I veleni di Crotone e le verità dell’ex commissario Emilio Errigo

di EMILIO ERRIGO – Il mio mandato da Commissario straordinario di Governo per il Sin di Crotone si è concluso alla sua naturale scadenza. Nessuna polemica, nessun colpo di scena: semplicemente, è finito il tempo che la legge mi aveva assegnato. Da calabrese, ovviamente avrei sperato un’altra chiusura. Avrei voluto festeggiare insieme ai miei conterranei il totale e incondizionato ripristino di un’area altamente compromessa, portandola da uno stato di degrado ambientale a uno stato sicuro, salubre e utilizzabile. Avrei voluto vedere molti più camion che si muovevano, cantieri aperti, utilizzo delle discariche autorizzate esistenti, operai al lavoro. Avrei voluto stringere la mano ai cittadini, ai loro rappresentanti politici, ai soggetti privati obbligati alla bonifica e dire: “Ci siamo riusciti insieme”. Ma un uomo delle istituzioni, quando il Governo decide, quando la magistratura si esprime, prende atto delle circostanze con rispetto, chiude il fascicolo, consegna per iscritto (per chi sa e vuole leggere!) ciò che ha fatto con serietà e senso del dovere e va avanti, pronto alla prossima sfida. Con dignità e senza sceneggiate.

In questi giorni mi sto divertendo molto a sfogliare la stampa locale calabrese e noto affermazioni che andrebbero prese come “battute da bar” se non fossero pronunciate da persone che hanno delle responsabilità sociali e politiche.

L’attivista Pino Greco pretende un “commissario vero”, non “militari improvvisati”. Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, in una versione ancor più arrogante, invece dice: «Se devono mandare commissari per la bonifica del Sin di Crotone come i due precedenti, meglio nessuno. Non hanno facilitato alcuno».

Insomma, Greco e Voce: giudici severissimi… ma degli altri. I loro auspici – al netto del mancato rispetto personale e della buona educazione – offrono una visione molto allegra della democrazia. Una democrazia delle pretese. E la traduzione sembra chiara: un commissario ad personam. Un uomo accomodante, obbediente, manovrabile. Uno che non disturba troppo, che non chiede, non controlla.

Mi domando cosa abbiano fatto costoro, concretamente, prima della mia nomina. Perché, ogni tanto, sarebbe interessante ricordare che la bonifica del Sin, senza andare troppo indietro nel tempo, era rimasta ferma, immobile e paralizzata dall’uscita di scena della penultima Commissaria straordinaria fino alla mia nomina. Ben cinque anni. E in cinque anni di vacanza commissariale non è stato prodotto un solo atto risolutivo capace di sbloccare la bonifica. Cinque anni non sono un’opinione: sono un fatto amministrativo.

La politica del territorio, gli attivisti (alcuni dei quali pensano che i soli proclami via megafono siano utili a bonificare un territorio senza pensare che fanno molto rumore ma producono zero soluzioni), concretamente, nei fatti cosa avevano fatto prima che arrivassi io come ultimo commissario pro tempore? Certo, io capisco il loro fastidio: un commissario che non si mette sull’attenti davanti alla politica territoriale o ai comitati diventa subito “non vero”, “non utile”, “non adeguato”. Ma siate seri: il problema è un commissario? O forse il problema è una parte della politica territoriale poco avvezza alla reale risoluzione dei problemi della gente?

La bonifica non è un tema di destra, sinistra o centro. È un problema civile, sociale, ambientale, sanitario. Riguarda tutti. E a dirla tutta, proprio perché riguarda tutti, un commissario straordinario non dovrebbe, in teoria, neanche servire. E invece prevalgono divisioni, risse, calcoli precisi, grandi silenzi, un articolo di giornale oggi, un articolo di giornale domani, qualche dichiarazione roboante per fare scena. E intanto il tempo passa. Poi, quando arriva un commissario che costringe tutti a guardare la realtà, scatta la tattica più antica del mondo: “la colpa è sua”. È un riflesso automatico, una pigrizia intellettuale. Ma soprattutto è un modo per non dire la verità ai cittadini: l’intera classe politica territoriale calabrese non è ancora stata all’altezza del grande problema del Sin. E questa non è una opinione, è un fatto evidente. Le dichiarazioni non bonificano i terreni, i comunicati stampa non rimuovono i rifiuti, le manifestazioni non sostituiscono i procedimenti amministrativi. La bonifica procede solo quando agli slogan seguono atti formali e decisioni operative. Alla mia nomina, il numero di cantieri effettivamente operativi era pari a zero. Parlare oggi di “commissari inutili” senza ricordare questo dato significa raccontare solo metà della storia. Io l’ho compreso subito: il commissario “vero”, per alcuni, sarebbe stato quello che obbedisce. Quello che non fa ombra. Quello che non chiede conto. Quello che accetta le favole, le versioni addomesticate, i sorrisi di circostanza. Io invece sono convinto di aver fatto solo ciò che la legge imponeva: ho chiesto e acquisito centinaia di atti amministrativi, ricostruito iter procedurali bloccati da anni, sbloccato interlocuzioni istituzionali ai massimi livelli che giacevano nei cassetti e avviato le condizioni giuridiche e operative per l’apertura dei cantieri. E tanto è bastato per diventare un problema. Se la politica del territorio e alcuni attivisti avessero mostrato verso le proprie responsabilità lo stesso zelo che mostrano nel criticare i commissari, il Sin sarebbe già bonificato e parleremmo d’altro.

Spero sinceramente che chi verrà dopo di me sarà più fortunato e farà molto meglio. Che avrà la libertà e la forza di tagliare i nodi che io ho potuto solo iniziare ad allentare. Io non devo compiacere nessun partito politico. Non devo accontentare nessun eletto o aspirante candidato. Io ho sempre voluto e vorrei ancora una sola cosa: che la bonifica si faccia presto e secondo le norme in vigore. Ma una cosa è certa: chi verrà dopo di me troverà una situazione diversa da quella che ho ereditato io: procedimenti riaperti, responsabilità individuate, atti formalizzati. Non una bonifica conclusa, ma finalmente una bonifica rimessa in moto. E quando la politica e gli attivisti di ogni sorta avranno finalmente la maturità di mettere da parte i teatrini, quando la bonifica sarà finita, chiamatemi: sarò il primo a tornare nella mia amata Calabria a festeggiare tutti insieme. (ee)

(Professore di Diritto Internazionale e del Mare e di Management delle attività portuali
Corso di Laurea Magistrale in Economia Circolare presso Università degli Studi della Tuscia già Commissario Straordinario di Governo per il SIN di Crotone-Cassano-Cerchiara)

LA REPLICA DEL SINDACO DI CROTONE VINCENZO VOCE

di VINCENZO VOCE – Ho letto con un certo stupore il lungo comunicato del generale Errigo, già Commissario straordinario per la bonifica.

Uno scritto che assomiglia più a un’autodifesa polemica che a una sobria relazione di fine mandato, infarcito di giudizi personali, sarcasmo e attacchi a chi, come il sottoscritto, ha il dovere istituzionale di rappresentare una comunità ferita da decenni di inquinamento, omissioni e promesse mancate.

Va chiarito un punto fondamentale: la mia critica non è mai stata rivolta all’uomo Errigo, ma al modello commissariale che, ancora una volta, non ha prodotto risultati concreti e visibili per la città.

Dire che “se i commissari devono essere come i precedenti, meglio nessuno” non è arroganza: è la fotografia amara di una realtà che i cittadini di Crotone conoscono fin troppo bene.

Il sindaco non fa “battute da bar”. Il sindaco ha raccolto la stanchezza e la rabbia di una popolazione.

Ai cittadini non interessano le ricostruzioni burocratiche, le polemiche con gli attivisti o le dispute su chi abbia mostrato più o meno “zelo amministrativo”. Ai cittadini interessano i risultati.

Respingo con fermezza l’idea che chi chiede risultati voglia un commissario “obbediente” o “manovrabile”.

È una narrazione comoda, ma falsa. Crotone chiede istituzioni efficaci, trasparenti e risolutive, non figure che si limitino a certificare quanto sia difficile bonificare, né tanto meno a scaricare sulle amministrazioni locali responsabilità storiche che affondano le radici in decenni di scelte sbagliate.

Il tentativo di delegittimare le battaglie condotte da questa amministrazione, tutte documentate e certificate nei verbali delle Conferenze dei Servizi, è un errore grave e rivelatore.

Chi governa processi straordinari deve accettare il giudizio pubblico, soprattutto quando i risultati non sono all’altezza dell’emergenza che si è chiamati a gestire.

Invece di attaccare chi denuncia, sarebbe stato più serio e responsabile riconoscere che il modello adottato non ha funzionato.

Crotone non ha bisogno di auto assoluzioni né di comunicati risentiti a mandato concluso.

Non è irrilevante ricordare che su molti dei nodi contestati i Tribunali hanno già dato ragione alle posizioni dell’Ente, confermando la fondatezza giuridica e istituzionale delle scelte assunte dal Comune di Crotone.

La bonifica del Sin non è una sfida tra commissari e sindaci: è un’emergenza nazionale che richiede poteri chiari, risorse certe, tempi vincolanti e responsabilità non aggirabili.

Su questo terreno il Comune di Crotone continuerà a fare la propria parte, senza sconti per nessuno e senza timore di dire ciò che non funziona.

(Sindaco di Crotone)

Sanità in Calabria: dopo 17 anni ancora il Commissariamento rimane in piedi

di  GIACINTO NANCI  – È cominciato il 2026, ma per la sanità calabrese siamo sempre all’anno zero (2009) dell’ingiusta imposizione da parte del Governo del piano di rientro sanitario alla Calabria che ha voluto dire: chiusura di 18 ospedali, aumento delle accise e delle tasse per i calabresi per oltre cento milioni l’anno, il blocco del turnover, l’imposizione di un prestito lacrime e sangue trentennale, diminuzione dell’aspettativa di vita alla nascita per i calabresi (la prima volta nella nostra storia), l’aumento della spesa per le cure fuori regione (oltre 300 milioni l’anno), l’aumento del numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici e della mancata applicazione dell’art. 32 della Costituzione che dovrebbe garantire le stesse cure a tutti gli italiani, etc. etc.

Oltre al piano di rientro la Calabria è sottoposta al commissariamento della sua sanità dal 2011 e dal 2019 ha commissariate tutte e cinque le sue Asp e i tre ospedali regionali. Il fatto che noi calabresi siamo trattati da sudditi e non da cittadini è dato dal fatto che il piano di rientro e omnicommissariamento durano ormai da 17 anni quando è cosa che, anche un bambino può capire, il commissariamento dovrebbe essere un fatto eccezionale e di breve durata come ad esempio il ponte caduto di Genova che il commissario  ha ricostruito in un solo anno. Perché allora dopo 17 anni con tanto di commissari, anche con poteri eccezionali, in tutti i posti dove si gestisce la sanità calabrese, il nostro presunto deficit non è stato risanato?  Per il semplice motivo che il vero problema della sanità calabrese è che da quasi trent’anni è sotto finanziata, ed è questo il motivo per cui i pochi soldi ripartiti alla Calabria dalla Conferenza Stato Regioni non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più della Calabria rispetto al resto d’Italia. Il paradosso è che la Calabria pur essendo una delle regioni che ha speso di meno pro capite in sanità (tra gli altri cito il dato dei Centri Pubblici Territoriali del Sistan) ha “dovuto” sforare la stessa spesa sanitaria proprio perché aveva ed ha molti malati cronici in più che non nel resto d’Italia. Tutti sapevano e sanno che in Calabria c’erano e ci sono molti più malati cronici, citiamo solo il Dca n. 103 del 30 settembre 2015 dell’allora commissario al piano di rientro ing. Scura che, alla pag. 33 dell’allegato n. 1 del DCA, recitava “si segnala la presenza di almeno il dieci per cento di malati cronici in più nella Calabria rispetto al resto d’Italia”. In effetti non era il 10% ma ben il 14% per come si può calcolare dalle annesse specifiche tabelle annesse al Dca. E per venire ai giorni nostri basta citare il Piano Nazionale Cronicità del Ministero della Salute che dà ai calabresi la “vetta” del numero dei malati con almeno tre patologie croniche, di cui almeno una grave, con il 46% negli ultrasessantacinquenni. A questo documento “cronicità” hanno partecipato oltre al Ministero della Salute la stragrande parte delle istituzioni pubbliche: Inps, Istat, Agenas, Conferenza Stato-Regioni etc.. etc… Della serie: tutti sapevano e tutti sanno. Allora cosa fare per chiudere il piano di rientro, gli omnicommissariamenti e trattare i calabresi da cittadini e non da sudditi? Basterebbe solo applicare una “vecchia” legge dello Stato: comma 34 dell’art. 1 della legge 662 del 1996. Sì, è una legge del lontano 1996 della quale è stato sempre applicato solo il primo dei cinque criteri elencati per il riparto da parte della Conferenza Stato-Regioni dei fondi sanitari alle regioni. Ed eccoli i cinque criteri del comma 34 “popolazione residente, frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso, tassi di mortalità della popolazione, indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni ed indicatori epidemiologici territoriali”. Ebbene, di questi cinque criteri è stato applicato (al 98%) sempre e solo il primo, pur essendo evidente che se applicati tutti si sarebbero davvero dati i fondi sanitari in base ai reali bisogni delle popolazioni. Dobbiamo citare il quinto “indicatori epidemiologici” di cui per come abbiamo detto prima tutti sapevano e sanno che si dovevano e si devono inviare più fondi dove ci sono più malati (Calabria) e non meno fondi per come è sempre stato.

I numerosissimi commissari che governano da tantissimi anni la sanità calabrese dovrebbero, per onestà intellettuale, dimettersi perché tra l’altro sono una ulteriore spesa, e non da poco, che pesa da moltissimi anni sulla sanità calabrese. I signori sindaci calabresi, ormai riuniti in Comitati sanitari provinciali, essendo la prima autorità sanitaria locale negli stati di emergenza (e questa è ormai una vera e propria emergenza) dovrebbero, oltre a protestare davanti agli ospedali e nelle tende, dimettersi in blocco. Le regioni, “quelle che vogliono l’autonomia differenziata e che dominano” la Conferenza Stato Regioni, e che in pratica decidono il riparto dei fondi sanitari annuali, dovrebbero accettare tutti i criteri del comma 34, ma sappiamo che non lo faranno. Ed è anche per questo che il governatore Occhiuto, nonché commissario al piano di rientro, alla costruzione ospedaliera e al Pnrr Sanità, dovrebbe andare alla Conferenza Stato Regioni e “occuparla” fino a quando questa non applica tutti e cinque i punti del comma 34. Si dovrebbe fare tutto ciò, visto che la Corte dei Conti nel 2019 ha mosso forti rilievi sulla gestione da parte del governo del debito sanitario calabrese, la Corte Costituzionale nel 2021 ha dichiarato “parzialmente incostituzionale” il commissariamento e il Tar della Campania, al quale si era rivolto il governatore De Luca ha chiuso d’ufficio il piano di rientro sanitario in Campania (la Campania è la regione più vicina alla Calabria per quanto riguarda i problemi sanitari).

(Medico di famiglia
in pensione ed ex medico ricercatore
Health Search Lpd)

I tagli nella Finanziaria contro la povertà sono un duro colpo allo stato sociale

di MICHELE CONIA – Il testo della Legge di Bilancio per il 2026 è ormai blindato, dopo il via libera arrivato dal Senato e il 30 dicembre quello della Camera. Si tratta di un colpo durissimo allo stato sociale.

La sforbiciata riguarda le risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc), periodo di programmazione 2021-2027 e, in particolare, si legge nel testo “sono ridotte di 300 milioni di euro per l’anno 2026 e di 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 е 2028”. Più nel dettaglio, la manovra finanziaria 2026, all’articolo 38, prevede tagli significativi ai fondi destinati al contrasto alla povertà, in particolare al Fondo per lo Sviluppo e Coesione (FSC) e ai fondi per i servizi di supporto all’Assegno di Inclusione (Adi) con una riduzione del 65% dei fondi per l’inclusione sociale 2026, riducendo quindi le risorse per i servizi sociali e i percorsi per l’inclusione lavorativa,  con il 40% dei poveri esclusi dal nuovo perimetro dell’Adi.

Insomma il FSC perderà 300 milioni di euro per il 2026, l’Adi e i servizi riceveranno un taglio del 65% dei fondi per i servizi di inclusione sociale, riducendo risorse per i comuni e i servizi socio-lavorativi. Con questi tagli diventerà difficile erogare prestazioni: infatti, nel 2026 i Comuni perderanno 267 milioni di euro destinati alla “quota servizi” dell’Assegno di inclusione e, con un taglio del 65%, molte Amministrazioni dovranno congelare le assunzioni, ridurre gli orari o limitare le prese in carico. Per i Comuni e per gli Ambiti territoriali queste risorse servono per assumere o stabilizzare assistenti sociali, educatori e psicologi. Per i cittadini e le cittadine questo significherà attese più lunghe, meno tirocini, meno interventi domiciliari. È una riduzione del 65% rispetto ai 417 milioni previsti dal piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026: due terzi delle risorse pensate  per sostenere i percorsi di inclusione  sociale verranno meno, con conseguenze pesanti per le persone in difficoltà. Intanto, la disuguaglianza cresce: il 10% più ricco della popolazione possiede il 50% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero si divide appena il 10%. I dati della Caritas   nel “Rapporto 2025 sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia” descrivono una situazione di povertà economica, abitativa, sanitaria “allarmante”, con un aumento delle persone che si rivolgono ai centri (277.775 famiglie nel 2024, +3% sul 2023 e +62,6% in 10 anni), un aumento dei “nuovi poveri” (lavoratori con stipendi troppo bassi), colpendo soprattutto famiglie con figli e anziani, e una crescente difficoltà nel far fronte a bisogni primari come bollette e cure.

Se allarmanti sono i dati Istat con oltre 5,7 milioni di persone che in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta pari al 9.8% della popolazione e con il Mezzogiorno la zona più colpita con 4 persone su 10, ancora più impattanti sono i dati Istat  e Eurostat che riguardano la Calabria: stando ai più recenti (2024-2025) la  Calabria si conferma una delle aree più vulnerabili d’Italia ed Europa in termini di povertà e marginalità sociale. Nel 2024 il 23,5% delle famiglie calabresi vive con una spesa mensile inferiore alla soglia minima e circa il 48,8% della popolazione calabrese è a rischio povertà o esclusione sociale, posizionando la Calabria tra le regioni peggiori d’Europa. Il caro vita  attanaglia le famiglie che non riescono a garantire un pasto completo e il cui  lavoro povero non consente di arrivare alla terza settimana del mese, famiglie che spengono il riscaldamento, persone malate e anziani  che rinunciano a curarsi, madri che lasciano il lavoro per mancanza di posti all’asilo nido, i bambini e le bambine che crescono senza opportunità educative, in particolare per coloro che crescono in contesti difficili, fatti di rischi e fragilità. (mco)

(Avvocato, sindaco di Cinquefrondi (RC) e consigliere metropolitano della città metropolitana di Reggio Calavria, delegato ai Beni Confiscati, Periferie, Politiche giovanili e Immigrazione e Politiche di pace)

È polemica sull’indennità di fine mandato per i consiglieri regionali calabresi non rieletti

di VALENTINO DE PIETROMentre la Calabria fa i conti con la difficile ripresa post-festiva e le vertenze sociali che non conoscono vacanza, una cifra a sei zeri rimbalza dalle stanze di Palazzo Campanella per atterrare direttamente nel dibattito pubblico. Al centro della tempesta c’è lo stanziamento di circa 350mila euro deciso dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale: una somma destinata a coprire l’indennità di fine mandato per ventitré ex consiglieri che non sono stati rieletti o non si sono ricandidati nell’ultima tornata elettorale.

Tecnicamente è tutto ineccepibile, normativamente blindato. Ma è proprio sul crinale che separa la legittimità formale dall’opportunità etica che si è innestata la dura denuncia del Si Cobas Calabria, che per voce del suo coordinatore regionale Roberto Laudini ha sferrato un attacco frontale a quella che viene definita senza mezzi termini “una casta sempre più distante dai bisogni reali dei cittadini”.

Il meccanismo che ha generato il “tesoretto” per gli ex onorevoli calabresi è frutto di un calcolo preciso: a fronte di un versamento mensile pari al 3% dell’indennità di carica (circa 150 euro trattenuti ogni mese), i consiglieri maturano il diritto a incassare un premio finale di 5.100 euro per ogni anno di legislatura. Calcolatrice alla mano, considerando che l’ultima consiliatura è durata quattro anni, ciascuno dei ventitré ex inquilini di Palazzo Campanella porterà a casa una buonuscita superiore ai 20mila euro.

«La prima anomalia – tuona Laudini nella sua nota – è quella di equiparare il mandato elettivo e il relativo impegno nel Consiglio regionale a un’attività lavorativa ordinaria, scandita da orari giornalieri e contratti nazionali». Un parallelismo che, secondo il sindacalista, stride violentemente con la realtà del mercato del lavoro calabrese, dove tutele simili sono un miraggio per la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti, per non parlare del popolo delle partite Iva o dei precari storici.

La questione sollevata dal sindacato di base non è giuridica, ma squisitamente politica e morale. «Sorge spontanea la domanda: perché a questi ex consiglieri deve essere concesso ciò che per tutte le altre categorie di lavoratori è vietato o fortemente limitato?», si chiede il coordinatore del Si Cobas. L’interrogativo apre uno squarcio sulla percezione di un “doppio binario”: da una parte la politica che garantisce se stessa con meccanismi di welfare esclusivo, dall’altra una regione che arranca.

Laudini mette sul piatto della bilancia i numeri della crisi sociale che attanaglia il territorio. Mentre si liquidano le indennità agli ex eletti, ricorda il sindacalista, ci sono «circa quattromila tirocinanti di inclusione sociale (TIS) che, in attesa di una stabilizzazione che sembra non arrivare mai, vivono con 700 euro al mese e senza contributi previdenziali». E ancora, l’emergenza abitativa: «Cosa diranno questi signori ai tantissimi cittadini alle prese con il mancato finanziamento del bonus affitti, con graduatorie bloccate e lo spettro dello sfratto esecutivo che incombe sulle famiglie?».

L’accusa è di aver perso il contatto con il “paese reale”, creando una frattura che alimenta la disaffezione al voto e la sfiducia nelle istituzioni democratiche. «Con quale faccia –incalza Laudini – questi signori potranno incontrare chi vive quotidianamente tali difficoltà?». Per il Si Cobas, decisioni di questo tipo sono la benzina che alimenta l’astensionismo, confermando l’idea che alla politica interessi solo «tutelare privilegi lontani anni luce dal vissuto quotidiano di molti calabresi che non riescono a vedere al di là del proprio naso per le troppe difficoltà».

La chiosa del comunicato affida l’amarezza a un vecchio adagio popolare, sintesi perfetta di un sentimento di rassegnazione mista a rabbia che spesso attraversa le piazze calabresi: «U cana muzzica sempa u sciancatu», il cane morde sempre chi zoppica. Come a dire che, mentre le istituzioni trovano sempre il modo di far quadrare i propri conti, a pagare il prezzo delle crisi sono sempre le fasce più deboli della popolazione. Resta ora da vedere se la denuncia del Si Cobas rimarrà una voce isolata o se aprirà un dibattito all’interno dello stesso Consiglio regionale sull’opportunità di rivedere, per il futuro, istituti e benefici della classe politica. Nel frattempo, i bonifici partiranno, ma il costo politico di quell’indennità potrebbe rivelarsi ben più alto dei 350mila euro messi a bilancio. (vdp)

Treni lumace e usurati da anni di attività: quando la svolta nel servizio ferroviario?

di ANTONIETTA MARIA STRATI Sono quasi “maggiorenni” i treni in Calabria: hanno 17,7 anni. È quanto emerso dalla 20esima edizione del Rapporto di Pendolaria di Legambiente, presentato lo scorso dicembre 2025, che documenta un sistema dei trasporti segnato da scelte politiche sbilanciate, sottofinanziamento cronico e ricadute sempre più pesanti su famiglie, lavoratori e studenti. Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non può permettersi di muoversi.

Nella nostra regione, infatti, il 62,2% dei treni regionali ha più di 15 anni. Ma, nonostante questo, si iniziano a vedere i risultati del rinnovo del parco rotabile sia per la flotta Trenitalia che per quella gestita da Ferrovie della Calabria che vedrà anche nuovi treni operare sulla tratta Cosenza-Catanzaro, con l’entrata in servizio prevista all’inizio del 2027.

L’Associazione, inoltre, indica la Salerno-Reggio Calabria ferroviaria «tra i progetti di gran lunga migliorabili: Si tratta di 30 miliardi di euro previsti  per  la  nuova  linea  ad  alta  velocità (in parte finanziata con il Fondo complementare  al  Pnrr),  che  nelle  prime ipotesi di progetto allungava il tracciato e abbandonava i piani, già previsti, di  potenziamento  della  linea  esistente.  La  linea  non  sarebbe  pronta  prima  del  2032  (secondo  gli  annunci  del  Ministro  Salvini)  e  va  sottolineato  come  tra   Roma e Villa San Giovanni fino al 2019 era in servizio un Frecciargento che impiegava 4 ore e mezza. Sorprende anche la  decisione  di  costruire  la  fermata  intermedia AV del Vallo di Diano a Padula (SA) in aperta campagna, fuori dalla tratta Sicignano-Lagonegro e in contrasto  con  il  Regolamento  UE  2024/1679, che richiede espressamente, per la realizzazione di nuove linee ad alta velocità, l’interscambio ferro su ferro».

«Seppure con ingiustificabile lentezza, in Calabria cominciano finalmente ad essere visibili i segni di un cambiamento nel trasporto ferroviario a partire dal rinnovo del parco rotabile la cui età media scende sia per i convogli Trenitalia sia, anche in prospettiva, per la flotta gestita da Ferrovie della Calabria», ha commentato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

«Serve una decisa accelerazione sulle infrastrutture della mobilità sostenibile con una rete ferroviaria moderna – ha detto – che garantisca collegamenti comodi, veloci ed efficienti all’interno della regione e verso il resto d’Italia, migliorando la vita dei calabresi, favorendo l’economia ed il turismo e contribuendo agli obiettivi di decarbonizzazione».

«La direzione giusta verso cui indirizzare le risorse – conclude Parretta – è questione di necessità e di buon senso: occorre abbandonare definitivamente progetti ambientalmentente insostenibili, costosissimi ed inutili come quello del Ponte sullo Stretto di Messina e concentrare competenze e stanziamenti economici su una reale transizione ecologica nel settore dei trasporti».

 «Investire nel ferro nelle città è una scelta necessaria sul piano ambientale, economico e sociale – ha sottolineato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente –. Metropolitane, tranvie e ferrovie urbane migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare o definanziare questi interventi, come sta avvenendo con le scelte più recenti sulla legge di bilancio, significa scaricare i costi della mobilità sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari».

«È una questione di scelte, non di risorse disponibili – ha concluso – visto che si continua, intanto, a investire sul Ponte sullo Stretto di Messina, nonostante le criticità che abbiamo più volte evidenziato non solo noi associazioni ma anche la Corte dei Conti. Chiediamo al Governo di cambiare rotta: investire nel trasporto pubblico locale, a partire da quello su ferro e rafforzare il Fondo Nazionale Trasporti per una mobilità urbana pubblica più inclusiva e sostenibile, fatta di nuovi binari, interconnessioni tra le reti e integrazione con la mobilità dolce».

Le linee peggiori d’Italia individuate in collaborazione con i comitati pendolari raccontano un sistema intrappolato tra rinvii e promesse non mantenute. In Campania la ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla Salerno–Avellino–Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata a giugno 2027. Nel Lazio la Roma Nord–Viterbo ha registrato 8.038 corse soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni, mentre la Roma–Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord la Milano–Mortara–Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori, accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della Vicenza–Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la Sassari–Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano ancora inadeguato. In Sicilia restano infine aperte ferite storiche come la Catania–Caltagirone–Gela, interrotta dal 2011, e la Palermo–Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali fermi da oltre un decennio.

Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito 229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del PIL italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire.

«I dati di Pendolaria mostrano che la carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione sociale – spiega Roberto Scacchi, responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente –. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato, con frequenze basse e infrastrutture incomplete, muoversi diventa più costoso o addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione. È in questo contesto che si afferma la mobility poverty: famiglie che spendono una quota sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la mobilità attiva e condivisa».

Un allarme che il Rapporto lancia con il focus sulla transport poverty, un fenomeno in forte crescita che trasforma la mobilità da diritto a fattore di esclusione sociale ed economica. La condizione viene misurata attraverso il peso della spesa per i trasporti sul bilancio familiare: secondo un report della Commissione europea, superare il 6% indica una situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.

Tra le proposte di Legambiente al Governo Meloni, c’è il rifinanziamento strutturale del trasporto pubblico su ferro e urbano, insieme a un rafforzamento del ruolo del Mit sulla qualità del servizio. Serve riportare il Fondo Nazionale Trasporti ai livelli reali del 2009 e investire su più treni e più corse nelle aree urbane e suburbane. Occorre potenziare le frequenze, passando da 30 minuti a 4–8 minuti nelle ore di punta, e raddoppiare i viaggi giornalieri da 6 a 12 milioni entro il 2035. A questo si affiancano politiche tariffarie integrate, con abbonamenti unici sul modello tedesco e spagnolo, incentivi all’uso del TPL, la riforma fiscale della shared mobility, il ripensamento degli spazi urbani con Low Emission Zones e città dei 15 minuti, lo sviluppo della mobilità elettrica, a prescindere dalla scadenza del 2035, e un piano per lo shift modale del trasporto merci, rafforzando Sea Modal Shift (il vecchio Marebonus) e Ferrobonus. (ams)

Il welfare da costo può diventare infrastruttura di sviluppo

di FRANCESCO RAO – La questione del welfare in Calabria non può più essere relegata a una dimensione meramente compensativa. Essa investe, in modo diretto e strutturale, il modello di sviluppo regionale, la qualità della coesione sociale e la capacità delle istituzioni di produrre inclusione reale. I dati socio-economici disponibili delineano un quadro che rende improrogabile un ripensamento profondo delle politiche pubbliche, soprattutto nei territori caratterizzati da fragilità persistenti e cumulativi svantaggi.

Le analisi della Svimez collocano la Calabria tra le regioni con i più bassi tassi di occupazione del Paese, evidenziando come la debolezza strutturale del mercato del lavoro colpisca in modo selettivo gli adulti con basso livello di istruzione e i disoccupati di lunga durata. Non si tratta di una contingenza ciclica, ma di un modello che tende a riprodurre esclusione, inattività e dipendenza assistenziale.

A rafforzare questa lettura intervengono i dati Istat, secondo cui una quota significativa della popolazione calabrese adulta possiede al massimo un titolo di studio di scuola secondaria di primo grado. Tale condizione si traduce in una ridotta partecipazione al mercato del lavoro, in un’elevata esposizione al lavoro povero e in una scarsa capacità di accesso alle politiche attive standardizzate. Infine, sempre nel considerare l’autorevolezza degli indicatori per i quali la massima attenzione é dovuta in questi casi, proprio gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (Bes) collocano stabilmente la Calabria nelle ultime posizioni per qualità dell’occupazione, mobilità sociale e fiducia istituzionale. È in questi contesti che il deficit occupazionale si trasforma in deficit di cittadinanza, compromettendo la tenuta del patto sociale e alimentando processi di marginalità territoriale. Alla luce di tali evidenze, appare sempre più chiaro come un welfare esclusivamente riparativo non sia in grado di incidere sulle cause strutturali dell’esclusione. Al contrario, il welfare generativo si configura come un paradigma capace di integrare protezione sociale, attivazione e sviluppo locale, trasformando la spesa sociale in investimento produttivo. In questo quadro si colloca la recente giurisprudenza della Corte costituzionale sulla co-progettazione tra enti locali e Terzo Settore, che riconosce tale strumento come modalità ordinaria di esercizio della funzione pubblica orientata all’interesse generale. La co-progettazione non rappresenta una semplificazione procedurale, ma un dispositivo di governo dei processi complessi, fondato sulla corresponsabilità e sulla valorizzazione delle competenze diffuse nei territori. Per la Calabria, questa impostazione assume una valenza strategica. I 31 Uffici di Piano, già presìdi delle politiche sociali regionali, possono essere riconfigurati come infrastrutture di sviluppo territoriale. Attraverso la co-progettazione, essi possono integrare politiche sociali, politiche del lavoro e strategie di sviluppo locale, costruendo percorsi occupazionali rivolti a persone con bassa scolarizzazione e disoccupazione di lunga durata. In tale prospettiva, con lo sguardo del

sociologo, professionalità poco presente negli uffici della Pubblica Amministrazione, il Pon Inclusione rappresenta il principale strumento finanziario di riferimento se a monte della spesa viene prevista una puntuale analisi dei bisogni sociali e territoriali. La finalità di un lavoro strutturato non è soltanto il contrasto alla povertà, ma l’attivazione di percorsi di inclusione socio-lavorativa fondati sulla presa in carico integrata, sull’accompagnamento e sull’empowerment delle persone. Utilizzato in chiave di welfare generativo, il Pon Inclusione può sostenere progettualità orientate alla creazione di lavoro nei contesti locali, superando la frammentazione degli interventi. Una delle direttrici strategiche più rilevanti riguarda la valorizzazione delle risorse locali. La Calabria dispone di un patrimonio territoriale, ambientale e culturale diffuso che, se adeguatamente attivato, può generare occupazione inclusiva. In questo senso, il welfare generativo consente di riconnettere politiche sociali e sviluppo economico, valorizzando le filiere locali e le economie di prossimità. Particolare attenzione va riservata alle maestranze e ai saperi tradizionali, spesso esclusi dai circuiti formali dell’economia. Attraverso percorsi di apprendimento situato, tutoraggio e riconoscimento delle competenze informali, è possibile trasformare tali saperi in opportunità occupazionali, soprattutto nei settori della manutenzione del territorio, dell’artigianato, dei servizi alla persona e della rigenerazione dei borghi. In questo quadro si inserisce anche il modello dell’ospitalità diffusa, che rappresenta una leva strategica di sviluppo inclusivo, in particolare nelle aree interne. La gestione di servizi di accoglienza, manutenzione, ristorazione e animazione territoriale può diventare terreno privilegiato di inserimento lavorativo per soggetti fragili, generando al contempo valore economico e coesione comunitaria. Il welfare generativo, come ho già anticipato, attraverso la co-progettazione, consente di costruire questi ecosistemi locali: cantieri sociali, cooperative di comunità, imprese sociali e reti territoriali capaci di integrare inclusione, lavoro e sviluppo sostenibile. Ambiti che non sottraggono risorse al mercato, ma colmano vuoti strutturali lasciati dall’economia tradizionale, soprattutto nei territori a bassa densità produttiva. La dinamica complessiva del welafare se non debitamente considerata, in ultima analisi, oltre ad essere un fatto politico rischia di mandare in stallo una platea molto ampia della popolazione. I dati Svimez, Istat e Bes dimostrano che l’attuale modello non è in grado di interrompere la trasmissione intergenerazionale della marginalità. Assumere il welfare generativo come metodo strutturale significa riconoscere che lo sviluppo, in Calabria, può e deve partire dal basso, valorizzando persone, competenze e territori. La Regione dispone oggi di una cornice normativa chiara, di strumenti amministrativi diffusi e di risorse dedicate come il Pon Inclusione.

Ciò che è richiesto ai decisori politici è un coraggio inedito da praticare attraverso una scelta di visione: fare del welfare non il luogo della compensazione permanente, ma l’infrastruttura primaria di uno sviluppo inclusivo, radicato nei territori e orientato al lavoro. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)

Sanità a Vibo Valentia e Tropea: è quasi una lotteria

di MASSIMO MASTRUZZO – In Calabria, e in particolare nel Vibonese, la sanità pubblica non è più un diritto garantito: è diventata una lotteria territoriale. Gli ospedali di Vibo Valentia e Tropea non sono casi isolati, ma il simbolo di un sistema sanitario regionale deliberatamente impoverito, commissariato da anni e incapace di assicurare cure dignitose ai cittadini. Un sistema che, nei fatti, spinge le persone ad andare via, a curarsi altrove, se possono permetterselo.

Il 27 dicembre 2025, davanti all’ospedale “G. Jazzolino” di Vibo Valentia, i comitati civici hanno messo in scena l’ennesimo atto di una protesta che dura da anni. Tra le voci più attive della protesta c’è quella di Daniela Primerano, da sempre impegnata nella difesa dei diritti costituzionali dei cittadini del Vibonese e, più in generale, di tutti i calabresi, con particolare attenzione alla sanità pubblica.

Non una passerella, ma un atto politico forte: esposti ai Carabinieri e denunce alla Procura per segnalare la sistematica negazione del diritto alla salute. Lo stato di agitazione, proclamato già a novembre, è la risposta civile a una gestione regionale e aziendale che continua a ignorare il grido di allarme dei territori.

Ospedali svuotati, reparti chiusi, personale insufficiente: non è emergenza, è scelta politica

L’ospedale di Tropea è oggi un presidio sanitario svuotato: carenza cronica di personale, assenza di anestesisti, reparti chiusi o ridotti all’osso. Esistono posti letto solo sulla carta, utili a rispettare formalmente i Lea ma inesistenti nella realtà. Una finzione amministrativa che serve a coprire il fallimento del sistema.

Allo Jazzolino di Vibo Valentia la situazione non è diversa. La gestione dei fabbisogni di personale è errata, approssimativa e pericolosa. I sindacati lo denunciano da tempo: la sicurezza dei pazienti è a rischio, così come quella degli operatori sanitari, lasciati soli a fronteggiare turni massacranti e reparti sotto organico.

Nel frattempo, si continua a parlare di abbattimento delle liste d’attesa, mentre i cittadini fanno i conti con laboratori di analisi bloccati per problemi informatici e servizi essenziali che funzionano a intermittenza. Questa non è inefficienza occasionale: è disorganizzazione strutturale.

Migrazione sanitaria: una tassa occulta sui cittadini calabresi

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel 2024, e con dati confermati anche per il 2025, l’Asp di Vibo Valentia ha speso circa 47 milioni di euro per la mobilità sanitaria: 30 milioni verso altre province calabresi e 17 milioni verso strutture fuori regione. Soldi pubblici che seguono i pazienti costretti ad andare via perché qui non possono curarsi.

La Calabria resta al penultimo posto in Italia per qualità della salute, con un punteggio di 3,2 su 10 e un indice di soddisfazione della domanda interna fermo a 0,81. Numeri che certificano un fallimento politico prima ancora che sanitario.

La sanità pubblica non si commissaria all’infinito: si rifonda o si condanna un popolo

Come Movimento Equità Territoriale, denunciamo con forza questo modello che penalizza il Sud e la Calabria in particolare. Il diritto alla salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. Serve una revisione radicale dei criteri di ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale, una ridefinizione dei Lea basata sui bisogni reali dei territori, non su parametri astratti che favoriscono chi è già forte.

Diciamo no alla progressiva privatizzazione strisciante della sanità, anche quando avviene sotto forma di convenzionamento. Il privato può affiancare il pubblico solo se eccellente, mai sostituirlo. Abbandonare la sanità pubblica significa abbandonare i cittadini più fragili.

Ci opponiamo alle nomine politiche dei dirigenti sanitari, chiediamo selezioni basate sul merito, investimenti veri, fine delle politiche di austerità e un piano serio per fermare la fuga dei professionisti sanitari verso il privato o l’estero.

Curarsi nel proprio territorio non è un privilegio, è un diritto

Vibo Valentia e Tropea non chiedono favori. Chiedono il rispetto di un diritto costituzionale. Continuare a ignorare questa emergenza significa accettare che in Calabria la salute sia un lusso e che la migrazione sanitaria diventi l’unica risposta istituzionale.

Noi non lo accettiamo. E continueremo a sostenere chi denuncia, nelle piazze e nelle sedi opportune, finché il diritto a curarsi a casa propria non sarà finalmente garantito.  (mma)

(Direttivo Nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

Il futuro dei giovani e della Calabria parte dalla “Restanza”: il report di Confartigianato Imprese

di ANTONIETTA MARIA STRATI – 

È una regione in equilibrio precario tra fragilità e potenziale per i giovani, quella fotografata da Confartigianato Imprese Calabria con il Rapporto Confartigianato Giovani Impresa Calabria 2025.

La nostra regione, infatti, si colloca al 18° posto su 20 regioni nel Confartigianato Youth-Friendly Index 2025, l’indice che misura quanto un territorio sia realmente favorevole a lavoro e impresa per i giovani. Questo posizionamento della Calabria riflette, infatti, criticità strutturali note: debolezza del mercato del lavoro, carenze infrastrutturali, difficoltà di accesso al credito e una persistente fuga di capitale umano.

Eppure, accanto alle ombre, il rapporto mette in luce anche segnali di vitalità. In Calabria operano 18.037 imprese guidate da under 35, pari al 9,8% del totale regionale, una quota superiore alla media nazionale. Ancora più significativo il dato relativo all’artigianato: 3.412 imprese artigiane giovanili, che rappresentano il 10,7% del comparto, confermando come proprio l’artigianato continui a essere uno degli spazi principali di iniziativa per chi decide di mettersi in gioco.

Il contesto, però, resta difficile. Il tasso di occupazione giovanile si ferma al 33,3%, contro una media nazionale del 44,9%, mentre oltre il 57% dei giovani calabresi tra i 15 e i 34 anni risulta inattivo. Un dato che convive con un altro apparente paradosso: la difficoltà delle imprese a reperire personale qualificato, con oltre 3.000 profili professionali difficili da trovare, soprattutto nei settori tecnici e artigiani.

È proprio questa contraddizione a pesare sull’Indice Youth-Friendly. La Calabria scivola in fondo alla classifica per occupazione e dinamiche giovanili, ma risale fino al 6° posto nazionale quando si guarda alla struttura del sistema produttivo, grazie alla diffusione di imprese under 35 e alla capacità di iniziativa imprenditoriale. Più marcate, invece, le difficoltà sul fronte del capitale umano, dove la regione resta penalizzata dalla bassa attrattività per i laureati e dalle carenze nelle competenze digitali.

A pesare è anche la dinamica demografica. Negli ultimi dieci anni il Mezzogiorno ha perso una quota rilevante di giovani qualificati, e la Calabria è tra le regioni più colpite. Una perdita che impoverisce il tessuto economico e rende ancora più urgente investire su chi sceglie di restare.

Non mancano, tuttavia, segnali incoraggianti. Le imprese digitali crescono anche in Calabria (in Italia sono 156.859, con un aumento del 19,1% tra il 2019 e il 2024), con una presenza significativa dell’artigianato.

Nelle aree interne, che rappresentano l’81% dei comuni calabresi e ospitano oltre la metà della popolazione, l’impresa artigiana continua a svolgere un ruolo di presidio economico e sociale, spesso unico argine allo spopolamento.

Resta centrale il tema del ricambio generazionale. Circa il 30% delle imprese artigiane presenta criticità legate all’età degli imprenditori, con un rapporto tra lavoratori over 55 e under 35 superiore a 1,5 a 1. Un dato che rende evidente quanto sia urgente accompagnare il passaggio di competenze e sostenere l’ingresso dei giovani nel sistema produttivo.

«Questi numeri – sottolinea Confartigianato Imprese Calabria – dimostrano che i giovani calabresi non mancano di idee, coraggio e spirito imprenditoriale».

«Quello che spesso manca è un contesto che li metta davvero nelle condizioni di crescere: accesso al credito, formazione mirata, meno burocrazia e servizi adeguati. Rendere possibile la restanza significa trasformare una scelta difficile in una scelta di valore», ha detto Confartigianato.

L’Indice Youth-Friendly indica con chiarezza le priorità: lavoro, competenze, credito, servizi e politiche di lungo periodo. Solo su questi pilastri la restanza potrà diventare un vero progetto di sviluppo e non l’ennesima scommessa individuale affidata alla buona volontà dei singoli. (ams)

La scommessa sul 2026: la Calabria ci crede

di SANTO STRATI – «Credete che sarà felice quest’anno nuovo?» Nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere di Giacomo Leopardi (1827) si coglie l’ottimismo del domani: il venditore lo disegna, ovviamente, bellissimo, deve vendere i suoi almanacchi! Ma il passeggere regala una perla che i nostri politici calabresi dovrebbero fare propria: la vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.

Ovvero, far tesoro degli errori del passato e non ripeterli. È un proposito che si rinnova ogni ultimo dell’anno, con i risultati più che scontati: quante incompiute, quante promesse svanite, quanti sogni nel cassetto dei calabresi?

Forse è venuto il momento di dire basta alle intemerarie promesse del Governo sul Mezzogiorno e cominciare a battere i pugni sugli scranni del Parlamento: non si tratta di rispolverare la Questione meridionale che il tentativo dell’autonomia differenziata voleva mettere sotto il tappeto come la polvere della casalinga fannullona, ma di inquadrare una volta per tutte il problema del Sud in un ambito più ampio. Sarebbe il caso di parlare di questione mediterranea, visto il ruolo dominante che il vecchio Mare Nostrum (oggi diventato monstrum per le migliaia di migranti inghiottiti nelle sue acque) giocherà nei prossimi anni.

E analoga presa di coscienza dovranno, auspicabilmente, fare i nostri politici regionali, provinciali, comunali, a cominciare dal Presidente Roberto Occhiuto.

Il 2026 è davvero l’anno della svolta? Potrebbe esserlo se soltanto, escludendo le chiacchiere e le vane e risibili promesse, si comincia a fare un’agenda reale e concreta dei bisogni della popolazione. Basta andare sul territorio e toccare con mano esigenze e bisogni, osservare le incompiute, capire cosa serve davvero per migliorare la qualità della vita, non per risalire la china di discutibili classifiche di alcuni quotidiani, ma per sanare mancanze e distrazioni che complicano il vivere quotidiano di tantissima gente, a cominciare dal problema salute.

Se davvero finisce a breve il commissariamento, servirà un Assessore alla Sanità: Presidente Occhiuto applichi quella trasversalità che potrebbe cambiare la politica calabrese. Non scelga un tecnico per il quale i malati sono un numero e ha come unico obiettivo quello di tagliare i costi, ma prenda un medico che conosce i problemi della salute (perché li vive tutti i giorni) che abbia anche competenze di amministrazione, perché, alla fine, i soldi vanno spesi bene e gestiti adeguatamente secondo reali necessità ed esigenze. Questa figura di medico e manager in Calabria c’è, ma ha il “difetto” di essere “uno di sinistra”: Rubens Curia sarebbe un ottimo assessore alla Sanità e si farebbe notare non per la fede politica, bensì per la capacità di capire cosa va fatto e cosa va eliminato nella gestione della sanità, sia pubblica che privata. La sua associazione, Comunità Competente, ha prodotto diversi documenti che possono costituire una base straordinaria per il riordino della sanità in Calabria. Presidente non scelga la compiacenza, scelga la competenza.

Certo ci vuole coraggio a proporre “uno di sinistra” in Giunta, con i tanti sodali che scalpitano e pretendono il rispetto di qualche cambialetta elettorale, ma una scelta trasversale aggiungerebbe punti pesanti alla sfida che Occhiuto ha lanciato: cambiare la Calabria si può, ma non seguendo regole gattopardesche (cambiare tutto perché tutto resti come prima) ma con il coraggio di osare soluzioni che possono non piacere a qualcuno, ma diventano risorsa essenziale per tanti.

Occhiuto ha mostrato di essere un combattente che crede seriamente di poter cambiare questa terra. Intanto, è riuscito a imporre una narrazione diversa: si parla di Calabria dovunque, nei media, tra la gente del centro e del Nord, senza più pensare a una terra “maledetta” dove regnano ‘ndrangheta e  malaffare. C’è un tentativo di recupero della reputazione perduta,  che sta dando risultati insperati. Lo “sdoganamento” di un territorio si fa lavorando sull’immagine e questo Occhiuto lo ha capito da tempo. Riempire (anche se a pagamento) spazi televisivi non è uno sciocco esercizio di spreco di denaro, ma un’intelligente trovata per mostrare quell’ “altra” Calabria che la gente non conosce.

Prendiamo il caso della serie televisiva Sandokan: tutti ne hanno parlato male (senza aver visto nemmeno un minuti dell’ottimo film realizzato) e contestato che di Calabria si vede “poco”. Ma è una fiction ambientata nel Borneo che ci azzecca la Calabria nel contesto narrativo? Invece ci sta tutta nella macchina della produzione: già solo il fatto che si dica che gran parte della serie tv è stata girata in Calabria vale tutti i soldi spesi in sponsorizzazioni (a parte la ricaduta occupazionale e l’indotto generato dalla produzione, che non sono bricioline…). In questo modo si fa incuriosire sulla Calabria, si fa scoprire che è tutta quanta un set naturale per girarci film e fiction, ma soprattutto che è una terra infinitamente meravigliosa, che merita di essere valorizzata e apprezzata.

Sanità e marketing territoriale, due nodi importanti: il primo riguarda il benessere dei cittadini e la necessità di limitare il “turismo ospedaliero” al Nord che impoverisce soprattutto le famiglie e dissangua le casse regionali. Il secondo fa parte del piano di crescita e sviluppo dell’intero territorio.

Turismo, nelle sue varie accezioni (vacanziero, religioso, congressuale, etc) significa soprattutto lavoro e occupazione, altra spina di una terra che vede ogni giorno partire i suoi giovani con un biglietto di sola andata. Il lavoro che non c’è e va inventato proprio nel terziario, dove le competenze vanno utilizzate 365 giorni l’anno e non soltanto nei mesi estivi.Quanti laureati sarebbero felici di poter mettere a frutto idee e capacità nella propria terra? Non basta mobilità e logistica per attrarre visitatori, servono servizi e guide culturali che permettano di apprezzare luoghi e territori: un bando per offrire occupazione stabile e seria ai nostri ragazzi che hanno studiato e conoscono il territorio sarebbe un buon inizio per il 2026.

Un anno che – sia chiaro – deve contare anche e soprattutto sull’impegno del territorio: ci sono imprenditori illuminati che già fanno tanto, ma bisogna pensare non soltanto a donne e giovani in cerca di prima occupazione, ma anche a ricollocare chi ha perso il lavoro ed è troppo vecchio per ricominciare e troppo giovane per andare in pensione.

Il lavoro è la sfida di tutto il Mezzogiorno, i nostri governanti centrali se lo mettano bene in testa: lo sviluppo del Paese dipende dalla crescita del Sud. Se cresce il Sud (che peraltro consuma) riparte tutta la filiera produttiva  che il Covid ha contribuito a ridurre ai minimi termini.

L’anno che verrà è l’anno del Ponte: checché ne dicano gli oppositori, ci sono tutte le condizioni perché l’Opera finalmente possa vedere la luce. Val la pena di ricordare che quando si pensò di realizzare l’Autostrada del Sole non mancarono i no-ponte d’antan: se avesse prevalso la loro logica staremmo ancora a sognare. La mobilità è un segno di progresso e il Ponte rappresenta la sfida tecnologica dell’Italia al mondo: dovremmo finirla con le fake-news e le terrificanti profezie di geologi della domenica, lasciando parlare solo gli esperti. Se chi ha la competenza per dirlo afferma che il Ponte si può fare bisogna credergli e tenere alla larga i venditori di fumo.

Il Ponte piaceva a Prodi, piaceva alla sinistra. Poi, poiché era nei programmi di Berlusconi è diventato il “mostro” da contrastare e combattere con ogni mezzo. E la stessa sorte sta seguendo il progetto più straordinario del mondo perché è voluto dalla destra, quindi l’ideologia prevale sulle opportunità per il territorio e le sue genti. Non è il Ponte di Salvini, né della Meloni, è il Ponte del Mediterraneo, anzi dell’Europa che il mondo ci invidierà. Il guaio è che, come al solito, gli altri ci guardano e ci copiano e le buone idee, in Italia, restano al guado. Un esempio per tutti il ponte sui Dardanelli: costruito sul modello che ormai i tecnici chiamano Messina-type, ovvero quello del Ponte sullo Stretto. Lo hanno realizzato i turchi a tempo di record: se nel 2011 la sciagurata scelta di Monti non avesse bloccato il progetto, da diversi anni avremmo già avuto operativo il Ponte. Che non inquina (al contrario delle navi traghetto sullo Stretto) e, per la sua realizzazione, porterà occupazione e indotto da record. Qualcuno parla di 100mila addetti, ma anche se fossero solo 20mila, in terre affamate di lavoro come Sicilia e Calabria, li vogliamo buttare via?

E, soprattutto, ci sono le opere complementari senza le quali il Ponte non avrebbe senso: l’Alta Velocità (alta capacità), la SS 106 e le strade dei territori coinvolti. Il 2026 ci dovrà portare non suggestioni, ma progetti pronti per essere realizzati: sarà l’anno in cui si conclude il PNRR e molte risorse, in Calabria, con buona probabilità resteranno inutilizzate: mancano sei mesi, chi crede nei miracoli, non demorda…

Infine, nell’agenda 2026 per la Calabria un ruolo principe va al Porto di Gioia Tauro. Cresce a doppia cifra ogni anno, ha un potenziale incredibile e un retroporto pressoché inutilizzato dove si potrebbero allestire i semilavorati che giungono da ogni parte del mondo. Ma restano capannoni vuoti e le tante perplessità di chi vuole investire. La Zes unica è un formidabile attrattore di investimenti ma richiede un’attenzione aggiuntiva e accorta da parte degli enti locali.

La Regione – abbiamo questa sensazione – al di là del progetto del rigassificatore, non mostra grande entusiasmo per la costante crescita di quello che sta diventando il primo porto del Mediterraneo per traffico di containers. Il Porto non significa traffico di cocaina: chissà perché ogni volta che sequestrano droga in Calabria c’è un’enfasi mediatica spaventosa, quando poi si scopre che il traffico di stupefacenti in altri porti è addirittura superiore. Il Porto significa lavoro, occupazione e sviluppo e il Presidente Occhiuto dovrebbe occuparsene di più, mettendo risorse e maggiore impegno. La crescita di Gioia Tauro e del suo Porto è un piccolo-grande tassello di una visione di sviluppo che farà vincere alla Calabria la scommessa sul 2026.

Ultima annotazione: si vota a Reggio in primavera per scegliere il nuovo sindaco. A quattro/cinque mesi dalle elezioni non ci sono ancora candidature ufficiali. Il gioco della politica pensa di poter continuare a prendere in giro i cittadini che, in tutta risposta, non vanno a votare. Invece, l’aria sta cambiando e anche per Reggio potrebbe esserci un 2026 di rinascita e rilancio. Auguri. (s)

Il Ponte sospeso e il degrado del Sud

di GIACOMO SACCOMANNO – Intervengo come semplice cittadino, tra il disorientamento totale che l’informazione attua, senza il dovuto rispetto delle regole esistenti. Grande diffusione sul “no” della Corte dei conti al parere sulla delibera Cipess per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Enfasi incontrollata sulla posizione dei No Ponte e su quella della Sinistra che sta commettendo uno dei più grandi errori politici degli ultimi anni. Vorrei chiedere ai tanti che si sono posti in contrasto con la realizzazione del ponte se conoscono le vere competenze della Corte dei conti. Penso, molto pochi o nessuno!

Invero, questo organo ha solo competenze di controllo (preventivo di legittimità sugli atti del Governo, successivo sulla gestione delle finanze pubbliche, economico-finanziario) e giurisdizionali (sulla contabilità pubblica, pensioni, responsabilità di funzionari e agenti pubblici per danni all’erario), oltre a funzioni consultive (pareri al Governo e agli enti locali), garantendo la corretta gestione della spesa pubblica e la responsabilità amministrativa, come previsto dagli articoli 100 e 103 della Costituzione.

Ebbene, nel caso che ci interessa, è andata sicuramente oltre, in quanto il parere non vuol dire negazione assoluta e, comunque, è mancata quella collaborazione fondamentale tra gli organi di controllo e le Istituzioni. Cosa mai vista: la Corte ha impedito sia una dovuta cooperazione che la partecipazione all’udienza di chi aveva le maggiori conoscenze degli atti e del progetto! Ed allora ci chiediamo: come ha fatto la relatrice a leggere migliaia di pagine in pochi mesi? E quale può essere il valore giuridico delle affermazioni contenute nel parere negativo? Certo è che, sotto questo aspetto, nascono non poche perplessità sul corretto operato dell’organo di controllo. Ma, indipendentemente da ciò e senza entrare nel merito e nel rispetto dei ruoli e delle posizioni, come semplice cittadino, mi chiedo: si rendono conto, la sinistra e chi contrasta l’intervento, che si sta rischiando di buttare a mare un’opera che in 7/8 anni garantisce oltre 100 mila occupati? Si rendono conto che si rischia di perdere circa 70/80 miliardi di opere infrastrutturali tra la Calabria e la Sicilia legati alla realizzazione del ponte?

Si rendono conto del danno che stanno provocando all’Italia e, comunque e maggiormente, al Mezzogiorno e al Sud? Si rendono conto che, se l’opera non si dovesse realizzare, cosa impossibile per la certa volontà dei Governi nazionale regionali, il Sud rimarrebbe arretrato e mai si potrebbe pensare ad una normalizzazione del divario esistente con le regioni del Nord? Si rendono conto che dovranno rispondere dinnanzi al Popolo italiano di questo disastro e di questi danni causati, anche personalmente? Domande che un cittadino dovrebbe farsi e dovrebbe assumere una posizione netta contro un evidente tentativo di lasciare il Sud nell’arretratezza per cercare un controllo sul consenso difficilmente attuabile su un Popolo avanzato culturalmente ed economicamente. Su questo, e su tante altre problematiche, la classe dirigente dovrebbe riflettere e comprendere che la vera politica è quella che consente la crescita delle comunità e non certamente continuare a mantenere un territorio nel degrado sempre crescente e lasciare andare via, ogni anno, circa 170.000 tra giovani e laureati. Specialmente dinnanzi a un Popolo che è colpito, sempre più, da una povertà devastante e che deve ogni giorno fare i conti con il proprio sostentamento e con le esigenze dei propri figli. Ecco, oggi si sta assistendo alla distruzione di un momento di probabile restituzione al Sud della possibilità di superare il divario esistente e che nasce da lontano e, comunque, da una evidente volontà di lasciare i meridionali nelle sempre maggiori difficoltà, per poterli, ripeto, controllare maggiormente al momento della manifestazione delle proprie scelte. Ed allora, è il momento che il Sud prenda coscienza di ciò, reagisca e chieda a questi signori le vere ragioni di impedire, appunto, una possibile crescita, che altrimenti non ci sarebbe. Quando si legge che le risorse per la costruzione del ponte potrebbero essere dirottate per la costruzione di strade, alta velocità, infrastrutture ed altro, chiedo a questi signori se, nei cento anni passati, ciò è mai avvenuto, pur parlandosi di ponte da oltre un secolo. Nulla è accaduto e, quindi, perché dovrebbe avvenire oggi?

Su questo, naturalmente, il silenzio più assoluto. La verità è una sola: senza la costruzione del ponte le opere infrastrutturali previste per Sicilia e Calabria, per circa 35/40 miliardi per regione, non verranno realizzate e, quindi, un danno doppio per il Sud. Se è questo che la sinistra vuole continui nella sua azione disastrosa, ma il Sud deve prendere coscienza di quanto sta accadendo e utilizzare quel che la Costituzione gli riconosce: il voto libero per spazzare via coloro che sono i nemici del mezzogiorno. Questa dovrebbe essere la riflessione di cittadini liberi, ma forse i meridionali non sono ancora pronti a questa ulteriore sfida. (gs)

(Presidente del Centro Studi “Giustizia&Giusta”)