ALTA VELOCITÀ IN CALABRIA: ARCO JONICO
CORRE IL RISCHIO DI VENIRE EMARGINATO

di DOMENICO MAZZA – Correva l’anno 2021 quando scrivevo dei possibili benefici derivanti a tutto l’Arco Jonico dalla realizzazione di un’opera pensata a cavallo degli anni ’80: la bretella di Thurio. Purtroppo, al tempo, l’argomento destò poco interesse nelle nostre classi dirigenti.

C’è da dire che le Popolazioni joniche erano e sono talmente disabituate a servirsi di mezzi su ferro che in tanti, Amministratori compresi, disconoscevano cosa fosse un’infrastruttura del genere. In verità, ancora oggi, in molti, neppure immaginano cosa sia la bretella di Thurio e per quale motivo la sua eventuale realizzazione rappresenterebbe un punto di svolta nella mobilità ferroviaria per tutto il vasto ambito compreso tra Corigliano-Rossano e Crotone più relative aree interne (oltre 250mila abitanti).

Aggiungo che, se non avessi ritenuto l’argomento meritevole d’approfondimento, non avrei dedicato un paragrafo del capitolo “mobilità” all’interno del mio libro “La baia della Magna Graecia” all’infrastruttura in questione.

Tornando al nocciolo della questione, negli ultimi giorni, la stampa ci ha deliziato con una serie di comunicati avversi all’idea di realizzazione di un deviatoio ferroviario. Non che la cosa mi stupisca, si intende. Lungo lo Jonio siamo particolarmente bravi a farci la guerra tra poveri. Tuttavia, tacciare l’opera come la narrazione del de profundis per la stazione di Sibari è alquanto surreale. Vieppiù, denota una spiccata tendenza ad una fantasia immaginifica sugli sviluppi che tale operazione avrebbe per quelle Comunità poste a nord di Sibari.

È bene ricordare che infrastrutture similari esistono da tempo immemore sia nella valle del Crati (Bivio Sant’Antonello), sia sul Tirreno (asta di San Lucido). Se oggi il FrecciaRossa Sibari-Bz impiega circa 50 minuti tra Sibari e Paola, anziché 1.15h, si deve al bypass delle stazioni di Castiglione Cosentino e Cosenza. Questo sistema di convogliamento dei treni, inoltre, non è aduso solo in Calabria. Su diversi punti della linea AV To-Sa sono state create aste che consentono ai treni di evitare rotture di carico (cambio di marcia).

Si pensi alla stazione di Napoli Afragola, realizzata su un deviatoio ferroviario che permette ai convogli di evitare ingresso ed uscita da Napoli Centrale. Quanto descritto si traduce in un risparmio netto di circa 30 minuti sui tempi di percorrenza da e per Roma. Si pensi alla futura stazione di Firenze Belfiore, anche questa progettata su un tronco ferroviario che consentirà di accorciare i tempi verso Bologna di quasi 20 minuti.

Ritornando alle nostre latitudini, ormai sempre più lande desolate e depresse e terre povere finanche di idee e progettualità migliorative, l’oggetto del contendere — se progettato come asta con ampio raggio di curvatura (dall’ex Posto Movimento di Thurio alla ex stazione di Cassano) — ridurrebbe i tempi di percorrenza tra Crotone e la tirrenica dalle attuali 3h circa a poco più di 2h.

Ho parlato di ampio raggio di curvatura poiché, ad oggi, si sta facendo confusione sull’idea progettuale. A tal riguardo, il chiarimento fornito dal Sindaco Papasso, su alcuni dettagli tecnici dell’operazione che RFI intenderebbe realizzare, risulta abbastanza esaustivo.

Partiamo dal presupposto che la lunetta di Sibari e la bretella di Thurio non sono la stessa cosa. La prima ipotesi è una progressiva ferroviaria di circa 3 km. Avrebbe un costo abbastanza contenuto, ma non consentirebbe ai treni di accedervi alla medesima velocità esercitata lungo il resto del tronco ferroviario. Pertanto, il vantaggio di evitare il cambio banco nella stazione di Sibari, sarebbe sostanzialmente vanificato da un eccessivo rallentamento dei treni a causa del gomito che si creerebbe in curva.

Il risparmio di tempo nella percorrenza, quindi, si limiterebbe ad una manciata di minuti. Nel secondo caso, invece, la curvatura di percoso (circa 10km) sarebbe quasi impercettibile ed i treni potrebbero mantenere la medesima andatura registrata sul binario jonico. Sicuramente andrebbe messo in cantiere qualche euro in più per la sua realizzazione. Bisognerebbe scavalcare il Crati, la vecchia statale 106 e superare la nuova ss531 in corrispondenza del tratto prossimo al nuovo adeguamento sulla futura variante stradale Sibari/Corigliano-Rossano. L’investimento, però, risulterebbe sempre irrisorio rispetto alla mole di finanziamenti che verranno catapultati nella realizzazione della AV tirrenica.

La creazione della bretella, altresì, consentirebbe ulteriori vantaggi. Intanto, la rimessa in esercizio della dismessa stazione di Cassano Jonio. Ordunque, considerato che il terzo megalotto 106 si raccorderà alla statale 534 a meno di 1km in linea d’aria dalla ex stazione di Cassano, gli avventori provenienti da nord sarebbero messi in condizione di raggiungere il rigenerato scalo in minor tempo rispetto a quanto si impiegherebbe per arrivare alla stazione di Sibari.

Si creerebbero, quindi, le condizioni per un embrione di reale intermodalità ferro-gomma. Parlo di raggiungimento dello scalo da nord su gomma poiché, fino a quando la Politica non si impegnerà a trovare linee d’accordo tra Calabria e Basilicata, le stazioni comprese tra Metaponto e Sibari, continueranno ad essere servite solo da mezzi sostitutivi. Quanto riferito perché le due menzionate stazioni rappresentano servizio di testa per le relative Regioni. Ancora, la realizzazione di una stazione mediana tra aree urbane di Corigliano-Rossano, nei pressi del costruendo nuovo ospedale, permetterebbe di immaginare un’unica fermata dei treni veloci per la Città, lasciando le attuali stazioni al solo traffico locale. Fatto comunque non trascurabile, Sibari continuerebbe ad essere lo snodo ferroviario per tutti i flussi di traffico provenienti dall’Adriatica e diretti verso la Tirrenica e la Jonica sud e viceversa.

In relazione a quanto descritto, è importante che le due principali realtà urbane dell’Arco Jonico facciano squadra. Le esigenze di mobilità di tutto il vasto territorio compreso tra la valle del Trionto e quella del Neto dipendono da come Crotone e Corigliano-Rossano riusciranno a giocare la loro comune partita. L’illustrato discorso vale, anche e soprattutto, riguardo alla futura linea di tracciato che di deciderà intraprendere per la prevista AV Sa-Rc.

Di certo, è surreale che nessun Amministratore del Crotonese abbia proferito parola sulla sciagurata ipotesi di revisione del tracciato AV. Tuttavia, non è ancora troppo tardi per ravvedersi, prendendo posizioni univoche e rispettose delle relative municipalità. Convincerci, d’altronde, che un’opera come la lunetta di Sibari equivalga ad un’idea come la bretella di Thurio, è il classico gioco centralista con il quale ci propinano molliche presentandole come caviale. Del resto continuare con le asservite politiche degli ultimi decenni, esercitate dal Crotonese e dalla Sibaritide ai rispettivi centralismi, non mi sembra abbia arriso particolarmente ai richiamati contesti. (dm)

ADESSO SERVE CHIAREZZA DA RFI SUL TRACCIATO DELL’ALTA VELOCITÀ IN CALABRIA

Tutti i centri toccati dall’AV vorrebbero una fermata: se così fosse, i vantaggi del collegamento veloce sarebbero vanificati. I treni dell’AV servono a velocizzare i collegamenti (Salerno-RC) e rendere Roma più vicina e facile da raggiungere (3 ore 1/2 da RC?). Per questo bisogna spazzare le richieste e le aspirazioni di chiunque e tenere conto del percorso più agile e più agevole. I calabresi (la gran parte) dirà grazie: per gli altri centri bisognerà creare comodi e sicuri collegamenti con la stazione AV più vicina. Ma adesso serve assoluta chiarezza da RFI. (s)

ESISTONO “DUE CALABRIE” PER IL PD: UNA
DIFFICILE, L’ALTRA NARRATA DA OCCHIUTO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «Ci sono due Calabrie: Una è quella che vivono quotidianamente i calabresi. Amara, difficile. L’altra è quella che ama narrare Occhiuto». È con questa premessa che si apre Il libro Bianco del Partito Democratico Calabria, pensato per «ripristinare la verità su due anni di legislatura appena conclusi, che non possono essere lasciati  al pensiero unico diffuso dalla Cittadella sui media e sui social. Un lavoro che ci è sembrato importante anche per rendere conto dell’attività intensa e determinata svolta dal gruppo del Pd».

«È il racconto che il gruppo regionale ha voluto fare di due anni d’opposizione, due anni di lavoro intenso ma anche due anni di opportunità perse per la Calabria, due anni in cui purtroppo la vita e la storia e le condizioni in generale di questa regione – penso anzitutto alla sanità – non sono migliorati ma anzi sono peggiorati», ha spiegato il senatore e segretario regionale del Pd, Nicola Irto.

«Purtroppo non esiste la Calabria raccontata dal decimo piano della Cittadella – viene rimarcato nella premessa –. La nostra Regione non è né migliore, né diversa rispetto al passato. Se non per una “malattia” che ha colpito da tempo i piani alti della Cittadella regionale: l’ansia da prestazioni unita ad una patologia correlata: l’annuncite».

«È da due anni ormai – si legge – che la guida legittimamente preposta al governo della Regione Calabria magnifica quotidianamente le (presunte) mirabilie del suo operato. E sempre da 2 anni, altrettanto quotidianamente, il Partito democratico svolge con scrupolo e coscienza il suo ruolo di minoranza, cercando di distogliere il presidente della Giunta dall’apparenza, provando a richiamarlo alla concretezza».

Quello presentato dai dem calabresi, dunque, è «breve ma denso rendiconto, basato su una premessa che costituisce un vero e proprio patto con il lettore: nelle pagine che vi accingete a leggere troverete soltanto fatti. Solo fatti. Documentati, attestati, certificati, comprovati».

«I fatti hanno una caratteristica che li rende antipatici a chi sostanzia la politica esclusivamente di propaganda: tendono ad essere argomenti molto ostinati», scrivono, sottolineando l’importanza di come saper distinguere i fatti dalle opinioni «dovrebbe essere il fondamento di un processo autenticamente democratico ma, oggi più che mai, la sapiente ma effimera visibilità mediatica può riuscire a promuovere una distorsione tale da produrre una “percezione della realtà” che con la stessa ha davvero poco a che a fare».

«Fra le tante mirabolanti riforme che il presidente Occhiuto si vanta di aver portato a termine in questo biennio – viene evidenziato nella premessa – di sicuro non c’è l’acquisto della modestia. E meno ancora il raggiungimento di un benché minimo spirito di realismo. Evidentemente ci sono due Calabrie: una è quella che vivono quotidianamente i calabresi. Amara, difficile. L’altra è quella che ama narrare Occhiuto. Tutti i nostri appelli, tutte le nostre proposte, tutte le nostre sollecitazioni sono state costantemente ignorate o apparentemente condivise con uno sterile dibattito in Consiglio regionale».

«Per un motivo molto semplice: non collimavano con la narrazione social e, più latamente, mediatica, che il presidente Occhiuto predilige e rispetto alla quale non tollera critiche, preferendo una certa stampa accondiscendente che si presta a fargli da megafono. Il punto, però, non è la propaganda in sé. Il punto è che, dietro questa facciata di annunci roboanti e reiterati, non c’è niente. Di tante riforme annunciate, messaggiate, notiziate, non ne esiste una che abbia migliorato di una virgola la vita dei calabresi. Perché, ormai s’è capito, il senso dell’azione dell’uomo solo al comando non è il fare, ma l’annunciare».

Nove i punti a caratterizzare questo documento: sanità, le riforme di carta, ossia «il pasticcio di Arrical e i fondi perduti, il Pd che si è schierato con i sindaci, la mancata concertazione sui Consorzi», aree interne, isolamento e dimensionamento scolastico, Ponte e infrastrutture, cura del territorio, dissesto idrogeologico e cambiamenti climatici, lavoro e università, Pnrr, Por, Zes e Porto di Gioia Tauro, legalità e diritti e autonomia differenziata.

Per ciascuno di essi, il Pd ha ricordato tutto quello che ha fatto il Governatore: «C’è la montagna impervia da scalare costituita dal disastro della sanità? Nessun problema. All’uomo solo al comando basta annunciare l’avvio di Azienda Zero – si legge – un nuovo ente per il quale nessuno ha stimato i costi a medio e lungo termine. Nessuno ha chiarito le reali assunzioni di personale e soprattutto nessuno ha prodotto un’analisi dei risparmi che giustifichino la nascita di un’azienda che allo stato continua ad essere fantasma».

Ma non è solo Azienda Zero il problema: «attendiamo ancora ancora di vedere aprire i cantieri dei nuovi ospedali e l’effettivo ammodernamento della rete ospedaliera oppure che si chiarisca la bufala delle 2.500 nuove assunzioni quando tutti sanno che, per oltre il 70 %, si tratta soltanto di stabilizzazioni. Intanto, la Calabria conquista la maglia nera in Italia rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza e in relazione a tutte e tre le macroaree di riferimento (ospedale, distretto, prevenzione). Un trionfo, in negativo ovviamente».

I dem, sempre nel libro bianco, hanno ricordato di aver depositato una proposta di legge «a difesa e sostegno della sanità pubblica e universalistica, prevedendo un rapporto su scala nazionale tra spesa sanitaria e Pil mai inferiore al 7,5 %, già approvata in diverse Regioni italiane. Una proposta che sarebbe fondamentale per mantenere in vita il sistema sanitario universalistico, ma sicuramente non in linea con la strada “privatistica” invece intrapresa dal governo nazionale».

E poi dimensionamento scolastico, l’assenza di «una timida voce» per fondi Pnrr destinati originariamente alla 106 e ad oggi diretti al Nord; nessuna presa di posizione sull’Alta Velocità, l’incognita sulla crisi del modello dei Consorzi di Bonifica e l’esistenza del Consorzio unico, di cui i dem si chiedono ancora quale sia il suo fine. Stesso discorso sulla gestione idrica: «senza consultare sindaci e territori, annuncia la nascita del nuovo gestore unico, l’Arrical», hanno ricordato i dem, sottolineando come sia «inutile aggiungere che non basta chiamarla multiutility perché risulti effettivamente di qualche utilità. Specialmente quando nessuno spiega che fine abbiano fatto i debiti della Sorical e quali siano le risorse per rendere efficiente la rete idrica calabrese, considerando che la Regione ha continuato a perdere i finanziamenti europei destinati, lasciando i Comuni in piena emergenza».

Insomma, per i consiglieri regionali è un disastro, soprattutto sul tema delle politiche del lavoro: «non una parola – scrivono i dem – è venuta dall’esecutivo regionale in merito alla nostra proposta di abbandonare le attuali ma inconcludenti politiche del lavoro e aprire un dialogo serio con l’Unione europea per indirizzare in maniera intelligente i dovuti investimenti così come ha fatto, per esempio, con ottimi risultati, la Regione Campania».

Altro nodo cruciale: la Calabria ultima regione per la qualità della spesa dei fondi Ue, lo spopolamento inarrestabile nonostante i dem abbiano proposto di inserire il South working proprio per contenere questo fenomeno. E, ancora, mancata risposta al progetto TerraFerma Montagna solidale atta a intervenire sulla prevenzione attiva del dissesto idrogeologico.

In 96 pagine, dunque,  i dem offrono al lettore un «rendiconto» dei risultati ottenuti fino a oggi dall’insediamento della Giunta Occhiuto, accompagnata «dall’idea della Calabria che vogliamo costruire e che sta impegnando il Pd dall’inizio della nuova gestione democratica, dopo la fine del commissariamento».

Un vero e proprio work in progress che vuole coinvolgere «chiunque abbia voglia di partecipare alla nostra azione di cambiamento e rigenerazione» perché, come spiegato da Irto, «è giusto che il gruppo dirigente di un grande partito, il suo gruppo consiliare si ponga la questione e la affronti con i calabresi raccontando due anni di lavoro d’opposizione ma anche il racconto di una prospettiva diversa per una Calabria migliore e più positiva». (ams)

ELEZIONI EUROPEE 2024: COM’È IL VENTO
LE PRIME STIME DEGLI SCENARI DI GIUGNO

Non è un sondaggio, ma più semplicemente l’analisi dei flussi elettorali storici e del più recente andamento dei principali partiti a livello nazionale. Eppure finora gli analisti di Calabria.Live le hanno azzeccate tutte in questi anni, con una precisione quasi chirurgica, sia per le Comunali di Reggio Calabria e Catanzaro, le regionali del 2019 e del 2021, per le politiche del 2023.

Ed ecco le risultanze del più recente studio sulle Europee 2024 in Calabria che ovviamente sono da prendere con le pinze, sia perché il metodo utilizzato non prende in considerazione intenzioni di voto ma solo l’analisi di dati storici, sia perché all’appuntamento con le urne mancano quattro mesi.

Partiamo dall’affluenza stimata. Alle europee 2024 dovrebbero andare alle urne 600.000-650.000 calabresi, con una percentuale intorno al 40%, più bassa di quella di cinque anni fa (43,99%), di quella delle regionali (44,36%), decisamente inferiore al 50,80% delle politiche.

C’è da dire che nonostante queste europee siano percepite dai calabresi come distanti, in realtà ci troviamo di fronte ad un test politico di notevole importanza, soprattutto per il Governatore Roberto Occhiuto che si gioca una doppia partita: la tenuta complessiva del centrodestra e all’interno dello schieramento il risultato di Forza Italia.

Se le previsioni di Calabria.Live saranno confermate, avremmo una sostanziale tenuta del centrodestra, che si assesterebbe intorno al 40%, con una lieve flessione rispetto al 42% delle regionali, un allineamento con la percentuale della Camera, mentre più marcato l’arretramento rispetto alle europee di cinque anni fa (46%).

Anche il secondo dato sembrerebbe arridere ad Occhiuto, poiché la percentuale prevista per Forza Italia si muove tra il 12 e il 14%, praticamente il doppio di quella che i principali istituti di rilevazione assegnato agli eredi di Berlusconi a livello nazionale.

Sempre nel centrodestra, il dato più eclatante è il rischio estinzione della Lega che potrebbe arrivare tra il 3 e il 4%, uno o due punti in meno del 5,7% conquistato alla Camera 2022, ma addirittura 19 punti in meno dell’exploit alle europee del 2019. 

Le polemiche sull’autonomia differenziata e sul Ponte sullo Stretto, nonché l’appannamento del leader Salvini, potrebbero penalizzare molto il Carroccio. A meno di una strategia che costringa tutti i consiglieri regionali leghisti ad entrare in lista per compensare con consensi di natura personale.

Fratelli d’Italia appare in leggero vantaggio (20-22%) sul Movimento 5 Stelle (18-20) per la conquista del primo posto assoluto, primato che i grillini hanno confermato nelle recenti elezioni per la Camera dei Deputati.

Sul fronte opposto, il Partito Democratico calabrese, che è in buona parte ostile al nuovo corso della segretaria Elly Schlein, appare stabile, con una leggera tendenza positiva che potrebbe portarlo ad una percentuale tra il 15 e il 17%. Anche per i democrat si pone il problema di proporre candidature locali per attrarre consensi di natura personale.

Nel “derby” tra Calenda e Renzi appare in vantaggio il primo, che potrebbe portare a casa un 3% anche grazie all’apporto dei consiglieri regionali recentemente transitati ad Azione, mentre l’ex premier non supererebbe l’1,5-2%.

A sinistra del PD si muove una galassia che comprende sia Sinistra Italia/Verdi (stima 1-2%) sia la possibile lista pacifista proposta da Michele Santoro, Luigi De Magistris e forse Mimmo Lucano. Quest’ultima novità potrebbe anche arrivare al 3%, soprattutto se in lista dovesse esserci l’ex sindaco di Riace. (rrm)

RYANAIR PREANNUNCIA UN HUB A REGGIO
LA SFIDA DELLO SCALO DELLO STRETTO

di CLAUDIO ALOISIOLa notizia ufficiale è che Ryanair aprirà un Hub a Reggio Calabria. In parole semplici, la nota compagnia low cost farà base con un aeromobile nell’Aeroporto dello Stretto e ciò gli permetterà di programmare otto destinazioni settimanali: quattro nazionali e quattro europee. 

Partendo, quindi, da questa positiva novità desidero fare due considerazioni. La prima è funzionale, consentitemi, a un sassolino nella scarpa che mi vorrei togliere: era il 12 agosto quando dichiaravo che grazie all’ostinazione del presidente della Camera di Commercio Ninni Tramontana supportato da tutte le associazioni datoriali, dopo mesi di muro contro muro si era finalmente riavviata l’interlocuzione tra le Istituzioni reggine, la Regione e la Sacal. Interlocuzione che aveva portato a un incontro tra le parti da me pubblicamente definito proficuo, in cui si era tracciata una road map la quale, punto per punto, sino ad oggi è stata rispettata.

Ci tengo a precisarlo perché in quel periodo ho ricevuto molte critiche da chi ora, alla luce dei risultati ottenuti con l’impegno, il confronto e un atteggiamento costruttivo e non sfascista, si è già rimangiato quello che affermava unendosi al coro dei complimenti per il risultato ottenuto. D’altra parte si sa: mentre i fallimenti sono sempre orfani, i successi hanno tanti genitori veri o presunti che siano.

La seconda considerazione, invece, è molto più importante e riguarda l’ennesima grande occasione che ci viene concessa grazie a questo risultato. Un’occasione che non riguarda solo il nostro scalo il quale ha finalmente la possibilità di rinascere divenendo veramente, e non soltanto nel nome, l’Aeroporto dello Stretto, ma tutto il territorio. Ryanair è un volano formidabile per lo sviluppo turistico delle zone dove è presente. Basti pensare, giusto per fare un esempio, a Genova dove ha portato in pochi mesi un incremento del 46% degli arrivi turistici internazionali. 

Il problema è: noi siamo pronti? La risposta è tanto semplice quanto sconfortante: no, non lo siamo. Non abbiamo gli strumenti che consentano di fare rete, sviluppare servizi di incoming e accoglienza, creare opportunità agli operatori economici per prepararsi adeguatamente. 

Come Confesercenti Reggio Calabria, supportati nella nostra richiesta anche dalla Camera di Commercio, chiediamo da anni l’istituzione di una Dmo una società pubblico/privata che abbia come unico obiettivo lo sviluppo turistico dell’area metropolitana reggina. Purtroppo ad oggi inascoltati. 

Eppure basterebbe prendere esempio da quelle province e regioni dove il turismo funziona veramente per importare delle “buone pratiche” che permettano anche a noi di avviare un percorso virtuoso di sviluppo turistico condiviso. E ci si deve muovere adesso, subito, con una precisa strategia di promozione e accoglienza, facendo leva sulle peculiarità di una terra che ha tutte le carte in regola per divenire una meta ambita e apprezzata. Altrimenti si rischia il gigantesco flop di un’altra occasione irripetibile che siamo stati capaci di non cogliere: il cinquantesimo dei Bronzi di Riace. 

Non possiamo e non dobbiamo rischiare di farci trovare impreparati anche questa volta. Si deve agire immediatamente – e noi la strada da seguire l’abbiamo suggerita – creando condizioni e strumenti per il coinvolgimento attivo delle imprese e dei cittadini in un processo di sviluppo e cambiamento veramente a portata di mano e, oggi più che mai, indispensabile per risollevare le sorti di un territorio altrimenti destinato a desertificarsi e spegnersi definitivamente. (ca)

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TRA PROMESSE E ASPETTATIVE

Siamo sicuri che quattro voli internazionali faranno risorgere l’Aeroporto di Reggio? Che traffico ci potrà essere da e per Marsiglia e Manchester? A Reggio servono cinque voli a/r quotidiani per Roma e altrettanti per Milano: da queste due città si raggiunge il mondo, facendo un semplice scalo (e relativa dogana). Ma i voli che interessano i reggini che viaggiano per lavoro, salute o svago, restano in mano a Ita, con orari impossibili. Dove sta il buonsenso? Trovatelo, per favore. (s)

 

NELLA COERENZA DELLE CONTRADDIZIONI
SOLO LA CHIESA HA CAPITO L’AUTONOMIA

di MIMMO NUNNARI – C’è un aspetto non considerato nella polemica che si è accesa sulle conseguenze che comporterà l’introduzione dell’Autonomia differenziata se mai arriverà al traguardo e non riguarda solo la divaricazione Nord Sud che inevitabilmente si accentuerà malgrado le ipocrite rassicurazioni della Lega il movimento nato separatista che ha sempre avuto l’obiettivo di disarticolare l’unità morale sociale e politica del Paese.

Il traguardo sogno della Padania poco più di trent’anni dopo passando da Bossi a Salvini potrebbe ora essere raggiunto, paradossalmente con l’aiuto determinante di FdI: la forza politica erede di movimenti di destra e post fascisti che fino a poco tempo fa innalzavano orgogliosamente la bandiera dell’antiregionalismo e della patria unita.

Senza andare troppo indietro nel tempo, quando Giorgio Almirante, segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano, affermava che le Regioni sarebbero state “carrozzoni clientelari e di potere” e votò contro la loro istituzione, insieme a liberali e monarchici, basterebbe adesso ricordare quando nel 2014 l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni allora esponente di Alleanza Nazionale presentò in Parlamento un progetto di riforma costituzionale – insieme al collega Edmondo Cirielli, l’attuale viceministro degli Esteri – che prevedeva l’abolizione delle Regioni tout court.

È questa l’Italia: il Paese delle conversioni per opportunismo e per convenienza, del trasformismo e degli intrighi. Aveva ragione lo scrittore Guido Morselli: “Negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni”.

È questa l’Italia alla perenne ricerca di stabilità e identità: Il Paese dove non si è mai riuscito a saldare moralmente e culturalmente – con un visione suprema dello Stato –  territori dalla Sicilia alle Alpi.

Oggi, sembra che tutti in Parlamento abbiamo dimenticato – anche i “45” senatori di centrodestra del Sud che hanno chinato il capo come i sudditi – che il fanatismo e l’egoismo delle leghe nordiste è un veleno che corrode la solidarietà di cui il Mezzogiorno e le aree più deboli hanno bisogno.

Solo la Chiesa sta parlando con chiarezza: “È questo un modo per diventare più solidali, sapendo del grande divario che c’è tra una parte e l’altra d’Italia”? ha commentato il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin dopo il voto del Senato. E pochi giorni prima un avvertimento pesante era giunto da Matteo Maria Zuppi presidente della CEI: “Attenti i vescovi del Sud sono sul piede di guerra”.

La questione non è solo ciò che un domani potrà accadere ma ciò che sta già accadendo oggi, con uno scenario politico parlamentare terreno di scontro duro, come nell’epoca post risorgimentale e con i giornali nazionali che sulla scia di questa contrapposizione si schierano a favore o contro una causa, a sostegno o contro le forze politiche, tornando a quel vizio d’origine del giornalismo italiano che ha condizionato a lungo la sua funzione e il suo sviluppo, non solo nel ventennio fascista. Si sta facendo un tipo di giornalismo votato alle cause da sostenere, delle parti politiche da assecondare, e poco attratto dall’esigenza di informare con correttezza con il fine precipuo di comunicare notizie e di interpretare i gusti e le esigenze dei lettori e di informare a tutto campo. Anche per questo i giornali nazionali continuano a perdere lettori. Un secolo e mezzo dopo l’Unita’, i mezzi della comunicazione risentono ancora di quel vizio d’origine che malauguratamente si riflette nelle vicende storiche del Paese, anch’esse, per mancanza di visioni, tornate all’epoca dei contrasti e delle fratture politiche che allontanarono e oggi ancora allontanano il Mezzogiorno dall’Italia e dall’Europa, delegittimando i valori etici-politici dello Stato unitario. (mnu)

MUSEI IN CALABRIA SEMPRE PIÙ AFFOLLATI
IL TURISMO DEVE PUNTARE SULLA CULTURA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È un vero e proprio riscatto culturale, quello dei musei calabresi. In tre anni, infatti, sono stati recuperati – e quasi raddoppiati – il numero dei visitatori rispetto al periodo pre-pandemia. Un dato significativo, che fa comprendere, ancora una volta, quanto la cultura e i tesori custoditi nella nostra regione siano fondamentali per il rilancio della regione.

Dopo i 162.178 accessi del 2019 si era scesi ai 75.519 del 2020 (anno del Covid) con un decremento pari a -53,43%. Una prima ripresa si era avuta già nel 2021 quando gli accessi erano stati 103.912 con un aumento rispetto all’anno precedente pari al +37,60%. Un trend di crescita che si è consolidato sia nel 2022 (con 208.235 accessi pari ad un aumento del +100,40%) e nel 2023 (con 250.080 visitatori e un nuovo aumento del 20,10%). Dati che raccontano di un (quasi) raddoppio dei visitatori rispetto al periodo pre-pandemia.

L’analisi degli introiti, allo stesso modo, rivela che nel 2022 dallo sbigliettamento sono arrivati nelle casse della Drm Calabria quasi 148mila euro (precisamente 147.595,90 euro) mentre nel 2023 quasi 250 mila euro (esattamente 253.925 euro). Confrontando i due dati ne risulta una crescita pari a oltre il 72%: numeri che raccontano di un trend, anche in questo caso, impressionante.

«Le immagini dei musei chiusi, dei parchi con l’erba alta e le manutenzioni in affanno, sono oramai alle nostre spalle», ha commentato con soddisfazione il direttore della Direzione Regionale Musei Calabria, Filippo Demma.

«Grazie ad un grande e importante lavoro di squadra – ha spiegato – i musei statali calabresi crescono in maniera decisa e costante. Siamo particolarmente contenti anche dell’aumento davvero corposo degli introiti che saranno reimpiegati sul territorio in progetti di conservazione e valorizzazione del patrimonio e di supporto al personale».

«Alla professionalità e allo spirito di sacrificio dei dipendenti della Direzione regionale Musei Calabria, in particolare – ha proseguito Demma – va il mio ringraziamento. Il loro lavoro ha consentito a tutti i luoghi della cultura di superare con successo un periodo caratterizzato da gravi carenze di organico solo recentemente attenuate da nuove immissioni in ruolo».

«Determinante è stato anche il sostegno centrale da parte della Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura e del professore Massimo Osanna che ne è a capo – ha concluso –. Guardiamo a questo 2024 come all’anno che confermerà definitivamente il trend positivo della cultura in Calabria».

Ma il 2024 non è solo l’anno del riscatto della cultura in Calabria: è, anche, quello del Turismo delle radici. Ovvero quel tipo di turismo per cui gli italiani emigrati nel mondo e i loro discendenti (circa 60/70 milioni di persone) vogliono tornare a visitare i luoghi natii.

Un bisogno molto sentito dai 6 milioni di calabresi residenti all’estero, tanto che da alcuni mesi si registrano, sempre di più, le visite e i racconti di chi è tornato per riscoprire i luoghi nativi dei loro antenati.

Il turismo delle radici, dunque, è un’occasione imperdibile per i piccoli Comuni calabresi per diventare parte integrante del turismo moderno. Lo stesso Giuseppe Nucera, nel corso dell’International Tourism & Travel Show di Montreal svoltosi lo scorso novembre, aveva ribadito come «il turismo delle radici è la chiave per il rilancio della Calabria».

«Sono milioni i calabresi che si sono creati una nuova vita all’estero, ma che hanno un legame intenso e indissolubile con la loro terra – ha ricordato –. Anche persone di terza o quarta generazione, avvertono la necessità di conoscere la Calabria, i luoghi che hanno visto nascere i loro cari».

«Alle bellezze uniche e meravigliose della nostra regione – ha evidenziato Nucera – si unisce il forte desiderio di una immensa comunità di ammirarle o riscoprirle. Al contempo, l’offerta turistica va fortemente proprio nella direzione del turismo delle radici, con la Calabria che possiede incantevoli borghi spopolati, che possono trovare nuova vita ospitando per un periodo di tempo anche prolungato gli emigrati».

Ma, se si vuole arrivare a questo obiettivo, è fondamentale risolvere i problemi atavici della regione, a partire dalle infrastrutture.

Nel nostro giornale, Aristide Bava denunciava come «uno dei problemi  più gravi che esiste sul  territorio della Locride è, certamente, quello della mancanza di adeguati collegamenti cosa che, soprattutto dal punto di vista turistico, continua a frenare lo sviluppo dell’intera zona. E stiamo parlando di collegamenti di ogni tipo a partire da quelli ferroviari».

«D’altra parte – continua a scrivere Bava – non è che affrontare un viaggio verso la Calabria sia facile. Arrivare in auto spesso è difficile per le solite precarie condizioni delle strade e anche l’arrivo in treno (a Rosarno, a Gioia Tauro o a Lamezia) deve combaciare con collegamenti con pullman che sono molto risicati o  con mezzi di fortuna e/o amici che devono poi provvedere a farli arrivare nella fascia ionica reggina. E spesso sono in molti i forestieri che rinunciano alle loro vacanze in Calabria. In effetti il problema dei mancati collegamenti ferroviari, stradali o aerei  penalizza fortemente il territorio, questo è ormai indiscutibile».

«Il territorio si salva in qualche modo ma le presenze rimangono ancora limitate rispetto alle sue enormi possibilità perché è appetibile e ricco di risorse di vario genere, ma riteniamo che questo problema debba essere preso in seria considerazione. Bisogna certamente fare qualcosa di concreto anche in fatto di costi. E non solo per i “ritorni” della nostra gente ma anche e soprattutto adesso che molti turisti stanno scoprendo il territorio della Locride e con esso le grandi potenzialità della Calabria», ha concluso Bava.

Un problema a cui, lentamente, la regione sta cercando di porre rimedio. È proprio di qualche giorno fa l’annuncio che l’aeroporto di Reggio Calabria sarà uno dei nuovi hub della compagnia Ryanair.

«Un evento storico», lo ha definito il presidente della Regione, Roberto Occhiuto che, allo stesso tempo, ha annunciato l’impegno nel cercare di tenere aperto, oltre l’orario stabilito, dell’Aeroporto di Crotone.

«L’investimento sulle nuove rotte è decisivo per il turismo – ha evidenziato –. Dobbiamo portare in Calabria milioni di visitatori facilitando l’accesso attraverso i nostri aeroporti. Ed è quello che sto cercando di realizzare».

E, tra i visitatori, sono incluse le famiglie. Il governatore, infatti, ha riferito di star investendo sugli alberghi e di aver creato un bando da 16 milioni per permettere alle strutture di attrezzarsi per essere a misura di bambino.

«Su questo abbiamo destinato delle risorse perché mi piacerebbe che da qui a un anno la Calabria potesse avere un ‘bollino’ e qualificarsi come regione dove il turismo è a misura di bambino», ha concluso.

Un piano molto ambizioso quello del Governatore, ma che sicuramente può funzionare. D’altronde, oltre al mare e alla montagna, nella nostra regione ci sono tantissimi Musei che, spesso, offrono laboratori creati ad hoc per i più piccoli per far scoprire loro, tramite il gioco, la storia e la cultura della nostra regione.

Un’occasione, quella offerta dai Musei, che non solo offre un momento di divertimento per i più piccoli, ma anche una scusa per i più grandi di visitare un luogo che custodisce un patrimonio storico, artistico e culturale non indifferente. Iniziative del genere andrebbero organizzate e promosse di più. (ams)

 

EDILIZIA SCOLASTICA, CALABRIA BOCCIATA
TANTI RITARDI E INTERVENTI MAI AVVIATI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Mancanza di programmazione e un atavico e cronico ritardo dominano l’edilizia scolastica in Calabria. Una scuola su tre – non solo in Calabria, ma anche in Sicilia – necessitano di interventi urgenti di manutenzione e, negli ultimi cinque anni, non sono state costruite nuove scuole. Questa è solo una parte della fotografia desolante scattata dal Report Ecosistema Scuola di Legambiente, giunta alla 23esima edizione, perché, mentre «per il Governo la priorità è il Ponte sullo Stretto, a discapito dello stato di salute delle scuole e della mobilità sostenibile, due priorità sui cui sarebbe urgente lavorare».

Insomma, è tutto da rifare e ripensare per l’Associazione, soprattutto nella nostra regione, in cui non ci sono edifici costruiti con i criteri della bioedilizia – anche se a livello nazionale sono soltanto l’1,3% – così come non risultano essere state edificate scuole nuove negli ultimi 5 anni. Eppure, in Calabria ci sono 153 Istituti scolastici con una popolazione scolastica di 24.328 studenti.

Ma avere scuole nuove e innovative sembra essere un miraggio: «ammonta a 6 milioni di euro – ha rilevato Legambiente – l’entità di fondi necessari a singola scuola mediamente. Investimenti che occorre programmare in un medio lungo periodo e che difficilmente si possono trovare nei bilanci ordinari dei Comuni, se non accedendo a fondi nazionali. Nonostante lo stanziamento delle risorse, nella Penisola la realizzazione di nuove scuole è un miraggio: negli ultimi 5 anni è stato dello 0,6%».

«Così come – si legge nel Rapporto – l’attivazione del tempo pieno, mediamente presente nel 33,2% delle classi del Centro-Nord e nella più modesta media del 20% nel Sud e nelle Isole. Preoccupante è lo stato di avanzamento dei progetti riguardanti i piani del Pnrr: asili nido, messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica, estensione del tempo pieno – mense, infrastrutture per lo sport, costruzione di nuove scuole, nell’iter che va dal progetto, alla gara e all’aggiudicazione: in Calabria su 539 progetti per una media di oltre 1 milione e trecentomila euro a progetto sono stati aggiudicati solo per il 28,8%».

A tal riguardo, l’Associazione ha ricordato come «ammontano a 519 milioni di euro i fondi stanziati dal Pnrr per 767 nuove realizzazioni o ampliamenti/potenziamenti di spazi mensa.Sembrano aver fatto richiesta di questo tipo di finanziamenti in maniera importante le regioni del Sud e delle Isole, che attualmente non superano una media di classi a tempo pieno nel 20% dei casi.Un incremento che dovrebbe muovere il basso dato di edifici con mensa scolastica che mediamente al Nord è presente in 3 scuole su 4 mentre nelle Isole, nemmeno nella metà degli edifici».

«Non va dimenticato poi che in Sicilia e Calabria – dove tutti i capoluoghi di provincia, con la sola eccezione di Caltanissetta, sono in area sismica 1 e 2 – mediamente, nel 65% dei casi non è stata effettuata la verifica di vulnerabilità sismica. Sul fronte messa in sicurezza, altro osservato speciale è il Centro Italia colpito dal sisma 2016 dove negli ultimi 5 anni – ha denunciato Legambiente – gli edifici in cui sono stati realizzati interventi di adeguamento sismico sono solo il 3,4%».

«A livello nazionale – viene rilevato nel Report – nel 2022 gli edifici costruiti secondo i principi di bioedilizia rimangono relegati al 1,3% del totale. L’efficientamento energetico, pur affrontato da alcune amministrazioni su un numero consistente di edifici di propria pertinenza,riguarda solo il 12,7 % del totale degli edifici scolastici tra quelli realizzati negli ultimi 5 anni, distribuito in modo piuttosto disomogeneo».

«Questo a fronte di un dato sconfortante rispetto alla pressione del problema energetico: di tutti gli edifici scolastici, solo il 5,4 % si trova in classe A, mentre ben il 73% in classe E, F e G.Nota positiva riguarda invece l’interesse delle amministrazioni (90%) a realizzare comunità energetiche scolastiche – continua la nota –. Le scuole in cui è presente un servizio di mobilità collettiva, fattore che potrebbe migliorare molto la congestione delle nostre città, sono ancora solo un 20,8% per gli scuolabus e il 10,7% per le linee scolastiche. Sempre molto bassi e concentrati al Nord i servizi di pedibus (4,1%) e bicibus (0,2%), che pure potrebbero rappresentare una mobilità non solo sostenibile ma anche più salutare e divertente. Sul fronte sicurezza, gli edifici scolastici posti all’interno di isole pedonale sono l’1,9%, in ZTL il 4%, in Zone 30 il 13,6%, in strade scolastiche il 6,9%».

Dati che dimostrano, ancora una volta, come «i fondi nazionali destinati all’edilizia scolastica risultano essere fortemente penalizzanti per la Calabria», hanno rilevato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria e Stefania Rotella, responsabile Settore Scuola di Legambiente Calabria.

«Si sta, inoltre, verificando un ingente spostamento di risorse, come sta accadendo per il fondo perequativo per superare i gap infrastrutturali del Sud, con 1,1 miliardi sottratti al comparto istruzione e dirottati sul ponte sullo stretto di Messina. Appare evidente l’esigenza – hanno concluso Parretta e Rotella – di agire sulle vere priorità di Calabria e Sicilia, considerando la primaria importanza del sistema Scuola, sia in termini di adeguamento delle infrastrutture a partire dalla basilare verifica di vulnerabilità sismica sino all’efficientamento energetico, all’ incremento di servizi quali ad esempio, impianti per lo sport, mobilità sostenibile, mense biologiche».

Ma non è solo la Calabria a essere penalizzata: È l’intero Sud a essere “dimenticato” dalle Istituzioni. Lo dimostrano i dati rilevati per quanto riguarda i servizi scolastici che, «nonostante rappresentino una parte importante per la crescita, la socialità e l’inclusione tra i ragazzi sono poco garantiti nelle scuole del Sud della Penisola. Il tempo pieno è praticato mediamente solo nel 20% delle scuole del Sud e delle Isole, contro una media del 35% delle classi del Centro Nord. Grandi assenti anche le palestre e gli impianti sportivi: nel Sud Italia una scuola su due non ha palestre o impianti sportivi e dove gli impianti sono funzionanti, quelli che sono aperti oltre l’orario scolastico sono a poco più del 40% nelle città del Sud e del 33% nelle Isole, contro l’oltre 60% nei capoluoghi di provincia del Centro-Nord».

«L’investimento complessivo del Pnrr per la costruzione o la ristrutturazione di edifici nuovi o adattati, adibiti a palestre o impianti sportivi – ha ricordato Legambiente – è di circa 350 milioni per 445 progetti, di cui più della metà nelle regioni del Sud e delle Isole che in parte dovrà colmare divari infrastrutturali anche se in realtà sono presenti carenze un po’ in tutta la penisola, con 1 scuola su 2 che non ha la palestra e che vede in un impianto su tre la necessità di manutenzione urgente (al Sud diviene quasi uno su due)».

«A fronte di ciò – ha rilevato Legambiente – se le risorse stanziate con il Pnrr, dovrebbero rappresentare in generale un’importante opportunità per rinnovare in tutta la Penisola la qualità degli edifici e dei servizi scolastici attraverso nuove scuole e più servizi tra cui tempo pieno, palestre, mense e asili nido, ad oggi fatica la messa a terra degli stanziamenti previsti con più del 40% degli interventi bloccati nella fase iniziale di progetto».

Di fronte alla fotografia che emerge, Legambiente ha indirizzato al Governo Meloni e al Ministro dell’Istruzione le sue proposte chiedendo, in primis, di «dare priorità nell’indirizzo dei fondi, compreso il Pnrr, alla messa in sicurezza e adeguamento sismico delle scuole in area sismica 1 e 2 e all’efficientamento energetico degli edifici raggiungendo una diminuzione dei consumi almeno del 50%; di istituire una struttura di governance per la facilitazione all’accesso e alla gestione dei fondi per l’edilizia scolastica da parte degli Enti Locali e di rendere di facile consultazione i dati dell’anagrafe scolastica e dello stato di avanzamento dei fondi e interventi per l’edilizia scolastica».

Per Claudia Cappelletti, responsabile nazionale Scuola di Legambiente, «la transizione ecologica passa anche per l’edilizia scolastica e i relativi servizi, ma oggi questo percorso è fin troppo timido e fatica a decollare come raccontano i dati del nostro Rapporto Ecosistema Scuola».

«Occorre accelerare il passo – ha rilanciato – per evitare che la scuola rimanga indietro e che aumentino ancor di più le disuguaglianze. Le risorse del Pnrr rappresentano un’opportunità importante e preziosa che non deve essere assolutamente sprecata. Quello che ci auguriamo è che l’infrastruttura scolastica e tutto ciò che attiene all’istruzione venga considerato asse strategico per la crescita del Paese, con un costante e ampio investimento in una programmazione che assicuri la capacità di intervento ordinario e straordinario».

«Non dimenticando, in un Paese in cui persistono molti divari – ha concluso – che l’autonomia differenziata non è la risposta ad una tale esigenza di perequazione».

«Dove esistono problemi più acuti di povertà educativa e di carenze di servizi – ha dichiarato Elena Ferrario, presidente di Legambiente scuola e formazione – la scuola non riesce ad essere quel presidio educativo presente e aperto anche in orario extrascolastico, come sarebbe auspicabile. Non basta dare fondi per le strutture murarie, come sta avvenendo nel Pnrr, se su funzioni socialmente strategiche come palestre, mense, asili nido, non si prevedono fondi ulteriori per la loro gestione».

«Il Paese, in sintesi – ha concluso l’Associazione – ha bisogno di scuole innovative, più sicure e inclusive come raccontano anche le buone pratiche, come servizi di mense scolastiche a km zero, “Nidi comunali gratuiti per tutti”, attività di scuolabus e pedibus o laboratori di CER (Comunità Energetiche Rinnovabili), riguardanti edifici scolastici». (ams)

SANITÀ, L’AUTONOMIA RIMANE INCOMPIUTA
SE NON SI GARANTISCONO LEP E FABBISOGNI

di ETTORE JORIO – Ovunque la gente muore di mala sanità o quantomeno passa le pene dell’inferno nel rintracciare un medico di famiglia che non ha più ovvero, ancora, ad “acchiappare” un esame diagnostico vitale, altrimenti programmabile a distanza di anni, spesso post mortem.

Ovunque gli anziani sono più soli che mai, e nella loro moltitudine maggioritaria nella nazione non hanno servizi adeguati e non trovano alcuno che garantisca loro l’assistenza sociale. Idem, con somma vergogna, per i disabili. Per non parlare di trasporti pubblici, latitanti e angusti a tutti i livelli; di una scuola che non lo è più; di rifiuti che rientrano per volume nelle abitazioni poste ai primi piani perché incontenibili sui marciapiedi; dell’ambiente degradato; del dissesto idrogeologico; del mare pieno di escherichia coli; di una sicurezza tanto in deficit sociale da far portare a casa qualche coltellata.

Per non parlare della condizione delle infrastrutture con ponti in pericolo e strade con voragini che conducono all’inferno. Ebbene, a fronte di tutto questo, pur di dimostrare di esserci, si fa il tifo perché le cose continuino così, con una spesa storica incapace di rendere servizi, buona solo a farci la cresta sopra. Insomma, invece di affrontare la mamma di problemi, la finanza pubblica, come meglio renderla strumentale a rendere i diritti fondamentali, ci si reinventa.

Con questo si prende a schiaffi la Costituzione, quella voluta di forza nel 2001 dal centrosinistra alla quale ha dato un ampio consenso referendario il Paese il 7 ottobre di quell’anno. Ma non ci si accontenta di ciò. Il centrosinistra maltratta il ddl predisposto e approvato dal governo Prodi il 3 agosto 2007 di attuazione del federalismo fiscale, un po’ prima che fosse mandato a casa. Dal quale testo uscì poi, con qualche miglioramento, quello di Calderoli che si tradusse nella legge 42/2009 con una votazione positiva di tutto il Parlamento, fatta eccezione dell’Udc.

A questa seguirono undici decreti delegati condivisi da tutto l’arco parlamentare, tra i quali quello (n. 168/2011) che affidava ai costi e fabbisogni standard, collaborati dal fondo perequativo in soccorso delle Regioni povere, la sostenibilità dei Lep. A proposito di questi ultimi, fatta eccezione per i malconci e inadeguati Lea venuti fuori a fine 2001 e rivisti a gennaio 2017, a nessuno è importato più dello zero (nel senso matematico).

A ricordarsene, con un mero ma confuso accenno perché messo in una relazione errata, Boccia nel suo Ddl del 2020 (Conte II) poi ripreso dalla Gelmini nel governo Draghi che, di fatto, hanno svolto lo stesso ruolo di Prodi. Testi gregari per Calderoli, che ne ha copiato tanto e migliorato parecchio portando così a casa il voto favorevole dal Senato il 23 gennaio scorso.

C’è da essere soddisfatti? Affatto. L’impianto legislativo è appena passabile ma positivamente condizionato alla definizione dei LEP e alla determinazione degli strumenti finanziari per sostenerli.

Il tutto, avvenuto nella confusione totale, nella totale inconsapevolezza di cosa si stesse facendo a partire dall’insediamento dell’attuale Governo: – Legge 197/2022, di bilancio per il 2023. Un obiettivo temporale per definire i LEP con scadenze ballerine, prima entro la fine del 2023, oggi del 2024 e chissà per arrivare fin dove; – L’affidamento ad una Cabina di regia politica con il mandato di determinarli al Clep. Un’invenzione che non va bene per raggiungere la mission di definizione dei Lep. Un organo pletorico che sta dimostrando la sua lentezza e la non adeguatezza a raggiungere velocemente lo scopo istituzionale. Individuare i Lep per materia non è roba da affidare, esclusivamente ad accademici, ai quali manca la duttilità della materia. I Lep sono materiale d’uso, in quanto tale non da racchiudere in schede che nel leggerle si ricava una grande lontananza dal pervenire a ciò che occorre al Paese per usufruire nel concreto dei diritti civili e sociali. I Lep costituiscono l’elemento basico attraverso i quali gli anzidetti diritti prendono forma esigibile e non già assumano circoscrizioni teoriche fini a se stesse; – Il tema nella sua completezza. Un disorientamento totale nel comprendere cosa occorra fare per finanziare il buon esito della partita. Meglio quanti soldi occorrono, una volta individuati, per renderli esigibili alla popolazione intera. E qui si apre il sipario delle fantasie che si leggono e si ascoltano. A proposito, si assiste al dramma della inconsapevolezza di chi pretende il costo delle dipintura dei muri senza neppure avere costruita la casa. Diventa, infatti, ridicolo ascoltare previsioni sia nefaste che stupefacenti.

Entrambe sono impossibili e incredibili sino a quando non si verifichino più cose: a) che vengano definiti i Lep per materie o gruppi di esse, al lordo delle trasversalità necessarie; b) che vengano per ogni materia individuati i fabbisogni delle singole regioni, con una chiara evidenziazione delle differenze negative che le distinguono sul piano delle povertà del gettito; c) che vengano determinati i costi standard per Lep o gruppi di essi; d) che sulla base degli anzidetti rilievi differenziati vengano determinati per Lep i fabbisogni standard cui dare certezza di copertura anche attraverso la perequazione verticale che occorre disciplinare e rendere praticabile previa la costituzione del Fondo. Un’esigenza irresponsabilmente silente in tutto il percorso pre-legislativo.

Solo così potrà farsi ciò che occorre, altrimenti continueranno competizioni sull’acqua calda. Ciò in quanto il regionalismo differenziato, per potervi accedere, è subordinato a tutto quanto evidenziato. Insomma, no Lep, costi e fabbisogni standard? No party! (ej)

[Courtesy Sanità24]

I GIOVANI NON COME PRIORITÀ SECONDARIA
BENSÌ RISORSA PREZIOSA PER LA CALABRIA

di GIULIA MELISSARI – Se in Francia un trentaquattrenne come Gabriel Attal può essere nominato Primo ministro, in Italia sembra che i giovani facciano ancora molta fatica a emergere. Senza addentrarmi in un discorso troppo ampio, vorrei focalizzarmi sul nostro “piccolo” orticello: la Calabria.

Ripercorriamo brevemente gli ultimi tre anni. Durante un incontro al Palazzo della Regione con i candidati a Presidente, tutti incredibilmente presenti, è stato presentato un manifesto giovanile con proposte precise. Quel manifesto, lavoro frutto di incontri proficui tra giovani appartenenti a organizzazioni del terzo settore, millennial e generazione Z, è stato sottoscritto dai candidati presenti, tra cui il successivamente eletto Presidente Roberto Occhiuto.

Successivamente, c’è stato un incontro con la Vicepresidente Giusi Princi, con tanto di articolo sul giornale, la quale ha promesso di seguire questo percorso, per costruire insieme un osservatorio giovanile e strutturare al meglio le proposte. Purtroppo, tutto è svanito dopo quel momento.

La politica regionale potrebbe sostenere che ci sono questioni più urgenti da affrontare. Tuttavia, sorge spontanea la domanda se sia davvero necessario concentrare tutte le forze su un unico problema alla volta e, nel frattempo, ci interroghiamo sul presente e il futuro di una regione sempre più abbandonata.

Non sono sufficienti gli articoli occasionali che esaltano storie di «manager d’azienda che lasciano tutto per aprire un’impresa in Calabria». Queste storie vengono presentate come un sacrificio incredibile o un atto di coraggio straordinario, quasi come se ciò fosse una missione umanitaria, ma la realtà è ben diversa.

Ed allora, forse, la priorità di un politico dovrebbe essere quella di ascoltare i giovani, andando oltre gli incontri occasionali nelle scuole o nei convegni per dare fiducia e concretizzare idee provenienti da un impegno senza pregiudizi politici, per il bene comune e per intravedere o, quanto meno, desiderare di accendere una luce in fondo a questo lungo tunnel.

Mi chiedo se, alla fine dell’anno, i nostri politici abbiano ascoltato il discorso del Presidente della RepubblicaSergio Mattarella, che ha dedicato ampio spazio ai giovani e alla partecipazione. Il Presidente ha parlato di speranze, di cogliere il nuovo, di rassegnazione e indifferenza, sottolineando che partecipare alla vita della comunità è un diritto alla libertà.

Questa parte del discorso ha rafforzato in me uno spirito di resistenza, o meglio, citando il Prof. Vito Teti, di Restanza, un movimento, non una retorica. La rivoluzione è dentro di noi, ed è giunto il momento non solo di chiedere di essere ascoltati, ma di pretenderlo.

L’insegnamento di Don Italo Calabrò ai giovani, il non delegare, è motivo di azione che deve partire dal basso, una rivoluzione democratica di libertà. Se da un lato i giovani devono agire e non delegare, la politica, invece, dovrebbe farlo, delegando ai giovani idee, creatività e voglia di fare. Le nuove generazioni sono viste solo come «coloro che stanno sempre connessi sui social», ma è il momento di rivedere queste considerazioni, perché, paradossalmente, sono spesso i politici a essere più presenti sui social.

Noi siamo ancora qui, ma questa volta non aspettiamo, abbiamo la voglia di continuare a generare un cambiamento. Come in una partita di pallacanestro, l’azione d’attacco dura 24 secondi e sta per scadere l’opportunità di fare canestro. Vogliamo costruire insieme un tiro da tre punti allo scadere o fare suonare la sirena come sempre, perdendo la partita?

In conclusione, mi rivolgo alla politica – tutta – regionale con un appello sincero. I giovani calabresi sono in attesa, che vengano ascoltate le loro proposte con responsabilità e considerazione. Infatti le idee che emergono da un impegno senza pregiudizi politici rappresentano una risorsa preziosa per il bene comune e il futuro della nostra regione.

Sicché invitiamo le Istituzioni a non sottovalutare la voce della gioventù e a tradurre in condotte responsabili le proposte che sono state rappresentate. Creare un dialogo continuo e costruttivo con i giovani, delegando responsabilità e dando fiducia alle loro idee e alla loro creatività, è un passo fondamentale per costruire una Calabria più inclusiva e prospera.

L’appello è a non considerare le questioni giovanili come una priorità secondaria, ma piuttosto come una componente essenziale per il progresso e lo sviluppo della regione. In un periodo in cui la partecipazione attiva dei giovani è cruciale per il cambiamento positivo.

Poiché i giovani calabresi, quelli che sono rimasti in questo territorio, sono convinti che la politica regionale deve abbracciare questa prospettiva, perciò l’invito è di creare un ambiente in cui le proposte dei giovani siano non solo ascoltate, ma anche implementate concretamente per il bene di tutti.

La Calabria ha il potenziale per diventare un luogo in cui le generazioni future contribuiscano attivamente al proprio destino, e questo potrà accadere solo attraverso un dialogo aperto e una collaborazione identitaria tra giovani e Istituzioni. (gm)

[Giulia Melissari è del Gruppo Giovani del Centro Agape di Reggio Calabria]

TRADITI GLI ELETTORI DEL MEZZOGIORNO
PASSA L’AUTONOMIA CON I VOTI DEL SUD

di SANTO STRATI – Diciamo la verità: nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla eventuale mancata approvazione in Senato del ddl Calderoli che introduce l’autonomia differenziata. I numeri della coalizione garantivano il successo, ma se non fosse mancato il coraggio ai senatori (della maggioranza) del Mezzogiorno di mettere in discussione il provvedimento fortemente voluto dalla Lega, probabilmente lo scenario sarebbe stato diverso.

Ha ragione, sotto questo punto di vista, la senatrice pentastellata Maria Domenica Castellone che ha parlato chiaramente di tradimento nei confronti degli elettori del Sud da parte dei parlamentari  del Mezzogiorno: il loro impegno (a parole) di contrastare l’autonomia leghista si è dissolto, in mezzo a imbarazzanti dichiarazioni di voto.

Si comprende, chiaramente, che la coalizione di centro destra non poteva rischiare figuracce ed essere costretta, nel caso, a un voto di fiducia su un provvedimento che non si sbaglia a definire spacca-Italia, checché ne dicano i vari fautori dell’autonomia.

È solo il primo passo, d’accordo, quando arriverà alla Camera ci sarà modo e tempo di introdurre qualche opportuna modifica, ma ciò non toglie che è l’impianto stesso del provvedimento legislativo a essere discutibile (e oltremodo errato). Di sicuro è stata mortificata  la facoltà legislativa del popolo scartando a priori la legge d’iniziativa popolare presentata con 100mila firme a proposito dell’applicazione del Titolo V della Costituzione (modificato nel 2001) con chiari riferimenti alle ipotesi di autonomia regionale differenziata.

Lo spettacolo in Senato (dove era presente una cospicua delegazione di studenti che ha potuto toccare con mano la decadenza della politica) è stato penoso, non tanto per le urla e i dissensi a viva voce che interrompevano gli interventi dell’opposizione, quanto per le imbarazzanti prese di posizione del centro destra (non leghista) spese a giustificare il provvedimento, esaltandone vantaggi e opportunità.

La verità che emerge dal provvedimento approvato con 110 voti (ne sarebbero bastati 88), 64 contrari e 3 astenuti è che si pongono le premesse per l’istituzione di venti staterelli (le regioni) ognuna per sé stante, con iniziative diseguali persino con gli stati (ops, scusate le regioni) confinanti buone per creare ulteriori disagi, in termini di burocrazia e di welfare sociale.

Con un avvertimento: chi aveva più risorse continuerà ad averne ancora di più, chi non spendeva per mancanza di fondi ne avrà ancora di  meno. È l’infame logica della spesa storica che ha premiato le regioni settentrionali e penalizzato (o meglio punito) tutto il Mezzogiorno. Col risultato – più volte messo in buona evidenza dalla Svimez – di un divario insopportabile tra Nord e Sud. A Reggio Emilia 77 asili nido, a Reggio Calabria 3: basterebbe solo questo dato  a far capire che la legge Calderoli non solo non toglie ai ricchi per riassegnare risorse ai poveri, ma toglie ulteriormente ai “poveri” fondi che andranno a rimpinguare ulteriormente le casse delle opulente regioni del Nord. E non si  tratta di ribadire l’ormai legnosa lagnanza della mancata perequazione su tutti i fronti, ma bisogna prendere atto che l’Italia si è “sfatta” e, salvo improbabili capovolgimenti alla Camera, non ci saranno percorsi di salvezza.

È bene ricordare che la Riforma del titolo V della Costituzione fu voluta (e votata) dai governi di centro-sinistra mostrando fin dai primi momenti dell’attuazione evidenti defaillances che andavano sanate. Le diverse legislature e i vari Governi che dal 2001 si sono alternati (molti a guida di centro-sinistra) si sono ben guardati dal mettere mano e proporre alle dovute modifiche costituzionali necessarie. E molti di loro che siedono ancora nei banchi del Senato ieri non hanno avuto il buon gusto e la lealtà di sottolineare le proprie colpevoli indulgenze in tutti questi anni in cui si poteva provvedere a “sistemare” quella parte di Costituzione (modificata) che non poteva funzionare nei confronti dei poteri delle Regioni, dei loro adempimenti, dei loro diritti, dei loro obblighi.

Quindi, anziché prevedere una nuova (sensata) modifica costituzionale del Titolo V che aveva tante ragioni per essere attuata, si è preferito procedere con una legge ordinaria, peraltro collegata al DEF, sì da bloccare emendamenti e interventi.

Il voto di ieri non è ovviamente definitivo e la legge deve ottenere il sì definitivo della Camera salvo il ritorno al Senato, in caso di modifiche che dovessero arrivare da Montecitorio. Una legge, comunque, che non avendo copertura finanziaria per l’attuazione dei livelli essenziali di prestazione – Lep – sarà molto probabilmente respinta dal Capo delle Stato e rinviata alle Camere).

Una legge che scontenta buona parte del Paese e che i parlamentari di Forza Italia e di Fratelli d’Italia avrebbero potuto mettere in discussione mostrando i denti. Ma il coraggio, in Parlamento, non si compra un tanto al chilo. Se lo ricordino gli elettori quando si tornerà a votare.   (s)