RIFIUTI, LA CALABRIA È ANCORA AL PALO
PICCOLI SPIRAGLI SULLA DIFFERENZIATA

di FRANCESCO CANGEMI – Poche luci e molte ombre. Si può riassumere così la situazione legata ai rifiuti in Calabria che, come altri settori del resto, rimane critica.

Del tema non si smette mai di parlare e si sono conclusi con successo i workshop sulla “Transizione ecologica in materia di rifiuti: i cantieri calabresi” che Legambiente Calabria ha organizzato in questi mesi con il prezioso supporto del Conai ed in collaborazione con i tre atenei calabresi e l’Ordine degli ingegneri. Il Focus degli incontri si è concentrato sullo scambio ed il confronto tra amministrazioni, aziende e cittadini, attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, per individuare proposte e soluzioni che possano consentire l’incremento di una raccolta differenziata di qualità ed il miglioramento della gestione del ciclo dei rifiuti in Calabria. L’obiettivo dell’associazione ambientalista è stato quello di inserire un altro tassello nel puzzle, necessario della visione complessiva con cui il ciclo di gestione dei rifiuti deve essere inquadrato per liberare la regione dalle logiche emergenziali e per realizzare una effettiva transizione ecologica in Calabria.

«In Calabria è essenziale continuare ad affrontare con decisione l’irrisolto problema del ciclo dei rifiuti – afferma Anna Parretta, presidente Legambiente Calabria – Molto è stato messo in cantiere, ma tantissimo è ancora da fare visto che la Calabria continua a smaltire una quantità enorme di rifiuti in discarica, aprendone anche di nuove o riaprendone di esistenti, ed a spedire fuori regione i rifiuti con i relativi costi. Per realizzare una reale transizione ecologica in materia di rifiuti occorre risolvere la carenza dell’impiantistica dell’economia circolare. Tra gli altri strumenti da adottare anche la tariffazione puntuale e campagne di comunicazione efficaci ed incisive per incrementare la raccolta differenziata di qualità, ma anche per sensibilizzare la cittadinanza alla necessaria riduzione dei rifiuti, al riciclo ed al riuso e contro l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente. È indispensabile un cambiamento netto nei meccanismi di produzione, ma anche negli stili di vita e di consumo».

Ma quando parliamo di raccolta differenziata in Calabria, di cosa parliamo? A dirlo sono proprio i numeri di Legambiente e dell’ultimo dossier sui “Comuni ricicloni”. La Calabria nel 2021 (i dati del 2022 sono in fase di analisi), si è attestata al 53,1% di raccolta differenziata, rispetto alla media italiana del 64% e questo la colloca al penultimo posto nelle classifiche nazionali. Dati che però, va specificato, sono in crescita e alcuni Comuni calabresi spiccano per merito come ad esempio Gimigliano, in provincia di Catanzaro, che ha raggiunto l’80% di raccolta differenziata.  Molto preoccupanti risultano essere i dati provenienti da Crotone, con il suo 17,6%, pur in lieve aumento rispetto al 2020, e la città di Reggio Calabria che, con il 29,2%, peggiora dell’8,2%.

È utile ricordare come la raccolta differenziata sia la migliore alternativa allo smaltimento dei rifiuti in discarica, con benefici all’ambiente e all’economia perché attraverso una raccolta differenziata di qualità si può compiere il passaggio successivo, ovvero il riciclo, quel processo di trasformazione dei rifiuti in materiali nuovi e diversi da quelli d’origine che garantisce una maggiore sostenibilità al ciclo produttivo dei materiali, riduce il consumo di materie prime e l’utilizzo di energia e limita l’emissione di gas serra in atmosfera. È importante incentivare sul territorio regionale l’apertura dei cantieri dell’economia circolare, realizzando un sistema impiantistico moderno ed efficiente, improntato ai principi della gestione integrata dei rifiuti urbani e con una logica di filiera, basato sul criterio di prossimità che limiti il trasporto dei rifiuti su lunghe distanze. 

Il primo degli incontri “Transizione ecologica in materia di rifiuti: i cantieri calabresi”, tenutosi all’Umg di Catanzaro ha creato l’occasione  per parlare anche dei futuri esperti che andranno a svolgere i cosiddetti “Green job”, come quelli formati dal Corso di studi in Scienze biologiche per l’ambiente, per come illustrato dalla presidente del Corso Stefania Bulotta, oltre che dell’impegno degli atenei più attenti per i temi ambientali per come spiegato da Maria Colurcio, delegato della Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus). 

Dopo l’incontro nel capoluogo di regione, coadiuvato dal circolo legambientino Airone di Catanzaro, con il suo presidente Andrea Dominijanni, gli eventi successivi, all’Unical di Rende (Cs) ed all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, tenutosi presso i relativi dipartimenti di Ingegneria ambientale, hanno portato ad un approfondimento ulteriore della situazione attuale del ciclo di gestione dei rifiuti e delle prospettive future nei territori e nell’intera regione.

«L’incontro è stata una proficua occasione di confronto – ha affermato Massimo Migliori docente dell’Unical – che ha offerto ai tecnici l’opportunità di confrontarsi sul tema con Legambiente, le imprese e gli amministratori locali. Abbiamo ribadito la necessità di completare senza indugio l’impiantistica regionale per promuovere il ciclo di recupero di materiali dai rifiuti solidi urbani, manifestando lo strutturale ritardo della nostra Regione in questo ambito. La sinergia ed il dialogo tra i diversi soggetti coinvolti ed il supporto tecnico-scientifico dell’Università della Calabria sarebbero il miglior viatico per la definizione di scenari di medio e lungo periodo, volti alla soluzione di questo problema enorme che affligge il nostro territorio ostacolandone lo sviluppo».

«L’Università è un presidio culturale sul territorio – ha detto Lucio Bonaccorsi docente dell’Università Mediterranea – ed ospitare eventi come quello organizzato da Legambiente, su un argomento così critico per la realtà in cui viviamo, è un modo di rafforzarne la presenza nel contesto sociale in cui opera. È stata una giornata di confronto, con spunti di riflessione e messaggi positivi emersi dalle testimonianze delle realtà imprenditoriali presenti».

Nel corso dell’incontro reggino, inserito all’interno del programma della Corrireggio 2023, sono state presentate anche buone pratiche territoriali dando spazio a esperienze, campagne di sensibilizzazione, progetti e ricerche che partono dal basso, da cittadini, associazioni ed imprese con il supporto scientifico dell’università.

«Come circolo Legambiente di Reggio Calabria – ha dichiarato Nicoletta Palladino, presidente del circolo territoriale – siamo molto lieti di aver contribuito a questa importante iniziativa, da cui emerge un quadro dove ci sono senz’altro criticità ma si rileva anche lo sforzo costante delle istituzioni locali e dei tanti attori coinvolti nel settore, che ha condotto a graduali miglioramenti nell’ultimo periodo. Vi sono esempi ed occasioni di sviluppo che ci spingono a considerare ancora di più i rifiuti, non come un problema, ma come una risorsa, sia dal punto di vista economico che da quello occupazionale». 

Per Conai, è intervenuta Maria Concetta Dragonetto, referente per i progetti nel Sud: «È sempre più importante continuare a parlare di questi temi, per creare sensibilità e consapevolezza oltre che per cercare soluzioni. La Calabria, come altre regioni del Mezzogiorno, soffre ancora di una preoccupante carenza di impianti per i rifiuti, ma in alcuni casi resta ancora molto da fare per quanto riguarda i piani di ambito e i modelli di raccolta. Iniziative come questa vanno sostenute e promosse, perché sempre più realtà regionali possano seguire gli esempi virtuosi di Comuni come Catanzaro, che non ha niente da invidiare a molte realtà del Settentrione, e perché non solo le amministrazioni ma anche i cittadini siano incentivati a impegnarsi nella corretta differenziazione dei rifiuti, tutelando il pianeta e contribuendo agli sforzi nazionali per raggiungere risultati di riciclo sempre migliori».

Durante gli incontri è stato proiettato un video contro l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente e per rimarcare la necessità di una corretta raccolta differenziata ai fini del riciclo realizzato nei vari dialetti delle province calabresi nonché un video specifico sui pneumatici fuori uso curato da Andrea Azzinnaro, presidente del circolo Legambiente Serre cosentine. 

Le conclusioni dell’incontro all’Umg di Catanzaro sono state tratte da Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente nazionale mentre le conclusioni degli incontri all’Unical ed all’Università Mediterranea, sono state affidate a Laura Brambilla, responsabile nazionale Comuni ricicloni di Legambiente che ha sottolineato come «Questi due importanti appuntamenti di confronto hanno visto istituzioni, mondo universitario e associazionismo uniti nel chiedere alla regione Calabria di passare dalla fase del dire, alla fase del fare. Questa regione ha dimostrato che l’economia circolare è fattibile e che, nonostante tutto, ospita alcune eccellenze. Per questo motivo chiediamo di lavorare insieme per intraprendere la tanto attesa svolta. Ognuno dovrà fare la propria parte». (fc)

FUSIONE DI COMUNI, IN CALABRIA I DUBBI
CHE LA LEGGE DEL RIO NON SA SCIOGLIERE

di GIOVANNI LENTINI e DOMENICO MAZZA – Ad oggi per orientarsi ed affrontare la tematica delle unioni e delle fusioni di Comuni la chiave di volta resta la legge 56 del 2014, la cosiddetta “Del Rio”. Fatta quest’affermazione, in parte chiarificatrice, e senza entrare nel merito, almeno momentaneamente, sulle eventuali unioni e fusioni che potrebbero interessare i Comuni della Calabria, accentriamo la nostra attenzione su quello, invece, appare un tema propedeutico a tale discussione: le Zone omogenee territoriali (Zot).

Strutture amministrative, quelle su richiamate, che non essendo presenti nello Statuto della regione Calabria, andrebbero individuate ed, eventualmente, istituite. Il tutto, tenendo conto delle caratteristiche geografiche, storiche, culturali, sociali ed economiche, ma anche della natura dei luoghi, del patrimonio, delle infrastrutture e dei servizi esistenti. Esplicitando, per ogni Zot, le principali vocazioni e gli obiettivi strategici che le caratterizzano. Determinando e promuovendo, con incontri sul territorio, le attività della Regione sulla cultura dell’e-government e della gestione associata dei servizi comunali. Tenendo presente che, per quegli ambiti ove siano presenti Comunità Montane o organismi consultivi territoriali già istituiti dai Comuni, sarebbe opportuno che le aree coincidessero con le medesime perimetrazioni.

Le Zot si prefiggono l’obiettivo di favorire l’attuazione di processi aggregativi per quei Comuni rimasti orfani di punti di riferimento nei servizi. Semplificando e rendendo più efficienti, al contempo, i rapporti amministrativi fra gli Enti. Vieppiù, ottimizzando le risorse umane e finanziarie. Quindi, svolgendo funzioni propositive e di coordinamento in ordine a questioni d’interesse generale attinenti la programmazione e la pianificazione del territorio di propria competenza. Avvalendosi, infine, di strumenti di consultazione e interlocuzione con gli organi provinciali ed interprovinciali, con particolare riguardo alla programmazione strategica, allo sviluppo economico, alle infrastrutture, ai servizi d’Area Vasta, ai progetti di rilevanza regionale e comunitaria.

Su questa scia, regioni come il Veneto e la Lombardia si sono già attrezzate. Per tempo, infatti, si sono prodigate ad istituire i menzionati organismi amministrativi. Col fine ultimo di promuovere ogni processo di governance dei territori, senza snaturarne peculiarità ed interessi.

La Calabria — proprio per la sua disomogeneità fra contesti d’ambito — per agevolare processi d’amalgama tra aree ad interesse comune, dovrebbe valutare un approccio interprovinciale nella creazione delle Zot.

La nostra idea — quella che ci permettiamo di suggerire agli organi competenti in materia — invita a spingersi oltre i semplistici steccati amministrativi oggi esistenti. Individua e classifica, pertanto, i territori per vocazioni, affinità, economie fra loro complementari e legate da rapporti di sussidiarietà. Attraverso la pianificazione delle Zot, quindi, si potrebbero generare forti sinergie volte alla valorizzazione e allo sviluppo dei contesti individuati per progettare e pianificare — in maniera ottimale — unioni, fusioni e conurbazioni di Comuni.

E — partendo dai 10 contesti urbani regionali (Castrovillari, Catanzaro, Corigliano-Rossano, Cosenza/Rende/Montalto, Crotone, Gioia/Palmi/Rosarno, Lamezia T, Locri/Siderno, Reggio Calabria/Villa S.G., Vibo V.) — immaginiamo quattro Ambiti Ottimali a loro volta sintesi di più Zot collegate: Stretto/Piana/Locride, Serre/Istmo, Valle Crati/Area Tirrenica/Pollino interno, Crotonese/Sibaritide. Quattro vaste ripartizioni territoriali, pertanto, a loro volta sommatoria di due o più affini Zot, caratterizzate da rapporti di conformità territoriale e condividenti le medesime economie.

Chiaramente, un disegno richiamante la descritta visione favorirebbe processi di unione, fusione, conurbazione e amalgama di scopo fra centri contermini. Rilascerebbe, ancora, rinnovato appeal a pratiche spesso intrise di stantii ed obsoleti argomenti inneggianti sterili pennacchi e dannosi municipalismi. Costituirebbe, altresì, un banco di prova importante per avvicinare i contesti più periferici ai naturali fulcri di riferimento territoriale.

Riteniamo, in ragione di quanto descritto, che la Politica calabrese dovrebbe sfruttare opportunità già sondate in altri scenari regionali. Con la consapevolezza che cambiare gli attuali schemi di gestione amministrativa sia necessario a accelerare auspicati ed attesi processi di crescita.

In caso contrario, la Regione resterà sempre addentellata a sistemi di chiara matrice centralista. Gli stessi che, già, hanno rallentato ogni occasione di sviluppo e, inesorabilmente, chiuderanno qualunque possibilità di progresso sostenibile.

È necessario, in definitiva, approcciarsi verso un ritrovato e rinnovato protagonismo della Calabria che — assieme ed in condivisione con le altre Regioni meridionali — dovrà formare un blocco unico, compatto e scevro da campanilismi di sorta. Per essere interprete ed attrice protagonista, e non già controfigura, nel Paese e nel Continente. E, per non farsi trovare impreparata e non all’altezza delle sempre più complesse sfide e minacce che ci attenderanno nei prossimi decenni.

Per cambiare un paradigma che declina questa Regione come accodata e stanca alle motrici economiche internazionali, trasformandola in locomotore di progresso per l’Italia e l’Europa. (dm e gl)

GLI INGANNATORI SERIALI DEL POVERO SUD
PNRR: IL DIVARIO COL NORD SI ACCENTUA

di MIMMO NUNNARI – Abraham Lincoln, che è stato il XVI° Presidente degli Stati Uniti d’America ed è ricordato per la sua vita straordinaria – partendo da umilissimi origini, riuscì ad ottenere la più alta carica dello Stato – amava ripetere: «Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo».

Questo aforisma, che riassume in poche parole una verità indiscutibile, si potrebbe, parafrasandolo, adattare al caso – unico nell’Occidente – dei Governi italiani, tutti: ingannatori seriali nei confronti del Sud, fin dal tempo dell’Unita’ Nonostante proclami, promesse e chiacchiere in libertà, il Sud è da sempre preso per i fondelli, bollato come perso irredimibile, e perciò non meritevole delle medesime attenzioni che si hanno per gli altri territori del Paese.

C’è da chiedersi – stando così le cose – quanto a lungo, si possa continuare a prendere per i fondelli il Mezzogiorno, e quanto potrà reggere ancora un rapporto così squilibrato tra Nord e Sud, senza che ci siamo conseguenze per l’unità, la sicurezza e la stabilità del Paese. I problemi del Sud, sono rimasti quelli di cinquanta o cento anni fa. Problemi, sui quali piove di tanto in tanto, come un elemosina, un’opera pubblica o un investimento finanziario, che accendono una speranza che poi resta delusa:«Gocce d’acqua in una terra assetata», diceva Gaetano Afeltra, mitico direttore negli anni Sessanta e Settanta di grandi giornali all’epoca, come il Giorno, ed editorialista del Corriere della Sera, nativo di Amalfi.

Anche con questo Governo di centrodestra, presieduto dalla leader di FdI Giorgia Meloni, si profila l’ennesima presa in giro del Meridione, in continuità con quell’ottica di tipo coloniale che ha sempre caratterizzato l’azione dei precedenti governi di ogni colore politico. Non c’è – propaganda ed annunciazioni a parte – un piano di sviluppo economico organico e credibile, che affronti lo squilibrio economico tra Nord e Sud. È tutto sulla carta e nelle verbosità stucchevoli, sparate al vento da alcuni leader della coalizione di governo.

C’è molto fumo e molto poco in cantiere: le infrastrutture, le strade, i porti, gli aeroporti, le scuole, gli asili, gli incentivi, le semplificazioni burocratiche mirate, capaci di attrarre investimenti con la capacità di leggere la complessità della realtà del Sud sono come l’araba fenice: l’uccello di fuoco che viveva nell’Arabia Felix. Tutti dicevano che c’era, ma nessuno riusciva a vederlo. Nel migliore dei casi mancano le coperture finanziarie per le cose annunciate, ponte sullo Stretto e statale 106 comprese. C’è un silenzio preoccupante su questo già “poco” che si profila per il Sud.

Lo sanno le opposizioni parlamentari e i sindacati che di tutto parlano meno che di sviluppo concreto del Mezzogiorno e dell’urgenza di un riequilibrio tra le diverse aree del Paese. Sono tutte cose che dovrebbe essere scritte al primo posto dell’agenda di ognuno è che invece non figurano neppure all’ultima pagina o all’ultimo rigo del planning dove si appuntano le cose da fare. Il Pnrr, come è stato detto da più parti e in più occasioni, rappresenta l’ultima opportunità per tentare di rimettere in giusto equilibrio lo sbilanciamento tra la parte settentrionale d’Italia toccata dal benessere e la parte meridionale,  che sta continuando a scontare  la consunzione e lo spreco delle sue notevoli risorse umane e sociali. Ciò che preoccupa maggiormente è la fumosità dei programmi e dei progetti insieme alla chiara difficoltà di “mettere a terra” (espressione che realmente non vuol dire niente ma che ormai è sulla bocca di tutti) le poche cose già previste. Facciamo un solo, illuminante, esempio: qualcuno sa dire con chiarezza se l’Alta velocità ferroviaria raggiungerà Reggio Calabria?

E se il tracciato previsto accorcerà le attuali distanze o se invece, paradossalmente, le allungherà, isolando ancora di più di quanto non lo siano già i territori della Calabria meridionale? Compresa la Gioia Tauro, capitale della navigazione nel Mediterraneo? E la baricentrica nel Mediterraneo città metropolitana dello Stretto ? La reticenza, nel discutere di queste questioni, induce a pensare amaramente che si profila ancora una volta uno stravolgimento di programmi e progetti strategici per lo sviluppo del territorio terminale dell’Europa. Il rischio del fallimento è legato anche al mancato supporto alle pubbliche amministrazioni locali, storicamente deboli e da decenni paurosamente svuotate di organici e competenze. Come ha denunciato recentemente la Svimez, il 62 per cento dei Comuni del Sud ha giudicato complessa la partecipazione ai bandi del Pnrr, al limite, cioè, di non riuscire a farcela; per cui onde scongiurare rischi di non riuscire a portare a termine le opere sarebbero necessarie robuste e incisive azioni di aiuto delle amministrazioni locali, evitando gli scandalosi tentativi – che vedono trasversalmente d’accordo alcuni amministratori del Nord – di portare  nel Settentrione finanziamenti destinati al Meridione.

La stessa idea del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, di cui si parla da secoli, attuale cavallo di battaglia del vicepremier e ministro per le Infrastrutture Matteo Salvini, rassomiglia molto alla storia del cavallo di Troia, che fu un dono subdolo, che in realtà danneggio’ chi lo ricevette. Nel silenzio avvilente delle opposizioni e nei balbettìi soliti dei parlamentari meridionali, si sta ripetendo la scena di un vecchio film già visto, con promesse che difficilmente saranno mantenute. Ma bisogna fare attenzione: i meridionali sono stanchi, oltre che delusi e c’è un fuoco che se non si vede, cova però sotto la cenere. Chi oggi si mostra amico si ricordi le parole di San Girolamo: “È facile trasformare un amico in nemico, se non si mantengono le promesse”. Poche voci  preoccupate, si sentono, anche nel Mezzogiorno. Fa eccezione il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi: «Vedo poco Sud nella manovra del Governo». Manfredi auspica che ci sia maggiore coesione istituzionale tra le amministrazioni del Sud, ma le sue parole finora sembrano cadute nel vuoto. Qual è la situazione oggi, con riferimento al Pnrr, la spiega  Gianfranco Viesti, economista autorevole e docente universitario, autore di Riuscirà il Pnrr a rilanciare l’Italia? (Saggine Donzelli), un libro che può aiutare i cittadini a capire meglio quel che è successo e soprattutto cosa può accadere. Viesti tempo fa ha coniato quel termine “secessione dei ricchi” che ha messo in guardia il Sud sul grande imbroglio che si cela dietro la riforma proposta dal ministro Calderoli.

Riguardo al Pnrr, dice: «Un paese non si rilancia con una lista di riforme e di investimenti scritte da tecnici, ma solo attraverso una visione politica del suo futuro. Il Pnrr, può rappresentare una tappa molto importante, ma senza queste scelte non può produrre un cambiamento». Non sembra, tuttavia, che per il nuovo governo il divario Nord Sud sia un problema, come, in verità, non lo è stato per tutti i precedenti: i segnali che arrivano – ripetiamo propaganda a parte – sembrano non andare nella giusta direzione, anzi la situazione sta peggiorando rispetto alle impostazioni del Governo di Mario Draghi che aveva vincolato il 40% degli investimenti alle regioni meridionali.

Di quelle percentuali, raccomandate anche dall’Ue, non si parla più, si sono perse le tracce come  si sono perse dei progetti capaci di risolvere l’annoso problema delle disuguaglianze tra Nord e Sud. Resta il ponte, per il quale, nonostante le date già sbandierate per l’inizio dei lavori, mancano le coperture finanziarie. C’è scritto nel Def (Documento di Finanza  pubblica) del Governo in carica. (mnu)

TUTELA BIODIVERSITÀ: DA LEGAMBIENTE
UNA LETTERA AL PRESIDENTE OCCHIUTO

di STEFANO CIAFANI – Presidente Occhiuto, Le scriviamo questa lettera aperta per porre alla sua attenzione una vicenda molto rilevante,  sotto il profilo ambientale, per il futuro della nostra regione. 

Per come è a sua conoscenza è stata predisposta, a firma dei consiglieri regionali Montuoro e  Caputo, la proposta di Legge n. 117/XII dal titolo “Norme in materia di aree protette e sistema  regionale della biodiversità”. Un testo normativo che avrebbe dovuto essere innovativo e colmare i  limiti della mancata applicazione della legge regionale vigente in materia, n. 10/2003, adeguandosi  alle indicazioni della U.E. in una fase storica che vede il nostro Paese impegnato nella difficile lotta  per frenare la perdita di biodiversità indotta dalla crisi climatica in corso.  

Il 6 dicembre 2022, giornata oltretutto coincidente con il 31° anniversario della legge quadro sulle  aree protette n. 394 del 1991, Legambiente, unitamente ad altre associazioni ambientaliste, è stata  convocata in audizione dalla IV Commissione Ambiente e Territorio della Regione Calabria e, in tale  sede, abbiamo già manifestato le nostre serie perplessità sulla proposta di Legge n. 117/XII  rilevandone le numerose carenze e discrasie.  

Successivamente, nell’interesse della collettività e nell’intento di contribuire a migliorare il testo  normativo proposto, abbiamo presentato, inviandoli via pec in data 15.02.2023, circa un mese e  mezzo prima della scadenza dei relativi termini, una serie articolata e ragionata di emendamenti al  testo ribadendo le perplessità già espresse in sede di audizione sulla proposta di Legge n. 117/XII. Attraverso i nostri emendamenti proposti, che alleghiamo alla presente nota, abbiamo inteso porre  rimedio alle rilevate lacune ed incongruenze presenti nel testo, sia nella strategia generale che negli 

obiettivi specifici, per rendere più efficaci le norme sulle aree protette e per garantire una adeguata  tutela della biodiversità. 

Legambiente ha ribadito come la PdL 117/XII non chiarisce come la Calabria intenda perseguire gli  obiettivi sulla biodiversità al 2030, poiché non traccia una adeguata road map per raggiungere il  target di tutelare almeno il 30% del territorio e del mare e di questo almeno il 10% rigidamente  protetto.  

Inoltre il testo, a differenza di quanto consente la legge quadro sulle aree protette n. 394/91,  cancella il ruolo dei cittadini, dei comitati e delle associazioni dai percorsi previsti per istituire nuove  aree protette. Abbiamo evidenziato come la proposta sia velleitaria, poiché non mette a  disposizione fondi in un apposito capitolo di bilancio per le aree protette e, invece, propone l’utilizzo  in maniera retorica dei fondi europei che, come sappiamo, non possono essere utilizzati per la  gestione ordinaria ma per finanziare progetti nelle aree protette. 

Tra i tanti altri elementi di criticità evidenziati, la nuova legge omette di valutare l’efficacia e/o la  corretta applicazione della precedente norma, la legge regionale n. 10/2003, di cui non si sono  valutati i limiti applicativi, non vengono analizzati i mancati risultati e verificata l’applicazione per  giudicarne i limiti e le positività.  

Nulla si dice, ad esempio, della gestione del Parco regionale delle Serre perennemente  commissariato e privo di personale, pianta organica e di risorse finanziarie adeguate. Né si affronta  il problema dei 5 Parchi marini istituiti nel 2013 in contrasto con la normativa nazionale, e per questo  non inseriti dal Ministero nell’Elenco ufficiale delle aree protette previsto dalla legge 394/91 (EUAP), 

poiché la competenza sul mare è statale e le Regioni possono istituire aree a tutela del mare previo  intesa.  

La nuova norma, a nostro avviso, non rappresenta un passo in avanti sulla disciplina regionale per  le aree protette già prevista dalla legge n. 10/2003 e non appare adeguata a potenziare il sistema  regionale delle aree protette non prevedendo nemmeno nessuna strategia di integrazione con le  aree protette nazionali istituite in Calabria. 

Evidente, invece, appare nel testo di legge in oggetto, l’obiettivo indiretto, senza che sussista alcuna  motivazione di merito, di mettere in discussione l’attuale gestione della Riserva naturale regionale  Valli Cupe, attualmente affidata a Legambiente Calabria prevedendo, in particolare all’articolo 80,  una norma che, ponendo parametri temporali ingiustificati (10 anni) sembra scritta ad hoc contro  la nostra associazione. Soprattutto se si considera che la Riserva regionale Valli Cupe è l’unica area  protetta istituita grazie alla legge n. 10/2003 e che le altre Riserve precedentemente affidate a  un’associazione (Foce Crati e Lago di Tarsia) risalgono al 1990. Senza considerare l’evidente  paradosso delle nuove aree protette recentemente istituite con legge regionale e nelle previsioni  affidate ad associazioni . 

Poiché la previsione dell’articolo 80 ci appare arbitraria, ingiustificata e discriminatoria Legambiente  intende contestarla in ogni modo. 

Difatti, la gestione della Riserva naturale regionale Valli Cupe da parte nostra, per come appare  evidente ad ogni osservatore imparziale, è sempre stata improntata alla massima trasparenza ed  efficacia gestionale attraverso l’adozione di modalità gestionali rispettose del territorio e della  collettività, poste in essere in stretta interazione e sinergia con tutte le amministrazioni locali.  

Legambiente, nel corso di questi anni caratterizzati oltretutto dalle grandi difficoltà derivanti dalla  crisi pandemica, ha sempre gestito la Riserva con grande rigore e con diligenza, senza che gli uffici  della Regione Calabria muovessero alcuna osservazione, lavorando con cura e in sinergia con le  amministrazioni, ottenendo la collaborazione con le associazioni e gli stakeholder locali nell’  interesse della tutela e la valorizzazione delle risorse naturali della Riserva e dell’intero territorio dei  comuni interessati. 

La Riserva naturale regionale Valli Cupe, attraverso il nostro apporto in quanto associazione ambientalista nota e consolidata in tutto il Paese con una esperienza di 40 anni nella gestione delle aree protette, ha continuato ad acquisire un indubbio valore aggiunto che rischia di essere vanificato  dalla volontà politica di togliere a Legambiente la gestione della Riserva, per non meglio identificati  motivi, creando una ingiustificata contrapposizione tra le comunità interessate e il soggetto gestore  incaricato dalla Regione Calabria.  

Con la presentazione degli emendamenti proposti, Legambiente Calabria ha inteso, quindi,  contribuire a migliorare il testo normativo in oggetto, collegandolo alla Rete ecologica regionale ed alla strategia per gli appennini ed intendendo offrire alle associazioni ed ai comitati la possibilità di  proporre l’istituzione di nuove aree protette, di inserire i Monumenti naturali ed i parchi urbani tra  le tipologie di aree protette regionali indicando anche una prima lista di aree di reperimento da  istituire entro il 2030.  

Mediante gli emendamenti in oggetto sono stati, ancora, previsti strumenti come il Piano triennale  per le aree protette, l’Osservatorio regionale per la biodiversità, il Comitato tecnico scientifico e la  consulta del parco per migliorare la programmazione e la partecipazione dei cittadini alla gestione  delle aree protette. Abbiamo, ancora, proposto la revisione delle norme per la definizione,  approvazione e gestione del Piano per il parco, del Regolamento e dello Statuto. Insomma, non ci  siamo limitati a criticare la proposta normativa, ma abbiamo suggerito importanti modifiche per  migliorarne il relativo testo. 

In data 05 aprile 2023 la IV Commissione Ambiente e Territorio della Regione Calabria ha approvato  il testo normativo in oggetto, paradossalmente senza compiere alcun esame o valutazione sui 33  motivati emendamenti presentati da Legambiente Calabria. Il relativo testo ancora non è neppure  stato pubblicato sul sito della Regione Calabria. 

L’iter normativo de quo sta quindi procedendo nonostante tali circostanze rappresentino un chiaro vulnus per Legambiente e, a nostro avviso, per la collettività calabrese vista la carenza di  democraticità e trasparenza evidente dalla mancanza di un esame approfondito degli emendamenti  in oggetto. 

Legambiente si vede quindi costretta a ribadire il proprio complessivo giudizio negativo sulla norma  che, inadeguata nella formulazione, non ha inteso non solo recepire ma a monte addirittura  neppure esaminare gli emendamenti migliorativi proposti con l’unico obiettivo di rendere più  efficaci le norme per le aree protette. 

Ci rivolgiamo, quindi, a Lei, quale presidente della Regione Calabria, confidando nella sua attenzione  affinché eviti che siano mere dinamiche politiche che fuoriescono dall’alveo della tutela  dell’ambiente e della biodiversità, o incomprensibile acrimonia verso la nostra associazione, a  comportare l’approvazione del testo normativo in oggetto senza una valutazione delle lacune ed  incongruenze ivi contenute e da noi evidenziate. 

Confidiamo, quindi, che nell’interesse collettivo, la proposta di Legge n. 117/XII dal titolo “Norme in  materia di aree protette e sistema regionale della biodiversità” venga rivista e non avallata dalla  Regione Calabria. (sc)

[Stefano Ciafani è presidente nazionale di Legambiente]

  

QUANTO PESERÀ L’INVERNO DEMOGRAFICO
SULLE FUTURE GENERAZIONI DI CALABRESI

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – “Il nostro inverno demografico”, che è una definizione che fa un po’ paura, è cominciato da molto. E  sa tanto  di un letargo lungo, che non prelude però ad una primavera, ma invece ad un processo inesorabile di involuzione verso l’estinzione. 

 In realtà,  gli Italiani che vivono nel nostro Paese rappresentano soltanto meno dell’1 × 1000 della popolazione complessiva mondiale. La nostra estinzione potrebbe essere irrilevante e certamente, in ogni caso,  laddove si producono dei vuoti immediatamente essi vengono riempiti. Ma che è un popolo, voglia continuare ad avere una sua identità, ad avere una politica demografica tale da non estinguersi, con tutte le sue tradizioni e la sua storia,  è non solo legittimo ma certamente opportuno. 

Per questo è stata salutata con molto entusiasmo l’incontro sulla natalità che si è svolto a Roma. E Papa Bergoglio e  la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni bene hanno fatto ad essere stati ospiti della giornata conclusiva degli Stati Generali della Natalità. Insieme sul palco dell’Auditorium della Conciliazione hanno parlato di famiglia. 

Anche se non dobbiamo dimenticare che tutto quello che si farà da oggi in poi avrà effetto soltanto, per esempio sul mercato del lavoro, fra diciotto- vent’anni. E che il prossimo futuro demografico, quello più vicino a noi, è stato già scritto.  

La mancanza di figli stimola psicologi e sociologi a cercare le motivazioni profonde di un processo che riguarda in generale tutte le popolazioni che, laddove raggiungono livelli economici più avanzati e tenore di vita più confortevoli,  sono portati a diminuire il numero di figli, o a non averne  addirittura. 

D’altra parte qualcuno dice che oggi avere figli è un privilegio di chi se lo può permettere, considerato che una filiazione consapevole prevede un impegno, non solo economico, estremamente rilevante. Ma se l’Italia nel suo complesso piange il Sud è in un affanno più grande. 

L’inverno demografico che colpisce l’Italia, e non ci si deve stupire che sia diventato il Paese a più basso indice di natalità in Europa, riguarda oggi soprattutto il Sud. E i dati sono a dir poco allarmanti. Il  decremento è di -6,3 per mille residenti a fronte di -2,6 per mille al Centro e di -0,9 del Nord. Evidentemente su questi dati vi è l’influenza dell’emigrazione economica verso le realtà settentrionali. 

Le Regioni meridionali sono tutte nelle prime posizioni della classifica della perdita  della popolazione. Mettendo a confronto i dati relativi ai nuovi nati e ai deceduti la Basilicata  nel 2022 ha un tasso di natalità per mille abitanti di 6 e di mortalità di 13, il Molise 5,8 nati e 14,7 deceduti, Sardegna 4,90 contro 13 e Calabria 7,30 su 12,4 decessi. Arretra anche la Puglia con 6,7 nati su 11,4 morti, la Campania  con 7,9 nuovi nati e 10,9 decessi e la Sicilia con 7,6 nuovi nati e 12,3 decessi. 

È chiaro che su tale processo  incide molto la mancanza di servizi sociali. Il numero limitato di asili nido, che spesso non consentono alle donne di lavorare, i pochi sostegni alle madri, che in altri paesi come la Francia sono molto consistenti. Ma anche la mancanza di lavoro che fa sì che al massimo in una famiglia ci sia un componente che ha una occupazione. 

La maggior parte di coloro che fanno parte della non forza lavoro sono proprio donne, magari istruite, alle quali non viene dato alcuna opportunità di un lavoro che sia consono al loro livello sociale ed alla loro formazione. Tale evidenza fa riflettere ancor di più sulle conseguenze di uno sviluppo anomalo del nostro Paese, che registra un processo migratorio importante da una parte all’altra,  che certo non aiuta ne incoraggia coloro che vogliono formarsi una famiglia. E che spesso si trovano a dover emigrare in realtà nelle quali, oltre alla carenza di welfare pubblico, viene a mancare anche la rete di protezione sociale rappresentato dalla famiglia.

Che certamente, parlo dei nonni, degli zii, se presente, costituisce un aiuto non indifferente soprattutto nei primi anni di vita dei bambini. Nel 2022 la diminuzione del numero medio di figli per donna riguarda sia il Nord 1,26,  sia il Centro pari a 1,16, che il Mezzogiorno che  si attesta anch’esso a 1,26. 

Purtroppo abbiamo distrutto quella tradizione di famiglia patriarcale, esistente ancora in passato nelle comunità meridionali, per cui in molti di noi vi è il ricordo di una nonna che aveva avuto anche otto-dieci figli. Per il Sud si prospetta una società che non riesce a mantenersi, per la mancanza di equilibrio tra nuove e vecchie generazioni, per cui diventa difficile il sostegno anche pensionistico di una popolazione con una vita media, per fortuna, sempre più lunga, ma proprio per questo con esigenze sempre più rilevanti di una sanità adeguata.

Peraltro la situazione è aggravata anche dal fatto che coloro che sono andati via per mancanza di lavoro, spesso, ritornano, dopo il pensionamento, nella loro terra di origine. Aggravando l’esigenza di sanità, già non adeguata per coloro che sono stati sempre residenti. 

Riflettere sulle condizioni già presenti, ma che si aggraveranno ulteriormente nei prossimi anni, non è un esercizio di puro studio ma deve avere conseguenze operative immediate che riguardino l’esigenza di una crescita consistente in tutte le parti del Paese, ed in particolare in quelle che hanno più possibilità di crescita.

Cosa assolutamente scontata tanto che lo stesso Luigi Einaudi già in un articolo  del 23 giugno del 1900 sul Corriere della Sera affermava riferendosi al Sud: «quando su un campo si sono già impiegati rilevanti capitali, torna più conveniente applicare i nuovi capitali non su di esso ma su nuovi campi trascurati prima perché ritenuti troppo sterili». 

Al di là di fattori sociali, di un sentire diffuso, l’aspetto economico di sopravvivenza, di servizi alla persona di diritti di cittadinanza diffusi ed adeguati diventano un elemento fondante di qualunque politica attiva per le famiglie. Compreso quel reddito di cittadinanza, ormai quasi cancellato, che darebbe ai cosiddetti occupabili maggiori certezze di poter affrontare periodi di difficoltà avendo un ombrello protettivo per superare momenti difficili.

Ma tutto questo prevede che vi sia una produzione di reddito adeguata alle tante esigenze di una società evoluta. L’Italia non può più accontentarsi di crescere allo zero  virgola qualcosa ma deve puntare a tassi di incremento consistenti. Per questo è necessario ripensare in grande, e in questa visione anche il Ponte sullo Stretto di Messina diventa oltre che lo strumento per il recupero dei traffici mediterranei anche il simbolo di una volontà di giocare negli scacchieri  internazionali un ruolo che ormai da anni abbiamo perso. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

LA FORESTAZIONE SETTORE NEVRALGICO
IN CALABRIA MANCANO FONDI E PERSONALE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «Gli oltre 70 milioni di euro che mancano all’appello per la forestazione calabrese sono uno degli esempi più rappresentativi della mancanza di visione verso un comparto che in altri Paesi sta creando ricchezza attraverso le filiere del legno, dell’energia, della bioeconomia, dell’industria manifatturiera, del turismo, mentre in Italia anche il Pnrr, che prevede 880 milioni per il sistema irriguo e la gestione forestale, rischia di diventare l’ennesima occasione persa per rilanciare in chiave produttiva il comparto». È quanto ha dichiarato la segretaria generale nazionale di Fai Cisl, Raffaella Buonaguro, intervenuta alla mobilitazione regionale unitaria dei forestali in Piazza a Catanzaro.

«Siamo qui per rivendicare il sacrosanto diritto – ha rilanciato – a vedere applicato un contratto regionale aggiornato e di valore, ma è chiaro che siamo qui, a nome di tutto il popolo forestale, per rivendicare molto altro, ossia il diritto di questa categoria a esistere, perché sembra che la politica pretenda di tenere in piedi questo settore come un ammortizzatore sociale, e noi non lo permetteremo».

«Oggi la politica discute di rimboschimento, dissesto idrogeologico, patrimonio paesaggistico – ha incalzato la sindacalista, parlando dal palco ai centinaia di lavoratori e lavoratrici riuniti davanti al palazzo della Regione Calabria – ma la verità è che nessuno è cosciente di quanto sia fondamentale il protagonismo delle nostre tute verdi in queste sfide per la transizione ecologica e la messa in sicurezza del territorio. Comuni, regioni, governo nazionale, devono agire subito con l’applicazione dei contratti, il finanziamento dei cantieri forestali, la realizzazione di nuovi strumenti normativi per governare meglio, anche da Roma, il comparto in tutti i territori».

«Nel settore – ha denunciato Buonaguro – calano gli addetti e manca il ricambio generazionale, inoltre continuiamo a importare legno dall’estero e a spopolare le aree interne, specialmente al Sud. Bisogna piantare alberi per contenere i cambiamenti climatici, però, mentre Macron in Francia ha promesso un miliardo di nuovi alberi, qui da noi nessuno se ne sta occupando. Nessuno sa dire: chi pianterà nuovi alberi, quando, con quale contratto, con quali tutele per la propria salute e sicurezza, con quali competenze, con quali mezzi a disposizione».

Il Segretario Generale Fai Cisl Calabria, Michele Sapia, ha ribadito l’importanza di essere in Cittadella regionale «per accendere i riflettori su un settore strategico per il territorio e le comunità calabresi. Insieme per ribadire le nostre proposte contenute nella piattaforma».

«Occorre un impegno serio, fissare un vero e proprio cronoprogramma regionale, dare avvio al ricambio generazionale. Servono più investimenti nel presidio umano, per la montagna ed il bosco, più prevenzione, pianificazione e programmazione. Il 20 maggio per sostenere le ragioni della mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil nazionali e chiedere al Governo risorse statali certe e strutturali per il settore forestale calabrese».

Presenti alla mobilitazione anche Tonino Russo, segretario generale Cisl Calabria, Angelo Sposato, segretario generale Cgil Calabria e Santo Biondo, segretario generale Uil Calabria.

«Dal palco di piazza San Francesco da Paola, davanti alla Cittadella – ha detto Biondo – abbiamo ricordato alla politica che il settore della forestazione deve essere sostenuto e non abbandonato. Servono nuove assunzioni per trasformare la montagna da posto trascurato in luogo di sviluppo economico e sociale».

La piattaforma sindacale regionale

Indica i punti ritenuti da Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil prioritari e strategici, e su cui la politica regionale dovrebbe concentrarsi.

  1. Piano Straordinario di Prevenzione e rimboschimento

Il rilancio della forestazione calabrese, la cura e manutenzione dell’ambiente e del territorio regionale, unito alle necessità di esaltare vocazioni e opportunità del bosco e della montagna e valorizzare la risorsa idrica, in una prospettiva produttiva, preventiva e protettiva rendono necessari l’apertura di un confronto su un grande progetto di riforestazione, gestione dei popolamenti e attività di vivaistica. In Calabria servirà un vero e proprio Piano Straordinario di Prevenzione, di Manutenzione del Territorio e di Difesa dell’equilibrio idrogeologico.

La mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, l’inquinamento atmosferico, le numerose opportunità finanziarie europee e nazionali, la certificazione dei crediti di carbonio (carbon credits) e la crescente richiesta e la maggiore necessità di reperire piantine da coltivare nelle aree montane, urbane e periurbane impongono nuove strategie regionali anche nella gestione della vivaistica finalizzata sia ad accrescere la ricchezza del patrimonio forestale calabrese sia per cogliere nuove opportunità economiche e occupazionali. Occorre predisporre una programmazione regionale di lungo periodo per una nuova azione di rimboschimento e gestione dei ripopolamenti per prevenire frane e incendi, rafforzare il Servizio Antincendio Boschivo (AIB), recuperare e valorizzare le opere idraulico-forestali e le infrastrutture ambientali strategiche.

2) Ricambio generazionale

Il settore forestale calabrese conta ormai poco più di 4.000 addetti con un’età media che si aggira attorno ai 60 anni. Non è possibile con l’attuale forza lavoro gestire un patrimonio forestale di oltre 650 mila ettari in un territorio fragilissimo dal punto di vista idrogeologico. Occorre superare le legge nazionale n. 442 del 1984 che, per la sola Calabria, impedisce nuove assunzioni nel settore forestale, ormai obsoleta e non coerente con le politiche europee sulla green economy.

Pertanto, sarà necessario avviare un immediato ricambio generazionale per garantire il futuro del sistema ambientale-forestale calabrese con il giusto equilibrio tra innovazione tecnologica, presidio umano e cura dell’ambiente. Nell’era della transizione ecologica ed ambientale occorre una nuova e specializzata manodopera forestale, ben formata e qualificata anche rispetto ai nuovi profili professionali necessari sia per una forestazione moderna e innovativa sia per sostenere il valore e le funzioni del bosco.

3) Investimenti e risorse economiche

Il settore forestale calabrese conta ormai poco più di 4.000 addetti con un’età media che si aggira attorno ai 60 anni. Non è possibile con l’attuale forza lavoro gestire un patrimonio forestale di oltre 650 mila ettari in un territorio fragilissimo dal punto di vista idrogeologico. Occorre superare le legge nazionale n. 442 del 1984 che, per la sola Calabria, impedisce nuove assunzioni nel settore forestale, ormai obsoleta e non coerente con le politiche europee sulla green economy.

Pertanto, sarà necessario avviare un immediato ricambio generazionale per garantire il futuro del sistema ambientale-forestale calabrese con il giusto equilibrio tra innovazione tecnologica, presidio umano e cura dell’ambiente. Nell’era della transizione ecologica ed ambientale occorre una nuova e specializzata manodopera forestale, ben formata e qualificata anche rispetto ai nuovi profili professionali necessari sia per una forestazione moderna e innovativa sia per sostenere il valore e le funzioni del bosco.

Pertanto, viste le caratteristiche morfologiche, l’importante patrimonio boschivo e paesaggistico della Calabria e le numerose tragedie verificatesi sul territorio regionale a causa di vari fenomeni di dissesto idrogeologico, sarà necessario che il Governo centrale impegni e definisca risorse finanziarie statali certe e strutturali a sostegno del settore forestale calabrese.

4) Contrattazione e riqualificazione

Dal 2012 l’intero settore forestale calabrese è stato privato del diritto a un nuovo contratto regionale. Difatti, il Contratto integrativo regionale siglato nel 2019 e mai recepito dai vari Governi regionali succedutesi, ha posto rilevanti limiti di carattere normativo ed economico penalizzando innanzitutto i lavoratori forestali e limitando vari aspetti organizzativi.

L’entrata in vigore dell’articolo 7 bis della legge 155/21 e la sigla del Ceni 2021/2024 di settore hanno chiarito definitivamente alcuni aspetti, compresa l’interpretazione sull’applicazione contrattuale pubblico-privato, che sino ad oggi hanno anche rallentato il rinnovo del Contratto integrativo regionale.

Dunque, considerata l’attuale situazione e norme vigenti in materia, sarà necessario applicare interamente le norme contrattuali nazionali e avviare un immediato percorso regionale per sbloccare questa triste anomalia sul contratto integrativo forestale calabrese.

5) Servizio Sorveglianza idraulica

In Calabria il dissesto idrogeologico interessa l’intero territorio e rappresenta una delle problematiche più urgenti da affrontare. La conformazione geologica e geomorfologica della regione, unita all’abbandono delle aree interne e ad una precaria manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua aggravano il dissesto e l’esposizione del territorio calabrese a fenomeni franosi e alluvionali.

La sorveglianza idraulica è pertanto in Calabria un settore altamente strategico per contrastare il rischio idrogeologico, ma è indispensabile superare i vuoti normativi e le criticità organizzative che impediscono al comparto di svolgere in modo ottimale le diverse attività, necessarie alla sicurezza del territorio regionale.
Pertanto, rifuggendo da tentazioni normative che rischierebbero di non procurare vantaggi concreti alla Calabria e ai lavoratori, è necessario awiare un confronto regionale tra le parti interessate per socializzare e affrontare definitivamente i vari aspetti normativi e contrattuali che interessano centinaia di lavoratori e lavoratrici, rilanciare e valorizzare ulteriormente il servizio della sorveglianza idraulica all’interno dell’azienda regionale Calabria Verde e definire un percorso di prospettiva per rafforzare questo importante servizio che è complementare al comparto della forestazione calabrese. (ams)

PER LA TUTELA DI “SALUTE E BENESSERE”
PROGETTO VERDE E BLU DELLA CALABRIA

di ANTONIETTA MARIA STRATI –Promuovere la salute e il benessere attraverso il buon uso degli spazi versi e blu. È questo l’importante e straordinario progetto di cui la Calabria, attraverso l’Arpacal, guidata dal commissario straordinario, Emilio Errigo, è capofila.

Un traguardo non di poco conto per l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Calabria, che è sempre stata in prima fila per quanto riguarda la tutela e la salvaguardia dell’ambiente. Questo importante progetto, di cui l’Arpacal curerà il coordinamento tecnico, è stato avviato lo scorso 19 gennaio, ed è finanziato dal ministero per la Salute, nell’ambito del Piano Nazionale per gli investimenti Complementari (PNC) – E.1 Salute, Ambiente, Biodiversità e Clima 1.4: Promozione e finanziamento di ricerca applicata con approcci multidisciplinari in specifiche aree di intervento salute-ambiente-biodiversità-clima.

Il progetto, della durata di quattro anni (scadenza 31/12/2026), dovrà mettere in atto iniziative di studio, formazione e comunicazione per promuovere l’uso corretto, consapevole e partecipato delle aree verdi e blu, implementando le politiche per la pianificazione, manutenzione, gestione delle aree verdi e blu urbane per migliorare la conoscenza degli effetti associati alla salute. Si focalizza sulla razionalizzazione e l’upgrade delle conoscenze esistenti, l’accessibilità e la funzionalità delle infrastrutture verdi e blu.

Quest’ultime forniscono diversi servizi alla cittadinanza la cui importanza è stata riconosciuta di recente dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), tuttavia la realizzazione di nuove aree e la stessa gestione di quelle esistenti non tengono conto dei potenziali impatti positivi e negativi che la vegetazione e le infrastrutture verdi e blu possono avere sul benessere della cittadinanza e sullo stato di salute fisico e/o psichico o sulla comparsa di malattie.

Il progetto, articolato su 4 obiettivi, suggerisce azioni mirate, in aree selezionate come casi studio, per fornire ai decisori e alla cittadinanza informazioni e conoscenze utili per una gestione e fruizione ottimale delle predette infrastrutture. Iniziative pubbliche consentiranno il trasferimento delle esperienze dalle aree studio a tutto il territorio nazionale. Il progetto mira a raggiungere diversi Obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030: Salute e benessere, Istruzione di qualità, Riduzione delle disuguaglianze, Città e comunità sostenibili, Lotta contro il cambiamento climatico.

Andando più nello specifico, il progetto prevede la mappatura elle aree e delle policy. Integra le informazioni disponibili sui principali servizi ecosistemici erogati dagli spazi verdi e blu, sull’accessibilità e fruibilità anche mediante mobilità sostenibile (ciclo pedonale). Analisi dati Istat sullo stato dell’ambiente e monitoraggio; studi pilota nelle aree definite e attenzione ai biomarkers di esposizioni, effetti e suscettibilità presenti in letteratura scientifica da collegare agli studi epidemiologici esistenti, coinvolgendo MMS e PLS. E ancora, l’implementazione dell’Atlante delle specie e forestazione, realizzare percorsi formativi  e materiale didattico per il coinvolgimento dei diversi attori nello sviluppo e utilizzo di infrastrutture verdi/blu accessibili, sicure e piacevoli. Sarà elaborata una “roadmap” con le best practice e delle linee guida.

Oltre alla Regione Calabria e all’Arpacal, a dare il loro contributo saranno la Regione Emilia Romagna con la sua Agenzia Regionale Prevezione, Ambiente e Energia, il Dipartimento Epidemiliogia del SSR – Asl Roma 1 della Regione Lazio, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirugiche dell’Università di Bologna, il Consorzio Interuniversitario Nazionale per le Scienze Ambientali, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambiente, l’Agenzia Regionale per la Tutela Ambientale della Regione Abruzzo.

Attraverso la sinergia di questi Enti, l’auspicio è che si riesca a sviluppare e migliorare la conoscenza «partecipata di tutti gli attori preposti allo sviluppo, il mantenimento e l’utilizzo delle infrastrutture verdi/blu per promuovere il buon uso di queste aree e comprenderne appieno i benefici per il benessere psico-fisico, con particolare riguardo alle fasce di popolazione più vulnerabili come anziani e bambini».

Il commissario Errigo, presente alle due giornate di lavoro del progetto, ha espresso profonda soddisfazione tanto per la pregevole iniziativa voluta dal Presidente della regione Calabria Roberto Occhiuto, quanto per il metodo di lavoro condiviso, «messo in atto sia per raggiungere gli obiettivi progettuali sia per generare una maggiore consapevolezza sociale, elemento indispensabile per rendere il Cittadino protagonista di questa importantissima azione culturale».

«Nello specifico – ha proseguito Errigo – gli obiettivi di questo progetto rappresentano anche un modello di cooperazione concreta tra Enti diversi, impegnati a promuovere la tutela e la salvaguardia dell’ambiente, considerando la salute del Cittadini un bene primario, costituzionalmente garantito».

Un altro esempio di cooperazione tra Enti, sempre volta alla tutela dell’ambiente – e accompagnata alla crescita economica – è quello stretto dall’Arpacal, nel mese di aprile, con la Camera di Commercio di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, guidata da Pietro Falbo.

«Assieme ad Arpacal abbiamo in animo di organizzare una serie di iniziative volte a sensibilizzare e coinvolgere gli operatori economici, e non solo, sui temi ambientali», ha detto Falbo, sottolineando come insieme al generale Errigo «abbiamo deciso di stringere una partnership basata sulla promozione dei temi della sostenibilità ambientale e sulle positive ricadute sull’economia regionale. Ritengo strategica l’interazione tra enti e istituzioni che deve essere rivolta alla creazione di un sistema di sostegno alle attività imprenditoriali». (rrm)

 

OCCHIUTO: CAMBIO DI PASSO NEL TURISMO
LA CALABRIA DEVE RECUPERARE 50 ANNI

di FRANCESCO CANGEMI – Un “cambio di passo” è quello che deve compiere il turismo calabrese secondo la giunta regionale e, soprattutto, secondo il governatore Roberto Occhiuto. “Cambio di passo” è l’espressione che ricorre spesso nel Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile della Regione Calabria 2023-2025.

Il Piano è incardinato sulla «declinazione degli orientamenti espressi dalla Giunta Regionale e condivisi dalle Istituzioni e dalle Imprese operanti nel turismo regionale durante lo svolgimento degli Stati Generali del Turismo (Falerna 31 marzo e 1/2 aprile 2022)» ed esprime la necessità di «intraprendere un cambio di passo, finalizzato a recuperare il “ritardo di 50 anni nel turismo regionale”; identificare la nuova narrazione turistica nel progetto Calabria Straordinaria; operare in modo coerente con la nuova stagione programmatica europea e nazionale; raccogliere ed armonizzare le proposte di coloro che intendono contribuire al recupero del citato ritardo».

Ma cosa serve per effettuare questo cambio di passo? È riportato nel Piano stesso. «Il “cambio di passo” – è scritto – richiede, infatti, per essere perseguito razionalmente di: definire gli obiettivi di sviluppo turistico che la Regione deve porsi; in assenza, rimarrebbero indeterminati gli sforzi programmatici da sopportare e scarsamente definibili le azioni coerenti da attuare; razionalizzare le scelte delle Azioni che sono da attivare per la realizzazione degli obiettivi assunti; assumere indicatori di monitoraggio in grado di misurare concretamente l’impatto dell’attuazione delle azioni e porre in essere eventuali attività correttive».

Un altro obiettivo esplicitato nel Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile della Regione Calabria 2023-2025 è quello di tornare ai flussi turistici pre Covid che hanno segnato un record per la nostra regione.

«La Calabria nel 2019 – si può leggere nel documento – ha registrato complessivamente 9.530.691 milioni di presenze, segnando +2,5% rispetto al 2018. Si conferma quindi la crescita già registrata a partire dal 2015. Infatti, dopo il trend negativo del periodo 2012-2014, il 2015 ha segnato un +5,0% sul 2014 (raggiungendo 8,1 milioni di presenze) e il 2016 ha registrato un +4,4% sul 2015, con 8,5 milioni di presenze. In particolare, tra il 2015 e il 2016 gli arrivi e le presenze internazionali crescono rispettivamente del 15% e del 12%. Questo trend positivo era destinato a crescere per il futuro confermando un ulteriore crescita sia negli anni 2018 che nel 2019».

Si nota anche che «Il dato 2020 rispetto al 2019 per la regione Calabria ha registrato un decremento delle presenze pari al -52,4%. Nel 2021 la provincia di Cosenza attrae il 37,7% delle presenze nazionali nella regione, seguita dalle province di Vibo Valentia (26%), Catanzaro (21,4%), Reggio Calabria (5,4%) e Crotone (9,6%). Diversa la composizione relativamente alle presenze straniere con il 59,7% nella provincia di Vibo Valentia, Cosenza (20,4%), Catanzaro (12,3%)». Ci sono buone notizie anche rispetto allo scorso anno. «I dati 2022 – infatti – confermano questa tendenza: nei primi 9 mesi, infatti, il turismo calabrese ha registrato un aumento del 28,9% delle presenze. In particolare, i turisti italiani sono aumentati del 20,9%, mentre quelli stranieri sono raddoppiati (+101,1%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente».

Il documento poi analizza tutti i tipi di turismo presenti in Calabria e li divide in: turismo del mare, turismo della montagna (e sportivo), turismo culturale, turismo religioso (dove sono contenute anche le minoranze culturali e religiose come l’ebraismo e l’Islam), il turismo dei Parchi e i turismi delle dimore storiche.

Una volta individuate queste aree, «La prima operazione da compiere è il conseguimento di una nuova narrazione che superi vecchi condizionamenti e tabù poggiando inizialmente sulla principale risorsa della regione: il mare. Lo storytelling regionale si compone di molte microstorie che messe insieme dimostrano quanto la Calabria sia una regione autentica. La Calabria autentica ha molto oltre il mare e assolve in pieno alla nuova domanda del turismo post pandemico che ricerca la salubrità dei luoghi, il non affollamento, la ricerca di esperienze più che di luoghi unici, la possibilità di vivere all’aperto». Questa consapevolezza «va aiutata e supportata anche attraverso una specifica azione di marketing che racconti non più la Calabria ma le molte Calabrie autentiche con storie diffuse».

Nel documento lungo 170 pagine, al punto 4.2 si ritorna a parlare del “cambio di passo” che deve avvenire con una «riqualificazione dell’offerta esistente secondo standard praticati dalle aree turisticamente più evolute; miglioramento delle condizioni di accesso, di valorizzazione degli eventi dei territori (Enti Locali); riadeguamento della dotazione delle infrastrutture e dei servizi complementari; potenziamento degli strumenti finanziari; miglioramento dei servizi di comunicazione e di marketing; – formazione professionale; sostegno alla transizione generazionale; potenziamento delle reti di servizi; – garantire l’offerta di prodotti a prezzi competitivi (Imprese). Nella nuova narrazione punto di partenza è la natura ed il valore del potenziale turistico regionale».

Poi il Piano parla dell’aspetto del marketing e di tutte le azioni da compiere per far capire come la Calabria non sia solo un luogo per le vacanze estive, incentivare il reclutamento di turisti stranieri e la possibilità di utilizzare influencer che portino nella nostra regione nuovi turisti e nuovi turismi. (fc)

L’AUTONOMIA SI DEVE ANCHE SAPER FARE
UN TEMA CHE VA AFFRONTATO SERIAMENTE

di ETTORE JORIO – Oggi si sta discutendo tanto e male sul tema del regionalismo differenziato.

La lotta politica prevale sulla ragione, sulle regole precostituite, sulla coerenza. Le contraddizioni che emergono sono innumerevoli, specie in un centrosinistra che lo ha introdotto in Costituzione e ne ha goduto politicamente con gli esiti del referendum confermativo celebrato il 7 ottobre 2001.

Non solo. Quel centrosinistra che: attraverso la Regione simbolo, l’Emilia-Romagna di Bonaccini e poi anche della Schlein, ebbe a: 1) condividere con pronunce formali del Consiglio regionale (risoluzioni n. 5321, 5600, 6124 e 6129 perfezionate tra l’ottobre 2017 e il febbraio 2018) l’stanza di accedere alla facoltà di incrementare la propria competenza legislativa di cui all’art. 116, comma 3; 2) firmare il 28 febbraio 2018 con il Governo di allora (Gentiloni) l’Accordo preliminare propedeutico al riconoscimento della sua incrementata competenza legislativa in tutte le materie concedibili, fatta eccezione per l’istruzione; votò nelle assemblee legislative di Veneto e Lombardia favorevolmente per l’accesso alla facoltà di legiferare in esclusiva in tutte le materie concorrenti e nelle cinque statali individuate dal vigente art. 116, comma 3; elaborò, nel novembre 2019, durante il governo Conte II, il primo Ddl attuativo del regionalismo differenziato, a firma dell’allora ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, di contenuto quasi identico al Ddl Calderoli.

Pertanto, al di là della corretta interpretazione di cosa possa o meno comportare l’accesso all’autonomia legislativa differenziata, così come prevista nel Ddl Calderoli condizionata com’è all’applicazione del federalismo fiscale e alla migliore disciplina della perequazione ordinaria e infrastrutturale, il dibattito che lo circonda avrebbe bisogno di affrontare più seriamente l’argomento. Magari, partendo da una seria riflessione intorno al tema dell’esercizio legislativo differenziato delle Regioni.

Invero, al riguardo non si comprende – prescindendo da come e da quale Regione poi verrà frequentata ed esercitata – la preoccupazione riguardante l’autonomia legislativa differenziata in quanto tale, senza considerare che nel nostro ordinamento costituzionale essa è presente da settantacinque anni. Un fatto, questo, che rende palesemente irragionevoli tante delle tesi che si sentono in giro. Ciò in quanto essa differenziazione è stata direttamente prevista e direttamente attribuita nel testo primitivo della Costituzione entrato in vigore l’1 gennaio 1948. Più esattamente, nel comma primo dell’originaria lettera dello stesso art. 116 della Carta, era stata prevista una chiarissima diversità istituzionale tra Regioni, sul piano legislativo, perfettamente conforme a quella sancita, a titolo invece di opzione, nel discusso contenuto del suo attuale terzo comma.

Quest’ultimo, quindi, da ritenersi redatto in perfetta sintonia e continuità con quanto (meglio) riscritto nei commi primo e secondo del testo revisionato il 2001, sostanzialmente confermativi della Carta scritta dall’Assemblea costituente eletta nel 1946. Quella Costituzione perfezionata, tra gli altri, sotto la presidenza di Terracini, dai vari De Gasperi, Togliatti, Nenni, Pertini, Moro nonché da grandi costituzionalisti come il Mortati.

Ebbene, sin da tale originaria versione della Costituzione, a cinque Regioni su allora diciannove (Friuli-Venezia-Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) e alle due province autonome di Trento e Bolzano venne consentito quanto oggi nella facoltà delle Regioni a statuto ordinario: di assumere una condizione di particolare autonomia (legislativa), per l’appunto differenziata.

Fatta questa considerazione, delle due una. O i Padri costituenti, ai quali si fa di sovente riferimento ma spesso in modo improprio, erano da considerarsi eversivi e destabilizzanti della Unità della Repubblica e, dunque, pericolosi per aver consentito una resa dei servizi pubblici e delle prestazioni essenziali diseguale e discriminata in favore della Nazione oppure ciò che si dice oggi da parte di taluni ha necessità di essere abbondantemente rivisto.

A questi ultimi un invito. Di riflettere sulla differenziazione applicata, perché vigente da due terzi di un secolo, nel sistema autonomistico regionale attraverso il riconoscimento alle anzidette Regioni delle prerogative derivanti dall’essere a statuto speciale. In quanto tali godenti di “forme e condizioni di autonomia” diverse da quelle delle altre Regioni, sulla base delle quali alle medesime è consentito di legiferare in luogo dello Stato in numerose materie. Di conseguenza, rivedere i propri convincimenti oppure, alternativamente, sostenerli ma con la pretesa di modificare l’art. 116 ai commi primo e secondo e, con essi, cancellare dall’ordinamento le cinque Regioni a statuto speciale.

Da parte mia, ritengo che la mia condivisione tecnica (condizionata ad una chiara disciplina della perequazione) del Ddl Calderoli rintracci le ragioni nel rispetto di quanto previsto dai Costituenti, nella coerenza della mia appartenenza politica di sinistra, nella revisione costituzionale del 2001, nell’Accordo firmato da Bonaccini nel 2018 e nel testo del Ddl Boccia del 2019, salvo ad implementare quest’ultimo con la garanzia preventiva dei Lep e dei costi e fabbisogni standard, così come sancito dalla legge di bilancio 2023 cui fa esplicito riferimento il Ddl Calderoli.

Ciò nella convinzione che il ricorrervi, ovviamente per la Calabria per poche determinate materie tali da generare un ambito legislativo ottimale, costituirebbe l’occasione di: guadagnare risorse rispetto alla spesa storica che l’ha danneggiata; costruire un ceto dirigente che sappia finalmente essere tale; curare di conseguenza i fabbisogni espressi dalla collettività attraverso l’esercizio di poteri e l’assunzione di responsabilità in maggiore aderenza territoriale alle esigenze espresse dalla comunità.

Il sapere come fare è però lo strumento occorrente per riuscire! (ej)

SOTTO GIOCO DEL DECRETO CALABRIA BIS
I CALABRESI SOGNANO LA SANITÀ FUTURA

di GIACINTO NANCI – Il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, nonché commissario al piano di rientro sanitario, chiede e ottiene dal governo la proroga del Decreto Calabria che manterrà i calabresi sotto il giogo del piano di rientro sanitario per altri sei mesi.

Per capire quanto il piano di rientro sanitario e i commissariamenti della sanità calabrese (oltre al commissariamento della sanità regionale la Calabria ha commissariate tutte le 5 Asp e i tre maggiori ospedali regionali) non solo sono inutili ma perfino dannosi per i calabresi, basti dire che esso è stato ideato nel lontano dicembre 2009 e da allora ad oggi per la prima volta nella storia della Calabria le aspettative di vita alla nascita invece di aumentare sono diminuite, ciò vuol dire che un bambino che nasce adesso in Calabria sa che vivrà meno dei suoi genitori. Lo ripetiamo è la prima volta che avviene nella storia della Calabria.

Inoltre dal 2009, anno di inizio del piano di rientro, chi si ammala in Calabria, a parità di patologia, e ancora di più di patologia oncologica, vive di meno che non nel resto dell’Italia. Ancora, dopo 14 anni di piano di rientro la spesa delle cure dei calabresi fuori regione è perfino triplicata, arrivando a circa 300 milioni di euro, spesa che aggrava ulteriormente il disavanzo della spesa sanitaria calabrese, senza contare il disagio di chi deve emigrare per potersi curare. Alla luce di quanto detto ci sembra che se dopo 14 anni di piano di rientro questi sono i risultati, chiedere un ulteriore sua proroga da parte del governatore-commissario Occhiuto ci sembra la peggiore decisione che poteva prendere che è lontanissima dai bisogni dei malati calabresi.

Il piano di rientro è stato imposto alla Calabria nel 2009 perché noi calabresi siamo stati considerarti cattivi amministratori perché spendevamo in sanità più di quanto ricevevamo dalla Conferenza Stato Regioni. Il piano di rientro e i commissariamenti dovevano rimettere i conti in ordine in breve tempo per come si conviene per ogni tipo di commissariamento. Se ciò dopo 14 anni non è avvenuto dovrebbe far sorgere anche nella testa del nostro governatore Occhiuto il dubbio che ci deve essere qualche altro motivo per il disavanzo della spesa sanitaria calabrese. E il motivo c’è, è conosciuto dal Governo e dalla Conferenza Stato-Regioni ed è il fatto che la Calabria è la regione che per la sua sanità riceve meno fondi pro capite rispetto alle altre regioni, specialmente del nord, nonostante che è la regione che ha più malati cronici che non nel resto d’Italia.

Da quasi 30 anni tutti sanno che il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni è ingiusto e condiziona non soltanto le sanità regionali ma l’intera economia delle regioni in quanto la spesa sanitaria corrisponde al 70% del totale della spesa pubblica regionale. E sempre, da quasi 30 anni, tutti sanno che la Calabria insieme alle altre regioni del sud riceve meno fondi per la sua sanità mentre dovrebbe essere il contrario perché il criterio scelto dalla Conferenza Stato-Regioni in applicazione dell’art.1 comma 34 legge 23/12/1996 n. 662 è stata quella del calcolo della popolazione pesata.

Questo criterio che da pochi fondi pro capite per la giovane età (Sud) e molti più fondi per la popolazione anziana (Nord) ha favorito le regioni del nord che hanno avuto e hanno una popolazione più anziana. La Conferenza Stato-Regioni per ripartire i fondi sanitari alle regioni non ha mai tenuto in conto i criteri epidemiologici (cioè la numerosità delle malattie presenti nelle regioni) pur contenuti nella sopra citata legge. L’epidemiologia ci dice che nelle regioni del sud ci sono molti più malati cronici e che quindi è qui che si dovevano concentrare le maggiori risorse.

Prova di ciò è il Dca n. 103 del lontano 30/09/2015 a firma dell’allora Commissario al piano di rientro sanitario calabrese ing. Scura e vidimato per come prevede lo stesso piano di rientro prima dal Ministero dell’Economia e poi da quello della Salute, (della serie tutti sapevano e sanno) nel quale Dca alla pag. 33 dell’allegato n. 1 si legge: «Si sottolineano valori di prevalenza più elevati (almeno il 10%) rispetto al resto del paese per diverse patologie». E siccome il Dca è fornito di dettagliate tabelle è stato facile calcolare che nei circa due milioni di abitanti calabresi c’erano allora (e oggi ancor di più) ben 287.000 malati cronici in più rispetto ad altri due milioni circa di altri italiani. Nonostante ciò la Calabria è la regione che, da quasi 30 anni a questa parte, riceve in assoluto meno fondi pro capite per la sua sanità. Le altre regioni del Sud sono, anche se con meno criticità, nella stessa situazione della Calabria sia per la maggiore presenza di patologie che per il fatto di essere le regioni che ricevono meno fondi per la loro sanità.

Ma ancora più eloquente è ciò che avvenuto nel 2017 quando per bocca dell’allora presidente della Conferenza Stato-Regioni Bonaccini è stata annunciata una “parziale” (per come dichiarato dallo stesso Bonaccini) modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari non più solo sul calcolo della popolazione pesata che, a detta dello stesso Bonaccini “penalizza alcune regioni” (leggi Sud) bensì su quella della “deprivazione” in rispetto sempre della legge 662. Ebbene nel 2017 grazie a questa parziale modifica alle regioni del sud sono arrivati ben 408 milioni di euro in più rispetto al 2016, ovviamente la modifica fatta non è stata ne ampliata ne riproposta negli anni successivi. Se la modifica invece di parziale fosse stata intera e in rispetto della legge 662 la cifra di 408 milioni di euro si sarebbe dovuta moltiplicare per 4 e ogni anno da 30 anni a questa parte.

Per capire quanto il criterio di riparto fino ad ora seguito è “fuorilegge” basta ricordare che il 10/06/2022 la regione Campania tramite il suo governatore De Luca ha fatto un ricorso al Tar proprio perché ritiene ingiusti i metodi di riparto dei fondi sanitari alle regioni. Ma ancora più significativo è il fatto che il governo aveva promesso che sarebbero stati rivisti i metodi di riparto dei fondi e sarebbe stato applicato il criterio della deprivazione (bisogni reali delle popolazioni) e non quello demografico (popolazione pesata), e lo ha fatto ancor prima della pronuncia (ancora non avvenuta) del Tar immaginando che il ricorso è giusto e il Tar lo accetterà sicuramente.

Le regioni del Sud a questo punto devono far sì che nella prossima Conferenza Stato-Regioni sia applicato il criterio epidemiologico, cioè più fondi alle regioni che hanno più abitanti con patologie croniche e non come è stato fino ad adesso: meno fondi alle regioni con più malati. Allora il nostro governatore per difendere i malati calabresi invece di chiedere la proroga del piano di rientro dovrebbe prima di tutto fare anche Lui ricorso al Tar, attivarsi per riunire i governatore delle regioni del sud e i sindaci (che sono i massimi responsabili della sanità pubblica), delle grandi città meridionali per poter poi battere i pugni sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni, che è l’organo che ripartisce i fondi sanitari alle regioni, per imporre che la ripartizione dei fondi sanitari alle regioni sia fatta in base ai reali bisogni dei malati presenti nelle varie regioni. La richiesta della proroga del Decreto Calabria è invece l’esatto contrario dei reali bisogni dei malati calabresi. Di Decreto Calabria e di pluricommissariamento si muore. (gn)

[Giacinto Nanci è medico dell’Associazione Mediass – Medici di Famiglia a Catanzaro]