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Le aree interne calabresi tra declino demografico e possibilità di rigenerazione sociale

di FRANCESCO RAO – Le proiezioni Eurostat indicano una riduzione della popolazione e un marcato invecchiamento. In Calabria, tali dinamiche si amplificano, trasformando la questione demografica in una vera e propria questione sociale e territoriale. Il mutamento della struttura demografica europea rappresenta uno dei processi più rilevanti della contemporaneità. Le proiezioni di Eurostat, stimano una riduzione della popolazione dell’Unione Europea da 451,8 a 398,8 milioni entro il 2100 (-11,7%), non descrivono soltanto una dinamica quantitativa, ma configurano una trasformazione qualitativa delle società europee: una transizione demografica avanzata, caratterizzata da bassa natalità, elevata aspettativa di vita e progressiva senilizzazione della popolazione.

Trasposta nel contesto calabrese, questa traiettoria assume i contorni di un’iper-transizione, nella quale i processi di declino demografico e di invecchiamento si intrecciano con fattori strutturali di natura economica, sociale e territoriale, producendo effetti cumulativi particolarmente intensi, soprattutto nelle aree interne. La transizione demografica come fatto sociale totale. In termini sociologici, la dinamica in atto può essere letta attraverso la categoria di “fatto sociale totale”: la trasformazione demografica incide simultaneamente sulla struttura familiare, sul mercato del lavoro, sui sistemi di welfare, sui modelli culturali e sugli assetti territoriali. Non si tratta, dunque, di una semplice riduzione numerica della popolazione, ma di una riconfigurazione dei sistemi di relazione sociale. In Calabria, tale processo si manifesta attraverso tre direttrici principali. Il primo: la rarefazione della popolazione giovanile, con l’evidente riduzione della coorte 0–19 anni, che non è solo un indicatore di bassa natalità, ma segnala la crisi della funzione riproduttiva della famiglia, l’erosione delle aspettative di stabilità economica, la trasformazione dei modelli di vita e di progettualità individuale; il secondo: la contrazione della popolazione attiva, ossia la diminuzione della fascia 20–64 anni, che a sua volta comporta un indebolimento della base produttiva, una riduzione della capacità contributiva e una pressione crescente sui sistemi di protezione sociale; ed infine l’espansione della popolazione anziana, che rappresenta, oltre all’aumento degli over 65 e, soprattutto, degli over 80, l’introduzione di una nuova centralità afferente alla longevità come dimensione sociale, che a sua volta genera una crescente domanda di servizi sociosanitari, nuove forme di vulnerabilità e una ridefinizione dei rapporti intergenerazionali. In tal senso, senza una ridefinizione strategica, le aree interne diverranno un’emergenza sociale, in quanto l’assenza di apposite politiche per governare la degenerazione non renderà possibile il capovolgimento della realtà, facendo divenire il problema sociale un’opportunità di rilancio strutturale. Sull’argomento sono state affrontate in più occasioni le diverse ipotesi praticabili, considerando che le aree interne calabresi costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere l’intensità dei rispettivi fenomeni sociali, che potrebbero divenire causa di marginalità o avanguardia. In tali contesti, la transizione demografica si combina con dinamiche di lunga durata, quali marginalità geografica, debolezza infrastrutturale e limitata diversificazione economica. Si configura così un processo di periferizzazione progressiva, in cui il territorio perde centralità nei circuiti economici e sociali, alimentando ulteriormente l’esodo demografico. Attraverso una visione ponderata, praticabile in prima battuta dai decisori politici regionali, considerare le aree interne come spazi di marginalità rappresenterebbe una lettura parziale del fenomeno, evitando di collocarlo in una prospettiva sociologica più ampia. Ecco perché bisogna interpretare tali dinamiche come laboratori di innovazione sociale, contesti in cui sperimentare modelli alternativi di sviluppo e spazi di ricomposizione tra comunità, ambiente ed economia.

Lo spopolamento come processo selettivo va considerato come uno degli elementi più rilevanti, in quanto la natura selettiva dello spopolamento, oltre a determinare una perdita indistinta della popolazione, genera sia una fuoriuscita prevalente di giovani e capitale umano qualificato, sia una permanenza di popolazione anziana o a bassa mobilità. Questa dinamica produce un duplice effetto: l’impoverimento del capitale umano locale e l’invecchiamento accelerato della struttura sociale. Il risultato complessivo sarà una forma di dualismo demografico interno, in cui alcune aree urbane manterranno una relativa vitalità, mentre le aree interne si avviano verso una condizione di progressiva rarefazione. La conseguenza previsionale genererà impatti sistemici sull’economia, sul welfare e sulla coesione sociale. A questo punto, diviene chiaro come la trasformazione demografica incida in maniera trasversale sui principali sistemi sociali. Nello specifico, sull’economia, con la riduzione dell’offerta di lavoro, la difficoltà di ricambio generazionale nelle imprese e la contrazione della domanda interna; sul welfare, con l’aumento della spesa sanitaria e assistenziale e la necessità di modelli innovativi (assistenza domiciliare, comunità di cura), che genereranno inevitabilmente pressione sui bilanci degli enti locali, i quali non potranno reggere, visti i costanti tagli praticati; infine, sulla coesione sociale, che si riflette anche nella tenuta democratica delle istituzioni, in quanto l’indebolimento delle reti comunitarie, il rischio di isolamento sociale, soprattutto per gli anziani, e la ridefinizione dei legami intergenerazionali non saranno teoria, ma rappresenteranno una realtà da governare senza le opportune risorse. La soluzione più volte proposta risiede nelle risorse latenti, ovvero nel capitale territoriale attivabile attraverso il welfare generativo. Nonostante il quadro critico, la Calabria dispone di un insieme di risorse che, se opportunamente valorizzate, possono attivare percorsi di rigenerazione. Il capitale territoriale è rappresentato dal patrimonio ambientale e paesaggistico, dalle identità culturali e dalle tradizioni locali, nonché dalle potenzialità del turismo sostenibile. In tal senso, sarebbe opportuno intravedere nell’economia identitaria il ruolo delle filiere agroalimentari di qualità, delle produzioni artigianali e della valorizzazione delle tipicità. Mettere a sistema tali elementi, resi disponibili dalla natura del territorio calabrese, è la chiave per attivare un modello di welfare generativo integrato. Proprio nel contesto calabrese, tale modello assume una centralità praticabile attraverso il paradigma del welfare generativo, inteso come sistema capace di attivare le risorse della comunità, basato sulla co-progettazione tra enti pubblici e terzo settore, e strumento per trasformare i bisogni in opportunità di sviluppo. Percorrendo tale strada, la visione del futuro della Calabria potrà rappresentare anche l’occasione per attivare una nuova grammatica dello sviluppo, considerando la sfida demografica non più come qualcosa da subire, ma come un’opportunità da praticare per compiere un cambio di paradigma strutturale, guardando ai prossimi 50-70 anni. Non è più sufficiente inseguire modelli di crescita quantitativa. Occorre impegnarsi a costruire nuove strategie attraverso le quali un nuovo metodo di sviluppo territoriale possa essere fondato sulla sostenibilità demografica, sull’integrazione tra politiche economiche e sociali e sulla valorizzazione delle specificità locali. In questa prospettiva, infrastrutture strategiche come il retroporto di Gioia Tauro e le politiche legate alla ZES possono rappresentare leve fondamentali, a condizione che generino ricadute occupazionali e sociali nei territori circostanti. I decisori politici sono chiamati a governare il cambiamento, ponendosi al cospetto della grande trasformazione demografica in atto e dei mutamenti climatici sempre più evidenti. Per la Calabria, come per altre regioni del Mezzogiorno e per le Isole, ciò significa dover contrastare lo spopolamento attraverso politiche attive, investire sulle nuove generazioni, ripensare il rapporto tra centro e periferia e costruire modelli di sviluppo inclusivi e sostenibili. Le aree interne, da luoghi del declino, possono diventare spazi di innovazione e resilienza.

La posta in gioco non è soltanto demografica: è, più profondamente, la capacità di questi territori di continuare a essere comunità vive, capaci di generare futuro in un contesto europeo sempre più segnato dall’invecchiamento. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)