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Buon Ferragosto 2026

Il Ferragosto dei calabresi: quello vero e autentico di chi ritorna nella sua terra e poi riparte

di FILIPPO VELTRI – Sarà il tradizionale Ferragosto calabrese quello che ci accingiamo a vivere in un mondo devastato dalle guerre e in un paese come il nostro devastato dalla cattiveria e dalla violenza non solo fisica ma verbale.  E in una regione come la nostra bella Calabria anch’essa tramortita ancora dalla violenza della notte di Sangineto. Una terra in cui non si sa se ridere o piangere; un misto di tante cose belle e brutte. Ma anche quest’anno, come sempre, di questi giorni appare (e forse lo è davvero) diversa.

Dicevamo un tempo che erano deserte le città ma con i prezzzi dei carburanti alle stelle ci si muove sempre di meno. Dilagano invece come da tradizione nei comuni piccoli e grandi di mare, collina e montagna le feste pubbliche, quelle patronali, le sagre, le manifestazioni, i momenti di incontro privati, i matrimoni, i battesimi. Il direttore di un prezioso giornale di San Giovanni in Fiore, Saverio Basile, nell’ultimo numero di luglio ha addirittura pubblicato una struggente pagina dedicata proprio ai tanti emigrati di quel paese, che gli mandano messaggi e richieste sul mondo dove loro tornano ogni estate e vogliono sapere dettagli su cose e persone.

Dicono che sono aumentati i turisti, soprattutto gli stranieri (Occhiuto gongola e aspetta il report definitivo a settembre), ma in gran parte tutto è dedicato proprio a quei calabresi che se ne sono andati negli anni scorsi e che tornano in questi giorni. San Giovanni è un simbolo.

Ferragosto è dunque un po’ il culmine di questa fase ma anche l’inizio di un nuovo abbandono: gli emigrati sono tornati ma si apprestano a lasciarci da qui a poco per un altro anno.

Lo facciamo anche quest’anno: parlare cioè di loro, dei nostri emigrati, in un momento in cui si parla solo di migranti, che è sempre doveroso ricordare dalle nostre parti e in giorni dolorosi dopo quello che è avvenuto a Cosenza e prima ancora a Bologna e mentre in Europa dilaga la confusione.

Emigrato è non solo l’operaio o il muratore che è dovuto scappare a Roma, Torino o Milano per sfuggire alla fame e alla disperazione. È emigrato anche chi ha fatto, in varie dimensioni fortuna altrove. O l’impiegato e il professionista che torna una volta l’anno in paese e che viene festeggiato, trova gli amici di un tempo, i familiari ancora in vita; passa una serata al bar, riassapora vecchi odori, e sente la struggente nostalgia di un attaccamento alle radici dalle quali non sa e non vuole privarsi, come quella pagina del giornale di Saverio Basile ha evidenziato.

L’emigrazione – questa la verità – ha distrutto questa nostra regione; nessuno potrà mai dire in onestà  che è stata una risorsa. Né le tante intelligenze che fanno onore alla Calabria fuori dalla Calabria modificano il quadro d’assieme. È stata una immane tragedia.

L’emigrazione forzata ha impoverito un già precario tessuto di convivenza e di socialità ha logorato i rapporti sociali ed economici e ha anche finito con l’indirizzare – a volte persino in maniera inconsapevole – l’industria turistica, nella maniera un po’ balorda ed arruffona che ritroviamo in varie parti della Calabria anche in quest’anno di narrazione continua di una Calabria straordinaria e cifre mirabolanti.

È comunque bello girare in queste sere agostane nei paesini della del Tirreno, dello Jonio o della Sila: l’ho fatto e lo sto facendo e lo farò ancora per presentare il mio ultimo libro, il brutto anatroccolo calabrese. Ed è tutta una confusione di linguaggi, di pensieri, di aspettative. Diamo poco a questi nostri corregionali che sono stati costretti (o hanno voluto) andare via e chi se n’è andato è sempre più insofferente, non capisce ad esempio le file alle Poste (quando sono aperti) per fare pagare la pensione al vecchio padre; l’orribile burocrazia o le strade intasate di auto e i negozi sforniti.

Parlano (e forse pensano) come i turisti veri venuti dal nord, ne hanno assimilato (o meglio: cercano di farlo) non solo il dialetto ma anche i modi di pensare. Sono disabituati alla nostra  confusione, ai tratti di disorganizzazione, alle tante cose che non vanno da queste parti. ‘’In 50 anni non e’ cambiato nulla?’’, ripetono come un mantra!

Eh no: carissimi calabresi che qui non vivete se non un paio di settimane l’anno! La Calabria non è affatto la stessa che avete lasciato. Sono gli stessi e forse pure peggiorati i mali della nostra bella Calabria (se solo pensiamo ai trasporti) ma qui si tenta faticosamente di cambiare, di innescare una nuova mentalità, un nuovo modo di pensare, di stare assieme. Di non piangerci addosso soprattutto. Ma non è facile. Al Brutto anatroccolo, il titolo appunto del mio libro, si accompagna altro.Però mancano anche le forze, le intelligenze, dei tanti e dei troppi costretti a lasciare casa per andarsene al nord o all’estero.

Ci mancano le voci di questa umanità dispersa. Oggi dalla Calabria le partenze ovviamente proseguono, anche se molti non vogliono andare via, a costo di non sapere come sbarcare il lunario.E alcuni tornano pure e sta qui la novità. È un bene o un male? Un bene sicuramente, che mostra un atteggiamento mutato, che non basta però a segnare una chiara inversione di tendenza ma che forse può bloccare quella terribile diaspora, quella ferita che rivive in questi giorni nel rito del ritorno e poi della nuova dipartita.

Il Ferragosto è davvero, dunque, la festa loro, di chi torna e poi riparte. È la festa vera di noi calabresi. (fv)