L’OPINIONE / Vincenzo Capellupo: La mostra al San Giovanni illustra il ruolo guida di Catanzaro

di VINCENZO CAPELLUPO – La mostra Capolavori svelati. Catanzaro tra patrimonio artistico pubblico e collezionismo privato, al Complesso Monumentale del San Giovanni, è una operazione di rilancio dei beni storico-artistici custoditi nella nostra città, che porta per la prima volta alla fruizione pubblica veri e propri tesori che il Comune di Catanzaro ha collezionato negli ultimi 150 anni e che spesso sono rimasti nelle stanze degli uffici senza la giusta dignità.

Accanto alle importanti opere dell’Amministrazione Comunale, l’assessore alla Cultura, Donatella Monteverdi – a cui va il merito di aver fortemente voluto e organizzato questa mostra – ha riunito alcuni autentici capolavori dell’arte calabrese di proprietà di altri enti e di collezionisti privati del territorio, da Mattia Preti a Ugo Ortona.

Una sinergia positiva che consente di rafforzare la  consapevolezza  sul nostro patrimonio anche grazie alle risorse che l’Assessorato è stato in grado di acquisire in virtù della partecipazione ad un bando regionale. Per questo un plauso va anche al Settore Cultura e Turismo del Comune e al suo dirigente Saverio Molica che ha lavorato alacremente con il curatore, prof. Leonardo Passarelli, e con i componenti del comitato scientifico-organizzativo, Alessandro Russo, Antonio Alessio Vatrano, Maria Saveria Ruga, Jessica Calipari, Simona Cristofaro, Ilenia Falbo, Gianni Schiavon, Salvatore Bullotta, molti dei quali giovani studiosi e professionisti di Catanzaro e della Calabria, meritevoli di un sincero ringraziamento.

Mi preme sottolineare che nell’occasione della mostra alcune opere del Comune sono state restaurate e riportate all’originaria bellezza e, inoltre, è stata condotta un’attività di studio preziosissima. La professoressa Maria Saveria Ruga, componente del comitato scientifico, in particolare, ha studiato la prima mostra dell’arte calabrese tenutasi in Calabria nel 1912 (e poi una seconda nel 1913) proprio nelle sale di Palazzo De Nobili, sede del Comune di Catanzaro, a cura del capostipite degli storici dell’arte calabresi, Alfonso Frangipane, con opere ancora oggi visibili in mostra. Nell’esposizione, magnificamente allestita al Complesso del San Giovanni, sono riportate le foto di quella prima rassegna d’arte nei saloni che ancora oggi ospitano i lavori del Consiglio e della Giunta Comunale di Catanzaro, compresa l’Aula Rossa, attualmente in ristrutturazione.

Già più di un secolo fa, e prima ancora di essere formalmente il capoluogo regionale, Catanzaro si era assicurata la centralità nella valorizzazione dell’arte calabrese proprio nella sede del Comune, e questo deve farci ulteriormente  impegnare a rafforzare il ruolo di guida della nostra città anche sul fronte culturale. Per questo è importante che innanzitutto i catanzaresi, e in primis i ragazzi delle nostre scuole, frequentino le sale della mostra aperta nel cuore del centro storico fino al 5 novembre. (vc)

[Vincenzo Capellupo è consigliere comunale di Catanzaro]

 

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Gratteri va a Napoli lasciando un vuoto incolmabile in Calabria

di GIACOMO SACCOMANNO – È stato il punto di riferimento di tutte le persone per bene ed oneste che cercavano giustizia. La sala di attesa del suo ufficio di Catanzaro era sempre stracolma di persone che si rivolgevano a Nicola Gratteri per avere quelle risposte che tante altre Procure spesso non sono riuscite a dare.

Ma, quello che colpiva maggiormente era la sua disponibilità all’ascolto, al confronto ed al conforto per le tante persone che avevano subito angherie, prepotenze, violenze, mortificazioni, estorsioni, omicidi e tanti condizionamenti rispetto ad una possibile vita normale. Gratteri era diventata l’ultima ancora, l’ultima luce per cercare di riprendersi quella dignità spesso calpestata per l’assenza dello Stato. E pur dinnanzi a tanto lavoro vi era sempre la disponibilità all’ascolto.

Alla gente, a volte, era sufficiente questo: poter raccontare la sua storia, le sue mortificazioni, per avere un punto di riferimento, di ascolto e di conforto. Ed allora dinnanzi a tale disponibilità le persone sono diventate tante, anzi tantissime: chi aveva tenuto dentro momenti difficili, drammatici trovava la forza di parlare! Gratteri dava la forza di sentirsi protetti e lo faceva con grande passione: ogni storia, ogni racconto era importante. Un pezzo della travagliata Calabria che poteva contribuire a costruire la mentalità mafiosa oppure a spingere le indagini verso una parte rispetto all’altra. E poi l’organizzazione dell’Ufficio di Procura: una macchina quasi perfetta che consentiva a tutti di lavorare con serenità e dare il massimo per le indagini in corso.

Qualcuno lo ha criticato per non aver, le indagini, raggiunto il massimo delle condanne: si tratta di persone che non conoscono le norme e che, spesso, affermano ciò in modo tendenzioso. Il PM deve procedere all’acquisizione della prova dinnanzi ad una ipotesi ed a indizi rilevanti di possibile reato ed in tale direzione chiede la emissione delle misure ritenute più idonee. Sarà poi il Giudice a decidere se concedere o meno tale misura. Poi sarà il dibattimento a dimostrare se si raggiunge o meno la prova piena e nel contraddittorio delle parti. E naturalmente nei processi di ‘ndrangheta è molto difficile scardinare il vincolo dell’affiliazione e familiare.

Eppure, Nicola Gratteri è riuscito a coinvolgere decine di pentiti! Peccato che ora andrà a Napoli e che la Calabria perde un punto di riferimento forte, importante e sempre disponibile. Questa amarezza, però non può esimerci dal congratularci con il Procuratore Gratteri per un riconoscimento molto importante e che suggella la sua prestigiosa carriera. A Nicola Gratteri, quindi, gli auguri più sentiti delle persone per bene che son sicure che raggiungerà anche nella difficile Procura di Napoli i successi calabresi e meritati. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Pasquale Amato: Serve campagna super partes per passare funzioni e ruoli a Metrocity RC

di PASQUALE AMATO – Anche io mi sento da sempre “Cittadino dello Stretto”. Ma ritengo che, innanzitutto, occorre una campagna super partes affinché la Regione Straniera passi funzioni e ruoli alla Città Metropolitana di Reggio.

Da quando il nuovo Ente è entrato in attività nell’estate del 2016 la Regione (con tutti i presidenti da Oliverio a Occhiuto) non ha trasferito tutte le funzioni e competenze, facendo sì che Reggio Metropolitana partisse azzoppata e continua a tenerla in condizioni di dipendenza. Lo scippo dell’Aeroporto alla Sogas e l’imposizione della Sacal come gestore per affossarlo fatto da Oliverio è stato continuato dai successori, dimostrando che nell’azione di ridimensionamento e di affossamento esiste un’alleanza trasversale delle altre Calabrie contro Reggio che supera partiti, schieramenti e alleanze.

Il secondo scoglio da affrontare senza sotterfugi ma con un confronto aperto e leale è la posizione dei messinesi. Con loro ci sono due nodi da sciogliere.

1. Il nome dello Stretto. Loro lo chiamano Stretto di Messina, termine che i reggini non digeriscono e sorpassano usando soltanto la parola Stretto. Ma è una soluzione assurda perché ci sono tanti Stretti nel mondo. Un’Area Metropolitana non si potrà chiamare dello Stretto senza cognome. Quindi occorre proporre con determinazione la denominazione “Stretto di Scilla e Cariddi”, che comporterebbe due vantaggi: il riferimento a uno dei miti più diffusi della storia dell’umanità e il rispetto delle due sponde, quella messinese e quella reggina;

2. La diversa appartenenza giuridica delle due città metropolitane. Reggio fa parte di una Regione a statuto ordinario e Messina fa parte della Regione Sicilia a Statuto Speciale. Non si può chiedere a Messina di uscire dalla Regione Sicilia con tutti i suoi vantaggi, a meno che non si riesca a ottenere che l’auspicata Regione dello Stretto di Scilla e Cariddi sia retta da uno Statuto Speciale.

Come si può arguire, il cammino non sarebbe una passeggiata e richiederebbe passi graduali e condivisi anche dalla Città sorella perché un matrimonio si fa in due e non fra chi lo vuole e chi è assalito da mille dubbi. E richiederebbe anche un impegno straordinario di élites politiche, culturali, economiche e sociali delle due aree pienamente convinte dell’obiettivo comune e pronte a sacrificarsi in una tenzone di grande respiro contro le rispettive classi dominanti delle due Regioni.

Pertanto – per restare con i piedi per terra – il cammino nel breve periodo è quello di non fare fughe in avanti destinate a fallire, ma l’impegno su due piani: l’ottenimento di tutte le funzioni della Città Metropolitana di Reggio e una serie di accordi di cooperazione tra le due Aree Metropolitane in tutti i settori della vita politica, culturale, economica, civile e sociale. Agendo così, faremo consistenti passi avanti, favoriti dalla forte affinità tra le due comunità generata da millenni di storia comune. (pa)

 

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: Chiusura del Tribunale di Corigliano Rossano scelta rivelata non giusta

di PIETRO MOLINARO – Chiudere oltre dieci anni fa il Tribunale di Rossano-Corigliano per conseguire una maggiore qualità ed efficienza della spesa nonché la funzionalità della giustizia, alla prova dei fatti, non si è rivelata una scelta giusta. Anzi, ha creato solo danni e costi economici e sociali per cittadini, professionisti ed operatori del diritto.

Non è stata insomma “vera gloria”. Su questo mi pare che tutti convergano. Tra l’altro la deliberazione n. 66/2022 del Consiglio Regionale che prevede la  revisione delle Circoscrizioni Giudiziarie e la riapertura dei Tribunali soppressi presentata, anche da altre regioni in Parlamento per la modifica del D.lgs n.155 del 07/9/2012 che li aveva soppressi, a suo tempo fu votata all’unanimità ivi compreso dal collega Laghi che nelle scelte, è persona molto equilibrata.

È stato penalizzato il diritto di accesso alla giustizia e si è indebolito il contrasto alla criminalità organizzata e la lotta alla ‘ndrangheta che, come affermato recentemente da autorevoli esponenti della magistratura  “nella sibaritide è stata sottovalutata”. Questi, sono i punti fermi da cui ripartire.  Tenere chiuso il Tribunale di Rossano ha generato un vulnus nei confronti dello “stato di diritto” producendo, questo dicono i dati, ulteriori allungamenti dei processi.

Dobbiamo agire nell’interesse dell’intera collettività poiché tra l’altro, non esiste alcuna possibilità di diritto che consenta di tagliare e/o subordinare l’erogazione di fondi già stanziati in favore di una eventuale riapertura di altra sede giudiziaria. La nuova geografia giudiziaria che si va delineando a livello nazionale va nella direzione di recuperare e continuare a garantire quel servizio di giustizia di prossimità in una parte di Regione che si caratterizza per estensione e per interessi economici e produttivi. È quindi auspicabile, ricucire esigenze e interessi. Di tutti e per tutti senza penalizzazioni per nessuno. Tra l’altro, ad ulteriore garanzia, la  presa d’atto in Commissione Giustizia del Senato, nella seduta del 03/8/2023, della bozza di testo unificato predisposto dal Comitato Ristretto prevede di procedere ad una serie di audizioni e sopralluoghi al fine di verificare il ripristino delle sedi.

La strada maestra che deve orientarci sono i fattori rilevanti dell’offerta di giustizia: la quantità e qualità delle risorse finanziarie e umane disponibili, gli assetti organizzativi,  il grado di efficienza nell’impiego delle risorse, il grado di informatizzazione degli uffici, il monitoraggio dei processi. (pm)

[Pietro Molinaro è consigliere regionale della Lega]

 

L’OPINIONE / Sergio Dragone: La chiusura delle edicole è un fenomeno nazionale e non catanzarese

di SERGIO DRAGONE«Stiamo cadendo come le mosche, ad una a una», ha detto sconsolato un edicolante del centro di Genova, città dove solo nel 2022 hanno chiuso 35 chioschi per la vendita dei giornali. A Roma hanno chiuso i battenti nell’ultimo anno 77 edicole, 61 a Milano, 34 a Napoli, 28 a Firenze. Torino lamenta di avere perso 91 edicole negli ultimi undici anni, Varese le ha viste quasi dimezzate nello stesso arco temporale. Parliamo di grandi e medie città, tra le più importanti del Paese, dove certo non difetta il movimento di turisti e affari. Si pensi poi che il 25% dei Comuni italiani non ha più nemmeno un punto vendita di giornali.

L’ecatombe delle edicole è dunque un fenomeno nazionale, come si evince dall’indagine condotta da Format Research per conto dello SNAG, il sindacato nazionale dei giornalai, che si batte strenuamente in difesa della categoria. Documento che ho potuto consultare grazie alla gentilezza e all’efficienza della collega Daniela Braidi.

Le cause? Sono evidenti e tutte legate alla crisi dei quotidiani cartacei, ormai quasi totalmente soppiantati dalle edizioni digitali e dai grandi siti d’informazione nazionali, regionali e locali. D’altronde, se ci sono editori che offrono abbonamenti mensili on line a poco più di 3 euro, che interesse ha oggi un cittadino con un minimo di dimestichezza con pc e smart a comprare una copia cartacea?

Detto ciò, ritengo che utilizzare la chiusura di una piccola, seppure storica edicola, nel centro di Catanzaro come segnale del declino economico della città mi appare francamente un po’ forzato, anche se ovviamente nessun elemento va mai sottovalutato. La chiusura del piccolo punto di piazza Prefettura è sicuramente una ferita, ma semmai ci sono ben altri parametri per valutare l’oggettiva situazione di difficoltà del nostro Capoluogo e del suo centro storico.

D’altronde, dalla lettura dell’indagine dello Snag emerge chiaramente che le sole edicole che riescono a resistere sono quelle che offrono numerosi servizi aggiuntivi alla clientela (come fotocopie, scansioni, ricariche telefoniche, biglietti per i trasporti, ticket per concerti ed eventi) e hanno allargato la platea dei prodotti (multimediali, accessori, cancelleria, gratta e vinci, giocattoli per bambini, perfino caramelle e snack).

Oggettivamente la piccola e gloriosa edicola di piazza Prefettura, poco più di tre metri quadrati, non poteva in ogni caso essere appetibile per un subentro, non potendo fisicamente ospitare nuovi servizi e nuovi prodotti.

Ma questo evento, sicuramente doloroso sotto il profilo romantico, deve fare riflettere e spingere l’Amministrazione ad aprire un tavolo di concertazione con la categoria per varare un piano straordinario che possa fermare l’emorragia in atto e consentire alle edicole che resistono di alzare la redditività dei loro esercizi.

Le edicole sono un presidio di civiltà e di cultura, ma devono modernizzarsi prima che vengano definitivamente spazzate via delle novità introdotte dalle tecnologie digitali. Occorre trasformarle in centri servizi, come è avvenuto a Roma e in altre città, dove i cittadini possono farsi stampare i certificati anagrafici, pagare le multe e i tributi comunali. Piccoli centri servizi dove è possibile fare fotocopie, fare scansioni, acquistare ricariche telefoniche e accessori per gli smartphone, comprare i biglietti per i concerti e per il teatro. Ma è anche necessario che vengano autorizzate a vendere “altro” perché solo di quotidiani, magazine e riviste non si campa.

Se non si farà questo, nel giro di non molti anni altre edicole chiuderanno, anche perché gli editori troveranno più comodo vendere i giornali nei supermercati o in altri punti vendita cosiddetti “misti”. Ci auguriamo che vengano interventi da parte del Governo nazionale in supporto di questa categoria, mentre anche gli editori sono chiamati a fare la loro parte, magari favorendo la domiciliazione degli abbonamenti, nel senso che un abbonato, risparmiando il costo della spedizione, possa ritirare in edicola il suo bel quotidiano.

Non esiste un caso edicole Catanzaro, esiste un caso edicole nazionale, molto grave. Catanzaro potrebbe dare l’esempio, concertando gli edicolanti superstiti un piano straordinario per assicurare quanto meno la sopravvivenza di questi meravigliosi piccoli centri di cultura e di vita civile. (sd)

L’OPINIONE / Massimo Vasinton: Serve riflessione regionale su turismo esperienziale e di lusso

di MASSIMO VASINTONLa Calabria è una regione, anzi una destinazione turisticamente complessa, molto diversa al suo interno e territorio per territorio con differenti livelli di maturità e di investimenti, di consapevolezza e di prospettive, di visioni e di competitività, rispetto alla varietà di target che animano il mercato globale dei turismi.

All’interno di questa fotografia difficilmente contestabile, Tropea rappresenta ormai una destinazione riconosciuta che da una parte compete con analoghe località top nazionali ed internazionali e, allo stesso tempo e proprio per questo, contribuisce in modo sensibile a promuovere nel mondo l’immagine e l’offerta complessiva della regione, di tutti i territori, quelli pronti e quelli no. 

Per queste ragioni riteniamo che, lasciatosi forse trascinare dal contesto in qualche sua ultima intervista web, il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, debba come minimo interrogarsi di più, con più approfondimento e apertura, su quelle che egli stesso ha definito strategie di marketing territoriale e di posizionamento della domanda e dell’offerta turistica calabrese.

Perché se le affermazioni del Presidente sull’esigenza di riuscire ad intercettare, sulla base dell’esistente, target di visitatori altrimenti diretti, ad esempio, in Albania, potrebbe anche valere per molti territori della Calabria ancora non pronti e competitivi su scala nazionale ed internazionale, sicuramente quell’analisi non può essere calzante con il livello qualitativo di ospitalità complessiva, dalla ricettività ai servizi pubblici, costruito e raggiunto con chiarezza di obiettivi in questi ultimi anni dalla comunità e dalla destinazione Tropea nel suo complesso.

 Perché nelle nostre società di mercato e quindi nel mercato turistico non sono certo le istituzioni pubbliche a dettare, suggerire o tantomeno imporre i prezzi di beni e servizi locali ma essi sono dettati direttamente dalla quantità e soprattutto dalla qualità reale e percepita della domanda di soggiorno e di servizi offerti, connessi all’esperienza ricercata e vissuta e che va ben oltre il semplice pernottamento o la semplice richiesta di piatti e gelati da consumare. 

Nonostante i numeri turistici ad oggi parziali e comunque non corrispondenti alle previsioni ed attese nazionali dei mesi scorsi, Tropea ha comunque registrato (ed anche questa dei dati registrati, misurati ed analizzati dovrebbe essere oggetto di maggiore riflessione regionale) numeri eccezionali, anche nei periodi considerati di punta e ciò perfino contrariamente alle nostre stesse aspettative ed obiettivi dichiarati di arginare l’overtourism, preferendo selezionare target di qualità, più esigenti e quindi più alto-spendenti; esattamente come fa la filiera turistica di località top come Capri, Alberobello o Taormina che pur distinguendosi come consolidate destinazioni del redditizio turismo di lusso (in costante aumento ovunque) contribuiscono parallelamente ad attrarre altri target di visitatori meno-spendenti negli altri territori della Campania, della Puglia e della Sicilia senza per questo indurre i rispettivi presidenti di quelle regioni a sottovalutare o addirittura a contestare strategie e riconoscibilità distintive di quelle singole località.

Serve, infine, una riflessione regionale anche sul segmento del turismo esperienziale e di lusso sia perché non può esserci una regione-destinazione per tutti ti gusti e per tutte le tasche, sia perché alcuni territori calabresi possono già vantare maturità, consapevolezza, investimenti privati e pubblici ed un tasso di competitività non secondo ad altre destinazioni in Italia ed in Europa, sia soprattutto perché ancora una volta i dati confermano che mentre le località top come Tropea fanno registrare numeri in sensibile aumento da gennaio a dicembre, altrove si registra decrescita e ovviamente nessuna destagionalizzazione. (mv)

[Massimo Vasinton è presidente di Asalt – Associazione Albergatori Tropea]

 

L’OPINIONE / Raffaele Malito: Lo spettro del Jobs Act

di RAFFAELE MALITOC’è uno spettro che si aggira nel frastagliato mondo della sinistra radical-massimalista- pseudo-sindacale e populista d’Italia: non il comunismo contro cui Carlo Marx immaginava si fossero alleate le potenze della vecchia Europa per contrastarne l’ascesa, ma-  sicuramente meno escatologico, per quanto riguarda i destini finali dell’uomo e dell’universo- la battaglia, cioè,  contro lo spettro  del Jobs Act  da  abolire con l’autoreferendum, promosso dal futuribile governo CLS (Conte-Landini-Schlein).

Questo tema entra a pieno titolo nei paradossi della politica italiana: Come fanno a stare insieme  i protagonisti di questa incredibile e forsennata stagione politica  un partito come il PD che ha elaborato, proposto, approvato, nei due rami del Parlamento, il Jobs Act (250 i deputati a favore, solo tre contrari, due astenuti, quaranta gli assenti con Gianni Cuperlo, che si dimise da presidente Dem, 105 senatori) e Landini che fa il suo mestiere di impedire qualsiasi progetto riformista, che non è, e non dovrebbe essere, quello del Pd, a meno che il leader della Cgil  non coltivi l’idea di una discesa in campo e, Conte, il capo dei Cinque Stelle che  insegue i problemi sociali solo con l’assistenza e la crescita senza limiti dei sussidi statali. Sul Jobs act ha detto parole definitive la Corte Costituzionale per quanto riguarda  i licenziamenti discriminatori  e la tutela economica del lavoratore che abbia perso l’occupazione.                                                                                                              

La domanda che si pone è: il Jobs Act è una riforma del lavoro  pensata da una sinistra riformista  o è complice, consapevole o inconsapevole del padronato e del capitale che sfrutta il lavoro? Essa è stata pensata e studiata da studiosi e intellettuali di sinistra: un diritto al lavoro che prometteva l’inamovibilità dalla assunzione alla pensione era pensabile nell’economia manifatturiera del novecento ma non era più in grado di mantenere le sue promesse in un’epoca di maggiore volatilità  e globalizzazione dell’economia, ma anche del ciclo di vita dei prodotti e dell’impresa. In un sistema produttivo in cui  alla catena di montaggio  si sostituiva  l’economia della conoscenza e della digitalizzazione, il cambiamento dei sistemi di lavoro. In un saggio molto apprezzato e di successo, “Sinistra!”, Aldo Schiavone affronta i grandi cambiamenti     determinati dalla trasformazione della logica capitalistica: siamo immersi- scrive Schiavone nella terza, grande rivoluzione strutturale del mondo contemporaneo.

Dopo quella agricola e quella industriale, che generarono le città, la produzione, le classi  e le ideologie , oggi la gigantesca trasformazione tecnologica ha mutato i paradigmi sociali in profondità. La logica capitalistica moderna- scrive Schiavone- che ha ridotto la quantità di lavoro manuale necessario per produrre merci per lo più “immateriali”, ha anche ridimensionato la classe operaia: dal cuore delle produzioni più importanti, grazie sempre alla nuova tecnica operaia: dal cuore delle produzioni più importanti, grazie  sempre alla nuova tecnica  ha costruito un diverso rapporto con i nuovi lavori, nello stesso modo in cui l’avvento del  capitale industriale aveva fatto sparire i contadini  dalla scena della grande storia; la classe operaia ha perduto drammaticamente centralità e valore, sociale ed economico, una maniera storica di lavorare e di instaurare, attraverso il lavoro, rapporti sociali, allo stesso tempo costitutiva della modernità e del suo modo di pensare, e che aveva finito con l’includere, nel riflesso della sua presenza, anche chi non la praticava.                                                                     

Una devastazione sociale, culturale ed economica che negli anni  ottanta-novanta ha conosciuto anche la Calabria con la chiusura e il fallimento di ogni prospettiva di sviluppo industriale: fine della classe operaia,  nella cittadella industriale di Crotone, con la chiusura  degli storici insediamenti della Pertusola Sud, della Montedison, della Cellulosa Calabra; il fallimento del calzaturificio di Castrovillari;la chiusura dello stabilimento tessile della Marlane di Praia a Mare;  la  fine di ogni sogno industriale e operaio in provincia di Reggio con il nucleo di produzione tessile a S.Gregorio, la Liquichimica e le Officine di grandi riparazioni ferroviarie a Saline Joniche, il V Centro siderurgico a Gioia Tauro mai nato che ha, però, lasciato con tutte le enormi potenzialità di sviluppo nazionale e internazionale il grande porto, il più grande, per il transhipment, del Mediterraneo.

È stata, anche per la nostra regione, la fine di un’era industriale e di una nuova possibile fase economica ma anche di una classe sociale che aspirava ad essere importante. Così i lavori moderni sono – ritornando alle osservazioni di Schiavone – granulari, individualizzati, competitivi, caratterizzati da legami deboli e fluidi quando non del tutto inesistenti: che separano e distinguono, non uniscono e non creano linguaggi e trame sociali comuni. Il fenomeno della grande astensione dal voto oltre che un allarme per la tenuta della democrazia, ne è la prova più evidente e clamorosa.   

Ma l’universo delle decisioni si è, comunque, spostato su scala continentale e globale.                                                                                                Altro che – viene da dire – il concetto di nazione e di confini, tanto caro alla destra. Questo il pensiero di un intellettuale  e studioso che guarda al futuro da sinistra, una sinistra al passo dei tempi che viviamo. Quanto sono lontani dal  proporsi  di affrontare questi giganteschi cambiamenti i protagonisti della battaglia contro il Jobs Act e  della sua abolizione con il referendum? Nel  merito vale la pena ricordare alcuni punti  ispiratori della legge che ha prodotto oltre un milione di nuovi occupati e che ha posto fine alla barbarie cui erano sottoposte le donne con le dimissioni, firmate in bianco, dal lavoro nel caso di attesa di un figlio.

Il principio a cui si ispira è quello della flexcurity che mette insieme la flessibilità dei contratti di lavoro a tempo determinato e quelli a tempo indeterminato evitando che, per le imprese, un contratto a tempo indeterminato sia un legame sempiterno anche  quando le condizioni di mercato di sbocco non lo permettono  garantendo la sicurezza, per il reddito del lavoratore che si dimette o viene licenziato,  con i sussidi di disoccupazione di carattere universale finanziati dalla tassazione, appositamente incrementati dal Jobs Act. Insomma, protezione  dei lavoratori per se stessi e  non per i posti lavoro che  risultassero insostenibili da aziende e settori industriali che non creano valore. 

L’economista Sergio Ricossa  osserva  che la contabilità è la base dell’economia politica: un’impresa non crea valore, anzi lo distrugge, se i suoi ricavi sono stabilmente e largamente inferiori ai  suoi costi. Come fa un’azienda o un settore a sopravvivere se se distrugge valore? Schlein, Landini, altri dirigenti Pd pentiti, sulla via di Damasco, e Conte, se si distrae dalla cieca difesa del reddito di cittadinanza, dovrebbero spiegare – si guardano dal farlo- che soltanto sussidi continui da parte dello Stato possono permettere di colmare, anno per anno, lo squilibrio distruttivo tra costi e ricavi. Siamo allo statalismo di cultura politica cinese o di paese autoritario senza logica di mercato.                                                                            

Lo spettro del Jobs Act si aggira, dunque, soprattutto, nelle stanze del Nazareno e mette in grande imbarazzo tutti, o quasi, quei dirigenti di primissimo piano, ex ministri, ossessionati, perennemente, dal renzismo,  che, avendo perso la memoria, hanno dimenticato l’enfasi con la quale ne celebrarono l’approvazione e adesso devono sostenere  e combattere per un referendum contro se stessi, per di più solo ipotizzato, che a guardare  il calendario, sembra difficile da realizzarsi. E, su questa vicenda, sembra riproporsi un ennesimo paradosso, con uno scambio  delle parti in commedia e della materia su cui impegnarsi, tra Il Pd e i Cinque Stelle: Jobs act, reddito di cittadinanza e salario minimo. Indossati panni  nuovi e diversi per colore e qualità dei tessuti, sostengono e dicono cose diverse sulle quali erano e sono impegnati: chi (il Pd) ha detto sì al Jobs act, oggi dice no; chi  ( M5S) diceva no, oggi dice sì. Chi (il Pd) avversava il reddito di cittadinanza oggi lo rivendica come positivo; non diversamente la posizione su un altro grande tema, il salario minimo sul quale Conte, Schlein e Landini  vorrebbero costruire il campo, non si sa, quanto largo  e probabile.

La questione è semplice e dirimente: il Pd del nuovo corso Schlein è pienamente protesa a costruire un partito di sinistra-sinistra che non comunica  con l’area riformista e corre con il radical-populista Conte per un’alleanza, destinata a fare la fine del laburista inglese Corbyn, scomparso dalla scena politica. Una sintonia che si manifesta e si estende sul no all’aumento, al 2%, della spesa militare, sulle titubanze e riserve pseudo-pacifiste sulla guerra in Ucraina.

La prossima settimana si torna al Nazareno e Schlein trova un partito che le chiede di riunire la direzione nazionale per definire, in particolare, le scelte sul Jobs act, sulla contestata adesione acritica alle iniziative della Cgil: nel Pd sono  sempre di più quelli che  chiedono di non andare a rimorchio della Cgil e del suo leader che pare loro come il papa straniero che l’asse tra Schlein e Conte potrebbe benedire per assecondarne le velleità politiche.

Dopo l’incontro con Meloni sul salario minimo, infatti, Conte, Schlein e Landini hanno parlato la stessa lingua, confermata  da quella, diversa, usata da Calenda. È la conferma di un’intesa perfetta della sinistra radical-massimalista, populista e pseudo-sindacale dalla quale l’area politica riformista,  liberaldemocratica e un grande sindacato come la Cisl hanno preso le distanze. (rm)      

L’OPINIONE/ Denis Nesci: Ribaltato paradigma che immaginava il Sud piagnone

di DENIS NESCI – Con l’iniziativa promossa dai Conservatori europei è stato ribaltato il paradigma che immaginava un Sud piagnone e col cappello in mano nei confronti dell’Europa.

Siamo riusciti nell’intento di spostare in Calabria la discussione su grandi temi europei, che prima sembravano fossero disciolti da distanze siderali dalle grandi famiglie politiche europee, a cui spetta il compito della costruzione di un’agenda che tenga conto delle aree periferiche del nostro continente, e che conservano l’identità di un’Europa dei popoli, il cui percorso comune è ancora in divenire.

Ma mentre qualcuno, a pochi chilometri di distanza, si affannava nella ricerca di soluzioni minimaliste e assistenzialiste, i Conservatori europei, tra Villa San Giovanni e Scilla, non solo hanno creato un momento di proposta politica, ma hanno ribadito quella visione che anima l’azione di governo di Giorgia Meloni sulle questioni che interessano il Sud e il cuore del Mediterraneo, come le infrastrutture, i trasporti, la logistica commerciale,  l’economia del mare, l’agricoltura sostenibile che non penalizzi territori e gli asset che la governano, ma soprattutto il rilancio occupazionale attraverso l’irrobustimento di questi settori strategici come modello da seguire nei prossimi anni.

E tutto questo è stato possibile grazie alla scelta lungimirante del Segretario generale dell’Ecr Party, l’on. Antonio Giordano, il quale ha deciso di scommettere sul Sud e sulla Calabria, e grazie alla presenza di Ministri, Sottosegretari, di figure di riferimento del partito di Fratelli d’Italia, ma anche di profili accademici che hanno voluto dare un contributo alla formulazione di un’idea di Europa vicina ai territori, in grado di riconoscere e promuovere le loro vocazioni. La Calabria si è fatta trovare pronta ad un evento che ne ha esaltato meraviglie e potenzialità, senza rinunciare a quel ruolo da protagonista che la storia e la geo-politica le hanno affidato. Nella convention dell’Ecr non si è discusso infatti di cosa possa fare l’Europa per il Mezzogiorno, ma di come, e con quali ricette, il Sud e la Calabria possano giocare un ruolo centrale nell’Europa che verrà.

Per i Conservatori europei, il 9 giugno 2024, dunque, non rappresenta solo un orizzonte elettorale, ma un’occasione per dare un nuovo slancio alla governance delle istituzioni europee, troppo poco attenta ai territori periferici come quelli del Sud del Paese. (dn)

[Denis Nesci è europarlamentare Fdi]

L’OPINIONE / Maria Grazia Vittimberga: Immagini del fuoco a Bosco di Sovereto fanno male

di MARIA GRAZIA VITTIMBERGAEssendo ormai arrivati quasi a fine estate, pensavo che quest’anno Sovereto fosse rimasto illeso dalla mano criminale, ma questi esseri spregevoli non hanno scadenze.

Noi non ci abbatteremo, continueremo a chiedere e rafforzare il veto ultrà trentennale per le edificazioni di qualsiasi tipo e metteremo in atto, insieme alle associazioni di categoria, alle scuole e ai singoli cittadini, una nuova piantumazione. Inoltre, come abbiamo già fatto in passato, chiederemo a chi di competenza di rafforzare i controlli, attraverso anche l’utilizzo di droni, un metodo che sta portando ottimi risultati in altre zone della Calabria.

Queste immagini fanno male a chi ama il territorio, a chi ha voglia di riscatto, a chi crede che Isola ha un cuore grande, come dimostra il lavoro subito messo in campo dai volontari di Isola Ambiente Apnea. Per uno che distrugge devono essercene cento che fanno rinascere. Solo così Isola può alzare la testa e annientare chi vuole il male del territorio. (mgv) 

[Maria Grazia Vittimberga è sindaco di Isola Capo Rizzuto]

L’OPINIONE / Elisabetta Barbuto: C’è tanto da fare a Crotone, tra poca partecipazione e tante sconfitte

di ELISABETTA BARBUTOLa prima nota dolente è l’assenza dei cittadini, a parte i soliti noti. A dimostrazione che la cittadinanza attiva alle nostre latitudini continua ad essere, nonostante addirittura la si voglia “regolamentare”, un esempio perfetto di totale utopia.

Come in un film già visto e stravisto, la maggior parte dei nostri concittadini , infatti, si accorgerà dei danni a cose fatte e concluse e, quale moderna prefica, inizierà l’arte del lamento e delle invettive verso i responsabili veri o presunti. Sempre che a Crotone nel prossimo futuro resti qualcuno o qualcosa.

La seconda nota dolente è la sensazione che con il pretesto della discussione scaturita a seguito della richiesta di revoca della delibera regionale costitutiva del distretto energetico, svoltasi peraltro in notevole ritardo rispetto all’ordine del giorno calendarizzato, si sia tentata non solo una giustificazione a posteriori dell’incameramento da parte del Comune delle poche briciole che l’Eni ha ultimamente corrisposto all’amministrazione comunale rispetto agli enormi  profitti che ha tratto per anni dal nostro territorio ed ai tanti danni che ha portato nella nostra città, ma addirittura una operazione di trasformazione della prossima solenne sconfitta della città e della collettività in una vittoria…

Stiamo parlando sempre della stessa Eni che rimase totalmente sorda, all’epoca della pandemia, quando fu pubblicamente invitata dalla sottoscritta – in un momento tragico e di vera emergenza di quei primi mesi del 2020 – ad essere altrettanto generosa nei confronti della città di Crotone, come aveva preannunciato di voler fare verso altre realtà italiane,  effettuando una donazione all’azienda ospedaliera locale, mentre oggi, stranamente folgorata sulla via di Damasco, apre i cordoni della borsa. Pochino, ma li apre.

E guarda caso lo fa proprio mentre si appresta a sferrare il colpo mortale alla nostra città perseguendo lo scopo, mai abbandonato, di non eseguire gli impegni adottati nel Pob 2 , approvato il 24 ottobre 2019, nel quale si era impegnata a portar fuori dal nostro territorio tutti i rifiuti pericolosi ed i veleni che ammorbano la nostra vita, tra l’altro con una incidenza tumorale elevatissima nella popolazione certificata da uno studio scientifico rispettabilissimo quale quello di sentieri. Non eseguire gli impegni per Eni significava e significa una sola cosa: lasciare i veleni a Crotone se non nella stessa ex area industriale magari nelle immediate adiacenze. Possibilmente in una discarica già bella e pronta che attende “serenamente” la conclusione di un copione già scritto da tempo. Insomma un bel risparmio economico per la povera Eni ed un bel guadagno per altri. Di sicuro non per i cittadini che come al solito sono l’ultima ruota del carro cui pensare.

Ecco perché sono rimasta basita quando ho sentito il primo cittadino affermare, rispondendo all’intervento del consigliere Meo, che nel Pob 2, approvato prima del suo insediamento, era previsto che i rifiuti rimanessero sui siti da bonificare. Ciò non corrisponde al vero. Ed il Comune di Crotone avrebbe dovuto pretendere il fedele adempimento degli impegni dell’Eni, non prepararci ad accettare il “trasloco” dei veleni a pochi chilometri di distanza dalla città come una vittoria quando si tratta dell’ennesima grave sconfitta del territorio e della collettività  ad esclusivo vantaggio economico di pochi. Più di qualcosa non mi torna.

Ma non era stato lo stesso sindaco a ventilare l’ipotesi riportata dalla stampa locale del 9 dicembre 2022 che nella caduta della giunta Pugliese ci fosse stato lo “zampino” dell’Eni? Eni che non avrebbe gradito le conclusioni dello stesso Pob 2 in virtù delle quali appunto le scorie inquinanti  “presenti dentro e sopra i suoli della vecchia area industriale”  avrebbero dovuto essere trasferite ben lontano dalla Calabria “con costi decisamente esorbitanti per il cane a sei zampe”. Perché, allora, il Sindaco ha sottolineato in consiglio e con enfasi una circostanza che non risponde al vero magari confidando nella disattenzione e nella memoria a corto raggio dei più ? Forse perché, dichiarandosi come ha fatto nel suo intervento, privo di poteri per impedire alcune scelte, è già perfettamente consapevole che tutto scivola verso la modifica del Pob 2 con viaggio di pochi chilometri delle scorie verso una discarica già bella e pronta ad accoglierle da anni e non vuole assumersi la responsabilità di quella che passerà ai posteri come una tragica disfatta per la città?  

Personalmente, d’altronde, avevo ventilato da tempo questo epilogo presentando, durante il mio mandato parlamentare, diversi atti di sindacato ispettivo sul punto.

Insomma, tutto cambi perché nulla cambi. Perché è l’economia che muove il mondo… Ed al diavolo la salute ed il benessere della collettività.

Guardiamo il lato positivo, suvvia. A Crotone quest’estate abbiamo ballato, cantato e mangiato anche grazie all’Eni e, forse, dico forse, avremo anche una nuova strada. E tra poco tutti allo stadio. Abbiamo tanto da fare a Crotone. Ed al diavolo anche le Cassandre, oltre alla salute ed al benessere della collettività. (eb)

[Elisabetta Barbuto è coordinatrice M5S Provincia di Crotone]