Addio a Renzo Alzetta, tra i pionieri del Dipartimento di Fisica dell’Unical

di FRANCO BARTUCCIEra una figura molto riservata nell’esercizio della sua funzione professionale e sociale all’interno dell’Università della Calabria e con altrettanta riservatezza ha lasciato un mese fa questo mondo. Stiamo parlando del prof. Renzo Alzetta, originario di Trieste, docente di fisica teorica presso il dipartimento di fisica fin dagli albori della sua costituzione, a partire dal primo anno accademico 1972/1973, arrivando pure  in momenti difficili ad assumerne la responsabilità della direzione.

«Con Renzo Alzetta – ha scritto l’attuale direttore del Dipartimento di Fisica, prof. Riccardo Barberi – ci lascia uno dei pionieri del Dipartimento di Fisica e del nostro Ateneo, arrivato in Calabria agli inizi della grande avventura, che ha prodotto in 50 anni gli incredibili risultati sotto gli occhi di tutti. A questi risultati Renzo ha dato un grande contributo, formando fino al 2005, con le sue lezioni, diverse generazioni di fisici, molti dei quali sono oggi in servizio non solo nell’Università della Calabria, ma anche diffusi nel mondo internazionale della ricerca».

Persona di grande cultura a 360 gradi, cosa che gli permetteva di interagire in maniera efficace con tutti gli studiosi di varia formazione giunti in Calabria all’inizio delle attività dell’Università, uomo di grande generosità, che lo ha sempre spinto a mettersi a disposizione dei nuovi arrivati per favorirne l’inserimento nella comunità accademica calabrese. I più anziani ricordano ancora gli stivaloni con i quali si spostava nel campus quando, appena costruito il polifunzionale, bisognava affrontare il fango dei campi per raggiungere le aule.

In una situazione di crisi del dipartimento di Fisica ha dato, in spirito di servizio, la sua disponibilità a fare il direttore del dipartimento. Per tutto questo e molto altro i membri del dipartimento di Fisica lo ringraziano e ne ricordano la memoria”.

A tale ricordo si è pure accodato il prof. Piero Gagliardo, più volte direttore del Dipartimento di Ecologia, legato da una profonda amicizia e collaborazione in un’azione di volontariato educativo e formativo nel fare Scuola di Comunità. 

“«Quante occasioni – dice il prof. Gagliardo nel suo ricordo – passate insieme a raccontarci la vita, a parlare dei figli, delle mogli, dell’Unical, del tuo deciso attaccamento alla fede cristiana. Sì, perché negli ultimi anni ci trovavamo, insieme ad altri amici, a fare Scuola di Comunità, a leggere ed a commentare i testi di Don Giussani e di Don Carron. Come sono importanti per me e per te, anche ora, che sei vivo altrove, dove tutto diventa chiaro e il significato di una vita intera assumerà forma e concretezza in modo così leggero più di quanto la mia mente riesca ad immaginare ora».

«Sento la commozione del non esserti più vicino, ma da qualche mese ti eri dovuto trasferire altrove per le cure necessarie. Di te non mi dimentico, non dimentico il tuo sorriso quando ci si salutava, o il tuo sguardo quando cominciavi a porre sul tavolo una questione da discutere».

«Il mio cuore e il mio spirito non ti smarriscono nel nulla. È solo la mia memoria fisica che si perde con il passare degli anni. E quindi, in qualche modo continuiamo ad essere, tu di là, io ancora un po’ di qua. Certo, non ti serviranno più, ma il tuo cappellaccio e gli stivaloni, come dice Riccardo, portali ancora con te, insieme al sorriso dei tuoi allievi e dei tuoi amici».

La scomparsa del prof. Renzo Alzetta ha pure spinto il prof. Giancarlo Susinno, già Preside della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, a lasciare una sua testimonianza di grande stima ed affetto.

«Era molto tempo – ha scritto il prof. Susinno – che ci eravamo persi di vista e non avevamo notizie l’uno dell’altro, ma costante è rimasta in me la stima per la sua figura di uomo e di scienziato. Ammiravo il suo impegno di fisico teorico e consideravo formative e stimolanti le discussioni sulle sue originali idee teoriche, da lui condivise e costruite in collaborazione con grandi colleghi teorici. Amava e sapeva far amare la fisica ai suoi studenti, da tutti seguito ed apprezzato. Tanto ha dato alla nostra Università ed in particolare al dipartimento di Fisica, essendo stato tra i primi suoi realizzatori. È stato un grande amico, di quelli che, se anche non frequenti tutti i giorni, non dimentichi neanche per un giorno».

In morte di Renzo Alzetta, filosofo della Natura, così ha intitolato il suo ricordo personale, di un’amicizia lunga, durata oltre cinquant’anni, il prof. Franco Piperno, suo collega presso il dipartimento di Fisica  dell’Università della Calabria. È un ricordo testimonianza che si riporta integralmente a seguire in quanto non è altro che uno spaccato della vita e della storia della nostra Università nei suoi primi anni di partenza facendoci vivere anche un periodo molto brutto legato all’accusa di presenze terroristiche al suo interno ch’ebbero nel blitz degli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nella nottata del 28 giugno 1979, i momenti più brutti e pesanti per effetto di una immagine positiva dell’Ateneo che andava a sbiadire in campo nazionale, creando non pochi problemi all’equilibrio sociale e culturale interno.

Un ricordo e una fotografia dell’Ateneo di Arcavacata e non solo che può interessare i primi novemila studenti passati dal campus universitario negli anni settanta e i primi degli anni ottanta, dando loro consapevolezza e memoria dei loro studi e rapporti sociali vissuti in quegli anni nelle strutture residenziali e dell’edificio polifunzionale con le sue prime baracche provvisorie. Basta leggere il testo ed ogni cosa acquisisce memoria ed immagine visiva. 

«Un mese fa, era metà di novembre, giorno più giorno meno, un po’ prima dell’alba – così esordisce il prof. Franco Piperno nel suo ricordo dell’amico e collega Renzo Alzetti – la campana ha suonato per il più caro tra i nostri fratelli fisici: un suono breve e discreto, e Renzo moriva, sereno nel sonno. Per la verità, il Nostro era un fisico nel significato inattuale, premoderno del termine, cioè un filosofo della natura. In una epoca nella quale le università, come i centri di ricerca, sono affollati da specialisti di scienze peregrine; dove la divisione del lavoro ha rotto definitivamente l’unità e l’autonomia della conoscenza, finendo con l’assumere, fuori tempo massimo, la forma della fabbrica fordista. Infatti, la tecno-scienza assegna alla scienza un ruolo servile, un mero mezzo per moltiplicare a dismisura i dispositivi tecnici secondo le scelte del complesso militare-industriale, che abbisogna  non di lavoro cognitivo ma  di Fach-Idiot, idioti specializzati che sanno tutto su  niente».

«In una epoca così fatta, da rasentare l’incubo, inciampare in un vero fisico, in Renzo Alzetta, è un evento certo possibile ma improbabile. Io l’ho conosciuto nella seconda metà degli anni ’60 del secolo appena trascorso, alla Scuola Internazionale di Fisica di Trieste, diretta allora dal fisico pachistano Salem, Nobel per la fisica. Renzo teneva,in quella  melanconica città di confine, un corso di fisica delle alte energie; ed io ero stato spedito lì da Frascati, in quanto borsista CNEN, per completare il perfezionamento – come usava dirsi – nella fisica della fusione nucleare».

«Ci riconoscemmo subito, quasi fossimo amici ancor prima d’incontrarci; così, terminati gli impegni triestini, andammo entrambi ad insegnare fisica generale al Politecnico di Milano. Erano gli anni del movimento dei giovani operai e studenti; e noi due ne facevamo parte; cercando di preservare quanto di culturalmente creativo si era depositato in quelle lotte e di arginarne gli aspetti settari e puramente ideologici».

Tuttavia Renzo non si trovava a suo agio al Politecnico, mal sopportava la mentalità ingegneristica che scoraggiava la critica dei saperi. Ecco allora che, dopo  un triennio di insegnamento a Milano, venne  a sapere dell’ apertura di una nuova università pubblica in Calabria, l’Unical, con sede ad Arcavacata, un rione di Rende dove da secoli si svolgeva una antica fiera equina.

«Il comitato organizzatore dell’Unical era presieduto dal prof. Beniamino Andreatta; e questa circostanza sembrava garantire di per sé che non si trattava di un ennesimo insediamento accademico ma piuttosto di esperimento non banale di innovazione tanto delle strutture didattiche quanto di quelle di ricerca. Così, Renzo decise di abbandonare Milano e trasferirsi a Cosenza».

«La scelta di andare a vivere e lavorare nel Mezzogiorno, comportava l’affievolimento della nostra amicizia non più alimentata dalla presenza; inoltre, ogni volta che mi capitava di pensare a Renzo, avvertivo un certo disagio, modesto ma inequivocabile, come davanti un evento sgradevole e imprevedibile – e questo con ragione perché io calabrese ero letteralmente fuggito dal Sud, da quella aura inerte dove sembrava che non potesse accadere più nulla; avevo studiato a Pisa e poi a  Roma, e trovato una occupazione definitiva nel Settentrione – mentre Renzo aveva percorso quel cammino all’inverso».

«Poi, quando il Nostro era ormai da oltre tre anni all’Unical, in occasione del Capodanno del 1975, mi capitò di far visita ai parenti, a Catanzaro, mia città natale; e in quella occasione decisi di rivedere  Renzo che abitava nel campus universitario Unical di Rende, vicino Cosenza, a poche decine di chilometri da Catanzaro. Non ero mai stato a Rende e per la verità neanche a Cosenza. Renzo mi condusse nella città vecchia o, per meglio dire, antica».

«Una ragnatela di vicoli stretti per costringere gli eventuali invasori, prima barbari poi saraceni, a muoversi in fila indiana pochi per volta; i cerchi ancora visibili nelle midolla dei secolari ulivi abbattuti; gli edifici diroccati, le mura sbrecciate; qualche rospo uscito dalle fogne. Dopo questo atto di registrazione del luogo e sottomissione ad esso, il mio amico mi condusse  nel campus universitario, dove avevano sede le attività didattiche e i dipartimenti – questi ultimi introdotti per la prima volta nell’ordinamento accademico italiano – ospitati per lo più in baracche di legno e in prefabbricati.
Il tutto si estendeva per un intervallo temporale di oltre duemila anni».

«Renzo sembrava muoversi in un paesaggio a lui familiare: calabrese per scelta, aveva trasformato la sorte in destino. Per parte mia, rimasi  affascinato dalla vitalità di quelle rovine che pure sembravano custodire nel proprio seno una sorta di magia,quasi una  promessa di “vita nova” . È comunque, fin da subito più modestamente mi permettevano di rappacificarmi con il “Genius Loci” della mia adolescenza. Così nel gennaio di quello stesso anno chiesi e ottenni il trasferimento dal Politecnico di Milano all’Unical di Arcavacata; ricongiungendomi in questo modo al mio amico.
Renzo continuava ad Arcavacata le sue ricerche in fisica delle alte energie; e collaborava in questo campo con il prof. Preparata e il suo gruppo, tutti noti a livello internazionale per quel loro  proporre paradigmi, dirò così audaci, ai problemi irrisolti della fisica quantistica».

Il Nostro per altro non aveva mai ridimensionato il suo interesse rivolto a quel campo d’indagine, di grande portata per il senso comune, al quale dava il nome di “epistemologia” – mentre io mi ostinavo, e ancor mi ostino, a chiamare ” filosofia della natura”. Così Renzo e io, del Dipartimento di fisica, negli anni tra il ’75 e il ’79, organizzammo insieme a Mario Alcaro, del Dipartimento di filosofia, una ventina di seminari su alcune parole-chiave, parole  che strutturano, per lo più inconsapevolmente, la mentalità contemporanea».

In particolare, per il Convegno Internazionale sulla Funzione Sociale delle Scienze della Natura – convegno che si tenne all’Unical nel settembre del 1977(anno mirabile quanti altri mai)– al quale presero parte tra gli altri Sohn-Rethel, Levi-Leblond, Alquati, Fabbri, Cini; per quel convegno, il Nostro mise su un dibattito dal titolo: “Evoluzione della specie, morte dell’individuo e secondo principio della termodinamica».

Per inciso, i materiali di quel dibattito, vale a dire la relazione di Renzo, gli interventi e le domande dei partecipanti nonché le conclusioni; tutto questo, considerato a mo’ di prova penalmente rilevante, venne sequestrato qualche mese dopo dalla polizia politica (in occasione del blitz degli uomini del generale Dalla Chiesa nel campus universitario), grazie alle leggi liberticide varate in quegli anni dai governi dell’arco costituzionale.

Quella documentazione non venne mai più restituita né all’Università, né agli organizzatori, né agli intervenuti; e io, per ricostruire quell’evento, mi sono avvalso dei miei appunti, così come delle conversazioni frequenti su quegli argomenti con Renzo.

La discussione, in quel l’autunno del ’77, si era aperta sull’interrogazione: perché noi invecchiamo per poi morire? Di primo acchito la risposta sembra ovvia: tutto attorno a noi si deteriora:l’auto accusa l’età, i muri di casa presentano evidenti fratture, le strade si riempiono di buche e così via.

Ogni cosa è soggetta ad una sorta di ultima degradazione dell’ordine imposta dalla Termodinamica – degradazione che il senso comune constata facilmente, a livello macroscopico, senza ricorrere all’aiuto costosa degli specialisti – i cosiddetti scienziati –che usano un linguaggio cifrato e si servono di  costose apparecchiature. Questa degradazione si risolve in un aumento spontaneo del disordine; e giammai in una diminuzione spontanea di esso.

Non c’è quindi nessuna ragione per ritenere che l’individuo possa essere esentato dalla morte. E tuttavia la specie umana ne è preservata. La nostra specie, infatti, si alimenta dell’ordine generato dalla fotosintesi ed evolve verso stati di maggiore ordine.

Ma perché allora l’individuo non può usufruire di questo bengodi miracoloso nel quale è immersa la specie? L’individuo, salvo incidenti ambientali fatali, tutto sommato piuttosto rari, ha una collocazione fortunata in natura: si nutre dell’ordine fabbricato gratuitamente dai vegetali.

Attraverso la fotosintesi, la pianta forma la molecola di glucosio; questa viene mangiata dal vitello che usa l’ordine del glucosio per formare una molecola  proteica. L’animale uomo mangia la carne del vitello; e usa l’ordine impresso alla proteina per formare una altra molecola proteica tutta sua. Lo scarto viene espulso dal nostro corpo in uno stato di  disordine.

La domanda pertinente è: perché non è possibile consumare tutto l’ordine ambientale necessario per mantenere l’ordine del nostro corpo, cioè  per prolungare la nostra vita indefinitamente? Infatti, non v’è prescrizione alcuna nel secondo principio della termodinamica che richieda la morte dell’individuo. Detto in altri termini, nella morte dell’individuo v’è la sopravvivenza della specie. La morte infatti è vitale per l’evoluzione della specie – talmente vitale che possiamo affermare ogni morte essere l’occasione per una inedita forma di vita.

Una volta che l’individuo si è riprodotto un certo numero di volte, producendo una progenie che può essere a lui o a lei superiore, una volta che questo è accaduto la specie trarrà un maggior vantaggio dalla procreazione di questa progenie superiore piuttosto che dall’ulteriore procreazione del parente inferiore – sicché il parente deve morire.
Val la pena sottolineare che qui è messa al lavoro il ” principio dell’evoluzione” e non il “secondo principio della termodinamica”.

I processi adattavi-evolutivi hanno determinato una durata temporalmente finita della vita, allo stesso modo di come hanno assicurato l’evoluzione dell’occhio, o del fegato o dei testicoli, insomma di tutti gli elementi del nostro corpo che concorrono all’adattamento della specie.

Vi sarà pure una ragione se, lungo milioni e milioni di anni, la pressione evolutiva onnipossente non ha trovato un rimedio alla morte dell’individuo – infatti, la salvezza dell’individuo sarebbe stata fatale per la specie.

Questa, a grandi linee, la relazione di Renzo al seminario sulla morte  tenuto nel settembre del ’77 al Dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria, in occasione del Convegno Internazionale sulla funzione sociale della scienza della natura.

«La morte – ha concluso il prof. Franco Piperno –  non ha ghermito Renzo, si è annunciata da lontano – e come scrive il poeta, l’ha preso da amica, come l’estrema delle sue abitudini».

Il prof. Franco Piperno nel ricordare il prof. Renzo Alzetta, fatto straordinario, ha portato alla luce con il suo racconto una vicenda, come il sequestro del libro Evoluzione della specie, morte dell’individuo e secondo principio della termodinamica, spesso oggetto di citazioni in occasione di grandi eventi culturali e storici, da parte dei Rettori Pietro Bucci e Giuseppe Frega, promossi dalla stessa università ,senza entrare nei contenuti, che in questo momento, invece, sono stati portati a conoscenza della collettività.

Ciò ci colpisce in quanto l’intero servizio giornalistico di informazione e comunicazione scritto per ricordare la figura del prof. Renzo Alzetta ci fa acquisire una certa consapevolezza che sfocia nella dimensione profondamente umana dei rapporti tra esseri umani, che contestualmente finisce per dare alla stessa Università il senso umano di una convivenza sociale e civile molto alta da tutelare e promuovere nel tempo.

Sentimenti e valori tutti da condividere con i figli: Sara, Matteo e Francesco, che certamente condivideranno ed apprezzeranno questo ricordo scritto con il cuore in omaggio del loro genitore. (fb)

Addio al senatore Renato Turano, la “Calabria” in Illinois

di PINO NANO – Domenica scorsa è morto a Chicago il senatore Renato Turano. Gli amici lo chiamavano Rano, ma il suo vero nome era Renato. Renato Guerino Turano (il primo a destra nella foto), figlio di calabresi, calabrese egli stesso. Era nato a Castrolibero, in provincia di Cosenza, il 2 ottobre del 1942.

La sua storia personale è anche la storia pubblica della comunità calabrese che vive a Chicago, ma è forse ancora di più la storia di una dinastia che qui a Chicago ha imposto il suo nome e le sue “regole” alla grande economia americana. Laurea in Economia con il massimo dei voti, e un master in Business Administration all’Università di Chicago, ma anche un Dottorato Honoris Causa all’Università del Wisconsin-Parkside.

I Turano sono originari di Castrolibero, un paesino in provincia di Cosenza. Il padre e lo zio di Renato erano dei poveri contadini. Lavoravano la terra, e guadagnavano quel poco che bastava per andare avanti. Era molto poco, per la verità. Erano gli anni in cui l’America era il sogno di intere generazioni. Un giorno, era il 1950, i due fratelli Renato e Toni Turano decidono di lasciare la Calabria e si trasferiscono a Chicago. Sono i primi anni 50, gli anni del boom economico, gli anni in cui nasce nei fatti l’economia americana, anni indimenticabili per migliaia di italiani emigrati. A Chicago i due fratelli cambiano mestiere, incominciano a vendere il pane che altri calabresi facevano in casa. Da qui il loro grande successo. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Il primo piccolo forno di proprietà dei Turano diventa il “cuore” della Calabria che vive a Chicago, arrivano i primi apprendisti, le prime farine, i primi distributori, i primi acquirenti, poi la grande catena commerciale. Venti anni più tardi il nome dei Turano era diventato per tutta Chicago il simbolo del pane. Oggi la «Turanos-S.p.A.» produce il 70% del pane che viene normalmente distribuito in Illinois, è una delle industrie americane leader del settore, dà lavoro diretto ed indotto ad almeno 500 persone, e Rano Turano, lo era ormai per antonomasia, diventa il «re» assoluto e riconosciuto dell’azienda che la Mac Donald sceglie per i propri panini. Il grande sogno americano si compie.

Dell’Azienda, ufficialmente Renato ne era Presidente, ma nei fatti era l’uomo­immagine. Era colui che aveva il compito, non facile, di pensare al futuro della stessa, di rappresentarla nei consessi e nelle fiere internazionali, di raccontarla agli studenti universitari dei Campus più prestigiosi degli States. Renato era il solo proconsole riconosciuto di questa impresa dove i Turano lavoravano, e lavorano dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno, giorno e notte, tutti insieme, come se fosse ancora il loro vecchio piccolo forno di famiglia.

Figli, nipoti, pronipoti, una catena di montaggio fatta di sentimenti e di tradizioni di famiglia, per lunghi anni sotto lo sguardo vigile del vecchio zio ammalato di cuore ma incurante delle prescrizioni del suo medico, e sotto la protezione della vecchia mamma, che lavorava per loro, e con loro, come faceva ai vecchi tempi all’inizio di questa prima loro avventura americana. Esempio indescrivibile di modestia e di impegno, di amore per la propria famiglia e per il lavoro della propria stirpe, di attaccamento alle tradizioni e alle origini, di amore per l’Italia.

Onore e rispetto, amore e dedizione, patria e famiglia, casa e Italia, erano la stessa cosa per Renato e la sua dinastia. Visitare questa loro grande azienda era anche un ritrovare tra i grattacieli di Chicago una fetta importante di storia calabrese. Non a caso sarà ricordato come storico Presidente del “Columbiana Club of Chicago”, di “Calabresi in America Organization”, Presidente della Camera di Commercio Italo-Americana per il Midwest, e infine Presidente di “Casa Italia” e Chairman dell’azienda industriale Campagna-Turano Baking Co, e Chairman della American Bakers Association.

Molti erano messicani quelli che all’inizio lavoravano per i Turano, ma molti di più erano i calabresi, che dai Turano hanno ritrovato l’amore per un lavoro che in Italia non c’era e che in America che ha ridato ad ognuno di loro prestigio sociale sicurezza economica speranza di rinascita e soprattutto dignità e serenità familiare.

Il segreto dei Turano e del loro successo – si racconta all’Ambasciata d’Italia- è stata la capacità che i Turano hanno avuto tutti insieme di pensare e di lavorare al futuro esclusivo dell’azienda. 

Quando lo incontrai per la prima volta in Illinois, Renato Turano non faceva altro che ripetermi e senza mezzi termini: “Il nostro obiettivo è di diventare la prima industria del pane di Chicago. Tra poco sistemeremo i nostri nuovi macchinari, vogliamo dimostrare ai nostri più diretti concorrenti che i Turano sono davvero i migliori pastai dell’Illinois. Ma prima o poi conquisteremo anche altri Stati, vedrai”. 

Aveva ragione lui, aveva visto lontano. Oggi Renato lascia ai suoi eredi e alla storia d’Italia in America una dinastia che è una delle dinastie industriali più importanti di Chicago. Storia di post-emigrazione anche la loro, ma come tante altre, storia di riscatto sociale e di affermazione personale. In tutti questi anni in America, dopo il mio primo incontro con Renato Turano e la sua bellissima famiglia, ho avuto il privilegio di vedere con quale cordialità e quale rispetto istituzionale “Mister Turano” veniva accolto dal console generale d’Italia a Chicago, o dal sindaco della città, o dallo stesso cardinale. Dettagli, particolari, tasselli di un mosaico che a volte rischiano di non essere colti per intero, o peggio ancora sottovalutati, ma che fanno di una famiglia come questa un mito ed una leggenda insieme.

Dietro la storia della “Turano-S.p.A.” a Chicago si muove parallelamente la storia della grande comunità dei calabresi che vivono in Illinois. È una comunità che per anni è stata un insieme variegato di mestiere e professioni, operai, commercianti, artigiani, professionisti, piccoli industriali, e che Rano Turano, nella sua veste, per lunghi anni, di Consultore dei Calabresi nell’Illinois, rappresentava idealmente tutti. 

Per un momento, ricordo, in uno dei primi nostri incontri all’interno della sua industria, ho immaginato che quest’uomo avesse fatto in America i miliardi, parliamo naturalmente di milioni di dollari USA, e che forse aveva deciso ora di godersi la vita. Nulla di tutto questo. Ogni volta che sono tornato poi a Chicago a trovarlo lo ritrovavo dove lo aveva lasciato la volta precedente, in azienda, dalla mattina alla sera, un uomo capace di lavorare almeno quattordici ore al giorno di filato, e l’unica cosa che nella sua vita davvero sembrava non contare nulla era il dio-denaro. “Il denaro? Credimi- mi spiegava- serve molto poco. È utile solo per nuovi investimenti, per far crescere l’azienda, per migliore la qualità del prodotto, per garantire gli straordinari ai tuoi operai. Serve solo se lo usi in questa direzione, altrimenti non serve proprio a nulla”. Ma la sua vera grande “ossessione” era la Calabria e la sua casa di campagna a Fontanesi, su a Castrolibero, alle porte di Cosenza.

“La Calabria? È sempre nel mio cuore. Ma come potrebbe non esserlo? È la terra che ci ha generato. È la terra a cui sono legati i nostri ricordi più belli. È la terra di mio padre e dove mio padre sognava di tornare una volta per sempre. Oggi lui non è più con noi, è morto per un enfisema polmonare, ma al suo posto c’è sempre un fiore fresco, appena raccolto, che odora di emozioni e di ricordi calabresi. Prima di morire, mio padre mi prese per mano e mi disse “Rano non dimenticarti mai di salutami la mia terra”. Da quel giorno il mio rapporto con la Calabria è diventato ancora più vero ed ancora più intimo”-

La sua fama di “italiano eccellente” ad un certo punto è così plateale e così pubblica da portarlo in politica. Aveva provato in tutti i modi di evitare che lo candidassero ma i vertici dell’Ulivo, che era poi la vecchia DC di una volta trasformatasi nel nome e nel simbolo, riuscirono a convincerlo. Renato venne così candidato nella circoscrizione America Settentrionale e Centrale (che vuol dire Canada, Stati Uniti, Messico, America Centrale e i Caraibi) e il 21 aprile del 2006 viene eletto Senatore della Repubblica Italiana. Si trasferisce a Roma e continua a guidare le sorti dell’azienda per telefono, ma a Roma fa di tutto per adempiere in pieno anche ai suoi nuovi doveri istituzionali. Membro della 4ª Commissione permanente Difesa dal 29 maggio 2007 al 13 giugno 2007,in sostituzione del Vice ministro Franco DANIELI fino al 13 giugno 2007; Membro della 6ª Commissione permanente Finanze e tesoro dal 6 giugno 2006 al 28 aprile 2008: Membro della 9ª Commissione permanente Agricoltura e produzione agroalimentare dal 13 giugno 2007 al 28 aprile 2008; Membro della Commissione parlamentare per l’infanzia dal 12 ottobre 2006 al 28 aprile 2008; Membro del Comitato per le questioni degli italiani all’estero dal 15 giugno 2007 al 28 aprile 2008. “Con lui – dice oggi l’ex Presidente della Camera Pierferdinando Casini- se ne va una persona perbene”. (pn)

Commosso, il ricordo di Giuseppe De Bartolo, già presidente della Facoltà di Economia dell’Università della Calabria: Mi piace ricordare che negli anni ’60, durante una mia breve ma intensa esperienza migratoria andavo proprio alla loro bakery, situata all’epoca a Berwyin, piccolo sobborgo di Chicago, a comprare l’ottimo pane di Turano, molto simile a quello calabrese. Oggi la Turano Bakery è una realtà imprenditoriale di grande successo nel Midwest. Renato Turano, com’è noto, aveva mantenuto stretti legami con la sua terra e a lui deve molto l’Università della Calabria».

«Infatti, attraverso le borse di studio elargite dalla Fondazione – ha proseguito – intitolata al padre Mariano, era riuscito insieme con i suoi fratelli a far realizzare a molti laureati della Facoltà di Economia, anche durante la mia presidenza, esperienze formative irripetibili presso realtà accademiche e imprenditoriali di Chicago. È stato un grande calabrese e sono sicuro che la sua terra lo ricorderà degnamente. Invio alla sua famiglia le più sentite condoglianze».

Franco Bartucci, nel suo ricordo, ha scritto come «la scomparsa del senatore Renato Turano segna il tempo  di venticinque anni di un meraviglioso rapporto instauratosi con l’Università della Calabria, ed in particolare con la Facoltà di Economia, tramite un braccio operativo individuato nell’Associazione “Mariano Turano”, da lui istituita con le funzioni di gestire delle borse di studio riservate a giovani laureati di economia dell’Ateneo di Arcavacata per far vivere loro una esperienza di conoscenza e lavoro nel mondo delle piccole imprese affiliate alla Camera di Commercio italiana di Chicago».

«Fino agli ultimi attimi della sua vita – scrive Bartucci – ha lavorato nel nutrire un grande amore per la sua famiglia e la sua terra di origine e per quanto ha seminato a livello culturale e sociale con l’accordo con l’Università della Calabria e i giovani arricchiti dell’esperienza delle borse di studio finalizzate a dare loro conoscenza in materia d’imprenditoria».

«Ha tenuto che la nipote Maria Turano – ha scritto ancora – in un momento di grande difficoltà a causa della pandemia, lasciasse la Calabria, per raggiungerlo e raccogliere le sue ultime volontà per le sue funzioni di presidente dell’Associazione Mariano Turano. A questo punto è giusto che la dirigenza dell’ Università, che in quest’anno sta vivendo il suo Cinquantesimo anniversario della sua nascita, in accordo con la stessa Associazione, concordi  una manifestazione di commemorazione anche ai fini di una continuità del progetto Turano che tanto ha prodotto in questi ultimi venticinque anni a favore dei giovani laureati in Economia dell’Università della Calabria». (rrm)

Al prof. Arrigo Palumbo il Premio “Ernesto d’Ippolito” del Rotary Club Cosenza Nord

Prestigioso riconoscimento per Arrigo Palumbo, docente di bioingegneria elettronica all’Università di Catanzaro, che è stato insignito del Premio “Ernesto d’Ippolito” del Rotary Club Cosenza Nord per il progetto di ricerca scientifica di Medicina avanzata Il Futuro è SIMpLE, presentato in anteprima nazionale alla presenza delle autorità Rotariane e di rappresentanti istituzionali.

I lavori, tenutosi nella sala convegni dell’hotel Europa, sono stati aperti dal presidente Fedele Vivacqua. Nel suo intervento è stato evidenziato come Il Rotary sia da sempre impegnato ad individuare problemi nel sociale ed elaborare progetti atti a lenirne i disagi. Il Club Cosenza Nord ha per questo motivo attivato una apposita commissione per rintracciare le migliori menti calabresi operanti nel mondo al fine di creare una rete operativa basata sull’orgoglio e la dignità dell’appartenenza. La prolusione della serata è stata affidata a Piero Niccoli, Past District Governor, che ha ricordato la figura di Ernesto d’Ippolito.

L’ospite della serata, Arrigo Palumbo, ha illustrato l’impianto del suo progetto “Smart solutIons for health Monitoring and independent mobiLity for Elderly and disable people” che, finanziato dal MIUR, nasce dall’esigenza di garantire una migliore qualità della vita e promuovere una maggiore inclusione sociale di persone con disabilità grave, attraverso l’istituzione di sinergie derivanti dall’ingegneria e dalla medicina.

Sostanzialmente, grazie agli studi di Palumbo, una comune sedia a rotelle, equipaggiata con tecnologie innovative “pazientecentriche”, mediante una cuffia elettrencefalografica, prende vita dai pensieri di chi la utilizza.

Il sistema è un valido aiuto per le persone con disabilità sia agli arti inferiori che superiori e, in particolare, sarà rivolto a persone affette da malattie neurodegenerative e neuromuscolari, quali, Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), Atrofia Muscolare Spinale (SMA), Sclerosi Multipla (SM), Distrofie Muscolari, persone con Lesioni del Midollo Spinale (LM) causate, ad esempio, da traumi o incidenti e persone anziane con gravi menomazioni dell’apparato neuro-motorio.

Al partecipato incontro è intervenuto, anche, il sindaco di Cosenza, Franz Caruso che ha elogiato il Progetto SIMpLE e si è complimentato per il lavoro del Rotary Club Cosenza Nord, soprattutto per l’idea del Premio intitolato ad Ernesto d’Ippolito di cui, lui stesso, è stato allievo. 

Il momento di maggiore impatto emotivo è stato quello della consegna del premio Ernesto d’Ippolito da parte della signora Chiara d’Ippolito, alla presenza di Francesco Chiaia, vicepresidente del Rotary Club Cosenza Nord e allievo dell’illustre penalista.

Le parole conclusive dell’avvocato Chaia, sono state: “Il premio che stasera Arrigo riceve, costituisce una sublimazione del pensiero di Ernesto d’Ippolito nel rispetto del suo motto Oltre Io, l’Altro”.

«Ringrazio il Rotary – ha scritot su FB Palumbo – per l’opportunità e per il prestigioso riconoscimento! Il lavoro portato avanti fino ad ora è stato frutto di grande entusiasmo, ma sempre con l’umiltà necessaria per affrontare questo tipo di sfide e con il profondo rispetto di tutte quelle persone che affrontano tutti i giorni questa terribile malattia che è la SLA. Il progetto di ricerca formalmente volge purtroppo al termine, con la data del 24 Gennaio 2022, nonostante vi sia ancora ampio margine di budget da poter impiegare per ulteriori attività di sperimentazione». (rcs)

 

Premiato a Palermo il giovane ricercatore calabrese Luigi Bennardo con il Research Award

Premiato a Palermo nel corso della ventesima edizione del Congresso Internazionale di Dermatologia dell’Associazione dei Dermatologi della Magna Grecia (ADMG) e dell’Associazione Dermatologica Ionica (ADI) il giovane ricercatore calabrese Luigi Bennardo, allievo del prof. Steven Nisticò dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Il Congresso, che si è svolto a Palermo, presso il prestigioso Astoria Palace Hotel, è stato organizzato con grande cura dal Presidente prof Steven Nisticò insieme ai dottori Santo Dattola e Fabio Zagni. Il programma scientifico comprendeva una selezione di argomenti proposti da relatori di alto livello italiani e stranieri. L’evento ha compreso alcune sessioni composte da Letture plenarie atte a stimolare la discussione su revisione e aggiornamenti in ambito dermatologico spaziando dalla dermatologia infiammatoria a quella oncologica, infettiva e tropicale, dermatologia pediatrica, immunologia, dermatologia ai tempi del COVID-19 e laserterapia.

Luigi Bennardo e Steven Nisticò
Luigi Bennardo con il prof. Steven Nisticò

Il programma del congresso prevedeva inoltre l’intervento anche dei giovani dermatologi, in particolare degli specializzandi dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro. Al termine del congresso l’azienda DEKA, che da anni si occupa della progettazione e produzione di sistemi laser medicali per la dermatologia, ha deciso di voler premiare e celebrare un giovane dermatologo il dott. Luigi Bennardo, specializzando della Scuola di Dermatologia e Venereologia dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro diretta dal professor Steven Paul Nisticò, come “best young scientist for innovation award 2021”.

Il dott. Luigi Bennardo si è distinto nel corso degli anni per la sua professionalità, per i suoi meriti accademici e per il suo impegno svolto nella comunità scientifica; è infatti autore di più di 50 articoli su riviste scientifiche internazionali di rilievo e collabora con impegno e dedizione a numerosi nuovi studi di ricerca. Il premio è stato consegnato dall’ing. Tiziano Zingoni direttore della ricerca e sviluppo del gruppo El.en di Firenze, leader mondiale di mercato nel settore tecnologico laser in ambito medicale. (rrm)

Alla farmacista calabrese Teresa Caporale il “Gran Premio delle Generazioni”

Prestigioso riconoscimento per la farmacista di Santa Caterina dello Ionio, Teresa Caporale, che ha ricevuto il Gran Premio delle Generazioni, conferito dall’Università delle Generazioni di Agnone del Molise.

La farmacista – che divide il premio con la signora Michela Ferri, proprietaria del bar del porto abbruzzese di Vasto – è stata premiata «per essere punto di riferimento, assai amorevole, delle quattro generazioni familiari, per curare i propri anziani genitori mantendoli nel loro domicilio e nel pieno degli affetti familiari quotidiani e generazionali; per praticare e diffondere i migliori valori etici della tradizione familiare e locale».

E ancora, «per fare della propria Farmacia un sicuro e fidato punto di riferimento umano e sociale per tutte le generazioni della comunità, al di là dei dovuti servizi professionali, già di per sé impegnativi, oltre che utili e spesso determinanti non solo per la salute umana; per essere sempre calma, dolce, sorridente, affettuosa e gentile con tutti fin dall’infanzia; per essere ecologista, adoperandosi per il decoro urbano e il riciclaggio dei rifiuti pure a scopo di beneficienza, per essere animalista cercando di attuare l’armonia francescava tra tutte le creature viventi e la natura». (rmm)

Un parco giochi intitolato a Francesco Samengo

 A Cassano Allo Ionio, in Calabria, il Parco giochi per bambini avrà il suo nome “Parco Francesco Samengo”. La proposta è del sindaco del paese natale dell’ex Presidente di Unicef Italia, Giovanni Papasso, che vuole così rendere onore ad uno dei figli più illustri di Cassano. Nel cuore di Unicef Italia rimane invece forte il ricordo della sua presenza e del suo carisma.

di PINO NANO – Esattamente un anno fa un grave lutto colpiva la grande famiglia di UNICEF-Italia. Il 9 novembre 2020 il Covid si porta via anche Francesco Samengo, Presidente di Unicef Italia, per lunghissimi anni manager di stato ai vertici di consigli di amministrazione e di società di primissimo livello nel panorama dell’economia italiana. Era stato ricoverato all’ospedale Spallanzani per aver contratto il Covid.

“È stato per tutti una guida sicura – scrive l’Unicef dando la notizia della sua scomparsa – un esempio di abnegazione e instancabile costanza, uno sprone a dare sempre il meglio di noi nel perseguire la causa dei diritti dei bambini in Italia e nel mondo. In prima linea nella difesa dei diritti dei bambini e dei giovani in Italia e nel mondo, Francesco Samengo si è sempre distinto per l’enorme sensibilità e la ferma convinzione che realizzare un mondo migliore significhi innanzitutto prendersi cura dei più vulnerabili e indifesi, in particolare i bambini, senza lasciare indietro nessuno. Nei due anni del suo incarico ha guidato l’organizzazione con grande impegno, passione e un’incessante dedizione”.

Tra le dichiarazioni di ricordo più commoventi, in quelle ore, quella dell’allora Capo della Polizia Prefetto Franco Gabrielli che affida alle agenzie di stampa un messaggio di “commossa vicinanza ai familiari e a tutto il comitato Unicef, a cui ci legano anni di consolidato rapporto istituzionale e umano, accomunati da un unico obiettivo per il bene dei più indifesi”.

I funerali – il Presidente Francesco Samengo aveva appena compiuto 81 anni – si sono poi svolti la mattina dell’11 novembre, a Roma, nella Basilica di San Francesco a Ripa in Trastevere, quartiere dove il Presidente dell’Unicef e la sua famiglia ormai vivevano da lunghissimi anni.

Ma è una tragedia dietro l’altra per la famiglia. Venti giorni più tardi, infatti, il 29 novembre 2020, muore anche sua moglie, anche lei ricoverata come lui per Covid all’Ospedale Spallanzani di Roma.

A distanza di un anno esatto dalla sua morte nella Sede istituzionale di Unicef Italia ci ricordano come “Francesco Samengo e l’Unicef fossero in realtà una cosa sola. Sempre, comunque e dovunque”.

Era il 25 luglio del 2018 il giorno in cui Francesco Samengo diventò Presidente di Unicef, eletto dal nuovo Consiglio Direttivo riunitosi per la prima volta a Roma, alla presenza del notaio Vincenzo Lino, e che poi sarebbe dovuto rimanere in carica fino al 2022.

In quella stessa riunione su espresso desiderio di Francesco Samengo Paolo Rozera era stato riconfermato Direttore generale e Carmela Pace nominata Vice Presidente del Comitato. Ma del Consiglio Direttivo, nominato dall’Assemblea lo scorso 7 giugno, fanno parte anche personalità di altissimo valore come Walter Veltroni, Alberto Baban, Eleonora Baltolu, Brunello Cucinelli, Matteo De Mitri, Ginevra Elkann, Giovanni Malagò, Anna Miccoli, Carmela Pace, Claudia Sella, Patrizia Surace, e Diego Vecchiato.

Forte, diretto, e pieno di commozione il discorso di insediamento che il nuovo Presidente Francesco Samengo tiene all’Assemblea Generale, interamente dedicato ai bambini che nel mondo ogni giorno muoiono di fame.

“Oggi, come ogni giorno – esordisce il Presidente Samengo – 7.000 neonati moriranno prima di compiere il loro primo mese di vita. È a loro che va il mio primo pensiero”.

“Come UNICEF – aggiunge il Presidente – lavoreremo affinché ogni mamma e ogni bambino, soprattutto i più vulnerabili, ricevano assistenza sanitaria di qualità a prezzi accessibili. Lavoreremo anche per aiutare i 200 milioni di bambini colpiti nel 2017 da malnutrizione cronica e acuta. Il mio impegno, inoltre, sarà rivolto ad assicurare i diritti di tutti i bambini che vivono in Italia, molti dei quali ho incontrato in decenni di appassionato impegno come volontario. Tenendo come riferimento la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza -dice ancora Samengo- vogliamo costruire un mondo più a misura di bambina e di bambino”.

All’Unicef Francesco Samengo ha dedicato le sue migliori energie, e forse il meglio della sua esperienza politica, perché dal giorno della sua nomina l’Unicef era diventata la sua unica vera casa, la sola vera mission che davvero contasse per lui, il solo unico obiettivo importante della sua vita futura, a parte l’amore smisurato che aveva e che ostentava per il “suo piccolo principe”, Francesco, figlio di Alfonso e unico nipote della famiglia.

L’Unicef – ricordano oggi i suoi assistenti più diretti – “era per lui motivo di orgoglio, di amore e di solidarietà per i più deboli, di rivalsa sociale per tutto quello che da politico di primissimo piano magari da giovane lui non era riuscito a fare, e non per colpa sua. L’Unicef, per lui, era l’ennesima maniera di rendersi utile agli altri, forse l’ultima, e non a caso il giorno dei suoi funerali insieme alle massime autorità istituzionali ha voluto esserci presente anche il ministro Vincenzo Spadafora, che all’Unicef era praticamente cresciuto insieme a lui”.

Calabrese di Cassano Allo Ionio (CS), dove era nato il 12 agosto 1939, Francesco Samengo viveva a Roma ormai da moltissimi anni. Volontario dell’UNICEF da oltre 20 anni, era già stato componente del Consiglio Direttivo dell’organizzazione. Dal 2001 ha ricoperto la carica di Presidente del Comitato Regionale della Calabria per l’UNICEF riuscendo, grazie alle sue doti relazionali e organizzative, a sviluppare e incrementare l’azione dell’UNICEF rendendola sempre più capillare attraverso risultati straordinari sia dal punto di vista dell’advocacy che della raccolta fondi A titolo di esempio si menzionano protocolli d’intesa con i due Tribunali per i minorenni dei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro, gli accordi con le Prefetture provinciali, le intese con le Università della Calabria e Mediterranea di Reggio Calabria, le convenzioni stipulate con il Garante Regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, con vari Ordini professionali, con l’Ufficio Scolastico regionale, con il CONI. Laureato in Economia e Commercio, iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti e dei Revisori Contabili, ha ricoperto importanti ruoli manageriali ed apicali in numerose aziende pubbliche, negli ultimi anni: Vicepresidente di Sviluppo Italia SpA (2003-2006), Presidente di Sviluppo Italia Engineering (2003-2009), Presidente dell’Istituto Sviluppo Agroalimentare – ISA (2004-2006), Presidente di Invitalia Reti (2008-2011), Presidente di Invitalia Attività Produttive (2011/2014).Il 25 luglio 2018 è stato quindi nominato Presidente del Comitato Italiano per l’UNICEF, incarico che avrebbe ricoperto fino al giugno 2022.

Un anno fa il Presidente di Unicef Italia Francesco Samengo se ne è dunque andato via per sempre, e se ne è andato da solo come se ne sono andati e se ne vanno tutti i malati di Covid in Italia, senza avere il tempo di salutare nessuno, senza rendersi conto di nulla, e soprattutto senza rendersi conto di quanto il virus ad un certo punto della propria vita possa essere davvero così aggressivo e letale.

Mentre stiamo per andare in macchina dal comune di Cassano Allo Ionio giunge notizia della proposta ufficiale avanzata dal sindaco Giovanni Papasso al Prefetto di Cosenza – perché così la prassi vuole –: “Intitoliamo a Francesco Samengo il nostro Parco Giochi ubicato sulla Tangenziale ex Stazione del Comune di Cassano all’Ionio”, con una motivazione che racchiude quella che era stata la stagione finale del Presidente di Unicef Italia: “Per rendere onore – spiega Giovanni Papasso – ad una figura prestigiosa, che ha dedicato un lungo periodo della sua vita ad attività di volontariato, in particolare a sostegno di iniziative per migliorare le condizioni di vita dei bambini nel mondo”. (pn)

Lorenzo Chindemi, il reggino scelto tra i 100 talenti nella quinta edizione di The Future Makers

Lorenzo Chindemi è il giovane reggino che è stato scelto tra i 100 studenti eccellenti, motivati e talentuosi che parteciperanno alla quinta edizione di The Future Makers, in programma oggi e domani nella sede milanese di Boston Consulting Group.

Lanciato nel 2016, il progetto “The Future Makers” ha l’ambizione di offrire a 100 talenti tra i 23 e i 26 anni, rappresentativi delle università più prestigiose, gli strumenti per rafforzare la loro leadership e prepararli a essere voci autorevoli della futura classe dirigente italiana. Per loro è stato definito un percorso formativo particolarmente articolato, una straordinaria occasione di crescita, di apprendimento e di confronto. L’obiettivo è riflettere con i ragazzi sui macrotrend globali e – grazie ad alcuni qualificati osservatori – sottoporre alla loro attenzione una serie di contributi: dallo sviluppo del digitale e dei big data, alle evoluzioni dei grandi capitoli industriali e finanziari fino ai temi di social impact e di sostenibilità all’interno delle agende dei principali decisori.

L’edizione 2021 di The Future Makers avrà come tema guida la salvaguardia del pianeta, in parallelo ai lavori di Cop26 di cui Boston Consulting Group è knowledge partner. Tra gli speaker previsti Ali Tabrizi, regista del documentario Seaspiracy, tra i più visti su Netflix, Ferruccio de Bortoli, editorialista, già Direttore de Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, Wendy Sue Kopp, CEO e co-fondatrice di Teach For All, Roberto Tomasi, amministratore delegato Autostrade per l’Italia, e Giovanna Della Posta, amministratore delegato di Invimit Sgr.

Lorenzo ha conseguito la laurea triennale in Business Administration and Management e la magistrale in Management all’Università Bocconi. Durante gli anni di studio ha partecipato a due exchange programs, che lo hanno portato a studiare a Tokyo e Melbourne.  Dopo la laurea Lorenzo ha subito cominciato ad arricchire il proprio bagaglio professionale, lavorando in società come Amazon e Haier Europe. Nel 2019 è stato selezionato tra i migliori 50 giovani talenti in Italia nell’ambito del programma CEO for 1 month di The Adecco Group. (rrc)

Luciano Regolo, un super giornalista nella task force vaticana per il Benessere

Il giornalista calabrese Luciano Regolo, condirettore di “Famiglia Cristiana” e “Maria con te” è stato nominato componente del Dipartimento per il Benessere Integrale “Maria e il Creato”, istituito dalla Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami).

«Un’altra task-force – spiega Regolo – che si forma nell’ultimo biennio all’interno dell’istituzione vaticana, dopo quella dedicata alla difesa dalla legalità e al controllo sulle possibili ingerenze mafiose su luoghi ed eventi mariani e la Commissione Internazionale Mariana Musulmano Cristiana per il dialogo interreligioso e la cultura della fratellanza, a segno di un impegno concreto nel sociale, di una devozione e un orientamento mariologico, perfettamente calati nel presente e vicini ai bisogni dell’umanità secondo il solco tracciato dal Vaticano II».
Sull’importanza della Pami, eloquenti le parole del rettore dell’Antonianum, Agustín Hernández Vidale: «Sta facendo un gran lavoro e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, non è un caso se sia il Papa, sia il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’hanno incoraggiata a proseguire nella strada intrapresa».
A presentare il nuovo organismo sono stati il presidente della Pontificia Academia Mariana Internationalis, padre Stefano Cecchin, e la coordinatrice del Dipartimento, Filomena Maggino.

L’idea dell’istituzione di questo istituto nasce dalla fortissima ed importantissima esigenza di tutela, amore e conservazione del rispetto e del benessere, intesi in senso lato, e dell’interrelazione tra scenari e contesti apparentemente molto distanti tra di loro.
Le fondamenta di questo dipartimento sono nell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco in cui il Pontefice esorta ad adottare un approccio di ecologia integrale perché tutto è connesso. L’ecologia integrale comprende le interazioni tra l’ambiente naturale, la società e le sue culture, le istituzioni, l’economia. In questa interconnessione una attenzione particolare deve essere dedicata a restituire dignità agli esclusi prendendosi cura della natura, adottando un atteggiamento che consenta di vivere in armonia con il creato.
Durante l’evento di presentazione del Dipartimento, tenutosi nella Pontificia Università Antonianum, è stato illustrato il programma delle attività previste tra le quali vi è l’approfondimento di oltre 20 aree tematiche attraverso piccoli gruppi di lavoro che produrranno non solo “position paper”, ma anche moduli formativi che andranno a formare una vera e proprio scuola sul benessere integrale.

Molta attenzione verrà posta alla collaborazione con i territori e con le istituzioni e organizzazioni attraverso l’attivazione di forme varie di collaborazione (patti, protocolli, ecc.) attraverso le quali condividere azioni concrete.
È stato, inoltre, programmato un ciclo di seminari pubblici su cultura, politica ed economia, con il coinvolgimento di esperti esterni e personalità di rilievo, nell’ottica della promozione di un nuovo umanesimo orientato al benessere comune.
«La Pami – ha spiegato padre Stefano Cecchin – collabora attivamente con il Magistero di Papa Francesco a partire dalla figura di Maria che, nella storia culturale cristiana di diversi Paesi europei e non, è sempre stata considerata l’ispiratrice e la garante di un’autentica “ecologia integrale” e del sapere ad essa collegato, non solo in relazione all’equo uso dei beni, ma anche in rapporto allo stesso ingegno e creatività umani che sono alla base del lavoro, del credito e del mercato, da cui, e in cui, quei beni si inseriscono. Espressione tangibile di questa collaborazione attiva della Pami con il Magistero della Chiesa e con le istituzioni ecclesiastiche e civili deputate all’educazione, alla promozione del sapere, alla riflessione-progettazione economica, nonché all’azione diplomatica, è questo Dipartimento per il benessere integrale “Maria e il Creato”».

Coordinato da Filomena Maggino, docente di Scienze Statistiche all’Università La Sapienza, avrà la mission di realizzare “dinamiche convocative” dei principali attori e canali dello sviluppo umano delineato dal magistero ecclesiale nelle lettere encicliche Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020); di elaborare una il ruolo vision e trans-disciplinare la funzione degli e indicatori complessi necessari in grado ella di definizione motivare e del supportare il ruolo e la funzione degli indicatori necessari alla definizione del benessere integrale e alla sua promozione da parte della società civile, del mondo dell’educazione, del mondo economico e del decisore politico; di sostenere, alla luce dei quattro pilastri della “ecologia integrale” (1. tutto connesso, 2. nessuno si salva da solo, 3. il benessere integrale quale chiave del “nuovo umanesimo”, 4. uno sviluppo sostenibile), una riflessione e una prassi in ottica europea ed internazionale riguardanti il lavoro e l’imprenditoria del futuro, la partecipazione alla costruzione della polis/oikos, dell’oikoumene e della oikonomia, l’educazione delle giovani generazioni».
E, ancora, il gruppo di lavoro, s’impegna «a rendere pubbliche le proprie analisi e proposte attraverso incontri di studio, convegni, seminari, pubblicazioni, accordi con istituzioni accademiche ecclesiastiche e civili europee e mondiali, percorsi accademici».
Del Dipartimento fanno parte, tra gli altri, anche Nader Akkad, imam del Centro islamico culturale d’Italia Grande Moschea di Roma, padre Lluis Oviedo, tra i massimi esperti di antropologia teologica, don Giovanni Emidio Palaia, docente della Lumsa.
(courtesy giornalistitalia.it)

Addio a Ciccio Dinapoli, giornalista attento e di valore

di CARLO PARISI – Il giornalismo calabrese perde uno dei suoi figli migliori: Francesco Dinapoli, “Ciccio” soprattutto per gli amici che gli hanno voluto bene davvero, perché era impossibile non volergliene. Anche quando si sforzava di apparire burbero, finiva sempre per cedere alla sua vera natura di buono e tutto sfociava in una battuta seguita da una fragorosa risata.
Validissimo professionista, ma soprattutto uomo dotato di rare virtù umane in un ambiente nel quale, purtroppo spesso, la riconoscenza è solo un nobile sentimento abusato nelle dichiarazioni, ma raramente messo in pratica dai beneficiati di turno. Ciccio, infatti, nella sua vita ha dovuto lottare sempre a denti stretti, assieme alla moglie Cinzia Gardi, collega giornalista e come lui dotata di grande umanità, per mandare avanti la famiglia con grande dignità e assicurare un futuro alle adorate figlie Rosina e Benedetta.

Nato a Cosenza il 27 gennaio 1960, Ciccio Dinapoli era giornalista professionista dal 26 maggio 2001. Nel marzo scorso, a causa delle precarie condizioni di salute, era stato costretto ad interrompere l’attività lavorativa.

Dopo le prime collaborazioni con alcune testate locali, aveva fondato e diretto l’emittente televisiva “Cam Teletre” e il periodico “Sud News”, quindi, dal 1997 al 1999, lavorato a Teleuropa e Telestars ricoprendo anche l’incarico di direttore responsabile. Nel 1999 era approdato al quotidiano “La Provincia Cosentina”, del quale è stato direttore responsabile fino al 2002. Quindi, dal 2003 al 2008, ha fatto parte dello Staff Informazione e Comunicazione del Presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio, svolgendo anche le funzioni di capo ufficio stampa, e dal 2015 al 2020 ha lavorato all’Ufficio Stampa Giunta Regionale della Calabria. (rrm)

(courtesy giornalistitalia.it)

Il Premio Fiippide a Francesco Figliomeni: a Roma l’impegno di un calabrese di razza

Dopo cinque anni di consiliatura, con ruoli di responsabilità nell’Assemblea Capitolina, Francesco Figliomeni prosegue nel suo percorso di impegno nel sociale, senza mai dimenticare il senso di appartenenza alla sua Calabria. Nei giorni scorsi ha ricevuto a Roma, all’Auditorium del Massimo il premio Filippide Awards, riservato alle persone che maggiormente si sono distinte nel sostenere l’inclusione nelle attività sportive dei giovani affetti da disturbi dello spettro autistico. Un riconoscimento prezioso e più che meritato da questo generoso figlio di Calabria. Ha detto Figliomeni: «Ringrazio il presidente Nicola Pintus, lo staff e tutti i collaboratori del Progetto Filippide, associazione che è stata anche ospite delle Nazioni Unite, per il grandissimo onore a me riservato quale riconoscimento dell’incessante impegno che ho sempre profuso anche per le persone più fragili nei settori del Sociale e dello Sport. Alla cerimonia ha fatto seguito, oggi, la nona edizione della “Run For Autism”, manifestazione che nel centro di Roma ha visto correre insieme migliaia di ragazzi con autismo e le loro famiglie a cui le Istituzioni devono rivolgere maggiore attenzione e specifiche risorse!».

L’avv. Figliomeni non è stato premiato dalle urne ma ha voluto ringraziare gli oltre 3.000 elettori che gli hanno dato fiducia alle ultime elezioni comunali di Roma: «Sono stati – ha detto – cinque anni lunghi e faticosi ma al tempo stesso entusiasmanti per i tanti momenti di fiducia e stima che ho vissuto insieme con moltissimi lavoratori, dipendenti capitolini e di alcune aziende comunali, nonché con i vari esponenti dei tanti settori della società civile che mi sono stati vicini e che mi stanno manifestando apprezzamento e solidarietà anche in queste ore. Momenti che hanno reso meno amaro il fatto di non essere stato appoggiato da chi avrebbe dovuto farlo riconoscendo i risultati tangibili ottenuti in questi cinque anni per la città e per l’istituzione capitolina, oltre che per il partito. Risultati frutto di un lavoro portato avanti h24 con dedizione e sacrificio. Sono veramente lusingato della vicinanza e dell’affetto che gli amici mi hanno dimostrato costantemente. Dietro ogni voto c’è un viso, uno sguardo, una chiacchierata fatta per strada, nelle piazze o in qualche battaglia portata avanti insieme, senza alcun interesse personale e sempre al fianco dei cittadini perbene. A tutti loro va il mio grazie più sincero e l’assicurazione che comunque sarò ancora presente, anche se con altre modalità». (rrm)