REDDITO, LA CALABRIA È FANALINO DI CODA
NELL’INDIFFERENZA TOTALE DEI POLITICI

di FILIPPO VELTRI – I numeri ci dicono sempre tutto nella loro apparente freddezza e dovrebbero indurre chi ci governa a capire che esiste un enorme, irrisolto problema che si chiama Sud e che invece di essere affrontato viene peggiorato addirittura.

Dai dati delle dichiarazioni dei redditi 2022 emerge, infatti, che il reddito complessivo dichiarato dagli italiani nel 2021 ammontava a oltre 912,4 miliardi di euro, 47 miliardi in più rispetto all’anno precedente (+5,5%) per un valore medio di 22.540 euro, in aumento del 4,5% rispetto al valore medio del 2020. La dinamica del reddito complessivo riflette l’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo grazie alla ripresa dell’economia post- Covid. Ripresa che, come emerge dai dati delle dichiarazioni dei redditi pubblicati dal dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ha visto un’accelerazione soprattutto al Nord. 

La regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (26.620 euro), seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano (25.680 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (16.300 euro). 

Se è vero quindi che nel 2021 in media i redditi degli italiani sono aumentati, allo stesso tempo il divario tra le Regioni centro-settentrionali e quelle meridionali si è allargato ulteriormente. Nella classifica delle regioni in base al reddito medio complessivo quelle del Sud si piazzano agli ultimi posti: fanalino di coda la Calabria (16.190 euro), penultimo il Molise (17.390 euro), completano il fondo della classifica Sicilia (17.460 euro), Puglia (17.470 euro), Basilicata (17.510 euro) e Campania (18.130 euro). Sotto la media nazionale (22.540 euro) anche Sardegna (18.800 euro), Abruzzo (19.160 euro), Umbria (20.540 euro) e Marche (21.070 euro).

 Se confrontiamo i dati dei capoluoghi, quello con il reddito medio complessivo più alto è Milano (33.703 euro), che segna un record anche per quel che riguarda l’aumento annuale con un +6,1% nominale e +4,1% al netto dell’inflazione. Seguono Bologna (26.494 euro), Bolzano (26.228), Roma (25.990 euro), Trento (24.736 euro), Torino (24.427 euro). Mentre Palermo è in fonda alla classifica ( 19.985 euro), con Catanzaro (20.248 euro).

Ci scuserete per i tanti numeri ma non è difficile seguirli nel loro percorso che è facile come bere un bicchiere d’acqua e dai quali emerge una cosa chiara: esistono 3 Italie (forse 4) che ancora non hanno trovato una loro vera unificazione dopo 160 e passa anni. Compito delle classi dirigenti sarebbe stato quello di lavorare per eliminare o quantomeno ridurre questo divario, che fa impressione a leggerlo così squadernato oggi nella sua compiutezza.

Qui non si tratta delle solite classifiche sulla ‘qualità della vita’, opinabili finché si vuole, criticabili per i metodi e i criteri utilizzati ma pure sempre veritiere di una situazione ma dei soldi in tasca degli italiani, certo al netto dei reati fiscali e di un’economia sommersa. Anche questa sommersa finché si vuole ma che ad un certo punto deve essere tanto straordinariamente sommersa per consentire un decente livello di vita, di qualità, di socialità etc etc.

 Ci sarebbe, c’è, bisogno di forti azioni di riequilibrio economico strutturale e non di accentuare – come invece avverrebbe ad esempio  nel disegno di una compiuta approvazione dell’idea dell’autonomia differenziata voluta dal Governo – le disparità sociali, economiche, financo culturali all’interno del Paese.

Quei numeri ci dicono intanto una cosa: tra Milano e Catanzaro c’e’ una differenza di reddito di 13 mila euro. Se non è questa una differenza! (fv)

CROTONE, NECESSARIA BONIFICA DELL’EX
AREA INDUSTRIALE: C’È RISCHIO SANITARIO

di FRANCO BARTUCCI – A causa degli elevati livelli di inquinamento risulta tra i 42 siti italiani ad elevato rischio sanitario, classificati come di interesse nazionale (Sin), da sottoporre con urgenza ad interventi di bonifica.  Secondo i dati elaborati dagli epidemiologi, sono proprio i Sin le aree del Paese dove si muore e ci si ammala di più, fin dalla più tenera età.

 Lo studio in oggetto è stato realizzato attraverso un approccio multidisciplinare ad un tema complesso da un team di ricercatori di provenienza eterogenea: Salvatore Procopio, responsabile del laboratorio fisico del Dipartimento provinciale Arpacal di Catanzaro e Filomena Casaburi, responsabile del laboratorio bionaturalistico e Direttore del suddetto laboratorio e Anna Mastroberardino, fisico delle particelle elementari del Dipartimento di Fisica dell’Unical.

La sinergia tra Arpacal e Unical, per lo studio della problematica ambientale del sito di Crotone, è iniziata nel 2018, con l’attivazione del Master “Utilizzo delle radiazioni ionizzanti e radioprotezione all’Unical”. Il suddetto percorso, nato con la finalità di formare professionisti in grado di operare nella valutazione e protezione dal rischio derivante dall’utilizzo delle radiazioni ionizzanti, ha sollevato l’esigenza della creazione di un presidio di competenze professionali in grado di far fronte alle esigenze specifiche del territorio in tema di gestione dei rifiuti radioattivi e bonifica ambientale. 

Ad entrare nel merito della ricerca sull’ex area industriale di Crotone è la prof.ssa Anna Mastroberardino, del dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria, che ci fa notare come al Sin si affiancano, in tutto il territorio della provincia di Crotone, altre aree contaminate, a seguito delle pregresse attività industriali, in cui è stata riscontrata nel corso degli ultimi anni, da istituzioni territoriali di controllo, prevenzione e ricerca quali Asl, Arpacal, Unical,  la presenza di materiali e residui contenenti Norm (Naturally Occurring Radioactive Materials).

«Questi scarti di lavorazione delle industrie del fosforo, solo parzialmente smaltiti in discariche per inerti – ci dice la docente dell’UniCal – sono stati riutilizzati a causa delle buone proprietà meccaniche nell’edilizia civile. Rilevanti quantità di rifiuti tossici in concentrazioni sconosciute sono pertanto incorporate nel manto stradale, poi ricoperto dall’asfalto, spesso emergenti a livello superficiale visto lo stato di degrado delle strade, con conseguente alterazione delle caratteristiche del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee circostanti, a causa della prossimità dei rifiuti tossici all’acquifero. La mappa dei siti contaminati del Crotonese, recentemente realizzata da Arpacal, conferma la presenza di una contaminazione diffusa, sia chimica che radiologica, in vaste aree del territorio a latere del confine industriale, determinando un aumento significativo dei livelli di radioattività ambientale nell’area».

L’attività di un gruppo di studio, da qualche anno impegnato nella tematica ambientale e nelle implicazioni per la salute da varie angolazioni disciplinari, ha portato di recente alla pubblicazione di un articolo dal titolo Toxicity evaluation of the contaminated area of Crotone from biological indicators: a multispecies approch, pubblicato sulla rivista internazionale Environmental Monitoring and Assessment del gruppo Springer Nature. 

«Nello studio – ci spiega la prof.ssa Anna Mastroberardino – si utilizza per la prima volta la valutazione eco tossicologica per l’analisi del rischio legato ad un fenomeno di trasferimento di inquinanti che rappresenta realmente una sfida scientifica, trattandosi di una miscela di molteplici problematiche e di processi dinamici che si evolvono nel tempo e di lunga durata. L’ecotossicologia ha un ruolo determinante per la comprensione delle traiettorie ambientali dei diversi contaminanti a vari organismi viventi, acquatici e terrestri, considerabili organismi sentinella nella valutazione dell’alterazione dell’habitat contaminato». 

«L’approccio multispecie nell’utilizzo di bioindicatori è anche funzionale alla verifica dello stato di salute della catena alimentare, con effetti sulla salute e sullo sviluppo del territorio, laddove il sistema agroalimentare costituisce l’elemento distintivo di talune produzioni regionali». 

Nello studio in oggetto, per l’esecuzione dei test ecotossicologici, sono stati utilizzati tre diversi indicatori biologici, due acquatici e uno terrestre, appartenenti ai diversi livelli della catena alimentare: produttori, consumatori, decompositori, tra i quali i batteri bioluminescenti della specie Vibrio fischeri, il piccolo crostaceo d’acqua dolce Daphnia magna e i semi di crescione e sorgo. 

«Lo scopo della ricerca – ci ha detto ancora la docente del dipartimento di Fisica– è stato quello di determinare le concentrazioni dei residui fosfatici prelevati nelle aree contaminate alle quali l’effetto tossico è rivelabile e quindi stabilire le “diluizioni di sicurezza” che debbono essere rispettate affinché l’ambiente biologico che ospita le sostanze inquinanti sia salvaguardato nella sua funzionalità. Lo studio ha rivelato una inibizione della funzionalità di tutti i sistemi biologici testati per valori elevati di concentrazione dei contaminanti, al di là della differente sensibilità dei bioindicatori nella valutazione di tossicità nei diversi ecosistemi».

«A questo livello preliminare – ci tiene a precisare la prof.ssa Anna Mastroberardino – i dati indicano un potenziale rischio per gli ecosistemi naturali del luogo, oltre che per la salute umana. Le soglie di tossicità misurate sono, infatti, paragonabili o addirittura inferiori alle concentrazioni dei contaminanti dell’area indagata e gli inquinanti possono entrare direttamente a contatto con i sistemi biologici dell’ambiente circostante, data la particolarità del territorio di ospitare rifiuti pericolosi spesso non coperti da suolo o altro materiale e incorporati nell’asfalto delle strade».

«Entrando direttamente a contatto con l’ambiente circostante, questi inquinanti possono essere trasportati dall’acqua, dall’aria, da specie migratorie e portati lontano da dove sono localizzati, entrando anche nella catena alimentare. Alle problematiche collegate al rischio chimico e a quello radiologico da esposizione e inalazione, si aggiungono, dunque, le molteplici implicazioni associate al possibile passaggio di radioisotopi dall’ambiente all’uomo attraverso la catena degli alimenti».

Di emergenze ambientali e sanitarie come delle figure professionali legate a questi aspetti se n’è discusso molto in un Congresso Nazionale tenutosi a Crotone nel novembre 2019 dal titolo: La protezione ambientale e sanitaria del territorio calabrese. Programmare la rinascita: il caso Crotone. L’evento ha permesso un confronto stimolante tra rappresentanti del mondo scientifico e sanitario, ordini professionali e rappresentanti istituzionali locali, ma non ha visto la partecipazione dell’Assessorato regionale competente della Giunta regionale dell’epoca.

Di queste esperienze di lavoro, ricerca e studio rimangono oggi delle immagini fotografiche che si trovano nel servizio, che mostrano il buon numero di ricercatori, tecnici e studenti interessati a tali problematiche ambientali mostrando preparazione, competenza professionale ed interesse per perseguire risultati per il bene della Calabria.

Conoscere il presente per un rilancio del lavoro di ricerca e disinquinamento dell’ambiente

Prima di entrare nel merito più specifico di questo importante lavoro di ricerca sull’inquinamento dell’ex area industriale di Crotone per conoscerne gli sviluppi rispetto al rapporto con il mondo politico regionale, dopo il periodo pandemico che ha rallentato di molto varie situazioni di gestione dei servizi sanitari, è il caso di approfondire la conoscenza della prof.ssa Anna Mastroberardino, professore associato presso il Dipartimento di Fisica dell’Unical. 

Dal 1998 si occupa di ricerca sperimentale nel campo delle particelle elementari, nei maggiori laboratori europei, Cern a Ginevra e Desy ad Amburgo. Grazie alle collaborazioni internazionali dei fisici dell’Unical, avviate dal Professore Giancarlo Susinno, di cui è stata allieva, ha partecipato alle ricerche che hanno portato, nel luglio 2012, alla scoperta del Bosone di Higgs, Nobel per la Fisica 2013.

Nel 2018 ha diretto il Master Universitario “Utilizzo delle radiazioni ionizzanti e radioprotezione all’Unical”, percorso che ha segnato l’avvio di una nuova attività di ricerca, tecnologica e multidisciplinare, negli ambiti della radioprotezione, delle scienze della vita e del monitoraggio ambientale. È autrice/coautrice di oltre 1200 pubblicazioni su riviste internazionali con referee, per un corrispondente Hirsch factor (H-index) di 127 (fonte Scopus).

«Con l’insediamento della nuova Giunta regionale, guidata dal Presidente, on. Roberto Occhiuto, i rapporti con il mondo della politica regionale sono ripartiti», ci dice la docente universitaria.

«Al di là di ciò che è accaduto nel passato, il piano delle bonifiche avviate nel Crotonese durerà a lungo e sarà accompagnato da molteplici aspetti critici e anche innovativi da considerare. Se, da una parte, la rimozione e movimentazione dei materiali contaminati, con possibile dispersione aerea di materiale radioattivo, rappresenta una situazione di rischio sanitario, da monitorare costantemente, dall’altra offre l’opportunità di un laboratorio a cielo aperto per la valutazione del rischio radiologico in condizioni sperimentali mai verificate e non riproducibili. Questo crea un’opportunità di formazione in campo per nuove figure professionali in grado di esportare l’esperienza, così acquisita, verso simili realtà territoriali afflitte da contaminazione».

«La problematica, oltre che di tipo sociale e sanitario, ha rilevanza anche scientifica. Continuare a ignorare le enormi potenzialità dei processi di bonifica, oltre che privare centinaia di migliaia di persone della possibilità di vivere in ambienti sicuri e salubri – è il pensiero della prof.ssa Anna Mastroberardino – comporta anche sprecare immani risorse a fronte del vantaggio, anche economico, rappresentato dal risanamento  di questi territori, per i quali non esiste, allo stato attuale, una proposta di riqualificazione e riuso». 

«In tutto ciò la ricerca scientifica può giocare un ruolo importante per rendere queste azioni di decontaminazione più mirate ed efficaci; mitigare gli effetti sanitari su popolazioni che continueranno a  vivere per anni in luoghi altamente inquinati e anche per immaginare la riqualificazione delle aree post-bonifica. Il coinvolgimento diretto in questi processi risponderebbe del resto alla missione originaria dell’Unical di attenzione verso un territorio così degradato e fragile».

Occorre creare un centro di ricerca specifico per restituire al patrimonio culturale mondiale uno dei siti storicamente e archeologicamente più rilevanti della Magna Graecia.

Dall’incontro con la prof.ssa Anna Mastroberardino scaturisce l’idea che il sostegno politico è inevitabile quanto necessario per dare incisività a queste ricerche tramite azioni mirate di finanziamento, che consentano l’avvio di attività sistematiche di studio per la sorveglianza epidemiologica nel territorio, verifiche in corso d’opera, diffusione dei risultati, dialogo con la comunità coinvolta e progettazione per il post-bonifica, in un contesto competente e senza conflitti di interesse. È quanto i ricercatori del dipartimento di Fisica dell’UniCal e dell’Arpacal chiedono al Presidente della Regione Calabria, on. Roberto Occhiuto.

«Sarebbe un beneficio collettivo se le operazioni di bonifica in corso – ci dichiara la prof.ssa Anna Mastroberardino – potessero ripartire con il piede giusto anche grazie agli strumenti specialistici messi a punto dai ricercatori del territorio, attraverso la creazione di un centro di alta formazione quale presidio permanente di controllo ambientale, riferimento per tutto il Mezzogiorno come polo di ricerca e di innovazione, nella duplice prospettiva del recupero e della fruizione delle aree disinquinate. È possibile immaginare oggi una ripresa esemplare proprio da queste aree, non a beneficio di chi le ha ridotte in questo stato, bensì per restituire al patrimonio culturale mondiale uno dei siti storicamente e archeologicamente più rilevanti della Magna Graecia». 

«Inserire in queste attività di recupero del territorio la creazione di un centro di ricerca  consentirebbe di rimettere al centro dello sviluppo l’industria culturale, rispettando la vocazione storica locale, così come la generazione di nuove professionalità, calibrate sulle necessità emergenti del settore, facendo della Regione un riferimento formativo per tutto il Sud». (fb)

PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’AUTONOMIA
BOCCIATO DA UE MA “PIACE” A CALDEROLI

di FILIPPO VELTRI – Gran pasticcio dentro la maggioranza di Governo e dentro il Governo della Meloni su DDL Calderoli. Fratelli d’Italia e Lega ai ferri corti dopo il parere della commissione d’esperti del Senato, prima pubblicato e poi scomparso, denso di critiche e di osservazioni ma anche dentro la Lega non si scherza!

Evidentemente infatti Calderoli e Giorgetti, entrambi ministri dello stesso Governo di centrodestra ed entrambi della Lega, non si parlano, né si scambiano le carte.

Calderoli infatti ha confezionato una proposta di legge sull’autonomia regionale differenziata che dice esattamente il contrario di quanto sostenuto da Giorgetti perché prevede che i nuovi poteri della regione siano stabiliti da un patto a due, tra il governo e la regione interessata e le altre verranno al massimo informate.

Tanto è vero che il Parlamento sul patto tra governo e singola regione potrà esprimere solo un parere, probabilmente delle commissioni, di cui il governo potrà tenere conto oppure no. Di più, Calderoli per forzare i tempi ha previsto che le osservazioni dei Ministeri sulle materie oggetto dell’intesa a due arrivino entro 30/45 giorni, pena le sue dimissioni addirittura dalla politica! Il ministro dell’Economia Giorgetti, forse per la prima volta nella storia dei governi, non solo non è il garante/controllore degli aspetti finanziari del procedimento ma ha solo 30 giorni, come gli altri ministri, per rispondere. In altre parole non gli è riconosciuto il potere di fermare o correggere le decisioni del patto a due per garantire i conti pubblici. Se i ministri non rispondono entro i 30 giorni previsti Calderoli pretende il mandato a procedere comunque: questo afferma la sua proposta di legge.
Calderoli è l’unico firmatario della proposta di legge del governo, non figurano né la Presidente Meloni, né tanto meno il Ministro dell’Economia come avviene di solito.

Sembra una presa di distanza ma segnala anche un atteggiamento remissivo verso le pretese di Calderoli e dei presidenti delle Regioni, forse per rinviare lo scontro a tempi migliori. Non si capisce come si possa imporre ai ministeri e soprattutto al MEF un tempo oltre il quale Calderoli procederebbe comunque. Basta pensare alla Ragioneria generale dello Stato che ha l’obbligo di garantire il rispetto dei conti pubblici, approvati dal Parlamento, e questo non c’è nella proposta Calderoli. Solo quando tutto sarà stato deciso da Calderoli e dalla regione interessata il parlamento sarà chiamato ad approvare la legge che deve dare valore al patto a due, tra Ministro e Regione.

Calderoli ha, dunque, forzato la mano decidendo tutto da solo, accentrando poteri, con una colpevole sottovalutazione degli altri ministri e soprattutto della Presidente del Consiglio. Certo la premier firmerà i Dpcm sui Lep, i livelli essenziali di prestazione, perché è già previsto dalla legge, per il resto tutto è nelle mani del ministro Calderoli. I Lep non possono essere affidati ad una commissione a due che poi passerà al governo le sue proposte, le quali verranno trasposte nei Dpcm. Questo è un altro passaggio che impedirà di controllare la qualità dei servizi garantiti ai cittadini e non è questione tecnica ma una scelta politica.

Prima o poi la bolla scoppierà. Giorgetti, che ripetiamo è leghista come Calderoli, afferma pubblicamente che un patto a due non può superare Costituzione e Parlamento e ha ragione, per questo bisogna cambiare la proposta Calderoli portando il Parlamento a decidere su tutti i passaggi di fondo sull’autonomia regionale differenziata, iniziando con l’eliminazione del patto a due, governo/regione, che è il vero motore di tutto il percorso.

La legge deve essere il motore, non un patto tra due esecutivi. Altrimenti Calderoli e il presidente della Regione interessata sceglieranno insieme i poteri da decentrare tenendo all’oscuro il Parlamento fino a quando sarà messo di fronte al fatto compiuto e verrà costretto a votare a favore con il voto di fiducia.

Il tentativo è di tenere tutto il percorso sull’autonomia differenziata sotto controllo leghista, imponendo alla stessa maggioranza le scelte. Calderoli ha preparato una sorta di “supermercato” con il compito di offrire alle regioni interessate fino a 500 funzioni, senza che il Governo precisi fin dall’inizio quali è disposto a decentrare e quali no, facendo intendere che lo possono essere tutte.

Eppure dei ministri hanno già fatto presente che non sono disposti a concedere poteri, ad esempio nella scuola e nei beni culturali. Perfino Confindustria è preoccupata che si creino nuove barriere all’attività delle imprese, creando differenze tra le regioni che renderebbero più difficile l’attività economica.
Per ora Calderoli continua imperterrito sulla sua strada, ma il ministro Giorgetti e la presidente del Consiglio, e con loro la maggioranza, prima o poi dovranno pronunciarsi sul merito delle scelte. Finora hanno finto di non vedere e hanno lasciato fare, fino a quando potrà andare avanti senza compromettere l’unità di diritti fondamentali e dell’attività economica del nostro paese?

Intanto una buona notizia. Le firme raccolte in calce alla legge di iniziativa popolare promossa dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale e dai sindacati della scuola per cambiare gli attuali articoli 116.3 e 117 della Costituzione, che Calderoli usa strumentalmente per le sue scelte per aiutare la “secessione dei ricchi”, sono oltre il traguardo delle 50.000 firme, il risultato finale sarà tra 60 e 70.00. La proposta di legge arriverà al Senato mentre ancora si discuterà la proposta del governo sull’Autonomia regionale differenziata e grazie al consenso che ha avuto potrà influenzare una discussione fin troppo sottovalutata. Esistono dunque le condizioni per una ferma battaglia parlamentare per bloccare chi vuole oggi dividere quello che prima il Risorgimento e poi la Resistenza hanno unito: l’Italia. (fv)

IL 2024 UN ANNO “MEMORABILE” PER IL SUD
IL G7 IN PUGLIA E I LAVORI PER IL PONTE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Giugno 2024 sarà  un mese memorabile per il Sud. Infatti dovrebbe essere il mese in cui dovrebbero  ripartire i lavori relativi al ponte sullo stretto di Messina, tappa fondamentale nel processo di adeguamento  infrastrutturale di tutto il Mezzogiorno, Sicilia  compresa. 

Manca poco più di un anno. Ma sarà un mese importante anche per un altro evento, annunciato ieri dalla Presidente del  Consiglio a Hiroshima, perché si svolgerà un G7 a guida italiana, e già questo sarebbe un evento importante. Ma lo è ancor di più perché la sede scelta sarà la nostra Puglia. Essa con il suoi 4.079.702 abitanti rappresenta un quinto della popolazione di tutto il Mezzogiorno. Ma con i suoi 1.267.000 occupati compresi i sommersi riesce ad avere un rapporto tra popolazione ed occupati un po’ migliore del resto delle altre regioni meridionali. 

Ma soprattutto registra un trend positivo che la vede passare dai 1,207 milioni del 2021 ai 1,267 milioni del 2022. Per aumento degli occupati la Puglia nel 2022 è la prima regione del Mezzogiorno e la quarta in Italia dopo Toscana, Lombardia e Veneto. Sessantamila occupati in più nel 2022 rispetto all’anno precedente ed esportazioni che superano per la prima volta dal 2000, la soglia dei 10 miliardi di euro, ne fanno una regione  vivace. Troppo poco in ogni caso, però,  per affermare come fanno alcuni  che vi siano diversi mezzogiorni,  giustificando un intervento anche per le realtà magari a pochi  chilometri da Milano con strumenti simili, ma certamente abbastanza per far ritenere questa una regione più virtuosa delle altre. 

Anche se per arrivare al rapporto popolazione occupati di una regione come l’Emilia-Romagna,  che con abitanti pari a 4.458  mila ha 2 milioni di occupati compresi i sommersi,  ce ne vuole. Si dovrebbero creare ulteriori 600.000 posti di lavoro, cosa che non é né semplice né può essere veloce. 

Probabilmente la presenza nel Governo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, di origine pugliese, Alfredo Mantovano, otrantino o idruntino, può aver influenzato la scelta. Per cui Otranto potrebbe essere il luogo candidato ad accogliere il summit del giugno 2024. Mantovano infatti ha parlato del Cenobio di San Nicola di Casóle, uno dei luoghi mistici della Terra d’Otranto, quale «cornice ideale per i Grandi del mondo». 

In realtà anche Il 43º vertice del G7 si è svolto al Sud. Voluto da Renzi si svolse al Palacongressi di Taormina (ME), in Sicilia, il 26 e 27 maggio 2017. Poi la riunione fu guidata dal Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni. Ed anche un G8 si è svolto all’Aquila dall’8 al 10 luglio 2009. La riunione  guidata dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fu spostata dalla Sardegna in Abruzzo a seguito del sisma che lo colpì.  

Nonostante non sia la prima volta che viene localizzato al Sud un evento così importante non può essere sottaciuto che è un segnale di attenzione che spesso non è stato scontato. Accendere  i riflettori su una realtà meridionale, se non diventa un rito senza conseguenze sul piano operativo, è un modo per approfondire le tematiche che riguardano questa parte del Paese, con difficoltà mai superate, e quindi per farlo diventare centrale non solo a parole ma anche con fatti conseguenti. 

Certo i grandi eventi che cambiano, o meglio contribuiscono a cambiare, una realtà sono quelli che coinvolgono centinaia di migliaia ,se non milioni, di persone. Come accade con l’Expo piuttosto che con le Olimpiadi. In quel caso è necessario potenziare le infrastrutture, avere una rete di accoglienza adeguata, adeguare i servizi pubblici a numeri importanti, tutte operazioni che incidono profondamente nel tessuto di una realtà. E certo obiettivo sarebbe che un vero grande evento possa essere localizzato, per esempio, a Napoli, città che ne avrebbe molto bisogno per svoltare finalmente e diventare la metropoli che per tanti anni l’ha fatta primeggiare tra le città europee.

Ma guardiamo il mezzo bicchiere pieno che oggi riguarda la scelta della Puglia per il G7 del 2024. Una  regione che ha grande bisogno di infrastrutturazione, se è vero che tutta la parte del tacco dello stivale, che possiede località bellissime e ancora poco sfruttate, ha grandi difficoltà ad essere raggiunta. Anche se vi è un aeroporto a Brindisi, la rete stradale ferroviaria ha bisogno di interventi importanti. Se la scelta dovesse ricadere su Otranto sarebbe un modo per porre l’attenzione su quella parte di Puglia che forma una penisola e che, pur possedendo un gioiello prezioso come Lecce, è stata abbastanza dimenticata. Peraltro  va sottolineato che pur essendo più grande della Campania, avendo 19.273 chilometri quadrati rispetto a quelli della Campania che sono 13.590, ha  molto meno abitanti.

Nell’ambito dell’Italia meridionale (isole escluse) la Puglia è la regione più estesa nonché quella con il maggiore sviluppo costiero con un’estensione delle coste di circa 865 km. 

Adesso ci si accorge come la equidistribuzione della popolazione per tutto il Paese, può  evitare quei fenomeni di estremo utilizzo del suolo e di antropizzazione selvaggia che poi portano all’impossibilità di contenere il Covid come è stato a Bergamo oppure ai fenomeni alluvionali che, pur in presenza di un fatto assolutamente eccezionale, avrebbero potuto essere limitati se la Romagna non fosse diventata un’unica realtà, senza  soluzione di continuità, di case e fabbriche.

Riflettere su i tanti territori ancora poco utilizzati di cui il nostro Paese, soprattutto al  Sud, dispone può essere l’inizio per cominciare a pensare ad un nuovo progetto di sviluppo più sano e saggio, che non dia spazio eccessivo alle bulimie autodistruggenti. 

Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico. Troppi fatti stanno dimostrando che la strada che ha percorso il nostro Paese negli ultimi settant’anni perlomeno,  che vede una locomotiva che arranca e dei vagoni fermi in binari morti,  va totalmente ripensata. E se gli sforzi saranno costanti e non solo sfoghi di vento  la possibilità di un cambiamento anche veloce potranno non risultare un’utopia. Giovanni Falcone riferendosi alla mafia diceva che è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio e una fine, possiamo ripetere lo stesso concetto per  il sottosviluppo del Mezzogiorno. Anche esso è un fenomeno umano,  ha avuto un inizio e se vogliamo può avere una fine. (pmb)

[Corutesy Il Quotidiano del Sud – L’altravoce dell’Italia]

AUTONOMIA, REDDITO, CONTRATTI, UN
MIX MICIDIALE PER TERRITORI A RISCHIO

di MASSIMO MASTRUZZO –  Facciamo una riflessione concreta sui provvedimenti del governo Meloni, senza farci distrarre dai fronzoli dell’armocromia o dalle cavolate della sostituzione etnica.

Autonomia differenziata, reddito di cittadinanza, contratti a termine prorogati, sono un mix micidiale per quei territori già a rischio desertificazione umana e industriale, ma non solo. 

Autonomia differenziata, cos’è

L’autonomia differenziata è l’attribuzione a una regione a statuto ordinario dell’autonomia legislativa su materie come istruzione, sanità, alimentazione, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti, energia, valorizzazione dei beni culturali e ed ambientali ecc. L’autonomia differenziata non era prevista in Costituzione, ma è stata introdotta nel 2001 con la riforma del Titolo V, con cui è stato avviato un iter, portato avanti dai partiti tradizionali che si sono susseguiti al governo negli anni, che oggi rischia di arrivare a compimento con la riforma Calderoli. Tale riforma prevede di far partire l’Autonomia senza definire i Lep (livelli essenziali delle prestazioni), che dovrebbero garantire un minimo di prestazioni uguali per tutti i cittadini a prescindere dalla loro regione.

Perché danneggia il Sud?

Realizzare oggi l’Autonomia Differenziata senza la previa individuazione dei Lep, ma basandosi sui criteri della spesa storica e della invarianza di spesa, significa rendere definitiva l’attuale iniqua ripartizione di denaro pubblico tra le diverse parti del Paese e, di conseguenza, il divario tra le regioni che hanno attualmente più risorse, più infrastrutture (ferrovie, autostrade, aeroporti), più welfare (inteso come scuole, ospedali, asili nido ecc.) e quelle più svantaggiate, causato dall’iniqua ripartizione delle stesse nel corso della storia del nostro paese. Autonomia differenziata oggi significa materialmente l’impossibilità di garantire al mezzogiorno, se non di colmare, quantomeno, di ridurre il divario con le regioni del Nord, attribuendo sempre più risorse a chi le ha già e non consentendo a chi è più svantaggiato di migliorare la propria situazione. È la cosiddetta “secessione dei ricchi”. 

Reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è stato eliminato. O meglio sarà sostituito dall’Assegno di inclusione distinguendo però tra chi può lavorare (i cosiddetti occupabili) e chi non può. Verrà quindi offerto un sostegno economico a chi non può lavorare, e uno “Strumento di attivazione” destinato agli “occupabili” per rimborsare la frequenza a corsi di formazione o di riqualificazione professionale. 

Il componente occupabile del nucleo familiare, beneficiario dell’assegno di inclusione per la frequenza di corsi di formazione o di riqualificazione professionale, sarà tenuto ad accettare un lavoro in tutta Italia, che tradotto significa che un occupabile residente a Termoli, Palermo, Reggio Calabria, Campobasso ecc, dovrà accettare un’offerta di lavoro in Lombardia, Veneto, Piemonte, sia che si tratti di un lavoro a tempo indeterminato sia che si tratti di un contratto a termine di almeno 12 mesi.

Tempo determinato

Sui contratti a termine, è stata allentata la stretta presente nel decreto Dignità e sono state introdotte nuove causali che permetteranno una proroga, ovvero un allungamento del tempo determinato, anche oltre i primi 12 mesi di durata. Le “causali” che giustificano il proseguimento del tempo determinato anche dopo i primi 12 mesi del contratto a termine sono tre.

La più ambigua è la seconda perché prevede che il contratto a tempo determinato può proseguire oltre i 12 mesi per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti, entro la scadenza temporale del 31 dicembre 2024.  

In sostanza i contratti a tempo determinato potranno essere prorogati a seconda delle esigenze tecniche organizzative produttive delle aziende.  

Lascio a voi la riflessione su queste tre iniziative del governo. (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento Equità Territoriale]

 

DA COSENZA PARTE LA NUOVA NARRAZIONE
DEL SUD: DA FANALINO DI CODA A RISORSA

Di ANTONIETTA MARIA STRATI – Se non cresce il Sud non cresce il Paese. È stato questo il filo conduttore della prima edizione del Forum del Mezzogiorno “Antonio Serra”, svoltosi alla Camera di Commercio di Cosenza.

Una due giorni attraverso cui «abbiamo voluto fornire – ha detto il presidente dell’Ente camerale, Klaus Algieri, in chiusura del Forum – ricchezza di risposte sul Meridione. Siamo riusciti ad alzare l’asticella e ad avere realmente una viosione del futuro. Il numero elevato di presenze è già testimonianza di una reazione da parte del Sud».

«Il forum – ha evidenziato Algieri – parte da Cosenza perché è proprio dal Sud che dobbiamo iniziare a raccontare il Mezzogiorno in modo diverso: da fanalino di cosa a risorsa e opportunità. C’è bisogno di visione condivisa e competenze per superare gli stereotipi».

Tantissimi gli argomenti trattati nel corso del Forum, alla presenza dei protagonisti italiani dell’Economia, del lavoro, della politica e delle più alte istituzioni dello Stato.

Ad aprire il giro dei saluti istituzionali, Mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo metropolita di Cosenza- Bisignano: «Questo forum – ha detto – è una grande possibilità nel farci carico della nostra storia e del nostro territorio. Anche con il riferimento della fede dobbiamo sentirci orgogliosi di opportunità di questo tipo».

A fargli eco il sindaco di Cosenza, Franz Caruso, sottolineando come «le tematiche affrontate sono di vitale importanza per la nostra città e per provare ad affrontare, con risolutezza, i problemi strutturali del territorio. Sfruttiamo le potenzialità del Sud e il suo esser al centro del Mediterraneo».

Il Prefetto di Cosenza, Vittoria Ciaramella, ha ricordato come «il Pnrr è un’opportunità e occasione di sviluppo importante per migliorare il territorio e colmare il divario tra Nord e Sud. Fare rete fra tutti i protagonisti è fondamentale per promuovere politiche di sviluppo di rilievo».

Giampiero Pizziconi, consigliere della corte dei Conti, ha sottolineanto la portata di un Forum così prestigioso, che ha visto la presenza di personalità di rilievo nazionale riunite sotto un minimo comune denominatore: concentrare in maniera sinergica le attenzioni e gli spunti di riflessione su una tematica pregnante per le prospettive di crescita del Sud Italia.

«L’intento è ribadire come il “nuovo” Mezzogiorno possa essere descritto con due parole chiave: riscatto e perseveranza. Concentriamo, in maniera più sinergica, le riflessioni su una questione così pregnante».

La tavola rotonda sul Pnrr si è aperta con le parole di Andrea Prete, presidente di Unioncamere, che ha ribadito come la la transizione digitale e green, attuabile anche grazie alle risorse del Pnrr, potrebbe contribuire a ridurre i divari di competitività rispetto al Centro-Nord.

«Nel Mezzogiorno – ha ricordato Prete –  più alta la percentuale di imprese che si sono già attivate sul Pnrr rispetto a quelle del Centro-Nord, con una probabilità doppia di investire nella transizione digitale e green».

Nel dibattito ha preso la parola Gino Sabatini, vicepresidente di Cna nazionale, che ha sottolineato come «per far crescere le piccole e medie imprese è vitale il supporto dei corpi intermedi. Fare squadra, in questo senso, diventa risorsa essenziale per la comunità».

Giovanni Da Pozzo, vicepresidente di Confcommercio nazionale, ha posto l’accento sull’export eccezionale che il Paese sta registrando nel post pandemia: «si tratta di una capacità che riguarda l’insieme di piccole e medie imprese», mentre nelle parole di Vito Grassi, vicepresidente di Confindustria, si percepisce la volontà di colmare le distanze tra il Nord e il Sud del Paese, intervenendo primariamente su quelle opere strategiche che rivestono carattere di urgenza.

«L’obiettivo del Pnrr – ha ricordato – è colmare le distanze. È vitale che nell’attuazione del Piano e nell’utilizzo delle risorse vengano individuate con criterio le opere strategiche che rivestono un carattere d’urgenza».

Partendo da una “necessaria ricollocazione della visione del Sud nelle dinamiche di crescita nazionali”, la riflessione del vicepresidente Coldiretti, Gennarino Masiello, si concentra su una visione di rilancio del Mezzogiorno che si colloca a pieno titolo in una prospettiva Euro-Mediterranea. La finalità è realizzare un nuovo modello di crescita del Sud coerente con lo scenario geopolitico attuale.

Per Masiello, infatti, «il ruolo del Sud può e deve essere centrale, non solo per la crescita del Paese, ma per la creazione di una nuova governance mediterranea, dove porre le basi per traiettorie di sviluppo innovative che abbiano al centro i valori del territorio».

«Il Pnrr rappresenta un’opportunità da non perdere a supporto della crescita del Mezzogiorno».
Con queste parole il Segretario Confederale Uil, Ivana Veronese, ha rimarcato l’importanza delle nuove risorse stanziate dal Pnrr, ribandendo la necessità di investire tali fondi non soltanto per un aumento del Pil, ma soprattutto per una crescita dell’occupazione di qualità. Ma, soprattutto, è fondamentale il «monitoraggio sull’assegnazione effettiva al Mezzogiorno».
Sul tema del Pnrr è intervenuto anche Angelo Sposato, segretario generale Cgil Calabria, sottolineando la necessità di «fare uno step importante per riuscire a livellare la situazione, soprattutto a livello infrastrutturale, tra la realtà del Nord e quella del Mezzogiorno».
«Il Pnrr è uno strumento fondamentale per creare crescita e occupazione, a partire dal nostro Mezzogiorno. Le previsioni di crescita del nostro Paese sono legate strettamente alla realizzazione dei progetti del Pnrr», ha dichiarato il segretario confederale Cisl, Ignazio Ganga, chiudendo la prima tavola rotonda, conclusasi con la consegna del libro della Camera a tutti i relatori.
Ad aprire la seconda sessione, dedicata al Pnrr, Pnc e le risorse per il Sud: Stato dell’arte e prospettive, è stato il presidente della sezione centrale di Controllo sulla Gestione delle amministrazioni dello Stato, Mauro Orefice.
Secondo Orefice, «aumentare le risorse non equivale ad una aumentata capacità di spesa della pubblica amministrazione: il problema non risiede nella disponibilità ma nella capacità di saperle utilizzare».
Dopo le parole del Presidente Orefice, la giornalista Giancarla Rondinelli ha intervistato il Sottosegretario all’interno Wanda Ferro.
L’intervista tocca molte tematiche: dalle infiltrazioni mafiose all’interno del Pnrr, alle soluzioni adottate dal Governo per arginare tale problematica, alla situazione delle aree Zes in Calabria.
Il focus, successivamente, è stato spostato sui nuovi progetti in tema di Pnrr – tra cui efficientamento energetico e cybersecurity – e sulla necessità di rivedere tale Piano in relazione ai mutamenti dello scenario odierno. Per Ferro «il Pnrr è uno strumento sicuramente da rivedere in relazione alle vicende odierne. In questo senso, c’è bisogno di maggiore assunzione di responsabilità da parte delle forze dell’ordine».
La parola, poi, è passara al segretario generale Anci, Veronica Nicotra, che ha focalizzato il suo intervento sui passi in avanti richiesti alla pubblica amministrazione per allinearsi ai requisiti richiesti dall’Europa: «le misure a sostegno dei Comuni del Mezzogiorno ammontano a 40 miliardi, il 19% del Pnrr. La distribuzione è differenziata: le prime cinque misure hanno riguardato la salute e la transizione digitale».
Da remoto è intervenuto anche il Presidente della Commissione Via-Vas e della Commissione Pnrr – Pniec, Massimiliano Atelli, il quale sposta l’attenzione sulle autorizzazioni ambientali quale precondizione per apertura dei cantieri per la fase esecutiva dei progetti. Proprio la realizzazione di nuove opere ambientali, sfruttando le risorse del Pnrr, si attesta quale obiettivo essenziale nell’ottica di un divario da colmare.
Il ministro Raffaele Fitto, intervenuto in collegamento al Forum “Antonio Serra”, ha testimoniato in maniera diretta la presenza del Governo all’interno delle questioni relative al Mezzogiorno. Intervistato dalla giornalista Rondinelli, il ministro ha ribadito come la percentuale di 40% dei fondi del Pnrr destinati al Mezzogiorno rappresenti un investimento notevole, sottolineando come l’ago della percentuale penda sulla qualità della spesa.
«Nel Mezzogiorno – ha detto Fitto – sappiamo di dover spendere in fretta, ma abbiamo l’obbligo di farlo nel migliore dei modi. I fondi garantiti al Sud saranno del 40%: un tale investimento è prezioso per il Mezzogiorno».
Il ragioniere generale dello Stato, Biagio Mazzotta, nel suo intervento ha focalizzato l’attenzione sul vero snodo del Pnrr, rappresentato «dagli obiettivi concordati con l’Unione Europea. Programmare e definire gli obiettivi: questa è la sfida verso il futuro nei confronti delle giovani generazioni».
Tommaso Miele, presidente della Corte dei Conti, si è concentrato sullo stato di attuazione del Pnrr, le cause dei ritardi emersi, il ruolo della Corte dei conti in relazione ad una corretta gestione delle risorse e la riduzione del divario Nord-Sud. Miele espone dei rimedi per riallinearsi ai tempi previsti dal Pnrr, con un focus specifico all’approvazione del nuovo codice dei contratti al fine della semplificazione e velocizzazione degli appalti.
Per Miele, infatti, «è importante prendere coscienza dello stato di attuazione del Pnrr e delle cause dei ritardi emersi. La Corte dei Conti svolge un ruolo importante nella gestione delle risorse: tutto ciò ha un peso specifico notevole nella riduzione del divario».
La dirigente per l’attuazione del Pnrr della Regione Campania, Roberta Santaniello, si è soffermata sull’abilità delle amministrazioni nell’affrontare momenti di criticità: «dobbiamo essere attenti e vigili a rilevare le criticità che complicano il percorso e porvi rimedio».
Daniela Labonia, dirigente generale presso il Dipartimento per le Politiche di Coesione, ha evidenziato come il ripensamento delle regole di governance per garantire una spesa celere, ma soprattutto di qualità, sia «un passaggio necessario per perdere fondi in prossimità delle scadenze».
La seconda giornata del Forum, poi, è stata interamente dedicata al Sud del Paese. Ad aprire i lavori il segretario generale Erminia Giorno, che ha portato alla luce i numeri relativi alle presenze della prima giornata e dando inoltre lettura del messaggio del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, entusiasta per l’organizzazione di un Forum dedicato al Mezzogiorno.
Infine viene menzionata la figura di Antonio Serra, cui il Forum è dedicato, primo economista in Italia e figura fondamentale nel panorama economico del nostro Paese.
Angelo Buscema, giudice della Corte costituzionale, ha aperto i lavori della tavola rotonda, offrendo spunti di riflessione che vertono sulla necessità da parte dei giovani di ottenere un’istruzione il più possibile paritaria, al passo con le esigenze dello scenario odierno. L’aggiornamento delle conoscenze, inoltre, deve essere alla base delle azioni dello Stato.
L’intervento si conclude con un pensiero profondo legato al problema della “fuga di cervelli” che caratterizza il Mezzogiorno: è necessario dare ai giovani la possibilità di esprimere le proprie potenzialità nella terra natia. Ciò è possibile attraverso un rinnovamento che parta proprio dalla Pubblica Amministrazione.
Il Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nonché Presidente Centro Nazionale di Tecnologie per l’Agricoltura (Agritech), dibatte sulle opportunità connesse al momento storico attuale per il Meridione. Ha seguito, poi, un focus su Agritech, il centro che svolge ricerca e promuove lo sviluppo di tecnologie innovative nel settore agricolo per migliorare quantità e qualità delle produzioni, garantendo l’adattamento sostenibile ai cambiamenti climatici anche attraverso la prevenzione, la resistenza e la resilienza rispetto ai rischi.
«Per avere una visione strategica al Sud bisogna portare avanti un gioco di squadra tra le regioni, in particolar modo sui grandi obiettivi come il rinnovamento delle infrastrutture. La prospettiva è divenire risorsa primaria nell’avanzamento del Paese», ha dichiarato Luigi Fiorentino, presidente del Centro Studi Guido Dorso e Capo Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria.
Il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, nel corso del suo intervento ha fornito svariati spunti di riflessione, mettendo in luce come
l’investimento sul capitale umano rappresenti la chiave di volta per creare occasioni di sviluppo durature anche nel Mezzogiorno.
Il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli ha evidenziato come qualità della spesa e la capacità di cooperazione potrebbe garantire al Sud Italia un vantaggio importante dall’attuazione del Pnrr.
L’intervento del Presidente della Conferenza dei Rettori dell’Università Italiane, Salvatore Cuzzocrea, ha fornito ulteriori punti di vista sull’Università, evidenziando come il sistema universitario «è la nostra ricchezza. Le università, infatti, rappresentano non solo un ascensore sociale molto importante, ma hanno un ruolo pregnante all’interno dei territori».
Delfina Licata, responsabile Studi Emigrazione Fondazione Migrantes, ha evidenziato come «occorre valorizzare il processo migratorio: quando queste competenze verranno riconosciute e saranno consentite pari opportunità, allora sarà possibile porre un freno al continuo flusso migratorio».
Il Componente dei collegi sindacali in rappresentanza Mef, Mauro Zappia, concludendo le riflessioni sul tema dell’immigrazione e del Pnrr, ha dichiarato: «il divario nella produzione del Pil fra il Nord e il Sud del Paese riguarda principalmente il sistema produttivo, il mercato del lavoro, il sistema della formazione, il finanziamento delle imprese e i fattori di contesto».
A chiudere la seconda giornata della prima sessione, la testimonianza dell’imprenditore Antonino De Masi: una storia importante, testimonianza di una Calabria che non si piega ai dettami della malavita e della corruzione.
«Nutro una convinzione: questa terra cambierà non perché arriveranno altri soldi, ma solo quando i calabresi impareranno non solo a esercitare i propri diritti, ma il loro dovere di essere calabresi e cittadini».
Riflessioni sul Pnrr, politiche di sviluppo, autonomie differenziate: tante le tematiche trattate così come numerose le domande poste ai relatori nel corso della sua moderazione ha caratterizzato l’ultima sessione, introdotta dal giornalista de Il Sole24ore, Gianni Trovati.
«È una fase cruciale per capire quale impatto il Pnrr avrà sulla vita di tutti noi. Sulla revisione del Piano aleggia un’aria preoccupante, i tanti progetti sui singoli territori rischiano di appesantire l’onere e allungare i tempi».
Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha fatto il punto dell’attuazione del Pnrr in Calabria, ribadendo come la qualità della spesa dei fondi sia un fattore fondamentale nella gestione delle risorse: «la soluzione per far crescere il nostro Mezzogiorno è assistere le amministrazioni, migliorare il capitale umano e la gestione delle risorse. Solo così potremmo parlare di sviluppo efficiente».
Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha fatto il punto del livello delle prestazioni sanitarie, sottolineando come «l’attuazione di maggiori autonomie in sanità rischia di legittimare, normativamente, il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute».
l Presidente Sezioni Riunite Corte dei conti, Carlo Chiappinelli, ha ribadito come la contabilità pubblica debba garantire il benessere dei cittadini. La funzione dei controlli diventa perciò essenziale per la base di questo processo.
Il presidente della Svimez, Adriano Giannola, ha evidenziato come «il ruolo dello Stato è pregnante: bisogna essere registi e non arbitri. L’autonomia differenziata potrebbe diventare un elemento di conflittualità a causa di obiettivi in contrasto tra di loro».
È il Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, nonché Presidente della Conferenza Regioni e Province autonome, Massimiliano Fedriga, a prendere la parola dopo le domande del giornalista Trovati.
Il presidente ha focalizzato il suo discorso sul Pnrr, riconoscendone l’importanza ma senza miticizzazione: la sua attuazione passa da scelte razionali e da una visione complessiva esaustiva, mentre il presidente Aran, Antonio Naddeo, ha focalizzato il suo discorso sulla
buona amministrazione in relazione alla capacità di spesa del Pnrr. Il focus è poi rivolto alle Politiche di Sviluppo per la crescita dei territori.
La presidente nazionale di Federsanità, Tiziana Frittelli, ha ricordato come «l’organizzazione sanitaria del Sud vive di problemi atavici anche per la penuria di strutture intermedie, cosa che non avviene nel Nord. La fragilità infrastrutturale e sociale crea maggiori problemi nella realizzazione delle opere».
Interessante, poi, l’intervento del direttore delle Risorse Umane della Luiss Guido Carli, Francesco Maria Spanò, con una relazione molto esaustiva sugli interventi in favore di un ripopolamento dei “magnifici borghi” della Calabria.
Per Spanò, infatti, «il ripopolamento dei piccoli comuni e dei magnifici borghi della Calabria rappresenta la principale sfida che abbiamo davanti, proprio per non disperdere quelle straordinarie ricchezze di cui sono portatori».
A chiudere il Forum la sottosegretaria agli Esteri, Maria Tripodi: «ci avviamo come Sud ad accogliere tante prospettive ma anche risultati per il prossimo futuro. Non si tratta di ottimismo: tanti attori istituzionali del nostro Paese hanno una visione innovativa d egli obiettivi da centrare, a partire dalle prossime scadenze». (ams)

BOVALINO-BAGNARA, STRADA INCOMPIUTA
È EMBLEMA DELL’ABBANDONO DELLO STATO

di MIMMO NUNNARI – Chi si trova a percorrere partendo da Reggio la strada statale 18 una delle più belle e panoramiche dello Stivale italico (“Un roseo ombrellone”, scriveva la poetessa polacca Kazimiera Alberti del tratto Scilla  Bagnara in “L’anima della Calabria”) un tempo denominata strada Regia delle Calabrie, quando giunge al bivio Grimoldo in territorio di Bagnara incontra un cartello stradale che indica tra altre la direzione Bovalino, con la specifica che occorrono 94 chilometri per giungere a destinazione.

Ma quella strada, nata per collegare Tirreno e Jonio, non c’è più, o almeno non c’è più tutta. In tempi lontani fino a più di mezzo secolo fa era interamente percorribile. Era stata aperta nel 1928. Attraversava numerosi centri abitati, tra cui Sant’Eufemia d’Aspromonte, Sinopoli, Cosoleto, Delianuova, Scido, Santa Cristina d’Aspromonte, Platì, Careri e Benestare, prima di sboccare a Bovalino, dove avveniva la congiunzione storica e pure romantica tra Jonio e Tirreno. Dai miti del mare di Ulisse e di Scilla e Cariddi si passava ai miti del mare dei greci, Persefone, Nosside e alle aree sacre di Locri. Certo, percorrerla da un punto all’altro, non era agevole: i tornanti, le vallate, le ascese, i dirupi, i pericoli di frane o di crolli dei ponticelli, rendevano tutto estremamente difficoltoso. Ci volevano braccia buone e molta perizia, per guidare gli automezzi del tempo, senza servosterzo e altri congegni di cui dispongono oggi gli automezzi moderni. Ma la strada c’era, bella, paesaggisticamente unica. Interessava i territori di almeno 40 comuni.

Col tempo, di quella vecchia strada che s’infilava nel cuore dell’Aspromonte,  però rimasero solo i cartelli stradali. A causa di smottamenti, frane, cedimenti, divenne impercorribile. Strada chiusa: avvertiva in certi tratti la segnaletica. Interrotta ufficialmente dal 1951, da quando una disastrosa alluvione la sconvolse, dopo essere stata in anni precedente pesantemente danneggiata, alla fine della Seconda guerra mondiale, dai tedeschi in ritirata. Settant’anni dopo, l’Anas, azienda statale delle strade, ancora non ha provveduto a sistemare i guasti delle calamità naturali e della coda malefica della guerra. La scusa, dopo anni di abbandono totale, è che l’arteria aspromontana è passata sotto la competenza e vigilanza degli enti locali, prima la Regione e poi la Provincia, che a Reggio è diventata ente della Città metropolitana. L’Anas se ne è disfatta e Who has been seen, has been seen, come dicono gli inglesi che hanno imparato dai romani la classica e significativa espressione “Chi s’è visto s’è visto”, che indica che non si farà più niente.

Ne avrebbero dovuto costruire una nuova di strada, ma seppure progettata, appaltata e iniziato a costruirla ormai decenni fa, la Bovalino Bagnara è finita nell’elenco delle incompiute, in quel museo degli errori e degli orrori a cielo aperto del non finito per cui la Calabria è famosa. L’idea originaria di collegare con una nuova arteria a scorrimento veloce le fasce costiere dello Jonio e del Tirreno è da attribuire all’ingegnere Antonio Brath, noto progettista operante in Calabria a metà del secolo scorso.

La nuova strada, anch’essa denominata Bovalino-Bagnara, come la vecchia 112, avrebbe dovuto più che dimezzare le distanze: dai 94 chilometri della vecchia strada, con la nuova si sarebbe passato a 39 Km: con 8 svincoli, 4 innesti, 23 viadotti, 3 gallerie naturali ed anche 11 gallerie artificiali. Una meraviglia: un’opera, moderna e strategica, che se fosse stata completata avrebbe fatto uscire dal secolare isolamento il cuore antico dell’Aspromonte, aprendo prospettive di sviluppo economico sempre sognate. Una favola, purtroppo, al momento, senza lieto fine. I lavori sono fermi ormai da tempo e chi volge lo sguardo oltre il muretto di un ponte, vicino a Platì vede solo un’arteria “abbandonata”: un mostro di cemento, con i piloni scheletriti, che muoiono, scalcinandosi lentamente. Non c’è peggiore esempio di questa strada incompiuta, come emblema dell’abbandono dello Stato e delle istituzioni in Calabria: strade mai realizzate, strade mai finite, strade mai ammodernate. L’Anas in Calabria, parafrasando il titolo di un vecchio film, è come il “fantasma dell’opera”.

C’è e non c’è. È qualcosa di etereo, immateriale, evanescente. La Bovalino Bagnara o qualcosa che le rassomiglia simbolicamente al cinema c’è finita davvero, con Aspromonte – La terra degli ultimi di Mimmo Calopresti, film tratto dal romanzo di Pietro Criaco “Via dall’Aspromonte (Rubbettino editore) che racconta di uomini, donne e anche bambini che decidono di costruirsi da soli la strada che possa farli uscire dall’isolamento in cui sono stati condannati a vivere. Volevano una strada per unirsi all’Italia, perché loro, ad Africo, dove è ambientato il racconto, erano fuori dall’Italia, dimenticati, abbandonati.

Non c’è solo il cinema o la fiction in questa faccenda di strade che i cittadini si fanno da se – anche se la vicenda raccontata da Pietro Criaco è vera – perché qualcosa è accaduto realmente, non molto tempo fa, e ha a che fare con la Bovalino Bagnara. A Platì, villaggio anch’esso sperduto è dimenticato, gli abitanti, con le loro mani e con mezzi di fortuna, lavorando notte e giorno, hanno ricostruito un tratto crollato della vecchia Bovalino Bagnara che non c’era più: franata, spazzata da smottamenti e alluvioni, senza che mai nessuno fosse intervenuto per ripristinarla. Uno schiaffo allo Stato, alle istituzioni che, si sa, da quelle parti – terra straniera – è inutile aspettare. Tanto vale far da soli, giusto il consiglio di un secolo fa di Umberto Zanotti Bianco, filantropo, educatore, politico piemontese che spese parte della sua vita accanto al popolo calabrese. Alle lamentele degli abitanti di Africo, per la mancanza di un ponte, esclamò: «… Ma che tra tutti i milleottocento quanti siete non si siano trovati dieci, venti uomini di buona volontà, disposti a tagliare nei vostri boschi qualche albero d’alto fusto per… fare una passerella, questo è per me incomprensibile».

Zanotti Bianco aveva ragione e sapeva pure che in Calabria lo Stato colpevolmente non c’era. Gente come lui in Calabria era sceso a supplire a quell’assenza storica. Un secolo dopo, in tempi di Pnrr, di investimenti da fare senza sapere magari come e dove investire, ci facciamo una domanda: perché non concentrare tutti gli sforzi (di parlamentari, enti locali, Regione) per consentire di riprendere i lavori della Bovalino Bagnara? E dare un finale lieto alla favola? (mnu)

LE AREE INTERNE CALABRESI POSSONO
RINASCERE SE ARRIVANO I NATIVI DIGITALI

di FRANCESCO CANGEMI – C’è un modo per ripopolare i borghi della Calabria? Il tema è affrontato da anni e si sono provate diverse soluzioni, soprattutto quelle in cui ai potenziali nuovi abitanti venivano offerte abitazioni a prezzi stracciatissimi. Ora una nuova strategia potrebbe essere messa in atto dal Governo e potrebbe giovare alle sette aree interne della regione Calabria che sono Alto Jonio cosentino, Versante tirrenico Aspromonte, Alto Tirreno-Pollino, Grecanica, Versante ionico serre, Silla e pre Sila e Area Reventino Savuto.

Alla Cittadella regionale di Germaneto chi si sta dando molto da fare per lo sviluppo delle aree interne è l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo che ha avviato tutta una serie di incontri con le realtà territoriali non solo per conoscere le singole realtà ma per comprenderne e valorizzarne le potenzialità.

Le aree interne erano quattro in principio (Grecanica, Versante ionico serre, Silla e pre Sila e Area Reventino Savuto), ma proprio negli scorsi mesi il Comitato nazionale delle Aree interne ha detto sì al riconoscimento di tre nuove aree calabresi inserendole, così, nella Strategia nazionale delle Aree interne (Snai). Si tratta, appunto, dell’Alto Jonio cosentino, Versante tirrenico Aspromonte e Alto Tirreno-Pollino.

«Si tratta – ha riferito l’assessore Gallo – del raggiungimento di un obiettivo perseguito con caparbietà dalla giunta regionale ed in primis dal Presidente Occhiuto, per poter far leva su un ulteriore strumento in grado di contribuire a contrastare la marginalizzazione e i fenomeni di declino demografico delle aree interne, territori fragili, distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali e troppo spesso abbandonati a se stessi, da tutelare invece investendo sulla promozione e sulla tutela della ricchezza delle comunità locali, valorizzandone le risorse naturali e culturali, creando nuovi circuiti occupazionali, arginando così l’emorragia demografica».

Si diceva che una mano per ripopolare le aree interne potrebbe arrivare dal Governo. Ma come? Lo ha anticipato il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso parlando, sostanzialmente, di ripopolamento delle aree interne grazie ai lavoratori digitali. Ovviamente il “suggerimento” al ministro è arrivato dall’esperienza dello smart working, una delle poche esperienze positive dei mesi terribili del lockdown dovuto alla pandemia da Covid.

«Tra i prossimi provvedimenti su cui stiamo lavorando – ha riferito il ministro Adolfo Urso – uno riguarda il territorio, la promozione del nostro Paese e il ripopolamento dei piccoli centri. Possiamo chiamarlo così: “Lavora nel mondo, vivi in Italia”. Vogliamo attrarre i navigatori digitali per ripopolare i borghi italiani. L’iniziativa riguarderà coloro che pur mantenendo la propria attività fuori dai nostri confini decidono di vivere nel luogo più bello del mondo, appunto l’Italia».

Urso ha inoltre aggiunto che «il lavoro a distanza, nel turismo ma anche per quanto riguarda la rivoluzione digitale, rende straordinariamente competitivi i borghi italiani nell’economia globale. Si può fare e lo faremo. I nostri borghi sono molto competitivi».

L’ambito di applicazione del disegno di legge, composto da 3 articoli, sono i Comuni con popolazione residente fino a 5.000 abitanti. Si tratta di piccole realtà territoriali che, è scritto nel testo, da oltre un decennio registrano un progressivo spopolamento, accompagnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla rarefazione delle opportunità di lavoro, con il conseguente diradamento dell’offerta dei servizi essenziali. I centri con meno di 5000 abitanti rappresentano oltre il 70% dei quasi 9mila Comuni italiani e vi risiede una popolazione di circa 11 milioni di cittadini.

In Calabria sono molti i Comuni con queste caratteristiche e, se passerà la proposta del ministro Urso, tanti sono i luoghi che possono aspirare ad ospitare i “digitali” di ogni parte del mondo. (fc)

L’INUTILITÀ DEL “SISTEMA PAESE” CHE NON
AIUTA NORD E SUD, MA DANNEGGIA TUTTI

di MASSIMO MASTRUZZO – Il principio di azione e reazione, noto anche come terza legge di Newton (1687), ci ricorda, inoltre, che le forze non si generano mai da sole, ma sono sempre in coppie. In natura non esiste mai una singola forza.

Senza nessun rispetto per vittime e per i danni alle abitazioni subiti dai cittadini dell’Emilia Romagna, chi non vuole smettere di consumare suolo, di cementificare in ogni dove, di tenere in piedi un modello sociale ed economico che si rivede nel progetto scellerato dell’autonomia differenziata, è arrivato addirittura a dare le colpe alle nutrie che bucano gli argini, piuttosto che ammettere di aver ignorato oltre ogni logica istituzionale i dati dell’Ispra: la regione Emilia Romagna è la prima in Italia per cementificazione in aree alluvionali, più 78,6 ettari nel 2021 nelle aree ad elevata pericolosità idraulica; più 501,9 in quelle a media pericolosità.

Ogni 5 dicembre in tutto il mondo, su iniziativa delle Nazioni Unite e della Fao, viene celebrato il suolo, con lo scopo di aumentare la consapevolezza sulla sua importanza per la vita umana.

E nella giornata mondiale del Suolo del 5 dicembre 2022, Legambiente Lombardia  aveva rilasciato l’allarme per la crescita sregolata del suolo consumato a uso immobiliare logistico, associato alle grandi infrastrutture di trasporto, come la BreBeMi, che intersecano la pianura a est e a sud del capoluogo regionale. Sono infatti queste le province della pianura in cui, secondo i dati di ISPRA (Istituto Nazionale per la Protezione dell’Ambiente), si misura la più allarmante crescita di consumo di suolo, con la provincia di Brescia che consolida la propria posizione al vertice della classifica del cemento.

Quasi 900 ettari di suolo consumato negli ultimi 5 anni. È come se, nello stesso periodo di tempo, per ogni abitante della provincia si fosse costruita una formazione di cemento armato di 7,2 mq, più del doppio della media regionale ferma a 3,5 mq/abitante. Nel bresciano, nell’ultimo anno sono scomparsi 307 ettari di suolo, un valore che eccede i livelli degli anni della ‘bolla’ speculativa del cemento registrata a inizio secolo.

Tenere in piedi questo modello sociale ed economico che “favorisce” solo il Nord Italia, chiedendo addirittura che venga ulteriormente alimentato con l’autonomia differenziata, ignorando di fatto l’opportunità di sviluppo omogeneo dato invece dell’interdipendenza economica che non toglierebbe nulla ai territori già ricchi, anzi ne avrebbero un giovamento dal punto di vista dell’ecosostenibilità e della salubrità, rendendo peraltro tutta la nazione economicamente più stabile, oltre ad essere moralmente inaccettabile, tantomeno costituzionalmente, non è più economicamente sostenibile, se non per una visione miope oltreché egoista del Paese.

Ad avvalorare questa tesi v’è uno studio, curato da Srm (Intesa San Paolo) in collaborazione con Prometeia su L’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno e il Nord d’Italia – Un Paese più unito di quanto sembri che mostra come le principali filiere produttive nazionali siano tra loro territorialmente interrelate e come il Mezzogiorno generi spesso spillover di attività per il resto del Paese oltre a contribuire in valore alla forza competitiva dei nostri prodotti all’estero. Ad esempio il “ribaltamento” per ogni 100 euro di investimenti è diverso nelle due direzioni: Se investiti nel Mezzogiorno produco un ritorno (ribaltamento) verso il Centro Nord del 40,9% (40,9 euro);  Se l’investimento avviene nel Centro-Nord il ritorno verso mezzogiorno vale il 4,7% (4,7 euro).

È risaputo che su un suolo cementificato la quantità d’acqua che scorre violentemente in superficie aumenta di oltre cinque volte rispetto un suolo libero e uno. Così come  ormai abbiamo tutti compreso che le piogge saranno sempre peggiori, eppure si prosegue incessantemente a consumare suolo, rendendolo inevitabilmente vulnerabile. La provincia di Ravenna è stata la seconda provincia regionale per consumo di suolo nel 2020-2021 (più 114 ettari, pari al 17,3% del consumo regionale) con un consumo procapite altissimo (2,95 metri quadrati per abitante all’anno); è quarta per suolo impermeabilizzato procapite (488,6 m²/ab).

Un paradosso reale e drammaticamente visibile che dovrebbe far riflettere.

Attualmente assistiamo ad un “sistema Paese” con divisioni e contraddizioni che, in barba a quanto previsto dall’art. 3 della Costituzione, spende di più dove c’è già di più, e meno dove in realtà servirebbe. Questo ha concretamente contribuito a quell’emorragica emigrazione interna che se da un lato ha contribuito ad arricchire il reddito pro capite dei territori che hanno “accolto”, con però la necessità di ricorrere ad ulteriore consumo di suolo. Dall’altro lato ha lasciare vuote le case, le piazze, le scuole, i bar, le strutture sanitarie, o meglio si sono inevitabilmente trasferite anch’esse.

Nel frattempo è notizia dell’ultima ora che il Servizio del Bilancio del Senato dopo aver passato al setaccio il disegno di legge sull’Autonomia differenziata, ha documentato  come l’autonomia regionale differenziata sia oggettivamente una secessione dei ricchi: «L’abnorme decentramento di funzioni e risorse finanziarie può creare problemi al bilancio dello stato e al finanziamento dei servizi nelle altre regioni».

Dopo aver smascherato i reali effetti che causerebbe lo scellerato DL di Calderoli, sostenuto trasversalmente da tutto il governo Meloni, l’analisi è stata precipitevolmente e incredibilmente ritirata con tante scuse.

Ora però che, nonostante la magra figura di aver prima pubblicato e poi ritirato il documento che sostanzialmente boccia il DL Calderoli, anche i tecnici del Senato hanno certificato che l’Autonomia Differenziata condannerà il Sud alla povertà assoluta, ovvero al concretizzarsi del rischiò desertificazione umana e industriale.

Alla Lega non è rimasto altro che l’arma del ricatto: o si fa questa riforma o viene meno la maggioranza e mandiamo in crisi il Governo.  

La lega anche attraverso le parole rilasciate in una intervista dal presidente del Veneto Luca Zaia, ha calato una volta per tutte la maschera sui reali propositi del partito di maggioranza del governo Meloni:

La priorità, per questo governo, non è certo l’interesse del Paese, ma soltanto trattenere sempre più risorse al Nord, e con questi continuare nella scellerata opera di consumo di suolo, a scapito del Mezzogiorno d’Italia.  (mm)

[Massimo Mastruzzo è del direttivo nazionale Movimento per l’Equità Territoriale]

 

UNIVERSITÀ, CALABRIA ISOLA FELICE PER
GLI ALLOGGI: LE UNIVERSITÀ SONO PRONTE

di FRANCESCO CANGEMI – Mentre in tutto il Paese gli studenti universitari lamentano la scarsità di alloggi e i costi esosi degli affitti, in Calabria c’è un’isola felice. Si tratta del Campus dell’Università della Calabria ad Arcavacata di Rende, a Cosenza.

Qui, infatti, viene ospitato il 16% degli iscritti in corso, il triplo della media nazionale che si ferma al 5%. Va sottolineato, inoltre, come l’Unical negli anni abbia investito proprio nelle residenze creando 10 quartieri e 2300 posti letto. In più va specificato come anche i soggetti privati affittino stanze o abitazioni a prezzi decisamente inferiori rispetto alla media nazionale.

Per venire incontro alle esigenze alloggiative degli studenti, l’ateneo di Arcavacata bandisce ogni anno borse di studio che prevedono l’assegnazione di posti letto, l’utilizzo della mensa universitaria ed un contributo in denaro. Gli studenti che aspirano all’assegnazione dell’alloggio devono avere un reddito Isee non superiore ai 24 mila euro l’anno, possedere un determinato numero di crediti formativi e non essere fuori corso.

I posti letto assegnati quest’anno, dislocati in appartamenti costruiti all’interno del grande Campus universitario, sono stati appunto 2300, pari al 16% degli iscritti in corso. Per il prossimo anno sarà completato un ulteriore blocco di 500 posti letto che porterà gli alloggi disponibili ad una quota del 20% degli iscritti.

Nel Campus sono ospitati anche centri ricreativi, un centro sportivo, con campi di calcetto e tennis, alcune palestre, due cinema e tre teatri, tra cui un grande teatro auditorium. Un’organizzazione che consente una qualità di vita, universitaria e sociale, particolarmente elevata.

L’ateneo garantisce inoltre un’importante offerta didattica. I 14 dipartimenti in cui è strutturato, infatti, gestiscono 80 corsi di laurea.

Quest’anno la novità è stata rappresentata dall’avvio del corso di Medicina, Chirurgia e Tecnologie digitali. «“Il nostro ateneo – ha dichiarato all’Ansa ultimamente il rettore, Nicola Leone – è da sempre attento alle esigenze degli studenti, a partire da quelle abitative, ed è impegnato a garantire a tutti il diritto alla formazione universitaria. Alla qualità didattica e di ricerca si somma infatti il valore aggiunto della vita nel nostro bellissimo Campus, che si estende su una superficie verde di oltre duecento ettari ed all’interno del quale si vive un’esperienza di comunità universitaria unica, condividendo con colleghi e docenti momenti formativi, ludici, sportivi e culturali. Il Campus è dotato di aule studio, di un centro sportivo, teatri, anfiteatri, cinema, bar, punti di ristoro e altri spazi aggregativi».

«Una vera cittadella – aggiunge il Rettore Leone – che consente di vivere una straordinaria esperienza umana dal carattere internazionale, oltre che formativo. Non a caso, nell’ultima classifica stilata dal Censis, il nostro ateneo è risultato il primo assoluto a livello nazionale per la qualità dei servizi offerti agli studenti».

Sulla questione alloggi universitari in Calabria è intervenuta anche Giusi Princi, vicepresidente della Regione Calabria con delega all’Istruzione.

«La Calabria è regione virtuosa nelle politiche di sostegno allo studio, tanto è vero che grazie ai fondi ministeriali e regionali – 18 milioni di euro (di cui 13 milioni risorse Por e 5 milioni risorse del bilancio regionale) per gli anni 2022-23 i fondi stanziati dalla Giunta – le tre università Magna Graecia di Catanzaro, Unical di Cosenza-Rende e Mediterranea di Reggio Calabria sono riuscite a soddisfare tutti gli aventi diritto ai contributi per gli alloggi. Con le risorse stanziate sono state inoltre quasi integralmente finanziate tutte le borse, previa rendicontazione dell’importo da parte degli atenei. Le borse di studio sono per legge cofinanziate dalle università (con le tasse e con il Fis), la Regione Calabria in questo caso si è fatta totalmente carico delle borse».

Aggiunge la Princi che «A oggi, dunque, nessun fuorisede – ovvero coloro che risiedono ad oltre 50km dalla sede della propria università e che hanno quindi necessità di affrontare spese per affitto – rientrato nelle graduatorie stilate sulla base di precisi requisiti Isee – parliamo di 11.224 studenti – è rimasto privo del necessario sostegno. Un fiore all’occhiello, risultato di una politica, fortemente voluta del presidente Occhiuto, a favore dei giovani, delle nostre eccellenze, e contro la fuga di cervelli. In un quadro nazionale che vede al centro del dibattito il tema del caro fitti per gli studenti, possiamo senza dubbio asserire che la Calabria rappresenta un modello nella piena affermazione del diritto allo studio, perché non lascia indietro nessuna ragazza e nessun ragazzo, e anzi compie ogni sforzo possibile per farsi carico degli oneri relativi agli alloggi». (fc)