«IL SUD NON È IN VENDITA»: MOLTI SINDACI
MERIDIONALI CONTESTANO L’AUTONOMIA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Buona la prima, per la prima manifestazione nazionale contro l’autonomia differenziata a Napoli. Sotto il claim di Uniti e Uguali, sindaci del Sud e cittadini hanno sfilato per la città per ribadire che «il Sud non è in vendita», come recita uno dei tanti striscioni della manifestazione.

Una iniziativa che arriva dopo il nuovo via libera da parte del Governo al nuovo DDL Calderoli, il cui obiettivo – si legge nel testo – «non è quello di dividere il Paese, né favorire Regioni che già viaggiano a velocità diversa rispetto alle aree più deboli dell’Italia».

Un obiettivo non condiviso dai cittadini e dai sindaci del Sud – tra cui molti calabresi –, che non hanno esitato a ritrovarsi in Piazza e «festeggiare» il 162esimo anniversario dell’Unità d’Italia con la manifestazione indetta dalla rete dei sindaci Recovery Sud, che hanno consegnato al prefetto di Napoli un documento in cui si chiede il ritiro del ddl Calderoli.

«Un segnale forte che viene dalle città e dai piccoli comuni», ha detto all’Ansa il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.

«Si vuole mandare un segnale al Paese che lo stesso Paese si regge perché rappresentano le comunità, erogano i servizi di prossimità e quindi qualsiasi riforma si fa non può non partire dai Comuni», ha detto ancora, aggiungendo che «noi stiamo dando un grande messaggio di democrazia, ma chiediamo grande attenzione al Governo e al Parlamento che non devono dimenticare i Comuni perché dimenticare i Comuni significa dimenticare i cittadini».

Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci, nel corso dell’assemblea nell’Aula di Santa Maria La Nova, ha ricordato – riporta La Gazzetta del Mezzogiorno – come «la Repubblica deve rimuovere ogni ostacolo di natura sociale, di natura economica», dal quale discende «una responsabilità della politica» ma con l’autonomia differenziata «si va verso un centralismo regionale».

«Non è una questione di destra o di sinistra  – ha detto ancora De Caro – perché io ero contrario quando il governo Gentiloni firmava l’intesa con tre regioni» ed ha stigmatizzato anche la riforma dell’articolo V «ricordando alla nostra parte politica che tutto parte da lì».

«I Comuni in questi anni – ha concludo – hanno dato di più a chi aveva più bisogno, semmai togliendo a chi aveva meno bisogno. E le Regioni non lo l’hanno fatto. Se non lo hanno fatto sino adesso lo vedo difficile per il futuro».

Presenti, diversi sindaci calabresi, tra cui il sindaco di Cosenza, Franz Caruso, il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, il sindaco di Cassano allo Ionio e delegato a traghettare l’Anci Calabria fino al prossimo congresso, Gianni Papasso, il sindaco di Cinquefrondi, Michele Conia, il sindaco di Roseto Capo Spulico, Rosanna Mazzia, il sindaco di Polia, Luca Alessandro.

Il sindaco Fiorita ha ribadito come «questa riforma non serve al Paese e nuoce gravemente al Sud e alla Calabria».

«La legge sull’Autonomia Differenziata – ha proseguito – maschera un progetto arrogante e che vuole solo togliere fondi, energie e risorse ai territori più deboli. Ma c’è un disegno ancora più offensivo, distruggere l’idea di solidarietà che tiene insieme una comunità».

«n provincia di Catanzaro, nei giorni scorsi – ha ricordato – abbiamo chiamato a raccolta 57 sindaci che hanno presentato un documento al prefetto che ha evidenziato come fosse minacciata l’eguaglianza dei diritti, la certezza della scuola, l’uniformità dei servizi sanitari, gli investimenti».

Il sindaco di Cosenza Caruso, al Corriere della Calabria, ha ricordato come «qui rappresentiamo le ragioni dei territori del Mezzogiorno contro un disegno di legge che divide l’Italia in due aumentano la forbice tra Nord e Sud sul piano della sanità, delle infrastrutture, dell’istruzione».

«Oggi è una data simbolica – ha continuato – perché l’unità d’Italia risale al 17 marzo 1861. Noi difendiamo l’unità d’Italia e i nostri territori che sarebbe enormemente penalizzato da un disegno, quello voluto dal ministro Calderoli, che crea 20 “repubblichette”. Noi vogliamo l’unità d’Italia e soprattutto vogliamo che sia sfruttata la risorsa del Sud per far crescere».

Il sindaco Papasso, sempre al Corriere della Calabria, ha detto come «oggi (venerdì ndr) i sindaci vogliono far sentire la loro voce contro un disegno di legge che di fatto avvia l’autonomia differenziata in Italia senza prima adottare tutti quei provvedimenti necessari per livellare le diverse regioni d’Italia applicando i Lep, i livelli essenziali di prestazione».

«Così come è configurato questa autonomia differenziata spacca in due il Paese – ha aggiunto – crea anzi due paesi, uno, il Centro Nord che guarda sempre più all’Europa, e l’altro, il Sud che si avvicinerà sempre più alle sponde dell’Africa».

«Siamo qui per protestare contro questo decreto del Governo che aumenterà ancora di più i divari tra regioni del Nord e del Sud – ha detto il sindaco Polia al Corriere della Calabria – e colpirà la vita dei cittadini, con sempre minori servizi per quelli del Sud. È un nostro dovere oggi manifestare».

«In un paese che conosce ancora enormi divari tra nord e sud, come tra città e aree interne, il progetto di autonomia differenziata del governo non solo rischia di acuire le disuguaglianze, ma di far saltare il basilare principio di solidarietà che tiene unito un Paese.», ha detto in un messaggio il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, sostenendo la manifestazione.

Per il primo cittadino, si tratta di una «riforma sbagliata, che, se non fermata, inciderà in modo negativo sulla vita di tante persone, negando o svuotando diritti fondamentali come quello di essere curati, formati e di trovare un lavoro dignitoso».

«Bologna conosce da vicino – ha ricordato – la realtà di chi si sposta da regioni diverse per essere curato, ma anche per cercare lavoro o per motivi di studio. Siamo una città che accoglie, che mette a disposizione degli altri le proprie eccellenze, ma allo stesso tempo non sarebbe quello che è senza il Sud e le tante energie che arricchiscono da sempre la nostra città. Credo che la solidarietà tra territori sia il tessuto connettivo sulla quale si possono creare scambi virtuosi, ma anche garantire in ogni luogo i diritti fondamentali, nel concreto, offrendo servizi di qualità accessibili a tutti».

«C’è una distonia – ha concluso – forte tra questo governo e le comunità territoriali. In questo dibattito sulle autonomia differenziata c’è un grande assente che sono le città, le istituzioni di prossimità che per prime ed in ogni caso si fanno carico dei bisogni delle persone. Città di grandi e piccole dimensioni, senza le quali non possiamo parlare di unità nazionale. Anche per questo i sindaci sono in prima linea su questa battaglia che è politica e di civiltà».

Quella dei primi cittadini calabresi è una chiara e netta posizione che si contrappone a quella del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, “reo” di aver detto sì all’autonomia in Conferenza Stato-Regioni.

«Sull’autonomia differenziata la mia linea, e dunque quella del governo regionale che guido in Calabria, è chiara: attuare per interno la Costituzione può rappresentare una grande opportunità anche per le Regioni del Sud», ha detto il Governatore, sottolineando come «quando dico attuare per intero quanto prescritto dalla nostra Carta fondamentale, non mi riferisco soltanto all’articolo 116, quello appunto sull’autonomia, ma anche al 117 e al 119, quelli che regolano i diritti sociali e civili – che vanno garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale – e la perequazione».

Una posizione, quella del Governatore, molto criticata ma che, in realtà, nasconde molto di più. Come scritto in un articolo sul nostro giornale lo scorso 12 marzo, a firma di Paolo Bolano, Occhiuto ha «gabbato l’autonomia».

«È riuscito – ha scritto Bolano – a far modificare la legge sull’Autonomia Differenziata. Prima vanno realizzati i Lep (livelli essenziali di prestazione) e dopo si parlerà di autonomia. In soldoni significa che prima bisogna investire per colmare il divario Nord-Sud e poi si vedrà. Bel colpo presidente! E gli 80-100 miliardi che servono per attuare la legge dove si prendono? Chi paga per questo pegno? Il Nord? La vedo dura. Comunque il tema è scottante da qualunque lato lo si prenda. Nei prossimi mesi scenderanno in campo partiti e sindacati e tantissimi lavoratori che chiederanno conto finalmente del divario Nord-Sud».

«In questi anni – scrive ancora Bolano – il Nord ha ricevuto a causa del divario 60 miliardi di più del Mezzogiorno. Allerta amici che leggete questi dati. È l’ora del risveglio. Sproniamo la politica e i partiti che sono  partiti , ma che debbono tornare. Il Sud ha bisogno di una nuova classe politica, di più democrazia. Si sostiene da più parti  che con il PNRR il Mezzogiorno sboccerà. Ce lo auguriamo tutti. Servono però gli attori sul palco che sono mancati in questi anni, i politici, i partiti. Popolo del Sud, salite voi intanto sul palcoscenico. Recitate i bisogni, incalzate la politica e svegliate i governanti che stanno li tranquilli spesso  a riscaldare le sedie negli enti locali, mentre i cittadini soffrono per le tante mancanze». 

«Siamo circa 25 milioni di cittadini nel Mezzogiorno – si legge – che cerchiamo giustizia sociale, dignità umana e uguaglianza. Diciamo basta all’emigrazione, anche giovanile, basta! I nostri paesi sono ormai spopolati, nei nostri borghi vivono ormai vecchi e bambini. Servono risorse, investimenti e uomini capaci di rilanciare il nostro mezzogiorno. Ecco perché vanno finanziati i LEP (livelli essenziali di prestazioni). Vogliamo riprendere il cammino. Vogliamo raggiungere l’Europa, ma al tempo stesso non perdere di vista l’Africa, il nostro futuro. Serve un’operazione verità per il Mezzogiorno».

«Intanto, chiedo ad alta voce e in modo democratico un sussulto dei partiti regionali: cosa hanno fatto le amministrazioni regionali, la Regione Calabria, in cinquant’anni di vita? Dov’è la crescita del territorio e dei cittadini? Si, è vero, c’è: nell’emigrare. È incredibile!  Con L’autonomia le venti regioni diventeranno piccoli staterelli. Anche adesso spendono e “spandono”. Pensate, già oggi  hanno gli uffici di rappresentanza a Bruxelles, buttano i soldi. Sono lì e non riescono trattenere il denaro che non spendono. Le altre nazioni ringraziano». (ams)

QUESTI NOSTRI RAGAZZI FOLLI E GIUDIZIOSI
MERITANO DI PENSARE QUI IL LORO FUTURO

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Caro, presidente Occhiuto, le scrivo perché dopo aver passato anni a ribadire il concetto alvariano secondo cui lo scrittore di San Luca afferma che “i calabresi vanno parlati”, giunto è il momento per i calabresi di parlarsi tra loro.
Io sono calabrese, lei lo è. I nostri figli, le nostre famiglie lo sono. Parliamoci.

Scrivo al governatore della mia amata Calabria, dopo un pomeriggio frastornato e convulso presso il nosocomio di Lamezia Terme, perché ci sono cose per le quali se nessuno fa rapporto, nessun altro potrà mai sapere, tantomeno risolvere. Allora parliamone.

Se esistono strategie legali per aggirare la burocrazia nella sanità, in Calabria, le intercetti, presidente. Attuiamole. 

Per le madri come me, ma soprattutto per i ragazzi come mio figlio e per tutti i medici come quelli che lo hanno preso in carico dopo il triage in pronto soccorso, lo scorso 13 marzo. Antonino frequenta il terzo anno del Liceo scientifico G. Berto di Vibo Valentia, ha 16 anni e un forte senso di appartenenza alla Calabria che spesso misuro il doppio rispetto al mio (mea culpa).
Antonino è caduto bruscamente mentre sciava in Trentino.

È il 12 marzo, e nonostante un ginocchio problematico (presunta lesione del menisco) attende di rientrare in Calabria, il 13, per farsi visitare.

Leggerezza adolescenziale? No, esagerato senso di responsabilità. Verso chi? Verso la nostra Calabria, presidente.  Antonino piuttosto che far gravare sulla nostra regione un ulteriore debito per un altro calabrese che si fa curare fuori, preferisce sopportare il dolore. E solo dopo lo scalo a Lamezia Terme, andare in pronto soccorso.

Non sono folli i nostri ragazzi, presidente? Folli e geniali. 

Antonino mi ha fatto scoppiare il cuore. Come madre mi ha fatta arrabbiare, come calabrese piangere. Ha atteso di toccare la sua terra con tutti i rischi che la sanità qui porta con sé. Non gliene è importato nulla. 

«Piuttosto che un medico calabrese lì», ha detto, «un medico calabrese qui».

I nostri ragazzi danno, presidente. Ed è forza la loro, è coraggio, ostinazione, ma anche senso altissimo dell’onore. Non abbiamo il diritto né di illuderli né di tradirli, ma il dovere morale di consegnargli un presente forte su cui costruire un futuro fortissimo. È questione di giustizia sociale.

Gli ospedali in Calabria raccontano miseria e speranza. Sacrificio ed estenuazione. In essi rimbomba il frastuono del resto del mondo anche quando si parla solo il dialetto. Quando i medici all’estremo, senza forze, si affidano al suono della lingua per tradurre la loro solitudine.

Il personale medico e paramedico, in Calabria, è stremato, è al collasso. È troppo poco, sottodimensionato, non ce la fa a rispondere alle urgenze di una massa che chiede di essere curata tutta insieme, contemporaneamente. I medici cubani tamponano, ma non stagnano l’emorragia, non arginano il problema. Mancano le condizioni, materiali e immateriali, necessarie a che venga fuori l’eccellenza che i nostri medici li contraddistingue.

Non è garantita la dignità di chi cura, né quella di chi viene curato Eppure Alvaro diceva che la dignità è al sommo del pensiero dei calabresi. E lo è, alla radice del pensiero lo è, ma c’è un sistema controverso che la mette sotto scacco. E piuttosto che un paradiso dove si recupera o si allunga la vita, gli ospedali diventano inferni dove la vita scorre alla meno peggio con una buona dose di fortuna per chi riesce a scamparla, e un destino crudele per chi invece muore. 

Presidente, se c’è un metodo legale per aggirare la burocrazia, in sanità, in Calabria, lo metta in atto. Utilizziamolo.
I ragazzi come Antonino potrebbero finire, i medici andare altrove, e le madri come me finire di impazzire.
Jole Santelli morì con l’ostinazione di curarsi in Calabria, molti altri dai nomi sconosciuti hanno fatto e fanno e faranno la stessa cosa… 

In Calabria finiti i medici (volontari), Presidente, finiremo anche noi (involontariamente). E Antonino sarà costretto a riprendere l’aereo verso il Trentino, ma con un biglietto di sola andata.

Se esistono sistemi legali per aggirare la burocrazia, in sanità, in Calabria, li consideri, presidente. Potersi curare dignitosamente è al sommo dei pensieri dei calabresi. Anche di Antonino, che ai medici dell’Ospedale di Lamezia Terme dice grazie, e al presidente Occhiuto chiede di lottare perchè il numero chiuso in medicina venga immediatamente abolito. (gsc)

RISORGE LA SOCIETÀ STRETTO DI MESSINA
È IL PRIMO PASSO CONCRETO PER IL PONTE

di SANTO STRATI – Non è come l’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, ma poco ci manca: la Società Stretto di Messina mandata “al macero” nel 2008 da Prodi e riportata a galla da Salvini è il primo significativo passo verso la realizzazione del Ponte sullo Stretto. È un segnale evidente che, forse, stavolta si fa sul serio ma, al di là delle inevitabili polemiche sui soldi sprecati da una Società ideata nel 1971, nata nel 1981 e rimasta a “galleggiare” per anni dopo la la decisione di cancellarla, non si può fare a meno di pensare a quanto tempo sprecato. Se dieci anni fa ci fosse stata la volontà politica, oggi il Ponte sarebbe una realtà e siciliani e calabresi avrebbero potuto raccontare un’altra storia per quanto riguarda i costi dell’insularità e i collegamenti (reali) dell’Alta Velocità. Ecco perché, pur con le dovute cautele del caso, non si può che essere felici di un provvedimento che esprime coesione tra le forze politiche di governo e rappresenta, come detto prima un punto di partenza.

Intanto perché si potrà cominciare a far piazza pulita del cosiddetto benaltrismo («ci sono altre priorità…») di personaggi che parlano senza cognizione e competenza: è un modo – diciamolo – di riconquistare la scena (irrimediabilmente perduta) e di farsi notare. L’argomento Ponte è sempre stato non solo un punto di attrito, ma soprattutto un elemento di distinzione (tra i pro e i contro) per acchiappare consenso, a seconda di come soffiava il vento. Nei giorni scorsi una seria organizzazione ambientale, FareAmbiente, per bocca del suo presidente ha fatto chiarezza sui dubbi di inquinamento e sui rischi di insostenibilità ambientale: il Mezzogiorno, il Paese, l’Europa, tutti hanno bisogno del Ponte e non si può continuare a pensare (sic) che l’ombra possa disturbare i pesci o i piloni fare strage di uccelli migratori. Il territorio calabrese e siciliano scontano un’arretratezza non solo imbarazzante (per la classe politica degli ultimi 50 anni) ma anche non più sopportabile. E il Ponte rappresenta il volano di una crescita, di uno sviluppo che permetterà, finalmente, di parlare di futuro.

Fino a oggi è mancata, vergognosamente, una visione di futuro e le opere immaginate, progettate e, spesso, mai completate costituivano un contentino per la popolazione e un’opportunità di “visibilità” per il politico di turno. Tutot questo deve finire, i calabresi e i siciliani non sono solo studi, ma sono decisamente incazzati. E il Ponte rappresenta – con buona pace dei quattro gatti che si strappano le vesti in nome dell’«ambiente violato», il “grimaldello” per aprire una cassaforte di proprietà, che in tanti sono riusciti a tenere sigillata, quando si è trattato di investimenti destinati al Sud.

Bisogna dare atto a Matteo Salvini che, una volta tanto, non ha fatto promesse da marinaio. ha detto, anticipato e presentato il suo provvedimento che rilancia l’opera più straordinaria del mondo. Pensate all’attrattiva turistica che potrà costituire, se realizzato:verrebbero da ogni parte del mondo per vederlo, per riempirsi gli. occhi dei colori dello Stretto, ammirare di persona i meravigliosi Bronzi di Riace al Museo di Reggio, scoprire gli incanti di Calabria e Sicilia sotto ogni punto di vista. artistico, culturale, paesaggistico e, non da ultimo, eno-gastronomico. Il Ponte, oltretutto, è anche opportunità di lavoro e occupazione per tutta la durata dei lavori (dai muratori ai progettisti, dai tecnici agli ingegneri, dai ristoratori e albergatori a professionisti specializzati. SI prevede, a spanne che serviranno 25mila addetti nel suo complesso: immaginate cosa significa in termini di indotto per il territorio. E C’è un prima, un durante e un dopo.

Secondo il Presidente Occhiuto, che aveva incontrato col Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, il ministro delle Infrastrutture Salvini prima della presentazione del decreto sulla Società Stretto di Messina, «Il Ponte sarà una grande occasione per il Sud del Paese e un grande attrattore di investimenti infrastrutturali, ma occorrerà parallelamente lavorare per sviluppare al meglio le opere complementari indispensabili per raggiungerlo agevolmente». E l’occasione del decreto ha offerto l’opportunità di evidenziare al ministro «l’urgenza di realizzare una variante di circa 26 km dell’autostrada A2, nel tratto tra Cosenza e Altilia. L’Anas – ha detto Occhiuto – ha già avviato uno studio preliminare, che prevede lotti funzionali per l’avanzamento dell’opera.
Servono dunque stanziamenti da parte del governo nazionale per iniziare i lavori. In tutto occorrono 2,6 miliardi di euro: 400 sono già nelle disponibilità di Anas, sarebbero dunque necessari altri 2,2 miliardi – da reperire nell’Accordo di programma con Anas – per poter procedere alla realizzazione dell’opera.
«Con il ministro Salvini – ha detto ancora Occhiuto – ho parlato anche della Strada Statale 106. Nella scorsa legge di bilancio l’esecutivo ha stanziato 3 miliardi di euro, per la tratta da Sibari a Catanzaro Lido. Occorre adesso avere dei nuovi finanziamenti per il completamento della parte Nord della Ss Jonica e per proseguire a Sud, fino a Reggio Calabria. Ho chiesto, inoltre, al ministro di velocizzare l’impiego delle risorse per alcuni tratti della SS106, per i quali c’è già la progettazione definitiva. Il ministro mi ha assicurato che entro il 31 marzo Anas bandirà il segmento della Strada Statale 106 tra Cutro e Catanzaro».

Ecco cosa significa il decreto varato ieri: si rimette in moto non solo il “sogno” del Ponte ma ripartono le opere infrastrutturali che serviranno a dare massima funzionalità all’opera. E Salvini, giustamente, ha rivendicato il suo impegno. Secondo il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il decreto «consente l’immediato riavvio del percorso di progettazione e realizzazione dell’opera». La “riesumazione” della Società Stretto di Messina lascia immaginare che si ripartirà dal progetto del 2011 che però deve essere adeguato adeguato alle nuove norme tecniche, di sicurezza e ambientali. E il nuovo iter autorizzativo – spiegano al Ministero – dovrà bollinare il ponte strallato più lungo del mondo (3,2 km) «che rappresenterà il fiore all’occhietto dell’arte ingegneristica italiana».

Salvini non ha nascosto l’entusiasmo unito all’orgoglio di avere portato al Consiglio dei Ministri (che l’ha approvato) il decreto di realizzazione del Ponte: «Una giornata storica – ha detto il vicepremier leghista – non solo per la Sicilia e la Calabria ma per tutta l’Italia: dopo 50 anni di chiacchiere questo consiglio dei ministri approva il ponte che unisce la Sicilia al resto d’Italia e all’Europa». Grazie all’opera – ha sottolineato verrà dato «lavoro vero per decine di migliaia di persone per tanti anni». Un’opera «fortemente green» e “sicura”, che verrà certificata dai più qualificati ingegneri delle  migliori università italiane e straniere: L’Italia vanta una competenza ingegneristica che il mondo ci invidia: il Ponte sarà la conferma di una capacità di costruzione che fa scuola a livello internazionale.

Certo, non entusiasmiamoci per un “semplice” decreto: l’approvazione del progetto esecutivo richiede tempo (8si parla di luglio 2024 per far partire i lavori), ma ribadiamo è un importante segnale che sta cambiando l’aria. Il decreto revoca. lo stato di liquidazione della Società Stretto di Messina e la rimette in pista consentendo, soprattutto, di chiudere il pesante contenzione con l’ex Impregilo (oggi Webuild) e la Parson per  le penali scaturite dall’annullamento della realizzazione dell’opera. Il nuovo Consiglio di Amministrazione sarà composto da cinque membri, di cui due designati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) d’intesa con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (MIT), a cui spetterà rispettivamente la carica di presidente e di amministratore delegato, un membro designato dalla Regione Calabria, un membro designato dalla Regione Sicilia e un membro designato da Rfi Spa e Anas Spa. Il Collegio sindacale è composto da cinque membri, di cui tre membri effettivi e due supplenti. Un CDA così composto, con la solida partecipazione di Mef e Mit, è la conferma che il Governo attribuisce una importanza strategica all’opera: il nuovo Consiglio della Stretto di Messina avrà un bel daffare per riprendere da dove si era tutto fermato. Sia chiaro: non è una tiepida speranza, potrebbe davvero essere una magnifica (e monumentale) realtà. (s)

SE L’IMPRESA È DONNA: IN CALABRIA 1 SU 4
CON DISPARITÀ SUL FRONTE FORMAZIONE

In Calabria, nel 2022, un’impresa su quattro è gestita da una donna. Un dato non indifferente, considerando che, quest’anno, sono 44.379 imprese registrate guidate da donne. È quanto è emerso dai dati dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese, realizzato in occasione della Festa della Donna. Di queste imprese, poi, il 13,1%, pari a 5.802 unità sono artigiane, il 17,8% del totale artigianato.

Secondo l’Osservatorio Mpi di Confartigianato Imprese, le lavoratrici indipendenti calabresi – imprenditrici, libere professioniste, lavoratrici autonome, etc. – nel 2022 (media ultimi quattro trimestri IV trimestre 2021-III trimestre 2022) sono 35 mila pari al 19% delle occupate, al 28% dei lavoratori indipendenti e al 7% del numero complessivo di occupati. Rispetto al 2019, anno pre crisi Covid-19, ne contiamo 2 mila in meno (-4,1%), dinamica peggiore rispetto a quella rilevata per il totale dell’occupazione femminile (-0,8%).

A livello territoriale si osserva un maggior peso delle imprese gestite da donne sul totale imprese in provincia di Reggio Calabria (24%). Mentre, per l’artigianato, l’incidenza delle imprese femminili sul totale artigianato è più elevata a Catanzaro (18,7%), territorio in cui l’artigianato gestito da donne rappresenta anche quote maggiori dell’imprenditoria femminile (14,5%). Nello specifico, in Calabria delle 5mila imprese femminili artigiane quelle gestite da giovani donne con meno di 35 anni sono 952, pari al 16,4% dell’artigianato femminile e al 16,6% del totale imprese femminili gestite da giovani donne; mentre quelle gestite da donne straniere sono 480, pari all’8,3% dell’artigianato femminile e al 12,3% del totale imprese ‘capitanate’ da imprenditrici di nazionalità non italiana.

Il numero di imprese gestite da imprenditrici registra a fine 2022 una dinamica tendenziale del -0,9% rispetto all’anno precedente, con 412 imprese in meno; e pari al +0,6% rispetto all’anno pre-crisi Covid (2019), con 256 unità in più. Per le sole realtà artigiane guidate da donne si osserva una variazione tendenziale pari al -0,4% rispetto al 2021 e anche all’anno 2019, in entrambi i casi sono 26 le unità perse.

«Dall’esame si osservano disparità di genere per lo più a favore delle donne sul fronte istruzione-formazione (persone con almeno un diploma, laureati, passaggio all’università, uscita precoce dal sistema istruzione/formazione) ma a sfavore delle donne sul fronte lavoro (mancata partecipazione al lavoro, stabilità contrattuale, bassa paga, occupati sovra istruiti, soddisfazione per il lavoro svolto)», spiegato la vice presidente regionale di Confartigianato Calabria, Liberata Soriano.

«Per quel che riguarda l’ambito formazione-istruzione – ha continuato – le donne, che su 7 indicatori ne hanno 4 in cui presentano risultati migliori degli uomini, sono ‘deboli’ e presentano quote inferiori a quelle maschili relativamente alle competenze digitali elevate (12,3% < 21,2%) e alla formazione Stem la cui quota di donne con titolo si attesta all’1,49%, inferiore, seppur di poco, a quella registrata dai colleghi uomini per cui è pari all’1,68%».

«Evidenza, quest’ultima, da non sottovalutare – ha concluso – e su cui è necessario volgere l’attenzione con lo scopo di migliorare i risultati oltre a recuperare il gap, partendo da un adeguato orientamento delle giovani leve, poiché è proprio su digitale e tecnologie che si giocano le più accattivanti sfide del prossimo futuro».

I dati raccolti da Confartigianato confermano, dunque, che l’impresa è donna, in Calabria. Sono tantissime, infatti, le storie di successo di imprenditrici che hanno dato lustro alla nostra regione grazie alla loro intuizione e alla voglia di mettersi in gioco.

E dell’importanza di sostenere l’impresa al femminile ne è ben consapevole la Regione Calabria, e il suo assessore al ramo, Rosario Varì. È stato pubblicato, l’anno scorso, un avviso da sei milioni con cui ha sostenuto 23 progetti di imprenditoria femminile.

Si è trattato, dunque, di un bando «che ha posto l’accento su innovazione e sostenibilità, quali leve fondamentali di crescita economica, al quale le donne calabresi hanno risposto con particolare interesse, proponendo idee e progetti», ha spiegato Varì, sottolineando come si tratti «di iniziative che spaziano per settori di attività ed ambiti di intervento, la cui realizzazione, attraverso il finanziamento previsto, potrà rappresentare un contributo alla ripresa in questo particolare e delicato periodo. Il supporto all’imprenditoria femminile, attuato attraverso il Bando, di cui oggi pubblichiamo gli esiti, offre alle donne calabresi l’opportunità di esprimere le proprie capacità anche nell’ambito dell’economia e dello sviluppo».

Secondo Varì, infatti, «non possiamo più permetterci di fare a meno del contributo attivo delle donne per la crescita economica e culturale della Calabria». (rrm)

PNRR: ALLA CALABRIA MANCANO I TECNICI
PER LA SVIMEZ IL DIVARIO CRESCE ANCORA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Mancano i tecnici per produrre i progetti per il Pnrr nelle regioni del Sud. E difficoltose sono, per la maggior parte dei Comuni del Mezzogiorno, le procedure per partecipare ai bandi del Pnrr. Secondo lo studio della Svimez, redatto da Serenella Caravella, Carmelo Petraglia e Gaetano Vecchione e dal titolo I Comuni alla prova del Pnrr, il 62% dei Comuni del Sud ha giudicato complessa la partecipazione ai preziosi bandi che potrebbero ribaltare la situazione del Mezzogiorno.

Mentre il il 57% dei Comuni del Nord secondo Svimez) giudica la partecipazione ai bandi «facile», dall’altra c’è un Sud in difficoltà, che rischia di vedere sfumata un’opportunità unica nel suo genere. Questo perché «dal “protagonismo” – rileva la Svimez – che si è scelto di restituire ai Comuni seguono carichi amministrativi e sforzi aggiuntivi di spesa che rischiano di risultare insostenibili per amministrazioni locali depauperate negli anni, soprattutto al Sud, di risorse umane e finanziarie, e con dipendenti sempre più anziani a causa dei reiterati blocchi del turn over».

Eppure, in quasi otto casi su dieci, i Comuni del Mezzogiorno (mentre sei su dieci nel Centro-Nord), il Pnrr è considerato un’occasione decisiva per la riduzione dei divari territoriali. Nonostante ciò, dallo studio condotto è emerso come «nonostante i Comuni siano stati intervistati al termine della fase “ascendente” del Pnrr, ben il 30% dei Comuni del Centro-Nord manifesta una conoscenza solo parziale dei bandi; una percentuale che sale al 40% tra i Comuni del Mezzogiorno».

«Per quanto riguarda i canali di accesso alle informazioni sul Pnrr – si legge – il 58% dei Comuni del Mezzogiorno ha dichiarato di essere venuto a conoscenza dei bandi tramite comunicazioni istituzionali del Governo, contro il 62% dei Comuni del Centro-Nord. Anche gli “altri” canali di comunicazione – enti istituzionali come l’Anci, i Ministeri e altri Comuni – sono stati utilizzati da una quota inferiore di Comuni nel Mezzogiorno (20% contro il 28% del Centro-Nord). Inoltre, solo il 37% del Comuni del Mezzogiorno ha giudicato agevole o molto agevole la partecipazione ai bandi del Pnrr, contro il 43% dei Comuni del Centro-Nord (Fig. 1). Infine, in entrambe le ripartizioni territoriali, oltre il 40% dei Comuni ha avuto necessità di ricorrere a consulenze esterne per la partecipazione ai bandi».

Nonostante il tasso di risposta ai bandi sia buono, viene evidenziato come sia minore il tasso di aggiudicazione dei piccoli Comuni del Sud: a livello nazionale, il 98% dei Comuni intervistati ha partecipato almeno a un bando e, di questi, l’85% ne ha vinto uno. I Comuni che hanno partecipato indicano comunque diverse criticità della modalità competitiva di accesso ai finanziamenti, in particolare le difficoltà legate alla carenza di personale tecnico specializzato (soprattutto tra i piccoli Comuni). Al Nord come al Sud, la partecipazione media ai bandi del Pnrr aumenta con l’ampiezza demografica dei Comuni.

«Nel Mezzogiorno – si legge – risulta una partecipazione mediamente più alta rispetto alle altre aree del Paese tra i Comuni appartenenti alle tre classi demografiche al di sotto dei 30.000 abitanti, ma un tasso di aggiudicazione mediamente più contenuto. L’esito opposto si registra per i Comuni di maggiore dimensione: al Sud la partecipazione è minore e il tasso di aggiudicazione più alto».

Un dato interessante, per la Svimez, è come i bandi del Pnrr abbiano incentivato la collaborazione tra Comuni meridionali: il 43% di questi, infatti, ha dichiarato di aver stretto collaborazioni con altri Comuni limitrofi, mentre il 50% ha preferito non avviare partenariati, contro il 66% di quelli centro-settentrionali.

Ci sono, tuttavia, «profondi divari territoriali che dividono il Mezzogiorno dal resto del Paese nei tempi di realizzazione delle opere pubbliche». Le nuove stime Svimez, infatti, rilevano come i Comuni del Mezzogiorno impiegano quasi tre anni per completare un’infrastruttura sociale, circa un anno e mezzo in più dei Comuni del Nord-Ovest.

«Per completare la fase di pre-affidamento – viene spiegato – i Comuni del Sud impiegano mediamente oltre undici mesi, contro i sette del Centro, i sei e mezzo del Nord-Est e i quattro e mezzo del Nord-Ovest. I Comuni meridionali sono meno celeri anche nell’affidamento dei lavori: oltre due mesi in più rispetto a Centro e Nord-Est, più di quattro in più rispetto al Nord-Ovest. Nel Mezzogiorno, i cantieri di un’infrastruttura sociale restano aperti per circa nove mesi, tanto dura in media la fase di esecuzione; i tempi si accorciano a otto, sei e cinque mesi rispettivamente nel caso dei Comuni del Centro Italia, del Nord-Est e del Nord-Ovest. Le differenze territoriali sono invece meno accentuate nella fase di conclusione dei lavori. I tempi complessivi di realizzazione nel Mezzogiorno sono in media superiori di nove mesi rispetto alla media dei Comuni italiani e di circa un anno e mezzo rispetto ai più efficienti comuni del Nord-Ovest».

«Un’ulteriore indicazione – si legge nello studio –, utile a mettere in evidenza le criticità da risolvere per rispettare le stringenti tempistiche del Pnrr, viene dal confronto tra i tempi di esecuzione e conclusione dei lavori previsti nella fase di affidamento e quelli effettivamente impiegati per la realizzazione e consegna delle opere».

«Il mancato rispetto dei tempi può riflettere diversi fattori: le modalità previste per gli affidamenti dalle stazioni appaltanti, la qualità generale delle amministrazioni coinvolte nei procedimenti burocratici e autorizzativi, le caratteristiche delle imprese aggiudicatarie. Al di là delle possibili determinanti, la capacità di rispettare i cronoprogrammi dei Comuni nel Mezzogiorno è molto più deludente che nel resto del Paese. Cumulando i ritardi delle due fasi, i tempi medi di “sforamento” per il completamento delle opere raggiungono gli otto mesi (251 giorni), a fronte dei quattro della media nazionale (122 giorni)».

Nei Comuni meridionali, infatti, sono stati rilevati ritardi «nelle prime fasi di pre-affidamento e affidamento dei lavori interessino soprattutto le opere di minore dimensione (fino a un milione di euro), che rappresentano la quasi totalità delle opere finanziate. Il ritardo dei Comuni del Mezzogiorno è particolarmente marcato se confrontato con le tempistiche delle più efficienti amministrazioni locali del Nord-Ovest».

Con riferimento alle classi d’importo “150mila – 1 milione di euro”, i ritardi relativi registrati dai Comuni del Mezzogiorno rispetto alla media nazionale sono sensibilmente elevati per la fase di pre-affidamento e affidamento, dove complessivamente si impiegano circa 29 contro circa 24 mesi medi nazionali; rispetto al Nord-Ovest il ritardo del Sud arriva a oltre un anno. Solo marginalmente i ritardi investono invece la fase di esecuzione.

La Svimez, poi, ha ricordato come «il recente decreto Pnrr del febbraio 2023, oltre che innovare radicalmente la governance del Piano, ha introdotto diverse azioni di semplificazione delle procedure per accelerare i tempi di attuazione e conclusione degli interventi».

«In materia di risorse umane – si legge – il provvedimento è intervenuto opportunamente per favorire la stabilizzazione dei tecnici assunti a tempo determinato nelle amministrazioni centrali e locali per l’attuazione del Pnrr e delle politiche di coesione. Resta ancora in buona parte inevasa la questione del rafforzamento degli organici, soprattutto per gli enti territoriali, per i quali le misure si sono limitate, per ora, a consentire nuovi inserimenti di dirigenti. Quest’ultimo aspetto è dirimente se si tiene conto del fatto che tra il 2008 e il 2019 il rapporto tra personale dei Comuni delle Regioni a statuto ordinario e popolazione si è ridotto del 20,9% nel Centro-Nord e addirittura del 33,5% nel Mezzogiorno».

«Una tendenza analoga – continua lo studio – è osservabile anche nella dinamica della spesa pro capite per il personale dei Comuni, che si è contratta del 16,6% nel Centro-Nord (passando da 302 a 248 euro) e del 26,8% nel Mezzogiorno (con una riduzione da 291 a 217 euro). La riduzione del personale con il conseguente mancato ricambio ha, di fatto, bloccato i processi di rigenerazione delle risorse umane, e di aggiornamento e acquisizione di nuove competenze».

La percentuale di personale under 40 dei Comuni è passata dal 22,5 al 10,2% nel Centro-Nord e dall’8,2 al 4,8% nel Mezzogiorno. Altrettanto critica è la struttura per titolo di studio del personale degli enti comunali: nel 2019, solo il 21,2% del personale del Mezzogiorno era in possesso del titolo di laurea, contro il 28,9 del Centro-Nord. I dati relativi al 2020 mostrano un divario Nord-Sud in termini di dotazione di personale in servizio in relazione alla popolazione di riferimento. I Comuni delle regioni a statuto ordinario del Mezzogiorno presentano un indicatore di dipendenti per 1.000 abitanti pari a 4,5 contro valori di 6,3 e 5,6 rispettivamente del Centro e del Nord.

Il divario è presente anche con riferimento alla dotazione di dirigenti: 5 per ogni 100.000 abitanti nei Comuni delle regioni a statuto ordinario del Mezzogiorno, contro i 6 del Nord e i 6,7 del Centro.

«Questi interventi, tuttavia – conclude lo studio – andrebbero rafforzati con previsioni normative che consentano agli enti locali un ulteriore rafforzamento degli organici e delle competenze tecniche interne dei quadri intermedi. Da questo punto di vista, appare prioritaria la pronta attivazione dei programmi di assunzioni e di rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali previsti dal programma nazionale “Capacità per la coesione” 2021-27 dell’Agenzia per la coesione territoriale». (ams)

PONTE, AMBIENTALISTI CONTROCORRENTE
IL PARERE FAVOREVOLE DI FAREAMBIENTE

di ROBERTO DI MARIA – Vincenzo Pepe, presidente di FareAmbiente ha di recente ribaltato tutti i luoghi comuni dell’ambientalismo “mainstream” a proposito del Ponte sullo Stretto. Nelle sue dichiarazioni, un aperto riconoscimento della sostenibilità ambientale del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.

Pepe arriva a queste conclusioni superando il muro di preconcetti di molti suoi “colleghi” ambientalisti militanti, e prendendo atto dei risultati di studi scientifici e analisi molto approfondite. In particolare, uno studio (“Stretto di Messina e rispetto della transizione ecologica”) pubblicato dal Distretto Rotary 2110, Sicilia e Malta, redatto dagli ingegneri Mollica e Musca, nel quale sono evidenziati i benefici che la realizzazione del Ponte comporterebbe per l’ambiente.

È proprio da questo studio che scaturisce l’enorme riduzione di emissioni di CO2 che si registrerebbe dopo la realizzazione del Ponte. Un ridotto utilizzo del traghettamento da parte del gommato comporterebbe circa 140.000 ton. di CO2 e diverse centinaia di tonnellate di altri inquinanti (ossidi di azoto, di zolfo, particolato, etc.) in meno sullo Stretto.

Una riduzione del 90-95% rispetto alla situazione attuale. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti che dovrebbero indurre gli ambientalisti a chiedere loro la costruzione del Ponte. Il progressivo trasferimento del trasporto merci da gomma a ferro è un obiettivo che l’Ue persegue da molti anni: entro il 2030 la quota su rotaia deve essere pari almeno al 30%.

Oggi, in Italia siamo al 13%, ma in Sicilia va peggio: percentuali da prefisso telefonico e treni merci sono praticamente scomparsi dall’isola. Il perché è presto detto: che senso ha trasferire le merci da un camion a un treno che non si sa quando parte e, tantomeno, quando arriverà a destinazione?

Tanto vale farle restare su gomma e scegliere due possibilità: la rete stradale ed il traghettamento a Messina o, più facilmente, il traghettamento Ro-Ro verso il continente, senza cambiare modalità. A dispetto del fatto che entrambe le soluzioni sono molto più impattanti sull’ambiente rispetto al trasporto su rotaia, che può essere rilanciato, in Sicilia, solo realizzando il collegamento stabile con il continente. I treni merci viaggerebbero senza “rottura di carico”, divenendo competitivi con le altre modalità di trasporto, permettendo un facile conseguimento degli obiettivi stabiliti dalla Ue ed evitando le pesanti sanzioni che si prevedono in caso di inadempienza. FareAmbiente lo ha capito.

Sono riflessioni banali ed è difficile credere che siano sfuggite perfino agli ambientalisti più appassionati, ma anti-Ponte sempre e comunque. I quali, peraltro, nelle loro tesi si spingono ad altre valutazioni, che con l’ambiente fanno semplicemente a pugni.
Consideriamo gli effetti che avrebbe il Ponte sulla mobilità delle persone.

Sappiamo che il Ponte comporterebbe l’arrivo dell’Alta Velocità in Sicilia, servendo altri 5 milioni di italiani e metterebbe il treno in condizione di competere con l’aereo, diventandone una validissima alternativa, consentendo di coprire il tragitto Catania-Roma in meno di quattro ore, da centro a centro. Con l’aereo, già oggi, ce ne vogliono quasi cinque, considerando i tempi necessari agli spostamenti centro-aerostazione, controlli, etc.

Meraviglia che i paladini della sostenibilità ambientale senza se e senza, nell’analisi costi-benefici, diano più peso agli aspetti economici che all’enorme riduzione dell’emissione di sostanze pericolose. Il trasporto aereo incide profondamente sul riscaldamento globale ed è per questa ragione che il trasferimento al treno di una quota consistente dei viaggiatori sulle medie distanze rappresenta uno degli obiettivi prioritari dell’Ue. Alcuni Paesi membri – in particolare in Francia – vietano tratte aeree fra città già collegate in Av ferroviaria.

Ma le considerazioni sull’impatto reale del Ponte sull’ambiente, non finiscono qui. Basta allargare lo sguardo al di là dei confini nazionali per rendersi conto che l’isola viene inserita in uno dei corridoio “Core” della rete Ten-T europea dei trasporti. La Sicilia, infatti, si trova al centro del Mediterraneo, un mare che dopo il raddoppio del canale di Suez viene solcato da un quarto del traffico containers dell’intero globo.

Una quantità enorme di merci, in maggioranza diretta dalla Cina all’Europa. Com’è noto, una parte consistente di queste merci sfiora le coste siciliane, attraversa lo Stretto di Gibilterra e viene sbarcata nei porti del Mare del Nord (Rotterdam-Amburgo-Anversa). Se soltanto un’aliquota significativa arrivasse in Europa attraverso un porto mediterraneo, i percorsi di queste navi si accorcerebbero di 5-6.000 km, con una riduzione nelle emissioni in ambiente molto rilevante.

Va rammentato, per la precisione, che il percorso via ferrovia da questi porti verso ipotetiche destinazioni nel centro dell’Europa sarebbe paragonabile, se non inferiore, a quello da intraprendere a partire dai porti del Northern range. La Sicilia, con la sua posizione geografica, è una candidata ideale anche per le sue enormi potenzialità portuali, attualmente inespresse. Il piano regolatore portuale di Augusta prevede – grazie a fondali profondi 22 metri -, quasi 10 km di banchine accessibili alle più grandi navi esistenti. Il doppio di Gioia Tauro, attualmente lo scalo più grande in territorio italiano.

In tal senso, sia Genova che Trieste sono fortemente penalizzate e i disperati e costosissimi interventi necessari per renderle appena più competitive non porteranno risultati concreti: è vero che la contestatissima nuova diga foranea di Genova – che secondo autorevoli esperti finirà per costare oltre 1,5 mld di euro – renderebbe la città ligure in grado di accogliere grandi portacontainers (cosa oggi impossibile), ma offrirebbe meno di un quinto dei banchinamenti che potrebbero essere presto disponibili ad Augusta a costi di gran lunga inferiori. Il PNRR italiano ha puntato tutto sui due porti del nord Italia ma i risultati saranno risibili. Nel silenzio assordante degli ambientalisti di casa nostra.

Per quali ragioni i nobili movimenti ambientalisti – FareAmbiente a parte – non hanno preso atto delle evidenze sopra accennate? Convenienze politiche, inerzia, abitudine o forse la comodità di avere un simbolo contro cui combattere, la cui imponenza fa presa sull’immaginario collettivo, risvegliando ancestrali quanto ingiustificati timori?
Inoltre, è comodo confondere l’impatto estetico, certamente importante, con quello ambientale ma è anche vero che il Golden Gate, il Rion Antirion e il viadotto di Millau sono tra le opere più fotografate al mondo. Manca l’onestà intellettuale, come ha dimostrato FareAmbiente. (rdm)

COSÌ OCCHIUTO HA GABBATO L’AUTONOMIA
SENZA I LEP NON POTRÀ MAI ESSERE VOTATA

di PAOLO BOLANO – Ho seguito un dibattito alla regione Calabria sull’Autonomia Differenziata. I consiglieri del centro-sinistra contro quelli del centro-destra: è una legge liberticida, denunciano i consiglieri e se passerà, dividerà  ancora di più l’Italia. Poi la stessa sinistra ha fatto atto di pentimento per aver approvato qualche anno fa la riforma del titolo quinto, mamma di tutti i mali odierni. Infine, la sinistra ha contestato al Presidente del Consiglio Occhiuto il voto a favore dell’autonomia, nell’incontro governo-regioni.

Intervenendo, il presidente Occhiuto, con furbizia politica, e grande capacità ha ribaltato la critica sostenendo che il suo compito è quello di fare gli interessi dei cittadini della regione e non dei partiti, compreso il suo. Quindi, continua a spiegare che in questa partita ha fatto gol. È riuscito a far modificare la legge sull’Autonomia Differenziata. Prima vanno realizzati i LEP (livelli essenziali di prestazione) e dopo si parlerà di autonomia. In soldoni significa che prima bisogna investire per colmare il divario Nord-Sud e poi si vedrà. Bel colpo presidente! E gli 80-100 miliardi che servono per attuare la legge dove si prendono? Chi paga per questo pegno? Il Nord? La vedo dura. Comunque il tema è scottante da qualunque lato lo si prenda. Nei prossimi mesi scenderanno in campo partiti e sindacati e tantissimi lavoratori che chiederanno conto finalmente del divario Nord-Sud.

Io vorrei entrare in questo ragionamento partendo dall’origine del divario. Dobbiamo chiarirci e poi continuare la partita col Nord, partita difficilissima. Ho letto molte chiacchiere su questo tema, non servono a nulla. Non serviranno a fare capire da dove veniamo e perchè siamo ancora qui, in mezzo al guado.

Secoli fa, l’unica ricchezza seria veniva dalla terra, il 90 per cento. Poi, le cose si modificarono leggermente. La rivoluzione francese e quella industriale inglese, due spinte rivoluzionarie, trasformarono la società in liberale-capitalistica. Il Regno di Sardegna col Piemonte di Cavour cominciava a confrontarsi con le maggiori potenze europee e faceva scelte giuste per lo sviluppo del territorio. Realizzarono una banca per dare crediti alle nascenti industrie, riformarono il codice sul modello francese, hanno ridotto i dazi, investito sulle infrastrutture come il canale Cavour, di Novara e Vercelli, ampliarono la rete ferroviaria, aprirono la galleria del Moncenisio che avvicinava l’Italia a Parigi. Per fare questo Cavour fece moltissimi debiti. Ergo. Serviva uno Stato più grande per spalmarli. Detto fatto. Mazzini, Crispi, Rosolino Pilo e lo stesso Cavour chiamarono Garibaldi, l’eroe dei due mondi. Il colonnello sbarca al Sud e per convincere i contadini che è giusto quello che hanno deciso in alto, gli promette la riforma agraria alle plebi contadine. Le terre demaniali divise tra i contadini poveri. A Bronte, poi, vediamo che le cose non andarono proprio cosi. Il comune recupera le terre demaniali e invece di darle ai contadini li consegna ai baroni. Ci fu una grande protesta domata, come sempre, al Sud, con le armi.  Insomma, la riforma agraria fu impedita dai baroni e proprietari terrieri. È chiaro che i baroni per salvare le loro terre allora cambiarono anche casacca.

Poi, con l’Unità d’Italia le plebi contadini speravano nel miracolo. Non fu cosi. Come esempio voglio ricordare Mongiana, in Calabria. Prima dell’Unità d’Italia c’era una fabbrica siderurgica con 2500 operai, si producevano armi. Con l’Unità è stata trasferita a Terni. Proteste, saccheggi, incendi non hanno fermato il trasferimento. Molti operai disperati presero la via della montagna, ingrossando le file dei briganti, altri emigrarono all’estero. Di li a poco il brigantaggio si fece sentire.

Le baionette dei piemontesi sistemarono tutto, portarono , sostengono loro, la civiltà nel Mezzogiorno. Poverini!  Vanno perdonati, non conoscono la storia. Non sanno che nella Magna Grecia, in questo territorio che loro hanno odiato e ancora odiano è nata la cultura: la filosofia, la medicina, la scultura la pittura il teatro e il bello che valicando i monti dei queste regioni ha raggiunto il mondo intero allora conosciuto.

Poveri mascalzoncelli, polentoni da due soldi. Hanno impiegato un esercito intero per uccidere contadini poveri che volevano uscire dal sottosviluppo, volevano pane e lavoro. Invece hanno ricevuto da questi piemontesi soltanto lutti e dolore.

Il Sud comunque  esce sconfitto, ma  i contadini-operai avevano mille  ragioni per reagire ai soprusi e alle angherie. Vogliamo qui ricordare che in più di cento anni hanno lasciato il Mezzogiorno più di 20 milioni di cittadini, un milione sono  calabresi.

Però si è cominciato a parlare di “questione meridionale”. Il  primo a parlarne, dopo l’Unità, è stato il deputato radicale Billia.

In seguito, di questi ritardi rispetto al nord parlò Benedetto Croce. Li faceva risalire  al Medio Evo. A causa di un clero avido e ignorante che aveva partorito un sanfedismo delle vandee rimaste isolate dall’autentica evangelizzazione cristiana, degradata poi dalle feste e credenze pagane. Il carattere elitario della cultura umanistica e l’arbitrio baronale fecero il resto. Inchiodarono al palo il Mezzogiorno d’Italia per altri secoli. Anche il grande meridionalista Giustino Fortunato intervenne più volte in Parlamento contro i polentoni che trascurarono sempre il Mezzogiorno. Anche oggi è cosi. Anzi, oggi che si sciacquano sul Po senza acqua sono diventati più cattivi. Vogliono l’Autonomia Differenziata per mantenere le distanze col Sud.

Chi più ha, più prende, poverini sono abituati cosi. Ci dispiace però che la politica calabrese e meridionale non intervenga per fermare l’emigrazione, l’oro del Sud che da più di un secolo tramutano in ricchezza per tutto il Nord. Siamo un Sud “palla al piede”, come dicono loro? Facciamogli leggere attentamente la storia. Il Sud ha subito quella maledetta storia di baroni e latifondi che lo hanno sempre danneggiato. Al Sud vive gente laboriosa, la  responsabilità è di chi ha sempre sgovernato il Mezzogiorno, sin dall’Unità d’Italia.

“Ma che colpa abbiamo” noi recita la canzone. E intanto il divario aumenta. Ripetiamo. Vogliono l’Autonomia? Noi chiediamo il finanziamento immediato dei LEP. Solo cosi possiamo risolvere definitivamente il divario Nord-Sud.

Mattarella ricorda a tutti gli uomini di buona volontà che l’Italia deve restare unita, la Nazione non va ulteriormente divisa. Mi viene in mente un paragone che hanno fatto alcuni giornali nazionali qualche tempo fa. Hanno messo a confronto due città con gli stessi abitanti, una del nord e l’altra del sud: Reggio Emilia e Reggio Calabria. Reggio Emilia per l’istruzione spende all’anno 28 milioni di euro, Reggio Calabria ne spende 9 milioni. Reggio Emilia per la cultura spende 21 milioni, Reggio Calabria 8.  Per le infrastrutture Reggio Emilia spende 54 milioni, Reggio Calabria 17. E poi, è possibile nel terzo millennio che la citta del Nord ha disponibili per i bambini, sentite e tremate, 60 asili nido, pagati dallo Stato e noi terun appena 3 asili? È una vergogna colossale. Dov’è la politica, dove sono i politicanti?

In questi anni il Nord ha ricevuto a causa del divario 60 miliardi di più del Mezzogiorno. Allerta amici che leggete questi dati. È l’ora del risveglio. Sproniamo la politica e i partiti che sono  partiti , ma che debbono tornare. Il Sud ha bisogno di una nuova classe politica, di più democrazia. Si sostiene da più parti  che con il PNRR il Mezzogiorno sboccerà. Ce lo auguriamo tutti. Servono però gli attori sul palco che sono mancati in questi anni, i politici, i partiti. Popolo del Sud, salite voi intanto sul palcoscenico. Recitate i bisogni, incalzate la politica e svegliate i governanti che stanno li tranquilli spesso  a riscaldare le sedie negli enti locali, mentre i cittadini soffrono per le tante mancanze. 

Siamo circa 25 milioni di cittadini nel Mezzogiorno che cerchiamo giustizia sociale, dignità umana e uguaglianza. Diciamo basta all’emigrazione, anche giovanile, basta! I nostri paesi sono ormai spopolati, nei nostri borghi vivono ormai vecchi e bambini. Servono risorse, investimenti e uomini capaci di rilanciare il nostro mezzogiorno. Ecco perché vanno finanziati i LEP (livelli essenziali di prestazioni). Vogliamo riprendere il cammino. Vogliamo raggiungere l’Europa, ma al tempo stesso non perdere di vista l’Africa, il nostro futuro. Serve un’operazione verità per il Mezzogiorno.

Intanto, chiedo ad alta voce e in modo democratico un sussulto dei partiti regionali: cosa hanno fatto le amministrazioni regionali, la Regione Calabria, in cinquant’anni di vita? Dov’è la crescita del territorio e dei cittadini? Si, è vero, c’è: nell’emigrare. È incredibile!  Con L’autonomia le venti regioni diventeranno piccoli staterelli. Anche adesso spendono e “spandono”. Pensate, già oggi  hanno gli uffici di rappresentanza a Bruxelles, buttano i soldi. Sono lì e non riescono trattenere il denaro che non spendono. Le altre nazioni ringraziano.

Non riusciamo a fare progetti a spendere, a realizzare le opere. Dobbiamo mettere il motore all’economia calabrese. Dobbiamo fermare i nostri giovani diplomati e laureati che vanno via.

Servono al sud 3 milioni di posti di lavoro, in Calabria almeno centomila. Bisogna rivitalizzare le aree interne cominciando dalla digitalizzazione che manca. Continuare a produrre cibo di qualità, puntare sull’agro-alimentare. Rilanciare il turismo, la cultura, finanziare le piccole iniziative, favorire gli investimenti privati. 

La pandemia ha visto spesso il ritorno alla terra: assegnare gli incentivi giusti per fare innamorare i giovani della terra. Noi abbiamo il sole tutto l’anno, abbiamo ancora l’acqua, ce la possiamo fare ancora a  raggiungere l’Europa.

Molti sostengono che siamo seduti su un vulcano e che l’Autonomia Differenziata se passa sarà ancora un provvedimento spaccaItalia. Non credo. I calabresi sono uniti sanno reagire.  (pab)

AGENDA CALABRIA: PIANO DELL’INDUSTRIA
PER L’EFFETTIVO SVILUPPO TERRITORIALE

di SANTO STRATI – È possibile realizzare crescita e sviluppo in Calabria? Secondo gli industriali italiani sì, purché cambi l’atteggiamento della politica locale, per anni incapace di concretizzare idee e opportunità. Questo racconta il corposo rapporto Agenda Calabria, presentato in Cittadella, frutto di oltre otto mesi di lavoro tra analisi e studi del territorio, che serve per mettere insieme un piano di interventi efficaci e realizzabili.  «Un dono per la Calabria da parte dell’industria italiana – ha detto il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, in particolare di quella calabrese che sappiamo può dare tanto e da cui ci aspettiamo tanto». Un programma operativo che si sviluppa in quattro aree di intervento e definisce un articolato piano di investimenti e interventi che mirano al rilancio dell’economia regionale.

È importante l’attenzione mostrata dagli industriali italiani, fianco a fianco di Unindustria Calabria, che dicono di credere nella crescita del Sud e, in particolare, di questa terra, e indicano la strategia – a dir loro – vincente: lavorare insieme pubblico e privato, cogliendo le opportunità offerte dal Fondi di Coesione e Sviluppo, il PNNR e il Por. I soldi, le risorse, ci sono ma fino ad oggi non sono stati adeguatamente utilizzati: Agenda Calabria è anche un duro atto di accusa contro la politica locale incapace di mettere a frutto le occasioni dell’intervento pubblico. «Gli elementi che hanno contribuito ad aggravare l’arretratezza – si legge nel rapporto – sono anche imputabili alla classe politica regionale, quasi sempre vincolata da orizzonti temporali non sufficientemente lunghi e resi incerti dalla troppo breve durata dei governi, elementi incompatibili con l’elaborazione di visioni di sviluppo di ampio respiro. La debolezza istituzionale-amministrativa ha portato ad una minore coesione, a sua volta causa di localismi, assistenzialismo e clientelismo nella gestione della cosa pubblica». In altri termini, gli industriali sottolineano la debolezza e l’arretratezza del territorio, causate dalla mancanza di infrastrutture: un ritardo di decenni, dove hanno prevalso indecisione e incapacità di affrontare le varie criticità del tessuto produttivo. «La cultura imprenditoriale è stata limitata in modo determinante dal ripetersi di politiche assistenzialistiche, che hanno contribuito a soffocare l’iniziativa individuale piuttosto che a stimolarla a intraprendere progetti d’impresa sostenibili autonomamente nel tempo». E soprattutto il rapporto non fa sconti su come si è agito in tutti questi anni: «L’immobilismo decisionale non ha consentito alla regione di dotarsi di infrastrutture al passo con le sfide globali. Il ritardo nel creare una visione di sviluppo è tangibile prima di tutto nella mancanza di un sistema di infrastrutture adeguate, sia per quanto riguarda i trasporti, sia le telecomunicazioni. La posizione geografica ed orografica della regione di per sé presenta delle grandi sfide e poco è stato fatto per dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a farvi fronte. Ciò ha reso quindi difficile per le imprese calabresi ampliare il proprio mercato su assi geografici più ampi, tenendole lontane dalle traiettorie di sviluppo più prospere legate alla possibilità di esportare verso i paesi più ricchi dell’Europa settentrionale. Inoltre, la regione non riesce ancora a capitalizzare la sua posizione strategica nel mare Mediterraneo, con le potenzialità del porto di Gioia Tauro non pienamente espresse in termini di ricadute sul territorio».

Una premessa dura, ma necessaria, per rafforzare il pacchetto di idee di Confindustria e degli industriali della regione che il rapporto mette a disposizione della Calabria. Agenda, in latino, significa “le cose che si devono fare” e questo documento fornisce le indicazioni necessarie per superare gli ostacoli, individuando il punto di partenza e i punti di forza su cui far leva per mettere l’economia regionale in condizione di crescere. Certo ci sono le evidenze dei fallimenti che hanno «peggiorato lo stato di arretratezza del territorio» con il fallimento dei poli industriali ed emerge «un senso di disillusione nelle capacità di intervento pubblico nel risollevare la prosperità del territorio. Il binomio occupazione-sviluppo, da realizzarsi soprattutto nell’ambito del settore secondario, aveva spinto, a partire dal dopoguerra, a promuovere la delocalizzazione nelle aree del Mezzogiorno di impianti industriali attraverso incentivi e defiscalizzazione. Il meccanismo è stato caratterizzato da una tipologia di controllo accentrato, che programmava e concedeva ai territori opportunità di sviluppo in una logica assistenzialista che nel tempo ha dato luogo anche a fenomeni di corruzione e malaffare, ma che soprattutto ha fallito nel trasmettere a regioni come la Calabria gli strumenti per costruire e coltivare una visione di sviluppo più calata sulle esigenze del territorio. I fallimenti collezionati nei decenni sono ancora visibili sotto forma di capannoni abbandonati, impianti dismessi, intere aree in stato di abbandono e degrado ambientale, e realtà sociali disgregate dalla disoccupazione indotta dal processo di deindustrializzazione».

La soluzione indicata da Agenda Calabria poggia sull’analisi di quattro macro aree: contesto difficile, economia fragile, amministrazione inadeguata, assenza di mercato. Per quanto riguarda il contesto difficile, gli industriali hanno inserito la posizione geografica penalizzante, la rete di trasporti non adeguata, la sanità al di sotto degli standard europei, università non in linea con le aspettative; l’economia fragile è provocata dalla consistente presenza di imprese di piccola dimensione, filiere corte ed economia scarsamente diversificata. L’assenza di mercato  è provocata dal fattore demografico. Sull’inadeguatezza dell’amministrazione pubblica locale ci sono fin troppi segni di incapacità di visione, di prospettiva, di attenzione sulle reali esigenze del territorio.

Si pensi per esempio alla ZES, costituita nel 2017, che ancora stenta a decollare per mancanza di visione, dopo un’altalena di commissari (l’ultimo, Giuseppe Romano, in tandem con la Regione Campania, come se non fosse possibile individuare un proprio manager esecutivo) e rinvii continui dell’operatività. Oltre, naturalmente, ad alcune insensatezze (come quella denunciata da Calabria.live lo scorso 26 febbraio sulle aree di Reggio collocate dentro l’aeroporto accanto alle piste). La Zes può offrire un elemento determinante per la crescita e lo sviluppo del territorio, ma così com’è stata concepita, è a solo vantaggio delle grandi realtà industriali (che possono sfruttare in maniera adeguata le opportunità del credito d’imposta) ma è poco attrattiva per la piccola impresa. Occorre immaginare nuovi incentivi che possono favorire insediamenti anche di modesta dimensione che, comunque, in prospettiva possono crescere in termini di occupazione e capitalizzazione. Non si dimentichi, inoltre, la difficoltà di accesso al credito che è endemica in Calabria, causa principale della fragilità che si registra nelle nuove iniziative e nelle start up, provocando una fuga di cervelli e di “aspiranti” imprenditori scoraggiati a operare in Calabria. I primi – laureati, ricercatori, tecnici di altissimo livello, non hanno opportunità di occupazione in grado di offrire adeguatezza di reddito e formazione integrativa, i secondi si vedono bocciare qualunque progetto con la richiesta di ulteriori garanzie “immobiliari” anche di terzi, pur in presenza di ampie garanzie statali.

Quali sono i punti di forza indicate da Agenda Calabria? «La Calabria ha delle colonne portanti su cui poter costruire un piano di sviluppo e crescita duraturo e sostenibile. Oltre all’elevata disponibilità di risorse la regione può infatti contare su un fiorente settore agroalimentare, base produttiva su cui poter costruire filiere più solide e orientate all’innovazione e ai mercati esteri. Il paesaggio pieno di attrattive costituisce un patrimonio per il comparto turistico, settore in forte cambiamento per reagire alle nuove sfide poste dalla pandemia, ma che in Calabria continua a rappresentare una risorsa inestimabile per generare reddito e occupazione. Il costo del lavoro contenuto rende l’economia competitiva e anche attrattiva per gli investitori internazionali, che possono trovare terreno fertile sia nelle già istituite zone economiche speciali, sia nel porto di Gioia Tauro, il cui valore come infrastruttura è reso inestimabile dalla posizione strategica occupata dalla Calabria nel Mediterraneo».

Ci sono quattro assi su cui si propone l’intervento: crescita sostenibile e duratura; cultura d’impresa; commercio mondiale, cabina di regia. Il primo asse è finalizzato a superare l’ostacolo del “nanismo” delle aziende calabresi, stimolando la creazione, la crescita e il rafforzamento delle imprese e prevede la promozione e l’internazionalizzazione di un’industria 5.0, con attrattività di investimenti diretti e reshoring , economia circolare, reti di impresa, industrial development intelligence group, senza dimenticare la sicurezza nei luoghi di lavoro. Per la cultura d’impresa – tenuto conto dell’ “inverno demografico” della regione si punta sui giovani con formazione in programmazione europea, conoscenza dell’Information & Communication Technology (ITC) , lo smart working e l’imprenditoria giovanile. Per il commercio mondiale c’è da superare la carenza delle infrastrutture che richiedono pertanto un rafforzamento con la massima attenzione alla mobilità: il programma punta sulle grandi opere, il monitoraggio e la manutenzione, la Zes, la sanità e la transizione energetica. La cabina di regia risulta indispensabile per oltrepassare la debolezza degli apparati amministrativi e l’ostacolo della burocrazia, per avere amministrazioni in grado di affrontare e sostenere le sfide dell’industria: occorre valorizzare le competenze con uno screening delle opportunità offerte dalla Ue: puntare sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e la semplificazione amministrativa e individuare strategie locali per l’economia circolare.

Il Piano ha individuato anche tre aree strategiche: edilizia, agrifood e turismo: «Il patrimonio paesaggistico della Calabria, unito all’offerta agrifood della regione, si presentano come punti di forza che rendono la regione unica per attrattività di visitatori. Il piano si prefigge quindi di valorizzare questi comparti e, a tal fine, porre l’attenzione sugli assi collegati, come quello relativo all’economia circolare. Allo stesso modo, il settore delle costruzioni è fondamentale sia per garantire una dotazione infrastrutturale adeguata, sia nel raggiungimento degli obiettivi di ecosostenibilità. La diffusione della cultura d’impresa resta al centro come ingrediente comune al successo del piano di sviluppo nel suo complesso».

Gli elementi per dare una scossa al sistema e attuare una vera politica del “fare” ci sono dunque tutti. Il Presidente Occhiuto si è detto “riconoscente”: «La Calabria – ha detto – ha una grande responsabilità, deve dimostrare di saper cambiare passo, di saper diventare una terra dove lo sviluppo può essere prodotto. Il Paese ha una grande responsabilità nei confronti della Calabria perché la nostra regione può essere davvero l’hub dell’Italia e dell’Europa sul Mediterraneo». E gli ha fatto eco Raffaele Fitto, ministro per il Sud (oltre che degli affari Europei e delle Politiche di Coesione): «C’è un sistema che non funziona. Lo abbiamo fatto emergere con una relazione che il Consiglio dei Ministri ha approvato e che la prossima settimana sarà anche oggetto di dibattito nelle commissioni parlamentari. A fronte di una cifra complessiva di 126 miliardi di euro in Italia abbiamo speso poco più del 30%. Non credo che ci sia da fare polemica nei confronti di nessuno. C’è solo da prendere atto che il sistema così com’è non funziona e che c’è bisogno di intervenire per fornire una soluzione di carattere generale. Occorre intervenire su due fattori – ha detto in videocollegamento Fitto: «Il primo è la capacità di avere un parco progetti adeguato evitando la polverizzazione della spesa in mille rivoli di interventi e in secondo luogo mettendo in campo una capacità amministrativa che sia in grado di sopperire a quelle difficoltà per le quali non si è stati in grado di utilizzare al meglio queste risorse».

Un impegno che dovrà essere rispettato: i calabresi sono all’anno zero e sono stufi di sottosviluppo e mancato sviluppo: la crescita non è più rinviabile e l’opportunità offerta dal PNRR non può essere trascurata né disattesa. Significa perdere – inesorabilmente – l’ultimo treno per lo sviluppo. Mancano però gli executive per i progetti e il rischio maggiore è che non vengano utilizzate le risorse a disposizione per assenza di progettualità valida. Un suggerimento: Invitalia, che è preposta all’analisi dei progetti per il PNRR, fornisca i tecnici in grado di elaborare i progetti che tantissimi comuni vorrebbero presentare ma sono privi di competenze. Non hanno i soldi i sindaci per pagare un segretario comunale (spesso se lo dividono in tre o quattro amministrazioni diverse) figuriamoci se possono permettersi di assumere esperti in progetti europei. Sarebbe un investimento – quello di mandare tecnici e specialisti al Sud per scrivere i progetti che non potrebbero più essere respinti per carenza di documentazione e piani di progetto adeguati – che moltiplicherebbe le possibilità di crescita del Mezzogiorno. Il ministro Fitto ci pensi e costituisca una task force da mettere a disposizione degli enti locali che rischiano di non poter presentare progetti o di vederseli bocciati tout court. (s)

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I NUMERI DELLA REGIONE SECONDO L’AGENDA CALABRIA

Il tessuto produttivo calabrese è per lo più costituito da imprese di taglia piccola, operanti su filiere corte e scarsamente diversificate, concentrate soprattutto sui comparti tradizionali del legname e del settore agroalimentare e, geograficamente, nelle province di Cosenza e Catanzaro. In questa sezione vengono snocciolati dei numeri per fornire un quadro di insieme sullo stato della manifattura regionale.

La Calabria pesa poco sull’economia nazionale ed è costituita per lo più da piccole imprese. Gli addetti nella regione contano solo per l’1,5% del totale italiano (2019, ultimo dato disponibile), se poi ci si riferisce alla manifattura, il peso si dimezza scendendo allo 0,7%. Peraltro, a partire dal 2012 l’incidenza dell’economia calabrese su quella nazionale è andata alleggerendosi (-8% per l’economia nel suo complesso e -11,8% per la manifattura). Tuttavia, in alcuni comparti della manifattura la Calabria assume un peso di assoluto rilievo, come per esempio nel comparto alimentare (2,1%), delle bevande (1,1%) e della lavorazione del legno (1,8%). Se si considera il numero di imprese, il peso sale considerevolmente (rispettivamente 2,5% e 2,1%), indicativo del fatto che la dimensione delle imprese in Calabria è molto ridotta.

La dimensione delle imprese manifatturiere è meno di un terzo di quella nazionale. La taglia media di un’impresa operante nella regione Calabria è pari a 2,4 addetti contro i 3,9 per l’Italia e i 3,0 del Mezzogiorno nel suo complesso. Il gap è molto più marcato nella manifattura: 3,3 per la Calabria, 10,9 per l’Italia e 6,3 per il Mezzogiorno (Grafico 1.1). Ciò è in parte legato alla specializzazione nei comparti tradizionali dove la taglia è in generale più piccola rispetto ad altri settori, ma anche in questi settori la taglia media delle imprese calabresi resta sottodimensionata: 3,6 nel comparto alimentare per la Calabria e 8 per l’Italia, in quello delle bevande 4,8 e 12,4 o della lavorazione del legno 2,6 e 4,1. Le imprese più piccole sono per loro natura più fragili ed esposte ai rischi del mercato, e questo è ancor più vero per le start-up, che in Calabria hanno molte più difficoltà a capitalizzarsi (Grafico 1.2) e vedono quindi le prospettive di sopravvivenza ridotte sin dai primi mesi di attività.

La crisi da pandemia è stata particolarmente grave per le imprese della manifattura calabrese. Nel 2020 in Calabria è stato più elevato il numero di imprese che hanno chiuso i battenti rispetto al resto di Italia. Se infatti in Italia si è assistito a una contrazione del numero di imprese pari al -1,5%, nel Mezzogiorno il tasso di sopravvivenza è stato ancora più ridotto (-2,1%) e comunque ancora più elevato che in Calabria (-2,6%). Che la manifattura calabrese sia relativamente fragile rispetto al resto d’Italia lo si evince anche dal dato del 2014, anno difficile per l’Italia, in cui il numero di imprese era calato del -2,7%, mentre nel sud del -3,7% e in Calabria, di nuovo fanalino di coda, del -5,6% (Grafico 1.3). Il dato del 2020 per l’economia nel suo complesso è più confortante, intanto perché il numero delle imprese è cresciuto, ma anche perché vede la Calabria in una posizione migliore rispetto al resto del Mezzogiorno (Grafico 1.4); tale fenomeno va però considerato con cautela per l’eccezionalità del 2020 anche in termini di supporto finanziario offerto alle imprese.

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AGENDA CALABRIA

 

 

UNA VALIGIA VUOTA MA PIENA DI SPERANZE
QUEI MIGRANTI NEGLI OCCHI DEI RAGAZZI

di GREGORIO CORIGLIANO  – Quando Raffaella Sansone ha chiesto agli alunni di riflettere su Cutro e, soprattutto, sugli sventurati morti, pensava di dover dedicare un paio d’ore della giornata scolastica ad un dibattito a più voci –docenti-alunni- sul dramma di Steccato di Cutro che ha straziato il mondo.

Non sono state poche le scuole che, in Calabria, non abbiano dedicato un pensiero, un tema, una riflessione sulla tragedia capitata sulle coste ioniche. Raffaella Sansone non immaginava che uno dei suoi alunni avesse la capacità e lo spirito critico ed attento oltre misura al “nostro dramma”. Guarda e leggi, mi ha detto: «apolitico, riflessivo, angosciante: spesso è percepito così il tema della morte, soprattutto se a perdere la vita sono 67 ( tanti  quanti erano in quel momento) umani tra uomini, donne ed innocenti bambini, troppo piccoli per saper distinguere il bene dal male ma già cosi adulti da impugnare una valigia, vuota di abiti ma stracolma di speranza per imbarcarsi e partire verso una meta sconosciuta, per sfuggire alla fame, alla guerra, al giogo di un regime opprimente».

Questo l’incipit che ha caratterizzato il pensiero di Christian Lanuara, lo studente liceale di Belvedere Marittimo, che messo per iscritto, ha presentato a Raffaella Sansone. Ha sgranato gli occhi la docente, sapeva della bravura dei suoi alunni, ma non immaginava che Christian fosse uno scrittore vero, un poeta della vita. Chi potrebbe o saprebbe scrivere di valigia vuota di abiti, ma stracolma di speranza? Chi, ancora di giogo di regime opprimente? Solo uno scrittore affermato e riconosciuto, non v’ha dubbio. Ed invece, in questo caso, è Christian che, in nome e per conto della sua classe, ha pensato, ha riflettuto, ha scritto. Altro che il dettato o il tema dei nostri tempi! Ed il seguito? Seguitemi per capire ed apprezzare fin dove arriva la capacità del giovane studente.

«Affidare quel bagaglio, vuoto e pieno, e la propria esistenza al gatto e alla volpe può essere una decisione discutibile, ma la fiaba di Pinocchio racconta che essi sottraggono denaro, mai il futuro; perché tentare la sorte, a volte, può essere l’unica via di fuga, da una fine certa in un Paese( con la maiuscola) ostile, da un destino ineluttabile in cui se resti muori, se scappi affronti il dittatore più cruento di tutti, il mare»: questo è Christian da Belvedere  che scrive, lo avete letto di Paese ostile, destino ineluttabile, di dittatore cruento. Ahi, ragazzo, non è sempre così, solo in questo caso è stato dittatore e per giunta cruento, il mare!

E se non ti si può dire nulla su «paese ostile e destino ineluttabile, sul mare non è sempre così. Lo sai bene anche perché vivi in un bel paese di mare, Christian! Il mare è cattivo se lo sfotti, se lo usurpi, se non lo cogli appieno, se lo violenti. Ma il ragazzo ed i ragazzi proseguono dicendo che le vittime del naufragio di Cutro questo lo sapevano bene. Cosa vogliamo rimproverare loro? L’ottimismo, la speranza, la voglia di rinascita, il sogno di un futuro migliore?».

Domande, ma anche risposte di questo figlio di Calabria, che dà lezioni a tutti noi, soprattutto quando dice che «politicizzare una strage, colpevolizzando le vittime (leggi, leggi ministro Piantedosi) che paradosso. Lo spirito cosmopolita e la compassione, aggiunge Christian, non bastano per riscaldare il cuore dei ministri o delle forze armate, troppo impegnate a scaricare le colpe l’una sull’altra, ma infiamma quello dei nostri corregionali crotonesi. I quali si sono movimentati immediatamente per offrire rifugio ai sopravvissuti, per dare una degna sepoltura ai defunti.

Non finisce qui, il nostro studente, che diventa più grande dei grandi quando dice che da Cutro si urla a noi italiani che i profughi devono essere aiutati, non per diritto o dovere, ma per umanità. Bravo ragazzo, mio, bravo ragazzo: sei più adulto e riflessivo di tutti noi, anche degli stessi ministri. E non ti fermi ancora, non ho il coraggio di tagliarti, non lo meriti. Raffaella, che non conosco, non me lo perdonerebbe mai.

«Gli Zulù non dimenticano i viaggi della speranza agli inizi del ‘900 per cercare futuro, trovando umiliazione, razzismo, turni estenuanti, condizioni igieniche assenti, e percosse solo per poche lire. Per questo, sostiene ancora, sostengono e supportano gli esuli, nonché loro successori, affinché le acque del nostro mare non si colorino più di rosso e non trasportino più relitti di navi affondate, ma opere d’arte di cui esso – il mare nostrum non è più dittatore cruento – è custode».

Ed un monito al governo, forse, non manca nella riflessione di Christian: cercare un colpevole, ormai, è anacronistico, irrazionale e sconclusionato. Se lo si dovesse individuare, si dovrebbe indagare su patti diplomatici vacillanti, dichiarazioni dei diritti dell’uomo mai attuate. Prosegue, prosegue il nostro-mio studente che indirettamente si è rivolto a me, con un appello più forte ancora.

«Che la notte del 26 febbraio non sia commemorata come una strage, che sarà dimenticata e successivamente rievocata dai telegiornali, bensì come tragico inizio di una trattativa per una politica dell’accoglienza più ampia e meno rigida, per un’educazione scolastica più sociale che culturale, per una pace perpetua che non sia più una chimera kantiana, ma pura realtà».

Ho aggiunto molto poco di mio. È questo uno scritto che vale più di una tesi di laurea, è una lezione di vita, che farò in modo che legga il presidente Mattarella. Grazie, Christian, ti siamo obbligati. (gc)

 

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ANCHE IL GOVERNO È “SBARCATO” A CUTRO:
«LOTTA ASPRA AI TRAFFICANTI DI MORTE»

di SANTO STRATI  – Nessuno slogan facile “basta tragedie in mare” con cui il Governo Meloni poteva lavarsi la coscienza, mondandosi dal peccato originale di aver ereditato due leggi infami sull’immigrazione (la Bossi-Fini e il decreto Salvini) di cui ha aggravato ulteriormente le conseguenze.  Invece, è stato varato un decreto immigrazione – votato all’unanimità – con un obiettivo preciso: inasprire la lotta ai trafficanti di morte, aumentando le pene (da 20 a 30 anni) ed estendendo la giurisdizione anche fuori delle acque italiane. Un impegno, a parole, encomiabile e degno di considerazione, anche se – duole dirlo – non si sconfigge la tratta di esseri umani aumentando le pene (che quasi sempre poi non vengono eseguite per varie ragioni), ma andrebbe affrontato il tema delle partenze alla radice.

Innanzitutto c’è da dire che gli scafisti sono altri disperati che prendono ordini da chi effettivamente organizza e gestisce i viaggi della disperazione. È come per il traffico di droga: il pusher è l’ultima ruota del carro, l’ultima pedina, dietro ci sono organizzazioni criminali che da questi traffici finanziano sicuramente terrorismo, guerre e altre losche attività di respiro internazionale. Chi scappa (da guerre, violenza, miseria) è costretto a sottostare agli infami ricatti dei trafficanti di morte che li tengono ostaggio del primo imbarco disponibile. Se non c’è un’intesa internazionale – come auspicato dal ministro degli Esteri Tajani – con i Paesi da cui partono i viaggi della disperazione sarà difficile, se non impossibile interrompere la tratta di esseri umani e il Mediterraneo continuerà a essere il cimitero dei migranti. Quante morti ignote, quanti scomparsi in mare, quanta sofferenza di cui si sa sempre troppo poco. Non bastano il cordoglio e la solidarietà alle vittime, il ringraziamento ai soccorritori (a Cutro è stata collocata una targa in memoria delle vittime), ma servono provvedimenti di altra natura. Il nostro compito – ha detto la Meloni – è cercare soluzioni ai problemi, fare quello che si deve fare. Aggiungiamo noi, “trovare” le soluzioni significa individuare intese anche trasversali perché l’opposizione non può solo stare a contestare le scelte, deve contribuire a indicare percorsi e alternative, in nome di quell’umanità che è un vanto del nostro Paese. E ai calabresi il premier ha espresso il ringraziamento del Governo e la vicinanza a tutto il Mezzogiorno, punto d’attracco preferito dei disperati.

Sostanzialmente il premier Giorgia Meloni esce benissimo da un imbarazzo che il suo staff le aveva provocato: una sua visita immediata a Cutro (prima di partire per l’India) sarebbe stata non solo auspicabile, ma avrebbe evitato le polemiche sulle dichiarazioni improvvide del ministro dell’Interno Piantedosi. Avrebbe mostrato una notevole sensibilità del Governo nei confronti della tragedia. In altri termini le avrebbe giovato in reputazione e si sarebbe evitata gli attacchi (strumentali, bisogna dirlo per onestà intellettuale) di una sinistra che non può vantare a suo favore una politica dell’immigrazione (negli anni in cui governava) degna di questo nome.

La convocazione del Governo a Cutro è stata una mossa tattica per recuperare terreno, «un segnale simbolico e concreto» – ha detto la Meloni – ma serve a marcare una linea politica di intransigenza che dichiara apertamente (ma con armi spuntate) una feroce lotta ai trafficanti di esseri umani del Mediterraneo. Pero, gira intorno al problema della disperazione. Forse, non sarebbe male che nei Paesi da cui partono le carrette del mare – previo accordi internazionali con gli Stati – si creassero di punti di ascolto e di contatto per venire incontro alle migliaia di disperati. Anche se in alcuni Paesi come l’Afghanistan – ha fatto presente il Presidente Occhiuto – non c’è nemmeno l’ambasciatore italiano.

Sia ben chiaro, l’Italia non è in grado di dare accoglienza a tutti, né la modifica del decreto flussi ridurrà il numero di quanti scappano pagando il doppio di un biglietto aereo di prima classe per una scommessa sulla vita. Né si può immaginare – come richiede il Governo Meloni – di selezionare solo chi ha fatto corsi di formazione per far arrivare risorse fresche in agricoltura e nell’industria: parliamo di Paesi sottosviluppati, spesso piagati da guerre, carestie, miseria: ma quale formazione professionale? Eppure, tra i migranti disperati ci sono medici, professionisti, tecnici che scappano utilizzando l’unica via possibile, quella illegale. La vera modifica del decreto flussi dovrebbe essere la possibilità di poter venire incontro – selezionando con criteri di sicurezza, ovviamente – chi scappa. Giacché la condizione di profugo è troppo genericamente affidata a una burocrazia insopportabile. Parliamo di rifugiati: tutti quelli che viaggiano per mare – tranne pochi criminali in cerca di fortuna in un Paese che applica male la legge e facilita l’impunità – sono rifugiati, non sono migranti clandestini. La loro clandestinità è una condizione necessaria per scappare, visto che per loro non ci sono visti di uscita né sufficiente spazio nei cosiddetti corridoi umanitari. E allora, il problema è duplice: salvataggio e accoglienza prima (quando necessari) e condizioni di vita dignitosa una volta arrivati sul suolo italiano. Questo non vuol dire spalancare le frontiere, ma sicuramente richiede di affrontare con occhio diverso il problema.

Le norme attuali – ancor più penalizzanti per chi ha l’onere del soccorso – sono stringenti, ma chi viene soccorso in mare e portato a terra non può essere accusato di immigrazione clandestina. Ma non può nemmeno essere “buttato” in uno dei tanti centri di accoglienza che hanno fatto la fortuna di alcuni avventurieri italiani che ne hanno preso in più occasioni la gestione. E bene ha fatto il ministro Piantedosi a sottolineare l’esigenza di poter ricorrere al commissariamento dei centri di permanenza temporanea .

La Meloni si è detta convinta che la lotta ai trafficanti sia il primo obiettivo: ribadiamo, non sono gli scafisti (che vanno comunque perseguiti e condannati pesantemente) ma occorre individuare e colpire i veri boss della migrazione clandestina. L‘intelligence serve proprio a scovare i responsabili: occorre un intervento internazionale, sotto l’egida dell’Onu, che scopra i centri veri del traffico di esseri umani. L’aumento delle pene per i trafficanti potrà intimorire appena un po’ gli scafisti (ripetiamo altri disperati, pur senza coscienza, al soldo dei veri trafficanti) ma non stronca il traffico. In buona sostanza, bisogna individuare e colpire i veri trafficanti, le menti di questo infame mercato di nuovi “schiavi”.

Il modello di inclusione Mimmo Lucano, da molti disprezzato e oltraggiato, in realtà è il percorso che si dovrebbe seguire ripopolando i borghi abbandonati, ripristinando le case diroccate, offrendo opportunità di inserimento e crescita sociale, perché la lotta – più che giusta annunciata dalla Meloni – ai mercanti di carne umana va fatta senza tregua, ma senza dimenticare l’obbligo cristiano dell’accoglienza e della fraternità verso chi fugge dalla propria terra.

Una curiosità: il Consiglio dei Ministri in Calabria non è una novità: l’aveva già convocato Giuseppe Conte, quando in pompa magna la ministra Grillo alla Prefettura di Reggio presentava, con malcelato orgoglio, sostenuta dalla truppa pentastellata calabrese, il decreto per la sanità calabrese che tanti guasti ha poi provocato. Come se già non fosse abbastanza disastrata la sanità calabrese, che il “buon” Occhiuto sta perigliosamente cercando di rimettere in sesto (e su cui si giocherà l’eventuale bis da governatore).

Ma oggi non parliamo di sanità, parliamo di umanità, che i calabresi hanno dimostrato di avere in quantità industriale e di come il Governo pensa di risolvere il problema. Il nuovo decreto immigrazione non è esaustivo e mostra diverse lacune. Il nuovo reato che va a integrare il testo unico sull’immigrazione prevede responsabilità precise a carico degli scafisti. È un deterrente, non una soluzione per interrompere i viaggi della disperazione. In attesa di una soluzione che pur appare lontana, questo provvedimento non distolga dagli obblighi di accoglienza. (s)