La Calabria, una regione che “vive” di turismo e cultura solo due mesi l’anno

di LEO BERENOVIC – C’è un momento, ogni anno, in cui la Calabria sembra svegliarsi da un lungo sonno. Succede tra fine giugno e l’inizio di luglio, quando le prime luci dei palchi cominciano a spuntare nelle piazze, quando le Pro Loco tirano fuori i tavoli di legno, quando i comuni pubblicano i cartelloni estivi con la stessa enfasi con cui altrove si annunciano le stagioni teatrali. È il preludio dell’epopea delle sagre: un fenomeno che non è solo gastronomico, non è solo folklorico, non è solo turistico. È un fenomeno politico, economico, antropologico. È la fotografia di una regione che ha scelto di vivere due mesi l’anno e di sopravvivere negli altri dieci. La Calabria è una regione a fisarmonica: si apre a luglio, esplode ad agosto, si richiude a settembre. Il resto dell’anno è un lungo inverno culturale, anche quando il clima non lo sarebbe. È un paradosso che si ripete da decenni: una terra che potrebbe vivere di cultura dodici mesi l’anno, ma che concentra tutto, sagre, concerti, premi letterari, festival, rassegne, in un’unica stagione, come se il tempo stesso fosse un bene scarso, come se la cultura fosse un frutto che matura solo d’estate.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. I numeri degli aeroporti, soprattutto. Perché gli indicatori veri non sono le presenze ISTAT, spesso incomplete, ma gli arrivi aeroportuali: persone reali che entrano in Calabria. Lamezia Terme, il vero hub della regione, registra ogni anno tra i tre e i tre milioni e mezzo di passeggeri. E la distribuzione stagionale è chiarissima: giugno circa trecentomila arrivi, luglio quattrocentomila, agosto mezzo milione, settembre ancora trecentomila. Trecentomila arrivi in un mese che la Calabria considera “di coda”, “di chiusura”, “di rientro”. Trecentomila persone che arrivano quando i comuni hanno già smontato i palchi, quando le sagre sono finite, quando i premi letterari hanno già consegnato le targhe, quando la cultura torna a dormire. Reggio Calabria, l’altro aeroporto, è più piccolo: nel 2025 ha raggiunto il milione di passeggeri. Picco ad agosto, ma settembre e ottobre con ottime performance. L’autunno non è una stagione morta. Due dei tre mesi, vivi, pieni, attraversati da flussi costanti. Eppure, culturalmente, è un deserto.

Per capire perché, bisogna guardare alla struttura profonda della regione. La Calabria ha una caratteristica che nessun’altra regione italiana possiede: l’ottantacinque per cento delle presenze turistiche si concentra tra giugno e settembre. Non perché il resto dell’anno sia impossibile da vivere, ma perché la regione ha costruito un modello culturale basato sulla stagionalità estrema. È un modello che si autoalimenta: più eventi d’estate, più pubblico d’estate; più pubblico d’estate, più fondi d’estate; più fondi d’estate, più politica d’estate. È un ciclo che si ripete, che si rafforza, che diventa identità.

La politica del consenso gioca un ruolo decisivo. Un concerto porta voti. Una biblioteca no. Una sagra porta foto, folla, applausi. Un laboratorio linguistico grecanico porta quaranta persone motivate, ma zero ritorno mediatico. La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. La programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo. La continuità è stata sostituita dalla stagionalità. Reggio Calabria è il caso più emblematico. Ogni estate investe tra trecentomila e un milione di euro in concerti, intrattenimento, palchi, service, artisti. La cultura strutturale — musei, biblioteche, teatri — riceve briciole. È la città che preferisce un concerto da ventimila persone a un progetto culturale annuale da duecento persone. È la città che ha trasformato il Lungomare in un palcoscenico politico. È la città che ha rinunciato a una programmazione culturale per inseguire la folla. È la città che ha scelto la quantità al posto della qualità, il rumore al posto della profondità, la visibilità al posto della costruzione.

Ma l’epopea delle sagre non è solo urbana. È anche dei borghi. Bova, Roghudi, Gallicianò, Palizzi, Condofuri: luoghi che potrebbero essere laboratori culturali europei. Luoghi che custodiscono una lingua antichissima, un patrimonio antropologico unico, una identità che non esiste altrove. E invece, d’estate, diventano un mosaico di sagre: della porchetta, del pane, del vino, della pasta fatta in casa. Sagre che costano tra i cinquemila e i venticinquemila euro, spesso finanziate da contributi regionali fino a cinquantamila euro, con sponsor privati da duemila a cinquemila euro, con Pro Loco che mettono volontariato e fondi propri.

La lingua greca di Calabria, patrimonio unico, viene celebrata in eventi estivi, non in progetti annuali. La cultura grecanica diventa folklore stagionale. Diventa un costume, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso. Diventa un ricordo, non un futuro.

E poi ci sono i comuni turistici: Scilla, Roccella, Siderno, Locri. Comuni che hanno un potenziale enorme, ma che lo usano solo d’estate. Scilla organizza eventi tra quaranta e centoventimila euro, tutti concentrati ad agosto. Roccella ha un Jazz Festival che è un gioiello, ma è sempre estivo, con un budget tra duecento e quattrocentomila euro. Siderno investe tra trenta e ottantamila euro in sagre e concerti. Locri tra cinquanta e centocinquantamila euro. L’archeologia, che potrebbe essere un motore culturale annuale, è relegata a iniziative sporadiche, occasionali, marginali.

Anche i premi letterari sono stagionali. Premio Tropea, Rhegium Julii, Premio Palmi, premi grecanici, festival di poesia: tutti concentrati tra luglio e agosto. Perché d’inverno non c’è pubblico. Perché i fondi regionali finanziano solo eventi turistici. Perché la politica vuole la folla. Perché la cultura è trattata come intrattenimento. La letteratura diventa un accessorio del turismo. Diventa una parentesi, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso.

Eppure, la Calabria potrebbe avere una stagione culturale lunga otto mesi. Potrebbe vivere di cultura da settembre a giugno. Potrebbe costruire una rete di comuni che collaborano, una strategia culturale regionale, una professionalizzazione degli operatori culturali. Potrebbe vivere di archeologia, di lingue minoritarie, di borghi, di trekking culturale, di festival letterari, di musica da camera, di teatro, di residenze artistiche, di scuole di scrittura, di laboratori permanenti.

Perché potrebbe? Perché il clima è mite fino a novembre. Perché la scuola inizia tardi. Perché il turismo lento è in crescita. Perché la diaspora rientra più volte l’anno. Perché i borghi sono vivi tutto l’anno. Perché i costi sono più bassi fuori stagione. Perché settembre ha trecentomila arrivi a Lamezia. Perché ottobre è ancora vivibile. Perché dicembre è un mese forte. Perché la cultura dice che la Calabria potrebbe essere molto di più. Ma non lo fa. Non lo fa perché mancano fondi per cultura annuale e strategie culturali. Non lo fa perché mancano reti tra comuni e spesso manca professionalizzazione. Non lo fa perché manca volontà politica e la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. Non lo fa perché la programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo e perché la continuità è stata sostituita dalla stagionalità.

L’epopea delle sagre è un racconto affascinante. È un racconto che parla di comunità, di identità, di convivialità. È un racconto che parla di tavolate, di musica, di piazze piene, di estate che sembra non finire mai. Ma è anche un racconto incompleto. È un racconto che nasconde una fragilità profonda. È un racconto che mostra una regione che vive due mesi l’anno e sopravvive negli altri dieci. È un racconto che mostra una cultura che si accende e si spegne, che si apre e si chiude, che si mostra e si nasconde.

La Calabria potrebbe scrivere un’altra storia. Potrebbe scrivere una storia di cultura permanente, di identità strutturale, di continuità. Potrebbe scrivere una storia che non dipende dal clima, dai fondi, dalla politica del consenso. Potrebbe scrivere una storia che non vive solo d’estate. Potrebbe scrivere una storia che vive tutto l’anno. Ma per farlo deve scegliere se vuole essere una regione a fisarmonica o una regione a respiro lungo, se vuole vivere due o dodici mesi. Deve scegliere se vuole l’epopea delle sagre o l’epopea della cultura. Per ora, ha scelto le sagre. Ha scelto i palchi. Ha scelto i concerti. Ha scelto le piazze piene. Ha scelto la folla. Ha scelto la visibilità. Ha scelto l’estate. Ma la storia non è finita. La storia può cambiare. La storia può essere riscritta. La storia può essere allargata. La storia può essere approfondita. La storia può essere trasformata.

La Calabria può ancora scegliere. E forse, un giorno, lo farà. Io, intanto, da turista ottobrino, mi arrangerò, durante il fine settimana, nei giorni feriali tanti interessanti incontri, poco altro.

PERCHÉ IL BONUS VACANZA NON FUNZIONA
ANCHE IN CALABRIA USATO POCHISSIMO

di MARIA CRISTINA GULLÍ – C’è tempo fino a dicembre per utilizzare i bonus vacanze, ma i dati fin qui registrati, alla fine d’agosto, non lasciano immaginare recuperi. Bastano i numeri a raccontare il flop (annunciato a luglio) del bonus vacanze: 2,4 miliardi di euro stanziati, sono stati richiesti bonus per 600 milioni, ne sono stati effettivamente utilizzati appena per 200 milioni. In sostanza il provvedimento ha mostrato gravi criticità e ha scoraggiato l’utilizzo del bonus. Le ragioni sono tante, la principale è che trattandosi di credito d’imposta gli albergatori, le strutture turistiche, ricettive, i ristoranti, avrebbero dovuto anticipare i costi, per poi trattenere dalle tasse le spese relative. Ma in una stagione che già partiva compromessa e, per fortuna, si è ripresa nel mese di agosto, le piccole strutture a conduzione familiare (quasi il 75% in Calabria) hanno preferito rinunciare a registrarsi per accettare i bonus. Le famiglie, facendo due conti, non hanno trovato l’incentivo adeguato: chi poteva permettersi di andare in vacanza non aveva certo bisogno del bonus, e chi poteva aver bisogno del bonus ha dovuto rinunciare, per motivi economici, alla vacanza tradizionale.

A questo punto, vista la disponibilità dei fondi non utilizzati (circa 2 miliardi di euro) sarebbe opportuno che venissero girati direttamente agli operatori del settore che la crisi ha messo in ginocchio. Ma senza burocrazia e macchinosi sistemi di calcolo: ci sarebbe un sistema semplice per garantire un corretto utilizzo dei fondi avanzati, prevedere un bonus di soldi reali alle società e ai dipendenti e mantenere attivi i posti di lavoro che rischiano di non trovare rinnovo ed eventualmente ipotizzare una sospensione fiscale per le strutture turistiche che rischiano di non riaprire più.

Un’estate da dimenticare? No, non proprio. Tutto sommato, bonus o no, la stagione in Calabria non è andata malissimo come faceva presagire il trend iniziale di luglio. Solo una struttura turistica su dieci ha accettato i bonus e i dati relativi di fatturato sono abbastanza modesti. La verità è che, ancora una volta, in assenza di una seria strategia di turismo non è stato possibile allungare la stagione, limitando a settembre gli ultimi arrivi e questo in una regione che potrebbe lavorare col turismo marino almeno otto-nove mesi l’anno.

Roberto Villella
Roberto Villella

Secondo Roberto Villella, ceo di Meeting Point, una delle principali agenzie di incoming (vendita di pacchetti turistici in Calabria) è stata una stagione davvero strana: a luglio alberghi quasi vuoti, ad agosto tutto esaurito. Ristoranti deserti a luglio, affollatissimi ad agosto, anche se un turno (quello utilizzato dai turisti del Nord Europa, delle 18) è quasi dappertutto saltato per mancanza di ospiti stranieri. In Calabria – sostiene Villellla – c’è un turismo tedesco ormai consolidato: l’iniziativa del convegno dello scorso ottobre dei principali tour operator della Germania, anziché continuare l’opera di promozione e di valorizzazione delle località che potevano interessare il mercato tedesco, è rimasta senza seguito. E dire che ci sarebbe da attrarre i turisti russi, quelli scandinavi e tutta l’Europa del Nord, ma non ci sono aerei, non c’è pianificazione. A Crotone i charter non possono atterrare, a Reggio ci vuole un’abilitazione speciale per i piloti: insomma c’è solo l’aeroporto di Lamezia a servire una regione che dovrebbe (e potrebbe) vivere di turismo. «Noi di Meeting Point lo scorso giugno abbiamo fatto tutto da soli: invitati 180 tra tour operator e giornalisti, li abbiamo ospitati e fatto scoprire loro un territorio che merita di essere valorizzato e promosso presso i turisti. E ogni settimana ospitiamo una quindicina di tour operator e giornalisti a spese nostre per promuovere il territorio». E la Regione? Si continua con iniziative spot, scoordinate e prive di programmazione: far scoprire la Calabria, far crescere la sua reputazione turistica sarebbe il minimo su cui impegnarsi.

Torniamo al bonus: «Nel mese di luglio nella nostra struttura di Tropea (Rocca Nettuno, 270 camere, 800 posti letto) ha inciso – dice Villella – per il 3 % del fatturato e il 12 % ad agosto. Le grandi strutture non hanno avuto difficoltà ad accettare il bonus, le piccole, con carichi fiscali modesti, accettandolo avrebbero avuto evidenti crisi di liquidità». E si consideri – evidenzia Villella – che sono stati cancellati moltissimi voli e intere rotte: gli europei hanno usato l’automobile e si sono fermati in Veneto, in Emilia Romagna, in Toscana. Come si può pensare di far arrivare in macchina in Calabria i tedeschi? Tra l’altro per rispetto delle norme anti-covid non sono state utilizzate tutte le camere disponibili, con aggravio di costi e diminuzione delle entrate. Il risultato di fine stagione, alla fine, non sarà negativo, ma il crollo di fatturato genererà diminuzione di personale e quindi provocherà un’ulteriore crisi occupazionale.

Borgo degli Ulivi, Sellia MarinaA detta di Giuseppe Nucera, ex presidente degli industriali reggini e imprenditore turistico con un’esperienza trentennale, «la misura del buono vacanza è stata per certi aspetti negativa, o meglio non ha dato un aiuto al mondo delle imprese, io parlo da imprenditore turistico, gestore di alberghi, e ho verificato che non è stato un aiuto per le aziende, ha di fatto aiutato le famiglie che non avevano un reddito adeguato di potersi fare una vacanza. Ma se si vanno a osservare attentamente le ricadute confermo che non sono state quelle che ci aspettavamo, perché dare la possibilità di andare in vacanza con il buono a luglio e ad agosto in Italia non si aiuta il settore del turismo, perché comunque le famiglie in quel periodo vanno in vacanza. Quindi il buono può o poteva avere delle ricadute positive se fosse stato attivo già da giugno, periodo di basso stagione, col risultato di incrementare gli arrivi in bassa stagione e favorire il riempimento degli alberghi; o anche farlo differenziato: per esempi, chi va in vacanza a giugno, a settembre, ottobre ha un contributo superiore, chi sceglie luglio e agosto ha un contributo inferiore. Un altro discorso a parte va fatto  sugli effetti sul reddito delle aziende turistiche: è stato detto all’impresa “prendi il buono”, anticipando tutti i costi. Per fare un esempio, sono 500 euro che l’azienda non incassa e che vanno a ridurre la liquidità dell’azienda stessa, in attesa di fare poi la compensazione sotto forma di credito d’imposta. Però l’imprenditore non può scontare questo buono, per esempio, per pagare le rate che deve allo Stato per il condono, quindi ci sono ulteriori disagi per l’azienda che incontra una forte limitazione nell’utilizzo di questo buono».

Anche il presidente di FederalAlberghi Calabria Francesco Perino evidenzia la perdita per il comparto in una stagione che ha registrato un calo del 60% delle presenze, con dati in controtendenza ad agosto. La bassa stagione veniva, in parte, coperta dalla clientela estera che quest’anno è stata di gran lunga inferiore rispetto a qualunque aspettativa. Adesso gli operatori sperano nei voucher regionali di “Stai in Calabria”, che dovrebbero scadere a settembre e non sono stati ancora attivati: c’è da augurarsi che l’assessore Fausto Orsomarso proroghi la validità fino a dicembre, per incentivare un allungamento della stagione.

Stagione che, in Calabria, ripetiamo, non è andata troppo male. Un solo dato per capire la situazione: a Roma hanno aperto solo due alberghi su dieci, in Calabria risultavano attivi al 90%. Se solo ci fosse un minimo di strategia per la destagionalizzazione… (mcg)