GLI OPERATORI DEL SOCIALE DIMENTICATI
TRA EMOZIONI E TANTE STORIE DI UMANITÀ

di GIUSEPPE FOTI – Ho voluto nuovamente condividere l’immenso dolore che oggi molti operatori del sociale, come me, provano nell’avere sempre più conferme che le cooperative stanno per chiudere e con loro oltre quarant’anni di assistenza ai più fragili e l’impegno di molti lavoratori.

Non è più il tempo di recriminare o dare responsabilità, sarebbe alquanto inutile, ma credo ancora che si possa fare qualcosa per far sì che questa catastrofe epocale venga scongiurata. Ogni servizio che si occupa di assistenza a persone disabili dev’essere tutelato e non può scomparire per colpa della dannata burocrazia che ci ha reso tutti numeri e merce di scambio.

Le lettere di licenziamento arriveranno presto, a qualcuno sono già pervenute, creando negli operatori sconforto, preoccupazione per il proprio futuro e per quello di molti disabili, che fanno ormai parte delle nostre famiglie.

Voglio anche aggiungere che come sempre in questi casi e, spero solo per inadeguatezza alla situazione, disperazione o altro di più comprensibile, qualcuno all’interno delle cooperative palesi forme addolcite (se si può dire così) di terrorismo psicologico del tipo: “o accettate queste condizioni o siamo costretti a licenziare”.

Scegliamo di lottare!

Ebbene, voglio ricordare a questi saccenti opportunisti che, se le cooperative sono ancora aperte, è grazie al sacrificio costante degli operatori, i quali hanno messo a disposizione per il bene comune tante risorse e anche il proprio e sacrosanto stipendio… Non aggiungo altro! 

Forse un articolo, come questo, potrebbe sembrare poca cosa o retorico, ma dentro di esso sono racchiuse le speranze di tante persone che costantemente sento e che vogliono, come me, salvare delle realtà che in tanti anni hanno lasciato un segno significativo nel cuore di tante famiglie, di tanti ragazzi e di tanti adulti in cerca di riscatto e integrazione. 

Le risorse per il sociale sono calate sempre più, ma mai la voglia degli operatori nel darsi anima e cuore per i propri amici più svantaggiati. 

Il nostro è un mandato sociale che ci arricchisce nell’anima, ci ha fatto comprendere la complessità umana e le sue fragilità e per tale motivo ci ha reso orgogliosi e più umani, predisposizione che di questi tempi servirebbe a tanti.

Tutti i servizi, strutture psichiatriche, i centri socio educativi e tanti altri, chiuderanno per colpa di chi oggi si piega e si è piegato in passato ai burocrati che, attraverso i numeri, vogliono gestire con disumana colpevolezza le dolenti umanità di cui ci prendiamo cura giornalmente e da tempo. Vogliono nascondere, nelle righe di un foglio, i nomi, le passioni, l’emozioni e le storie di tanti uomini e ragazzi che hanno solo la colpa di esser nati in una società che li considera “socialmente inutili”. Questa è la dolente considerazione che mi sprona ad andare avanti per tentare, con tutto me stesso, di ridare dignità a tutti loro e a tutti noi.

Non basta fare sociale, come oggi avviene, in modo aziendalistico e sanitario, bisogna comprendere e porre attenzione, vicinanza emozionale ed avere la capacità nel cogliere il senso più nascosto della sofferenza, dando enorme importanza che nella cura hanno le parole.

Pensate che un burocrate capisca il senso e l’importanza di tale propensione?

No, perché non è quantificabile numericamente e non fa parte dell’homo faber o dell’homo robot che dilaga in loro.

Il compito di chi fa sociale oggi è quello di ricostruire e recuperare i valori che ci appartengono e ci hanno fatto scegliere questa professione. Non possiamo essere rappresentati, nei vari incontri che si terranno, da chi ha permesso questa catastrofe e che guarda esclusivamente al proprio interesse, senza ritegno e senza cognizione di causa perché non vive il problema.

Quindi, da operatore sociale e orgoglioso di esserlo, lancio il mio personale invito alla mobilitazione in piazza di tutti coloro che vedono nella morte del sociale a Reggio Calabria una nefandezza, ingiustificata e inaccettabile, invitando tutte le organizzazioni a farlo.

Se vogliamo, cari colleghi, sappiamo essere una forza che in passato si è distinta per valori, solidarietà, per la lotta per i diritti negati e il riconoscimento ostinato dell’altro nella propria individualità. Dobbiamo tornare a dimostrare che si può aver cura del folle, del vecchio e del bambino in un altro modo, coltivando il valore della relazione e delle buone pratiche, senza piegarsi al mercato del disagio che ci propina chi non sa niente di sociale.

Questo mestiere pretende una rischiosa e radicale scelta di campo che non può più attendere i tempi e le condizioni di nessuno. Come hanno potuto non vedere nei fatti che il sociale stava morendo gradualmente e inesorabilmente? Come hanno fatto a non accorgersi che esso è stato via via cancellato con un tratto di matita da amministratori di presunta “alta formazione manageriale” che disconoscono le potenzialità e i valori dell’inclusione e dei diritti riconosciuti costituzionalmente?

La dichiarazione universale dei diritti umani e la convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità (trattato internazionale finalizzato a combattere le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani) parlano chiaro, non resta che rimboccarsi le maniche per far sì che vengano rispettati. (gf)

SALUTE MENTALE E COMUNITÀ PER LE CURE
È DISASTROSA LA SITUAZIONE IN CALABRIA

di GIUSEPPE FOTI, La società in perenne e rapida metamorfosi conosce sempre più nuove e più sfaccettate tipologie di disagio psichico: chi si rivolge ai servizi porta con sé sempre più forme di dolore, che cercano risposte pronte, appropriate e che tengano conto della persona e non solo della malattia.

La cura della salute mentale deve cercare lo sguardo dell’essere umano e non solo basarsi sulla sua biologia, pensiero, quest’ultimo, radicato nella mente di chi non vuole capire che la follia “è una condizione umana”.

La psichiatria sociale non può prescindere da servizi, dialogici, democratici e comunitari. Le comunità terapeutiche, quello dovremmo essere, sostengono obiettivi di vita indipendente e la libertà di scelta del singolo utente… si chiama democrazia!

Ora, tornando alle nostre latitudini, è facile osservare che solo alcuni lavoratori cercano con le loro forze di reagire e di sollecitare il sociale a scuotersi dal suo perenne letargo, spronando, a sua volta, la politica delle promesse mai mantenute ad assumersi le proprie responsabilità.

La situazione catastrofica dei servizi ci costringe a prendere nuovamente posizione, rendendo pubblico questo inconfutabile torpore generale. Vogliamo un cambiamento di rotta sulla questione accreditamenti e sulla questione, a mio parere prioritaria per motivi di umanità, dello sblocco dei ricoveri.

La responsabilità, voglio ricordare a politici e alle organizzazioni del terzo settore, non è di quel gruppo di lavoratori che si battono senza sosta per i loro diritti e i diritti degli utenti, con notevoli sacrifici. 

Ma va ricercata in chi ancora oggi lascia che il tempo scorra e magari auspica a una chiusura dei servizi per far cadere nell’oblio il problema o la scocciatura.

 Il sociale che si occupa di psichiatria, e non solo, deve essere promotore di iniziative più concrete, continue e che non vengano attuate solo quando si ha tempo o ci si rammenta che esistono dei problemi. Ci rendiamo conto, nostro malgrado, che il problema è solo di pochi e che il resto si perde nella supponenza, nella retorica dei palazzi o addirittura, in certi casi, avanzando richieste assurde ai lavoratori che già hanno dato tanto. 

Mi duole dirlo ma molti si sono abbandonati a una psichiatria organicista o, peggio ancora, ad un sociale aziendalistico che per concezione deontologica non ci appartiene e che ci porterà solo alla chiusura, perché il disagio mentale è cambiato (se ve ne siete accorti) e gli utenti hanno bisogno di altro e L’OMS (organizzazione mondiale della sanità) lo ha capito e lo chiede dopo i tanti disagi psicologici post covid. 

Il cambiamento di paradigma, da quello organicista a quello sociale e comunitario, è un nostro dovere morale e etico che nella legge 2850 del 2017 è espresso chiaramente e definisce, in materia di tutela della salute mentale, lo sviluppo dei principi della legge del 13 maggio n. 180 e conosciuta più notoriamente come legge Basaglia, esportata in tutto il mondo come prassi terapeutica per la grande valenza umana e sociale.

È estremamente importante quest’ultima considerazione perché si basa sul futuro stesso dei servizi psichiatrici in continua evoluzione. Ricordo, per chi lo abbia dimenticato, che la psichiatria sociale si fonda sulla principale conseguenza invalidante del disagio mentale: la compromissione delle abilità nello svolgere ruoli sociali.

 La salute pubblica è in crisi e il settore psichiatrico, cenerentola della sanità da sempre per colpa di chi è stato a guardare, subisce da tempo imperituro. 

La speranza è quella che la Regione Calabria, l’Asp di Reggio Calabria, la politica, qualche dirigente delle cooperative (per non fare di tutt’erba un fascio) e tutte le organizzazioni del terzo settore riescano ad abbracciare la nostra forza riformatrice che con strumenti critici cerca di risolvere i problemi dei servizi e del sociale in genere, cose che abbiamo chiesto espressamente a tutti gli attori interessati e auspicato da sempre. Noi lavoratori del sociale chiediamo il cambiamento e vogliamo essere parte di esso e non ci sottometteremo alla logica di chi ci vuole fuori dai giochi. Le persone che conoscono i problemi reali dei servizi psichiatrici e del sociale siamo noi, che costantemente ci confrontiamo con essi e cerchiamo di sopperire alle lacune di chi si sta comodamente seduto dietro una scrivania.

È necessario uscire da un regime improduttivo!

Concludo affermando che siamo sempre pronti ad un confronto con tutti, partendo dal nuovo commissario straordinario dell’Asp di Reggio Calabria, Dottoressa Lucia Di Furia, per discutere sui temi sollevati e rimarchiamo che i lavoratori del sociale saranno sempre accanto agli ultimi e che non faremo morire il sociale nella nostra città. (gf)

(con Vincenzo Barbaro e Filippo Lucisano, della Coolap – Coordinamento lavoratori Psichiatria)