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Calabria.Live quotidiano mercoledì 29 luglio 2026

La Calabria, una regione che “vive” di turismo e cultura solo due mesi l’anno

di LEO BERENOVIC – C’è un momento, ogni anno, in cui la Calabria sembra svegliarsi da un lungo sonno. Succede tra fine giugno e l’inizio di luglio, quando le prime luci dei palchi cominciano a spuntare nelle piazze, quando le Pro Loco tirano fuori i tavoli di legno, quando i comuni pubblicano i cartelloni estivi con la stessa enfasi con cui altrove si annunciano le stagioni teatrali. È il preludio dell’epopea delle sagre: un fenomeno che non è solo gastronomico, non è solo folklorico, non è solo turistico. È un fenomeno politico, economico, antropologico. È la fotografia di una regione che ha scelto di vivere due mesi l’anno e di sopravvivere negli altri dieci. La Calabria è una regione a fisarmonica: si apre a luglio, esplode ad agosto, si richiude a settembre. Il resto dell’anno è un lungo inverno culturale, anche quando il clima non lo sarebbe. È un paradosso che si ripete da decenni: una terra che potrebbe vivere di cultura dodici mesi l’anno, ma che concentra tutto, sagre, concerti, premi letterari, festival, rassegne, in un’unica stagione, come se il tempo stesso fosse un bene scarso, come se la cultura fosse un frutto che matura solo d’estate.

Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. I numeri degli aeroporti, soprattutto. Perché gli indicatori veri non sono le presenze ISTAT, spesso incomplete, ma gli arrivi aeroportuali: persone reali che entrano in Calabria. Lamezia Terme, il vero hub della regione, registra ogni anno tra i tre e i tre milioni e mezzo di passeggeri. E la distribuzione stagionale è chiarissima: giugno circa trecentomila arrivi, luglio quattrocentomila, agosto mezzo milione, settembre ancora trecentomila. Trecentomila arrivi in un mese che la Calabria considera “di coda”, “di chiusura”, “di rientro”. Trecentomila persone che arrivano quando i comuni hanno già smontato i palchi, quando le sagre sono finite, quando i premi letterari hanno già consegnato le targhe, quando la cultura torna a dormire. Reggio Calabria, l’altro aeroporto, è più piccolo: nel 2025 ha raggiunto il milione di passeggeri. Picco ad agosto, ma settembre e ottobre con ottime performance. L’autunno non è una stagione morta. Due dei tre mesi, vivi, pieni, attraversati da flussi costanti. Eppure, culturalmente, è un deserto.

Per capire perché, bisogna guardare alla struttura profonda della regione. La Calabria ha una caratteristica che nessun’altra regione italiana possiede: l’ottantacinque per cento delle presenze turistiche si concentra tra giugno e settembre. Non perché il resto dell’anno sia impossibile da vivere, ma perché la regione ha costruito un modello culturale basato sulla stagionalità estrema. È un modello che si autoalimenta: più eventi d’estate, più pubblico d’estate; più pubblico d’estate, più fondi d’estate; più fondi d’estate, più politica d’estate. È un ciclo che si ripete, che si rafforza, che diventa identità.

La politica del consenso gioca un ruolo decisivo. Un concerto porta voti. Una biblioteca no. Una sagra porta foto, folla, applausi. Un laboratorio linguistico grecanico porta quaranta persone motivate, ma zero ritorno mediatico. La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. La programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo. La continuità è stata sostituita dalla stagionalità. Reggio Calabria è il caso più emblematico. Ogni estate investe tra trecentomila e un milione di euro in concerti, intrattenimento, palchi, service, artisti. La cultura strutturale — musei, biblioteche, teatri — riceve briciole. È la città che preferisce un concerto da ventimila persone a un progetto culturale annuale da duecento persone. È la città che ha trasformato il Lungomare in un palcoscenico politico. È la città che ha rinunciato a una programmazione culturale per inseguire la folla. È la città che ha scelto la quantità al posto della qualità, il rumore al posto della profondità, la visibilità al posto della costruzione.

Ma l’epopea delle sagre non è solo urbana. È anche dei borghi. Bova, Roghudi, Gallicianò, Palizzi, Condofuri: luoghi che potrebbero essere laboratori culturali europei. Luoghi che custodiscono una lingua antichissima, un patrimonio antropologico unico, una identità che non esiste altrove. E invece, d’estate, diventano un mosaico di sagre: della porchetta, del pane, del vino, della pasta fatta in casa. Sagre che costano tra i cinquemila e i venticinquemila euro, spesso finanziate da contributi regionali fino a cinquantamila euro, con sponsor privati da duemila a cinquemila euro, con Pro Loco che mettono volontariato e fondi propri.

La lingua greca di Calabria, patrimonio unico, viene celebrata in eventi estivi, non in progetti annuali. La cultura grecanica diventa folklore stagionale. Diventa un costume, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso. Diventa un ricordo, non un futuro.

E poi ci sono i comuni turistici: Scilla, Roccella, Siderno, Locri. Comuni che hanno un potenziale enorme, ma che lo usano solo d’estate. Scilla organizza eventi tra quaranta e centoventimila euro, tutti concentrati ad agosto. Roccella ha un Jazz Festival che è un gioiello, ma è sempre estivo, con un budget tra duecento e quattrocentomila euro. Siderno investe tra trenta e ottantamila euro in sagre e concerti. Locri tra cinquanta e centocinquantamila euro. L’archeologia, che potrebbe essere un motore culturale annuale, è relegata a iniziative sporadiche, occasionali, marginali.

Anche i premi letterari sono stagionali. Premio Tropea, Rhegium Julii, Premio Palmi, premi grecanici, festival di poesia: tutti concentrati tra luglio e agosto. Perché d’inverno non c’è pubblico. Perché i fondi regionali finanziano solo eventi turistici. Perché la politica vuole la folla. Perché la cultura è trattata come intrattenimento. La letteratura diventa un accessorio del turismo. Diventa una parentesi, non una struttura. Diventa un evento, non un percorso.

Eppure, la Calabria potrebbe avere una stagione culturale lunga otto mesi. Potrebbe vivere di cultura da settembre a giugno. Potrebbe costruire una rete di comuni che collaborano, una strategia culturale regionale, una professionalizzazione degli operatori culturali. Potrebbe vivere di archeologia, di lingue minoritarie, di borghi, di trekking culturale, di festival letterari, di musica da camera, di teatro, di residenze artistiche, di scuole di scrittura, di laboratori permanenti.

Perché potrebbe? Perché il clima è mite fino a novembre. Perché la scuola inizia tardi. Perché il turismo lento è in crescita. Perché la diaspora rientra più volte l’anno. Perché i borghi sono vivi tutto l’anno. Perché i costi sono più bassi fuori stagione. Perché settembre ha trecentomila arrivi a Lamezia. Perché ottobre è ancora vivibile. Perché dicembre è un mese forte. Perché la cultura dice che la Calabria potrebbe essere molto di più. Ma non lo fa. Non lo fa perché mancano fondi per cultura annuale e strategie culturali. Non lo fa perché mancano reti tra comuni e spesso manca professionalizzazione. Non lo fa perché manca volontà politica e la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento. Non lo fa perché la programmazione è stata sostituita dal cartellone estivo e perché la continuità è stata sostituita dalla stagionalità.

L’epopea delle sagre è un racconto affascinante. È un racconto che parla di comunità, di identità, di convivialità. È un racconto che parla di tavolate, di musica, di piazze piene, di estate che sembra non finire mai. Ma è anche un racconto incompleto. È un racconto che nasconde una fragilità profonda. È un racconto che mostra una regione che vive due mesi l’anno e sopravvive negli altri dieci. È un racconto che mostra una cultura che si accende e si spegne, che si apre e si chiude, che si mostra e si nasconde.

La Calabria potrebbe scrivere un’altra storia. Potrebbe scrivere una storia di cultura permanente, di identità strutturale, di continuità. Potrebbe scrivere una storia che non dipende dal clima, dai fondi, dalla politica del consenso. Potrebbe scrivere una storia che non vive solo d’estate. Potrebbe scrivere una storia che vive tutto l’anno. Ma per farlo deve scegliere se vuole essere una regione a fisarmonica o una regione a respiro lungo, se vuole vivere due o dodici mesi. Deve scegliere se vuole l’epopea delle sagre o l’epopea della cultura. Per ora, ha scelto le sagre. Ha scelto i palchi. Ha scelto i concerti. Ha scelto le piazze piene. Ha scelto la folla. Ha scelto la visibilità. Ha scelto l’estate. Ma la storia non è finita. La storia può cambiare. La storia può essere riscritta. La storia può essere allargata. La storia può essere approfondita. La storia può essere trasformata.

La Calabria può ancora scegliere. E forse, un giorno, lo farà. Io, intanto, da turista ottobrino, mi arrangerò, durante il fine settimana, nei giorni feriali tanti interessanti incontri, poco altro.