PERCHÉ NON VOLA L’AEROPORTO DI REGGIO
LIMITAZIONI CHIARAMENTE PRETESTUOSE

di PASQUALE AMATO e DOMENICO GATTUSO – Alla luce dei fatti emersi di recente circa l’operatività dell’Aeroporto dello Stretto, occorre che le autorità di governo (Città Metropolitane di Reggio e Messina, Regioni Calabria e Sicilia, Governo nazionale) assumano con immediatezza una serie di scelte determinate, al fine di rilanciarne il ruolo strategico e internazionale. 

A seguito della riunione al Mit del 19 luglio scorso, tra il  Ministro Salvini ed i vertici Enac, Enav e Sacal, è stato diramato un comunicato stampa che menziona un avviso Enac importante: «I requisiti di qualificazione dell’equipaggio di volo per il trasporto aereo commerciale con aerei complessi sono sospesi. Gli operatori effettuano una valutazione dei rischi per la pista 15/33. La pista 15 dev’essere considerata preferenziale per le operazioni». Ma già il 1° luglio il Presidente della Regione aveva dichiarato: «stiamo intervenendo con una procedura negoziata che siamo riusciti ad ottenere grazie alle interlocuzioni con Enac, abbiamo interessato i vertici di Enav per fare in modo che si rimuovano le limitazioni che impediscono alle compagnie low cost di volare su Reggio come si faceva un tempo».

In altri termini, non sussiste ragione cogente di mantenere le limitazioni che hanno penalizzato per anni, ingiustamente, l’Aeroporto dello Stretto. Se ne deduce che in passato è stata attuata una strategia finalizzata a limitarne la piena operatività e concentrare risorse e offerte di servizi solo su quello di Lamezia Terme. È tempo di rivendicare una strategia di compensazione e rilancio del Tito Minniti, prima che sia troppo tardi. Dai dati di traffico pubblicati da Assaeroporti, nel primi 5 mesi del 2023 (Gennaio-Maggio) si osserva che  l’Aeroporto di Lamezia registra 1 milione di passeggeri mentre l’Aeroporto dello Stretto ne registra 105 mila, con un rapporto 10 a 1. Per evitare il disastro occorre pretendere un’azione di rilancio decisa, immediata e lungimirante, attraverso 5 misure prioritarie:

  1. Preso atto che l’Aeroporto dello Stretto può essere funzionale a tutti gli effetti con la pista 15/33, occorre procedere alla sua abilitazione da subito, recuperando la coppia di voli Reggio-Milano (al mattino) e Milano-Reggio (serale)  scippato da Lamezia e concretizzando l’opportunità per voli low cost e charter, senza rinvii immotivati e strumentali (rinviare la caduta delle restrizioni a fine anno avrebbe come conseguenza l’impedimento per tutte le compagnie di programmare voli e tratte in autunno e in inverno). 
  2. Procedere al distacco dalla Sacal e alla creazione di una nuova società di gestione autonoma, adottando un accordo politico fra le 3 Città Metropolitane di Reggio, Messina e Catania, e una partecipazione azionaria a prevalenza pubblica, con partner privilegiato la società di gestione dell’Aeroporto Fontanarossa di Catania (Sac), ma inclusiva di ulteriori soggetti quali le Camere di Commercio delle tre Metrocity, imprenditori che hanno a cuore il nostro territorio, imprenditori di grande rilievo sulla scena internazionale (ad esempio MSC, che gestisce il porto di Gioia Tauro e si sta muovendo anche nel comparto aereo).
  3. Attivare tutte le forme di servizio pubblico che possono essere funzionali all’accessibilità dell’aeroporto da tutta l’Agglomerazione Metropolitana dello Stretto. Tra le azioni da rendere subito operative: la cessione delle deleghe sul TPL da parte di una Regione ostile alla Città Metropolitana di Reggio (sono anni che si registra tale inadempienza), la programmazione di servizi di trasporto coordinati treno-bus-nave a scala di area vasta dello Stretto (Reggio, Messina e Catania), la piena operatività della stazione ferroviaria di S.Gregorio con navetta di raccordo all’aerostazione, il ripristino del collegamento ferroviario dal porto alla stazione di Reggio Lido, la dotazione di una flotta di catamarani di ultima generazione  per i collegamenti fra le due sponde dello Stretto integrando porti e aeroporti (ivi comprese le relazioni  Reggio-Catania e Reggio-Eolie) e assicurando l’integrazione tariffaria  (biglietto unificato).
  4. Concretizzare la continuità territoriale che si traduca nell’abbattimento delle tariffe di trasporto aereo per come avviene in numerosi altri aeroporti d’Italia e d’Europa, superando i giochi truccati di soggetti poco inclini a sostenere lo sviluppo cooperativo di tutti gli aeroporti e dell’economia turistica della Calabria.
  5. Attribuire all’Aeroporto un ruolo  strategico ai fini della protezione civile, per l’assistenza ad un territorio a massimo rischio sismico e drammaticamente soggetto a fenomeni franosi, alluvioni, incendi devastanti, essendo le reti di soccorso terrestri alquanto fragili.  Con un cerchio di raggio pari a 300 km, centrato sullo Stretto (che corrisponde a 50 minuti di volo di un Canadair), si copre la Sicilia, la Calabria, buona parte del territorio lucano e tutto il Cilento campano. In tal senso l’Aeroporto dello Stretto dovrebbe essere dotato di una flotta di canadair ed elicotteri stabilmente insediati. (pa e dg)

[Pasquale Amato e Domenico Gattuso sono coordinatori del Movimento di Cittadinanza Attiva per l’Aeroporto Metropolitano dello Stretto, Strategico e Internazionale]

PNRR, MANCANO I DATI DELLA CALABRIA E SOLO CROTONE E VIBO SONO “VIRTUOSI”

di FRANCESCO CANGEMI – In Calabria il 100% dei capoluoghi di provincia non ha fornito dati sui progetti del Pnnr attraverso domanda di accesso civico “generalizzato” (la cosiddetta Foia). Il drammatico dato emerge dalla seconda edizione del Rapporto che fotografa l’attivazione e la conoscibilità dei progetti del Pnnr presentato da Libera e Gruppo Abele.

«In Calabria – commenta Giuseppe Borrello, referente regionale di Libera Calabria – considerando l’assenza dei dati dei capoluoghi di provincia, i calabresi non sono posti nelle condizioni di sapere dove il Pnrr si stia concretizzando in Calabria. Chiediamo trasparenza e inclusione nelle scelte e nella rendicontazione del Pnrr a livello locale. Per capire davvero dove sia il Pnrr, il rispetto dei principi della completezza e della certezza dei dati dovrebbe essere un’indispensabile premessa. Tuttavia, i risultati che presentiamo vanno nella direzione opposta e la trasparenza è ancora una chimera, nonostante l’allarme lanciato dalle procure calabresi sul pericolo delle infiltrazioni della ‘ndrangheta sui fondi del Pnrr. In una situazione molto delicata, come quella calabrese, solo la trasparenza, presupposto essenziale per il monitoraggio “dal basso”, può rappresentare l’antidoto più efficace contro ogni forma di corruzione e infiltrazione. Non possiamo perdere l’occasione del Pnrr. Il cambiamento passa per la capacità dello Stato di garantire partecipazione e rendicontabilità».

Libera e Gruppo Abele spiegano che da mesi si parla di Pnrr di bandi, di riformulazione di progetti ma la verità è che il Pnrr continua ad essere un piano misterioso: siti istituzionali incompleti, dati che non coincidono, una trasparenza che viaggi su binari diversi e mai coincidenti.

Il rapporto curato Progetto Common – Comunità monitoranti di Libera e Gruppo Abele in collaborazione con la rivista “lavialibera” è un monitoraggio civico che ha visto la partecipazione di 124 volontarie e volontari dei presidi territoriali di Libera.

In Calabria, è stato possibile mappare solo 4 progetti, per una spesa totale di circa 1 milione e 700mila euro, nei soli comuni di Crotone e Vibo Valentia attraverso la pubblicazione dei dati in Amministrazione Trasparente. Confrontando il dataset di Libera con i dati sui progetti di Pnrr rilasciato in Italia Domani (giugno 2023) in Calabria: 2 progetti dei 4 mappati da Libera non sono presenti (o almeno non sono coincidenti) nel database istituzionale.

Ai capoluoghi di provincia è stato chiesto, attraverso la domanda di accesso civico “generalizzato” (cosiddetta Foia, acronimo di Freedom of information act), di fornire informazioni e dati circa la quantità di denaro speso per singolo progetto, l’origine di quel denaro (chi è il soggetto titolare) e l’obiettivo di ogni progetto. In Calabria nessun capoluogo di provincia ha risposto positivamente inviando i documenti richiesti. Un triste primato assoluto, unico caso in Italia, che evidenzia nella nostra regione la grandissima difficoltà di raccogliere dati utili sugli interventi concreti del Pnrr.

«Davanti questa fotografia – scrivono le due organizzazioni – non ci sorprende se secondo una recente indagine di Demos per Libera il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) viene dipinto come un oggetto misterioso nella percezione delle cittadine e dei cittadini. Circa sette intervistati su dieci (68%) affermano di averne “nessuna” o “scarsa conoscenza”. Contestualmente, la stessa indagine mostra che è alta la preoccupazione che la grande mole di denaro impiegata in investimenti pubblici possa favorire infiltrazioni mafiose. Infatti, ben l’88% degli intervistati ritiene che il Pnrr – per quanto avvolto in una nebbia di incertezza sulla sua reale natura – sia comunque a rischio di corruzione e infiltrazioni mafiose, presumibilmente al pari di ogni altra forma di investimento di risorse pubbliche in Italia».

Cinque le questioni sollevate dal rapporto di Libera e Gruppo Abele al decisore nazionale e locale, rispetto al Pnrr: «Perché i dati da noi raccolti interpellando i Comuni non coincidono con quelli istituzionali? E che ne è dell’unicità del dato per i progetti di Pnrr? Come facciamo a ricostruire la filiera informativa dei progetti di Pnrr fin dalla fase decisionale, se vengono cambiati in corsa gli elementi tramite i quali poter confrontare i dati? Quando è prevista la pubblicazione del portale di Pnrr fondato su “trasparenza, semplicità, immediatezza e personalizzazione”, per come promesso nel Pnrr stesso? Perché questo duplice rilascio con tempistiche inusuali? E con quale frequenza saranno aggiornati i dati d’ora in avanti? Quanti e quali sono quindi i progetti di Pnrr oggi attivi in Italia?».

In seguito alla gran confusione e l’impossibilità di ottenere informazioni pulite e chiare in un clima politico insofferente a qualsiasi forma di controllo esterno, Libera e Gruppo Abele avanzano al Governo due proposte: istituire un portale unico nazionale che diffonda i dati aggiornati e trasparenti sul Piano; alle amministrazioni comunali di dotarsi di pagine specifiche per i progetti, così che non possano esserci dubbi sul come e il perché un comune decida di utilizzare le risorse del Piano.

«Come Libera e Gruppo Abele – scrivono nel rapporto – riteniamo che un buon modo per generare un modello di attuazione del Pnrr che risulti più resistente all’infiltrazione corruttiva e dei clan è nella ricerca di risposte alle cinque domande che presentiamo in questo report, capaci di attivare un processo virtuoso che può e deve tradursi in soluzioni organizzative concrete da parte dei decisori, tanto a livello nazionale che locale». (fc)

ADDIO A PROFAZIO, “MASTRO” CANTATURI
OTELLO ERA LA CALABRIA, LA SUA ANIMA

di PINO NANO –Da oggi in cielo brilla una nuova stella, è quella di Otello Profazio, che ha scelto uno dei giorni più caldi e più afosi dell’anno per andarsene via per sempre.
Anche lui, in silenzio, senza avvertire nessuno, forse anche per non creare ulteriore disturbo.

Il grande artista è morto ieri in ospedale a Reggio Calabria, dove era stato ricoverato per problemi vari e complessi.

Etnomusicologo, cantautore, cantastorie, dottore in lettere classiche all’Università di Roma, memoria storica ormai della vita di interi paesi del Sud, romanzo vivente di intere generazioni di uomini, menestrello erudito e moderno, poeta filosofo storico e antropologo insieme, dentro di lui ci siamo tutti noi, e c’è la vita di ognuno di noi.

Otello Profazio era la Calabria, era la sua anima, era il suo respiro. Lo amavo disperatamente perché era un uomo libero, senza pregiudizi ma anche senza freni inibitori, padrone della sua libertà da sempre, senza se e senza ma, altezzoso, presuntuoso, irascibile, padrone del mondo in tutti i sensi, mai schiavo e mai sotto ricatto.
Ogni suo concerto era una magia, era un pezzo di storia locale, era un affresco di battaglie sociali e civili che nessuno aveva mai saputo raccontare meglio di lui, perché quello che sapeva dire la sua musica non sapevo dirlo nessun altro.

Otello era il Sud, Otello era la musica popolare italiana, Otello era il mago della chitarra, Otello era il re dei cantastorie di tutti i tempi, Otello era Otello Profazio, una leggenda vivente, una sorta di icona della nostra musica country, e di lui parleranno per sempre i libri di storia della musica. Perché la storia dell’antropologia e della sociologia meridionale passano anche attraverso la sua vita, attraversano le sue canzoni, grazie alle sue ricerche, ai suoi studi, ai suoi saggi, e ritornano al cuore del mondo per via del soul che segnava, e segna oggi più di ieri, la sua musica.

Affascinante, scontroso, estroverso, eclettico, sofisticato, strafottente e irritante, iroso e avvolgente, ammaliante e superstizioso, Otello era tutto questo insieme, era la Calabria in tutte le sue fattezze, antica e moderna, pregi e virtù, vizi e privilegi, storia di soprusi sopraffazioni violenze diritti negati, poche certezze, immensa solitudine, sconfinate praterie di delusioni e di attese di speranze inutili e di sogni impossibili, sull’altare di una libertà mai reale e mai esistita.

Otello era la voce della protesta, Otello era l’angelo dei disperati, Otello era il cantore dei poveri.

Di più, Otello era l’amico dei derelitti, poeta di chi partiva per sempre, Otello era esaltazione sogno depressione vita e morte insieme.

Otello era così anche nei momenti più difficili della sua vita e della sua carriera, quando anche il ricatto poteva far parte della sua vita e della storia della sua crescita professionale e artistica di cantante e di cantautore.

Arrivava nei paesi più lontani e più sperduti e diventata come d’incanto il vero re della piazza, poeta di strada, amato coccolato invidiato e ammirato per il modo come raccontava la storia di uomini e donne che per secoli non avevano avuto voce.

So bene che un cronista non dovrebbe mai lasciarsi a confessioni private, ma il mio primo incontro con Otello Profazio data forse sessant’anni fa, io appena ragazzo, per la mano con mio padre, nella piccola grande piazza di Sant’Onofrio, il mio meraviglioso paese di origine, e lui Otello su una panca sistemata accanto alla fontana del paese con alle spalle un grande cartellone animato, quasi una scacchiera di disegni, ogni quadrato una storia, ogni storia un personaggio, e lui al centro di tutto con la sua chitarra e soprattutto la sua voce.

Una voce possente, melodiosa, protagonista quanto la sua musica, un fiume in piena, una ballata dietro l’altra, musica e parole che parlavano di briganti e di storie di violenza, di fuitine e di tradimenti, di paure e di partenze, e fu allora che per la prima volta capii cosa fosse la disperazione di chi partiva in cerca di fortuna e di lavoro, le Americhe, l’Argentina, “U Canadà”, Toronto Montreal e via dicendo.

Una notte magica per me quella sera, e quando mio padre provò a tirarmi via dal concerto prima che finisse lui capì immediatamente, dalla mia stretta di mano, resistente a lasciare la piazza, che qualcosa quella notte aveva colpito la mia immaginazione più di quanto lui stesso, straordinario intellettuale di quei tempi, non avesse percepito.

E rimase con me, e con mio fratello Ottavio, anche lui fino alla fine, in piedi come tutti gli altri, a seguire le smorfie i tic e i movimenti di questo strano uomo da circo, pesante nel fisico già allora, e sgraziato nei movimenti, ma leggiadro e straordinariamente gioioso nel suo modo di cantare.

L’avevo sentito qualche mese fa, volevo chiedergli della sua salute e con il suo solito ghigno sarcastico mi aveva risposto: “Cosa vuoi che ti dica? I vecchi nei nostri paesi dicono ancora oggi che l’ età è una infermità, e ti ho detto tutto”.

Spero che un giorno una delle grandi Università Italiane – magari lo facesse l’Unical! – accetti la sfida di analizzare le sue meravigliose “cantate”, queste sue immense serenate d’amore, questi suoi canti di rabbia e di lutto, e forse solo allora capiremo tutti, davvero fino in fondo, cosa è stato Otello Profazio per la storia del Sud. (pn)

L’EOLICO OFFSHORE È LA VIA DI SVILUPPO
LA CALABRIA SPINGA SULLE RINNOVABILI

La Calabria potrebbe puntare decisa all’utilizzo delle rinnovabili per il proprio sostentamento energetico. Puntare sempre di più sulle rinnovabili, a partire dall’eolico offshore sbloccando quei progetti in attesa di valutazione statale, e abbandonare la strada delle fonti fossili e dei rigassificatori. È questa per Legambiente la sfida che la Calabria deve affrontare visto che in questo territorio tre quarti dell’elettricità è ancora prodotta da fonti fossili.

La Calabria deve riuscire a trasformare l’emergenza climatica, energetica e sociale in opportunità di crescita e sviluppo del territorio, non solo per contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici, ma anche per portare innovazione nei territori, al settore energetico e nuovi posti di lavoro. Non deve perdere questa importante opportunità, ha tutti i requisiti e le capacità per far decollare le rinnovabili dimostrando al Governo Meloni che la strada da percorrere non è quella dell’hub del gas. Il Meridione può diventare un hub energetico europeo strategico delle rinnovabili e la Calabria in questo contesto può giocare un ruolo importante con i suoi 22 progetti a fonti rinnovabili in attesa di valutazione statale, tra cui i 4 di eolico offshore per complessivi 2,93 GW di potenza. 

L’associazione ambientalista ha fatto il punto in occasione della tappa in programma a Crotone di Goletta Verde, sua storica campagna estiva in navigazione lungo la Penisola e realizzata con le partnership principali di Anev, Conou, Novamont e Renexia e la media partnership de La Nuova ecologia. L’eolico offshore è, anche quest’anno, uno dei temi portanti di Goletta Verde per informare e sensibilizzare i cittadini e per ricordare che l’energia prodotta dal vento rappresenta uno degli strumenti necessari per arrivare alla decarbonizzazione del nostro Paese attraverso la transizione energetica. 

Sul fronte delle energie pulite, nonostante alcuni continuino a pensare che la regione Calabria abbia già contribuito abbastanza, a fine 2022 nel territorio sono presenti 35mila impianti da fonti rinnovabili, pari a poco più del 2% di quelli presenti sul territorio nazionale, per 2.817 mw di potenza complessiva, cresciuti di appena 52 mw di nuova potenza rinnovabile nell’ultimo anno. In termini di copertura energetica elettrica, il maggior contributo arriva dall’eolico, con il 12%, seguito dalle bioenergie con il 7,5% (in questa percentuale rientrano specifici impianti a biomassa solida che non hanno alcuna caratteristica di sostenibilità, e dal solare fotovoltaico con il 3,8%. Percentuali, tra eolico e fotovoltaico, davvero basse e che, per una Regione come la Calabria, rappresentano solo il primo timido passo verso la decarbonizzazione.

La Calabria è una regione con un potenziale davvero importante, come raccontano i 22 progetti a fonti rinnovabili in attesa di valutazione statale, tra cui i 4 di eolico offshore per complessivi 2,93 gw di potenza. Il più distante dalla costa è il progetto di eolico offshore Calabria, da 555 mw e previsto, se autorizzato, nello specchio acqueo del Golfo di Squillace a largo di Punta Stilo con la pala più vicina alla costa ad una distanza di 55 km. Sempre nel Golfo di Squillace a 43,5 km troviamo anche il progetto Krimisa, il più grande tra quelli monitorati da Legambiente fino a fine maggio, composto da 62 aerogeneratori da 18 MW ognuno, per una potenza complessiva da 1.116 mw.

Tra lo specchio di mare del Golfo del Comune di Squillace (Cz) e i territori comunali di Borgia, Squillace, Grifalco, San Floro, Caraffa di Catanzaro, Cortale e Maida, anch’essi in provincia di Catanzaro, troviamo invece la proposta di progetto Fortevento composto da 39 aerogeneratori da 15 mw ciascuno, per una potenza complessiva pari a 585 mw. In ultimo, il parco eolico La Patrizia, unico non galleggiante, che sarà posto ad una distanza minima dalla costa di 12 km e composto da 45 aerogeneratori da 15 mw ciascuno per 675 mw, e che, se approvato, sarà realizzato tra il Comune di Belcastro (Cz), in località La Patrizia, lo specchio di mare del Golfo del Comune di Squillace (Cz) e i territori comunali di Botricello, Cropani, Sellia Marina, Sersale, Simeri Crichi, Catanzaro, San Floro, Caraffa di Catanzaro e Maida.

«La strada verso la decarbonizzazione è ancora molto lunga: lo scorso anno le fonti fossili hanno coperto il 75% della domanda di energia elettrica della Calabria, con un radicamento legato non solo alla produzione energetica, ma anche al trasporto di gas e all’estrazione di idrocarburi – dichiara Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria –. Ad oggi con i suoi gasdotti la Calabria è territorio di transito di tutto il gas importato dal Nord Africa che approda prima in Sicilia per essere poi spinto verso nord passando per la Centrale di Compressione di Tarsia, in provincia di Cosenza».

«Inoltre, a questa situazione – ha spiegato – si aggiunge il rischio dato dai rigassificatori: il primo a Gioia Tauro, tornato in auge dopo 10 anni dalla sua autorizzazione a causa dello scoppio del conflitto in Ucraina e oggi considerato importante nell’ambito della strategia che vede l’Italia candidata a diventare l’hub del gas verso l’Europa; e l’altro in attesa di autorizzazione a Crotone, da 0,8 miliardi di smc, e che prevede un deposito costiero con capacità di 20.000 smc di gas. Progetti che allontanano la Calabria dalle opportunità di innovazione, miglioramento della qualità di vita e creazione di posti di lavoro».

«È ora di dire basta – ha concluso – l’eolico offshore, insieme alle altre tecnologie pulite, è un’opportunità energetica, economica e sociale che la nostra regione ha tutto l’interesse a perseguire».

Non bisogna dimenticare anche le attività di ricerca e produzione di idrocarburi. Nel 2022, attraverso le 4 concessioni di coltivazione presenti nella Regione e localizzate nei pressi di Crotone tra terra e mare, sono stati prodotti 5.119.484 smc di gas su terraferma e 282.046.919 smc nelle concessioni direttamente di fronte alle coste crotonesi, una quantità pari a circa l’8% della produzione nazionale di gas fossile. A queste si aggiungono ulteriori 3 permessi di ricerca per una superficie di oltre 2.000 kmq destinati ad attività connesse alla produzione di idrocarburi. (fc)

LA “GRANDE COSENZA” SI PUÒ E DEVE FARE
MA SERVE RIVEDERE LA LEGGE REGIONALE

di FRANCESCO CANGEMI – La Grande Cosenza. Un vecchio sogno che potrebbe realizzarsi con la fusione dei comuni limitrofi dell’area metropolitana (Castrolibero e Rende) per costituire un unicum che formalmente esiste già, ma strutturalmente non produce frutti, soprattutto a vantaggio dei cittadini. Calabria.Live è andata a chiedere cosa ne pensa il sindaco di Cosenza.

Non si nasconde certo dietro un dito il sindaco di Cosenza Franz Caruso quando si tratta di parlare della fusione dell’area metropolitana di Cosenza che riguarderebbe i Comuni di Rende, Castrolibero e lo stesso capoluogo di provincia. Non esita a dire che si tratta, la proposta di legge regionale, di un qualcosa di confusionale e di una «operazione policistica per mettere le mani sulla città».

Il presidente della giunta regionale della Calabria Roberto Occhiuto, nel corso dell’intervista, viene anche definito dal sindaco Caruso come l’autore di «una vera azione di sabotaggio della realizzazione del nuovo ospedale della Annunziata nel sito di Vagliolise».

Sindaco Caruso, perché la fusione che vuole il consiglio regionale non va bene?

Non va bene perché il testo di legge presentato, più che una proposta istitutiva della nuova città unica, sembra essere finalizzata esclusivamente alla sola estinzione dei Comuni oggi esistenti. La Città unica nella realtà urbana esiste già. L’area metropolitana cosentina è già vissuta dai cittadini come una città unica e dalla continuità territoriale. Una legge istitutiva regionale dovrebbe essere utile e funzionale, dunque, ad una organizzazione e riordino di tipo amministrativo, da ottenere attraverso la nascita del nuovo ed unitario ente comunale. Il disegno di legge regionale, invece, crea solo una grande confusione. Quella depositata dal centrodestra è una proposta improvvisata e lacunosa. Ho la sensazione che invece di pensare agli interessi dei cittadini, si tenta di fare una operazione politicista per mettere le mani sulla città. E ciò, ritengo, è soprattutto dovuto al fatto che Occhiuto non ha mai accettato la sconfitta elettorale che nell’ottobre del 2021 ha portato alla mia elezione a sindaco della città.

E quindi?

Si presenta una proposta di legge che contiene solo la data di entrata in vigore della nuova forma amministrativa ed istituzionale della città unica.  Per il resto solo omissioni.  Non è stato previsto alcun efficace percorso, sia dal punto di vista amministrativo che sotto l’aspetto giuridico-legislativo, per una effettiva e sapiente opera di costruzione del nuovo ente. Anzi, cosa gravissima, è che è tanta la fregola di puntare evidentemente ad un vero e proprio colpo di mano, che è stato depotenziato persino il referendum popolare a  cui deve essere sottoposta la scelta.  Dalla decisione vengono esclusi completamente i Comuni, ma soprattutto non decidono più le popolazioni interessate, perché hanno deciso che il referendum debba essere solo consultivo. Insomma la Regione ha avocato a sé pieni poteri.  Un mostro giuridico, anticostituzionale che il Governo nazionale ha avallato. Sulla modifica della forma di referendum e la esclusione dei comuni dal percorso decisorio, si è consumato un vero e proprio scambio tra Occhiuto e il ministro Calderoli. Occhiuto vota a favore della sciagurata ipotesi dell’autonomia differenziata e Calderoli non impugna la legge con la quale la Regione  può decidere la fusione tra Comuni anche a prescindere da un eventuale pronunciamento contrario delle popolazioni.

In che modo?

Attraverso la modifica del comma 3 dell’art. 5 della legge regionale 55/2006, deliberata dal Consiglio Regionale a colpi di maggioranza, che elimina le delibere dei Consigli Comunali e ribadisce che il referendum è consultivo e non vincolante.  Di fatto si mortifica l’autonomia dei Comuni, calpestando il diritto di autodeterminarsi dei territori. Un atto, insomma, antidemocratico ed illiberale. Una modifica che contrasta con ciò che prevede una altra legge in vigore: “La Regione valorizza ed incentiva, sulla base dell’iniziativa dei Comuni, la costituzione di gestioni associative tra le stesse Istituzioni”.

Con altre “regole”, la Grande Cosenza si può fare?

La Grande Cosenza si deve fare. È stato l’orizzonte che ho indicato nel mio programma elettorale. Ma va fatta con responsabilità e serietà.  Per la fusione tra la città di Pescara e i comuni di Montesilvano e Spoltore è stato previsto un percorso della durata di ben nove anni.  Un percorso costituente e partecipato, con i comuni e le popolazioni come protagonisti primari. Serve innanzitutto uno studio di fattibilità e poi bisogna finanziare il  processo di fusione. Un adeguato finanziamento di premialità capace di supportare la nascita di un nuovo ente che dovrà amministrare oltre centomila abitanti e curare e manutenere un esteso territorio. Di tutto questo non c’è traccia nella proposta della Regione.  I firmatari della legge non si pongono minimamente il problema di come la fusione possa avvenire, in questo caso, alla presenza di fattori non certamente ordinari.

Infatti, oltre che la sopraggiunta presenza della gestione commissariale di Rende, soprattutto la condizione di dissesto finanziario del comune di Cosenza, con il registrarsi di una vera e propria voragine debitoria, ereditata dalla gestione dei dieci anni precedenti al mio insediamento alla guida della città costituiscono elementi non banali e che il legislatore regionale possa ignorare.  Serietà e responsabilità vorrebbero che Roberto Occhiuto, intanto, finanziasse ed azzerasse il debito pregresso di Cosenza ed evitare, così, che siano i cosentini e tutti i cittadini della area urbana con le loro tasche a farne le spese.

Ma non mi pare che ci sia questa volontà. Anzi, finora abbiamo registrato da parte di Occhiuto una vera azione di sabotaggio della realizzazione del nuovo ospedale della Annunziata nel sito di Vagliolise, cioè nel cuore della potenziale città unica ed il blocco della metropolitana leggera. Una opera questa che declina la materializzazione fisica della nuova città e che, oltre ad essere proposta in maniera lungimirante da Beniamino Andreatta al momento del suo insediamento a Rettore per la integrazione della università con l’area urbana, oggi sarebbe un innovativo fattore di modernizzazione di una città green, più vivibile e meno inquinata.

Tra riprese e silenzi la proposta della città unica non è nuova. Ritiene che sia ancora rivoluzionaria o bisogna guardare altrove?

È sicuramente rivoluzionaria l’ipotesi di area vasta Metropolitana, per includere anche altri territori legati al capoluogo come la Valle del Crati, il Savuto, le Serre cosentine. Una “Città Territorio” che potrebbe essere  una area strategica, nodo centrale di un asse di sviluppo che si estende da Gioia Tauro a Sibari.

Lei confida in un fecondo confronto istituzionale tra Regione e Comuni intorno alla procedura per la istituenda città unica?

 Finora non abbiamo registrato segnali incoraggianti. Da parte della maggioranza di governo regionale abbiamo registrato chiusure e, in qualche caso, qualche polemica di bassa lega.  Non mi pare di cogliere ad oggi un approccio metodologico consapevole di trattare un tema di forte valore storico. Ritengo che la nascita della città unica della area metropolitana cosentina non possa essere derubricata ad una questione di tipo semplicemente ordinaria e burocratica. L’ambizione dovrebbe essere quella di sollecitare un protagonismo sociale, istituzionale e culturale degno di un grande evento. E poi su questo terreno si dovrebbe facilitare la espressione di una forte volontà unitaria e non insistere in un atteggiamento assolutamente divisivo. I comuni finora hanno dimostrato volontà propositiva e di predisposizione alla cooperazione istituzionale.

Certo, se il quadro non muta, non possiamo subire passivamente.  Attiveremo tutte le azioni che la legge consente per fermare ciò che oggi si configura come un obbrobrio legislativo ed amministrativo. (fc)

SUD UNICA ZONA DI IMPRESA E SVILUPPO
CON LA LEGGE DELEGA FISCALE È POSSIBILE

di VINCENZO CASTELLANO  – Lo scorso 12 luglio, con 182 voti favorevoli e 97 contrari, la Camera ha approvato il disegno di legge Delega al Governo per la riforma fiscale (A.C. 1038-75-A). Si attende ora che il testo passi all’esame del Senato e, come da impegno dichiarato dal viceministro Leo, venga approvato definitivamente entro la pausa estiva.

La riforma fiscale è tra le priorità individuate nel Pnrr per dare risposta alle esigenze strutturali del Paese e costituisce parte integrante della ripresa economica e sociale che si intende avviare anche grazie alle risorse europee.

Il provvedimento, composto da venti articoli raggruppati in cinque titoli, conferisce al Governo la delega a emanare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore dello stesso, uno o più decreti legislativi volti alla revisione del quadro delle regole tributarie e risponde alla necessità di intervenire sul sistema fiscale per superare le criticità dello stesso.

Il ddl, quindi, indica i principi e criteri direttivi generali e specifici cui deve attenersi il legislatore delegato e contiene, tra l’altro, la revisione dello Statuto dei diritti del Contribuente, del sistema di imposizione dei redditi delle persone fisiche, delle società e degli enti, la revisione dell’Iva, di altri tributi indiretti (imposta di registro, sulle successioni, bollo, ecc.), della disciplina doganale, delle accise e altre imposte sui consumi, la revisione dei procedimenti amministrativi di accertamento e riscossione e il riordino organico delle disposizioni fiscali mediante la redazione di testi unici.

Tra le novità introdotte nei lavori alla Camera, ci sono la previsione di misure volte a favorire l’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani under 30, la flat tax sugli straordinari, le tredicesime e i premi di produttività, il superamento graduale dell’Irap, lo stop alla vendita on line delle sigarette elettroniche e il riordino delle tasse automobilistiche.

Il graduale superamento dell’Irap sarà prioritario per le società di persone e per le associazioni senza personalità giuridica costituite da persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti o professioni, nella prospettiva di istituire una sovraimposta, determinata con le medesime regole dell’Ires, che assicuri un gettito in misura equivalente, da ripartire tra le regioni per il finanziamento della sanità.

Per le persone fisiche titolari di partita Iva viene prevista la progressiva introduzione della periodicità mensile dei versamenti degli acconti e dei saldi e l’eventuale riduzione della ritenuta d’acconto. Mentre resta in stand by la flat tax incrementale in attesa di una complessiva valutazione del regime sperimentale di tassazione degli incrementi di reddito già introdotto, per l’anno 2023, per le persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni.

Nell’ambito della revisione del sistema di imposizione sui redditi delle persone fisiche è stata prevista anche la possibilità di introdurre, per un periodo limitato di tempo, misure idonee a favorire i trasferimenti di residenza nei comuni periferici e ultraperiferici.

Per le imprese e gli enti, tra le novità del ddl uscito dalla Camera, si registra la possibilità di riduzione dell’aliquota Ires nel caso in cui il reddito prodotto sia impiegato, in tutto o in parte, in schemi stabili di partecipazione dei dipendenti agli utili ovvero, in alternativa, la possibilità di fruire di eventuali incentivi fiscali riguardanti investimenti qualificati, anche attraverso il potenziamento dell’ammortamento, nonché di misure finalizzate alle nuove assunzioni, anche attraverso la possibile maggiorazione della deducibilità dei relativi osti. 

Merita invece un cenno particolare la novità – che riguarda il Sud – introdotta nei lavori alla Camera con la lettera e-bis), che troviamo all’interno del comma 1 dell’art. 9 del ddl rubricato “Altre disposizioni”. Nell’esercizio della delega, il Governo dovrà “favorire lo sviluppo economico del Mezzogiorno e la riduzione del divario territoriale, valutando la semplificazione del sistema di agevolazioni fiscali nei riguardi delle imprese finalizzato al sostegno degli investimenti, con particolare riferimento alle zone economiche speciali”. Vista anche la recente apertura da parte dell’Ue sulla proposta del ministro Fitto di costituire una Zes unica per tutto il Mezzogiorno e i fondi del Pnrr ad esso destinati, la novità della legge delega darebbe al Governo la grande opportunità di imprimere un cambio di passo all’economia del Sud e renderlo un’unica grande zona d’impresa e di sviluppo. (vc)

[Vincenzo Castellano è dott. Commercialista e segretario Federale di Italia del Meridione]

 

LA CALABRIA E IL PARADOSSO TURISMO
POCHE PRESENZE E SCARSA PROMOZIONE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Quel treno per Yuma era il titolo di un famoso film del 2007 remake del film omonimo del 1957. Me lo ricorda l’annuncio del treno per Pompei. «Il 16 luglio é partito  il treno Roma-Pompei, realizzato con le Ferrovie dello Stato: porterà i visitatori direttamente alla stazione ma anche agli scavi. All’interno si potrà vedere anche un video che introduce alla storia di Pompei e ai grandi scavi iniziati con i Borbone e si potrà acquistare il biglietto di accesso agli scavi». Ad annunciarlo, è stato il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, che si concentra giustamente sui siti culturali che possono essere attrattori di visitatori. 

Egli ha molto chiaro il collegamento tra conservazione e fruizione, ma anche che non si distribuiscono pasti gratis, e che quindi la fruizione deve avere un prezzo.

L’ingresso a pagamento del Pantheon a Roma evidenzia un progetto sano che prevede che anche i beni archeologici, architettonici ed in generale tutti i beni culturali, prevedano per la loro visita un biglietto d’ingresso, come avviene in tutti i Paesi del mondo, nei quali paghi per vedere opere da noi assolutamente gratuite. L’abbondanza dei beni culturali, delle chiese monumentali, degli scavi archeologici, dei beni ambientali presenti in tutto il Paese non ci può non far riflettere che la loro manutenzione e la possibilità di fruizione hanno un costo che ogni giorno le Istituzioni affrontano, che va rifuso da coloro che ne diventano gli utilizzatori. 

Tale approccio ricorda a tutti noi che il turismo non è solo un’attività che consente a tutti noi di mostrare quanto la realtà in cui viviamo sia bella ed attraente, cosa che facciamo normalmente compiacendocene alquanto, ma che deve diventare uno strumento, soprattutto al Sud, area nella quale è assolutamente sotto dimensionato, un driver dello sviluppo importante.

Senza inseguire gli utili idioti che affermano che il Sud potrebbe vivere di agricoltura e turismo, non vi è dubbio che una utilizzazione attenta e una gestione avvertita dell’industria turistica potrebbe rappresentare una parte della soluzione al processo di spopolamento che le aree meridionali stanno subendo. 

Non bisogna dimenticare però che il rapporto tra presenze e occupati, diretti ed indiretti, nel settore, quindi compreso l’indotto che riguarda tutto il terziario, si colloca tra il 3 ed il 7 × 1000, e varia a secondo della concentrazione delle presenze, per cui se esse sono disperse ci avviciniamo al 7 × 1000 se sono invece concentrate in grandi complessi con centinaia di camere ci si avvicina, come é logico, al dato più basso.

Poiché il Mezzogiorno ha 80 milioni di presenze, stimando un dato medio del 5 × 1000, si può valutare che il settore dia lavoro, tra occupati diretti ed indiretti, a circa 400.000 persone. Per chi volesse approfondire tale tema può scaricare un lavoro pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno della Svimez, pubblicato da me recentemente.  

Quindi incide sull’occupazione e probabilmente anche sul valore aggiunto dell’area per il 7%. Il raddoppio delle presenze, cosa assolutamente complicata, porterebbe ad un aumento dell’occupazione interessante ma non certamente risolutiva rispetto alle esigenze enormi riguardanti una popolazione che, con 20 milioni di abitanti, dovrebbe avere una occupazione complessiva di oltre 9 milioni, rispetto ai 6 che oggi sono il numero di coloro che trovano un lavoro sia regolare che invece senza coperture assicurative e quindi sommerso. In tale quadro di riferimento il successo e i risultati che la branca sta conseguendo in quest’anno felice devono essere inquadrati.

La Calabria su 20 regioni italiane è al 15 posto per presenze turistiche nel 2022. Al primo posto il Veneto con 65,9 milioni, seguito dal Trentino Alto Adige e dalla Toscana. La Campania è la prima regione del Mezzogiorno e al settimo posto in Italia, con 17,8 milioni di presenze, seguita da Puglia, Sardegna Sicilia. La Calabria è al quinto posto con 7,3 milioni di presenze.

In Calabria nel 2019 ci sono state 9,5 milioni di presenze. Dopo il crollo di presenze nel 2020 per la pandemia (4,5 milioni), i forti incrementi del 2021 e 2022 non hanno ancora permesso di raggiungere i livelli del 2019, soprattutto per quanto riguarda le presenze straniere. 

Tra i primi 200 comuni italiani per presenze turistiche nel 2022 al primo posto Roma con 29,2 milioni, seguita da Venezia, Milano e Firenze, che ha 7,4 milioni di presenze (l’intera Calabria ne ha 7,3 milioni). Seguono Cavallino-Treporti (Venezia) e Rimini. 

Il primo comune del Mezzogiorno per presenze turistiche è Napoli, al sedicesimo posto in Italia, con 2,7 milioni, di cui 1,3 milioni stranieri, seguito da Sorrento al diciottesimo posto e Vieste (Foggia) al 25 posto tra i comuni italiani. 

Bene sono questi i dati con i quali bisogna confrontarsi quando si parla del boom turistico del 2023, che vede alcune realtà come quella di Napoli avere un’accelerazione interessante, che non deve far dimenticare come é stato detto precedentemente che tutta la Calabria ha meno presenze della sola Firenze. Eppure la costa calabrese tirrenica  da Scilla a Bagnara a Tropea, alla costa ionica  é un paradiso purtroppo riservato ai pochi appassionati che l’hanno scoperta. 

Senza parlare della Sicilia che con i suoi  15 milioni di presenze che, paragonate a quelle analoghe di Malta, dovrebbero provocare se non pianti tragici risate amare,  rimane una Isola ancora non attraversata da flussi importanti.

In tutto questo una confusione di dati che l’Istat raccoglie come se il settore fosse minore, senza porsi  il problema di una indagine campionaria per poter rilevare il sommerso, che lo caratterizza parecchio. 

Basteranno gli incrementi, anche notevoli, che la branca sta avendo in alcune realtà particolari come il napoletano piuttosto che nel Salento per far diventare il settore l’industria turistica che serve al Mezzogiorno? 

Senza alcuna pianificazione che consenta di raggiungere in tempi brevi quei numeri che servono attraendo investimenti dall’esterno dell’area in località particolarmente vocate, con ampi spazi, che consentano anche quei grandi numeri dei quali il Mezzogiorno ha bisogno ma che non ha ancora attratto? Forse sarebbe opportuno che il Ministero del turismo pensasse ad una pianificazione seria, sia normativa che operativa. Ma  in questo momento è chiedere troppo. (pmb)

[Corutesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

CRESCE IL PIL CALABRESE, MA NON BASTA
CON IL PNRR POTREBBE ESSERE PIÙ ALTO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – C’è aria di stabilità in Calabria, che vedrà nel biennio 2023-2024 il suo Pil salire dello 0,9%. Un dato importante che è emerso dalle anticipazioni del Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno presentato a Roma, ma che non deve far adagiare i politici sugli allori, in quanto si tratta di una crescita minima, inferiore perfino a quella stimata per il 2023, che è dell’1%.

I dati illustrati dal direttore della Svimez, Luca Bianchi, stimano una crescita del Pil italiano del 1,1% nel 2023, con una crescita nel Mezzogiorno (+0,9%) di soli tre decimi di punto percentuale in meno rispetto al Centro-Nord (+1,2%). Dovrebbe confermarsi, quindi, la capacità dell’economia meridionale di tenere il passo con il resto del Paese anche nell’anno in corso, in un contesto di “normalizzazione” della crescita nazionale dopo la ripartenza sostenuta del biennio scorso. Questa capacità potrebbe essere rafforzata, nel secondo semestre dell’anno, da un’efficace conclusione degli interventi relativi al periodo di programmazione 2014-2020 dei fondi europei della coesione.

Secondo l’Associazione, infatti, i fondi del Pnrr potrebbero dare un ulteriore contributo alla crescita del Pil, soprattutto nel Mezzogiorno: Nel 2023 si stima una crescita superiore di circa 5 decimi di punto rispetto alla previsione tendenziale (dallo 0,9 all’1,4%) e di circa 4 decimi nel Centro-Nord (dallo 1,2 all’1,6%). Negli anni successivi, il contributo aggiuntivo del Pnrr tenderebbe ad aumentare in entrambe le aree del Paese, ma con maggiore intensità al Sud, fino a chiudere sostanzialmente il divario di crescita tra Nord e Sud nel 2025.

«Va infine sottolineato – si legge – che quasi il 50% dell’impatto complessivo sula crescita del Pil in entrambe le aree dovrebbe realizzarsi negli anni finali del Piano, con effetti economici rilevanti anche nel 2027, l’anno successivo alla conclusione del Pnrr. Complessivamente, fino al 2027, l’impatto cumulato del Pnrr sul Pil italiano potrebbe raggiungere un valore pari a 5,1 punti percentuali: 8,5 al Sud e 4,1 nel Centro-Nord».

Tornando sui dati – escludendo i fondi del Pnrr – la Svimez sostiene che «nel 2023-2024 la crescita italiana dovrebbe attestarsi su valori rispettivamente del +1,4 e del +1,2%, con uno scarto di crescita sfavorevole al Mezzogiorno, ma dell’ordine di pochi decimi di punto. Un divario territoriale ben più contenuto di quello osservato nelle passate fasi di ripresa ciclica. In corrispondenza del picco registrato nel 2022, la dinamica crescente dei prezzi al consumo si è mostrata più sostenuta nel Mezzogiorno (+8,7% rispetto al +7,9% del Centro-Nord). Per il prossimo triennio la Svimez prevede un sentiero di rientro verso valori prossimi al 2% nel 2025, ma ancora segnato da rincari relativamente maggiori al Sud».

Secondo le stime della Svimez, nel 2023 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere più lentamente nel Mezzogiorno (+1,1% contro +1,7% del Centro-Nord) – mantenendosi su tassi di crescita tra i cinque e i sette decimi di punto percentuale inferiori al Centro-Nord anche nel biennio successivo – a causa della più sostenuta dinamica dei prezzi. 2 Complessivamente, nel triennio di previsione, gli investimenti dovrebbero crescere in maniera più pronunciata nel Mezzogiorno, grazie ai ritmi di crescita del 2024-2025 stimati al di sopra della media delle regioni centro-settentrionali.

D’altra parte, la Svimez, stima una composizione dell’espansione degli investimenti disomogenea tra le due macroaree. Si valuta che nel Mezzogiorno cresceranno più velocemente gli investimenti in costruzioni, nel Centro-Nord quelli in macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto (più direttamente orientati a sostenere la capacità produttiva).

L’Associazione, poi, lancia l’allarme: Un’ulteriore stretta monetaria  avrebbe effetti recessivi più intensi al Sud. Quella già attuata dalla Bce, infatti, «ha avuto un impatto cumulato negativo sulla dinamica del Pil nel triennio 2023-2025 di circa 6 e 5 decimi di punto rispettivamente nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord», scrive la Svimez, ricordando che «la Bce ha indicato che le decisioni sui tassi ufficiali verranno adeguate in corso d’anno, volta per volta, alla congiuntura economico-finanziaria, in modo da conseguire l’obiettivo di medio termine del 2% di inflazione».

«La Svimez – si legge – valuta che un inasprimento dell’intonazione restrittiva della politica monetaria nel 2023 (un incremento di 50 punti base dei tassi ufficiali) avrebbe effetti depressivi più pronunciati nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, contribuendo ad ampliare la forbice nei tassi di crescita tra le due aree di due decimi di punto di Pil».

Bene, invece, la partecipazione attiva del Mezzogiorno per la ripartenza del Paese: «Nel 2022 l’economia italiana ha registrato un tasso di crescita di due decimi di punto superiore alla media europea (+3,7 contro +3,5%), confermandosi tra le più reattive economie europee nel post-Covid», si legge nel rapporto, confermando, dunque, che il Mezzogiorno è davvero la locomotiva della ripartenza dell’intero Paese.

«Il Mezzogiorno – riporta la Svimez – ha partecipato attivamente alla crescita nazionale anche nel 2022, registrando uno standard di crescita “europeo” (+3,5%). Complessivamente, nel biennio 2021-2022, l’economia del Mezzogiorno è cresciuta del 10,7% più che compensando la perdita del 2020 (-8,5%). Nel Centro-Nord, la crescita del 2021-2022 è stata leggermente superiore (+11%), ma ha fatto seguito a una maggiore flessione nel 2020 (-9,1%). Va tuttavia considerato che il Pil del Mezzogiorno, nonostante la ripresa sostenuta, rimane ancora di oltre sette punti al di sotto del livello del 2008, da quando ha preso le mosse una lunga stagione di ampliamento dei divari territoriali».

Un altro dato positivo arriva sull’occupazione, che cresce. «Il Mezzogiorno – scrive l’Associazione – ha fatto segnare nel periodo successivo allo shock del Covid una crescita occupazionale sostenuta, grazie alla quale è tornato su livelli di occupazione superiori a quelli osservati nel pre-pandemia (+22 mila occupati nella media del 2022 rispetto al 2019). Va tuttavia rilevato che i posti di lavoro, al Sud, rimangono ancora al di sotto di circa 300 mila unità rispetto ai livelli raggiunti nel 2008. Tra il primo trimestre del 2021 (durante il quale si è raggiunto il picco negativo dell’occupazione) e il primo trimestre del 2023 (l’ultimo per il quale sono disponibili i dati di interesse), l’occupazione è cresciuta a livello nazionale del +6,5% (+1,4 milioni di occupati) e del +7,7% nelle regioni del Mezzogiorno (+442 mila occupati) . Per la prima volta dopo molti anni, è cresciuta anche la componente a tempo indeterminato, soprattutto al Sud (+310 mila unità; +9% rispetto al +5,5% del Centro-Nord)».

La Svimez, poi, ha rilevato come «la crescita occupazionale si è concentrata nei settori delle costruzioni e dei servizi in tutto il Paese» e che «solo nel Centro-Nord l’industria in senso stretto ha contribuito alla ripresa dell’occupazione».

«Nel Mezzogiorno, la crescita dell’occupazione nel terziario è stata trainata in particolare dalle attività di alloggio e ristorazione che – si legge – con circa 100 mila addetti aggiuntivi, spiega circa un quarto della crescita complessiva. Al Sud sono cresciuti anche gli occupati nelle costruzioni, mentre si è rivelato modesto il contributo del settore industriale, soprattutto comparativamente alle perdite occupazionali sofferte dal settore negli anni passati».

Tuttavia, «la questione nazionale dei salari si aggrava soprattutto nel Mezzogiorno». Questo perché la dinamica inflattiva si è ripercossa in maniera significativa sui salari reali in Italia. I più recenti dati di fonte Ocse evidenziano una generalizzata erosione del potere d’acquisto dei salari rispetto al pre-pandemia.

«In tale contesto – si legge – i salari reali italiani hanno subito una contrazione ancor più pronunciata (-7,5% contro -2,2% della media Ocse). In Italia, la perdita di potere d’acquisto ha interessato soprattutto il Mezzogiorno (-8,4%) per effetto della più sostenuta dinamica dei prezzi. Questa dinamica si colloca all’interno di una tendenza di medio periodo particolarmente sfavorevole al Mezzogiorno. Le retribuzioni lorde reali mostrano una tendenza sostanzialmente stagnante nel Centro-Nord tra il 2008 e il 2019 e in significativo calo proprio al Sud. Nel 2022 le retribuzioni lorde in termini reali sono di tre punti più basse nel CentroNord rispetto al 2008; nel Mezzogiorno di ben dodici punti».

La Svimez, poi, ha rilevato come «nel Sud, il peso della componente del lavoro a termine rimane a livelli patologici, soprattutto se confrontato con il resto del Paese e le medie europee. La quota di occupati a termine sul totale dei dipendenti è pari al 22,9% al Sud contro il 14,7% del Centro-Nord. Soprattutto, nel Mezzogiorno si resta precari più a lungo: quasi un lavoratore meridionale a termine su quattro è occupato a termine da più di cinque anni, quasi il doppio rispetto al resto del Paese».

«Il tema del lavoro povero, aggravatosi per effetto della pressione inflazionistica ancora in corso – continua il rapporto – ha riportato al centro del dibattito politico la proposta di introduzione di un salario minimo legale. La Svimes ha elaborato una stima dei lavoratori che percepiscono una retribuzione oraria inferiore ai 9 euro lordi. La stima si basa sui microdati dell’indagine continua sulle forze di lavoro dell’Istat aggiornati al 2020, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati sulle retribuzioni disaggregati a livello territoriale. In base alle stime Svimez risultano circa 3 milioni di lavoratori al di sotto dei 9 euro in Italia, pari al 17,2% del totale dei lavoratori dipendenti (esclusa la Pubblica Amministrazione): circa 1 milione nel Mezzogiorno (pari al 25,1% degli occupati dipendenti) e circa 2 milioni nelle regioni del Centro-Nord (15,9% degli occupati dipendenti)».

Criticità, poi, sono state rilevate dal numero troppo elevato di “cervelli in fuga”: Tra il 2001 e il 2021 circa 460.000 laureati si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, per una perdita netta di circa 300.000 laureati nell’area.

Tra il 2001 e il 2021 la quota di emigrati meridionali con elevate competenze (in possesso di laurea o titolo di studio superiore) si è più che triplicata, da circa il 9 a oltre il 34%.

La Svimez stima che nel 2022, per la prima volta nella storia delle migrazioni interne italiane, la quota di laureati sul totale degli emigrati meridionali supererà quelle relative a titoli di studio inferiori. Dei 460.000 laureati che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord tra il 2001 e il 2021, si stima che circa 130.000 erano in possesso di una laurea Stem. Nel solo 2021 circa 9.000 laureati che hanno lasciato il Mezzogiorno (su un totale di 27.000) possedevano competenze Stem: un terzo dell’investimento meridionale in competenze scientifiche e tecnologiche si è “disperso” a favore dei sistemi produttivi diversi da quelli insediati al Sud.

Per la Svimez, poi, il Mezzogiorno ha un ruolo chiave nelle filiere strategiche, grazie a quelle imprese «posizionate sui vari segmenti delle catene del valore “strategiche”, che si contraddistinguono per performance economiche particolarmente soddisfacenti. Si tratta di imprese che soddisfano i requisiti della “Smart Specialization Strategy” (S3), condizione abilitante da rispettare a livello di Paese per l’accesso ai fondi FESR che finanziano progetti in ricerca e innovazione. Un terzo delle imprese meridionali con oltre 10 addetti (circa 90 mila su 265 mila imprese) sono S3 (dati Istat, 2018-2019)».

Le principali filiere di appartenenza interessano, in termini di quota di valore aggiunto sul totale delle imprese S3 meridionali, il comparto “energia e ambiente” (13%), l’agroalimentare (10%), la chimica verde e il “made in Italy” (con quote pari in entrambi i casi al 7%) e l’aerospazio (5,8%). Complessivamente, le imprese S3 meridionali assorbono circa il 44% degli addetti e il 53% del valore aggiunto dell’area; sono responsabili del 78% dell’export e rappresentano la maggioranza delle imprese che investono in R&S (76%), digitalizzazione (71%) e internazionalizzazione (83%), oltre ad essere più aperte a collaborazioni esterne: il 66% delle imprese che collaborano con le Università è S3. La produttività media di una S3 raggiunge i 43.834 euro, il 20% in più rispetto alla media dell’area. I valori più elevati si osservano nelle filiere dell’aerospazio (56.983 euro), fabbrica intelligente (54.613 euro) ed “energia e ambiente” (51.991 euro), ambiti di specializzazione particolarmente funzionali alla massimizzazione delle opportunità offerte dalle transizioni gemelle (digitalizzazione e transizione sostenibile).

Per l’Associazione, infine, diventa fondamentale «rimettere in gioco l’industria del Sud» e questo perché «il Mezzogiorno ricopre un ruolo di primaria importanza in alcuni ambiti tecnologici e produttivi. Tra le “punte di diamante” del Mezzogiorno, rientra l’esperienza 6 siciliana dell’Enel-3Sun specializzata nella produzione di pannelli fotovoltaici di ultima generazione, così come è da evidenziare il dinamismo dei distretti dell’aerospazio in Campania e Puglia, tra i comparti più tecnologicamente avanzati del manifatturiero».

«L’agroalimentare meridionale, settore dalla duplice matrice agricola e industriale, si è mostrato particolarmente attivo sotto il profilo dell’accesso ai mercati esteri: +81% l’export dell’agrifood del Sud tra il 2014 e il 2022, contro una media del +61% dell’export complessivo dell’area. Ampliare e integrare le filiere produttive strategiche a elevato contenuto di innovazione nel Mezzogiorno significa contrastare fattivamente la fuga di competenze, trattenendo e attirando lavoratori altamente qualificati per realizzare processi di innovazione, ammodernamento produttivo e internazionalizzazione.

Per questa via si creano posti di lavoro “di qualità” e a maggiore retribuzione. Questa operazione necessita di un quadro di policy sistemico, organico e prospettico volto a sostenere e qualificare l’offerta produttiva del Mezzogiorno anche mediante strumenti di politica industriale complementari e selettivi: Contratti di sviluppo (CdS), Zone Economiche Speciali (Zes), Fondi per l’internazionalizzazione, Accordi di Innovazione. I CdS, che finanziano grandi investimenti industriali nel Sud, appaiono uno strumento particolarmente attrattivo per le imprese: secondo i dati aggiornati di Invitalia, nel periodo 2012-22 sono state presentate domande per complessivi 27 miliardi e finanziati progetti per 4,5 miliardi di agevolazioni che hanno attivato un totale di 12,3 miliardi di investimenti. Mancherebbero all’appello 51,6 miliardi di investimenti potenzialmente attivabili nella misura in cui tutte le domande in fase di istruttoria venissero ammesse.

Anche lo strumento della Zes, concepito come “area di vantaggio” nella quale la riduzione dei costi di transazione genera effetti agglomerativi verticali (di filiera) e orizzontali (intrasettoriali), risulta un efficace strumento di politica industriale per sostenere i processi di industrializzazione e di cambiamento strutturale. Lo strumento prevede un pacchetto di agevolazioni fiscali, incentivi e misure di alleggerimento burocratico per le imprese insediate.

Nell’esperienza internazionale, l’efficacia dello strumento è stata agevolata dal contesto economico e istituzionale: forte commitment politico, amministrazioni efficienti, buona dotazione infrastrutturale, politiche sociali di accompagnamento, presenza di sistemi di innovazione locali, identificazione delle vocazioni industriali. (ams)

LE LIMITAZIONI-BEFFA DELL’AEROPORTO
TUTTI VOLANO SU REGGIO (SOLO PER 48 H)

di SANTO STRATI – Il drammatico incendio all’Aeroporto di Catania ha, involontariamente, smascherato i magheggi sullo scalo reggino e la sua presunta inoperabilità: a causa dell’emergenza dei traffico aereo deviato da Catania, sono state momentaneamente rimosse le limitazioni al volo che fino a oggi hanno costituito l’alibi (non il deterrente) per atterraggi vietati a personale non addestrato specificamente. Si dirà, ma è un’emergenza, dopo torna tutto come prima, ovvero lo scalo dell’Aeroporto dello Stretto continuerà ad avere limitazioni per l’atterraggio. Ma se ci sono le condizioni di pericolosità (?) perché si fanno atterrare vettori aerei (tipo RyanAir che non ha mai voluto scucire un centesimo per la formazione dei piloti sulle specificità richieste per Reggio) rischiando qualche grave problema? Oppure – a pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci s’azzecca – è la palese dimostrazione che i fatti smentiscono, come al solito le affermazioni perentorie.

Abbiamo un precedente. Per anni ingegneri e fior di tecnici esperti di trasporto ferroviario sostenevano che i treni ad alta velocità potessero viaggiare sulla tratta Salerno-Reggio e le Ferrovie (con il concorso di dirigenti e funzionari che evidentemente non hanno in simpatia i calabresi) lo escludevano tassativamente, in assenza di nuove linee ferrate appositamente dedicate. Ebbene ad aprile 2019 (come documentato da Calabria.Live), a causa di un guasto a un Freccia Bianca diretto da Salerno a Reggio, non avendo altro a disposizione le Ferrovie utilizzarono un Frecciarossa. Regolarmente arrivato (senza ovviamente le velocità di sogno della tratta Salerno-Milano) a conferma che il materiale rotabile fino a Reggio era (è) in grado di sopportare un treno ad alta velocità come il Frecciarossa. Un anno dopo, il miracolo: dall’emergenza la conferma che si poteva fare e il 3 giugno 2020 è partito il collegamento ad alta velocità (insomma…) “senza limitazioni”.

Per analogia, credo, ci troveremo i soliti corvi che hanno gracchiato contro lo scalo a dire che sì, in realtà, sono limitazioni facilmente superabili e si vedrà. Secondo l’Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) lo scalo reggino è categorizzato secondo le indicazioni dell’Agenzia Europea sulla Sicurezza Aerea (AESA) che impone requisiti specifici di addestramento per l’atterraggio a Reggio. Il problema è che se il Tar ha dato torto alle limitazioni, dall’altra parte l’Enac già da gennaio aveva in programma di studiare, d’intesa con Sacal ed Enav, nuove procedure di volo, una fase di sperimentazione da avviare utilizzando le nuove tecnologie e la riqualificazione (programmata, mai iniziata) dei sistemi di aiuto visivi luminosi (AVL).

I reggini sono stanchi e non ci credono più, ma si stanno svegliando i politici e gli amministratori locali, prima fra tutti la senatrice Tilde Minasi che chiede conto al suo leader Salvini, che guarda caso è anche il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, perché tutte queste manovre contro lo scalo reggino, nonostante le tante promesse (al vento) e la posizione strategica dello scalo tra Messina e Reggio. Ci voleva l’emergenza per mostrare che si può volare (come accadeva tanti anni fa, con lo scalo sempre affollato) e si può atterrare, pur nel rispetto di ogni norma di sicurezza, ovviamente. Il problema, non ci stancheremo mai di ribadirlo, è politico: Reggio deve allearsi con Messina perché l’Aeroporto diventi davvero “dello Stretto”. Non servono scali e mete esotiche: basta moltiplicare i voli per Roma e Milano (da cui si va dovunque) e applicare tariffe accettabili. Sempre che si voglia tenere in vita l’idea di fare rete tra i tre aeroporti calabresi e non chiudere i due scali “minori” concentrando tutto su Lamezia (dove, peraltro, non funziona nulla e l’aerostazione – da terzo mondo – fa vergognare i calabresi di fronte a chi arriva. È la volta buona che si decolla davvero? Perdonate lo scetticismo, ma ci crediamo poco. (s)

IL GRANDE VERO IMPEGNO DELLA CALABRIA
PERCHÉ SI GARANTISCA PARITÀ DI GENERE

di SIMONA CARACCIOLO – La Calabria dimostra grande sensibilità sul tema degli studi di genere che hanno aiutato a chiarire quei presupposti che sono falsamente universali e che rendono la donna invisibile e irrilevante. Sull’asse delle differenze di genere si giocano molto in termini di rispetto e pari dignità: chi ha accesso a cosa, chi può fare cosa, in termini politici, sociali, economici e culturali è ancora fortemente determinato dal genere. Quando si parla di genere una delle prime domande a cui si tenta dare risposta è se l’individuo sia biologicamente determinato o culturalmente costruito?

È indubbio che nasciamo biologicamente determinati e dal corpo si può dedurre tutta una serie di caratteristiche e di qualità sessuate, ma largamente prevedibili e in qualche misura automatiche. Da qui è facile scivolare nel riduzionismo naturalistico, per il quale il ruolo sociale della donna è iscritto e immutabile nella sua biologia e nell’adesione acritica a stereotipi discutibili e limitanti. Se invece siamo culturalmente costruiti, il nostro corpo è ridotto a qualcosa di accidentale e non sostanziale; perciò, è modificabile per accordarlo ai vissuti del soggetto o per provocarli. Un apporto imprescindibile degli studi di genere è la consapevolezza dello stesso come rapporto di potere in due direzioni: l’oppressione degli uomini sulle donne, attraverso la gerarchizzazione delle differenze, e la creazione di frontiere rigide tra le identità di genere.

Negli anni le cose sono cambiate e nella politica delle Nazioni Unite il concetto di genere è diventato lo strumento attraverso cui gruppi di minoranza hanno scippato alle donne non solo le armi, ma pure il campo di battaglia. La battaglia per “diritti” di una minoranza non deve assolutamente diventare «un magheggio con cui scompare la realtà dei corpi», di fatto discriminando direttamente più di metà della popolazione mondiale: le donne. Il femminismo degli anni Settanta lega la categoria di genere con le rivendicazioni politiche del movimento delle donne. Il genere è riletto come costruzione sociale e politica dei ruoli sessuati e modalità di configurare culturalmente i corpi. Secondo l’antropologa Gayle Rubin, il «sistema sesso/genere», nella quasi totalità delle società conosciute, si trova a fondamento della divisione sessuale del lavoro, dove le donne sono assegnate alla riproduzione mentre gli uomini alla produzione, e del contratto sessuale tra i generi per la sopravvivenza della specie; tale sistema è ritenuto responsabile dello sfruttamento esercitato sulle donne e dell’oppressione ai danni delle minoranze sessuali.

Nascono in quel periodo i primi gender studies che indagano i condizionamenti che soprattutto le donne subiscono in base alla cultura e che influiscono sul corso della propria vita. Le modifiche apportate dalla legge n. 162/2021 al Codice per le pari opportunità (D.Lgs. n. 198/2006) hanno introdotto la certificazione della parità di genere, una certificazione volontaria che attesta le politiche e le misure concrete adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere all’interno dell’azienda. La certificazione della parità di genere si concentra su diversi aspetti, tra cui le opportunità di crescita in azienda, la parità salariale per mansioni equivalenti, le politiche di gestione delle differenze di genere e la tutela della maternità. Questa certificazione rappresenta un passo importante per promuovere l’uguaglianza di genere e creare ambienti di lavoro inclusivi ed equi.

La Regione Calabria aveva già lo scorso anno, con la Legge regionale del 15 marzo 2022, n. 7, Misure per il superamento della discriminazione di genere e incentivi per l’occupazione femminile, voluto concretamente sostenere “il principio di parità di genere in tutte le sue declinazioni” e riconoscere “l’equiparazione dei diritti delle donne rispetto agli uomini e maggiori tutele alle donne lavoratrici», prevedendo «l’adozione di misure specifiche che tengano conto delle pari opportunità”. Esistono certamente posizioni che sostengono l’idea che ci si possa slegare da qualsiasi identità sessuale e di genere socialmente imposta abbandonando l’idea di natura e approdando alla costruzione di opzioni individuali plurali e in movimento.

Laddove tutto è virtualmente possibile, nulla è più reale, nessuna differenza è portatrice di valore, perché ciascuna resta irrimediabilmente legata a sé, alla propria estemporanea e solitaria manifestazione. Problematico è l’abbandono del concetto di natura, inteso come fondamento antropologico di un insieme di valori universali e condivisi (o almeno condivisibili). Rinunciarvi, vorrebbe dire consegnare davvero l’etica solo ai rapporti di forza. Ciò non toglie che tale concetto vada ripensato, rispetto a come lo si interpreta in funzione di un conservatorismo politico e teologico. Anche la Commissione per il diritto internazionale preme per modificare la definizione di genere contenuta nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, domandando una definizione di genere come «socialmente costruito», e così elevando l’orientamento sessuale e l’identità di genere a categorie protette del diritto internazionale. In questo modo ogni Paese subirebbe pressioni per riconoscere le «diverse varietà di genere» come «imperativo dei diritti umani».

Se questo dovesse accadere, ciascun individuo potrebbe descriversi inventando un genere proprio e qualsiasi ulteriore tentativo di definizione oggettiva si ridurrebbe a una discussione che non porterebbe da nessuna parte. Ciò avrebbe inevitabilmente conseguenze sul diritto internazionale, nonostante la Commissione di diritto internazionale non abbia di per sé l’autorità di modificare autonomamente lo Statuto di Roma. Le conseguenze di questi indebiti mutamenti linguistici sono però concretissime: donne e ragazze vengono cancellate dall’assistenza internazionale e messe da parte nella programmazione. (sc)

[Simona Caracciolo è esperta di Politiche di genere]