SCUOLA, PRIMA VITTIMA DELL’AUTONOMIA
SE PASSA IL PROVVEDIMENTO APPROVATO

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Giù le mani dalla scuola si potrebbe dire. Uno dei settori oggetto di interesse in cui le Regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata vogliono entrare è quello della formazione e della scuola. Ed è proprio uno di quei settori che registra maggiore opposizione da parte di coloro che sono contrari all’autonomia.

Riuscire a far diventare la scuola regionale è un obiettivo che se realizzato farà diventare reale l’accusa che l’autonomia differenziata si può definire come “spaccaitalia”. 

Avere possibilità di intervenire sui programmi scolastici, sull’assunzione dei docenti, sull’organizzazione complessiva della scuola, sulle materie da insegnare, (niente vieterebbe di inserire come materiale di insegnamento lo studio del dialetto, cosa che potrebbe anche essere opportuna se non diventasse un modo per discriminare coloro che non lo conoscono) è un modo per far diventare le Regioni degli Stati.

È noto che la scuola è la materia più delicata che uno Stato deve  gestire. Da lì passa la formazione dei nuovi cittadini. E l’unificazione sociale di un paese passa da una scuola uniforme. La possibilità di creare buoni cittadini, consapevoli delle scelte che faranno anche nelle cabine elettorali, dipende molto dalla formazione della scuola.

E più le realtà sono deboli e fragili più la scuola diventa importante. Quando si accusa il Mezzogiorno di non avere classe dirigente e successivamente l’elettorato  attivo di non scegliere dei rappresentanti adeguati, colpevolizzando la popolazione, non si mette in evidenza come la responsabilità di tali carenze sia dello Stato centrale.

Perché se non combatti la dispersione scolastica, consentendo a molti di rimanere analfabeti, se non non adotti il tempo pieno in modo da far si che i ragazzi possano stare praticamente tutto il giorno a scuola ed essere guidati nel loro processo formativo, se non cominci a far socializzare i bambini dall’asilo e li lasci a casa in famiglie più o meno adeguate, dove magari la donna non lavora perché le possibilità di inserimento sono molto contenute, allora la cosa più facile è che escano dei cittadini dalla scuola assolutamente incapaci di essere soggetti di una  democrazia evoluta. 

E poiché in genere le carenze si sommano nelle realtà meridionali, per cui si inizia col non avere l’asilo nido per l’infanzia, si continua poi con la mancanza di tempo pieno a scuola, con la perdita di numerosi ragazzi che abbandonano per lavorare e continui poi con una madre casalinga e un padre disoccupato, allora il risultato ovviamente non potrà essere un cittadino consapevole. 

Se le risorse che oggi sono state destinate alla scuola sono ancora insufficienti visto che a parte la fatiscenza di molti edifici scolastici poi in realtà molti servizi che la scuola potrebbe e dovrebbe dare non vi sono, per cui vi é già una differenza tra le aree del Paese, un ulteriore impoverimento di risorse per il Sud, conseguenza dell’autonomia, non potrà che peggiorare la situazione, imbarbarendo ulteriormente le realtà più periferiche, come quelle del Sud. 

E pensiamo poi ai contenuti scolastici e a come anche l’ insegnamento della storia può essere dipendente dalla posizione politica di ciascuna regione, per cui il periodo fascista, se il governo regionale è di destra, potrebbe essere valutato in un certo modo, mentre  la Resistenza in un altro o al contrario se il governo regionale é di sinistra può influenzare le materie da studiare e i programmi e i temi da approfondire indirizzandoli in un modo o in un altro.

Così come a livello territoriale le esperienze  storiche di ciascun regione possono essere valutate in modo diverso. Pensate al l’insegnamento della storia  che affronta argomenti come il brigantaggio. Già adesso esistono rispetto alla scuola cittadini di serie A e di serie B. È facile immaginare cosa diventerebbe l’insegnamento scolastico regionalizzato. 

 Tutto il contrario di quello di cui ha bisogno l’Italia. Docenti con remunerazioni differenziate, al di là delle difficoltà relative alla loro mobilità all’interno delle varie regioni, ripeterebbero la grande inefficienza che si è vista nel periodo del covid per la sanità.

 Ma forse è proprio questo quello che i leghisti vogliono. E forse proprio per questo le voci contrarie all’autonomia differenziata diventano sempre più consistenti e molte professionalità si stanno pronunciando contro in modo determinato. Dopo la ritirata rispetto all’argomento di Bonaccini e di Fassino a sostenere questa esigenza è rimasta solo la Lega per cercare di recuperare quel consenso che ormai anche nelle regioni dove è nata sta perdendo. Mentre gli alleati di Governo si mostrano molto tiepidi rispetto alle esigenze leghiste. 

La pericolosità di tale riforma è  fra l’altro dovuta ad una costruzione che prevede di non poter intervenire praticamente in alcun modo se non dando il proprio assenso o il proprio rifiuto in maniera globale. Per cui la cosa più facile é che le maggioranze di governo si ricompattino anche in Parlamento. 

Il nostro ordinamento addirittura prevede due Camere, il bicameralismo perfetto,  in modo tale da evitare errori troppo grossolani. In questo caso invece vi è una approvazione per adesione quasi a scatola chiusa. In un momento in cui l’Europa finanzia  progetti tipo Erasmus per farsi che si formino i nuovi europei noi andiamo nel senso opposto per inculcare nei nostri ragazzi un’identità, che avevano ormai perso, relativa all’essere veneti o siciliani. 

 La leva obbligatoria per molti anni aveva consentito un mescolamento  delle identità, per evitare che ci fossero troppe differenze nelle nuove generazioni. Adesso si vuole fare il percorso inverso, grazie ad una visione gretta ed assolutamente provinciale. 

Assisteremo a cartelli del tipo “non si vogliono insegnanti meridionali” come abbiamo visto annunci per anni con su scritto “non si affittano case a meridionali”? E si richiederà la conoscenza del dialetto veneto a chi vorrà insegnare a Treviso? Finiremo col non  mettere più nei programmi di letteratura Pirandello o Sciascia perché rispettivamente agrigentino o racalmutese? 

Gli scenari che si aprono sono talmente preoccupanti che forse rallentare questo processo, al di là delle accelerazioni un po subdole del ministro Calderoli, può essere l’unico sistema perché questo innamoramento folle di un percorso veloce, che non potrà che portare a un ulteriore confusione e difficoltà nel Paese, possa essere stoppato. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

SS 106, IN 10 ANNI LA STRADA DELLA MORTE
HA PROVOCATO 205 VITTIME: È UNA STRAGE

È drammatico il bilancio delle vittime della ss 106, la “Strada della morte”, di questi ultimi dieci anni: 205 morti, all’incirca una ventina ogni anno, ma in realtà con un netto peggioramento degli incidenti mortali negli ultimi tre. Questi dati sono stati forniti, nel corso di una conferenza stampa all’Hotel Guglielmo di Catanzaro dall’Associazione di Volontariato “Basta Vittime sulla strada statale 106”.

L’ing. Fabio Pugliese, responsabile del Comitato Scientifico – Centro Studi Analisi e Ricerca – ha illustrato i dati contenuti nel rapporto: 205 sono le vittime della Statale 106 nel decennio trascorso dall’1 gennaio 2013 fino al 31 dicembre 2023. La tendenza degli ultimi 3 anni segna un netto peggioramento: dalle 13 vittime del 2020 siamo passati alle 21 vittime del 2021 fino alle 27 vittime dello scorso anno. Tra queste il 76% è costituito da maschi (156), mentre il 24% da donne. È Cosenza la provincia più colpita 33% (67 vittime), seguita da Reggio Calabria 28% (57), Catanzaro 22% (46) e Crotone 17% (35).

In pratica sui 76Km di Statale 106 in provincia di Catanzaro abbiamo avuto negli ultimi 10 anni una vittima ogni 1,65 chilometri; sui 113Km in provincia di Cosenza una vittima ogni 1,65 chilometri; sui 132km di Reggio Calabria una vittima su ogni 2,31 chilometri e sugli 84Km della provincia di Crotone una vittima ogni 2,4 chilometri. In Calabria, negli ultimi 10 anni, sulla Statale 106 abbiamo avuto in media circa 2 vittime al mese.

La fascia d’età più colpita è costituita dai giovani con età compresa tra i 16 ed i 25 anni 23,5% (48 vittime), seguita dagli anziani, ovvero da chi ha un’età maggiore ai 66 anni 21,5% (44 vittime). In particolare se come riferimento si prendono le macro fascia d’età la più colpita è quella compresa tra 0 e 35 anni 39% (78 vittime), seguita da chi ha un’età maggiore di 56 anni 36,6% (73 vittime), e poi da chi ha un’età compresa tra i 36 ed i 55 anni 24,4% (54).

PUNTI CRITICI SULLA STATALE 106 NEGLI ULTIMI 10 ANNI

L’ing. Pugliese elenca i comuni più colpiti dal fenomeno della mortalità stradale negli ultimi 10 anni. La maglia nera spetta, purtroppo, alla terza città della Calabria: 32 vittime a Corigliano-Rossano. Maglie rosse per Crotone (11), Reggio Calabria (10), Villapiana (10), Santa Caterina dello Jonio (9), Isola di Capo Rizzuto (8), Cirò Marina (7) e Roccella Jonica (7). Maglie arancioni per Catanzaro (6), Cassano all’Ionio (6), Riace (6), Calopezzati (5), Saline Joniche (5), Strongoli (5) e Trebisacce (5).

STRADA INADATTA A GESTIRE GLI ATTUALI VOLUMI DI TRAFFICO

L’ing. Pugliese ha poi dimostrato, attraverso i numeri, uno dei fattori più determinanti che provocano la morte sulla famigerata e tristemente nota “strada della morte” in Calabria. Le vittime per mese, infatti, contribuiscono a determinare il fenomeno della mortalità stradale facendo rilevare l’inadeguatezza del tracciato esistente della Statale 106 inadatto a gestire gli attuali volumi di traffico. Solo nei mesi di luglio (31) e agosto (37) negli ultimi 10 anni si sono registrate 68 vittime. In pratica se nelle stagioni invernali e primaverili, negli ultimi 10 anni, abbiamo avuto 39 vittime, ed in quelle autunnali, ne abbiamo avuto 42, nelle stagioni estive le vittime sono state oltre il doppio, ovvero, 85.

TUTOR INUTILI E DANNOSI NELL’ALTO JONIO CALABRESE

Il tracciato della Statale 106 è stato diviso in 3 blocchi. Il primo riguarda il tratto di Statale 106 tra Rocca Imperiale e Sibari (interessato dai lavori di ammodernamento relativi al 3° Megalotto). Su 45 chilometri di strada negli ultimi 10 anni sono 26 le vittime. Nonostante in quest’area abbiamo diverse installazioni di Tutor fissi per il controllo elettronico della velocità. Le vittime sono, infatti, avvenute nei tratti non controllati. In pratica l’eccessivo ed immotivato utilizzo di questi strumenti ha generato un fenomeno di evidente crescita della velocità nei tratti non controllati che ha notevolmente aumentato la mortalità stradale. Colpisce, infatti, un dato: all’aumentare delle installazioni dei Tutor fissi negli ultimi 10 anni sono aumentati i numeri dei decessi.

IL TRATTO SIBARI – CATANZARO LIDO IL PIÙ PERICOLOSO

L’ing. Pugliese ha poi evidenziato che il secondo tratto di Statale 106 tra Sibari e Catanzaro risulta il più pericoloso. Negli ultimi 10 anni sono 97 le vittime: una ogni 1,85Km. Oltre ai volumi di traffico elevati, inadatti all’attuale tracciato della Statale 106, tra le principali problematiche rilevate tra le cause del fenomeno della mortalità risultano: la strada in pessime condizioni; assenza di interventi di messa in sicurezza nei punti più pericolosi al fine di mitigare il fenomeno della mortalità stradale; la carenza di controlli delle forze dell’ordine (che vantano organici sotto dimensionati e poche risorse a loro disposizione).

IL TRATTO CATANZARO – REGGIO CALABRIA: VETUSTO E DI MUSSOLINANA MEMORIA

Nel terzo tratto di Statale 106 tra Catanzaro e Reggio Calabria negli ultimi 10 anni abbiamo avuto 82 vittime: una ogni 2,31Km. Tra le principali problematiche riscontrate una strada mussoliniana che versa in condizioni comatose; la mancanza degli standard minimi di sicurezza stradale; la totale l’assenza di interventi di messa in sicurezza.

COSTI SOCIALI

I costi sociali dovuti alla perdita delle 205 vittime della Statale 106 per la comunità ammontano a circa 308.317.950,00 di euro.

LE PROPOSTE DELL’O.D.V. BASTA VITTIME SULLA STRADA STATALE 106

L’Organizzazione di Volontariato “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” ha avanzato delle proposte al fine di riuscire a mitigare il fenomeno della mortalità stradale nei prossimi anni sulla famigerata e tristemente nota “strada della morte” in Calabria: Rimozione immediata dell’attuale dirigenza della Struttura Territoriale di Anas in Calabria per manifesta e conclamata incapacità; Piano urgente d’interventi di messa in sicurezza dell’intero tracciato dell’attuale strada Statale 106 nei punti più pericolosi e dove sussistono delle criticità e delle problematiche che debbono essere superate; Più sostegno alle forze dell’ordine in termini di uomini e risorse al fine di aumentare i controlli su strada; Massima attenzione quando si è alla guida è l’invito rivolto a tutti i cittadini automobilisti che percorrono la famigerata “strada della morte”. Infine, l’O.D.V. ha proposto al Governo di vincolare i 3 miliardi nella scorsa legge di Bilancio attraverso una Delibera CIPESS in modo da impedire al finanziamento di essere dirottato verso altre destinazioni.

L’ASSENZA DEI SINDACI E DELLA CLASSE DIRIGENTE POLITICA CALABRESE

Sia il Presidente dell’O.d.V. Basta Vittime Sulla Strada Statale 106 Leonardo Caligiuri che il Responsabile del Comitato Scientifico – Centro Studi Analisi e Ricerca Ing. Pugliese hanno stigmatizzato l’assenza all’iniziativa odierna di tutti i sindaci delle località attraversate dalla 106, contattati tramite Pec, dei consiglieri regionali e dei parlamentari calabresi. Assenti il Presidente e gli assessori della Giunta Regionale della Calabria. A tutti costoro l’Organizzazione di Volontariato “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” invierà tramite pec il rapporto completo sulla mortalità stradale negli ultimi 10 anni sulla famigerata e tristemente nota “strada della morte” in Calabria. Presenti il Consigliere Regionale Pietro Molinaro ed il S.Ten. Luca Pietrangeli, Comandante della Sezione Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Catanzaro. Giustificati, poiché impossibilitati a partecipare, l’On. Sen. Ernesto Rapani, l’Assessore regionale Varì e l’ex Assessore regionale Mauro Dolce, il Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e l’On. Deputato Domenico Furgiuele. (rcz)

QUESTIONE SUD: IL LAVORO CREA IL FUTURO
LA CALABRIA SIA AL CENTRO DEGLI IMPEGNI

di ANGELO SPOSATO – Al nostro Paese serve una politica di sviluppo sostenibile che punti ad unificare gli interventi con una visione generale e per il Sud. La Questione Sud non può essere più rinviata sine die, servono interventi immediati sullo sviluppo e lavoro e l’idea della Cgil di riproporre un’agenzia di sviluppo per gli investimenti pubblici è necessaria, ritengo sia necessaria, fondamentale.

Non vi possono essere politiche nelle zone economiche speciali, che in Calabria abbiamo voluto fortemente come sindacato unitario, se non c’è un orientamento pubblico sugli investimenti delle società partecipate pubbliche, che non possono continuare ad ignorare il Sud e la Calabria. Su questo tema il governo, fino ad oggi, non ha dimostrato di avere una proposta e nemmeno ha fatto comprendere la sua visione circa le politiche industriali, la sua visione di sviluppo, di economia, del lavoro e del sociale per tenere unito il Paese negli interventi.

Non si possono richiamare i termini del “patriottismo” e della “Nazione” se poi le priorità diventano l’autonomia differenziata e il presidenzialismo per come viene proposto dalla Lega del Ministro Calderoli. Temi così posti, che dividono il Paese, spaccandolo in due, creando ulteriori diseguaglianze e che sanciscono di fatto due Italie.

Quello dell’autonomia differenziata posta in questi termini, senza un dibattito pubblico e parlamentare è uno strappo costituzionale, è un tema sterile, se vogliamo anche provinciale per una Nazione che vuole concorrere in Europa come Paese protagonista.

Nell’era globale della transizione energetica, ecologica, della dannosa finanziarizzazione dei mercati, dell’inverno demografico, dell’emergenza climatica, dello spopolamento, dei grandi asset della logistica e dei trasporti nell’euro Mediterraneo, pensare di risolvere le questioni del nostro Paese nell’area lombardo veneta guardando alle categorie elettive di un partito è una follia, una miopia, un’idea di federalismo spicciolo, di una visione della società ridotta ed esclusiva. Così facendo, rischiano di consegnare il nord del paese a quelli che invece stanno puntando a nazionalizzare i propri asset strategici diventando di fatto succursali di Francia e Germania.

A noi serve un grande Paese, davvero Europeista, quello ancorato ai valori della nostra costituzione, nata dalla resistenza e dall’antifascismo, che riproponga il tema dell’unità nazionale, che punti all’articolo uno, sul lavoro, e che non metta in discussione l’unità sui temi della salute, dell’istruzione, del lavoro. Noi, come ha ribadito il nostro Segretario generale Maurizio Landini, ci opporremo con tutte le nostre forze e le nostre iniziative di mobilitazione democratica subito dopo questo congresso per una grande campagna a difesa dell’unità nazionale, della nostra costituzione, per il lavoro, contro questo disegno divisivo dell’autonomia di differenziata.

Su questo proponiamo una grande mobilitazione anche in Calabria, con le forze sindacali, con le associazioni, le forze politiche, le forze politiche, con tutto il corpo sano della società civile contro questo progetto divisivo e autoritario. Aver svuotato il dibattito politico a colpi di maggioranza su un tema così delicato, denota una divisione nella stessa maggioranza di governo.

Ed anche le parole del ministro Valditara dei giorni scorsi confermano questo progetto, riproponendo una differenziazione salariale tra insegnanti del nord e del Sud, reintroducendo di fatto le gabbie salariali. Una follia che ci riporta agli anni 70.

Il problema dell’autonomia differenziata sta diventando un fatto ideologico e culturale, un declino del pensiero di unità di un governo che ha grandi contraddizioni nella propria maggioranza e che oggi non ha una visione unitaria dello sviluppo, del lavoro, di quello che ha realmente bisogno il Paese per farlo uscire dal declino.

Un declino che purtroppo ha radici lontane, che è partito con la grande crisi del 2008 e che prosegue inesorabilmente. Il nostro è un Paese che ha dismesso tutte le sue più importanti produzioni, ha svenduto gli asset strategici come quelli della comunicazione, delle reti, della logistica e dei trasporti, del manufatturiero. Bisogna rideterminare una politica per recuperare questi asset, e puntare sull’innovazione, sulle reti digitali, sulle connessioni materiali e immateriali, sul diritto alla connesione.

Servono riforme strutturali che incidano e migliorino la vita dei cittadini.

Il grande assente nelle politiche di questo governo, e la legge di bilancio lo ha confermato, è il Sud.

I dati della Banca d’Italia, della Svimez, del Censis, dell’Istat, ci confermano che nel nostro Paese sono aumentati i divari e il prodotto interno lordo e il reddito pro-capite nel Sud è dimezzato. Il Sud è in grande affanno ed è a rischio la coesione sociale. Un paese non può crescere se non elimina i divari e l’Italia sta diventando un paese non più fondato sul lavoro ma sul pendolarismo.

Gli interventi nel mezzogiorno sono urgenti, non si può assistere alle nuove emigrazioni di giovani, intere famiglie che abbandonano le terre d’origine per lavorare o per avere il diritto alle cure.

Per queste ragioni, serve che la buona politica nel Sud e in Calabria assuma anche in Consiglio regionale una unità di intenti, non una cogestione, ma dei punti di sintesi, mettendo da parte logiche di schieramenti e posizioni individuali e rimetta al centro un’azione collettiva gli interessi generali ed esclusivi dei cittadini. Serve una politica al servizio dei cittadini e non i cittadini al servizio della politica.

Per questa ragione, anche in Calabria, su temi che riguardano il lavoro, la salute e il welfare, gli investimenti nelle Zes, le infrastrutture-logistica-trasporti, l’ambiente e le aree interne, le riforme necessarie, nasceva la Vertenza Calabria, preceduta nei mesi precedenti da iniziative unitarie che hanno portato Cgil Cisl Uil Calabria ad una piattaforma unitaria di rilancio su undici punti, frutto degli esecutivi unitari e presentata il 1° maggio.

Un tentativo di aprire su cinque punti significativi, dopo l’arrivo a Siderno dei Segretari generali di Cgil Cisl Uil Landini, Sbarra, Bombardieri, le priorità della nostra regione e che avrebbe aperto un confronto con la Giunta regionale presieduta dal Presidente Roberto Occhiuto con un successivo confronto a Roma presso la Sede della Giunta regionale calabrese.

I primi obiettivi sono la necessità di affrontare l’emergenza occupazione, nella regione più povera d’Italia e d’Europa, di combattere il lavoro nero, lo sfruttamento, di porre fine al precariato e di attivare un percorso di stabilizzazioni e di assunzioni nel lavoro pubblico, a partire dalla sanità e dagli enti locali, nella giustizia.

Aver definito la vicenda Lsu Lpu con un intervento normativo nazionale proposto dalla Giunta regionale calabrese è stato un fatto importante e di rilievo che deve però trovare riscontro applicativo degli enti locali e delle amministrazioni comunali.

Serve per la Calabria un piano straordinario per il lavoro, che deve essere sostenuto da interventi pubblici e privati. Occorre un grande piano straordinario per la manutenzione del territorio dal dissesto idrogeologico, della erosione costiera, della mitigazione del rischio sismico e per la prevenzione incendi. Serve farlo con un piano di assunzioni mirate e con una governance unitaria pubblica tra Calabria verde, consorzi di bonifica e protezione civile. Un ufficio unico del piano con precisi compiti di missione e governance. Così come occorre rifinanziare il comparto idraulico-forestale e garantire le risorse ad oggi insufficienti per la continuità delle attività che rischiano di bloccarsi e per le quali le federazioni di categorie hanno proclamato lo stato di agitazione dei lavoratori. Su queste questioni occorre fare presto, non c’è più tempo, dagli impegni presi occorre passare ai fatti concreti.

Così come occorre recuperare i nostri beni culturali, storici, archeologici. La Calabria, circondata dal mare e con i suoi 800 chilometri, per sua collocazione naturale, è stata da sempre considerata terra di storia e popoli. Scavare la Calabria significa studiare millenni di storia e recuperare valori, identità, tradizioni. Un grande piano di ripresa di scavi nei siti archeologici da fare con il contributo delle università calabresi, del Ministero dei beni culturali, delle amministrazioni regionali e locali, significherebbe promozione culturale, attrattore e marcatore di identità anche per un turismo di qualità.

Le nostre università devono diventare motori di sviluppo ed essere protagoniste nella promozione sociale, scientifica e culturale dei territori. Per questo siamo favorevoli ad una nuova legislazione regionale sulla università e ricerca che metta a sistema e in rete le nostre università, in tutti i campi. Non servono pregiudiziali di campanile che rappresentano scarsa capacità di visione, diventando elementi di divisione.

Sappiamo bene che il grande limite del PNNR e dei fondi strutturali europei è la scarsa capacità delle amministrazioni locali e regionali nel fare progetti sostenibili e spesa di qualità. Uno dei limiti che ha la Calabria e che abbiamo sempre sottolineato come uno degli elementi dei ritardi è la mancanza di una rete amministrativa regionale, ovvero una batteria a sostegno del dipartimento della programmazione. Altro limite è la frammentazione e la difficoltà dei Comuni nella progettazione e spesa. Il più delle volte occorre fare ricorso a tecnici ed esperti esterni perché le strutture di progettazione e programmazione sono insufficienti o poco performanti.

Ma quello che è mancato nei venti anni di agenda di programmazione alla regione rispetto la spesa dei fondi di coesione è la capacità di avere una visione strategica affiancata alla gestione complementare e sistemica dei potenziali strumenti di spesa, privilegiando l’impiego quantitativo, spesso emergenziale delle risorse, e non il reale impatto qualitativo sui risultati premiali di crescita economica ed occupazionale. Insistiamo, per questo, ad un immediato cambio di passo sui metodi e le modalità nelle relazioni partenariali, già previste e definite, e nelle azioni comuni di verifica e monitoraggio sullo stato dell’arte della programmazione in essere e di quella a venire. Non possiamo permetterci di sprecare i cospicui finanziamenti, in parte già assegnati, con bandi e avvisi, ai soggetti attuatori, pubblici e privati, di cui la Calabria ha dato buona prova nella capacità di realizzare e accreditare.

Inoltre, noi tutti sappiamo che le ingenti risorse POR sono state assoggettate a sistemi fraudolenti, truffe che in molti casi hanno pagato i lavoratori ed il territorio e che la spesa non sia stata mai monitorata, se non a reato consumato.

Non possiamo permetterci di sprecare i cospicui finanziamenti, in parte già assegnati, con bandi e avvisi, ai soggetti attuatori, pubblici e privati, di cui la Calabria ha dato buona prova nella capacità di realizzare e accreditare.

È necessario istituire una Commissione Consiliare Regionale specifica sulla riforma istituzionale, aperta ai contributi di Anci, parti sociali, terzo settore per ridisegnare una nuova Regione anche sotto il profilo istituzionale. La politica deve avere coraggio, non accontentarsi del consenso quotidiano e spiegare ai cittadini Calabresi che con questo regionalismo la Calabria è destinata a soccombere, perdendo nei prossimi 40 anni mezzo milione di abitanti.

Per queste ragioni chiediamo a tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale di farsi carico di una grande stagione riformatrice per un nuovo regionalismo calabrese che dia prospettive ai cittadini, fiducia, speranza, che consegni una visione di futuro alla nostra regione ed alla nostra società. Sono convinto che ci sia una classe dirigente matura per fare questo e invitiamo il Presidente della Giunta regionale e le forze consiliari di maggioranza e opposizione a raccogliere queste sfide di cambiamento necessarie. Le grandi difficoltà che presenta la nostra Regione si possono trasformare in opportunità se mettiamo da parte individualismi, campanilismi, schieramenti ideologici e alziamo il livello di discussione e di intervento politico istituzionale, che devono avere l’interesse collettivo ed un alto profilo politico e che diano valore alla buona politica.

PASSA IL DISEGNO DI LEGGE DI CALDEROLI
MA QUESTA ‘AUTONOMIA’ DIVIDERÀ L’ITALIA

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata (vecchio pallino di Zaia, Fontana e Bonaccini, quest’ultimo oggi dissidente) firmato dal ministro leghista Roberto Calderoli ha avuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri. È un primo step su un provvedimento che già divide l’Italia a partire dai principi che lo ispirano. Il rischio maggiore riguarda la continuità del criterio della spesa storica, in attesa dei provvedimenti legislativi che dovrebbero equilibrare (e uniformare per tutti gli italiani, quelli del Nord, del centro e del Sud e delle Isole) i livelli essenziali di prestazione. Si registra già un coro di proteste e mugugni da ogni parte d’Italia, a partire dai 425 sindaci della rete Recovery Sud: ma il Governo evidentemente non s’accorge del sentiment del Paese e nessuno, evidentemente, si chiede il perché di questa protesta che non è di ieri, ma sta accompagnando l’orrendo (pur se modificato) progetto di Calderoli. Sarà anche questa un’altra porcata? Il dubbio,  che però non sfiora l’establishment governativo, ci sta tutto. (s)

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di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Una lunga introduzione che fa il panegirico del valore di un Paese unito, di diritti di cittadinanza uguali per tutti, dell’esigenza che tutte le parti contribuiscano al progresso nella premessa del disegno di legge sull’autonomia.

Quegli stessi  argomenti che poi, con con notevole capacità di affabulazione, vengono riproposti da Calderoli nella conferenza stampa fatta con Raffaele Fitto e Maria Elisabetta Alberti Casellati, nella quale parla della locomotiva che tira e di un’altra dietro che deve spingere nella stessa direzione.

E proprio in tale dichiarazione di principio vi è la subdola strategia che propone da un lato l’individuazione dei LEP, livelli essenziali delle prestazioni, di livelli uniformi come sarebbe corretto non se ne parla, che dopo essere stati individuati ovviamente non potranno trovare attuazione, poiché le risorse questo Paese non le ha per realizzarli; dall’altro invece si evidenzia la statuizione del diritto a trattenere il residuo fiscale ed andare a diverse velocità senza tener conto di quello che è accaduto perlomeno dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. Perché deve essere chiaro a tutti lo sviluppo del Nord non è merito dei soli veneti e lombardi ma è stato fatto con lo sforzo di tutti. Il miracolo economico si è compiuto con il sudore dell’exodus dei meridionali. Ed il mercato del Sud ha consentito una riserva indiana per le aziende del Nord, mentre il piano Marshall è stato usato prevalentemente per rimettere in moto la cosiddetta locomotiva.

Il testo dimostra tutta la volontà di superare il Parlamento nazionale con scadenze catenaccio che consentano alla Presidenza del Consiglio,  con accordi con le singole regioni, di andare avanti indipendentemente da qualunque discussione e decisione.

Traspare in modo evidente l’esigenza di portare lo  scalpo alle prossime elezioni lombarde per cercare di avere quel consenso in pericolo, in conseguenza della pessima gestione del Covid che ha portato anche alle dimissioni dell’assessore Giulio Gallera e alla nomina di Letizia Moratti.

E poi quella di congelare la spesa storica. Infatti in molte parti della normativa del disegno di legge proposto si fa riferimento al fatto che le competenze dello Stato vengono trasferite senza aumento di costi. Ad un occhio superficiale sembrerebbe questo un modo corretto di procedere e dà alla Lega la possibilità di dichiarare che nessuno perderà nulla.

Evidentemente dimenticando che ogni anno si consuma uno scippo di 60 miliardi dal Nord al Sud, se si accetta il principio che la distribuzione della spesa sia fatta con equità, dando al bambino che nasce a Reggio Calabria la stessa quantità di risorse del bambino che nasce a Reggio Emilia.

Ma oggi non è cosi e la autonomia differenziata fa sì che questo meccanismo, che finora è stato adottato e che ha portato ad un furto all’italiana, con l’applicazione sbandierata subdolamente della modifica del titolo V, l’errore che con la complicità del PD ha aperto una breccia per consentire tutto quello che sta accadendo, diventi legittimo. D’altra parte come si possono avere uguali diritti di cittadinanza se le risorse a disposizione non lo consentono? Altrimenti, se fosse stato possibile, probabilmente già sarebbero stati realizzati! Penso all’infrastrutturazione, alla diversa sanità, al diritto all’istruzione, settori che registrano differenze importanti.

Nascondersi dietro l’attuazione della Costituzione, quando è rimasta totalmente inattuata fin dal primo articolo che recita  “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e quando oltre tre milioni di meridionali non ne hanno alcun diritto, e ha consentito che per cercare una occupazione 100.000 persone all’anno da decenni sono costrette ad emigrare, è da favola bella per spiriti candidi.

La dizione del costituzionalista Michele Ainis di una autonomia zoppa e barocca rende bene la mala fede che sta dietro al disegno. Perché non è incompetenza, tutto si può dire a Calderoli tranne che sia incompetente, ma perfetta mala fede. Così come con una malafede evidente sono stati condotti i colloqui con i Presidenti delle  Regioni meridionali, alcuni dei quali, come il siciliano Schifani,  hanno fatto finta di non capire per non andare in rotta di collisione con il partito di appartenenza, altri come Occhiuto hanno precisato i propri distinguo.

I due Presidenti di Campania e Puglia hanno dichiarato la loro contrarietà, anche se le dichiarazioni di Calderoli parlavano di adesione, immediatamente smentita. Non condivisione del  metodo scelto, dell’accelerazione sospetta, nonché del merito per cui viene definito il disegno  “irricevibile”.

D’altra parte la Lega secessionista ed eversiva  pensava, visto che il Mezzogirono spesso è stato un corpo morto che non ha dato nessun segnale di reazione, che poteva consentirsi qualunque cosa. In altri Paesi dell’Unione ci sarebbero cortei e barricate per un disegno di legge simile. In Francia probabilmente brucerebbero i palazzi del potere.

Calderoli è il nostro Putin, come il secondo ha occupato la Crimea, senza reazione alcuna, ed ha pensato di arrivare a Kiev, così il primo dopo aver visto come si era potuto gestire la conferenza delle Regioni ha pensato che potesse rendere legittimo lo scippo annuale e che si potesse passare dall’individuo soggetto di diritto al territorio.

Forse come Putin non si aspettava la reazione che sta montando, ma sappia che avrà altre e numerose sorprese e che il cammino dell’autonomia non sarà né veloce né semplice. Stupisce che  un uomo così accorto non abbia valutato le conseguenze nefaste sul Paese di un disegno di legge che Adriano Giannola, Presidente della Svimez, ha definito eversivo, e che molti costituzionalisti, in testa Massimo Villone, ritengono devastante per il Paese.

Invece di pensare a mettere a regime il Sud, una forza politica naif, che è riuscita a mettere le mani nei gangli vitali dello Stato, grazie al gioco di maggioranze, con la complicità colpevole del PD, oggi ufficialmente pentito, sta portando il Paese a spaccarsi. Cosa fare è difficile a dirsi se anche i Fitto e le Casellati tengono il sacco ad un Calderoli, “genio” del pastrocchio, meglio di un disegno “zoppo e barocco”!

L’aspetto positivo che sta avendo tale accelerazione è la spinta ad organizzarsi delle forze meridionaliste, che finalmente si sono rese conto che devono abbandonare presenzialismi e protagonismi per trovare un progetto condiviso per contrapporsi alla Lega ladrona. Se avverrà dovremo ringraziare l’insipienza di Calderoli. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud/L’Altravoce dell’Italia diretto da Roberto Napoletano)

IDEA SBAGLIATA CATANZARO METROCITY
CHE PENALIZZA CROTONE E L’ARCO JONICO

di ELISABETTA BARBUTO E DOMENICO MAZZA – C’era da aspettarselo. Noi ce lo aspettavamo. Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Abbiamo appreso dalla stampa la legittima aspirazione catanzarese di ambire al riconoscimento della Città Metropolitana. Quindi, la conseguente  proposta — occasione colta al volo — di una parte politica di attribuirsi la paternità pioneristica di questo ritorno al passato.

Del resto era nell’aria già da tempo e le avvisaglie, di una volontà in tal senso, non erano mancate.

Solo negli ultimi mesi, le Confederazioni sindacali sono state centralizzate per Area Vasta su Catanzaro. Le ex sedi provinciali di Crotone e Vibo sono rimaste nulla più che orpelli decorativi. Medesima sorte è toccata alle Camere di Commercio. Così come, analogamente, si era proceduto con le organizzazioni del Terzo Settore.

Tuttavia, pur essendo palese che Catanzaro aspirasse al riconoscimento di Capoluogo metropolitano, l’ipotesi di fagocitare nel prospettato Ente anche il territorio Crotonese ci lascia basiti. Non già per un rigurgito campanilista, ma perché totalmente avulso dal contesto istmico. Quanto detto comprova, ancora una volta, l’atavica patologia centralista ed ingorda sofferta dalla nostra terra.

Non abbiamo mai fatto mistero della nostra visione rispetto ad una sostanziale revisione degli ambiti d’Area Vasta sul territorio regionale.

Operazione, fra l’altro, neppure differibile in considerazione di alcune modifiche apportate, recentemente, alla geografia politica del Paese. Il riferimento va alla riperimetrazione con cui si è proceduto a circoscrivere i nuovi collegi elettorali, in occasione del decremento della Rappresentanza parlamentare. Vieppiù oggi, nell’evenienza della manifesta volontà del Governo di restituire alle Province i poteri detenuti fino al 2014. Riteniamo che, già entro il prossimo anno, le consultazioni elettorali provinciali saranno riaperte al suffragio universale.

Vero é che il decreto 56/14 (Ddl Delrio) stabiliva come propedeutici al mantenimento dell’ente Provincia i requisiti di 350mila ab e 2500 km² di superficie territoriale.

Come tutti sappiamo, l’attuale provincia di Crotone non dispone delle su citate caratteristiche. Nonostante ciò, malcomprendiamo il desiderio accentratore di Catanzaro atteso che il suo ambito territoriale sia già detentore dei titoli di cui sopra. Inoltre, trattandosi di Capoluogo di Regione, anche qualora i numeri non fossero stati suffragati, la richiamata norma stabiliva di non poter procedere a tagli o accorpamenti dell’Ente.

Ed è stato proprio lo studio approfondito del Ddl 56/14 che, già in tempi non sospetti, ci aveva spinto a maturare l’idea di rivedere gli ambiti intermedi della geografia amministrativa calabrese. In particolar modo, la condizione demografico-territoriale della provincia di Crotone. Immaginando ed esplicando, quindi, una ricostruzione dell’Ente che seguisse un processo maturato dal basso. Uno sviluppo coerente fatto di assemblamenti d’ambiti ad interesse comune.

Ecco perché abbiamo immaginato e disegnato una nuova grande Area Vasta dell’Arco Jonico. Un mosaico policromo dei territori Crotoniati e Sibariti. Una nuova Provincia, a saldo zero per lo Stato, che in fase statutaria soppiantasse l’ente Crotone per aprirsi a quello della Magna Graecia. Due Capoluoghi: Crotone a sud e Corigliano-Rossano a nord. Un unico contenitore di oltre 400mila abitanti, abbondantemente superiore ai 2500 km². Una lingua di costa, con propaggini pedemontane afferenti, di circa 200 km che lambisse l’Istmo e la Lucania. Il primo tassello di un disegno molto più grande, finalizzato ad abbracciare tutta la baia del golfo di Taranto. Un’Area (non Città che è cosa diversa) Metropolitana interregionale, calabro-appulo-lucana.

Un territorio con problematiche affini e accomunato dalle stesse inespresse potenzialità.

Turismo, agricoltura, recupero delle aree industriali dismesse o parzialmente tali. Ancora, distretti agroalimentari di qualità. Quindi, la necessità di impostare un rilancio delle politiche di mobilità per riconnetterlo all’Europa.

Riteniamo che la coesione fra ambiti sia alla base di una rinnovata politica inclusiva volta a favorire la cooperazione tra territori. Purtuttavia, non dobbiamo lasciarci trasportare dal cancro centralista. Piuttosto, bisogna aprirsi al policentrismo diffuso affinché sia rivalutato l’intero “Sistema Calabria” e non parte di esso.

Crotone è il lembo più a sud dell’Arco Jonico calabrese. La Sibaritide è la propaggine del nord est regionale. Non esiste affinità alcuna tra il contesto pitagorico e quello dell’Istmo. Parimenti a come, l’area jonica sibarita nulla condivide con i contesti vallivo-tirrenici cosentini. Storie diverse, economie differenti, orizzonti contrapposti.

Solo dalla nascita del su prospettato Ente, potrebbero risorgere quei principi di equità ed equivalenza territoriale tra i contesti jonici e quelli tirrenici della nostra Regione.

La Calabria non può continuare ad essere considerata feudo da suddividere a tre teste: quelle dei Capoluoghi storici. La storia degli ultimi 40 anni ci ha, ampiamente, dimostrato che tale visione è totalmente sperequativa. Bisogna ristabilire processi di pari dignità territoriale. Tali operazioni andranno perseguite tenendo in conto le esigenze e le peculiarità di ogni angolo della Regione.

Vogliamo augurarci che la politica regionale e quella locale non cedano a facili ed ingannevoli ammiccamenti centralisti.

Crotone dovrà decidere se continuare a sopravvivere in ginocchio, come la solita periferia dell’impero — complici i vari satrapi locali impegnati solo a tutelare le loro posizioni personali di potere a scapito della collettività — o pensare, realmente, a costruire il proprio avvenire.

Indignarsi oggi per questa proposta sarebbe il minimo, per non ritrovarsi un domani a dover scontare l’indifferenza generale che caratterizza le nostre zone, nonostante le accorate denunce di pochi. Non ha alcun senso risvegliarsi, improvvisamente, quando il danno sarà già stato realizzato. Per avviare poi, le solite recriminazioni vittimistiche e sterili cercando a posteriori il colpevole. Ora è il momento di reagire e di agire per manifestare con fermezza la nostra contrarietà a questa sciagurata proposta. Un’idea malsana ed antistorica che mira solo a tutelare gli interessi del Capoluogo di Regione. Certamente non quelli di Crotone e dell’Arco Jonico calabrese che, peraltro, verrebbero ulteriormente e definitivamente penalizzati anche nei futuri disegni infrastrutturali e nella condizione dei trasporti.

La via dello sviluppo per Crotone e per la dorsale dell’Arco Jonico è e resta verso nord.

È la strada tracciata della storia. È la strada per riprenderci il nostro futuro. (eb e dm)

 

MERCATO DEL LAVORO: LA CALABRIA NON È
UN PAESE PER GIOVANI, LO DICONO I NUMERI

Le cause della scarsa partecipazione dei giovani italiani al mercato del lavoro sono in parte culturali, in parte legate alla mancanza del servizio di orientamento e alla non corrispondenza tra formazione e qualità delle prestazioni richieste dal tessuto produttivo.

La questione dell’occupazione giovanile è gettonatissima sui social, ma se vogliamo parlarne senza sceneggiate è opportuno guardare qualche numero e fare qualche ragionamento.

In primissimo luogo le cifre della disoccupazione, che, ricordiamo, indicano quanti giovani cercano attivamente lavoro senza trovarlo. In Italia nel 2021 erano il 9,5% della popolazione in età da lavoro, contro il 3,6% della Germania, il 7,9% della Francia, il 7,7% dell’Area Euro. In generale nell’UE solo Spagna e Grecia sono messe peggio di noi.

Tuttavia se scendiamo nel dettaglio dell’occupazione giovanile esistente scopriamo qualcosa di interessante: nella fascia 15 – 24 anni il 23,9% degli occupati è sottoposto all’orrendo part time, ma in Danimarca sono il 45%, in Germania il 24%, in Olanda il 54% e nell’Area – Euro il 25%.

Da notare anche il dato sui contratti a termine: in Italia il 61% dei giovani tra 15 e 24 anni è occupato con contratto a termine, ma il dato non è lontanissimo da quello francese (56,1%) svizzero (54%) e addirittura inferiore a quello olandese (68%): segnale di una condizione largamente diffusa, per quella classe di età, in tutta Europa e non peculiarmente italiana.

È diffuso il fenomeno per cui ai giovani vengono inizialmente offerti posti di lavoro a basso contenuto professionale, ma non è un fenomeno tipico italiano; se guardiamo a due paesi paragonabili anche per popolazione all’Italia, vediamo che i giovani tra 15 e 24 anni sono occupati in professioni “elementari” (dati 2021) in numero di 148.000 in Italia, 149.000 in Germania, e 208.000 in Francia. Un altro profilo professionale piuttosto basso è quello dei sales services: in Italia 310.000 gli addetti, in Francia 333.000, in Germania 375.000. I giovani italiani non sono sostanzialmente più sottoccupati dei coetanei europei.

Tuttavia sono meno qualificati: sempre nella fascia 15-24 anni in Italia hanno concluso la secondaria superiore 1.612.000 lavoratori, contro 2.280.000 della Francia e 4.324. della Germania; sono laureati 627.000 italiani, 2.391.000 francesi e 1.696.000 tedeschi.

Alto invece il numero dei giovani italiani 15-24 anni che avviano un’attività autonoma: 99.200 in Italia contro 85.500 della Francia e 74.800 della Germania (dati 1° quadrimestre 2022). Il che però non è di per sé indice di una particolare propensione all’imprenditorialità ma sconta piuttosto un diffuso utilizzo del rapporto di lavoro autonomo da parte delle imprese per aggirare vincoli e costi del lavoro dipendente.

Sorprendentemente, le retribuzioni dei giovani italiani non sono da fame: nella fascia under 30 per un full timer la retribuzione media lorda annua espressa in PPS (Parità di Potere d’Acquisto) è di 25.123 € (dato Eurostat 2018); in Francia è di 23.434 €, in Germania 30.187 E, in UK 25.132 €, in Olanda 28.518 €.

I giovani italiani che percepiscono un salario povero (cioè inferiore ai 2/3 del salario mediano nazionale) sono il 15,94% del totale, in Francia il 15,85%, in Germania il 32% e in Olanda il 45% (in questi casi è determinante l’uso intensivo del part time) e nell’area Euro del 28%.

La retribuzione oraria espressa in Parità di Potere d’Acquisto per i lavoratori under 30 è di 10,53 € in Italia, 11,83 € in Francia, 12,74 € in Germania, 10,02 in Olanda e 11.8 euro per l’Area Euro.

Recentemente ha avuto una certa notorietà la notizia che le retribuzioni aumentano al crescere dell’anzianità: trattasi di ovvietà. A parte il fatto che gli stessi CCNL premiavano fino a poco tempo fa l’anzianità aziendale (e in alcuni casi lo fanno ancora) è naturale che le imprese privilegino in linea di massima, a parità di profilo professionale l’esperienza lavorativa.

Non è peraltro un fenomeno italiano: Eurostat ci dice che se prendiamo in considerazione tre classi di età (<30 anni, 30-50 e >50) nell’area € il rapporto tra la seconda classe e la prima è pari a un incremento di 138 vs. 100, in Germania di 153 vs. 100, in Francia di 140 e in Italia di 132. Siamo in linea con la realtà europea e addirittura ai margini inferiori per incremento dei salari in relazione all’età.

Non sono disponibili dati sui tirocini extracurricolari che comunque esistono, sia pure regolamentati in modi molto diversi, in tutta l’Ue. Altresì non esistono, ovviamente, dati attendibili sul lavoro nero o grigio, che certamente coinvolge un numero significativo di giovani, probabilmente in misura superiore a quella dei Paesi UE di maggiore industrializzazione, ma non certamente tale da determinare un differenziale decisivo sul complesso dell’occupazione giovanile.

Nonostante questi dati che dimostrano come le condizioni di lavoro offerte dal mercato ai giovani italiani siano del tutto simili a quelle dei giovani europei, ci differenziamo nettamente per la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro: il dato dei Neet (Not in Employment,  Education or Training) tra i 15 e 29 anni è del 29,8%; nell’Area Euro è pari al 16,4% della popolazione di questa fascia d’età, in Germania del 14,6%, in Francia del 17,4& e perfino in Spagna e Grecia è inferiore (18,4% e 16,5%).

D’altra parte questo dato ha riscontro nell’analisi condotta da Eurostat sul labour slack, che dimostra come l’Italia potrebbe incrementare le forze di lavoro (la somma di chi lavora e di chi cerca lavoro) di quasi il 12%: un dato enormemente superiore a quello degli altri paesi europei (la seconda in graduatoria è l’Irlanda con poco più del 6%, la Francia e la Germania stanno attorno al 4%). Questi numeri si riferiscono al totale della popolazione in età da lavoro, ma è evidente la coincidenza con quelli riferiti alla fascia più giovane.

In sostanza il fenomeno italiano dei Neet è semplicemente il manifestarsi in quella determinata fascia di età di una propensione a fuggire dal mercato del lavoro che è comune alla società italiana.

Occorre, per verità, dire che è molto probabile che una quota consistente di Neet coincida con quote di lavoro nero, e ancor più di lavoro “grigio” (e questa è probabilmente una caratteristica “tutta italiana”) ma non in misura tale da giustificare la sproporzione con i Neet di Germania o Francia, a meno di postulare che tutti i lavoratori in nero in Italia appartengano alla fascia di età 15-9 anni.

In definitiva l’unico dato strutturale che sembra avere un effetto determinante sull’occupazione giovanile in Italia è quello relativo alla formazione e ai servizi al lavoro. Quanto alla prima basti notare che il mismatch tra domanda e offerta di lavoro nella fascia di età giovanile è del 41% per i profili più qualificati (programmatori, infermieri, disegnatori industriali, idraulici, elettricisti: come si vede, non scienziati nucleari, ma profili tranquillamente alla portata del sistema nazionale di istruzione-formazione).

Quanto ai secondi negli ultimi anni (e non solo a dire il vero) le politiche attive sono prevalentemente consistite in sgravi fiscali e contributivi per le aziende, in qualche intervento di sistema (Garanzia Giovani, Dote Lavoro Lombardia) e in zero servizi di orientamento, però in compenso in una importante mole di interventi normativi atti a vietare forme “improprie” di accesso dei giovani all’occupazione e a disincentivare, anche su pressione dei sindacati, forme innovative quali l’alternanza scuola-lavoro.

In definitiva: la disoccupazione giovanile italiana non è dovuta, se non marginalmente, a una propensione malvagia delle imprese a sfruttare i giovani lavoratori, che hanno in Italia trattamenti sostanzialmente analoghi a quelli di tutta Europa. Esiste un problema reale di formazione – istruzione e di servizi al lavoro, cui in generale le forze politiche e i sindacati rispondono non con politiche attive mirate ma con sussidi, divieti e obblighi.

A dimostrazione di una ormai conclamata inadeguatezza di forze politiche e sindacati a governare il mercato del lavoro e della connessa scelta di ripiegare sulla propaganda. Resta da comprendere se, oltre a questi dati oggettivi, vi sia anche una propensione “culturale” dei giovani italiani, che sarebbe interessante indagare. Ma questa, come si dice, è un’altra storia…

[Courtesy pietroichino.it]

«QUA SI CAMPA D’ARIA», PERÒ È PULITA
E LEGAMBIENTE PUNTA A EMISSIONI ZERO

Parafrasando Otello Profazio, con la sua conosciutissima ballata Qua si campa d’aria, si può dire che però, almeno, è aria di ottima qualità. Lo certifica Legambiente secondo la quale in Calabria la qualità dell’aria è buona. L’Associazione, infatti, ha pubblicato i risultati del report Mal’Aria di città. Cambio di passo cercasi, evidenziando che nella nostra regione non ci sono criticità importanti, o quasi.

I dati, infatti, sono parziali perché aggiornati solo fino a giugno 2022 per indisponibilità degli ulteriori dati ufficiali non presenti sul sito di Arpacal. Nonostante questo, quello che merge da Mal’Aria di città è che a differenza di molte città del Nord e del Centro del Paese in cui le concentrazioni di sostanze inquinanti mettono a rischio il benessere e la salute dei cittadini, per l’anno 2022 i capoluoghi calabresi rispettano i limiti di legge sia per le polveri sottili (PM10 e PM2.5) che per  il biossido di Azoto (NO2).

Tuttavia alcuni valori (PM2.5 a Cosenza e PM10 e NO2 a Crotone) risultano superiori ai nuovi obiettivi  europei al 2030 così come l’NO2 in tutte le città ed in particolare in diverse città che risultano superiori a quanto stabilito dall’OMS. Si tratta di situazioni che necessitano di attento monitoraggio e di interventi di riduzione delle emissioni (in particolare su Crotone e Cosenza).

Per la Calabria in particolare, i parametri delle PM2.5, molto pericolose per la salute umana, vedono tra le città virtuose Vibo Valentia, Reggio Calabria, Catanzaro e Crotone (4 μg/mc) che si trovano già tutte sotto il limite di 10 μg/mc stabilito per il 2030. Catanzaro e Crotone, si trovano anche in linea con i limiti raccomandati dall’OMS (5 μg/mc).

Per quanto riguarda, invece, l’NO2 dai dati emerge che tutte le città calabresi sono sopra i limiti dell’OMS anche se tra le poche città italiane che si avvicinano, in positivo, al limite OMS (concentrazione di NO2 minore o uguale a 10 μg/mc) ci sono Catanzaro (13 μg/mc), Reggio Calabria e Vibo Valentia (12 μg/mc), mentre Crotone risulta sopra i limiti previsti per il 2030.

«Il report Mal’aria 2023 – ha dichiarato Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria – ci consegna dati tendenzialmente positivi per la nostra Regione, grazie anche ad un complesso di fattori tra cui le caratteristiche naturali dei territori e la carenza storica di un tessuto industriale inquinante, rilevando nelle nostre città capoluogo, una qualità dell’aria, meno preoccupante per la salute rispetto ai dati nazionali».

«Tuttavia costituisce un segnale allarmante – ha evidenziato – soprattutto a fronte dei dati sul biossido di azoto che dipende dal traffico veicolare, la circostanza che i dati ufficiali si fermino al mese di giugno 2022 quando dovrebbe esserne garantita la fruibilità e rese trasparenti le notizie sull’effettivo funzionamento delle centraline di monitoraggio, per come previsto dalla normativa vigente».

«Appare evidente – ha rilanciato – come tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla Regione Calabria, debbano attivarsi per  risolvere la problematica  nell’interesse della collettività calabrese, al fine di ripristinare strumenti di analisi efficaci e capillari sulla salubrità dell’ambiente ed evitare eventuali infrazioni comunitarie».

«Altrettanto evidente – ha concluso –  appare la necessità di mettere in atto, anche nelle città calabresi, per renderle più vivibili e sicure, le proposte avanzate da Legambiente nel report, per contrastare l’inquinamento atmosferico e per migliorare la qualità della vita delle persone».

Che fare, allora? È la stessa Legambiente a rispondere, proponendo una serie di interventi «a misura di città»:  Col passaggio dalle Ztl (zone a traffico limitato) alle Zez (Zone a zero emissioni), per esempio. «Come dimostra l’esperienza di Milano (con l’area B) e, soprattutto, dell’ultra Low Emission Zone londinese – ha spiegato Legambiente – le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti riducono le emissioni da traffico del 30% e del 40%».

«Serve un grande piano di riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata – ha ribadito Legambiente – e incentivare una drastica riconversione delle abitazioni ad emissioni zero grazie alla capillare diffusione di misure strutturali, come il Superbonus, opportunamente corretto dagli errori del passato come gli incentivi alla sostituzione delle caldaie a gas». Per questo, propone di utilizzare le low emission zone – zone a basse emissioni anche per il riscaldamento.

Altra azione necessaria, per l’Associazione, è il potenziamento del trasporto pubblico e trasporto rapido di massa attraverso  la quadruplicazione dell’offerta di linea e la promozione di abbonamenti integrati, come fece la Germania nell’estate del 2022. Per aiutare ulteriormente l’ambiente si potrebbe incentivare la mobilità elettrica condivisa (auto, micro, bici, van e cargo bike) e realizzare ulteriori 16.000 km di percorsi ciclabili.

Ancora, sarebbe opportuno «ridisegnare lo spazio pubblico urbano a misura d’uomo, “città dei 15 minuti”, sicurezza stradale verso la “Vision Zero”, “città 30” all’ora seguendo l’esempio di Cesena, Torino, Bologna e Milano», ha sottolineato Legambiente, ribadendo la necessità di rendere tutto elettrico anche prima del 2035. Un obiettivo che si può raggiungere «grazie – viene spiegato –  alla progressiva estensione delle Zez alla triplicazione dell’immatricolazione di autobus elettrici e l’istituzione dei distretti ZED (Zero Emissions Distribution)».

Soluzioni necessarie, soprattutto se «l’inquinamento atmosferico causa, ogni anno, in Italia più di 50 mila morti, oltre a contribuire a indebolire irrimediabilmente la salute dei cittadini», ha spiegato l’Associazione.

«Respirare aria pulita è un diritto fondamentale, ma in molte città italiane, l’emergenza smog è ancora una realtà» si legge sul sito della petizione online lanciata da Legambiente, dal titolo Ci siamo rotti i polmoni. No allo smog!

«È tempo di pretendere città più pulite e più vivibili». (rrm)

SANITÀ, DA 20 ANNI NEL RIPARTO DEI FONDI
ALLA CALABRIA TOCCANO SEMPRE DI MENO

di GIACINTO NANCI – I politici calabresi si stanno accapigliando perché ognuno vuole nella propria provincia la facoltà di medicina e chirurgia perdendo ancora una volta di vista i veri problemi della sanità calabrese che continua ad andare al macello.

Dopo 13 anni di piano di rientro infatti i conti della sanità calabrese continuano ad essere bocciati dalla Corte dei Conti, e siamo ultimi in Italia per applicazione dei Lea, ma la cosa più grave è che a parità di patologia, specialmente tumorale, in Calabria si muore prima che non nelle altre regioni.

Invece di accapigliarsi per avere ognuno la facoltà di medicina nella propria provincia che al massimo sforna laureati che poi emigrano, i politici calabresi dovrebbero battersi per modificare i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni perché la Calabria è la regione che riceve pro capite, da più di 20 anni a questa parte, meno fondi per la sua sanità pur avendo tra i suoi circa due milioni di abitanti ben 287000 mila malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani per come certificato anche dall’ormai lontano Dca N. 103 dell’ex commissario al piano di rientro sanitario calabrese Scura del 30/09/2015. Dca vidimato sia dal ministero dell’Economia che da quello della Salute, quindi tutti sanno.

A favorire questa necessaria battaglia dei politici calabresi per una migliore sanità è avvenuto che il governatore della regione Campania l’estate scorsa ha fatto un ricorso al TAR per contestare proprio i criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni che a suo dire penalizzano la Campania. Il ricorso ha una totale validità, tanto che prima che il Tar si sia pronunciato, la Conferenza Stato Regioni e il Governo hanno promesso e programmato per il prossimo anno la modifica dei criteri di riparto dei fondi sanitari alle regioni, comprendendo che il ricorso verrà sicuramente accolto. I politici calabresi avrebbero dovuto già da molto tempo fare loro il ricorso al Tar prima della regione Campania proprio perché la Calabria è molto più penalizzata non solo rispetto alla regione Campania ma rispetto a tutte le altre regioni.

Per rendere l’idea di quanto la Calabria e le regioni del sud sono penalizzate dall’attuale criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni basti dire che nel 2017 è stata fatta una modifica “parziale” (per come specificato dall’allora presidente delle Conferenza Stato-Regioni on. Bonaccini) dei criteri di riparto basati sulla “deprivazione” e non su quelli “demografici” correnti. Ebbene in base a questa parziale modifica (non riproposta ne tantomeno ampliata negli anni successivi e da qui il ricorso al Tar) alle regioni meridionali sono stati assegnati in più nel 2017 rispetto al 2016 ben 408 milioni di euro e se si considera che la modifica era solo parziale si potrebbe moltiplicare la cifra almeno per 4 e se questo riparto fosse stato fatto da 20 anni a questa parte in cui il riparto è stato fatto invece  con il criterio “demografico” la sanità del sud e quella calabrese, che è quella più penalizzata da questo criterio di riparto, avrebbero avuto molte più opportunità.

La sanità calabrese oltre a questo handicap del criterio di riparto è penalizzata anche dal piano di rientro stesso cui è sottoposta da oltre 13 anni perché esso fa ulteriori tagli alla sua spesa sanitaria, già insufficiente, proprio per ripianare il presunto deficit, e impone una maggiorazione delle tasse (Irap, Irpef, Accise etc..) ai calabresi, peggiorando oltre alla salute anche l’economia calabrese. Che fare allora?

Invece di litigare per la facoltà di medicina la Calabria si deve mettere alla testa delle regioni meridionali (così si ha più forza) perché il criterio di riparto dei fondi sanitari venga realmente e giustamente fatto non solo in base ai criteri della “deprivazione”, come vuole fare il governo e che ci darebbe certamente più fondi, ma  anche in base alla numerosità delle malattie presenti nella varie regioni in quanto essendo la regione con più  malattie croniche ci assegnerebbe i fondi giusti per poterle curare.

Con i fondi in più potremmo, invece di fare campanilismo per la facoltà di medicina nella propria provincia, pensare di creare dei centri di eccellenza per le varie patologie perché uno dei fenomeni che peggiorano i conti della sanità calabrese sono proprio le spese per le nostre cure fuori regione nei centri di eccellenza del nord, che nel 2021 sono giunte alla stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Un esempio per capire.

La Calabria con una prevalenza di diabete mellito del 12% non ha un centro per la cura del piede diabetico, la regione Lombardia con una prevalenza di diabete del solo 4% ha più centri per la cura del piede diabetico, per cui i calabresi poi devono andare in questi centri al nord solo per l’amputazione del piede e non per la sua cura. Lo stesso vale per altre patologie.

E se si considera che la creazione di un centro di eccellenza costa pochissime decine di milioni di euro, con i fondi in più che dovremmo ricevere con la modifica dei criteri riparto, potremmo permetterci, oltre ai centri di eccellenza per le malattie croniche, perfino un centro di eccellenza “sullo studio della neurofisiopatolgia del canto del grillo”. Se vogliono fare un favore ai calabresi i nostri politici devono da subito iniziare la battaglia per la modifica del riparto dei fondi sanitari e oggi c’è l’opportunità di farlo visto sia il ricorso al Tar della regione Campania e sia gli ultimi gravi rilievi fatti dal Tavolo Adduce (organo ministeriale che ogni anno monitora le regioni in piano di rientro) al commissariamento della sanità calabrese, al commissario Occhiuto e al piano di rientro calabrese.

Altrimenti come i polli di Renzo, i nostri politici, faranno continuare a finire al macello i malati calabresi (che continueranno a morire prima degli altri italiani a parità di patologia). (gn)

60 ANNI FA NACQUE LA SCUOLA MEDIA UNICA
IL PNRR È L’OCCASIONE PER “RIPENSARLA”

di GUIDO LEONE – Sessanta anni veniva introdotta in Italia la scuola media unica, approvata con legge n. 1859 del 31 dicembre 1962. Un traguardo importante certo, ma il clima che si respira nelle scuole (e non solo!) non è dei migliori. La grave crisi economico-finanziaria  sta avendo gravi ripercussioni specie sulla scuola Sessant’anni, però, sono un arco di tempo significativo per provare a fare  un bilancio dell’esperienza della scuola media italiana le cui “vicende” storiche, istituzionali, culturali, pedagogiche e didattiche hanno finito per consolidare la sua immagine di “terra di mezzo” e mai parte integrata di un percorso unitario, armonico, continuativo dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado.

E quella della scuola non è solo una crisi di natura economico-finanziaria. Ci sono due questioni aperte e mai chiuse in questi anni. L’identità della scuola media e il suo raccordo con la scuola primaria (già scuola elementare) che la precede e la scuola secondaria di II grado (per anni denominata scuola “superiore”) quale esperienza non obbligatoria (almeno fino alla pubblicazione del DM 139/2007 (Il nuovo obbligo di istruzione che la seguiva).

 La scuola media, terra  di mezzo, è da molti anni, dunque, alla ricerca di una sua  identità, attratta dalla scuola superiore (il piano alto della “secondaria”), ma poi richiamata alla comune appartenenza alla scuola di base (il c.d. “primo ciclo” dell’istruzione). L’alternarsi di diverse denominazioni (scuola – di volta in volta – media, secondaria I grado, del primo ciclo, di base) rappresenta bene la non risolta ambiguità della sua secondarietà – di accesso ai saperi formali e al pensare per modelli – o di completamento della formazione primaria, quindi di consolidamento dell’alfabetizzazione strumentale. Una scuola ,insomma, che sembra non essere stata né carne né pesce.

La seconda questione è legata alla specifica età degli allievi che la frequentano (dagli 11 ai 14 anni). La scuola media coglie i ragazzi in un momento particolarmente delicato del loro sviluppo, quello della pre-adolescenza, in cui a cruciali trasformazioni fisiche, emotive e cognitive si accompagna l’affermazione della propria personalità spesso in contrasto con le figure adulte. Le sfide educative che pongono i pre-adolescenti sono ancora più difficili di quelli dell’età precedente e successiva.

Il quadro sulla scuola media che emerge dall’ultimo rapporto sulla scuola media in Italia della Fondazione Agnelli è veramente preoccupante: dall’età avanzata del corpo docente ai modelli didattici antiquati e basati su una troppo rigida specializzazione per discipline; dalla prevalenza di lezioni frontali all’indebolimento della relazione affettiva per il moltiplicarsi delle figure di riferimento ;dal rapporto scuola-famiglia, caratterizzato da tensioni crescenti a causa di un atteggiamento iperprotettivo verso i figli da parte di genitori sempre meno disposti a riconoscere l’autonomia dei docenti, a problemi di accoglienza e di integrazione dei ragazzi stranieri, all’età media dei docenti che va dai 58 ai 60 anni, mentre alle superiori è tra i 50 e i 60; alla discontinuità didattica, dovuta anche ad una quota superiore, rispetto al resto della scuola italiana, di docenti precari.

E poi i risultati complessivi degli allievi insoddisfacenti negli apprendimenti come testimoniano i confronti internazionali relativi alle conoscenze matematiche e scientifiche, spesso confermate dalle valutazioni a livello nazionale (Prove Invalsi),e che non sono in grado di reggere la sfida delle “competenze”, cui i 15enni, successivamente, sono chiamati dai severi test dell’Ocse-Pisa.

Il Rapporto della Fondazione Agnelli offre un quadro ancora più nitido di come e quando si manifestino le disuguaglianze sociali e i divari soprattutto territoriali, con effetti negativi sugli apprendimenti. Le disuguaglianze dovute all’origine socio-culturale, misurate in base al titolo di studio dei genitori sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare. Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono, alla fine del ciclo, a una differenza di quasi tre anni di scuola”.

Se al termine della primaria gli allievi nei diversi territori fanno registrare risultati simili, dopo i tre anni di scuola media il Sud resta molto attardato: 17 punti in meno per l’area che comprende (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia) e 27 punti in meno per l’area che comprende (Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia).

I divari territoriali, che la primaria riesce a contenere, nella scuola media esplodono, più che in passato, con significative criticità negli apprendimenti di base dei nostri preadolescenti imputabili anche all’organizzazione di questo segmento educativo, considerato l’anello debole della nostra scuola.

Ora le scuole medie del nostro Paese, per ragioni non propriamente pedagogiche, sono state assorbite nello loro interezza nel modello organizzativo noto come “istituto comprensivo”, in provincia di Reggio Calabria sono 36 le istituzioni scolastiche.

L’aver imposto la generalizzazione degli istituti comprensivi e l’avere poi elevato la soglia minima di alunni affinché una scuola possa disporre di autonomia funzionale e personalità giuridica cambia, nel bene e nel male, la geografia della scuola.

Ma mutano anche le condizioni per far pesare di più la variabile organizzativa per la messa a punto di approcci metodologici e didattici maggiormente aperti e dialoganti tra i diversi ambienti e livelli di istruzione, tra la scuola primaria da un lato e la scuola secondaria dall’altro.

Questo modo di procedere lascia perplessi: si generalizza un modello organizzativo, lo si impone come matrice dell’organizzazione della rete scolastica e come chiave di volta per mantenere in vita istituzioni scolastiche sul territorio, senza che vi sia stato alcun confronto o riflessione o analisi sui risultati finora conseguiti, là dove gli istituti comprensivi sono stati impiantati. Eppure, a quasi venti anni  di distanza, l’esperienza dei comprensivi avrebbe dovuto essere sufficiente per una valutazione approfondita, quanto meno per procedere con cognizione di causa e con motivazioni diverse rispetto a “ragioni meramente di cassa”.

Ma basta accampare ragioni di stabilità finanziaria, oggi come ieri, per stravolgere ogni cosa? Per fare nella scuola ciò che si vuole? 

L’anniversario ci lascia delle domande irrisolte: oggi, in questo nuovo contesto istituzionale ha ancora un senso e una missione la scuola media? Ha, cioè, significato mantenere una scuola media nell’attuale impianto del sistema scolastico italiano, articolato nei due cicli di istruzione e, in caso affermativo, secondo quale identità e con quale struttura curricolare? La generalizzazione del sistema in istituti comprensivi quali effetti avrà sul miglioramento della didattica e degli esiti scolastici?

Dato che ancora non si conosce bene il valore, o il disvalore, della loro introduzione, né quali siano i loro punti di forza e di debolezza. Se ad essi (dato che sono ormai diffusi da quasi due decenni), e in che misura, debba essere ricondotta la situazione di debolezza dell’attuale scuola media? Bisognerebbe anche chiedersi in che misura l’attuale impianto ordinamentale (quadri orari, monte ore settimanale e annuale, insegnamenti, flessibilità curricolare, etc.) incida sul successo scolastico?

E, ancora, l’attuale modello di governance corrisponde alle peculiarità e ai bisogni di tutte le componenti che operano in organizzazioni così complesse?

Le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del rimo ciclo di istruzione avrebbero dovuto far fare un salto di qualità dalla vecchia scuola media alla unitarietà della scuola del rimo ciclo rafforzando gli obiettivi di apprendimento e  per competenze dando un senso alla scelta organizzativa dell’istituto comprensivo di una educazione dell’allievo dai 3 ai 14 anni.

Un istituto comprensivo, dunque, per una scuola rinnovata.

E invece i risultati parlano d’altro, perché la scuola media da unica è restata unica, separata in casa in un comprensivo che non ha saputo divenire comprensivo, comprendere e comprendersi nonostante dieci anni di Indicazioni nazionali.

La priorità degli apprendimenti è fondamentale  più che mai nella scuola media. Ripensare, perciò, la secondaria di I grado è dunque un’altra delle priorità che il nostro sistema d’istruzione deve affrontare con le risorse del Pnrr, dopo che la pandemia,  abbiamo visto, ne ha messo in luce criticità antiche e gravi.

Il riscatto degli apprendimenti è allora ovviamente fondamentale nella scuola media, dove esplodono divari e disuguaglianze. Le politiche di cui si parla nel Pnrr vanno per forza declinate nel grado scolastico più in difficoltà: in particolare, l’orientamento, la formazione e il reclutamento dei docenti, la didattica, proprio le aree di intervento che abbiamo indicato.

Ci aspettiamo che questo governo  dia qualche risposta a questi ed altri quesiti. Ma tant’è la scuola come al solito può attendere. (gl)

CHI HA PAURA DELLE ZES MANIFATTURIERE?
SI PERDE IL SENSO DELLA LORO CREAZIONE

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Chi ha paura di Virginia Wolf? Copiando quel titolo chi teme le Zes manifatturiere? Lentamente sembra che le cosiddette zone economiche speciali stiano andando nel dimenticatoio. Si sta perdendo il senso e la motivazione per cui sono state create.

Ed allora riepiloghiamo: il Mezzogiorno ha 20 milioni di abitanti. Sarebbe la sesta nazione d’Europa se fosse un Paese indipendente. Dopo Germania con oltre 80 milioni di abitanti, Francia con oltre 60 milioni, poi verrebbe la Spagna e la Polonia, poi il Nord se fosse un Paese separato e poi il Sud.

Per avere un rapporto popolazione occupati fisiologico, senza arrivare ai dati incredibili che si hanno in Olanda ma rapportandoci al rapporto esistente in Emilia-Romagna, che con 4 milioni di abitanti ha poco meno di 2 milioni occupati, vi è la necessità di creare 3 milioni  di nuovi posti di lavoro. Per arrivare a quei 9 milioni di occupati, compresi i sommersi, che renderebbero il mercato del lavoro meridionale adeguato a dare risposte alle esigenze della realtà, senza dover costringere 100.000 persone l’anno ad emigrare nonché altri 2 milioni a chiedere il reddito di cittadinanza e molti altri a cercare un lavoro senza trovarlo, diventando poi Neet.

Da quali settori debbano arrivare questi 3 milioni di posti di lavoro aggiuntivi può essere immaginato guardando le realtà a sviluppo compiuto. Perché oltre alla logistica, che potrebbe arrivare ad occupare anche 600-700 mila posti di lavoro, si pensi che la sola Amsterdam tra diretti ed indiretti ne occupa 700 mila, il turismo, raddoppiando le presenze, potrebbe occupare ancora 200-300 mila persone. Il resto dovrebbe arrivare dal manifatturiero.

Ma gli imprenditori locali sono fermi nella loro occupazione da oltre 10 anni. Quindi pensare che possano arrivare questi posti di lavoro da forze endogene è assolutamente improbabile. Per questo le altre realtà a sviluppo ritardato hanno utilizzato il sistema dell’attrazione degli investimenti dall’esterno dell’area. Cioè cercare le soluzioni perché alcune aree si rendono attrattive per coloro che hanno esigenza di fare investimenti in Europa. Cosa difficilissima perché la competizione è di quelle all’ultimo incentivo.

È il percorso che sta seguendo la Polonia, l’Ungheria. Che ha seguito la Germania per localizzare imprese nell’ex Ddr, l’Irlanda che è riuscita ad avere in questo modo la piena occupazione, senza dimenticare la madre di tutte le aree di attrazione che è la Cina con le sue Sez, Special economic zones.

Ma poiché pensare di rendere attrattivo tutto il territorio meridionale sarebbe stato complicato allora si sono create le Zes. Perché sarebbe stata una impresa? Perché creare le condizioni di attrattività in tutto il Mezzogiorno sarebbe stato troppo gravoso dal punto di vista economico e probabilmente la stessa Europa non lo avrebbe consentito.

Le condizioni necessarie per attrarre investimenti sono poche ma impegnative. Riguardano  un territorio ben infrastrutturato dà un punto di vista della mobilità, senza criminalità organizzata, con un cuneo fiscale favorevole in modo da avere un costo del lavoro contenuto e competitivo, ed infine con una tassazione sugIi utili  di impresa limitata, per rendere attrattiva la localizzazione.

Si capisce bene come estendere queste condizioni ad una realtà che ha il 40% del territorio italiano sarebbe stato estremamente complicato. Infatti per esempio il cuneo fiscale che con una normativa troppo estesa è stato consentito a tutto il Mezzogiorno sarà facile che venga abrogato, considerato il suo costo.

Così come pensare di avere un territorio come la Sicilia esente da criminalità organizzata è estremamente complesso, mentre se le aree sono limitate nelle loro dimensioni si potrebbero attuare meccanismi di controllo molto sofisticati che rendano le aree individuate “criminal free”.

Purtroppo nell’individuazione delle aree è prevalso l’interesse della classe politica dominante estrattiva, molto presente nelle regioni meridionali, che ha preferito aumentare le aree per dare un contentino ai propri clientes già insediati. In tal modo le Zes invece di diventare uno strumento per attrarre investimenti dall’esterno dell’area sono diventate aree a facilitazioni ampie per le aziende già esistenti, tradendo in modo totale la motivazione della loro esistenza.

Per questo vanno assolutamente ripensate le aree, facendole individuare invece che alle Regioni al Ministero per il Sud, in maniera che abbiano veramente le caratteristiche per essere attrattive e che non succeda quello che è accaduto recentemente a Catania con la Intel, che pare non abbia avuto le dimensioni di ettari necessari per l’insediamento. Non si capisce perché in quel caso non sia subentrato lo Stato, per evitare di attuare quell’esproprio a favore di Verona, che comprenderà adesso anche un trasferimento di ingegneri e di professionalità che in Veneto non sono a disposizione.

È indispensabile pensare alle Zes, considerato che alternativa ad esse non ve ne sono, perché non vi è altro modo di creare i posti di lavoro che servono al Sud in tempi sufficientemente contenuti, in modo da renderle operative e veramente attrattive. Bisogna assolutamente dare ai commissari  straordinari del Governo,  che si sono insediati nelle otto Zes create, degli obiettivi precisi in termini di attrazione di investimenti e di posti di lavoro da creare,  con una normativa stringente che nel caso in cui gli obiettivi non saranno raggiunti preveda che essi saranno immediatamente dimessi, come accade a un allenatore di una grande squadra quando si capisce che non è più all’altezza di mantenere i ritmi necessari.

Ogni Zes dovrebbe attrarre nei prossimi cinque anni di Governo della destra, per arrivare agli obiettivi stabiliti dei 2 milioni di posti di lavoro, un numero preciso di aziende multinazionali. L’obiettivo sono 400.000 occupati l’anno, 50.000 posti di lavoro per ogni Zes, il che vuol dire 10/15 grandi aziende in ognuna di esse.

Un traguardo ambiziosissimo come lo è un cambio di passo nello sviluppo del Mezzogiorno. Un impegno che dovrebbe riguardare tutto il Governo centrale e che certamente porterebbe risultati importanti in termini di crescita del Pil nazionale e nella migliore delle ipotesi, anche nel caso che la meta non fosse raggiunta, potrebbe in ogni caso attuare un impegno poderoso che potrebbe iniziare un cammino di grande interesse. 

Se poi a fianco ad esso si facessero nascere quelle zone turistiche, con una normativa analoga, che potesse far accelerare lo sviluppo delle presenze turistiche, attraendo i grandi operatori internazionali che non aspettano altro che di potersi insediare nel Mezzogiorno se le condizioni burocratiche, di sicurezza ma anche di tassazione vantaggiosa si avverano.

Se poi si comincia a lavorare perché i porti del Mezzogiorno possano andare a regime, visto che adesso sono assolutamente sotto utilizzati, a cominciare da Augusta frontaliere di Suez, allora forse le problematiche relative all’esigenza che le aree più ricche continuino ad aiutare quelle più povere e che i diritti di cittadinanza siano uguali in tutto il Paese, senza che nessuno debba assistere qualcun altro, saranno risolte, senza arrivare a forme larvate di secessione che in realtà non fanno altro che indebolire il nostro Paese.

Un libro dei sogni quello proposto, come si attiene al grande progetto che dovrebbe riguardare il Mezzogiorno e che se tutti i tasselli vanno al loro posto, a cominciare della alta velocità Salerno / Reggio Calabria / Augusta /Palermo, del ponte sullo stretto di Messina, del completamento delle autostrade a cominciare da quella ionica che colleghi Reggio Calabria a Bari, allora quello che oggi sembra un libro dei sogni potrebbe risultare invece un programma operativo realizzabile.

Questa è la vera scommessa che dovrebbe fare la Presidente Meloni se vuole rimanere nella storia di questo Paese come colei che ha risolto il vero problema che dall’unità d’Italia è ancora aperto e ha salvato l’Italia dal diventare una nuova frammentata Jugoslavia. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

DOCUMENTO: scarica da qui il Piano Strategico Calabria dell’Agenzia di Coesione: Piano-Strategico-Calabria_(Calabria.Live)