il paradosso delle aree interne. Territori segnati da spopolamento e marginalità economica sono, allo stesso tempo, depositari di un capitale culturale, paesaggistico e comunitario capace di generare nuove forme di sviluppo. Nel lessico della sociologia dello sviluppo locale, il patrimonio culturale può essere interpretato come capitale territoriale: un insieme di risorse materiali e immateriali – architetture storiche, tradizioni, paesaggi, identità comunitarie – che costituiscono la base per processi di valorizzazione economica e sociale. La Calabria, con i suoi centri storici medievali, le architetture religiose, i borghi arroccati tra Aspromonte, Serre e Pollino, rappresenta uno degli spazi territoriali più ricchi di questo capitale diffuso. Tali risorse restano spesso frammentate e prive di una strategia sistemica di valorizzazione.

È qui che il concetto di welfare generativo può offrire una chiave interpretativa e operativa. Il welfare generativo, infatti, non si limita a redistribuire risorse, ma mira ad attivare le energie sociali presenti nei territori, trasformando il patrimonio locale in occasione di partecipazione, innovazione e produzione di valore collettivo.

La valorizzazione dei borghi non può essere pensata come una semplice operazione di promozione turistica. Essa richiede la costruzione di una filiera territoriale integrata, capace di connettere competenze, professionalità e infrastrutture. In questo quadro entrano in gioco nuove figure professionali e nuovi modelli di cooperazione territoriale: informatici impegnati nella digitalizzazione dei percorsi culturali, economisti e progettisti dello sviluppo locale capaci di costruire modelli sostenibili di economia territoriale, comunicatori e storyteller in grado di raccontare i territori attraverso linguaggi contemporanei, guide turistiche e operatori culturali chiamati a trasformare la visita in un’esperienza autentica e partecipata. Accanto a queste professionalità si muove la filiera dell’accoglienza diffusa: alberghi, B&B, case vacanze, ristorazione locale e produzioni tipiche, che costituiscono un sistema economico capace di generare occupazione e attrarre nuove presenze. Affinché questo sistema possa esprimere pienamente il proprio potenziale, è necessario intervenire su un nodo strutturale spesso trascurato: la connessione territoriale. Le aree interne necessitano di infrastrutture materiali e immateriali – sistemi di mobilità interzonale, reti digitali, servizi di accessibilità – che consentano ai territori di uscire dall’isolamento e di inserirsi nei flussi economici e culturali contemporanei.

Le ricerche sociologiche mostrano sempre più chiaramente come i territori periferici possano diventare spazi di sperimentazione sociale e istituzionale. In diversi contesti europei i piccoli centri stanno assumendo il ruolo di laboratori di innovazione territoriale, dove la collaborazione tra istituzioni, imprese sociali, università e comunità locali genera modelli di sviluppo più sostenibili e inclusivi. In questa prospettiva i borghi calabresi non rappresentano soltanto un’eredità del passato, ma possono diventare infrastrutture culturali del futuro. Luoghi nei quali il patrimonio storico si intreccia con la creatività contemporanea, la ricerca accademica, le economie culturali e il turismo esperienziale. La Calabria, quando viene realmente attraversata e vissuta, rivela una complessità culturale e paesaggistica che spesso sfugge alle narrazioni semplificate. Recuperare e valorizzare questo patrimonio significa costruire una nuova narrazione territoriale capace di superare la retorica del declino e restituire centralità ai territori interni. Se inserita in un progetto di welfare generativo e di sviluppo territoriale integrato, la valorizzazione del patrimonio culturale può diventare una delle leve più promettenti per contrastare lo spopolamento e generare nuove opportunità per i giovani.

In fondo, la sfida delle aree interne non è soltanto economica o demografica: è soprattutto una sfida culturale e sociale. Una sfida che riguarda la capacità delle comunità di riconoscere il valore dei propri luoghi e di trasformarlo in progetto collettivo. Perché, come insegna la sociologia dei territori, quando una comunità riscopre il proprio capitale culturale non custodisce soltanto la memoria del passato, ma costruisce le condizioni per il futuro. (fra)

(sociologo, professore a contratto Università Roma Tor Vergata)

Domenica le Primarie del Centrosinistra con un sogno nel cassetto

di SANTO STRATILe primarie del centrosinistra previste per domani, domenica 15 marzo, a Reggio sono il primo tassello di quella che si preannuncia una campagna elettorale alquanto complessa. La scelta del futuro sindaco di Reggio Calabria, che uscirà dalle urne il 24-25 maggio prossimi, tradisce, infatti, una grande incertezza tra gli elettori, a partire dal rebus dell’affluenza.

I reggini sono sfiduciati, stanchi, stufi e, diciamolo, decisamente incazzati di come la loro città sia stata lasciata andare alla deriva, senza pianificazione, senza programmazione, con interventi più adatti a fare scena che a risolvere i tantissimi problemi cittadini (rifiuti, sanità, sicurezza, mobilità, etc) e l’assoluta indifferenza verso la periferia e i suoi bisogni primari.

Non si tratta di fare le pulci a 12 anni di amministrazione Falcomatà (la storia si fa con i fatti e non solo con i buoni propositi) ma l’elettorato reggino è molto disorientato, anche perché a fronte della “vittoria facile e scontata” del centrodestra c’è di contralto l’assenza (ancora) del candidato della coalizione presumibilmente “vincente”.

Maliziosamente si potrebbe pensare che questa sia una strategia (?) del “dominus” Cannizzaro che, in un primo tempo, aveva annunciato – con il sostegno conclamato del Presidente Occhiuto in piazza Duomo – la sua “disponibilità” a candidarsi per Palazzo San Giorgio, salvo poi traccheggiare e disseminare dichiarazioni come arma di distrazione di massa e un programma “rivoluzionario” presentato lo scorso 14 febbraio più simile a un libro dei sogni che a una pianificazione complessa che dovrebbe essere  accuratamente precisa nei tempi e nei costi di realizzazione.

I reggini, accorsi in massa, ad ascoltare da Cannizzaro il nome del candidato sindaco sono rimasti palesemente delusi. Gli elettori di centrodestra avevano accolto l’invito di Ciccio Cannizzaro immaginandolo come il “momento della rivelazione” e invece si sono trovati più sconcertati di prima. Già, perché se è vero che Forza Italia ha i numeri per eleggere il sindaco (con il supporto dell’intera coalizione), c’è da notare che sono troppi i dissapori interni, per la verità ben dissimulati, che lasciano immaginare irriferibili scenari di lotta interna fratricida. Fratelli d’Italia non ha nomi da spendere per la poltrona del sindaco, mentre la Lega scalpita spingendo la “volenterosa” Tilde Minasi alla candidatura della coalizione. E rimane il buco nero del candidato ufficiale degli azzurri che, a Reggio, peraltro, godono di ottima salute.

Nell’ombra, intanto si agita lo spettro di Peppe Scopelliti che sta giocando una finisssima (e rischiosa) partita a scacchi con la coalizione di centrodestra, senza lasciare capire qual è il fine ultimo. La sua ricandidatura è esclusa per molte ragioni (e probabilmente perché non sono ancora passati i tempi richiesti dalla riabilitazione) ma al di là del mancato consigliere Sarica non ha “personaggi” da presentare. Il Polo civico guidato da Eduardo Lamberti Castronuovo pur mantenendo l’aspettativa di  un’alternativa con una notevole attrattività, si sta sgretolando, anche a causa del cattivo stato di salute del suo promotore il quale, comunque, rimane “candidato sindaco” sulla lettera. Il problema di Lamberti Castronuovo è che, secondo le norme attuali, per candidarsi a sindaco entro trenta giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature (ossia il 24 marzo) dovrebbe dimettersi da tutte le cariche che detiene all’interno delle sue società, a partire dal Centro diagnostico. Una scelta che equivarrebbe a buttare via 40 anni di lavoro, salvo a concordare con la coalizione “vincente” un ruolo da vicesindaco che non è di natura elettiva e non richiede dimissioni obbligatorie da cariche e impegni di lavoro legati da convenzioni con la Regione.

Allora c’ è da immaginare che il nome del candidato o candidata ufficiale della coalizione di centrodestra apparirà “magicamente” solo dopo il referendum del 22-23 marzo, ma questo rischia di far crescere ancora il rigetto degli elettori verso le urne. Il partito di chi non va a votare sarà, quasi certamente, sempre il primo, anche nelle prossime consultazioni comunali.

E allora, quali scenari?

E qui si tracciano i lineamenti del sogno di centrosinistra che chiede il voto alle primarie di domani. Il sogno di approfittare della “confusione” del centrodestra per riproporsi alla guida della Città.

Alle primarie del 2014 votarono 17mila reggini: quanti saranno questa volta? La triade proposta Mimmetto Battaglia – Massimo Canale e Giovanni Muraca nelle pagine che seguono presenta il proprio programma. La scelta pressoché scontata del figlio dell’ex storico sindaco Battaglia non dovrebbe costituire una sorpresa, lasciando acque tranquille nel centrosinistra, ma l’eventuale (improbabile) ribaltone con la vittoria di Canale potrebbe provocare pericolosi marosi all’interno del Pd e dell’intera coalizione. C’è il patto non scritto che chi perde si mette da parte e sostiene il vincitore, ma le primarie – ricordiamolo facendo mente locale sul passato – sono un elemento divisivo che provoca rancori non facilmente sanabili. E tutto ciò significa che il sogno di (ri)battere il centro destra a Reggio è destinato a morire all’alba visto che per i reggini il tanto auspicato rinnovamento sarebbe solo una chimera politico-elettorale. (s)

La manutenzione è un’infrastruttura strategica, non un residuale

di DOMENICO MAZZA – La Calabria si colloca oggi in una fase cruciale della propria evoluzione socio-territoriale. Per decenni, la gestione del territorio è stata improntata a un paradigma eminentemente reattivo. Si è puntato sulla risposta post-evento anziché sulla mitigazione preventiva. Tale approccio, riconducibile alla cosiddetta cultura dell’emergenza, ha prodotto un duplice effetto distorsivo. Da un lato, ha consolidato una dipendenza strutturale da interventi straordinari e frammentati. Dall’altro, ha occultato la natura sistemica e prevedibile dei fenomeni idrogeomorfologici che interessano la Regione.

​In un contesto caratterizzato da elevata fragilità fisica e da una crescente esposizione ai cambiamenti climatici, risulta imprescindibile un ribaltamento dottrinale. La manutenzione programmata deve essere riconosciuta come infrastruttura strategica, non come voce residuale di bilancio. La prevenzione, intesa come investimento pluriennale, rappresenta il fondamento di una resilienza territoriale autentica e duratura.

​Monti e coste come sistema unico: la continuità idrogeomorfologica come principio di pianificazione

​La letteratura scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato come i bacini idrografici costituiscano sistemi complessi. In questi ambiti, le dinamiche montane e costiere risultano strettamente interconnesse. In Calabria, poi, – considerata l’orogenesi territoriale – tale relazione assume una rilevanza particolarmente marcata. Non rappresenta un mistero, infatti, che ​il progressivo degrado degli alvei fluviali sia stato determinato dall’accumulo incontrollato di sedimenti, dalla presenza di ostacoli antropici e dalla mancanza di manutenzione ordinaria. Questo fenomeno non si traduce unicamente in un incremento del rischio alluvionale. Esso compromette il naturale ciclo del trasporto solido. Si genera così un deficit sedimentario che si manifesta, a valle, come erosione costiera.

​La regressione dei litorali calabresi non è, dunque, un fenomeno isolato. Essa rappresenta la proiezione marittima di un dissesto montano. Di conseguenza, la difesa costiera non può essere affrontata con interventi sparuti e localistici. Richiede, invece, una visione olistica del bacino idrografico, fondata su un approccio integrato e interdisciplinare.

​Il capitale umano in erosione: il vuoto operativo nelle aree interne. Necessario istituire la figura del “Custode del Territorio”

​Uno degli elementi più critici del quadro attuale riguarda il depauperamento delle maestranze dedicate alla cura del territorio. La progressiva erosione del comparto forestale e il blocco del turnover generazionale hanno determinato una rarefazione del presidio fisico nelle aree interne. Queste zone costituivano, storicamente, il primo livello di sorveglianza e manutenzione del rischio idrogeologico.

​La scomparsa del richiamato patrimonio professionale ha prodotto un indebolimento del “sistema immunitario” territoriale. Gli effetti sono tangibili: aumento del rischio alluvionale, perdita di controllo sui versanti montani e accelerazione dei processi di degrado ambientale. In tale contesto, istituire una nuova figura professionale – i Custodi del Territorio – potrebbe rappresentare un’evoluzione necessaria.

​Questa figura ibrida dovrebbe integrare le competenze tradizionali del settore forestale con le tecniche di ingegneria naturalistica. Con l’ausilio di strumenti avanzati di monitoraggio, come droni, sensoristica IoT (sensori che, in tempo reale, inviano dati su umidità e stabilità dei suoli), sistemi GIS (mappe digitali interattive che incrociano dati geografici e rischi ambientali) e modelli predittivi, il Custode dovrebbe disporre di capacità interventistiche su alvei, versanti e infrastrutture verdi. 

Oltre alla dimensione tecnico-operativa, tale figura assumerebbe un ruolo strategico sul piano socio-economico. Contribuirebbe a contrastare lo spopolamento delle aree interne, offrendo opportunità professionali qualificate e radicate nei territori.

​Per un New Deal della montagna: riforme normative, pianificazione decennale e governance multilivello

​La transizione verso un modello di resilienza strutturale richiede, tuttavia, un quadro istituzionale rinnovato. L’attuale frammentazione amministrativa, unita alla complessità delle procedure autorizzative, rappresenta un ostacolo significativo alla realizzazione tempestiva degli interventi.

​È necessario un “Patto Strategico” che coinvolga Enti locali, Regione, Autorità di Bacino, Università e Comunità territoriali. Gli obiettivi primari devono essere la semplificazione dei quadri normativi, in particolare per gli interventi negli alvei, e la garanzia di flussi finanziari certi e pluriennali. Bisogna superare definitivamente la logica dei fondi emergenziali.

​È fondamentale adottare una pianificazione decennale basata su indicatori di rischio, scenari climatici e modelli di gestione adattiva. Occorre promuovere una governance multilivello che valorizzi competenze tecniche, conoscenze locali e innovazione tecnologica. La prevenzione deve essere riconosciuta come un asset strategico per la sicurezza nazionale e per la competitività territoriale. Solo restituendo centralità alle proprie matrici geografiche – montagne, fiumi, boschi – la Calabria potrà costruire un futuro sostenibile per le Comunità che continueranno ad abitarla.

(Comitato Magna Grecia)

Differenziata, Calabria al 58,2%, ma la regione rimane sotto la media

DI VALENTINO DE PIETRO – La Calabria migliora sulla raccolta differenziata: raggiunge il 58,2%, e salgono a 55 i Comuni Rifiuti Free. Dati incoraggianti ma ancora distanti dalla media nazionale. La nostra regione rimane segnata da forti squilibri tra territori e aree interne. È la fotografia scattata dall’ottava edizione di Ecoforum Calabria di Legambiente, che attraverso il dossier “Comuni Ricicloni Calabria 2025” evidenzia eccellenze come Soveria Simeri, Gimigliano e Cleto, ma anche ritardi strutturali, criticità impiantistiche e un paradosso nei Parchi, dove solo 17 comuni su 114 risultano realmente virtuosi.​

Nel dossier di Legambiente, basato sui numeri Arpacal relativi al 2024: la raccolta differenziata regionale mostra un incremento del 3,4% rispetto all’anno precedente, ma resta quasi dieci punti sotto la media nazionale del 67,7% e al di sotto anche della media del Sud, attestata al 60,2%.​

Il report ricostruisce anche l’andamento dell’ultimo quinquennio, mostrando come tra il 2019 e il 2024 la Calabria abbia guadagnato oltre 15 punti percentuali di raccolta differenziata, ma partendo da livelli molto bassi e con una velocità di crescita inferiore a quella di altre regioni meridionali. Nello stesso periodo, ad esempio, la Campania è passata dal 52 al 64%, la Puglia dal 46 al 63% e la Sicilia, pur restando ultima, ha comunque accelerato dal 22 al 35%, mentre la Calabria ha faticato a superare la soglia del 55% entro il 2023, obiettivo fissato dalle politiche nazionali e regionali.

La provincia più virtuosa si conferma Cosenza, che nel 2024 raggiunge il 66,5% di raccolta differenziata e riduce l’indifferenziato a 139 kg per abitante all’anno, contro una media regionale di oltre 190 kg. Seguono Catanzaro, che sale al 65,5%, e Vibo Valentia, al 61,8%, mentre restano molto più indietro le province di Crotone, ferma al 46,5%, e Reggio Calabria, bloccata al 44%, con livelli di secco residuo ancora troppo alti e una distanza evidente dagli obiettivi del Piano regionale dei rifiuti che fissava il 65% di differenziata entro il 2023 e il 75% entro il 2025.​

Anche qui la serie storica conferma una dinamica a due velocità: tra 2019 e 2024 Cosenza è cresciuta di quasi 20 punti, Catanzaro di 16 e Vibo di 14, mentre il Crotonese e il Reggino hanno accumulato ritardi, con incrementi inferiori ai 10 punti e fasi di sostanziale stallo in alcuni anni. Un andamento che, sottolinea Legambiente, pesa sulla capacità complessiva della regione di allinearsi agli standard nazionali e meridionali, perché proprio nelle aree più popolose e urbanizzate si concentra ancora gran parte del secco residuo prodotto in Calabria.

Nella classifica dei Comuni Rifiuti Free – quelli che superano il 65% di differenziata e producono non più di 75 kg annui di secco residuo per abitante – la Calabria passa dai 43 dello scorso anno agli attuali 55 centri virtuosi, per un totale di oltre 128 mila residenti coinvolti. In testa c’è Soveria Simeri (Catanzaro), 1.441 abitanti, 88,5% di raccolta differenziata e appena 33,2 kg di secco pro capite, seguita da Gimigliano, anch’essa nel Catanzarese, con l’88,7% di differenziata e 35,4 kg di secco, e da Cleto, nel Cosentino, che raggiunge l’85,3% con 40 kg annui per abitante.​

La distribuzione territoriale dei comuni premiati mette però a nudo le disuguaglianze interne: 32 dei 55 Comuni Rifiuti Free si concentrano nella provincia di Cosenza, 13 in quella di Catanzaro, 7 nel Vibonese e solo 3 nel Reggino, mentre la provincia di Crotone non riesce a portare in classifica neppure un comune. Uno squilibrio che conferma, secondo Legambiente, come la crescita della differenziata non sia ancora un fenomeno omogeneo e come la qualità dei sistemi di raccolta, del porta a porta e degli impianti resti molto variabile da zona a zona.​

Se si guarda ai capoluoghi, la fotografia cambia ancora: Catanzaro e Vibo Valentia condividono il primo posto con il 70,4% di raccolta differenziata, Cosenza si attesta al 61,5%, mentre Reggio Calabria resta ferma al 36,7% e Crotone al 30,7%, con oltre 365 kg di secco all’anno per abitante. Sono numeri che raccontano una Calabria urbana ancora in forte ritardo rispetto alle esperienze più avanzate del Mezzogiorno – dove città come Salerno, Avellino o Trani superano da anni il 65–70% – e lontana dal traguardo del 75% di differenziata previsto dal Piano regionale per il 2025.​

Particolarmente critico è il quadro delle aree naturali protette, dove la pressione dei rifiuti pesa su ecosistemi già fragili. Nei tre Parchi nazionali e nel Parco regionale delle Serre ricadono 114 comuni, ma solo 17 risultano Rifiuti Free: nell’Aspromonte il risultato migliore è quello di Scido, nel Pollino si distinguono tra gli altri Frascineto, Morano Calabro, Cerchiara di Calabria e San Donato di Ninea, mentre nella Sila e nelle Serre spiccano Casali del Manco, Aprigliano, Albi, Cardinale, Bivongi, Mongiana, Acquaro e Simbario.​

Il dossier dedica un capitolo specifico ai Comuni costieri virtuosi, strategici per l’attrattività turistica della regione e per la qualità del mare. Tra i centri affacciati sul mare che superano il 75% di raccolta differenziata compaiono Curinga, Montegiordano, Rocca Imperiale, Palmi, Paola, Albidona e Siderno, insieme a realtà come Amendolara, San Lucido, Pietrapaola, Cassano allo Ionio, Squillace, Melissa, Crucoli, San Sostene, Soverato, Tortora, Villapiana, Satriano, Calopezzati, Roseto Capo Spulico, Bova Marina, Roccella Ionica, Vibo Valentia, Falerna e Cetraro che oscillano tra il 65 e il 75%.

Accanto ai dati incoraggianti, il report elenca in ordine alfabetico oltre 200 “Comuni non ricicloni”, che non raggiungono il 65% di raccolta differenziata e in molti casi restano ben al di sotto anche del 45% fissato come obiettivo intermedio dalla normativa nazionale. In questo elenco compaiono realtà costiere e interne, piccoli centri e città medie, a conferma – sottolinea Legambiente – che la mancanza di un sistema impiantistico moderno, di politiche continuative di prevenzione e riuso e di controlli efficaci sulla gestione del ciclo continua a frenare la transizione calabrese verso l’economia circolare.

Nel corso dell’Ecoforum, la presidente di Legambiente Calabria, Anna Parretta, ha richiamato la necessità di “uscire definitivamente dalla logica delle discariche”, accelerare le bonifiche dei siti inquinati e investire negli impianti di trattamento delle diverse frazioni, dall’umido al tessile, per trasformare i rifiuti in materie prime seconde e occupazione green. Un passaggio che, nelle parole del responsabile scientifico nazionale di Legambiente, Andrea Minutolo, sarà decisivo nei prossimi mesi, quando nel 2026 si chiuderà la stagione del PNRR e la Calabria rischierà di perdere un’occasione storica se non utilizzerà fino in fondo le risorse destinate alla riqualificazione degli impianti e al potenziamento della raccolta di qualità.​

A chiudere i lavori è stata la presentazione dei dati del dossier da parte del coordinatore degli Ecoforum regionali di Legambiente, Emilio Bianco, e la premiazione dei 55 Comuni Rifiuti Free, con la consegna degli attestati da parte della presidente regionale Parretta e della direttrice Silvia De Santis. Un riconoscimento che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole essere non un punto di arrivo ma uno stimolo a fare rete tra amministrazioni, gestori e cittadini, per allargare negli anni la mappa dei territori calabresi capaci di coniugare alte percentuali di raccolta differenziata, riduzione del secco residuo, tutela concreta dell’ambiente e resilienza ai cambiamenti climatici.​ (vdp)

Trecento euro contro la povertà, ma senza lavoro la Calabria non si salva

di DOMENICO OLIVA –  In una regione come la Calabria, dove intere famiglie vivono con redditi che sfiorano la soglia della sopravvivenza, un aiuto fino a 300 euro può fare la differenza tra pagare una bolletta o restare al buio, tra riempire il carrello o rinunciare persino al necessario. È un segnale, certo. È un sollievo temporaneo. Ma non è una soluzione strutturale.

La Calabria continua a muoversi dentro una logica emergenziale: bonus, contributi straordinari, ristori a pioggia. Interventi che attenuano il disagio ma non lo estirpano. Il vero nodo resta il lavoro. Senza occupazione stabile, qualificata e produttiva, ogni sostegno economico rischia di trasformarsi in un palliativo: utile nell’immediato, incapace di generare prospettiva.

I numeri della disoccupazione, dell’emigrazione giovanile e dell’inattività femminile raccontano una realtà che nessun bonus potrà invertire. Migliaia di giovani formati nelle università calabresi – o altrove – sono costretti a partire. Interi territori interni si spopolano. Le aree industriali restano in parte vuote, i progetti di sviluppo si incagliano tra burocrazia e lentezze amministrative, le risorse europee vengono annunciate con enfasi ma faticano a trasformarsi in cantieri, imprese, occupazione reale.

Eppure la Calabria possiede potenzialità enormi e largamente inespresse: turismo culturale e naturalistico, filiere agroalimentari di qualità, energie rinnovabili, logistica portuale, economia del mare, innovazione digitale applicata ai servizi. Ambiti nei quali sarebbe possibile costruire occupazione duratura e valore aggiunto. Troppo spesso, però, i progetti restano sulla carta o non vengono valutati con criteri trasparenti e meritocratici.

Il problema non è soltanto economico: è strutturale e politico. Le risorse disponibili – regionali, nazionali ed europee – diventano talvolta oggetto di spartizioni opache, di equilibri da mantenere, di logiche di consenso. La selezione dei progetti non sempre appare guidata da una visione strategica di lungo periodo, ma da esigenze contingenti. Così si disperde capitale pubblico e si alimenta sfiducia.

Trecento euro possono alleviare una difficoltà momentanea. Ma non restituiscono dignità professionale, non costruiscono competenze, non generano crescita. La vera rigenerazione economica passa attraverso investimenti mirati, semplificazione amministrativa, valutazioni indipendenti dei progetti, lotta agli sprechi, attrazione di capitali privati, valorizzazione dei talenti locali.

Serve un cambio di paradigma: dalla cultura dell’assistenza alla cultura dello sviluppo. Non si tratta di contrapporre solidarietà e crescita, ma di integrarle. Gli aiuti devono accompagnare un percorso di inclusione lavorativa, formazione mirata, creazione d’impresa. Devono essere un ponte, non la destinazione finale.

La Calabria non è povera di risorse; è povera di sistema. Se si liberassero le energie imprenditoriali, se si garantissero regole chiare e tempi certi, se si premiasse il merito e non l’appartenenza, la regione potrebbe invertire la rotta. Non servono annunci, ma pianificazione seria, monitoraggio costante e responsabilità politica.

Continuare a distribuire piccoli sostegni senza affrontare le radici del problema significa rinviare il conto alle generazioni future. E la Calabria non può più permetterselo. La vera sfida non è erogare 300 euro. È creare mille, diecimila posti di lavoro. Solo così si potrà davvero uscire dal baratro della povertà e restituire fiducia a un territorio che ha smesso di credere alle promesse e, forse, ha smesso anche di sperare. (do)

[Courtesy LaCNews24]

Donne violate e abusate: l’8 marzo è ancora una chimera

di ANNA COMI 

L’8 marzo dovrebbe essere il giorno della consapevolezza e delle conquiste. Quest’anno, invece, porta con sé il peso di una battaglia che non possiamo permetterci di considerare conclusa. Le piazze che tornano a riempirsi al grido “solo sì è sì” raccontano molto più di una protesta: raccontano una richiesta di civiltà. Perché il cuore della libertà è il consenso. Non l’assenza di un rifiuto, non la dimostrazione di una resistenza, ma l’espressione chiara e libera di una volontà.

Il dibattito che si è acceso attorno al disegno di legge Bongiorno dimostra quanto questo passaggio culturale e giuridico sia ancora necessario. Per troppo tempo la giustizia ha chiesto alle donne di dimostrare il dissenso, quasi che la responsabilità della violenza dovesse essere provata da chi la subisce. Spostare il baricentro sul consenso espresso significa cambiare radicalmente prospettiva: riconoscere l’autodeterminazione sessuale come un diritto pieno e inviolabile, allineare finalmente l’Italia agli standard europei e allo spirito della Convenzione di Istanbul, ma soprattutto ridurre quella dolorosa vittimizzazione secondaria che troppe donne continuano a vivere nei tribunali.

Dire con chiarezza che senza consenso è violenza non è uno slogan ideologico. È un principio di civiltà giuridica e culturale. Significa affermare una cultura delle relazioni fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla libertà. Significa dire alle nuove generazioni che il corpo e la volontà delle donne non sono mai un territorio ambiguo da interpretare, ma una libertà da riconoscere e tutelare.

Eppure la libertà delle donne non si difende soltanto nelle aule di giustizia. Si difende nella vita quotidiana, nella possibilità di costruire un progetto di vita autonomo, nel diritto a un lavoro stabile e dignitoso, nella possibilità di diventare madri senza essere penalizzate.

Da questo punto di vista l’Italia continua a mostrare ritardi profondi. Il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese resta tra i più bassi d’Europa: poco più del 52 per cento delle donne lavora, a fronte di una media europea che supera il 65 per cento. Dietro questo divario ci sono storie concrete: carriere interrotte dopo la maternità, dimissioni forzate, part-time involontari accettati per necessità. Ogni anno migliaia di donne lasciano il lavoro dopo la nascita di un figlio, spesso perché il sistema dei servizi e delle tutele non consente una reale conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Non è solo un problema economico. È una questione di libertà e di democrazia. L’autonomia economica rappresenta uno degli strumenti più forti di emancipazione femminile e uno dei principali argini contro la violenza e la dipendenza. Una donna che lavora e che può contare su diritti certi è una donna più libera di scegliere, più libera di dire sì e più libera di dire no.

Anche sul piano normativo, tuttavia, il cammino è ancora incompleto. Il congedo parentale e quello di paternità non sono ancora vissuti come diritti realmente paritari. Le recenti pronunce della Corte costituzionale hanno ampliato alcune tutele, riconoscendo ad esempio nuove possibilità di accesso ai congedi in situazioni familiari prima escluse, ma il quadro complessivo resta segnato da una distanza evidente tra principi e realtà. In Italia il congedo di paternità resta ancora troppo breve e culturalmente poco utilizzato, mentre il congedo parentale continua a essere fruito in larga maggioranza dalle madri.

Finché la cura dei figli e della famiglia continuerà a essere percepita come una responsabilità quasi esclusivamente femminile, l’uguaglianza nel lavoro resterà incompiuta. E con essa resterà incompiuta anche la piena libertà delle donne.

Per questo la battaglia sul consenso e quella per l’occupazione femminile non sono temi separati. Sono due facce della stessa richiesta di dignità. Entrambe chiedono alla società di riconoscere fino in fondo la libertà delle donne: la libertà di autodeterminarsi, la libertà di lavorare senza essere penalizzate, la libertà di costruire relazioni fondate sul rispetto.

Le piazze di questo 8 marzo ci ricordano che la strada da percorrere è ancora lunga. Ma ci ricordano anche che ogni conquista nella storia delle donne è nata da una presa di parola collettiva. E oggi quella parola è chiara e non può essere ignorata: il consenso non si interpreta, si ascolta. E la libertà delle donne non può più aspettare. (ac)

(Presidente dell’associazione Quote Rosa)