IMPRESE CALABRESI A RISCHIO CON LA
STRETTA MONETARIA: INVERTIRE ROTTA

di ANTONIETTA MARIA STRATI  – La stretta monetaria mette a rischio le imprese calabresi. Secondo lo studio condotto dall’Osservatorio Mpi di Confartigianato Calabria, infatti, sulla base dell’incremento tendenziale dei tassi sulle consistenze dei prestiti alle imprese, si stima un maggiore costo su base annua sul credito erogato alle MPI – ossia alle micro e piccole imprese fino ai 50 addetti – di 69 milioni di euro.

L’analisi del costo del credito a livello regionale evidenza che a marzo 2023 il tasso di interesse bancario attivo (Tae) pagato dal totale delle imprese calabresi si attesta al 7,83%, il più alto rilevato tra le regioni (Calabria è prima nel ranking nazionale), in aumento di 167 punti base rispetto a quello di giugno 2022, 9 mesi prima della stretta monetaria, che rischia di mettere il freno a mano all’economia italiana e dell’Eurozona, quest’ultima già caduta in recessione tecnica.

Con l’aumento di tassi e costi dell’energia, salgono gli utili di banche e imprese energetiche. Sulla base dello stock dei prestiti concessi alle imprese fino a 20 addetti e alla distribuzione degli addetti nelle piccole imprese con 20-49 addetti si stima a livello provinciale un maggiore costo su base annua sul credito erogato alle MPI pari a 26 milioni di euro a Cosenza, a 17 milioni di euro a Reggio Calabria, a 14 milioni di euro a Catanzaro, a 6 milioni di euro a Crotone e a 5 milioni di euro a Vibo Valentia.

La dinamica del credito concesso alle piccole imprese calabresi – corretta soprattutto per le cartolarizzazioni –a marzo 2023 si attesta al -1,5% (era del -0,6% a dicembre 2022). Risultato migliore rispetto alla dinamica rilevata a livello nazionale (-4,4%) e in controtendenza rispetto al +0,7% registrato per il totale imprese della regione.

A livello provinciale – per cui si esaminano variazioni % tendenziali non corrette dei prestiti concessi al totale imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici) – situazioni di tensione sul credito più pesanti si rilevano a Catanzaro (-10,2%) e a Crotone (-7,3%). A livello settoriale, sempre con riferimento a variazioni tendenziali non corrette, la dinamica dello stock dei prestiti concessi a marzo 2023 risulta in riduzione in tutti e tre i macrosettori con intensità maggiore nel Manifatturiero (-13,0%), a cui seguono i Servizi (-3,3%) e le Costruzioni (-1,2%).

Nel dettaglio esaminando il trend del credito per settore e territorio si osserva che nel Manifatturiero perdono di più in termini di prestiti concessi, contribuendo a determinare la flessione del credito rilevata a livello regionale (-13,0%), a Catanzaro (-30,1%) e Crotone (-25,6%); nei Servizi contribuiscono maggiormente al risultato regionale le contrazioni dei prestiti più marcate rilevate per le imprese di Catanzaro e Cosenza (entrambe con un trend del -4,0%); e nelle Costruzioni la dinamica regionale è correlata al trend dei prestiti del -9,9% rilevata per Crotone e del -4,9% per Reggio Calabria.

Per l’artigianato, infine, le flessioni del credito di intensità maggiore alla media regionale si rilevano, a livello provinciale, per Cosenza (-10,7%) e Catanzaro (-10,2%).

Questi dati così negativi mettono in luce un’altra emergenza: quella dell’usura. Gli imprenditori, infatti, non riuscendo ad avere accesso a prestiti, potrebbero rivolgersi alla criminalità organizzata per poter ottenere la somma necessaria per non andare in rosso.

Un fenomeno, per il presidente di Abi Calabria, Maurizio Coppola, che «danneggia il tessuto economico locale, per cui è necessario intensificare ulteriormente il rapporto tra le banche e tutti gli interlocutori coinvolti, nella prospettiva di una sempre più efficace opera di prevenzione di questi fenomeni criminali. Priorità perseguibile anche attraverso l’incremento degli strumenti di sostegno alle famiglie, alle microimprese o più in generale alle piccole medie imprese in momentanea difficoltà».

Per Coppola, infatti, «il mondo bancario svolge un ruolo cruciale nella prevenzione e nel contrasto dei comportamenti criminosi. Prevenzione del fenomeno del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo internazionale; segnalazione di operazioni sospette; Protocolli antiusura con le Prefetture calabresi e forze dell’ordine; Protocolli gestione beni confiscati e sequestrati alla criminalità, anche con il Tribunale di Reggio Calabria; collaborazione nelle indagini per accertamenti bancari a fini penali e tributari: le banche svolgono un importante ruolo di collaborazione e di supporto alle Istituzioni della Repubblica e di cerniera informativa tra queste e il cittadino».

È fondamentale, quindi, «il potenziamento della gestione ed utilizzo dei fondi per la prevenzione dell’usura per i quali la controgaranzia dello Stato su tali coperture diventa un elemento imprescindibile se si intende migliorare lo strumento ed ampliarne ulteriormente l’operatività».

Relativamente al mercato del credito, sulla base dei dati locali più aggiornati, in Calabria a marzo 2023 i prestiti bancari erogati all’economia locale si sono attestati a 18,5 miliardi di euro, in crescita dello 0,1% rispetto ad un anno prima. Nel dettaglio settoriale, i crediti erogati alle imprese sono stati pari a 5,8 miliardi di euro (in aumento dello 0,7% rispetto ad un anno prima); alle famiglie sono stati destinati 9,2 miliardi di euro (+2,2% rispetto ad un anno prima). Sempre a marzo 2023, per quanto riguarda la rischiosità, l’incidenza delle sofferenze lorde sul totale dei finanziamenti era pari al 3,9% per un totale di 716 milioni di euro.

Il Presidente di Abi Calabria, Maurizio Coppola, ha infine sottolineato, in tema di fondi agevolati e di sinergie banche-imprese, l’esperienza positiva del Fondo di garanzia Pmi che tra gennaio e metà luglio 2023 ha registrato nella Regione 1.986 operazioni accolte, attivando oltre 356 milioni di euro di nuovi finanziamenti.

Segno che il sistema funziona, e che bisogna proseguire su questa strada, sulla scia della legalità e dell’aiuto alle imprese.

I LAGHI SILANI ENTRO I LIMITI DI LEGGE
SERVE PREVENZIONE E MONITORAGGIO

di FRANCESCO CANGEMI – I laghi calabresi “galleggiano” a leggere i dati del report di Goletta dei laghi che ha esaminato i bacini idrici della nostra regione. Inquinato uno dei due punti sul lago di Angitola, entro i limiti di legge i laghi Arvo, Cecita, Ampollino, Ariamacina, del Passante.

Nei sei laghi calabresi, sei dei sette punti campionati sono risultati entro i limiti di legge, mentre solo un punto, nel Lago Angitola, è risultato inquinato. Nel mirino della campagna, come di consueto, canali e foci, i principali veicoli con cui l’inquinamento microbiologico causato da cattiva depurazione o scarichi illegali arriva nei laghi.

I risultati sono stati presentati durante la conferenza stampa organizzata presso Palazzo della Provincia di Cosenza, seguita dal convegno Le opportunità della Transizione Ecologica per la fruizione sostenibile degli ecosistemi lacustri. Sono intervenuti Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria; Rosaria Succurro, presidente della provincia di Cosenza; Maria Annunziata Longo, funzionario Regione Calabria; Antonio Nicoletti, Responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente.

«I dati dei monitoraggi effettuati nell’ambito della campagna Goletta dei Laghi sono complessivamente positivi in relazione ai parametri considerati», afferma Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria.

«Infatti, rientrano nei limiti di legge sei dei sette punti campionati in particolare sui laghi Arvo, Cecita, Ampollino, Ariamacina, del Passante, mentre purtroppo è risultato inquinato uno dei due punti campionati sul lago Angitola – afferma Parretta – Come lo scorso anno, oltre ai classici parametri riguardanti una cattiva o assente depurazione, sono state effettuate anche le analisi chimiche per determinare i carichi di azoto e di fosforo. I laghi sono ambienti molto ricchi di biodiversità che forniscono preziosi servizi ecosistemici ma allo stesso tempo sono sistemi molto fragili che subiscono profonde pressioni di origine prevalentemente antropica. Le minacce, oltre dai cambiamenti climatici, provengono soprattutto dall’inquinamento da fonte agro-zootecnica, da reflui urbani o industriali e da scarichi illegali. È essenziale, quindi, una sempre maggiore attività di prevenzione, programmazione e controllo territoriale da parte delle Autorità competenti anche attraverso continui ed opportuni monitoraggi sulla qualità delle acque, anche per rilevare la presenza di pesticidi, erbicidi e metalli pesanti. La tutela dell’ambiente costituisce la priorità assoluta da intersecare con l’utilizzo a scopi agro-industriali delle acque e con la fruizione turistica dei luoghi».

Anche per il 2023, oltre alle analisi microbiologiche, sono state effettuate delle analisi chimiche dei principali parametri utili a determinare i carichi di azoto e fosforo nelle acque lacustri: in tutti e sei i laghi sono stati riscontrati valori entro i limiti di legge per quanto riguarda le concentrazioni di azoto (totale e ammoniacale), nitrati, nitriti, Cod, Fosforo totale, cloruri e solfati.

In occasione della tappa in Calabria, Legambiente ha anche presentato uno speciale dossier di approfondimento sui laghi silani: un documento dettagliato con focus sulla storia e sulle caratteristiche degli ecosistemi lacustri della Sila, sulla depurazione nelle località turistiche del territorio e sui monitoraggi effettuati da Goletta dei Laghi negli ultimi quattro anni nei bacini lacustri silani, e ha presentato dieci proposte per una loro adeguata valorizzazione e tutela. In particolare, occorre: migliorare la conoscenza degli ecosistemi acquatici; ridurre l’inquinamento dei laghi; aumentare la biodiversità degli ecosistemi acquatici; favorire attività lacustri Netzero; frenare il consumo di suolo; garantire il controllo e la vigilanza del territorio; promuovere la balneabilità dei laghi silani; maggiore trasparenza sull’utilizzo turistico e produttivo dei bacini lacustri; valorizzare il turismo lacustre attivo e sostenibile e promuovere la partecipazione dei cittadini nelle scelte.

«I laghi silani – dichiara Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree protette e Biodiversità Legambiente e presidente del circolo Legambiente Sila – sono parte integrante del paesaggio tutelato attraverso il Parco nazionale e la rete natura 2000 ma deve crescere la conoscenza di questi ambienti per organizzare meglio l’utilizzo degli ecosistemi lacustri che, in una logica multifunzionale, devono essere utilizzati in chiave sostenibile e per favorire la transizione ecologica del territorio. A partire dall’utilizzo idroelettrico che deve portare maggiori utilità al territorio a quello turistico che deve cambiare passo e promuovere le località lacustri mete turistiche a partire da Lorica. Per questa ragione le nostre proposte vanno nella direzione di una maggiore conoscenza, gestione e valorizzazione delle risorse naturali presenti nel territorio che devono essere utilizzate in maniera consapevole e garantire benefici alle comunità locali e migliorare le condizioni dell’ambiente». (fc)

LE IMPRESE ARTIGIANE PER IL TURISMO
RISORSA FONDAMENTALE IN CALABRIA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria il turismo si sta riassestando, ma c’è ancora molto da fare. Secondo lo studio condotto dall’Osservatorio Mpi di Confartigianato Calabria, sulla base dei dati Istat sul momenti dei clienti negli esercizi ricettivi relativi al 2022, il numero delle presenze turistiche si assesta a 7.254.907. Non facendosi ingannare dal numero, si tratta di una dinamica peggiore rispetto a quella rilevata a livello nazionale, che è del -5,5%.

Nonostante il dato negativo, l’Osservatorio rileva delle aspettative positive per l’estate 2023 trainano la domanda di lavoro: nei tre mesi da luglio a settembre 2023 le imprese della Calabria prevedono 31 mila entrate di cui la quasi totalità (81,9%) in Mpi. Numeri importanti, che devono portare la politica – e non solo – a «sostenere il ruolo dell’artigianato e delle piccole imprese nella filiera turistica perché le imprese artigiane sono le uniche in grado di offrire servizi personalizzati, prodotti unici, esperienze autentiche dei luoghi», hanno dichiarato Silvano Barbalace e Roberto Matagrano, rispettivamente segretario regionale e presidente di Confartigianato Calabria.

Risultano, difatti, in salita i pernottamenti nell’ultimo anno, nel 2022 rispetto al 2021, del +21,4%, mantenendosi però ancora al di sotto del -23,7% alle oltre 9 mila presenze registrate nel 2019. Per quanto riguarda invece la domanda di lavori, l’incremento maggiore proviene dalle Costruzioni (+45,5%) e dai Servizi di alloggio e ristorazione e servizi turistici, in crescita del +17,2% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Nell’ultimo anno crescono soprattutto le presenze straniere, che registrano un +89,0% nel 2022 sul 2021 (incremento superiore al +13,4% rilevato per le presenze di residenti), slancio significativo ma insufficiente a permettere di superare le presenze straniere del 2019 (-45,8%). La componente straniera nel 2022 rappresenta una quota del 16,4% del turismo in regione, valore che si attestava al 10,5% l’anno precedente (2021) e al 23,1% nel 2019.

Ad esclusione di Catanzaro che registra una dinamica negativa (-3,3%) in tutte le altre province si registrano crescite tendenziali (2022 su 2021) a doppia cifra del numero di presenze.

Se confrontiamo i dati 2022 con quelli del 2019 si rileva l’incapacità di tutti i territori calabresi di recuperare i livelli di turismo raggiunti pre pandemia in modo particolare a Reggio di Calabria (-39,6%) e Crotone (-29,2%); a cui seguono Catanzaro (-25,9%), Cosenza (-23,4%) e Vibo Valentia (-16,1%).

Tra i primi comuni calabresi per maggior numero di presenze turistiche nel 2022 – Ricadi, Cassano all’Ionio, Corigliano-Rossano, Pizzo, Scalea, Isola di Capo Rizzuto, Tropea, Cutro, Zambrone, Parghelia, Praia a Mare, Briatico, Villapiana, Rende, Diamante, Sellia Marina, Reggio di Calabria, Curinga, Nicotera, Belvedere Marittimo, Cariati, Catanzaro, Amantea, Falerna, Crotone, Grisolia, Squillace, Sangineto, Sant’Andrea Apostolo dello Ionio e Cropani – il numero delle notti trascorse dai clienti negli esercizi ricettivi resta ampiamente sotto i livelli pre crisi a: Rende (-45,3%), Amantea (-41,5%), Reggio Calabria (-40,3%), Isola di Capo Rizzuto (-38,1%), Corigliano-Rossano (-34,0%), Curinga (-33,3%), Squillace (-33,3%), Sant’Andrea Apostolo dello Ionio (-30,9%) e Catanzaro (-30,4%). Solo in due comuni su 30 la dinamica rilevata è positiva: Falerna e Sellia Marina.

Nell’ultimo anno è il turismo proveniente da paesi esteri a trainare il recupero. La spesa di turisti stranieri in Calabria nel 2022 ammonta a 180 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente (+50 milioni di euro, pari al +38,2%) slancio non sufficiente a raggiungere l’ammontare di spesa registrato nel 2019 (-4 milioni di euro, pari al -2,1%). È necessario comunque ricordare che parte di questo aumento è correlato all’inflazione dei prezzi al consumo, pari al +8,1% in Calabria nel 2022.

Nel 2022 in Calabria le presenze totali nei mesi estivi di luglio, agosto e settembre sono state di oltre 5 milioni, pari al 76,4% del totale presenze annue. Rispetto all’estate 2021 sono cresciuti i pernotti (+16,6%) a fronte di un aumento più consistente delle presenze estere (+55,9%), che rappresentano il 13,3% delle presenze turistiche nel periodo estivo, rispetto alle presenze italiane (+12,3%). Le presenze turistiche estive restano al di sotto dei livelli 2019 in tutte le province, in particolare decrementi più elevati si osservano per Reggio Calabria (-27,6%) e Crotone (-26,3%).

«L’artigianato è tra i nei settori interessati dalla domanda turistica: alla fine del primo trimestre 2023 le imprese artigiane operanti in attività interessate dalla domanda turistica sono 6.215, pari al 19,3% dell’artigianato totale e danno lavoro a 13.577 addetti – hanno spiegato Matragrano e Barbalace –. In chiave settoriale il comparto principale è l’Agroalimentare che conta 2.153 imprese (34,6%) che producono cibo e bevande, prodotti per cui siamo famosi presso i turisti stranieri e la cui qualità permette al nostro Paese di primeggiare per numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione europea».

«Seguono le 1.263 imprese manifatturiere e dei servizi (20,3%) che comprendono importanti attività dell’artigianato quali la produzione di gioielleria e bigiotteria, ceramica e vetro e cornici, lavorazione artistiche del marmo, del ferro, del rame e dei metalli, la fotografia, cure per animali domestici e servizi alle persone come, ad esempio, centri benessere e palestre – hanno detto ancora –. Ci sono poi i 1.075 Ristoranti e pizzerie (17,3%) che insieme a 741 Bar, caffè e pasticcerie (11,9%) – si tratta complessivamente di 1.816 imprese e del 29,2% del totale – mettono a disposizione dei turisti i prodotti di qualità realizzati dalle imprese del territorio».

«Troviamo poi le imprese dell’Abbigliamento e calzature che sono 661 (10,6% del totale) – hanno concluso – che contribuiscono al successo nel mondo della moda, tra i comparti più rappresentativi all’estero del made in Italy e dello stile italiano e quelle del Trasporto persone le cui 282 unità (4,5%) integrano l’offerta dello spostamento dei turisti». (rcz)

REDDITO DI CITTADINANZA, LA MISURA
CHE METTE A NUDO LA FRAGILITÀ DEL SUD

di PIETRO MASSIMO BUSETTA –  Un quarto  delle persone coinvolte con il reddito e la pensione di cittadinanza nel giugno 2023 sono campani,  precisamente 533.289 su 1.985. 859. Un quarto sono siciliani 449.781 é  i pugliesi sono 194.392. Complessivamente tre quarti  dei percettori sono meridionali. 

Precisamente il 72.81 %: 1.445.908 su 1.985.859. É evidente quindi che dichiarare che il reddito di cittadinanza é un problema che riguarda prevalentemente il Sud non é una forzatura. 

Per questo il messaggio che è passato per intervenire sullo strumento è  che i meridionali sono poltronari, sfaticati, un po’ sanguisughe del Nord operoso e che invece bisogna fare in modo che i cosiddetti occupabili si cerchino un lavoro, possibilmente, secondo la convinzione prevalente, anche non congruo rispetto alla formazione. 

La vulgata é : «Con tanti posti di lavoro disponibili nel turismo – c’è un’esigenza di camerieri nel Veneto enorme, per farli lavorare per tre mesi magari per 10 -12 ore al giorno per esempio –, oppure in agricoltura, – a raccogliere i pomodori, olive o uva –, dare del reddito a un milione e mezzo di sfaticati per tenerli fermi e sprecare denaro pubblico è un delitto».  

Il mantra  é supportato nei fatti dall’evidenza  che lo strumento non ha funzionato, perché in realtà non ha messo in contatto  una domanda di lavoro, in realtà inesistente, con una offerta abbondante, spesso inespressa. Ciò si evince dal fatto che nel Mezzogiorno su 20 milioni di abitanti lavorano compresi i sommersi, soltanto in 6 milioni e poco più, il resto non si presenta nemmeno sul mercato perché scoraggiati, cioè convinti che é inutile cercarlo.

Che poi invece il tema doveva essere quello, costruito malissimo dai Cinque Stelle rispetto agli effetti virtuosi che poteva avere, per un facile consenso di una popolazione spesso imbelle, che non riesce a pretendere i diritti che la Costituzione vorrebbe assicurare,  di un lavoro dignitoso, in un’area vicina, che non prevedesse uno sradicamento e lo spopolamento di un territorio, fu dimenticato da molti. 

In realtà adesso con la parziale eliminazione si é legiferato in modo tale da costringere ad accettare qualunque lavoro laddove esso c’è, quindi nel Nord, trasferendosi a migliaia di chilometri distanza, magari dormendo in container per poter sopravvivere e riuscire a mandare qualche euro a casa, alla famiglia,  che ovviamente è  previsto in un primo tempo rimanga nel Sud del Paese.      

Qualcuno dei più invitati, non si sa per quali meriti, nei talk show nazionali, come l’imprenditore Brambilla lo ha pure teorizzato, come un inno alla mobilità. Confondendo il processo migratorio che ormai sta uccidendo il Sud con quella mobilità presente al Nord, che porta molti ragazzi settentrionali a fare un’esperienza fuori dal Paese. Quel fenomeno che ho definito come l’Erasmus del lavoro. 

Ci fosse l’esigenza di evitare che alcuni furbetti approfittassero dello strumento non avendone diritto è un fatto condiviso. Che fosse diventato uno strumento di raccolta di consenso anomalo e che incoraggiasse un certo tipo di sommerso é innegabile. Ma è altrettanto vero che parlare di occupabili non tenendo presente che il mercato del lavoro è un mercato segmentato e che pensare, come in qualche momento fece Mao, di impiegare i laureati a raccogliere uva è un atteggiamento che  dimostra oltre che profonda ignoranza anche un atteggiamento estremamente reazionario é una semplificazione pericolosa. 

Se poi la realtà coinvolta é localizzata prevalentemente in una parte, la più povera, con un reddito pro capite che è poco più della  metà di quello medio italiano, nella quale le possibilità di lavoro sono solo per una persona su quattro, il manifatturiero incide per una percentuale risibile e l’esigenza di creare posti di lavoro si dimensiona in  un saldo occupazionale di oltre 3 milioni di posti di lavoro, allora si capisce come l’operazione sia  politica e miri a recuperare frangie di consenso, negando la possibilità per alcuni della sopravvivenza dignitosa.     

Facendo saltare l’equilibrio ai più fragili.

«Aveva appena ricevuto notizia che avrebbe perso il reddito di cittadinanza, un disoccupato di sessant’anni ha così fatto irruzione nella stanza del sindaco di Terrasini, in provincia di Palermo, cospargendola di benzina e minacciando di dar fuoco a tutto. Sono stati attimi di grande paura, il segretario generale Cristofaro Ricupati ha cercato di dialogare con l’uomo. Alla fine, è stato il presidente del Consiglio comunale Marcello Maniaci a far convincere il disoccupato a desistere».      

Così con manifestazioni organizzate o con gesti isolati di ordinaria follia una flebile reazione dimostra la difficoltà di un Sud che nemmeno reagisce.

Ma un merito grande il reddito di cittadinanza l’ha avuto. Quello di aver evidenziato come il tasso disoccupazione, che l’Istat fornisce periodicamente, non rappresenta in maniera assoluta la vera esigenza di posti di lavoro esistenti nell’area. Perché coloro che non entrano nemmeno nella forza lavoro sono un numero drammatico. E si avvicinano a quei 3 milioni forse quattro che sarebbero in condizioni di poter lavorare. 

In particolare quel mondo femminile, che con domanda  di lavoro adeguata e con diritti di cittadinanza assicurati, come quelli all’asilo nido, potrebbero rappresentare una forza lavoro importante per il nostro  Paese. 

Ma se la logica continua ad essere quella di portare le persone dove c’è il lavoro, invece che il lavoro dove c’è il capitale umano formato,  allora il meccanismo perverso non si romperà mai. É continueremo con i 100.000 che ogni anno emigrano per trovare diritti di  cittadinanza adeguati a cominciare da quello al lavoro.

La mancanza di lavoro in una parte, senza strumenti di welfare, é congeniale alla struttura che si é data il Paese. Il Sud come polmone estremamente utile con i suoi 100.000 che ogni anno si spostano ad alimentare un modello che vede una locomotiva e delle carrozze al seguito, spesso nell’illusione di correre più forte, ma che spesso vengono lasciate in binari morti. 

Pensare invece ad un modello che crei i posti di lavoro laddove essi  servono, creando un manifatturiero assolutamente carente,  localizzando le possibili Intel a Catania invece che a Vigasio, è molto più complicato e intacca interessi consolidati di Regioni bulimiche che non vogliono cedere spazio e che sono politicamente sovrarappresentate.  (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE DI RENDE
QUANDO IL PREGIUDIZIO È CONTRO IL SUD

di MARTA PETRUSEWICZ – Questa mia è una modesta e pacata lettura dei pochi documenti disponibili relativi alla gravissima decisione dello scioglimento del Consiglio Comunale di Rende. Questa, in un mood meno modesto, avrebbe potuto configurarsi come una lettera: al Presidente della Repubblica (Monsieur le Président, je vous écrit une lettre), al ministro, ai partiti politici, o a chi, tra i miei concittadini, pensa che chi viene purgato, avrebbe dovuto “auto-purgarsi” preventivamente, che «quando si taglia un bosco, volano le schegge» (con Stalin), che “non c’è fumo senza arrosto”.

Lo “scioglimento” del Comune da parte del Presidente della Repubblica, avv. Sergio Mattarella, è stato decretato il giorno 28 giugno 2023. Firmato appena poche ore dopo la deliberazione in materia del Consiglio dei Ministri, il decreto del Presidente si richiama alla detta delibera e alla relazione, allegata, del Ministro dell’Interno. La relazione di Piantendosi (anch’egli, come Mattarella, laureato in giurisprudenza) datata 21 giugno, consiste di poco più di tre pagine, e si richiama alla relazione, di pagine 73, della prefetta di Cosenza, Vittoria Ciaramella (sempre laureata in legge).

La delibera del Consiglio dei ministri risale alla sera prima, martedì 27 giugno 2023, sempre sulla proposta del ministro Piantedosi. Riunitosi alle 18:30e terminato alle 20:04, il Consiglio ha dovuto far fronte a un’agenda strapiena: misure per le famiglie e le imprese; la ricostruzione in seguito alle recenti calamità naturali; modifiche al codice della strada; la semplificazione dei controlli a carico delle imprese; l’abrogazione di norme pre-repubblicane (1861-1890); tante nomine, tra cui diversi prefetti e addirittura il governatore della Banca d’Italia; collocamenti fuori ruolo; provvedimenti in materia di energia da fonti rinnovabili. Infine: lo scioglimento del Consiglio comunale di Rende e la proroga di quello di Castellammare di Stabia. Tutto ciò in un’ora e mezzo!

Non essendoci il tempo materiale né per il Presidente né per il governo di approfondire o verificare checchessia, appare evidente che il Presidente si è fidato ciecamente del Consiglio dei Ministri e del ministro Piantedosi, il quale – memore forse del suo passato da prefetto? – a sua volta si è fidato ciecamente della prefetta Ciaramella, la quale, in turno, si è fidata ciecamente della relazione della Commissione d’accesso, “rassegnata” il 24 marzo 2023. Trattandosi di tre legulei, pare quanto meno inusuale tanta fiducia concessa a priori, senza alcun tentativo di verifica.

Il Dpr è stato notificato ufficialmente all’amministrazione comunale rendese, l’interessata unica e diretta, solo il giorno 17 luglio, anche se provvedimenti prefettizi sospensivi sono stati applicati immediatamente. Il Dpr arrivò corredato dalla proposta Piantedosi (le suddette 3 pagine e mezzo) e dalla relazione prefettizia (di 74 pagine) ma non dalla relazione della Commissione d’accesso. Quest’ultima, si dice di 492 pagine, che non ci è pervenuta (sebbene sembrerebbe accessibile ad alcuni giornalisti), si dice dovrebbe contenere prove di duraturi contatti tra l’amministrazione e “membri apicali della criminalità organizzata”, “la persistente operatività di organizzazioni criminali”, “lo scambio elettorale politico-mafioso” e così via.

Il fatto che l’ente, oggetto di verifica da parte della Commissione di Accesso, non abbia alcuna possibilità di interloquire con i propri accusatori – presentare memorie, elementi a discarico, in breve, istaurare un contradditorio – è un’anomalia del testo normativo italiano in materia, più volte denunciato in quanto incostituzionale e soggetto alle numerose proposte di modifiche. Intanto, però, rimane in vigore il sistema inquisitoriale, che concede poteri smisurati al Prefetto e alle Commissioni di accesso. La loro narrazione unilaterale stabilisce la verità unica.

Non avendo, quindi, a disposizione alcun materiale interlocutorio e con la relazione della Commissione di accesso che rimane fantomatica, non mi resta che affidarmi, nella presente lettura, a quel poco che abbiamo a disposizione, cioè la relazione Piantedosi e la relazione Ciaramella.

La relazione Piantedosi, alla base – ripeto – della delibera del governo e del decreto del Presidente, riassume per sommi capi (molto “sommi”, ma che puoi fare in tre pagine?) quella della Prefetta. Tuttavia, si nota un twist curioso: laddove la prefetta più volte sottolinea che si tratta di “elementi indizianti”, in assenza di un qualsiasi giudizio definitivo, il ministro usa termini perentori (l’acclarata “assenza di legalità”, “della presenza e dell’estensione dell’influenza criminale”). Pertanto, afferma, “si rendono necessari” lo scioglimento e la sua durata di diciotto mesi,

La relazione della Prefetta, che rappresenta, a su volta, il riassunto di quella fantomatica della Commissione d’accesso, presenta molti aspetti curiosi oltreché parecchie inesattezze.

Il riferimento “probatorio” principale è costituito dalle indagini avviate dalle tre procure (Dda di Catanzaro, di Salerno e di Cosenza), “sorretto, alla base, da un’operazione investigativa antimafia di grande portata, sfociata in un procedimento penale” (p. 69), senza precisare esplicitamente che nessun procedimento giudiziario si è finora concluso e altri non sono nemmeno iniziati. Come un altro riferimento “probatorio”, si citando diverse misure cautelari adottate in passato o nel presente, malgrado che quasi tutte sono state annullate o revocate, nei procedimenti finiti con esiti assolutori o revocatori, lasciando unicamente “il permanere della misura cautelare per uno di essi” (p. 65)  uno !!! La relazione parla di risultanze giudiziarie (p.65), ma in assenza di un qualunque giudizio definitivo. Dove è finita la presunzione dell’innocenza, fino al terzo grado del giudizio? La prefetta ammette che il sindaco del Capoluogo si è astenuto dal voto perché ritenne “indispensabile … conoscere approfonditamente gli atti contenenti le risultanze delle indagini” (66). Strana pretesa, vero?

L’aspetto forse più surreale della narrazione della prefetta è la sua quasi incomprensibilità, popolata com’è da decine di omissis, dotati di una potente capacità transitiva. Un esempio. Nella deposizione resa nel 2015, un collaboratore di giustizia Omissis dichiara: “sia io che omissis, la stessa omissis, moglie di omissis, omissis abbiamo fatto la campagna elettorale” (p.16). O altri simili: “socia della omissis è omissis, compagna di omissis, fratello del …” (p.42); “si è finiti con il favorire la omissis, compagna di omissis …” (p.48). Come si potrebbe pretendere che il presidente Mattarella o il ministro Piantedosi, o anche gli stessi rendesi, capiscano di chi si parla in una prosa del genere?

Il riferimento costante a legami di parentela/amicizia/amore è un modo veramente subdolo di insinuare la presenza di un diffuso familismo amorale e a folklorizzare la realtà meridionale (ad esempio l’uso del termine “compare”, p.19), categorie già ampiamente screditate nella letteratura sociologica. Nella stessa vena, la relazione suggerisce che ci sia del marcio nell’operato della omissis (si suppone Rende Servizi, pp. 57-58), per il solo fatto che abbia assunto alcune persone con precedenti penali, dimenticando (ad arte?) che il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti nelle regioni del Mezzogiorno è stata una delle mission delle cooperative.

Una tale narrazione prepara il terreno discorsivo per la prefetta (o la commissione d’accesso) per affermare, in sostanza, che nelle terre del Sud non valgono le regole sacrosante dello stato di diritto: la responsabilità individuale, la presunzione dell’innocenza, il giudizio riservato ai giudici. Suggerisce la Prefetta, citando a sostegno il parere del Procuratore della Repubblica di Cosenza, che, in questo contesto, si possa “prescindere dalla valutazione che ne farà il giudice in termini di riconoscimento o meno della soggettiva responsabilità penale” (pp.63-64) e ribadisce che “gli elementi emersi dalle indagini sono da configurarsi come dati storici inconvertibili, tanto da poter prescindere .. dal riconoscimento di responsabilità da parte del giudice penale” (p. 65).

La curiosa relazione della Prefetta (o della commissione d’accesso) senza dubbio incontrerebbe l’approvazione del famigerato Andrey Vyshinsky, procuratore generale dell’Urss e la mente legale della Grande Purga di Stalin. Sono sicura che i nostri tre, nel corso dei loro studi, abbiano incontrato la sua Teoria delle prove giudiziarie nella giustizia sovietica (vincitore del Premio Stalin nel 1947). Nella tradizione inquisitoriale, sebbene agisse come magistrato, Vyshinsky imponeva agli investigatori di estrarre confessioni dagli accusati, preparava le accuse prima della conclusione delle “indagini”, nella “prospettiva sociale più ampia” di ogni singolo caso.

Di conseguenza, per la condanna, spesso a morte, in processi farsa e di massa, non era richiesta una commissione effettiva di un crimine. Non importava la verifica delle accuse – rivelatesi tutte false dopo la caduta dello stalinismo – ma la rappresentazione degli accusati, l’interesse dello Stato (o del Partito Comunista) e il ruolo “educativo” e politico del sistema giudiziario. Da adolescente, nella Polonia comunista, tanti di noi hanno più volte subito il famigerato articolo 5e del cosiddetto Piccolo Codice Penale, introdotto nel 1952, che sanzionava provvedimenti ristrettivi “per altre importanti ragioni di stato”.

E un’ultima riflessione: mi sono chiesta se, piuttosto della calabrese Rende, fosse proposto lo scioglimento del comune, diciamo, di Aosta, una città pari alla nostra in termini di popolazione e anch’essa sede universitaria. Potrei scommettere che la proposta non sarebbe stata liquidata in tre pagine e in un minuto, che più di qualcuno avrebbe chiesto di conoscere le risultanze delle indagini, le prove, le verifiche. E non mi si dica che il pregiudizio antimeridionale appartenga solo ai settentrionali, giacché essi fin troppo spesso l’hanno appreso dai meridionali stessi, sempre più subalterni. (mp)

[Marta Petrusewicz è storica e già vicesindaco di Rende]

ALLARME SULLA BIBLIOTECA CIVICA CS
PRESERVARE LA CULTURA È UN DOVERE

di PINO NANO – Da quattro anni la Biblioteca Civica di Cosenza è letteralmente chiusa. Parliamo di uno dei centri culturali più importanti della regione. Ma parliamo soprattutto della morte della Grande Emeroteca storica dell’Accademia Cosentina, dove centinaia e centinaia di testate giornalistiche e di riviste di grandissimo valore storico e culturale rischiano oggi di essere distrutte per sempre dall’umido dei sotterranei dove sono conservate. Se ciò accadesse sarebbe la storia di uno scandalo senza precedenti. Oggi il presidente dell’Accademia Cosentina Antonio D’Elia si rivolge direttamente al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Presidente ma di chi è la vera colpa della crisi di questi anni?
Battezzata ufficialmente nel 1871, una volta istituto l’Ente Morale, poco dopo più di un anno i due co-fondatori, Comune e Provincia, hanno iniziato a venir meno nel pagamento delle quote a loro dovute, quali appunto Soci fondatori. Nonostante questo, l’Accademia ha sempre insistito fortemente sul fatto che Cosenza e la Calabria non potessero non avere un prestigioso Istituto Bibliotecario.

Vedo che ne parla con grande trasporto Presidente…
Vorrei ricordarle che grazie al ruolo svolto e tuttora fattivo dell’Accademia Cosentina, per più di quattro secoli, e anche per la sua Biblioteca (sorta quasi un secolo e mezzo addietro), Cosenza è stata definita “l’Atene della Calabria”. E tale espressione, viene spesso ripetuta ancora da molti, ma in molti invece non sanno o si dimenticano che essa è nata proprio dall’Accademia Cosentina, che è la storia di Cosenza.

Man mano che gli anni passano questa realtà è diventata sempre più fondamentale per il mondo della cultura meridionale…
Calcoli che la Biblioteca è stata incrementata nel tempo di testi sempre più numerosi e prestigiosi, facendo sì che l’Istituto bibliotecario diventasse faro di cultura per l’intero Mezzogiorno. Essendo un Ente morale, la Biblioteca di Cosenza è un Istituto autonomo con il contributo di Comune e Provincia: nello spirito, e per volontà dell’Accademia, è moralmente dei Cosentini, ma sul piano tecnicamente giuridico è un Ente appunto autonomo promosso da regole che lo pongono dentro un procedimento di carattere privato, e, quindi, non pubblico.

Praticamente, a chi spetta il sostegno dell’Ente?
A Comune e Provincia, enti che partecipano al Cda che governa la Biblioteca Civica. Comune e Provincia devono per Statuto una loro quota che, attenzione, non è un contributo. È obbligo dei co-fondatori stanziarne il sostentamento necessario.

A quanto pare le cose sono poi andate diversamente?
È storia di questi anni. Il Comune trovandosi in questi ultimi anni in grave crisi, da un lato, e, dall’altro, la Provincia, con la legge Del Rio, che ha visto lo smembramento dell’Assessorato alla Cultura, sono venuti meno, seppur in modo diverso, ai loro impegni.

In termini concreti cosa è accaduto allora?
Che i due Enti non hanno potuto garantire il loro sostegno completo. La Biblioteca Civica, va detto, ha sofferto molto di questo stato, poiché le legittime quote a lei spettanti non sono mai state versate. Sotto la presidenza Iacucci, la Provincia per la verità ha comunque mantenuto il proprio impegno garantendo anche l’assistenza degli uffici provinciali nella gestione dall’Ente. Mentre il Comune non ha versato nulla per i suddetti problemi. Sappiamo che esso è stato poi commissariato.

Oggi è cambiato qualcosa?
Arrivato il sindaco Franz Caruso la quota del Comune è stata ripristinata e con essa, quaranta mila euro, sono state pagate alcune mensilità ai Dipendenti. Per fortuna si sono affrontate diverse pendenze verso pubblico e privato. Anche la Provincia ha dato il proprio contributo con l’ausilio, che speriamo venga reso anche nel proseguo, degli uffici di tesoreria.

Tutto regolare dunque?
Ancora per quest’anno la Provincia non ha versato la sua quota, e questo rappresenta motivo di grande apprensione nella proiezione gestionale dell’Ente.

Ma chi avanza in realtà questi soldi?
I debiti sono verso i lavoratori, e soprattutto verso lo Stato.

Di quanto personale parliamo?
Nel corso degli anni la Biblioteca Civica, che è passata da 26 dipendenti (di cui 16 persone proprie della Biblioteca e altri comandati dal Comune) in pianta organica, negli anni Ottanta, fino ad un solo Dipendente nel 2023. Che oggi svolge funzioni di ausiliario. Pochi dipendenti insomma in questi ultimi anni. Ne è rimasto uno, come le ho appena detto, con funzione di ausiliario. E a loro va comunque il mio grazie, e soprattutto l’impegno nel poter soddisfare le pendenze nei loro riguardi.

Qual è la condizione attuale della Biblioteca?
Non abbiamo nessun sostegno per la digitalizzazione del nostro patrimonio, e neanche nessun sostegno per acquisti di nuovi testi. I volumi preziosi e rari soffrono invece a causa di un deperimento strutturale che mi pare sia abbastanza scontato e comprensibile.

Chi vi è stato più vicino in questa fase di crisi?
Certamente la Soprintendente regionale dei beni archivistici, la dottoressa Giulia Barrera, a cui non finirò mai di dire grazie per la vicinanza costante nel monitorare i testi e affiancare il mio lavoro e il mio ruolo di Presidente in una fase di gestione assai difficile.

Oggi però qui è tutto chiuso Presidente, e questo da anni…
Ha ragione, per ora la Biblioteca Civica è chiusa per i lavori di restauro ad opera del Cis-Comune di Cosenza. I testi sono in fase di catalogazione da parte dello staff della Soprintendenza, che si è presa cura di organizzare un lavoro ricognitivo-riepilogativo-esaminativo assai complesso. La struttura è anche in fase di messa in sicurezza e la sistemazione dei testi da parte della Soprintendenza (nel Cis è presente anche il Segretariato regionale e gli uffici tecnici del Comune di Cosenza) è stata ormai avviata.

Tutto dunque sotto controllo?
Le ripeto, tutto viene monitorato dalle autorità preposte a tale servizio. Si tratta del segretariato regionale Ale nella persona del dottor Sudano, del direttore della Biblioteca Nazionale di Cosenza, dottor Massimo de Buono, della Soprintendente archeologica della Calabria, la dottoressa Aurino, unitamente al responsabile del procedimento unico del Cis,il Tenente Colonnello Aquino.

Non c’è un po’ di confusione dei ruoli?
In questi ultimi mesi si è tentato di sovrapporre all’autonomia di gestione dell’Ente altre voci, non autorizzate però a parlare.

Presidente lo ha mai detto a qualcuno?
L’ho sottolineato più volte nell’audizione che io stesso ho avuto presso la Commissione Cultura del Comune di Cosenza, e al suo Presidente Mimmo Frammartino, qualche mese addietro. Le ricordo anche che la Commissione Cultura sostiene e appoggia la presidenza e il Cda della Biblioteca stessa. Pubblicamente ho più volte inviato Istituzioni pubbliche e Privati a prendere in mano assieme all’Accademia le redini della Biblioteca Civica.

Con che risultati Presidente?
Da una parte un apparente interesse palese, ma dall’altra un amaro concreto disinteresse nei fatti.

Chi può salvarla?
Il grande patrimonio storico della Biblioteca Civica per essere salvato dal degrado occorre venga passato allo Stato. Il quale, peraltro, lo ha già vincolato ritenendolo di alto interesse culturale. Ecco l’iter, già in parte avviato dalla mia presidenza: la Biblioteca Civica e il suo patrimonio dovranno rimanere a Cosenza allocati in quel palazzo, il palazzo dell’Accademia Cosentina, ma per garantire tale vincolo ho proposto al Ministro un decreto “ad hoc” con il quale Cosenza rimanga la sede di questa nostra identità, che verrà passata alla Biblioteca Nazionale di Cosenza. L’Accademia Cosentina sarà ulteriore garante con il Comitato Scientifico di Accademici. All’Accademia Cosentina quindi la garanzia di tale salvataggio identitario.

Eppure sembrava che in molti fossero pronti a salvarla?
Guardi, in questi anni in troppi davvero hanno detto di voler salvare la Biblioteca Civica, ma sono state tutte promesse fatue. La grande Biblioteca sta morendo, questa è la verità storica di questi giorni. Le dico anche che essa può ancora essere salvata. Il passaggio allo Stato è stato già varato con le tre delibere di Accademia, Comune e Provincia. Sotto la presidenza Succurro è stato assicurato l’impegno costante della Provincia, con l’impiego della tesoriera e della ragioneria. L’ultimo cda tenutosi il 24 maggio scorso ha dato risposte chiare: l’impegno di Comune e Provincia, di ripianare i debiti e risolvere le pendenze verso i Lavoratori, lo Stato e i Privati, secondo una tabella di marcia già scadenzata e fattivamente risolutiva. Quello che tutti devono mettersi in testa è che non si possono prendere impegni formali e poi procrastinare i tempi di risoluzione, sapendo che l’Ente è in grande agonia. Tutti i soggetti coinvolti devono invece intervenire e agire all’unisono.

A quanto ammonta il debito della Civica?
Nell’assise pubblica di tre anni addietro il debito della Civica si aggirava attorno al milione e mezzo, ed è sempre più crescente.

Che futuro immagina lei per la Biblioteca?
I lavori del Cis Cosenza, come ha sottolineato il consigliere dottor Francesco Alimena in cda unitamente alla consigliera dottoressa Maria Teresa De Marco, daranno un nuovo impulso all’Istituto Bibliotecario. Per ora, la Biblioteca è chiusa e rimarrà chiusa per i restauri strutturali. Altro non posso dirle.

Lei crede che sia utile parlare dello stato di salute della Biblioteca?
Io credo che solo l’Ente morale Biblioteca Civica con il suo Organo di vertice, ossia il presidente, espressione dell’Accademia Cosentina, può deliberare e decretare i passaggi fondativi inerenti le decisioni dell’Ente Biblioteca. Tutte le altre voci sono libere azioni di chi vuole aiutare autonomamente l’Ente Biblioteca Civica, ma non parlano e non possono parlare né tantomeno stabilire in merito e per conto del Cda della Biblioteca Civica. Chi tenta di avere voci in capitolo senza una connessione con l’Ente morale produce cattiva informazione, che esprime solo volontà di apparire e, pertanto, nuoce alla Biblioteca Civica. Questa è la mia idea.

So che lei continua a lavorare anche in questi giorni?
Avvolti dalla grande afa cosentina, l’Accademia continua a lavorare- Lo facciamo per preservare, tra mille difficoltà e impedimenti, la Biblioteca che proprio l’Accademia ha fondato e che non vuole muoia, ma continui il suo compito di faro culturale, non solo per la Calabria. Guai a fermarsi.

Presidente, a chi vuole rivolgere oggi un appello di aiuto?
Al Ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, che sappiamo essere sempre molto disponibile verso i grandi centri di interesse culturale, e con il quale abbiamo già avuto contatti e riscontri. (pn)

DALLA CALABRIA PARTE L’INNOVAZIONE
PER UN’ETICA DEL CIBO E PER LA SALUTE

Dalla Calabria parte l’innovazione per una etica del cibo e la sostenibilità per la salute, per la lotta allo spreco alimentare e per salvare il pianeta. E lo fa presentando il Polo di Innovazione Future Food Med, uno strumento «definito dalla disciplina europea e codificato come raggruppamenti di imprese indipendenti, «start-up» innovatrici, piccole, medie e grandi imprese nonché organismi di ricerca, attivi in un particolare settore o regione e destinati a stimolare l’attività innovativa», ha spiegato la prof.ssa Mariateresa Russo, Presidente CTS del Polo di Innovazione e Prorettrice Grandi progetti e Infrastrutture di Ricerca dell’ Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Uno strumento che, «sviluppando servizi innovativi e personalizzati rispetto alle esigenze delle imprese, ha favorito l’implementazione di processi di innovazione e trasferimento tecnologico, con l’obiettivo di accrescere le capacità produttive ed imprenditoriali del territorio e, con esse, la capacità di incremento occupazionale qualificato».

E sempre dalla prof.ssa Russo arriva l’allarme: «l’etica del cibo è fondamentale per avere sulle nostre tavole cibi veramente sicuri e tutelare la nostra salute,  per salvare il nostro rovente pianeta dall’insulto prodotto da sistemi produttivi irresponsabili, salvare  l’ambiente dall’inquinamento prodotto dai  rifiuti e, sopra ogni cosa, dalla plastica».

Per la docente, infatti, «l’etica del cibo  è parte della soluzione per mitigare l’impatto del comparto sull’inquinamento, sul cambiamento climatico e  abbattere lo spreco alimentare dei Paesi più ricchi, che si voltano dall’altra parte per non vedere la parte consistente del nostro mondo morire di fame. È necessario che ognuno di noi faccia la propria parte».

Il Polo, su questo, sta lavorando sodo insieme all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, la sezione regionale Agroalimentare di Confindustria e, nello specifico, con il suo presidente Mimmo Monardo, e con gli imprenditori per definire il Manifesto sull’Etica del Cibo. Uno strumento strategico per la creazione di un marchio di qualità per i cibi sicuri e sostenibili da condividere con il Dipartimento Regionale Agricoltura, guidato dall’assessore Gianluca Gallo, molto attendo a questi temi.

Ma partiamo dal principio: cos’è il Future Food Med? Il suo nome, abbreviato in FuDMed, gioca sul doppio significato del nome: «Futuro del cibo e Cibo del Futuro nel contesto Mediterraneo e, in questo senso – ha spiegato Russo – riservando uno sguardo attento al patrimonio meravigliosamente contaminato del Mediterraneo, quel patrimonio codificato nell’originario Mediterranean Way osservato da Ancel e Margaret Keys, ai quali si attribuisce  il merito di aver fatto conoscere al mondo l’impatto positivo sulla salute dello stile di vita Mediterraneo,  non esclusivamente legato al cibo e alla nutrizione».

«Il Mediterranean Way che il greco ci consegna come diaita, quindi stile di vita, che è diventato Diaita Mediterranea, l’universale patrimonio Unesco. La Calabria in questo – ha sottolineato – ha un ruolo strategico, perché la Dieta Mediterranea Italiana di Riferimento è quella di Nicotera, un paese della provincia di Vibo Valentia. Un patrimonio di conoscenze e tradizioni di Nicotera e della Calabria intera, offerti al mondo e da dove va intrapreso il viaggio verso il mondo. Un modello alimentare che la Fao ha dichiarato essere il modello d’elezione di “dieta sostenibile”, in quanto a basso impatto ambientale, in grado di contribuire alla sicurezza alimentare e nutrizionale, culturalmente accettabile, economicamente accessibile ed equa, in grado di ottimizzare risorse naturali e umane».

«La valorizzazione in chiave innovativa e la promozione degli alimenti del modello Mediterraneo – ha ricordato – è uno dei pilastri del Polo di innovazione FuDMed e, per questo, abbiamo voluto presentare i risultati più importati del Polo guardando al secondo Vertice Onu sui sistemi alimentari sostenibili».
«L’Università di Reggio Calabria in testa,  – ha continuato la prof.ssa Russo – così come il sistema universitario abruzzese e realtà italiane e straniere aderendo al Polo con il loro bagaglio di conoscenze e competenze hanno consentito di sviluppare le idee che sono diventate veri e propri  prototipi».
La Rete delle Hall Tecnologiche allocate presso le imprese e dotate di impianti pilota innovativi ha consentito il testing di nuovi processi per lo scale-up industriale, e lo sviluppo di prototipi di nuovi prodotti, quelli  presentati e degustati nell’evento di Vibo Valentia. Il modello tutto calabrese delle Hall Tecnologiche – ideato ed attuato alcuni anni fa dalla prof.ssa Russo con gli imprenditori, convinta che la diffusione della cultura dell’innovazione sia il fattore strategico delle competitività – si è dimostrato vincente ed efficace.
Il Polo FuDMed ha consentito di consolidare e potenziare le Hall Tecnologiche, utilizzando tecnologie abilitanti ed in particolare la robotica e l’innovazione è diventata competitività. Non a caso la Colacchio Food srl ha ricevuto il riconoscimento di Export Champions 2023, la Distilleria Caffo il premio Smau 2023, al Dolciaria Monardo  ha fortemente incrementato i fatturati, così come altre imprese aggregate al Polo.
La Prof. Russo ha messo in evidenza le difficoltà che tutti i Poli hanno avuto, a causa del taglio dei fondi ulteriori inizialmente destinati alle imprese aggregate ai Poli. Ciononostante, oggi FuDMed partecipa alla Infrastruttura di Ricerca Diaita Lifestyle, al living lab per la progettazione di modelli innovativi e piattaforme prototipali avanzate per il recupero identitario della dieta mediterranea e sarà partner privilegiato dei progetti Pnrr Missione 4.C2.
I risultati più importati del FuDMed, sintetizzati in un video – curato da una start up creata da studenti dell’Università di Reggio Calabria, la PMopenlab srl – sono stati, quindi illustrati ad un pubblico numeroso, qualificato ed attento ai temi più rilevanti che – di fatto – coinvolgono la vita di ciascun cittadino.
Ha introdotto  i lavori Rocco Colacchio, Presidente del FuDMed che ha rimarcato in modo conciso ed efficace il senso dell’importante iniziativa, ringraziando tutti gli imprenditori “che hanno fatto crescere tanto le loro aziende attraverso la ricerca e l’innovazione”; Aldo Ferrara, Presidente Unindustria Calabria, si è soffermato sul tessuto produttivo che deve essere al passo con i tempi e ha sottolineato come questo Polo fosse un caso di successo; Carmen Corrado, assessore alle Attività produttive del Comune di Vibo Valentia ha portato il saluto dell’amministrazione; Giovanni Agosteo, Direttore del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che da tecnico ha parlato del futuro in agricoltura; Alessandro Zanfino, presidente Fincalabra Spa, ha messo in rilievo il fondamentale utilizzo delle risorse pubbliche e le sfide della globalizzazione.
E ancora, l’assessore Gallo ha analizzato temi strategici come la  sicurezza e la qualità alimentare, la tracciabilità, l’uso di packaging innovativi e la promozione, mentre Rosario Varí, assessore allo Sviluppo economico della Regione Calabria, nelle conclusioni ha illustrato le iniziative messe in campo per sostenere, con la prossima programmazione, il tessuto innovativo.
Tra gli interventi tecnici, quello di Daniela Spera, Direttore del Polo FuDMed, che ha puntualizzato come  gli enti pubblici di ricerca abbiano quale ruolo istituzionale la ricerca votata alla nuova conoscenza, che solo attraverso quella industriale diventa utilizzabile e per questo la disponibilità di impianti pilota è strategica; ha, inoltre, approfonditamente illustrato i servizi innovativi erogati alle imprese del Polo ed il catalogo dei servizi, ha quindi presentato i nuovi prodotti del Polo; e di Ciro Nardinocchi, direttore di Agire, Polo di innovazione Agroalimentare Abruzzo, che ha ricordato la collaborazione feconda con il FuDMed di cui è socio, e l’attività svolta su più fronti, con sinergie utili agli obiettivi da raggiungere. Ha moderato i lavori della giornata il dott. Franco Laratta.
Presenti in sala gli imprenditori leader dell’agroalimentare vibonese, nelle cui aziende si è sviluppata parte dell’attività di ricerca e sviluppo e la sperimentazione delle nuove produzioni. Sebastiano Caffo, amministratore dell’omonimo gruppo del beverage in seno al Polo, ha sviluppato e presentato in anteprima il Rhum di Calabria. «Un esempio di come la rete possa creare sviluppo», ha chiosato la prof.ssa Russo.
«Qualche tempo fa – ha raccontato – ho visitato l’azienda Il canneto di Bovalino che coltivava canna da zucchero – coltura presente in Calabria già nel 1200 – dalla quale otteneva piccole quantità di un rhum, presso una distilleria fuori regione. Mettere in contatto l’azienda con la Caffo, sempre aperta a nuove sfide,  è stato naturale. Se un’azienda come la Caffo, di rilievo internazionale, punta su questo prodotto, si può creare un circuito virtuoso che potrebbe indurre la nascita di una filiera, basata sulla canna da zucchero. Nuove aziende potrebbero nascere così per fornire la materia prima».
Mimmo Monardo, dell’impresa Dolciaria Monardo, presidente della sezione Agroalimentare di Unindustria Calabria e della Sezione della sede Territoriale di Vibo Valentia, ha dimostrato come dall’economica circolare nasce ricchezza, proponendo prodotti ottenuti valorizzando le trebbie della birra. Ha presentato in anteprima cioccolatini ripieni con creme aromatizzate con il Borsci San Marzano e con il principe degli amari,  l’Amaro del Capo, una sintesi spettacolare di collaborazione e valorizzazione del made in Calabria. E poi, prodotti resi funzionali grazie all’utilizzo della spirulina.
Rocco Colacchio ha consentito la degustazione delle nuove paste aromatizzate e funzionalizzate, grazie alla ricerca del Polo e ai servizi di accompagnamento erogati. Paste che valorizzano le spezie e le piante alimentari della Calabria, inclusa la cipolla rossa di Tropea.
Presenti in sala anche Antonio Massarotto, titolare della Nauremed srl, che produce a base di liquirizia di Calabria, l’artigiano della ‘nduja Luigi Caccamo che, a breve, testerà la nuova tecnologia di essiccazione a freddo dei peperoncini, Vincenzo Vinci, titolare dell’azienda lattiero-casearia, e molte altre aziende aderenti al Polo.
Ma anche influencer come i giovani di Calabria Food Official, che tanto possono fare per aiutare una nuova e realistica narrazione della Calabria, Francesco Biacca, tra i founder del Festival dell’ospitalità di Nicotera e di EverMind, azienda che opera nel settore dell’innovazione culturale e sociale, oltre ai rappresentanti degli altri Poli di innovazione, molte altre aziende aggregate e non al Polo. Un saluto ed un ringraziamento è stato rivolto per il prezioso lavoro di affiancamento ai referenti della Regione Calabria e Fincalabra:  la dott. Maida e i dott. Di Noia e Gatto.
A chiusura dell’evento, la prof.ssa Russo ha presentato l’ambizioso progetto pilota di scouting dei giovani  talenti, Students in Research, promosso dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria e fortemente voluto e sostenuto dal Polo che, per dare vita al modello di sviluppo per la Calabria che propone, guarda ai giovani.
Il  messaggio  finale è stato quindi per loro, per i giovani affinché restino in Calabria, a studiare e ad investire – con coraggio – nel loro futuro. (rvv)

MARE, IN CALABRIA POCA INFORMAZIONE,
E DATI CONTROVERSI: REGIONE SI SVEGLI

di MARIO PILEGGI – Nella Regione con la più ampia di disponibilità di spiagge naturali e più esclusive dell’intera Penisola del BelPaese, per la stagione balneabile 2023, i tratti di costa classificati idonei per un bagno in sicurezza raggiungono la lunghezza complessiva di 653.543 metri.

Una lunghezza superiore all’insieme delle spiagge disponibili nelle regioni: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo, Marche, Molise e Basilicata. 

Questa rilevante disponibilità di coste è inoltre impreziosita dalla unicità degli assetti idrogeomorfologici che favoriscono la presenza e lo sviluppo della più grande varietà di habitat e forme di vita in ambiente acquatico e terrestre. La straordinaria biodiversità̀ e le specificità̀ degli ecosistemi presenti nelle acque del Tirreno e dello Jonio sono testimoniate, tra l’altro, dall’elevato numero di specie marine rare sottoposte a protezione da Direttive europee e dalla Convenzione di Rio.

Va ribadito che la ricca geo-diversità della regione ha favorito una rilevante varietà di spiagge naturali formate da frammenti di minerali e rocce di tutte le ere geologiche e specificità uniche nella Penisola come gli ammassi granitici bagnati dallo Jonio e del Tirreno calabrese, generati dallo stesso magma che ha generato le più note coste granitiche della Sardegna dalle quali sono stati separati a seguito d’imponenti movimenti della crosta terrestre iniziati milioni di anni fa e ancora in atto nel Tirreno. 

Oltre ad una grande varietà di aspetti naturalistici ed ambientali, sulle rocce che formano le nostre coste sono impresse le ampie e più remote testimonianze della nascita ed evoluzione sia del paesaggio sia degli insediamenti umani dell’intero BelPaese; testimonianze di grandissimo interesse scientifico e sempre più oggetto di visite, ricerche e studi dei maggiori centri di ricerca e università del Pianeta. 

Invece di valorizzare questo prezioso patrimonio costiero, classi dirigenti e alcuni esponenti degli Enti preposti a tutelare la salute dei bagnanti, anche nel mezzo dell’attuale stagione balneare hanno alimentato polemiche con rimpallo delle responsabilità sul mare sporco in alcuni tratti di costa. 

Le polemiche sui media e social, oltre a non rendere trasparenti le acque marine e i dati del monitoraggio delle aree di balneazione, hanno finito con l’oscurare le inadempienze degli stessi Enti pubblici obbligati a fornire le informazioni necessarie per consentire alle persone di prendere decisioni informate su dove fare il bagno senza rischi per la salute lungo i 716 Km di costa disponibile. Obbligo di legge, per le Regioni, di informare dettagliatamente e tempestivamente riguardo: la individuazione delle acque marine di balneazione per la stagione balneare 2023 e la relativa rete di monitoraggio; la definizione delle zone lungo la costa non adibite alla balneazione; – l’istituzione e aggiornamento del profilo delle acque di balneazione; la classificazione delle acque di balneazione da rendere nota prima dell’inizio della stagione balneare; la facoltà di ampliare o ridurre la stagione balneare, intesa come il periodo di tempo in cui vengono effettuati i controlli a tutela della salute dei bagnanti. 

Siamo alla fine di luglio e nemmeno nella sezione “acque di balneazione” del sito ufficiale della Regione Calabria c’è traccia del Decreto sulla classificazione delle acque di balneazione della regione per l’annualità 2023 richiesto dal D.lgs n116/2008 e dal D.M. 30 Marzo 2010.

Carente o inesistente anche l’informazione sui dati e aspetti di competenza comunale: in gran parte dei comuni costieri  non è rispettato l’obbligo di pubblicare le ordinanze dei divieti di balneazione e di esporre in ben evidenza con apposita cartellonistica in corrispondenza di tutte le aree, circa 650, di balneazione tutti i dati sui profili e sulla qualità e classificazione delle acque adibite alla balneazione. 

Queste carenze informative, già denunciate in passato anche dalla Corte dei Conti, continuano ad impedire di mettere sotto i riflettori e risolvere le ben individuate criticità, limitate ad alcuni tratti, che offuscano l’immagine del prezioso patrimonio costiero regionale che, riguardo la qualità delle acque marine, si colloca tra le regioni con le più basse percentuali di acque classificate di qualità eccellente e con le percentuali più alte delle acque classificate di qualità scarsa e vietate alla balneazione. In tutto il BelPaese la percentuale delle acque classificate di qualità Eccellente arriva al 95,53% mentre in Calabria è del 91,6% che tuttavia rappresenta la ragguardevole lunghezza complessiva di 614.661 metri. 

D’altra parte, le aree con acque marine classificate di qualità scarsa in Calabria arrivano al 2,2% e una lunghezza complessiva di 14.799 metri, mentre a livello nazionale risultano lo 0,82% del totale. 

Ma c’è di più: alla mancanza delle adeguate informazioni su tutti tratti del Tirreno e dello Jonio vietati permanentemente alla balneazione per inquinamento, dai pochi dati rintracciabili con approfondite ricerche solo nel web emergono errori e indicazioni contrastanti sulla qualità e balneabilità delle acque marine.  

Significativo l’esempio nella Provincia di Vibo Valenzia: nel Comune di Briatico il tratto di spiaggia lungo 1730 metri adibito alla balneazione denominato “La Rocchetta” nel Portale dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente della Regione Calabria è incluso tra le Aree classificate di qualità Eccellente mentre è colorato in rosso e tra le aree vietate alla balneazione per inquinamento. sulle mappe del Portale del Ministero della Salute.

Ancora nella stessa provincia l’unica Area che l’Arpacal ha classificato di qualità Scarsa e vietata alla balneazione è quella denominata “1400 mt Sud Torre Marina” nel comune di Ricadi della lunghezza di 1313 metri che appare colorata in verde e, quindi balneabile nelle mappe del Portale del Ministero della Salute. 

Va aggiunto che nella stessa provincia di Vibo V., a differenza di quanto denunciato nei giorni scorsi da Goletta Verde, la quasi totalità delle spiagge è stata classificata di qualità Eccellente; una è stata classificata di qualità Buona denominata “Lido Malfara” nel comune di Pizzo e una sola Sufficiente denominata “200 MT A DX F. Mesima” nel comune di Nicotera. Nel comune di Vibo Valenzia il 10 luglio è stata segnalata Analisi fuori norma in corrispondenza dell’Area denominata “La Capannina”; e nel comune di Pizzo il 22 giugno è stato posto un divieto di balneazione nell’Area denominata “Museo Civico”.

Evidentemente le meraviglie del patrimonio costiero e dei mari della Calabria meritano più impegno da parte delle istituzioni pubbliche preposte, degli operatori turistici locali, dell’insieme delle classi dirigenti e dei cittadini. Impegno necessario anche per superare “il modesto ruolo che la Calabria ha nell’economia del mare” sottolineato nel Piano Regionale di Sviluppo Turistico Sostenibile (PRSTS) per il triennio 2023/2025. (mp)

[Mario Pileggi è geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra]

LO SCALO REGGINO PUÒ ESSERE IL CENTRO
DELL’AREA METROPOLITANA DELLO STRETTO

di ROBERTO DI MARIA – Fra le tante brutte notizie seguite al piccolo incendio nell’aerostazione di Catania, che ha messo in tilt l’intero sistema del trasporto aereo siciliano, ne è arrivata una buona: la fine delle limitazioni operative che gravavano sull’aeroporto di Reggio Calabria.

La notizia è positiva in sé, dal momento che lo scalo aeroportuale ha sempre funzionato “a mezzo servizio” a causa di restrizioni che, negli anni, hanno suscitato non poche polemiche, limitandone l’utilizzo ad alcuni aeromobili ed imponendo determinate manovre di avvicinamento degli stessi alle piste. E pensare che il “Tito Minniti” ha ben due piste a disposizione, una delle quali, la 11/29, è stata allungata nel 1991 su richiesta di Enac ed Enav per consentire i decolli in piena sicurezza verso il mare: furono spesi circa 7 miliardi di lire.

Ma l’abolizione delle limitazioni è una buona notizia anche per il sistema dei trasporti nel suo complesso, non soltanto aerei e non soltanto calabresi. Lo scalo reggino è chiamato infatti “Aeroporto dello Stretto” a dimostrazione che chi lo ha progettato non aveva pensato soltanto a Reggio Calabria ed alla sua provincia. La sua posizione geografica lo pone al centro di un’area che esiste nella realtà ma che, dal punto di vista della gestione amministrativa e delle infrastrutture di collegamento, non è mai stata trattata come tale, da una politica miope e, non di rado, campanilistica.

L’attualità, che ci pone di fronte ai gravissimi disagi dovuti alla chiusura dell’aeroporto di Catania, che hanno coinvolto l’intera Sicilia, ci fa ulteriormente comprendere l’importanza di un aeroporto a pieno servizio sullo Stretto: i voli cancellati da Fontanarossa, infatti, sono stati distribuiti fra gli altri aeroporti siciliani, già intasati, come il Falcone-Borsellino di Palermo, o incapaci di sopperire a flussi di viaggiatori così intensi, come Trapani Birgi o Comiso. Il Tito Minniti, in questa redistribuzione, sarebbe stato prezioso, anche per la migliore accessibilità da Catania rispetto, ad esempio, a Palermo o Trapani. Ma nessuno ci ha pensato, complice le “limitazioni” di cui sopra oltre a, diciamolo pure, una scarsa propensione al dialogo tra amministratori siciliani e calabresi.

In prospettiva, ben altro dovrebbe essere il destino di questo scalo aeroportuale, finora sottoutilizzato e sottovalutato. Si pensi alla metropolitana dello Stretto: un sistema di trasporti pubblici che, sfruttando la futura realizzazione del Ponte, avrebbe collegato Reggio Calabria con Messina in pochi minuti. L’aeroporto Minniti sarebbe proprio il terminale di questo sistema, che partendo dalla nuova stazione di Messina, anch’essa prevista nel progetto del Ponte, ed attraverso la ferrovia che dà accesso all’opera di attraversamento, che prevede 3 stazioni intermedie in territorio messinese, giungerebbe in Calabria e punterebbe verso Reggio.

Con altre 3 stazioni servirebbe l’area calabrese fino all’aeroporto dello Stretto. Una linea della lunghezza di 40 km circa, in grado di consentire, finalmente, il collegamento tra le due città in pochi minuti e rendere raggiungibile il “Minniti”, in mezz’ora al massimo dal centro di Messina, ancora meno dalle aree settentrionali della città, servite dalle stazioni intermedie.

Una condizione del tutto assimilabile, ad esempio, a quella che lega Palermo all’aeroporto Falcone-Borsellino (lunghezza della linea: 35,5 km), attraverso un servizio rapido di tipo metropolitano che conduce direttamente allo scalo da un territorio servito capillarmente dalle stazioni intermedie. I tempi sarebbero similari: si consideri che  un treno “veloce” collega Palermo Centrale a Punta Raisi in 34 minuti.

Attualmente, invece, i collegamenti tra il “Minniti” e la città peloritana sono a dir poco carenti, se non inesistenti. L’aliscafo che lo collega al porto di Messina, con trasferimento in bus dall’aerostazione, impiega come minimo 55 minuti. Dal porto, poi, occorre raggiungere la propria destinazione in città, magari molto distante. La futura metropolitana, attraverso le tre stazioni intermedie in territorio messinese, dotate di parcheggi di interscambio, consentirebbe di raggiungere molto più facilmente la propria meta, ed in tempi incomparabilmente inferiori.

Sarà uno dei tanti effetti della realizzazione del Ponte che, come abbiamo scritto, renderebbe possibile la concretizzazione della Città Metropolitana dello Stretto: una realtà da 1.200.000 abitanti, che rappresenterebbe la più grande area metropolitana a sud di Napoli.

E che consentirebbe di armonizzare e ottimizzare le infrastrutture presenti nell’area, rendendo superflua, ad esempio, la realizzazione di un altro aeroporto a servizio di Messina, spesso reclamata dalla sponda siciliana dello Stretto. E che è stata al centro, in passato, di improbabili iniziative, magari sponsorizzate da immancabili gruppi stranieri: erano indiani quelli del previsto ”aeroporto del Mela” nel messinese, ma non dimentichiamo i cinesi che volevano costruire un aeroporto fra le aspre colline della provincia di Enna.

Tutte iniziative svanite nel nulla, come bolle di sapone, con tanto di bocciatura da parte di chi ha voce in capitolo: fu drastica, nel caso del “Mela”, la presa di posizione di Enac, che fece subito notare come il territorio non sarebbe stato in grado di supportare l’aeroporto.

Va detto infatti, che gli aeroporti sono infrastrutture molto costose, sia in fase di realizzazione che, soprattutto, in fase di gestione: per sostenere i costi relativi alla cura dei passeggeri e degli aeromobili, ma soprattutto alla loro sicurezza, un aeroporto deve essere molto ben frequentato. I transiti di passeggeri devono essere tali da garantire alle società di gestione introiti sufficienti, e ciò avviene solo per aeroporti che abbiano a disposizione un bacino d’utenza dell’ordine di qualche milione di residenti sul territorio. Una quantità di potenziali utenti che, se non può essere garantita dalla sola provincia di Messina (meno di 600.000 abitanti), può esserlo di sicuro per un aeroporto, come il “Minniti”, al centro di una grande area metropolitana che di abitanti ne conterebbe il doppio, come sarebbe quella formata da Messina e Reggio Calabria.

Insomma, anche in questo caso, l’unione fa la forza. E le infrastrutture di trasporto, con la loro capacità di connettere, si rivelano indispensabili. (rdm)

[Roberto Di Maria è dottore di ricerca in Infrastrutture dei Trasporti Amministratore “Sicilia in Progress”]

LA CALABRIA BRUCIA, SERVE PIÙ IMPEGNO
PER FARE PREVENZIONE SUL TERRITORIO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – La Calabria brucia. Sono più di 80, infatti, gli incendi che stanno devastando la regione, da Bagnara-Scilla fino all’entroterra dell’Aspromonte. Un incubo che sembra non avere fine, nonostante le azioni messe in campo dal presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha “sguinzagliato” droni per combattere i piromani.

Azioni che per  Legambiente Calabria, pur apprezzando l’attività repressiva e l’uso dei droni per scovare gli incendiari, non bastano. Serve una maggiore prevenzione del territorio.

La Calabria – ha ricordato Legambiente citando il dossier Ecomafia – nel 2022  è stata la regione con il più alto numero di incendi: 611 su un totale nazionale di 5.207 che hanno interessato una superficie boscata pari a 11.236 ha su un totale 68.665, mentre nel periodo 2017-2021 sono stati commessi 3.202 reati di incendio boschivo e sono andati in fumo 87.201 ettari.

Una situazione sulla quale, ancora oggi, pesano i ritardi delle Amministrazioni competenti e la carenza di mezzi oltre ad un quadro normativo che, nonostante le modifiche migliorative alla legge n. 353/2000 apportate con decreto legge n. 120/2021 convertito con modificazioni nella legge n.155/2021, non affronta i nodi dell’intricata matassa delle competenze in materia di incendi boschivi.

La legge n. 155/2021 ha destinato risorse importanti per il miglioramento delle tecnologie e dei mezzi aerei e terrestri a favore dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri Forestali, ed ha assegnato al Dipartimento della Protezione Civile la funzione di svolgere, annualmente e sulla base delle risorse disponibili, la ricognizione e l’individuazione dei fabbisogni su base triennale. In sostanza si è investito molto sulla tecnologia e sulla capacità di intervento, ma rimane il problema della prevenzione del territorio che in Regioni come la Calabria continua a rimanere esposto e vulnerabile.

Per Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, «appare sempre più evidente che tutti i temi ambientali sono strettamente connessi e collegati e che è essenziale oltre che urgente invertire la rotta nella nostra Regione».

«Le concause degli incendi sono diverse – ha spiegato – dalle azioni criminali, all’incuria, all’inadeguatezza delle misure di prevenzione e controllo, alla crisi climatica, sempre di origine antropica, con le alte temperature che si stanno verificando in questi giorni. Non possiamo e non dobbiamo consentire la distruzione del patrimonio verde e della biodiversità calabresi. Anche sul fronte incendi, come sulla depurazione, sul ciclo dei rifiuti e sulle altre criticità ambientali irrisolte, chiediamo alla Regione Calabria ed a tutti gli Organismi preposti, maggiore incisività nelle azioni di prevenzione, maggiore gestione nella patologia e quella capacità di visione sul futuro che dovrebbe essere la caratteristica indispensabile di chi governa in questa fase di svolta della storia».

«I dati inequivocabili e le drammatiche esperienze dirette conseguenti ai cambiamenti climatici, alle crisi di siccità, alle frequenti ondate di calore, alle crescenti aree di desertificazione nelle regioni del sud Italia Calabria compresa – ha concluso –, impongono di agire con determinazione. Occorre un radicale cambiamento di approccio e risposta al fenomeno che miri a prevenire gli incendi attraverso la gestione del territorio, l’utilizzo ecologicamente sostenibile delle risorse agro-silvo-pastorali, sostenere e rivitalizzare le comunità rurali nelle aree interne e montane in una rinnovata funzione di presidio territoriale».

Secondo Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente «è necessaria una completa ed attenta applicazione da parte dei comuni, della legge sui vincoli e la redazione del catasto delle aree percorse dal fuoco».

«Ma, soprattutto – ha continuato – sono necessarie maggiori azioni di difesa attiva a partire da una attenta e corretta gestione boschiva. Ancora una volta sta mancando l’organizzazione e la consapevolezza che il territorio regionale, a partire da boschi e foreste, deve essere protetto e salvaguardato con strumenti e risorse adeguati alle temperature torride di questa estate. Temperature che, oltretutto, come nelle previsioni sono destinate a rimanere tali anzi ad aumentare nei prossimi anni per effetto del riscaldamento complessivo del Pianeta».

«Per quanto riguarda gli incendi in Calabria non si può, quindi – ha detto –, certo parlare di emergenza ma di accadimenti largamente prevedibili che richiamano ognuna delle Amministrazioni competenti alle proprie precise responsabilità in termini di prevenzione e controllo accurato del territorio. Le azioni da mettere in campo devono essere guidate dall’interesse della collettività e dal principio di legalità anche per arginare i fenomeni mafiosi: la ‘ndrangheta, per come dimostrano le indagini della Magistratura, controlla, infatti, molte aree boscate oltre ai pascoli abusivi ed ha forti interessi economici nel business del taglio dei boschi e nella filiera produttiva delle biomasse».

Da qui la 10 proposte dell’Associazione per prevenire, fronteggiare il fenomeno degli incendi boschivi: Prima di tutto, serve una gestione integrata degli incendi, un’attività «di integrazione/coordinamento tra i settori dedicati alla previsione, prevenzione, informazione, addestramento, lotta, indagine e ricostituzione post-incendio».

Per Legambiente, infatti, «è ancora carente l’applicazione della legge quadro sugli incendi boschivi (L. 353/2000) e su questo punto sono ancora insufficienti le modifiche introdotte con la legge 155/2021».

«I Piani forestali – dice l’Associazione – di indirizzo territoriale devono integrare la pianificazione forestale con la prevenzione degli incendi boschivi. Definendo le aree esposte al pericolo e quelle dove integrare misure di selvicoltura preventiva con altre misure forestali, individuare misure per l’attività pastorale e agricola e quelle per la tutela della biodiversità nel Parchi Nazionali, Riserve regionali e siti della Rete Natura 2000».

«Per un più efficace governo degli incendi – viene evidenziato – è fondamentale una integrazione della politica forestale con quella agricola. Molti incendi, infatti, derivano dall’uso illegale e inesperto del fuoco per fini agro-silvo-pastorali, mentre l’abbandono dell’agricoltura e della pastorizia determinano un aumento del pericolo di incendi per accumulo del combustibile. L’agricoltura, tuttavia, deve essere considerata parte della soluzione: campi coltivati, orti, vigneti, aree pascolate possono ridurre l’infiammabilità a scala di paesaggio».

Legambiente, poi, ha ricordato non solo che «il pascolamento con specie domestiche è stato finalmente riconosciuto come tecnica per prevenire il propagarsi degli incendi, o evitare che una volta innescati diventino disastrosi», ma anche che i «cittadini possono essere parte attiva, in primo luogo coinvolgendo il volontariato non solo nella lotta ma anche nella prevenzione. Inoltre, i proprietari di fondi devono essere responsabilizzati nella gestione della vegetazione nei loro terreni ed i cittadini devono essere preparati a riconoscere il pericolo incendi ed a rispondere con comportamenti adeguati».

«L’analisi delle statistiche sugli incendi è essenziale per la comprensione ed il governo del fenomeno», dice ancora Legambiente nei dieci punti, ricordando poi che è fondamentale la pianificazione e progettazione del ripristino ecologico e funzionale.

«I piani urbanistici dettano le linee per l’espansione dei centri abitati– ha rilevato – in coerenza con le normative e i vincoli regionali e nazionali, ma non tengono in considerazione il rischio legato agli incendi boschivi. Per questa ragione appare auspicabile che nei prossimi anni la pianificazione urbanistica venga informata dai piani forestali di indirizzo territoriale che identificano le aree esposte al pericolo incendi (probabilità di propagazione di grandi incendi). La stessa attenzione deve essere indirizzata alla rete stradale che svolge un ruolo fondamentale nel garantire la sicurezza della logistica dei mezzi di soccorso in caso di incendi di elevata intensità».

Per Legambiente, poi, bisogna «estendere le pene previste dal Codice Penale per il reato di incendio boschivo a qualunque tipologia di incendio. È indispensabile rendere più severe le pene previste dall’articolo 423-bis del C.P. a qualunque incendio di e non solo i boschi e i pascoli, per quelli che interessano il patrimonio naturalistico e quelle sottoposte a vincolo paesaggistico. Così come va aggravata la fattispecie colposa per consentire l’arresto in flagranza, oggi non obbligatorio e vanno rafforzate le sanzioni amministrative estendendo ed equiparando le sanzioni più gravi a tutti gli incendi».

Infine, bisogna investire «nel potenziamento della flotta aerea pubblica, nella specialità interna al Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Alla luce del sempre maggiore utilizzo dei mezzi aerei nella lotta attiva agli incendi boschivi occorre ricostituire una flotta di proprietà pubblica e limitare il ricorso ai mezzi aerei privati. Dopo la riforma del 2016 la responsabilità primaria nella lotta attiva contro gli incendi nelle funzioni di coordinamento (DOS) è in capo ai Vigili del Fuoco e questi devono essere rafforzati». (ams)