L’OPINIONE / Pierpaolo Bombardieri: Venerdì in piazza per migliorare la vira delle persone

di PIERPAOLO BOMBARDIERI – Abbiamo proclamato uno sciopero generale perché siamo convinti che le condizioni reali del Paese abbiano bisogno di risposte concrete. Stop ai bonus, basta con le soluzioni temporanee e inefficaci: urgono politiche strutturali tese a superare le disuguaglianze sociali ed economiche.

La manovra di bilancio non dà sufficienti risposte, intanto, ai salari ed al potere d’acquisto. Dunque, tra i motivi c’è anzitutto la questione economica.

Nel corso degli ultimi anni, con un’inflazione (da profitti) altissima, si è registrato un aumento del costo della vita e dei prezzi superiore alla crescita degli stipendi.

L’unica azione del Governo su questo fronte è stata la conferma del taglio al cuneo fiscale (una nostra conquista con lo sciopero generale durante il Governo Draghi), che non aggiunge soldi nella busta paga di gennaio ed anzi le nuove modalità ne determineranno in diversi casi una perdita.

A chi ci accusa di far politica, rispondiamo: è vero, facciamo politica sindacale, chiedendo il rinnovo dei contratti e il recupero del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni.

Qualche anno fa qualcuno dava la colpa ai sindacati per la mancata crescita dei salari, ma ora che stiamo facendo una battaglia visibile su questo terreno veniamo definiti fondamentalisti. Evidentemente, c’è poco rispetto per i lavoratori e per le lavoratrici, che rinunceranno liberamente ad una giornata di stipendio.

Le politiche in materia di previdenza, sanità, welfare e fisco non garantiscono un reale sostegno alle famiglie e non affrontano i problemi del precariato, della povertà lavorativa e delle diseguaglianze territoriali.

I pensionati italiani sono tra i più tassati in Europa: il 30% in più degli altri Paesi. Ed è assolutamente insufficiente, finanche imbarazzante, la rivalutazione delle pensioni, con la beffa di un aumento di soli 3 euro al mese per le minime.

La sanità è in profonda crisi, basti notare che l’anno scorso 2 milioni e mezzo di persone hanno rinunciato a curarsi per motivi economici e 1 milione di persone si sono spostate da Sud a Nord per assicurarsi trattamenti sanitari. Le liste d’attesa al Cup sono infinite, mentre nelle stanze del potere si chiama direttamente il primario amico. Come possiamo ritenerci soddisfatti del sistema sanitario italiano? Serve riconoscere il lavoro dei professionisti della sanità. Il Governo ha messo più risorse in termini assoluti, ma gli investimenti si calcolano in rapporto al Pil e l’Italia su questo fa passi indietro ed è agli ultimi posti Ue.

Non è accettabile che nella Manovra non ci siano risorse per nuovi contratti e assunzioni.  E neanche traccia della detassazione degli aumenti contrattuali e della contrattazione di secondo livello, nostre rivendicazioni.

Sulle politiche fiscali, poi, registriamo scelte che riducono la progressività e che, attraverso condoni e concordati, favoriscono gli evasori.

Dove prendere le risorse per finanziare le nostre richieste? Era necessario applicare un’extratassa sugli extraprofitti alle banche, alle Big Pharma e alle grandi aziende che si occupano di energia, che hanno speculato sulla vita delle persone durante la pandemia e la guerra. La presunta extratassa alle banche applicata in manovra è semplicemente un prestito che verrà restituito entro due anni. Non ci prendano in giro!

Altra priorità è quella riguardante la sicurezza sul lavoro. Le stragi continuano ma non c’è un solo euro investito.

Continuano a dare numeri roboanti sull’occupazione. Ma quale occupazione? I dati delle attivazioni Inps evidenziano l’elevata percentuale di lavoro precario. E noi su questo punto stiamo girando l’Italia per parlare di fantasmi, i protagonisti del lavoro sommerso, del lavoro nero e del lavoro precario, che non possono godere dei principali diritti di cittadinanza né dei presupposti per progettare la propria vita.

Un Sindacato serio che svolge il proprio mestiere non può accontentarsi che le condizioni delle persone non peggiorino; ma rivendica il miglioramento delle condizioni per lavoratori, giovani e pensionati.

Vogliamo che quella del 29 novembre sia una giornata storica per le nostre bandiere e per dare un segnale concreto al Paese reale sin qui ignorato dal Governo. Se vogliamo le cose cambino: scendiamo tutti insieme in piazza! (pb)

[Pierpaolo Bombardieri è segretario nazionale Uil]

L’OPINIONE / Giusy Iemma e Igea Caviano: Puntare su prevenzione e rafforzare rete di protezione per vittime di violenza

di GIUSY IEMMA E IGEA CAVIANO – La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne rappresenta, prima di tutto, un’occasione per ribadire l’importanza di un lavoro che si deve svolgere in rete sul territorio, attraverso la sinergia con le istituzioni, le associazioni, i centri antiviolenza, le Forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria, per un approccio integrato e completo a tutela delle vittime.

Sulla carta non mancano gli strumenti a disposizione a tutela di chi subisce violenza ed è già significativo che si parli oggi di contrasto alla violenza sulle donne, in quanto tali, e non solo alla violenza di genere o domestica. Questa approccio potrebbe contribuire a ridurre il rischio di “vittimizzazione secondaria” delle donne che hanno subito violenze, considerato che uno degli aspetti più critici legati ai reati di genere è proprio l’effetto di scoraggiare la presentazione della denuncia da parte della vittima. Stesso effetto che può derivare dai casi di cyberstalking e persecuzioni attraverso i social, un fenomeno spesso riscontrabile all’interno di una relazione tossica e che può avere gravi conseguenze sulla vittima portandola all’isolamento. Prodotti, questi, della cultura patriarcale i cui riflessi sono ancora molto evidenti. In questo senso, è fondamentale consolidare l’attività di formazione e sensibilizzazione portata avanti da tutte le comunità educanti che sono dei presidi insostituibili della cultura della prevenzione.
Si può e si deve fare di più, e in tale direzione va anche considerata la necessità di raccordare i trattati e le convenzioni internazionali con la legislazione interna quale passo evolutivo importante nel rispetto dei diritti. Ci riferiamo, in particolare, all’opportunità di introdurre il femminicidio all’interno del nostro ordinamento come crimine universale, rendendo possibile perseguire chi si macchia di tali gesti nel territorio di Stati diversi da quello di residenza. Una considerazione quanto mai attuale, alla luce delle violenze perpetrate sulle donne nei conflitti bellici in atto a livello internazionale, condotte da condannare con forza rientrando fra i crimini di guerra e contro l’umanità.  O ancora, integrare la fattispecie del reato di stupro, includendo qualsivoglia atto sessuale senza consenso, ed introdurre strumenti di prevenzione, formazione e sostegno alle donne vittime di molestie sessuali sul lavoro.
Davanti a questo quadro così complesso, il compito delle istituzioni deve essere anche quello di garantire forme di protezione accessibili ed investire maggiori risorse su misure, come il Reddito di libertà, volte ad accompagnare le donne che hanno subito violenza in un percorso di autonomia per sé, ma anche per le proprie figlie e i propri figli. Perché la violenza contro le donne si può sconfiggere solo attraverso un impegno collettivo sul fronte educativo, fin da bambini, portando l’educazione affettiva tra i banchi di scuola. Così si possono porre le basi per eliminare gli stereotipi di genere che sono ancora presenti nella nostra società e guidare lo sviluppo delle capacità e delle scelte personali. (gi e ic)
[Giusy Iemma e Igea Caviano sono rispettivamente vicesindaca di Catanzaro e consigliera comunale di Catanzaro]

L’OPINIONE / Fulvio Scarpino: Revenge Porn, la violenza digitale che annienta la dignità delle donne

di FULVIO SCARPINONel silenzio assordante che accompagna le peggiori forme di violenza, si nasconde una realtà che spezza vite, annienta anime e distrugge la dignità: il revenge porn . Dietro questa espressione, che sembra asettica nella sua freddezza anglofona, si cela una tragedia che ha radici profonde nella nostra cultura. Si tratta della diffusione non consensuale di immagini o video intimi, una pratica che tradisce la fiducia e si trasforma in un’arma capace di devastare, quasi sempre, le donne.

Questa forma di violenza non lascia lividi visibili, ma imprime ferite profonde nell’anima. È insidiosa, amplificata dalla rapidità e dall’anonimato della rete, ed è per questo ancora più difficile da combattere. Non è solo vendetta, ma affermazione di un potere malsano, un modo per ridurre l’altra persona a un oggetto da umiliare, giudicare, annientare.

Dietro ogni immagine diffusa senza consenso c’è una storia di fiducia tradita. C’è una donna che ha vissuto l’intimità come spazio sicuro, per poi vederla trasformarsi in una prigione di vergogna e dolore. Le conseguenze sono devastanti: vite professionali e personali distrutte, isolamento sociale, ansie paralizzanti. E nei casi più estremi, il peso insostenibile della vergogna e del giudizio può portare al suicidio.

In Italia, il revenge porn è stato riconosciuto come reato grazie all’introduzione dell’articolo 612-ter del Codice Penale, un passo importante che però non basta. La vera battaglia è culturale, ed è una battaglia che riguarda gli uomini, perché i carnefici, nella maggior parte dei casi, siamo noi uomini.

Dobbiamo educare noi stessi e le generazioni future. Educare i nostri figli, affinché crescano con il rispetto profondo per l’intimità e il consenso altrui. Educare gli uomini tutti, i compagni, i fidanzatini e soprattutto gli “ex” perché comprendano che l’amore non ha nulla a che fare con il controllo, la vendetta o la prevaricazione. Dobbiamo spezzare la catena di una cultura che, troppo spesso, giustifica o minimizza queste violenze, trasformandole in spettacolo o banalizzandole come “errori di gioventù”.

Non possiamo limitarci a colpevolizzare la rete o le piattaforme digitali, sebbene queste debbano assumere un ruolo attivo nella prevenzione e nella rimozione di contenuti illeciti. La responsabilità è collettiva e personale: il cambiamento inizia nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Inizia con l’impegno di ciascuno di noi a non ignorare, a non tollerare, a non restare in silenzio.

Il Revenge Porn è il simbolo di un fallimento sociale. Non è solo una violazione del corpo, ma un’offesa alla dignità umana, una dimostrazione di come il potere possa essere esercitato nel modo più vile. Eppure, c’è spazio per sperare, se iniziamo a guardare questa tragedia con la giusta prospettiva: non come un problema delle donne, ma come una responsabilità degli uomini e dell’intera società.

Oggi, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, rendiamo omaggio a chi ha subito questa ingiustizia. Non come numeri, ma come persone. Celebriamo il coraggio di chi ha trovato la forza di denunciare, di resistere, di combattere. E impegniamoci, una volta per tutte, a costruire un mondo in cui nessuna donna deve più temere di vedere la propria intimità trasformata in un’arma contro di lei.

Perché la dignità, il rispetto e il consenso non sono solo valori. Sono ciò che ci rende umani. (fs)

[Fulvio Scarpino è vice coordinatore nazionale die Corecom e presidente del Corecom Calabria]

 

L’OPINIONE / Caterina Vaiti: Serve una rivoluzione culturale

di CATERINA VAITI – Numeri su numeri, finestre quotidiane di cronaca, ma anche racconti, sfoghi, lividi. La violenza sulle donne è attorno a noi, è subdola e ha più teste.

Dall’ambiente familiare ai luoghi di lavoro, fino alla scuola, agli spazi di socialità, la violenza fisica, economica e psicologica degli uomini sulle donne è parte della società, ne ha permeato la cultura. Una cultura patriarcale invasiva contro la quale poco possono leggi e pene e che è da combattere a partire dalle giovani generazioni.

Un lavoro che deve vedere coinvolte tutte le istituzioni in un lavoro a più mani che aiuti non solo gli uomini a non rendersi protagonisti delle violenze ma anche le donne vittime a riconoscersi come chiedendo sostegno e denunciando.

Ma se le donne stanno cercando di cambiare le cose, di dare il giusto nome ai fenomeni e denunciare narrazioni sbagliate, non possono portare da sole il peso di questa battaglia. Contrastare la violenza di genere e chiedere alle istituzioni di intervenire non può essere una lotta esclusiva delle donne. Servono misure ben oltre l’inasprimento delle pene e l’introduzione di strumenti come i braccialetti elettronici. Serve una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo mutamento che coinvolga tutti.

Le istituzioni, i sindacati e le varie associazioni devono essere anelli della stessa catena in questa lotta agendo anche nella fase successiva alla denuncia contribuendo al reinserimento delle vittime dal punto di vista sociale e lavorativo.

Strategico, poi, il ruolo della prevenzione. Da giocare a partire dalle giovani generazioni sia con il sesso femminile che con quello maschile. La violenza va riconosciuta come tale e va evitata, individuata, messa all’angolo. Crescere future donne e futuri uomini consapevoli è parte integrante e viva di una società migliore. (cv)

[Caterina Vaiti è Segretaria Confederale Cgil Calabria]

L’OPINIONE / Filippo Mancuso: C’è bisogno di azioni tangibili contro violenza sulle donne

di FILIPPO MANCUSO – Sia nel Paese che in Calabria i numeri della violenza sulle donne sono allarmanti e non più tollerabili. Contro la violenza sulle donne c’è molto da fare. Nel mondo circa il 35% delle donne ha subito violenza sessuale almeno una volta nella vita. Dati e ‘numeri della vergogna’ che vedono anche la Calabria contare le sue vittime.

Senza tenere conto di quel cosiddetto ‘numero oscuro’ rappresentato dalla miriade di episodi di soprusi e violenze che non vengono denunciati dalle vittime. Nel ribadire la disponibilità del Consiglio regionale della Calabria a mettere a disposizione, in questa battaglia di civiltà, le proprie prerogative legislative, auspico che ogni impegno su questo fronte possa trasformarsi in azioni tangibili.

Le celebrazioni e la solidarietà sono importanti, ma, specie su questo fenomeno, occorrono reazioni efficaci. La Calabria è determinata a fare la sua parte fino in fondo, ma dobbiamo esigere un impegno deciso da parte di chi ha il potere di fare cambiamenti significativi. Dalle scuole alle istituzioni e alle autorità preposte a occuparsi delle violenze alle donne, ci si aspetta un impegno straordinario sul piano della prevenzione. Occorre senz’altro individuare i responsabili dei reati e assicurarli alla giustizia, ma bisogna intervenire prima che le violenze si verifichino e, soprattutto, intervenire, specie quando le donne denunciano, prima che le tragedie si consumino.
Il Consiglio regionale che mi pregio di rappresentare, sta facendo la propria parte. Sul piano della conoscenza e della sensibilizzazione, attraverso gli Stati Generali sulla violenza di genere organizzati dal Consiglio di concerto con l’Osservatorio regionale diretto dall’avv. Giuseppina Pino, la cui seconda edizione si è svolta il 21 novembre e si è chiusa con l’approvazione di due protocolli d’intesa siglati da tutte le autorità interessate dal fenomeno. Due protocolli di intesa interistituzionali: uno per il coordinamento delle azioni a contrasto della violenza domestica e l’altro per l’acquisizione di una vera raccolta dati sulla violenza alle donne che può avvenire solo con un lavoro sinergico di tutti i soggetti coinvolti, per mettere in moto interventi concreti si ha bisogno di una mappatura certa e completa dei dati.
L’approccio da noi scelto è quello della concretezza operativa e propositiva. In tal senso, abbiamo già attivato la Cabina di regia prevista dal Protocollo di intesa per la prevenzione ed il contrasto della violenza di genere siglato l’8 marzo scorso tra questa Presidenza, l’Osservatorio e l’Aterp. E grazie al quale è stata pianificata l’assegnazione di 15 alloggi (tre per provincia) di edilizia pubblica destinati a donne vittime di violenza e ai loro figli, prevedendo la loro collocazione e il recupero di una quotidianità lontana dagli abusi.
Un protocollo, quest’ultimo, unico nel suo genere in Italia, tanto da essere oggetto di attenzione anche da parte del Senato della Repubblica. L’obiettivo è mettere a sistema un percorso virtuoso, per scongiurare tragedie familiari e dare continuità all’azione a tutela delle donne.
C’è bisogno che le Istituzioni valutino costantemente l’efficacia delle politiche e dei servizi messi in atto, perché solo attraverso una valutazione continua possiamo migliorare le nostre risposte. (fm)
[Filippo Mancuso è presidente del Consiglio regionale]

L’OPINIONE / Caterina Capponi: La violenza va fermata al primo sintomo

di CATERINA CAPPONI – Oggi come Assessore alla Cultura e Pari Opportunità sento il dovere di inviare un messaggio chiaro e diretto:

Per manifestare sentimenti intensi di vicinanza e solidarietà a tutte le donne vittime di violenza in questa occasione “giornata internazionale in memoria delle vittime di violenza e per l’eliminazione della violenza contro le donne”.

Bisogna chiedere aiuto e uscire dalle prigioni maltrattanti, dalla dipendenza affettiva dai rapporti disfunzionali poiché l’amore non è quello che ti lascia i segni sul viso o le cicatrici profonde sul cuore.

La violenza va fermata al primo sintomo della sua subdola manifestazione ma non basta sanzionare è necessario creare un tessuto economico-sociale solido, offrire degli interventi concreti

È necessario proteggersi, con un atteggiamento civile e ben attrezzato, emotivamente, psicologicamente e culturalmente-non consentendo mai a nessuno di agire violenza psicologica attraverso atti denigratori, minacce, proibizioni, insulti o costrizioni di qualsiasi natura.

Grazie all’Onu una giornata per sottolineare che l’impegno per l’eliminazione della violenza contro le donne è urgente poiché sono davvero allarmanti i dati statistici.

Negli omicidi all’interno dei nuclei familiari Il 46% dei casi è attribuito a partner, il 12,4% a ex partner:

E. in ultima istanza, individuare corsie procedurali, più veloci affinché non si arrivi troppo tardi in casi di maltrattamenti familiari, violenza sessuale, psicologica, economica, stalking.

Auspico per tutte le giovani donne che possano vivere in un luogo accogliente, in cui si sperimenti un amore puro e bello, con grande senso di consapevolezza ed autoderminazione, che sia l’inizio di un processo di emancipazione personale, di realizzazione professionale esistenziale ed economica che possa fungere da antidoto a scelte sentimentali problematiche e patologiche (amore malato). (cc)

[Caterina Capponi è assessore regionale alla Cultura e alle Politiche Sociali]

L’OPINIONE / Salvatore Martilotti: Serve maggiore responsabilità sulla pesca

di SALVATORE MARTILOTTI –  Il 21 novembre è stata la Giornata Mondiale della Pesca,  un’occasione per porre l’attenzione sugli ecosistemi e sulla necessità di garantire livelli di pesca sostenibili a livello globale e locale. Questa giornata è importante per preservare un settore che contribuisce in maniera significativa all’occupazione e a portare sulle tavole le delizie gastronomiche del nostro mare. Nei prossimi mesi, purtroppo, gli scenari potranno cambiare per la riduzione complessiva della flotta per decisione di Bruxelles nel mentre aumenta il consumo di pesce.

Certamente dobbiamo continuare a sostenere una pesca sostenibile per tutelare le imprese di pesca, i pescatori, ma anche i consumatori. Tutti abbiamo il dovere morale di tutelare i nostri mari e le riserve ittiche. Cambiamenti climatici, sovrasfruttamento, pesca illegale, capricci e voglie fuori stagione incidono negativamente sui nostri stock. Questo è un giorno importante anche per le nostre comunità costiere perché siamo chiamati ad una maggior responsabilità sociale nel settore della pesca. Da sempre per i pescatori, e non solo, il mare e la pesca sono veri incantatori ma, a volte, appaiono turbolenze inaspettate. Forse sarebbe opportuno che ci interrogassimo sul ruolo e la funzione sociale a cui deve assolvere l’associazionismo in presenza di forti discrasie che danno un’immagine distorta dei pescatori all’esterno.

La funzione sociale ed economica della cooperazione nella pesca è insostituibile ma, per costruire la speranza di un settore che continui ad essere attraente per le nuove generazioni, è necessario puntare su innovazione e diversificazione. E, pertanto, non è più rinviabile avanzare proposte e suggerire progettualità per l’economia costiera della Calabria. In particolare, qui a Corigliano Rossano, Comune con la maggior estensione litoranea della Calabria, il settore della pesca ha una lunga tradizione, con un’occupazione assai rilevante ed una flotta complessiva fra le più rilevanti della nostra Regione.

A livello regionale e locale bisogna invertire rotta far decollare i distretti ittici nell’ambito delle quattro macro-aree, ma anche far riacquistare centralità nell’ambito della fascia costiera al segmento più rilevante della flotta da pesca calabrese: la piccola pesca artigianale. Bisogna accompagnare il processo di cambiamento nel settore diversificando sempre più l’attività di cattura e integrandosi sempre di più con ambiente e turismo.  In questa direzione potrà essere protagonista di un nuovo sviluppo perché depositaria dell’identità della nostra Comunità costiera, ma anche di saperi e cultura che dovranno essere rinnovati e declinati in linea con le nuove tendenze. La proposta per il decollo del Borgo marinaro come “Piattaforma dell’ittiturismo e del pescaturismo” potrebbe essere una buona opportunità da costruire insieme agli amministratori del nostro Comune.

Tuttavia, per avviare una nuova fase bisogna innanzitutto parlarsi, e questa è una competenza dei nostri amministratori. Convocare il “Tavolo di partecipazione” per incominciare una nuova fase nella programmazione di questo  settore così rilevante nell’economia locale. Sarà anche opportuno intervenire nell’intera filiera della pesca che spazia dal settore primario, alla commercializzazione all’ingrosso e al consumo, alla gastronomia legata al mare, alla cantieristica, per arrivare al turismo costiero.

Occorre tener conto dell’economia del mare, delle importanti opportunità, in particolare, della pesca artigianale in modalità inter-settoriale all’interno dell’economia costiera. Ma, è anche necessario avere un settore trasparente e più organizzato con un agire legale per tutelare e difendere gli interessi sociali ed economici dei pescatori. Bisogna essere ascoltati, per continuare a sostenere questi lavoratori del mare laboriosi, intraprendenti e, soprattutto, rispettosi dei valori che da sempre appartengono alla comunità costiera locale a partire dal rispetto della legalità, ma anche ad attivare una maggior responsabilità sociale per assicurare un lavoro decente con lo sviluppo sostenibile della pesca. (sm)

[Salvatore Martilotti è presidente del Comitato Pescatori Calabria]                                                                  

L’OPINIONE / Gregorio Corigliano: Il mio impegno politico e le illusioni del cambiamento

di GREGORIO CORIGLIANOIn vita mia ho beccato due virus, da uno sono guarito, dall’altro no, non potrò mai guarire, perché non ci sono cure, né ho intenzione di guarire. Si chiamano politica e giornalismo.

Dopo lunga e penosa malattia, dal primo, son venuto fuori. Quando e come l’avevo contratto? Seguendo le orme di mio padre che non finirò mai di ringraziare, avevo organizzato il movimento giovanile della Dc nel luogo dell’anima. Era la fine degli anni ’60. Seguendo mio padre e i personaggi politici che arrivavano numerosi per visitare la fiorente sezione del partito che fu di De Gasperi e di Aldo Moro la voglia di impegnare le mie modeste energie mi aveva assalito.

E, così, alla sezione dei seniores, mi sono prodigato di aggiungere quella dei giovani. Seguivamo gli avvenimenti politici con riunioni ogni quindici giorni in quella sede di via Salerno che ospitava anche la Cisl e l’Azione cattolica, in stanze separate, e non tralasciavamo anche la televisione che era a gettoni – cento lire per un’ora di telegiornali e programmi- che ci dava le novità politiche su governo e partiti. Che era una novità in assoluto, visto che era arrivata nel 1954, anche a San Ferdinando.

Il nostro impegno, ovviamente, era per la politica locale e provinciale. In primo luogo, la battaglia pe l’autonomia comunale. Andammo avanti per anni, con dedizione, anche con la lettura dei giornali. Un giorno appresi del congresso provinciale dei giovani diccì, del quale non ero stato informato. Protestai immediatamente con l’allora commissario. Si chiamava Pippo Naro, era di Messina. Lo convinsi e mi invitò a partecipare: fu così che entrai in un giro un più grande, fin quando l’anno successivo, per il mio entusiasmo, mi fecero entrare negli organismi dirigenti del movimento.

La mia sorpresa fu quando mi chiesero la corrente di appartenenza. Non ne avevo, ma fui costretto a sceglierne una. Scelsi quella morotea, a fronte di altri che, erano maggioritari, con la sinistra di Base. Delegato fu scelto, Lillo Manti, di Bova Marina, poi consigliere regionale e finanche deputato. Nel frattempo, il mio gruppetto con Oreste Arconte, Matteo Gangemi, Gianfranco Falduto, Nino Parisi, Piero Praticò e tanti altri andava avanti con incontri e dibattiti. Uno stop improvviso, a causa del mio servizio militare, bloccò uomini e cose, salvo poi riprendere, dopo un anno e mezzo. Non è stato facile, però l’entusiasmo ci ha fatto superare ogni ostacolo.

L’istituzione delle Regioni ci aveva facilitato il compito, anche perché avemmo un impegno di grande rilievo nella campagna elettorale che portò la Dc ad avere un buon numero di consiglieri regionali. Vicini a noi erano Lodovico Ligato e Pepè Nicolò ed il deputato Franco Quattrone. Trovata l’occupazione a Reggio mi fu più facile seguire la politica. La mattina, supplente di materie giuridiche ed economiche al Piria, di pomeriggio, al partito in Via Possidonea, per tentare di “ringiovanire” i quadri del partito. Portammo una ventata di novità, ma assolutamente insufficiente a scalzare le incrostazioni decennali.

In compenso andavamo in giro per convegni e dibattiti con Ligato e Nicolò e con Quattrone. Giravamo in lungo ed in largo la provincia senza distrazioni, ma con l’entusiasmo giovanile. Avevamo le chiavi delle segreterie politiche, avevamo fatto un giornalino, grazie al giornalista professionista Ligato, eravamo insomma felici e contenti. Ci eravamo spinti anche su Catanzaro, col movimento regionale che aveva in Mario Tassone il leader indiscusso. Assai spesso il nostro impegno di giovani – volenterosi ed un po’ illusi, serviva anche l’illusione- ci portava a Roma.

Grande fu la sorpresa quando partecipammo, con Manti delegato provinciale, Tassone delegato regionale ed io vice di entrambi, al congresso nazionale, al cospetto del delegato nazionale, Gilberto Bonalumi. Bonalumichiese a Tassone due nomi, per il consiglio nazionale. Il delegato regionale diede anche il mio, ma fui il primo dei non eletti. Un successo strepitoso, comunque: da San Ferdinando a Roma.

Anni ed anni di impegno, riunioni su riunioni, viaggi continui. Avevamo conosciuto anche Fanfani che nel prosieguo degli anni commissariò il movimento giovanile perché il delegato nazionale di allora aveva superato canoni e regole del partito, giovani sì, ma entro i limiti. Lo stesso era accaduto con il segretario provinciale di Reggio, il barone Antonio Nesci. Non sopportando i nostri comunicati di critica ai seniores, non ci fece più entrare alla sede. Avevamo, forse, abusato della pazienza altrui, ma non ci avevano capito, men che meno giustificato.

Abbandonammo per consunzione nostra, ma felici di avere combattuto la battaglia della disperazione. Rimase l’altro virus, questo che mi spinge a scrivere e a ricordare. (gc)

L’OPINIONE / Giuseppe Falcomatà: Su percorso di digitalizzazione il Paese è ancora troppo immaturo

di GIUSEPPE FALCOMATÀ – Un Paese che ha l’ambizione di riconoscersi intelligente non può fermarsi soltanto al 6% di città con un alto livello di maturità digitale. Servono più risorse, una formazione maggiore del personale ed una facilitazione nel ricambio generazionale all’interno della pubblica amministrazione per annientare il gap sulla digitalizzazione e raccogliere le sfide sulla cyber security e sull’intelligenza artificiale.

Tante città si stanno impegnando a migliorare nel settore della digitalizzazione, ma l’Italia è, purtroppo, ancora profondamente immatura sotto questo punto di vista. Le poche risorse, soprattutto per i piccoli Comuni, ed una scarsa formazione del personale incidono negativamente su una questione tutt’altro che secondaria. Come ha sostenuto anche il presidente Manfredi, si dovrebbero eliminare i limiti al ricambio generazionale nelle pubbliche amministrazioni così da assumere, attraverso concorsi pubblici, ragazzi e ragazze nativi digitali che possono rappresentare un sicuro vantaggio.

Un altro elemento di difficoltà, è rappresentato da una sorta di ritrosia culturale sia da parte della macchina della pubblica amministrazione, sia da parte dei cittadini che, in un certo senso, mostrano timore verso tutto quello che comporta un cambiamento. Per far uscire il Paese da questa impasse, bisogna investire sul personale, usare le risorse del Pnrr per la digitalizzazione nonostante i tagli ai Comuni previsti dalla legge di bilancio, lavorare sulle best practices, ovvero ragionare insieme ai cittadini ed alle altre città.

Esistono, poi, due fattori che sfuggono alle recenti analisi: il primo è rappresentato dalla cybersicurezza che è molto sottovalutata nelle Pubblica amministrazione. Ci sono Comuni totalmente esposti ai rischi delle guerre che si combattono nel mondo digitale e su internet rispetto all’utilizzo ed al furto dei dati o dell’identità digitale. Il secondo, poi, è sicuramente l’intelligenza artificiale rispetto alla quale la Pubblica amministrazione fa ancora molto poco.

Credo, invece, che l’IA possa diventare uno strumento in più per aiutare i cittadini e le nostre comunità e, per questo, diventa importante anche il supporto delle grandi aziende di settore che possono supportare i sindaci e le pubbliche amministrazioni nel comprendere come ripensare le nostre città nei prossimi 30 o 50 anni anche attraverso la digitalizzazione e l’uso dell’Intelligenza artificiale.
Con questi strumenti, infatti, possiamo capire come investire meglio contro il dissesto idrogeologico, come evitare che un’ambulanza resti imbottigliata nel traffico, come salvare una scuola di un piccolo Comune montano che, oggi, è costretta a chiudere perché i maestri hanno difficoltà nel raggiungere quei luoghi dove poter insegnare. (gf)
[Giuseppe Falcomatà è sindaco di Reggio]

L’OPINIONE / Francesco Garofalo: Lo smantellamento della Stazione di Sibari è già in atto

di FRANCESCO GAROFALO – Lo smantellamento della stazione di Sibari è in atto. Apprendo, che in una comunicazione del Direttore dell’Esecuzione, della Direzione progettazione U.O. Architettura, Ambiente e Territorio S.O. Archeologia, Italfer, Gruppo Ferrovie dello Stato Italiana, inviata al Comune di Cassano, ha comunicato che a far data dal prossimo 25 novembre, inizieranno le attività preventive di indagine preordinate dalla competente Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Cosenza, in ordine ai lavori della bretella di Sibari.

Siccome si profila in concreto la realizzazione dell’opera, è doveroso, da parte delle Istituzioni, assumere una ferma presa di posizione. Ritengo, al di là di ogni polemica, che il momento richiede la convergenza di tutte le istituzioni, delle forze politiche, sociali e sindacali, in difesa del territorio e del più importante snodo ferroviario della Calabria.

È opportuno, attesa l’urgenza sapere il parere dell’Assessore Regionale ai Trasporti, in ordine ad una problematica che investe una vasta area che va da Roseto Capospulico a Sibari. I cittadini di Cassano e di Sibari, aspettano di conoscere le determinazioni. Se sarà necessario, siamo pronti alla mobilitazione. (fg)

[Francesco Garofalo è presidente del Centro Studi “Giorgio La Pira”, di Cassano All’Ionio] “