di MICHELE DROSI – Da qualche tempo in Calabria non si parla d’altro – è diventato un vero tormentone – che dei Sottosegretari che il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, potrebbe nominare in seguito a una modifica dello Statuto approvata dal Consiglio regionale in seconda lettura a gennaio di quest’anno.
Le opposizioni hanno immediatamente gridato allo scandalo al punto che qualcuno, molto esperto di strutture e sottostrutture dei vari meandri del sottobosco regionale per averle abbondantemente frequentate, ha definito incautamente quella approvata “una legge porcheria”.
Una protesta così scomposta nei toni e nella sostanza è l’ennesima concessione, da parte di alcune forze politiche che dovrebbero, per poter costruire una possibile alternativa, ispirare la loro azione a una cultura di governo, al populismo e alla demagogia. E mette in evidenza un deficit di cultura politica, purtroppo largamente presente nella stagione che stiamo vivendo. Mentre, invece, da parte di tutti bisognerebbe tenere in grande conto, almeno in determinate circostanze, l’art. 2 della Costituzione-troppe volte evocata ipocritamente-laddove considera “inderogabili” i doveri di “solidarietà politica” e non i colpi bassi che stanno facendo evaporare sempre di più il sistema politico.
L’introduzione dei Sottosegretari, tra l’altro, è una prassi ormai abbastanza consolidata nelle differenti esperienze regionali come la Lombardia, l’Emilia Romagna, l’Abruzzo, il Veneto, il Molise, la Toscana, il Piemonte. E anche in Calabria, sotto la presidenza di Giuseppe Chiaravalloti, la Commissione per le Riforme, presieduta da Paolo Naccarato, influente collaboratore del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, licenziava, nel 2014, il nuovo Statuto della Regione che al comma 10 dell’art.35 introduceva la figura dei Sottosegretari.
La nuova normativa, abrogata poi nel 2012, venne utilizzata dal presidente Agazio Loiero, che nel corso del quinquennio ne nominò dapprima tre, Giuseppe Nola, Vincenzo Falcone, Paolo Naccarato e successivamente anche un quarto, Ottavio Bruni, già presidente della Provincia di Vibo Valentia; e anche dal presidente Giuseppe Scopelliti che indicò Giovanni Dima, Alberto Sarra e Franco Torchia. Non c’è traccia nei polverosi archivi dell’informazione regionale di proteste, di anatemi, di richieste di referendum per le nomine di questi Sottosegretari.
Nei giorni scorsi il presidente Occhiuto con un decreto ha indetto un referendum popolare, su richiesta di sette consiglieri dell’opposizione che contestano le modifiche allo Statuto relative all’introduzione della figura dei sottosegretari. La Regione Calabria ha presentato ricorso al TAR di Catanzaro che ha fissato per il 2 settembre l’udienza per esaminare nel merito le argomentazioni avanzate dalla maggioranza che sostiene che, secondo la legge regionale, per le modifiche parziali non può essere previsto il referendum.
Nei primi giorni di settembre, quindi, sapremo quale sarà l’esito di questa “querelle”. Se resterà in vigore la legge n.9 del 2026 che consente nuovamente di nominare fino a due Sottosegretari o se si resterà in balia, in caso di bocciatura, del risultato della consultazione referendaria, il cui svolgimento avrà un costo rilevante-ben 7 milioni di euro, che la Regione ha già stanziato.
Una cifra enorme che potrebbe essere utilizzata per risolvere tanti problemi che riguardano la vita quotidiana dei calabresi e che supera abbondantemente la previsione di spesa riferita ai Sottosegretari.
Ecco perché sono davvero prive di qualsiasi efficacia e credibilità le argomentazioni dei tanti moralisti in casa d’altri che non perdono l’occasione di esercitarsi sull’aumento dei costi della politica. Aumento chiamato in causa a sproposito e in maniera del tutto strumentale se sganciato da un discorso complessivo relativo agli assetti generali delle strutture dei Gruppi consiliari, dei consiglieri regionali, degli assessori, dei dipartimenti e quant’altro e che meriterebbe una presa di coscienza collettiva per una ridefinizione più efficace e più efficiente dell’apparato organizzativo e istituzionale della Regione.
Anche perché l’aumento dei costi della democrazia, se non si riduce esclusivamente a mera compensazione degli equilibri politici- una pratica che tutti, senza alcuna eccezione, nel corso degli anni hanno utilizzato-e viene indirizzato per elevare il confronto, la partecipazione e la competenza, la riflessione, l’approfondimento e la ponderazione al fine di compiere le scelte giuste, opportune e necessarie, diventa un costo utile e positivo per tutta la comunità.
Naturalmente tutto sta a esercitare il potere con misura e a non abusarne. E affinché non si possa abusarne, come ci insegna Montesquieu con la sua celebre opera “L’esprit des lois” del 1748, “occorre che il potere stesso arresti il potere”.
Insomma è ora di finirla con l’antipolitica permanente, causa non secondaria della crisi – speriamo non irreversibile – del sistema politico del nostro Paese. (md)






