BONIFICA DEI SITI DI INTERESSE NAZIONALE
AGIRE SU CROTONE, CASSANO E CERCHIARA

di DOMENICO MAZZA – Il periodo immediatamente successivo al secondo dopoguerra ha rappresentato per le Città di Crotone e Taranto il fiorire dell’industria petrolchimica e siderurgica pesante. Tale impostazione economica ha generato un grave lascito di scorie e rifiuti industriali che hanno impattato per larga parte l’Arco Jonico calabro-appulo-lucano. Le aree a nord di Crotone, i siti di Cassano Jonio e Cerchiara di Calabria, la Val D’Agri, nonché considerevoli porzioni dei quartieri di Taranto prospicienti l’area industriale risultano oggi contaminati e sono stati inseriti nella geografia SIN (Siti d’interesse nazionale) da bonificare.

Ad oggi, purtroppo, nessuno o al massimo impercettibili interventi sono stati portati a compimento. Quanto descritto, nonostante giacciano ancora inutilizzati ingenti investimenti dedicati alla bonifica delle aree di stoccaggio. E, malgrado l’insorgenza e l’incremento delle malattie neoplastiche nei contesti urbani posti a ridosso delle aree soggette a contaminazione, la politica non ha ancora posto soluzione ad una condizione che sta arrivando ad un punto di non ritorno.

Utile, ma non bastevole, la recente interrogazione parlamentare sottoposta ai Ministri della salute e dell’ambiente a seguito del “Progetto Sentieri”. Relativo — quest’ultimo — all’analisi della mortalità e al tasso d’ospedalizzazione delle aree antropizzate prossime ai siti SIN. Progetto — il su richiamato — che ci restituisce un quadro allarmante.

Sarebbe necessario, invero, coinvolgere tutti i Gruppi di pressione, tutte le casacche politiche, le Istituzioni comunali, provinciali e regionali (Comune di Taranto, Crotone, Cassano J, Cerchiara, Pisticci, Province di TA, MT, CS, KR, Regione Puglia, Basilicata e Calabria) per avviare una corcertazione unanime che sfoci in una vera e propria vertenza jonica. Finalizzata — la sopranindicata — alla risoluzione, sic e simpliciter, della problematica.

Non ha senso continuare con promesse che, puntualmente, rimangono disattese. È giunta l’ora di muoversi e di farlo coralmente. Non possiamo più permettere che una fra le aree a più alta vocazione turistica dell’intero Paese e, altresì, altamente popolata (tra la provincia di Taranto, il Metapontino, l’area jonica cosentina e il Crotonese vivono circa 1Ml d’abitanti) resti sfregiata e violentata dal lascito di oltre 50 anni d’industria pesante. Oltretutto, ne va della salute dei cittadini che — come già rimarcato — inermi assistono all’incremento di neoplasie tumorali ed altre patologie degenerative, quando domiciliati in quei contesti posti in prossimità dei siti inquinati.

La rimodulazione che il Governo centrale sta operando sui fondi PNRR, così come l’adozione della ZES (Zona economica speciale) unica per tutto il Mezzogiorno d’Italia, potrebbero rappresentare la chiave di svolta per debellare il problema alla radice e scrivere una nuova pagina green così come raccomandato dai dettami europei.

Tuttavia, eventuali operazioni in tal senso non dovranno essere ricondotte al semplicistico concetto di tombatura dei siti. Piuttosto, a fianco operazioni di bonifica permanente andranno effettuate operazioni  rigenerative delle aree compromesse. Quanto detto al fine di creare i presupposti per nuove attività a basso impatto che possano rappresentare il ragionevole tasso d’interesse per l’imprenditoria e, al contempo, la condizione ideale per generare incremento dell’offerta di lavoro. Trasformando, quindi, un problema in opportunità e partorendo progettualità finalizzate ad una rinnovata visione industriale che segua le raccomandazioni della green economy.

Agiamo adesso e facciamolo alla svelta. Domani potrebbe essere già troppo tardi. (dma)

(Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia)

LA NUOVA EMIGRAZIONE DAL SUD AL NORD
È ANCHE FAVORITA DAL GOVERNO MELONI?

di MASSIMO MASTRUZZO – Avevo già scritto di come fosse forte il sospetto che favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord fosse il reale motivo di tale astio di questo governo verso il RdC, uno strumento che volente o nolente, e con tutti i suoi difetti da correggere, dalla sua comparsa aveva dato la possibilità di una scelta: restare (o meglio resistere) o emigrare. Opzione che i cittadini del Sud-Italia non hanno mai avuto il privilegio di avere. Mentre sarebbe bastato offrire le stesse opportunità, e soprattutto lo stesso diritto di accesso al lavoro in tutta Italia, per ridurre notevolmente la platea di accesso al RdC.

Diceva Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»
Indizio n.1: Il Pnrr, ottenuto per eliminare le diseguaglianze territoriali, di giorno in giorno viene sempre più dirottato dal Sud verso l’industria del Nord Italia. La prova più recente sono i 16 miliardi che il ministro Raffaele Fitto ha spostato dai Comuni alle grandi imprese del Nord Italia.
Indizio n.2: Hanno fatto saltare il progetto per la costruzione di 2.190 asili nido per 264 mila bambini. Un diritto essenziale negato, oltre che un danno per tantissime mamme lavoratrici al Sud e un’opportunità di lavoro mancata per insegnanti, personale scolastico e addetti ai trasporti.
Indizio n.3: A Milano inaugurano le linee metro più veloci d’Europa, mentre in Basilicata chiude ogni tipo di trasporto su rotaia, il nuovo treno “veloce” Bari-Napoli è più lento di quello vecchio e in Sicilia per andare da Siracusa e Trapani (266 chilometri) si impiegano 11 ore e 21 minuti.

Basterebbero questi tre indizi per avvalorare la prova che (ri)sbloccare l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord sembra essere l’assurdo progetto del governo Meloni, ma la prova decisiva (non me ne vogliano Lee Child e Tom Cruise) è rappresentata dagli incentivi in partenza necessari per assumere giovani Neet, cioè ragazzi entro i 29 anni che non studiano e non lavorano.

Disoccupati al sud, soldi al nord
Neet (Not in Education, Employment or Training) è l’Indicatore atto a individuare la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione.
Il problema è che in Italia sono oltre 3 milioni, un quarto del totale e nessuno nell’Unione europea ne ha così tanti: lo ha ricordato anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nella sua relazione annuale. «Se ne deve tener conto nel ridefinire le priorità per lo sviluppo economico e sociale…».

Il numero di coloro che non studiano e non lavorano cambia però notevolmente anche in base all’area geografica di riferimento.

Nel Nord Italia, infatti, la percentuale rilevata dall’Istat è del 20% del Nord-Ovest e del 18% del Nord-Est, nel Centro del 23% e nel Sud Italia si tocca il 39%. Una disparità fortissima che dovrebbe far preoccupare.

Neet un fenomeno che nel sud Italia coinvolge più di un giovane su quattro
L’enorme incongruenza è che il riparto fra le regioni ignora i fabbisogni e orienta ingiustificatamente i fondi dove il fenomeno è meno grave: In Veneto dove l’incidenza dei Neet è del 13% sono disponibili 8 milioni. Alla Campania, che ha più abitanti e una incidenza dei Neet del 27%, toccano 7,5 milioni. In Sicilia, dove la quota Neet arriva al 30%, appena 5 milioni. A fronte di questi dati appare facile pensare male: possibile che l’obiettivo di Meloni Salvini e Tajani sia (ri)favorire l’emigrazione dei giovani da Sud verso Nord? (mm)

(Massimo Mastruzzo è componente del Direttivo Nazionale Met – Movimento Equità Territoriale)

AUTONOMIA E DISTRIBUZIONE DI RISORSE
VA UNIFORMATA LA SPESA PRO-CAPITE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Bisogna superare la spesa storica. Credo che l’esigenza che la distribuzione delle risorse avvenga sulla base di una equità sostanziale non può essere messa in dubbio se non con argomentazioni molto discutibili. Per essere più precisi il tema riguarda l’esigenza che in un Paese, che voglia restare unito, ogni cittadino abbia diritto, al di là delle sue capacità reddituali, di una quota di spesa pubblica complessivamente uguale.

Poi essa sarà distribuita in modo diverso perché coloro che hanno più bisogno avranno una quota maggiore di welfare, per cui alcuni avranno moltissimo ed altri, meno bisognosi, non avranno nulla, ma come principio generale ogni individuo, nella distribuzione complessiva della spesa pubblica dovrebbe avere una quota uguale.

Sarebbe invece assurdo il contrario, cioè che si destini di più alle aree più sviluppate e più ricche. Sembra impossibile ma è quello che da anni avviene in Italia.

La somma sottratta rispetto ad una teorica equidistribuzione, contestata nella cifra ma non nel principio, sarebbe se includiamo gli oneri pensionistici, visto che per anni sono state retributivi e non contributivi, e gli investimenti del settore pubblico allargato, molto contestati perché si afferma che le società relative sono quotate in borsa e quindi in parte proprietà di azionisti privati, sarebbe di oltre 60 miliardi.

In tale  somma non sono compresi quei 20 miliardi che ogni anno vengono regalati, in parte, al netto delle emigrazioni all’estero,  al nord del Paese,  con il processo migratorio dei  100.000, che formati abbandonano il Sud.

Né la somma che le singole Regioni versano a quelle del Nord per i servizi sanitari, che da queste ultime vengono forniti a cittadini meridionali, né la sottrazione di risorse che avviene per un patrimonio immobiliare che ogni anno perde di valore per l’effetto spopolamento e che invece provoca un aumento del valore di esso  nelle aree che incrementano la popolazione.

Non serve ripetere che la spesa pro-capite di ogni cittadino riguarda quello che viene destinato all’infrastrutturazione, all’istruzione, alla sanità, al welfare, a tutti i servizi che fornisce lo Stato, compresi quello per la sicurezza, per la difesa, per il funzionamento della macchina pubblica.

In realtà vi è chi vorrebbe semplicemente superare la problematica posta statuendo costituzionalmente, con l’autonomia differenziata, che le risorse rimangano alle Regioni che le producono, modificando il soggetto, previsto dalla Costituzione, che è l’individuo e sostituendolo, per il calcolo, con la Regione, che avrebbe diritto a trattenere le risorse che vengono prodotte sul territorio, sottratte piccole compensazioni da versare alla Stato centrale per le realtà meno sviluppate.

Quindi l’esigenza delle regioni meridionali è di quelle legittime e l’indignazione, che sale dai Presidenti delle Regioni del Sud, opportuna rispetto a una distribuzione delle risorse per la sanità che non rispetta il principio dell’equidistribuzione.

Ma bisogna essere realisti: se Reggio Emilia ha 66 asili nido e Reggio Calabria, con una popolazione superiore, ne ha tre pensare che le risorse non vengano date in base alla spesa storica significa chiedere a Reggio Emilia di chiuderne la metà.

È chiaro che tale prospettiva è assolutamente irrealizzabile, a meno di prospettive non auspicabili.

E allora bisogna aver chiaro che l’unico modo, perché gradualmente possa realizzarsi un processo di convergenza tra aree ricche e povere, è quello di avere crescite consistenti e risorse aggiuntive, come quelle del PNRR, ma anche una politica che metta veramente al centro il Mezzogiorno e che preveda un processo continuo che porti le due parti ad un percorso  di avvicinamento progressivo.

Come si sta vedendo nella preparazione della prossima finanziaria le risorse sono sempre estremamente limitate, la coperta è stretta ed è facile che non tutte le esigenze possano essere soddisfatte.

La richiesta che deve provenire dalle Regioni meridionali è che vi sia un piano di rientro che porti nel giro di qualche anno ad avere una spesa pro capite uguale per tutto il Paese. Richiesta che è in completa contraddizione e contrapposizione rispetto al percorso che si sta intraprendendo con l’autonomia differenziata, che prevede il trucco dei Lep, che presto sarà chiaro a tutti, che per i motivi detti, non potranno essere realizzati come peraltro è avvenuto nella sanità con i Lea (livelli essenziali di assistenza del SSN).

Ma ovviamente il tema non è tecnico, come si vorrebbe far credere, con il gruppo costituito da Calderoli per individuare i Lep, ma esclusivamente politico. I partiti nazionali, che devono dare risposte ai loro più esigenti elettori del Nord, avranno difficoltà, come si è visto anche con la distribuzione delle risorse del PNRR, a far accettare un riparto meno sbilanciato della spesa pubblica.

Le regioni settentrionali vogliono, giustamente, tenere il passo con le aree più sviluppate dell’Unione Europea e per questo hanno bisogno di spesa pubblica abbondante, per infrastrutturare il territorio con la quarta e quinta corsia per avere servizi adeguati mentre l’impresa privata, ma anche quella partecipata,  pressa per aiuti che riguardino la possibilità di innovare per essere competitivi sui mercati internazionali.

Per questo l’unica strada possibile è quella di una crescita che non sia dello zero virgola ma che metta in funzione quella che viene chiamata la seconda locomotiva e che per ora è rimasta ferma nei depositi delle ferrovie.

Pensare di far crescere un paese puntando su una sola gamba se non fosse ridicolo sarebbe da ingenui. Lasciare il 40% del territorio non utilizzato e il 33% della popolazione a un tasso di occupazione di una persona su quattro significa non capire le potenzialità possedute.

Il cambio di passo è proprio quello che serve ma non sembra ancora che tutti se ne siano resi conto, se ancora PD e Cinque Stelle si allertano per manifestazioni contro il ponte sullo stretto di Messina. Non capendo che la logistica è uno dei tre pilastri sui quali deve fondarsi il New Deal del Mezzogiorno, insieme al manifatturiero e al turismo. Mentre la proiezione euro-mediterranea, ormai indispensabile per l’Europa, è un altro degli elementi su cui si può fondare il Rinascimento del nostro Paese, partenendo da Sud. (pmb)

(courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

UN’UNICA ZES PER TUTTO IL MEZZOGIORNO
POTREBBE ESSERE UNA BUONA IDEA, MA…

di SANTO STRATI – Un’unica Zona Economica Speciale (ZES) per tutto il Mezzogiorno. Potrebbe essere una buona idea, ma le perplessità non mancano, soprattutto alla luce di cosa hanno realizzato le singole Zes di Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna. Tranne qualche timida eccezione, i risultati non sono minimamente vicini alle aspettative che era logico attendersi. Soprattutto in Calabria (dove peraltro abbiamo un commissario a mezzo servizio, condiviso con la Campania) il bilancio della Zes è praticamente negativo al 100%. Le ragioni hanno molte risposte, ma su tutte prevale la considerazione che dalla data di costituzione della Zes Calabria non risultano concrete ed efficaci realizzazione: se la zes doveva fare da attrattore per gli investimenti sul territorio, visti i risultati a oggi, si può, a malincuore, dire che si è rivelata un fallimento.

L’obiettivo delle zone economiche speciali era quello di snellire le procedure di autorizzazione, limitando i guasti e i ritardi della burocrazia imperante nell’ambito della costituzione di nuove imprese, e favorendo fiscalmente gl investitori. In buona sostanza, quello che alla fine degli anni 80 fece l’Irlanda che fece convogliare nell’area di Cork giganti della tecnologia come Apple e IBM (per fare solo qualche nome) offrendo loro detassazione quasi totale e incentivazioni speciali per gli insediamenti industriali che dovevano essere realizzati. Lì, ci sono riusciti, fatta salva la realtà dei disinvestimenti una volta finiti gli incentivi (quella grande realtà industriale soffre e patisce ora come il nostro Mezzogiorno. Da noi, in Calabria, non ci hanno neanche provato. Già, perché la legge istitutiva sembrava fatta apposta per le multinazionali e le megaimprese (chi ha utili milionari è attratto dagli abbattimenti fiscali), ignorando quasi totalmente le piccole e medie e, soprattutto,, le microimprese che sono il tessuto connettivo dello sviluppo del Mezzogiorno. Anziché promuovere la nascita di piccole aziende (che comunque generano occupazione e indotto) si è pensato ai redditi milionari delle grandi imprese. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e viene da piangere soltanto guardando i capannoni abbandonati e circondati da erbacce nell’area del Porto di Gioia Tauro, dove potevano (possono) nascere piccole realtà manifatturiere e di servizi, in grado di sollevare le disgrazie occupazionali del territorio.

Fatta questa premessa, la proposta di estendere a tutto il Mezzogiorno gli incentivi previsti dalle Zes, ovvero costituire un’unica, gigantesca, Zes per attrare imprese e investitori nel Sud “depresso” e mmai sufficientemente industrializzato, ha anche degli aspetti positivi. Intanto piace alla commissaria europea della Concorrenza, Margrethe Vestager, e questo la dice lunga sull’esperienza europea maturata dal ministro Raffaele Fitto, poi le linee indicative del progetto esprimono qualche sprizzo di innovazione (legislativa e non solo) che potrebbe risvegliare appetiti sopiti di imprenditori svogliati, ma rimasti scottati dalla finanza creativa. Fintanto che lavorare son i soldi e non con la produzione portava milioni e miliardi, quale incentivo poteva avere un imprenditore (non illuminato e ce ne sono anche troppi) a mettersi a litigare con operai, tecnici, sindacati e, soprattutto, burocrazia che avviluppa (ancora oggi) qualsiasi idea di impresa? Finita la pacchia e perso un bel po’ di capitale, molti investitori stanno riscoprendo la voglia di fare impresa e quale migliore opportunità del Sud per nuovi insediamenti produttivi? Con il criterio (intelligente) di sovvertire le regole del secolo scorso, quando la manodopera s’importava dal Mezzogiorno per riempire le fabbriche e aumentare il pil delle aree industrializzate: oggi non ci vuole grande intelligenza per comprendere che può diventare conveniente impiantare nuove fabbriche dove c’è disponibilità di lavoratori poco inclini a lasciare il territorio e quindi maggiormente motivati ad accettare condizioni di lavoro (giuste) senza riserve di rivendicazioni salariali future.

Allora, l’idea del Governo, ovvero del ministro Fitto, di superare le attuali otto Zes presenti in Italia e farne una soltanto «per rafforzare il sistema e sostenere la crescita e la competitività del Mezzogiorno» può diventare persino eccellente, sempre che si attivino in maniera intelligente modalità esecutive per le misure di semplificazione e accelerazione delle procedure di approvazione e autorizzazione. È bene ricordare che, in Calabria, ci sono imprenditori che hanno atteso anni per un semplice parere che precedeva la domanda autorizzativa, figuriamoci poi per l’approvazione del progetto…

A questo proposito è utile citare (a futura memoria) la dichiarazione d’intenti del Ministero sugli strumenti di incentivazione che «saranno improntati a principi di certezza e stabilità del quadro normativo e di semplificazione procedurale, coprendo un orizzonte temporale più esteso rispetto agli attuali strumenti, in coerenza con i diversi strumenti di programmazione pluriennale europei e nazionali: Pnrr e relativo capitolo REPowerEU, la politica di coesione e il fondo di sviluppo e coesione». Nelle intenzioni di fitto, dovranno essere estesa a tutto il Mezzogiorno l’autorizzazione unica per l’avvio delle attività produttive e la riduzione di un terzo dei termini di conclusione dei procedimenti. Uno sportello unico digitale – secondo il ministro – garantirà  trasparenza ed efficienza dell’intero processo: «La Zes unica è un vero e proprio volano decisivo per l’economia nazionale e non solo meridionale», dice Fitto, il quale sottolinea che la Commissione europea ha anche accolto favorevolmente la misura di decontribuzione per il Sud (che scade a dicembre 2023) che dovrà essere rinnovata al fine di «promuovere un quadro normativo stabile pluriennale di riferimento per le imprese e per i lavoratori, al fine di sostenere l’occupazione nel Mezzogiorno, in particolare per le donne e i giovani»

Il Governo, a quanto pare, crede nel progetto di Fitto. Per la premier Giorgia Meloni «Chi investe nel Sud viene incentivato, viene agevolato, paga meno tasse: è una grandissima opportunità per il Mezzogiorno di colmare il suo gap rispetto alle regioni del Nord». Un provvedimento – ha sottolineato sui social – solo apparentemente tecnico, ma con risvolti  concreti.

«Mi auguro – ha detto al Corriere del Mezzogiorno Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, che sull’argomento organizza una tavola rotonda per il prossimo 14 settembre – che quella della Zes unica sia più uno slogan che una vera rivoluzione dell’attuale schema. Sarebbe un peccato mettere tutto in discussione, il modello, i progetti, la governance, gli investimenti, tutte cose che hanno stimolato l’attenzione di importanti operatori economici del Paese». Secondp Firpo «le Zes sono state pensate bene a suo tempo e oggi hanno tutti gli ingredienti per poter funzionare, compreso il fatto di essere state legate ai sistemi aeroportuali e alle loro relative dogane». Tendenzialmente avrebbe ragione, ma l’inoperatività della Zes calabrese sconfessa in buona parte questo apprezzabile ottimismo.

Il Presidente Roberto Occhiuto, per parte sua, ha giudicato positivamente la proposta del ministro Fitto: «Il via libera della vicepresidente esecutiva della Commissione europea e commissaria per la Concorrenza, Margrethe Vestager, alla proposta avanzata dal ministro agli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, per istituire un’unica Zona economica speciale per l’intero Sud Italia è un’ottima notizia per tutte le Regioni del Mezzogiorno».Secondo Occhiuto «Le Zes sono strumenti fondamentali per sburocratizzare le procedure, per avere agevolazioni fiscali e contributive, per semplificare le autorizzazioni, e di conseguenza per attrarre nei nostri territori imprese e investimenti. Con una Zona economica speciale unica per tutto il Sud – che andrebbe a superare le attuali otto realtà, coinvolgendo Calabria, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Sicilia e Sardegna – avremo più forza, maggior peso, un reale coordinamento e migliori opportunità per competere e sviluppare le nostre Regioni. Altrettanto importante – sostiene Occhiuto – è la volontà espressa dalla Commissione Ue di rendere strutturale e permanente la misura ‘Decontribuzione Sud’, decisiva per sostenere concretamente l’occupazione nel Mezzogiorno». (s)

SUD COME UNICA GRANDE ZONA D’IMPRESA
LE OPPORTUNITÀ DELLA RIFORMA FISCALE

di VINCENZO CASTELLANO  – La riforma fiscale (approvata in via definitiva lo scorso 4 agosto) è tra le priorità individuate nel Pnrr per dare risposta alle esigenze strutturali del Paese e costituisce parte integrante della ripresa economica e sociale che si intende avviare anche grazie alle risorse europee.

Il provvedimento, composto da venti articoli raggruppati in cinque titoli, conferisce al Governo la delega a emanare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore dello stesso, uno o più decreti legislativi volti alla revisione del quadro delle regole tributarie e risponde alla necessità di intervenire sul sistema fiscale per superare le criticità dello stesso.

Il ddl, quindi, indica i principi e criteri direttivi generali e specifici cui deve attenersi il legislatore delegato e contiene, tra l’altro, la revisione dello Statuto dei diritti del Contribuente, del sistema di imposizione dei redditi delle persone fisiche, delle società e degli enti, la revisione dell’Iva, di altri tributi indiretti (imposta di registro, sulle successioni, bollo, ecc.), della disciplina doganale, delle accise e altre imposte sui consumi, la revisione dei procedimenti amministrativi di accertamento e riscossione e il riordino organico delle disposizioni fiscali mediante la redazione di testi unici.

Tra le novità introdotte nei lavori alla Camera, ci sono la previsione di misure volte a favorire l’inserimento nel mercato del lavoro dei giovani under 30, la flat tax sugli straordinari, le tredicesime e i premi di produttività, il superamento graduale dell’IRAP, lo stop alla vendita on line delle sigarette elettroniche e il riordino delle tasse automobilistiche.

Il graduale superamento dell’IRAP sarà prioritario per le società di persone e per le associazioni senza personalità giuridica costituite da persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti o professioni, nella prospettiva di istituire una sovraimposta, determinata con le medesime regole dell’IRES, che assicuri un gettito in misura equivalente, da ripartire tra le regioni per il finanziamento della sanità.

Per le persone fisiche titolari di partita Iva viene prevista la progressiva introduzione della periodicità mensile dei versamenti degli acconti e dei saldi e l’eventuale riduzione della ritenuta d’acconto. Mentre resta in stand by la flat tax incrementale in attesa di una complessiva valutazione del regime sperimentale di tassazione degli incrementi di reddito già introdotto, per l’anno 2023, per le persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni.

Nell’ambito della revisione del sistema di imposizione sui redditi delle persone fisiche è stata prevista anche la possibilità di introdurre, per un periodo limitato di tempo, misure idonee a favorire i trasferimenti di residenza nei comuni periferici e ultraperiferici.

Per le imprese e gli enti, tra le novità del ddl uscito dalla Camera, si registra la possibilità di riduzione dell’aliquota IRES nel caso in cui il reddito prodotto sia impiegato, in tutto o in parte, in schemi stabili di partecipazione dei dipendenti agli utili ovvero, in alternativa, la possibilità di fruire di eventuali incentivi fiscali riguardanti investimenti qualificati, anche attraverso il potenziamento dell’ammortamento, nonché di misure finalizzate alle nuove assunzioni, anche attraverso la possibile maggiorazione della deducibilità dei relativi osti.

Merita invece un cenno particolare la novità – che riguarda il Sud – introdotta nei lavori alla Camera con la lettera e-bis), che troviamo all’interno del comma 1 dell’art. 9 del ddl rubricato “Altre disposizioni”. Nell’esercizio della delega, il Governo dovrà “favorire lo sviluppo economico del Mezzogiorno e la riduzione del divario territoriale, valutando la semplificazione del sistema di agevolazioni fiscali nei riguardi delle imprese finalizzato al sostegno degli investimenti, con particolare riferimento alle zone economiche speciali”. Vista anche la recente apertura da parte dell’UE sulla proposta del ministro Fitto di costituire una Zes unica per tutto il Mezzogiorno e i fondi del Pnrr ad esso destinati, la novità della legge delega darebbe al Governo la grande opportunità di imprimere un cambio di passo all’economia del Sud e renderlo un’unica grande zona d’impresa e di sviluppo. ν

L’autore è dottore Commercialista

e Segretario federale Italia del Meridione

CONTINUITÀ TERRITORIALE, L’OCCASIONE
PER IL VERO RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Continuità territoriale: un concetto che negli ultimi periodi è ritornato sempre più centrale rispetto a molti dibattiti. Lo ha portato avanti la Sardegna con una serie di interventi che prevedono dal 17 febbraio 2023 i collegamenti aerei a prezzi calmierati per residenti, fra i tre aeroporti sardi e quelli di Milano-Linate ed il “Leonardo Da Vinci” di Roma-Fiumicino.

Lo ha calcolato la Regione siciliana che ha fatto fare uno studio al proprio Assessorato all’Economia, con la supervisione e la collaborazione di Prometeia, che ha calcolato il costo della mancata continuità territoriale, dovuta alla mancanza del ponte sullo stretto, in 6 miliardi e mezzo l’anno, per cui sarebbe l’unica opera infrastrutturale al mondo, secondo tale studio, che verrebbe ammortizzata in soli due anni.

E il caro voli, conseguenza della mancanza di una normativa per la continuità territoriale, sta preoccupando sempre di più gli italiani in partenza per le vacanze. E in tale logica Il piano del Governo con le misure adottate nel Consiglio dei Ministri: «Per quanto riguarda il “caro voli” siamo intervenuti con due misure: sarà stabilito un tetto massimo per nuove gare dei servizi pubblici per le isole», ha affermato il Ministro per le Imprese, Adolfo Urso. «Per quello che è già vigente noi abbiamo determinato che abbiamo individuato nell’algoritmo che di fatto realizza una sorta di asta dei voli, che sia dichiarata prassi commerciale scorretta se porta pregiudizio per l’utente. Questo nel caso dei voli per le Isole e nel caso vi siano situazioni emergenziali come l’alluvione in Emilia Romagna».

La stessa Regione Siciliana ha adottato un provvedimento virtuoso per cui gli abitanti di Linosa che per andare a Lampedusa non devono pagare alcun biglietto né dell’aliscafo, né del traghetto.
Ma se ci pensate bene il concetto di continuità territoriale dovrebbe essere adottato per tutto il Mezzogiorno, considerato lo stato delle ferrovie esistente, nonché quello delle strade realizzate.
Ma il vero problema della continuità territoriale del Sud si supera con due tipologie di interventi: quelli a lungo ma anche quelli a breve termine.

Per quanto riguarda gli interventi a lungo, bisogna partire immediatamente, perché sennò il lungo termine diventa mai. Sappiamo tutti quanti che i tempi previsti per il ponte sullo stretto di Messina, partendo a giugno del 2024, come frequentemente è stato dichiarato dal ministro Salvini, non potranno essere inferiori a otto anni di lavori.
Per cui potrà passare il primo treno dalla Sicilia alla Calabria, senza essere costretto allo spezzatino, solo nel 2032, che è domani rispetto a un’opera così importante, ma che comporterà per la Sicilia costi, se il calcolo di Prometeia non è una fantasia, di 65 miliardi di euro, con buona pace dei benaltristi convinti che con le risorse che si investiranno per la costruzione del ponte si debba fare tutto quello che non c’è in Sicilia e in Calabria.
Ma il ponte è solo quel salto di 3.300 metri, che serve per attraversare un braccio di mare. L’alta velocità vera, a 300 km orari, è molto più impegnativa. E prevede che sia la parte ionica che la parte tirrenica vengano collegate con la dorsale che arriva dal Nord fino a Napoli.

Così come è necessario collegare Bari con Napoli, progetto già partito ma che va a rilento. Elencare tutte le opere necessarie sarebbe ridondante. Ma certo ricordare che Matera non è ancora collegata con la ferrovia fa riflettere e concludere che tutti gli interventi che si effettuano sul Mezzogiorno, come Matera capitale della cultura europea 2019, hanno una ricaduta limitata dovuta alla mancanza di collegamenti che rendono tutto estremamente complicato.

Anche Agrigento, prossima capitale della cultura italiana, ha una distanza da un aeroporto di oltre due ore e mezza. Aldilà del commento immediato e inutile di chi direbbe subito «e vogliono il ponte», la riflessione seria quella che nell’immediato, e per i prossimi 10 anni, gli unici interventi che possono essere realizzati in tempi brevissimi in un paese normale, sono quelli relativi alle strutture aeroportuali e ai porti.

Il dibattito recentemente è stato nel senso che bisogna evitare la proliferazione degli aeroporti, cosa estremamente corretta, quando in mezz’ora con l’alta velocità ferroviaria puoi raggiungere distanze fino a 150 km.
Ma quando le strutture di terra sono tali per cui i 150 km li fai in oltre due ore con ferrovie, vedi l’Agrigento Palermo, o con strade di montagna, con mille deviazioni, allora il tema di una proliferazione virtuosa di strutture aeroportuali leggere diventa interessante da approfondire.

Nella seconda guerra mondiale gli americani per collegare le varie parti della Sicilia, per esempio, fecero una serie di aeroporti militari: 2 km di pista sterrata e un capannone per i servizi. In un mese le strutture erano pronte a funzionane a Lampedusa, a Pantelleria, a Lipari.

Certo riproporre, sic et sempliciter, tale schema, oggi che le esigenze di sicurezza di un aeroporto sono molteplici e la strumentazione necessaria costosa, sarebbe semplicistico. Ma oggi ci vogliono solo 100 milioni, il costo di due chilometri di alta velocità ferroviaria, 50 per le piste e 50 per i capannoni/aerostazione, per un aeroporto se poi per la gestione non serve come ammortizzatore sociale con mille assunzioni.

Ma è anche semplicistico però considerare per un’autorizzazione a una pista aeroportuale la distanza fisica da un altro aeroporto e non quella di percorrenza. Per cui ad Agrigento si dice no all’aeroporto perché a soli 160 km da quello di Punta Raisi, dimenticando che per raggiungere punta Raisi ci vogliono tre ore.

Il recente episodio di Catania, con i danni conseguenti al turismo siciliano, il mancato utilizzo reale dell’aeroporto di Reggio Calabria, ci fanno capire come un approccio unico anche per il sistema aeroportuale per le due parti del Paese sia errato e che è necessario, oltre che investire a lungo termine per superare il gap infrastrutturale, pensare a soluzioni a breve, anche assistite, per evitare l’isolamento di cui soffre gran parte del Mezzogiorno e far sì che il diritto alla continuità territoriale diventi un fatto acquisito per tutti. (pmb)

(courtesy Il Quotidiano del Sud/L’Altravoce dell’Italia)

PNRR, LA CALABRIA RISCHIA DI PERDERE
UN MILIARDO DI EURO PER LA RINASCITA

di FRANCESCO CANGEMI – La Calabria rischia di perdere un miliardo di euro dal Pnrr. Il motivo è da cercare nella rimodulazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza definita dal governo Meloni e ora al vaglio dell’Europa che dovrà decidere se accettare la rimodulazione o meno.
Il calcolo di questo eventuale ammanco lo fa Openpolis analizzando i dati della cabina di regia del Pnrr e i numeri della Fondazione Ifel.

Il taglio rappresenterebbe così il 47 per cento del totale delle risorse assegnate finora ai Comuni calabresi, una cifra che si aggira intorno ai due milioni di euro.

Openpolis calcola l’impatto a livello provinciale che avrebbe questo taglio delle risorse e lo scenario che ne viene fuori non è per nulla edificante. Tutt’altro. La città di Cosenza perderebbe ben 275 milioni su 658, a Catanzaro si perderebbero 136 milioni su 360, a Crotone si calcola che si perderebbero 61 milioni su 134, Reggio Calabria perderebbe addirittura 334 milioni su 619 e Vibo Valentia addirittura 100 su 173. Una vera e propria strage finanziaria che andrebbe a spezzare le ali a tanti progetti di ripresa destinati al territorio calabrese.
Fra i vari progetti che perderebbero il finanziamento, giusto per fare qualche esempio, programmi di assistenza per anziani, la rifunzionalizzazione dell’area archeologica di Capo Colonna a Crotone e il restauro del Teatro Rendano a Cosenza.

La bagarre politica è iniziata ma il ministro Fitto ha subito rassicurato dicendo che nessun progetto andrà perso e che i finanziamenti verranno trovati altrove.

Ma, come accennato, la bagarre è incominciata e il Partito democratico calabrese non si tira indietro.
«I dati elaborati dalla Fondazione Openpolis in ordine alla rimodulazione del Pnrr, operata dal governo nazionale e veicolati a mezzo stampa, destano profonda preoccupazione. La Calabria andrebbe a perdere circa un miliardo di fondi già stanziati che dovrebbero essere recuperati in un secondo momento e con modalità che il ministro Fitto non ha provveduto a chiarire». Lo afferma, in una nota appunto, il gruppo del Pd in consiglio regionale.
«Né sono stati spiegati – si aggiunge – i motivi per i quali si è giunti ad una rimodulazione così penalizzante nei confronti della Calabria che, invece, avrebbe bisogno più di altri territori italiani di investimenti e interventi per recuperare i ritardi accumulati nella sua storia recente e costruire una reale speranza di sviluppo. Le rassicurazioni fornite dal ministro Fitto in ordine ad un possibile recupero dei fondi adesso cancellati da altro tipo di finanziamenti europei non solo non tranquillizzano, ma aumentano le preoccupazioni. Non vorremmo trovarci alla doppia beffa di potere vedere non solo cancellati novecento milioni dal Pnrr originariamente destinati alla nostra regione, ma anche “condizionate” le altre risorse europee che, evidentemente, si sarebbero potute utilizzare per altri scopi e altri obiettivi».
«Davanti a uno scenario del genere – sostengono ancora i consiglieri regionali del Pd – stupisce l’atteggiamento del governo regionale, che sceglie ancora di rimanere silente evidentemente per non creare problemi all’esecutivo nazionale guidato da Giorgia Meloni. In ogni caso è inevitabile e urgente che il governatore Roberto Occhiuto venga in consiglio regionale a riferire su quanto sta accadendo per rendere massima chiarezza ai calabresi sulla reale entità dei tagli e sulle modalità con le quali si ha intenzione di intervenire per evitare il peggio».

Interviene anche Osvaldo Napoli della segreteria di Azione che non nasconde le proprie preoccupazioni. «Il governo taglia alla Calabria quasi un miliardo di euro perdendo il 46 percento delle risorse prendiamo atto che Giorgia Meloni e i ministri Musumeci e Fitto – dice Napoli – riempiono a parole il territorio meridionale salvo poi nella prima occasione penalizzare il territorio calabrese. Sono sicuro che il presidente Roberto Occhiuto, profondo difensore del proprio territorio, dimostrerà differenziazione politica da questo atto. Ci aspettiamo un pronto ripensamento da parte del governo e non vi sono dubbi che i nostri rappresentanti regionali e comunali di Azione sapranno nelle sedi opportune denunciare questa iniqua penalizzazione. Un miliardo di lire tolto alla regione governata da Forza Italia è uno schiaffo a Forza Italia e al suo staff, oltre che al sud».

«L’allarme lanciato sul Pnrr è infondato». È, invece, quanto dichiarano due esponenti di Fratelli d’Italia, l’eurodeputato Denis Nesci e il consigliere regionale Antonio Montuoro, presidente della Commissione per le Politiche europee. «Infatti, non solo nessun progetto verrà meno – spiegano – ma l’azione messa in campo dal Governo Meloni e dal Ministro Raffaele Fitto assicurerà la realizzazione degli interventi previsti anche se con altre fonti di finanziamento come le risorse europee della coesione e il Fondo sviluppo e coesione, grazie anche all’introduzione di quelli elementi di flessibilità introdotti nei regolamenti europei, e che sono stati il risultato dell’iniziativa di Giorgia Meloni a partite dal Consiglio europeo straordinario di febbraio».
«Dunque, molti di questi interventi rischierebbero di non essere realizzati in quanto da un lato rischiano di non rispettare la scadenza del giugno 2026, dall’altro, per diversi aspetti rischiano di non rispettare le condizionalità previste dall’Ue. Il tanto paventato “scippo” delle risorse non potrà infatti verificarsi, perché gli stessi regolamenti europei vincolano, per le regioni del Sud, l’assegnazione del 40% delle risorse previste, e perché in questi mesi sono stati adottati provvedimenti concreti dal Governo a favore del Mezzogiorno e della sua crescita, e sappiamo che è in corso un confronto continuo tra Governo, Regioni ed enti locali per mettere in campo una progettualità e un utilizzo delle risorse in grado di ridurre i divari e accrescere la competitività. Lavoro questo che ha come priorità anche quello dì assicurare una spesa di qualità, ed evitare che come troppo spesso successo nel passato agli annunci non corrispondano gli interventi, non utilizzando, o utilizzando male milioni di risorse europee e nazionali. Risorse che, vogliamo rassicurare tutti ancora una volta, spettano ai territori del Mezzogiorno, e saranno destinate alle regioni del Sud e quindi anche alla Calabria».
«Resta costante – concludono Nesci e Montuoro – il confronto con il Ministro Fitto sullo stato d’avanzamento della spesa relativa ai fondi del Pnrr». (frc)

IL RISCHIO IDROGEOLOGICO IN CALABRIA
DATI PREOCCUPANTI, DA BOLLINO ROSSO

di MARIA ELENA SENESE – Sul rischio idrogeologico, senza voler fare terrorismo mediatico, la Calabria è da bollino rosso. A darne conferma è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) che ha analizzato i diversi indicatori di rischio e sottoposto a revisione annuale il suo Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia.

Il dato che ne viene fuori è disarmante e, allo stesso tempo, allarmante. La conformazione morfologica, gli effetti del cambiamento climatico e di alcuni episodi gravi di mutamento dei territori (come gli incendi estivi che hanno falcidiato le montagne calabresi nel 2021) sono tra gli indicatori che collocano la Calabria tra le regioni più a rischio. L’Emilia-Romagna è la prima regione per quota di terreno a rischio. Ma la Calabria è quella più esposta allo scenario di pericolosità elevata.

La Calabria ha attualmente un commissario per il contrasto al dissesto idrogeologico. Una struttura commissariale, però, praticamente vuota: stiamo parlando di 478 milioni di euro che, secondo quanto riporta il cruscotto del sito governativo Opencoesione, sono terribilmente fermi al palo.Il commissario Nardi, dal canto suo, sostiene che il sito non sia aggiornato. Questo perché è alimentato dai dati che invia la stessa Regione e, vista la carenza di organico, l’invio non sempre avviene con la dovuta puntualità. In proposito quindi ha fornito i dati aggiornati al 31 dicembre 2022 che in effetti divergono leggermente da quelli pubblicati, ma nella sostanza confermano la grande difficoltà a spendere quelle risorse.

Secondo l’ufficio del commissario su 347 interventi ne sono stati conclusi e collaudati 127 mentre 220 sono in corso. Tutto questo porta al fatto che dei 478 milioni ad oggi ne sono stati spesi 147 con una percentuale della spesa che si aggira sul 31%. Paradossalmente, però, tra i fattori congestionanti dal punto di vista procedurale, secondo la Corte dei conti – che recentemente ha reso noti i risultati di un’indagine sullo stato di attuazione del Piano per la mitigazione del rischio idrogeologico (Dpcm 20 febbraio 2019) c.d. “ProteggiItalia” – sono proprio quelle gestioni straordinarie e commissariali che avrebbero invece dovuto velocizzare gli interventi.

Una regione come la Calabria, però, ha bisogno di una manutenzione costante del territorio, perché spesso gli eventi alluvionali diventano catastrofici. Tragedie che magari potrebbero essere prevenute con piccoli interventi. Servono dei presidi con il compito di monitoraggio continuo. Nel Pnrr sono stati stanziati 500 milioni per portare a compimento un attento lavoro di monitoraggio. Dobbiamo ammettere che si tratta di una somma bassa per la Calabria, per fare prevenzione, ma siamo convinti che debba essere utilizzata. Bisognerebbe fare una progettazione di interventi che abbiano alla base una valutazione aderente alla realtà sulle aree dove è necessario intervenire con priorità, nella convinzione che per avere un quadro preciso dello stato dell’arte vi sia bisogno della collaborazione dei sindaci, di tecnici esperti e degli ordini professionali in modo da poter intervenire secondo linee guida chiare. Il contrasto al dissesto idrogeologico richiede investimenti e risorse, nonché provvedimenti di lungo respiro. Il governatore Roberto Occhiuto ha mosso i primi passi in questa direzione incontrando i sindaci e incassando dal governo 440 milioni di euro, previsti nella Manovra licenziata del Consiglio dei ministri, spalmati in 3 anni, per prevenire e mitigare il rischio idrogeologico e idraulico. Primi passi, ma occorre celermente fare molto altro per mettere in sicurezza la Calabria e dotarla di un sistema di prevenzione efficiente e funzionale. Ma non solo. In questa regione non è più rinviabile il potenziamento della macchina amministrativa locale e regionale. Diciamo questo nella convinzione che in Calabria ulteriori problematiche irrisolte siano rappresentate dalla scarsa capacità progettuale della Regione, amplificata dalla carenza di profili tecnici e dalla scarsa pianificazione sul territorio. Territorio che non è in grado di far fronte alla progettazione e alla cantierizzazione sollecita degli interventi. Cantierizzazione degli interventi, giova rammentarlo, che è demandata in massima parte ai Comuni, e marginalmente alle Province: enti che molto spesso, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, non dispongono delle risorse umane, tecniche ed organizzative per avviare, gestire e monitorare i lavori. Questo determina una assurda situazione di stallo. 

È la burocrazia ad impedire solleciti interventi: si fatica a trasformare programmazioni e progettualità in lavori concreti per il contrasto e la prevenzione del dissesto idrogeologico, sempre più un’emergenza nazionale. E anche sul potenziamento della macchina burocratica si gioca una partita importante per evitare alla Calabria di dover registrare una catastrofe idrogeologica inaccettabile. (mes)

(Maria Elena Senese è Segretario generale FenealUil Calabria)

PER LA SANITÀ CALABRESE E DI TUTTO
IL SUD C’È ANCORA UNA PRECISA SPERANZA

di GIACINTO NANCI –Su Calabria Live del 3 agosto è stato pubblicato un articolo di Giovanna D’Ingianna del Dipartimento Sanita di Italia del Meridione  che ha messo in evidenza il vero problema della sanità calabrese e cioè la perversa modalità di riparto dei fondi sanitari alle regioni che dal 1996 ha penalizzato la Calabria e molte regioni del sud condannando i loro cittadini ad una sanità di serie B. Giovanna D’Ingianna ha comunicato che Italia del  Me ridione ha redatto una proposta di legge per un modifica del riparto dei fondi sanitari alle regioni. Infatti il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basato fin dal 1996 fondamentalmente sul calcolo della popolazione pesata ha dato molti meno fondi pro capite alle regioni del sud proprio dove invece dovrebbero arrivare più fondi per la maggiore presenza di patologie croniche che per le cure necessitano di maggiore spesa sanitaria.

A riprova di quanto detto basta citare la modifica fatta dalla Conferenza Stato-Regioni (ente che fa il riparto dei fondi sanitari alle regioni) nel 2017 che ha modificato in modo «molto parziale» (per come dichiarato dall’allora presidente della commissione stessa Bonaccini) il criterio di riparto considerando, sempre in modo parziale, anche la numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni. Ebbene con questa modifica parziale la Calabria ha ricevuto nel 2017 ben 29 milioni di euro in più rispetto al 2016 e le regioni del sud ne hanno ricevuto ben 408 milioni in più sempre rispetto al 2016. La modifica non è stata ne ripetuta ne ampliata negli anni successivi.

Per capire di quali cifre si parla basta dire che una applicazione del criterio basato sulla numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni farebbe moltiplicare per la Calabria i 29 milioni ricevuti in più nel 2017 almeno per quattro. Se infine si considera che la Calabria ogni anno versa circa 100 milioni di tasse e accise in più proprio per risanare il presunto deficit   si capisce bene da dove vengono i veri mali della sanità calabrese. Cento milioni sottratti con un criterio di riparto scorretto e altri cento sottratti alla nostra sanità sotto forma di tasse e accise ci fanno capire che con duecento milioni in più (il tutto da oltre 20 anni a questa parte) forse saremmo non solo in grado di risanare la nostra sanità ma ci potremmo permettere di fare perfino un centro di eccellenza sullo “studio della neurofisiologia del canto del grillo”.

Stesso discorso vale per i 408 milioni di euro in più ricevuti dalle regioni del sud. Sorge spontanea la domanda perché questa “parziale modifica” non è stata ne riproposta ne ampliata? Eppure che il sud necessita di più fondi in sanità non solo per un criterio di giustizia ma per i bisogni delle popolazioni meridionali lo certifica il Dca n. 103 del lontano 30/09/2015 firmato dall’allora del commissario  al piano di rientro sanitario calabrese Ing. Scura che alla pagina 33 dell’allegato n.1 recita «in Calabria… si sottolineano valori di prevalenza più elevati (almeno il 10%) rispetto al resto del paese per diverse patologie», e siccome il Dca è fornito di specifiche tabelle si può calcolare in circa 300.000 i malati cronici in più nei circa due milioni di calabresi rispetto ad altri due milioni di altri italiani.

La maggiore presenza di patologie croniche nelle regioni del sud è certificata da tutte le istituzioni che statistiche sanitarie. Un ulteriore dato che ci fa capire quanto il criterio di riparto fino ad ora seguito è “fuorilegge” è il ricorso al Tar del 10/06/2022 fatto dalla regione Campania tramite il suo governatore De Luca proprio contro gli ingiusti i metodi di riparto dei fondi sanitari alle regioni. Ma ancora più significativo è il fatto che il governo aveva promesso che sarebbero stati rivisti i metodi di riparto dei fondi e sarebbe stato applicato il criterio della deprivazione (bisogni reali delle popolazioni) e non quello demografico (popolazione pesata), e lo ha fatto ancor prima della pronuncia (ancora non avvenuta) del Tar immaginando che il ricorso è giusto e il Tar lo accetterà sicuramente.

Le regioni del sud a questo punto devono far sì che nella prossima Conferenza Stato-Regioni sia applicato il criterio epidemiologico, cioè più fondi alle regioni che hanno più abitanti con patologie croniche e non come è stato fino ad adesso: meno fondi alle regioni con più malati. Quindi ben venga la proposta di legge e la raccolta di firme di Italia del Meridione che finalmente possa mettere insieme i governatori del sud per far sì che le sanità regionali possano essere finanziate in base alla numerosità delle malattie presenti e quindi in base ai reali bisogni delle popolazioni. Il tutto ha maggiore rilevanza alla luce della proposta di legge dell’autonomia differenziata che peggiorerebbe ancora di più la situazione dei malati meridionali. (gn)

Il dott. Giacinto Nanci è medico dell’Associazione medici di famiglia Mediass a Catanzaro

SERVE UNA SVOLTA PER LA FORESTAZIONE
È INDISPENSABILE SUPERARE I RITARDI

di FRANCESCO CANGEMI – In Calabria la strada è ancora lunga per garantire sostenibilità e trasparenza a un comparto strategico come quello boschivo. Tuttavia, piccoli passi sono stati fatti dalla Regione, decidendo di non concedere più deroghe per l’esercizio della Centrale del Mercure.

Una decisione che ha raccolto il plauso di Legambiente Calabria che sottolinea come «Occorre cambiare la filiera legno energia per dare garanzie di sostenibilità e di trasparenza a un comparto economico come quello boschivo importante per la nostra Regione. Oggi, invece, la filiera boschiva è, per come hanno accertato diverse indagini della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, in gran parte nelle mani delle cosche e trova nella filiera energetica un punto di interesse economico e criminale. Occorre invertire la tendenza e passare ad un utilizzo sostenibile del patrimonio forestale attraverso la tutela efficace degli ecosistemi, e un uso consapevole delle biomasse per promuovere la nascita di comunità energetiche e sostenere piccoli impianti cogenerativi che favoriscono le economie locali e l’utilizzo delle risorse boschive secondo i principi della gestione forestale sostenibile».

«È una decisione clamorosa – aggiungono da Legambiente Calabria riferendosi al Mercure – importante ed opportuna quella annunciata dal presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto che, in sede di approvazione del Piano del Parco nazionale del Pollino, atteso da oltre 30 anni, ha dichiarato che non ci saranno altre deroghe a garanzia dell’esercizio della grande Centrale a Biomasse del Mercure, nel Comune di Laino Borgo.  La centrale del Mercure, lo ricordiamo, ha una potenza di 35 mw ed è inserita in un contesto territoriale estremamente delicato come il Parco nazionale del Pollino e su cui si pongono una serie di questioni estremamente rilevanti e nessun vantaggio concreto, perché contraddice i più elementari criteri di sostenibilità ambientale: produce solo energia elettrica ed è poco efficiente, per funzionare deve essere alimentata con grandi quantità di biomassa, 340-500mila tonn/anno e previsioni di crescita fino a 820mila, proveniente da una distanza di 120 km che è ben superiore ai criteri condivisibili e sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale».

«La Regione Calabria – continua la nota – prende atto dell’incompatibilità dell’impianto con il Parco nazionale, e sebbene avvenga con ritardo dobbiamo sfruttare l’occasione per favorire una profonda riflessione sulla filiera energetica regionale delle biomasse che non è sostenibile, economicamente deficitaria e, anche alla luce delle inchieste della procura distrettuale antimafia di Catanzaro ha dimostrato, socialmente pericolosa perché condizionata dalla criminalità organizzata».

«La Regione Calabria, emettendo un provvedimento che prelude alla chiusura della centrale del Mercure sta andando nella direzione giusta – commenta Anna Parretta presidente di Legambiente Calabria – La nostra associazione ha sempre espresso un giudizio molto critico sulla realizzazione di questa centrale sia per la sua localizzazione, del tutto incongrua, all’interno di un Parco nazionale, sia sulle dimensioni dell’impianto con i conseguenti riflessi in termini di emissioni e consumi. Una centrale vecchia nella sua concezione, oggi inadatta a rispettare gli obiettivi climatici e di tutela delle foreste perché si pone in contrasto con la Strategia Europea che punta a migliorare la qualità delle foreste e delle sue filiere compresa quella energetica. Tra le fonti energetiche rinnovabili, la biomassa forestale per essere realmente sostenibile, deve rispettare il principio di uso a cascata delle risorse agroforestali, provenire da filiere corte, avere riguardo alle emissioni in atmosfera e garantire la salvaguardia della salute delle persone e la tutela dell’ambiente: il contrario della grande centrale del Mercure».

Perseguire gli obiettivi della Strategia Forestale Europea significa anche rispettare gli impegni sottoscritti a livello internazionale dall’Italia in materia di contrasto ai cambiamenti climatici, conservazione della biodiversità, decarbonizzazione dell’economia, commercializzazione del legno e sviluppo socioeconomico. Le biomasse possono essere considerate sostenibili se: esiste una filiera di prossimità e di piccole dimensioni che non implica lunghi viaggi, non provengono da culture dedicate, si tratta di scarti che non troverebbero una miglior sistemazione ed il ritmo di sfruttamento non è superiore al tasso di ricrescita di boschi e foreste.

«Nell’esprimere la nostra soddisfazione per le decisioni prese dal presidente Occhiuto – continua Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente – attendiamo la chiusura effettiva della Centrale del Mercure e di ogni altro grande impianto presente in Regione che abbia caratteristiche simili non rispondenti a criteri di gestione forestale e delle sue filiere effettivamente sostenibili. Ricordiamo che in Calabria sono presenti 4 grandi impianti che utilizzano biomasse solide, sui 32 diffusi su tutto il territorio nazionale, che producono “solo” energia elettrica da biomasse forestali e consumano 1.954.080 tonnellate e vedono la Calabria in testa con l’impiego di oltre un milione di tonnellate di legna (51%). La metà dei consumi di biomasse del nostro Paese sono alimentati da prodotti forestali commercializzati o provenienti dalla Calabria, uno spreco di materia prima e un utilizzo insostenibile dei prodotti forestali e una filiera produttiva inadeguata a sostenere il cambio di passo necessario per raggiungere gli obiettivi di tutela della biodiversità e climatici previsti al 2030».

«Come abbiamo richiesto durante il Forum regionale sulle foreste organizzato nel luglio del 2022 a Cosenza – concludono Parretta e Nicoletti – in Calabria serve una riflessione per superare le contraddizioni ed i ritardi nella pianificazione e gestione forestale, oltre che per sopperire all’assenza di certificazione secondo i principi della gestione forestale sostenibile. Rilanciamo l’invito alla Regione di insediare un Tavolo di filiera del legno con l’obiettivo di una maggiore partecipazione e condivisione tra le istituzioni, il mondo della ricerca e le parti economiche e sociali interessate per attuare la transizione ecologica e la valorizzazione del settore forestale. Occorre superare un sistema di autorizzazione farraginoso e non trasparente che negli anni ha permesso alla criminalità organizzata di infiltrarsi e condizionare un settore economico importante, che nei fatti, alimenta la “monocultura” industriale di produzione di energia da biomasse per le grandi centrali elettriche presenti in Calabria a Cutro, Strongoli, Crotone, Laino Borgo e Cosenza che sono superate perché ambientalmente insostenibili». (fca)