L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: Ponte e rigassificatore svolta per tutto il Meridione

di GIACOMO SACCOMANNOUn momento cruciale e strategico per la Calabria ed il Mezzogiorno! Il rigassificatore ed il ponte sullo Stretto dono due opere fondamentali per la crescita e lo sviluppo del Sud. Il primo è di fondamentale importanza per consentire all’Italia di diminuire sensibilmente le necessità energetiche da importare dall’estero.

Nel mentre, il secondo rappresenta un modello di tecnologia e di unione che renderebbe le due regioni attrattive sia sotto l’aspetto turistico che economico. Si è detto tanto del ponte, ma mai a sufficienza in quanto molti non hanno idee della valenza del progetto.

Un concentrato di tecnologia innovativa che rimette l’Italia al centro del nuovo sviluppo futuro sia ingegneristico che dell’ultima tecnica impiantistica. Un concentrato di opere che potrebbe cambiare radicalmente il territorio ed offrire una base di rilievo per l’occupazione e per la crescita sociale ed economica. Il rigassificatore non è un’opera a sé, ma potrebbe rappresentare quel volano per la creazione della piastra del freddo che consentirebbe l’incontro tra la produzione agrumicola, la conservazione di questa e l’immediata esportazione.

Un polo fondamentale per rendere la Calabria ed il Sud maggiormente competitivi e con un’offerta unica nello scenario italiano e no. Ecco la necessità che il Governo spinga verso la definizione della pratica del rigassificatore e consenta che questo venga realizzato a Gioia Tauro, ove vi è un progetto definitivo, con tutte le autorizzazioni necessarie e, quindi, immediatamente cantierabile.

Un’occasione più che unica che deve essere sfruttata al massimo e che non può che respingere decisamente le sirene negative di un no  a prescindere. La sinistra ha fatto già danni gravissimi al nostro paese e dovrebbe avere il pudore di ammendarsi e di lasciare in pace chi vuole governare per il bene della nazione. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Antonio Lo Schiavo: Il Csx riparta da un’idea di città che vada oltre le emergenze

di ANTONIO LO SCHIAVO – L’estate dei vibonesi non si può dire si avvii sotto una buona stella, contrassegnata com’è dalle solite problematiche che, nonostante la loro ricorrenza, continuano ad essere definite “emergenze”. Anche se di emergenziale hanno ben poco, apparendo ormai, al contrario, come strutturali.

La città è infatti nuovamente alle prese con il problema di non potabilità dell’acqua che causa enormi disagi proprio quando più sarebbe necessario garantire un servizio efficiente e adeguato. Anni di disinteresse verso la problematica hanno portato a considerare secondario il problema della qualità dell’acqua pubblica, lasciando che si affermasse la convinzione che la sua inidoneità al consumo umano fosse una cosa normale e tutto sommato accettabile.

Non va meglio alle acque di balneazione sul litorale cittadino, dichiarate in alcuni punti non conformi perché contaminate e dunque interdette in piena estate ai turisti e ai cittadini. Tutto questo è estremamente grave, è vero, ma il rischio maggiore è che, alla lunga, prevalgano l’assuefazione e la rassegnazione a questo stato di cose e non si riesca ad intravedere né a progettare un futuro diverso per la città di Vibo Valentia. In altri termini, la politica delle emergenze, con le relative e puntuali polemiche che ne seguono, fa perdere di vista le risposte strutturali che invece andrebbero fornite. Limitando di conseguenza una visione di prospettiva, lucida e coerente, rispetto all’idea di sviluppo di una comunità.

Tra un anno si rinnoverà l’Amministrazione comunale: se le forze progressiste vogliono avere anche una sola possibilità di vincere in una città che per anni si è dimostrata conservatrice anche nei suoi assetti di potere, esse, a maggior ragione oggi, devono avere la capacità di alzare lo sguardo, volare alto, superando l’ordinaria amministrazione e la politica delle emergenze.

Serve puntare su una visione ampia, che abbia la capacità di mettere in campo delle politiche di largo respiro in grado, da un lato, di fermare l’emorragia demografica, in particolare delle giovani generazioni, dall’altro di selezionare merito e competenze necessarie per attrarre risorse della programmazione comunitaria e del Pnrr. Nessuno ovviamente nasconde le difficoltà di una città che deve affrontare un deficit di bilancio enorme, né servono libri dei sogni, ma come già accaduto in altre realtà della Calabria quando ci sono buone amministrazioni si può invertire il declino.

Oggi Cosenza e Catanzaro stanno costruendo il loro futuro intorno alle loro università, a Vibo manca invece ancora un’idea e una visione forte che la possa proiettare nel futuro. Ma senza idee coraggiose e uomini in grado di portarle avanti non si potrà immaginare un futuro diverso per la nostra città. Il centrosinistra parta da questa consapevolezza, senza più dividersi, e inizi a lavorare alla sua piattaforma programmatica se vuole farsi trovare pronto alla grande sfida che ci attende. (als)

[Antonio Lo Schiavo è consigliere regionale di Liberamente Progressisti]

L’OPINIONE / Orlandino Greco: Il ministro Calderoli si fermi. L’autonomia non piace a nessuno

di ORLANDINO GRECO – Si allarga sempre più il fronte del no al DDL Calderoli sull’autonomia differenziata.

Questo non può che compiacere chi come me ed il partito che ho contribuito a fondare, l’Italia del Meridione, si è da subito espresso negativamente sulla bozza del decreto. Da Bankitalia alla Corte dei conti, dalla Cei a Confindustria e al servizio Bilancio del Senato: ormai il coro è quasi unanime sugli effetti nefasti che questa riforma comporterebbe ad un paese già di per se fragile e minato nella sua interezza da politiche miopi che in questi anni hanno fatto aumentare i divari da un’estremità all’altra dello stivale.
Le perplessità erano e restano sempre quelle: il mancato superamento della Spesa Storica e la mancata istituzione di un fondo perequativo per i comuni; l’inattuata omogeneità dei Livelli Essenziali delle Prestazioni su tutto il territorio nazionale; l’effettiva capacità di ogni regione di esercitare in modo efficiente le attuali funzioni dello Stato nella prospettiva di soddisfare al meglio le esigenze dei cittadini, atteso che vi sono regioni con minori entrature erariali maturate a causa del contesto storico ed economico avverso; l’assenza di un fondo per riequilibrare il sistema sanitario del Sud con quello del Nord, scongiurando l’aumento della mobilità passiva per il Sud e la fuga degli operatori sanitari, attirati dagli stipendi più alti al Nord.
Restano, inoltre, le perplessità sulla eventuale regionalizzazione di alcune materie le quali, senza la gestione diretta dello Stato, rischiano di segmentare ulteriormente il Paese. Penso all’istruzione che potrebbe causare, con l’attuazione di questa autonomia, diversificazione di programmi, strumenti e risorse: l’opposto del principio universalistico pensato da Calamandrei per garantire l’unità della Repubblica. Penso all’eventuale regionalizzazione dell’export che minerebbe alle fondamenta la forza del brand Made in Italy e quindi la credibilità di un sistema di mercato non più a dimensione nazionale.
Sulla sanità, sull’istruzione e sull’export, noi dell’Italia del Meridione rilanciamo l’idea di una governance esclusiva dello Stato.
Va ricordato che nei giorni addietro, al Senato, sono state presentate le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per fermare l’autonomia differenziata. Estensore della proposta è stato il costituzionalista Massimo Villone e l’Italia del Meridione, attraverso una forte opera di sensibilizzazione sul tema nelle piazze del Sud, ha dato un contributo decisivo nel raggiungimento del numero di firme sufficienti alla presentazione della proposta di legge.
D’altronde non solo questa è una vicenda che esautora il Parlamento, rimandando i temi ad una discussione ristretta tra il Ministro delle Autonomie ed i presidenti delle regioni e quindi creando un pericoloso precedente, ma che necessita di un confronto plurale e aperto. Vi è la necessità, a fronte dell’allora pasticciata riforma del Titolo V della Costituzione ad opera del Governo D’Alema e delle pre intese firmate dal Governo Gentiloni, di modificare gli articoli 116 e 117 della Costituzione in modo tale che venga bandita dalla stessa Carta ogni forma di autonomia che leda i diritti dei cittadini ed il principio dell’unità nazionale.
Insomma, di quali ulteriori pareri ha bisogno il Governo per capire che un simile procedimento, in questa fase, lederebbe ulteriormente i diritti dei cittadini del Sud?
Il Presidente Meloni, finora, ha dimostrato grande equilibrio nel governo del Paese ma ora è tempo di rompere ogni indugio e di bandire gli egoismi non solo leghisti ma di tutte quelle forze trasversali, partito democratico in primis, che, più o meno velatamente, fanno gli interessi solo di una parte del Paese. Diversamente, saremo pronti a scendere nuovamente nelle piazze e, se necessario, ad indire forme di protesta forti seppur pacifiche, bloccando le autostrade ed i mezzi che trasportano le merci dal Nord ai nostri territori. Noi siamo i figli di Pitagora ma anche gli studiosi del patriottismo degasperiano che ci ha insegnato come l’unica speranza di riscatto del sistema Paese sia quella della rinascita del Sud.
Vengano lor signori a spiegarci il perché non dovremmo assumere un atteggiamento radicale a fronte del largo consenso che le nostre perplessità hanno ricevuto nel Paese. Un consenso che fonda le sue radici non nel conflitto ideologico o di bottega ma nella consapevolezza che abbiamo il dovere morale di difendere i diritti di tutti gli italiani ed il futuro dei nostri figli, desiderosi di restare nella propria terra. Le battaglie in difesa delle vocazioni territoriali mirano alla risoluzione della complessità dei problemi, convinti del fatto che non si possa tornare ad essere un grande Paese se si viaggia divisi e a velocità diverse.
Noi vogliamo che non ci siano più cittadini figli di un Dio minore ma che tutti insieme, a parità di condizioni, potremo contribuire ad uno sviluppo sostenibile e armonico del Paese. (og)
[Orlandino Greco è Segretario Federale de L’Italia del Meridione]

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Regione dia risorse straordinarie per salvare la Fondazione Betania

di NICOLA FIORITA – La Fondazione Betania non è una qualsiasi azienda in difficoltà, non può essere paragonata ad una ditta insolvente e basta, è un pezzo della storia di Catanzaro, è una struttura che per decenni è stata un fiore all’occhiello dell’assistenza e della solidarietà verso i più deboli. Sono migliaia i cittadini calabresi, e con loro le famiglie, che hanno ricevuto sollievo delle loro sofferenze, a cominciare da quella devastante della solitudine.

Va accolto l’appello accorato del nostro arcivescovo Claudio Maniago e il Comune di Catanzaro è pronto a fare la sua parte per ottenere il fermo della procedura di liquidazione stabilita dal tribunale. La Regione Calabria può fare molto e lo abbiamo detto già da mesi all’assessore regionale alle politiche sociali Staine nel corso degli incontri che si svolti sul punto. Si perché già esiste, e da tempo, in Regione un tavolo di lavoro sulle difficoltà di attuare la riforma per l’ ambito di Catanzaro e sulle particolari necessità di Betania.

La nostra proposta è chiara: la Regione, nel quadro della riorganizzazione del sistema socio-assistenziale e di quello sanitario, aumenti le risorse per il sociale e  adotti tutte le misure necessarie per garantire  a Betania un flusso di liquidità e un margine di redditività che possa servire a pagare puntualmente gli stipendi e assicurare il buon funzionamento dei servizi esistenti. I margini di manovra ci sono. Solo così si potrà anche pensare ad un piano di risanamento dei debiti, compresi quelli che sono alla base della decisione del tribunale.

Ho apprezzato l’intervento del presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso e mi auguro che fin da subito il presidente della Regione Occhiuto, anche per il suo ruolo di commissario ad acta per la sanità, metta al primo punto della sua agenda politica questa vertenza che, lo ripeto, non può essere assimilata a quella di una qualsiasi azienda privata. Anche e soprattutto sotto l’aspetto occupazionale, Betania è per Catanzaro una realtà importante. Noi ci siamo, anche accelerando i pagamenti di nostra competenza, per contribuire alla soluzione di una questione così rilevante. (nf)

[Nicola Fiorita è sindaco di Catanzaro]

L’OPINIONE / Giacomo Saccomanno: L’inquinamento marino è antico e strutturale

di GIACOMO SACCOMANNOL‘attacco della sinistra al presidente Occhiuto per la depurazione è del tutto strumentale! Dopo oltre trent’anni di totale abbandono si sveglia chi ha governato più di tutti, naturalmente fallendo. E poi generalizzare vuol dire non affrontare il problema e creare solo confusione. I problemi ci sono e nessuno li nega. Così come gli interventi sono complessi e non possono, certamente, risolversi in pochi mesi.

Vi sono tanti depuratori che non funzionano e questa è una responsabilità dei comuni. Vi sono fiumi e fiumare dove si scarica di tutto e questa è una responsabilità sia dei comuni che utilizzano tale sistema che delle aziende che ne approfittano. Ci sono pochi, anzi, pochissimi controlli e poche sanzioni. Elementi questi che si sono creati nel tempo e, ripetesi, non sono stati mai affrontati seriamente.

Il presidente Occhiuto, in pochi mesi, ha cercato di rimediare in qualche modo, ma non può sicuramente risolvere gravi problemi strutturali e che si sono formati in decine di anni. Piccolo esempio per esperienza personale: per oltre 30 anni si è fatta una battaglia per la bonifica del fiume Mesima. Tante promesse e poi il nulla! Può Occhiuto risolvere questo annoso problema in pochi mesi? Certamente No. E così tante altre situazioni che si trascinano nel tempo. Cosa fare? Prima di tutto monitorare la costa ed eseguire adeguate analisi per comprendere quale sia la natura dell’inquinamento.

Poi, cercare di affrontare quelle situazioni che possono essere risolte celermente. Infine, progettare gli interventi necessari per trovare delle soluzioni alle problematiche più difficili e che sono state definite anche “bombe ambientali”. Si tratta di progettualità che è sempre mancata alla Calabria e che sembra non essere una metodologia conosciuta! Ed allora, in conclusione, bene il presidente Occhiuto che sta cercando di affrontare il problema trentennale con un minimo di strategia e serietà.

Bene i sindaci che vigilano e difendono il mare. Male quelli che nascondono la maladepurazione che incide nella misura del 45%. Malissimo chi non utilizza adeguatamente o per nulla i fondi regionali. Il mare è una risorsa di tutti e, quindi, appare incomprensibile cercare di scaricare le proprie responsabilità.

I nuclei speciali dei Carabinieri dovrebbero setacciare le coste e immediatamente denunciare chi non osserva le norme e crea inquinamento. Al presidente della regione massima collaborazione per andare a sistemare i guasti di una politica di degrado e senza idee. (gs)

[Giacomo Saccomanno è commissario regionale della Lega]

L’OPINIONE / Franco Cimino: Il cinema a Via Teano, la città, la democrazia

di FRANCO CIMINO – Io ci sarei andato egualmente, come sono stato altrove. In viale Isonzo, in particolare. Ma ieri sera tantissime persone ci sono andate. Io pure c’ero. Prima che puntuale. È difficile muoversi su una vasta area disarmonica e con poche segnaletiche. Con saliscendi aperti su altre vie, che se non imbocchi quella giusta ti perdi.

L’orario previsto, le venti. Immaginando venisse molta gente, arrivo sul posto mezz’ora prima. In contemporanea al Sindaco e al mio amico Giacomo, avvocato, intervenuto con la moglie. Pensavamo che via Teano fosse quella larga piazza davanti alla chiesa. Invece, il posto giusto era alle spalle di quella. Raggiungibile salendo sulla destra e poi scendendo a semicerchio. Il piazzale che ci ospita, dove erano già sistemate circa trecento sedie, è ricavato dallo spazio quadrato derivante dalla costruzione a filiera di palazzoni informi e incolori, uno accanto all’altro in pessima continuità edilizia. Pavimentazione degli spazi, difficile concepirla in quel duro affossamento del bitume. Le strade per arrivarci, una gruviera. L’ampio spazio in cui abbiamo parcheggiato le tante auto, una sorta di sterrato prima della campagna. Illuminazione assai improbabile, lascia in semi buio luoghi che dovrebbero essere illuminati a giorno.

Questo è fisicamente l’Aranceto, il cui nome gentile forse evoca la distruzione di quegli enormi colorati aranceti, il cui profumo in tempi lontani arrivava fino al mare. Difronte, quasi suo gemello, viale Isonzo. Stessa situazione in eguale brutta edilizia. Stessa cultura urbanistica, in cui la devastazione del territorio, l’isolamento dello stesso, l’impoverimento di tutte le risorse ivi presenti, genera la più grave questione sociale. Quella in cui povertà economica e culturale, attivano quella politica, che va dal voto disturbato all’assenza di qualsiasi coscienza politica. Dispersione scolastica e dispersione delle migliori energie giovanile, fanno il resto.

Da qui la questione sociale diventa questione democratica. La questione, che la Politica, con i suoi partiti e il suo personale, confondono, un po’ per ignoranza, un po’ per furbizia, con emergenza criminale. Un’emergenza che si vuole strumentalizzare per giustificare le colpe delle istituzioni nei confronti di gente “buona e gentile” e di famiglie “buone e oneste”, che, come ho più volte affermato, rappresentano le vere vittime di ogni forma di violenza che quei territori investe. Di quella della criminalità organizzata, piccola o grande che sia, soprattutto. In un contesto come questo, c’è chi devia, in modo spontaneo o organizzato, dalle regole civili, muovendosi all’esterno e contro quella legalità di cui tanto si parla. La legalità, che, se vista nella sua vera accezione, troverebbe irregolari tanti di noi che ricopriamo diversi ruoli sociali. Quindi istituzionali. Anche culturali. Pertanto, politici. L’allarme che si è costruito intorno a quelle realtà, scoraggia i più ad andarci, pure per far visita a parenti e amici. E fa sì che se un tale solitariamente, ovvero insieme a qualcun altro magari, si atteggiasse a bullo del rione e portasse minacce che non spaventerebbero neppure lui stesso davanti allo specchio, si porti tutti noi ( quelli di oltre “confine”, i “fortunati” che hanno potuto scegliere di fare ciò che desideravamo)a gridare alla violenza delinquenziale, forse mafiosa, contro la cultura e contro il bene che essa rappresenta. Contro la Città! La quale compie la ribellione della Civiltà e chiama a raccolta i “resistenti”.

Cosa c’è di più bello che partecipare in abito elegante a queste manifestazioni? Ci sono i giornali. Ci sono le televisioni. Ci sono molti di quelli che contano. C’è il Sindaco che ci ha chiamati e vuoi che non sia utile in tempi di nomine farci vedere da lui? E così in molti ci siamo ritrovati, ieri sera in quella piazzetta. Non c’eravamo venuti mai. Non ci torneremo più. Non eravamo tantissimi, ma basta poco per il colpo d’occhio televisivo. Non c’erano gli abitanti del luogo. O, forse pochissimi. O, forse, erano sui balconi o dietro i vetri delle finestre di quegli appartamenti “ lontani” dal Centro. Comunque, quei tanti o pochi che siamo venuti da “molto lontano”, eravamo lì perché siamo stati chiamati. Dalla più alta istituzione territoriale siamo stati chiamati. La gran parte è rimasta delusa. Aspettava discorsi impegnati, duri e accesi, sulla lotta alla criminalità organizzata e cose del genere. Invece, nulla.

Com’era prevedibile. Com’è stato giusto. Com’era doverosamente vero, il dire. Le parole esatte, le ha dette lui, Mauro Lamanna, il giovane artista e inventore di “Schermi”, il cinema nelle periferie. Lui, che ha dovuto annullare la proiezione nel giorno previsto nella sera fissata, perché qualcuno, isolato velleitario, gliel’ha impedito, ha detto parole vere. Sincere. Di dispiacere anche per aver visto abbattersi su tutta quella realtà il fuoco incrociato di giudizi in rete che hanno fatto di tutta l’erba un fascio, e condannare sprezzantemente tutta un’umanità già ferita da mille minacce interne ed esterne. Quelle di cui ho detto sopra e non ripeto.

«Qui, ci sono uomini e donne belle e buone, i ragazzini sono stati con noi e hanno giocato con noi… Il senso di questo incontro è creare coesione e inclusione. Questa gente è meno fortunata di noi che abbiamo avuto il privilegio di scegliere la vita che vogliamo fare…» E, poi, ancora: «andate via da qui e raccontate solo dei sorrisi. Non di altro».

Il Sindaco, apparso stanco o deluso, triste o preoccupato, è stato ancora più breve, mostrando, però di aver capito tanto del non detto. E, cioè, che è giunto il tempo di fare tante cose per queste zone abbandonate. E, rivolto, ai cittadini del luogo, ha chiesto di poterle fare insieme a loro. D’altronde, l’aveva giurato in campagna elettorale. In politica, purtroppo, il tempo passa velocemente anche sulle parole, che tutte consuma. La verità più vera, la più politica, l’ha detta al microfono della Rai, un ragazzino, rispondendo alla domanda su cosa volesse chiedere al sindaco. Immediata e chiara la risposta: «il campo sportivo. Il campo di calcio». Ecco, l’atto politico più alto, il gesto rivoluzionario più forte, l’ha compiuto quel ragazzino, di nome Francesco. Che vuole fare anche l’operatore di ripresa.

Un ragazzo intelligente di poco sotto i dieci. Accanto a lui uno di dieci e l’altro poco più grande. Un campo di calcio salva i giovani dalla sfiducia e dall’abbandono. Basta un solo campetto sportivo, per cambiare il mondo. Infine, noi. Nella triade che presento ai miei ragazzi a scuola, sostengo che bisogna curare contemporaneamente, e con eguale impegno, sia i muscoli, sia la mente e sia il cuore. Per i muscoli ci siamo, quasi. Per la mente, cioè la cultura, Schermi ha portato il cinema. Manca ancora il cuore.

Quello dobbiamo portarcelo noi, ché lì già c’è e forte. Noi, la Politica, le istituzioni, attraverso un piano di risanamento di tutte le periferie, che renda possibile l’unità reale dei catanzaresi e della Città, e la crescita in democrazia e civiltà dell’intero Capoluogo di regione. Noi, uomini e donne cosiddetti impegnati, che dobbiamo smettere di ricordarci delle zone degradate solo quando insorge un timore per la nostra serenità. Noi, la Politica, che deve tornare quotidianamente su quel posto, invece che reclamare, scaricandone le responsabilità, soltanto più forze dell’Ordine, cosa comunque necessaria su tutto il territorio comunale.

Noi, Cultura e religiosità, invece che andare alle grandi manifestazioni e ai celebrati eventi, ben sostenuti con i soldi pubblici. Ovvero, come santi, noi, alle processioni. Noi, catanzaresi brava gente, che vogliamo amare e vivere tutta la Città, non solo parti di essa. (fc)

IL CROLLO DEL PONTE DI LONGOBUCCO È
L’ESEMPIO DI QUANTO POCO CONTI IL SUD

di GIUSEPPE TERRANOVA – Lo scorso 3 maggio crollò, nello stupore generale, il ponte di Longobucco, creando enormi disagi e nei fatti l’isolamento del comune della presila ionica in Calabria.  A quasi due mesi da quel crollo si sono succedute visite sul luogo di esponenti istituzionali e continui annunci di pronto intervento da parte anche di organi nazionali preposti.

Ad oggi, le travi di quella strada crollata sono riverse nel letto del fiume di una terra piegata e debole che vive nella sfiducia imperante e nell’abbandono diffuso. Eppure le proteste e le richieste sono incessanti e forti, soprattutto da parte del sindaco di Longobucco che vive sulla propria pelle le tensioni dei suoi cittadini con ansie e paure e il peso dell’anima di un intero territorio che si sente emarginato.

C’è da chiedersi perché tutto questo e, soprattutto, perché i calabresi e i meridionali sono considerati come figli di un Dio minore?

Perché di questo si tratta. Anche a Genova il 14 agosto del 2018 crollò il ponte Morandi che creò sgomento e dolore nel Paese per le decine di morti e, un mese dopo, il Parlamento nazionale approvò con  urgenza il decreto Genova, meglio conosciuto “Decreto Ponte Morandi”.

Non ci furono annunci e passerelle. Nel decreto approvato dal Parlamento furono scritte norme chiare e precise, in particolare: Il provvedimento, innanzitutto, delineava la figura del commissario straordinario per Genova, specificando che rimaneva in carica per 12 mesi rinnovabili per non più di un triennio.

Nel decreto, poi, si mise nero su bianco che le spese per la ricostruzione del nuovo ponte sarebbero state  a carico di Autostrade. Venivano comunque stanziati 30 milioni l’anno fino al 2029 in caso la società non dovesse rispettare l’impegno o dovesse ritardare i pagamenti.

Altre misure, poi, istituivano  la zona franca a Genova, a sostegno delle imprese che hanno avuto difficoltà economiche a causa del crollo del ponte. Specifiche norme riguardavano invece la zona portuale e retroportuale. Sono stati previsti aiuti e sostegni, anche sul fronte della tassazione, ai cittadini del capoluogo ligure, e in particolare a sostegno di chi ha perso la casa o ha dovuto abbandonarla.

Furono stabilite Risorse anche per il trasporto locale (poco più di 40 milioni totali) e per gli autotrasportatori che hanno subito forti disagi in conseguenza del crollo del ponte e delle difficoltà notevoli sulla viabilità.

Infatti 21 mesi dopo il crollo, il Ponte era stato ricostruito e aperto normalmente al traffico.  Questo avvenimento, che segue tanti altri episodi dimostra la diversa sensibilità istituzionale e politica esistente verso il Nord e il Sud. Si potrebbero riportare svariati momenti per supportare la tesi che il mezzogiorno è puntualmente emarginato nelle scelte nazionali. Eppure al Sud risiede e vive quasi il 40% della popolazione nazionale.

È stato giusto e opportuno ripristinare il ponte a Genova con immediatezza, così come è stato giusto stabilire misure eccezionali e urgenti di sostegno economico e finanziario ai genovesi. Perché Genova collega l’Italia al cuore dell’Europa e soprattutto perché quel ponte ha tolto la vita a molti innocenti. Sarebbe  anche giusto e opportuno un simile intervento a Longobucco e per i longobucchesi per dare una speranza di vita al territorio e trasmettere fiducia al meridione e ai meridionali.

Perché Longobucco nei fatti, come tanti borghi montani calabresi, è il cuore vero della Calabria che per storia e collocazione geografica è l’unica terra che collega l’Italia al mediterraneo, nuovo baricentro delle relazioni tra sud e nord del mondo. Ma per Longobucco ad oggi così non è.

Perché probabilmente il Nord vive nella consapevolezza che il mezzogiorno sia il ventre molle dell’Italia e che sia destinato a confermarsi solo come area di consumo per le grandi industrie del Veneto, del Piemonte e della Lombardia.

Eppure i fatti dicono che la criticità economica e sociale del Sud ha contribuito in larga misura all’assegnazione da parte dell’Europa di 230 Miliardi  che e’ la quota più grande di tutti gli stati membri. Nessuno ha avuto i soldi del Pnrr che ha avuto l’Italia  per il semplice fatto che nessuno in Europa ha territori sofferenti come la Calabria e il resto del mezzogiorno.

Ora è anche il caso di chiedersi come, quando e dove quei soldi vengono spesi. E soprattutto porsi l’interrogativo, e anche la speranza, se nel 2027 la Calabria e il mezzogiorno saranno usciti dalla sofferenza e quindi avremo territori maggiormente progrediti?

Ad esempio dei 1.857 nuovi asili nido e 333 scuole materne previsti nel Pnrr in Italia, quanti saranno costruito nel mezzogiorno e in Calabria?

Perché costruire asili nido significa progettare il futuro. E poi ancora, il Pnrr prevede la costruzione di nuovi ospedali. Per gli ospedali di comunità, in termini di finanziamento, è previsto 1 miliardo di euro dal Pnrr con l’obiettivo di costituire almeno 400 ospedali di comunità sull’intero territorio nazionale.

Viene spontaneo chiedersi: realisticamente quanti ne verranno costruiti  nel Mezzogiorno e in Calabria,  dove è enormemente maggiore il bisogno di sanità e anche dove e’ sensibilmente minore la media di attesa di vita?

Anche perché la Calabria è la terra dove da 13 anni si è in attesa di tre grandi ospedali in territori importanti e nevralgici, come Sibari, Vibo Valentia e piana di Gioia Tauro, ma tranne qualche muro, per il resto non vi è traccia e notizia.

In questo scenario ha un ruolo e una funzione lo Stato centrale? Oppure prevale la stessa visione e funzione che da un quindicennio ha instaurato il commissariamento della Sanità che in questa terra ha significato sopratutto aumento del debito, nomine clientelari, ispessimento della corruzione nella sanità, Asp che stabilmente non approvano bilanci, e soprattutto assenza di risposta ai cittadini, che sempre più in fuga oggi finanziano nei fatti altri sistemi sanitari regionali come in Veneto, Lombardia, Liguria, Toscana ed. Emilia Romagna.

Inoltre negli assi assi strategici, il Pnrr pone l’attenzione anche sulle strade e sulle autostrade. La missione “Infrastrutture per la Mobilità sostenibile” nel particolare stanzia 25,4 miliardi per completare, entro il 2026, un “sistema infrastrutturale moderno, digitalizzato e sostenibile”, e interessa principalmente gli investimenti in ambito ferroviario e, in secondo luogo, la sicurezza stradale. A tal proposito, sono due le componenti fondamentali: la prima riguarda “il trasferimento della titolarità delle opere d’arte (ponti, viadotti e cavalcavia) relative alle strade di secondo livello ai titolari delle strade di primo livello (autostrade e strade extraurbane principali)”, mentre la seconda prevede, grazie a 1,45 miliardi di euro, l’attuazione delle Linee guida previste dal decreto ministeriale 578 del 2020 “per la classificazione e gestione del rischio, la valutazione della sicurezza e il monitoraggio dei ponti esistenti”.

Inoltre, è direttamente collegato al Pnrr il Piano Nazionale Complementare (Pnc) che riguarda il miglioramento della sicurezza, della mobilità e dell’accessibilità di circa 2 mila chilometri di strade provinciali e comunali.

Il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili ha approvato i relativi piani d’intervento, che prevedono un investimento di 300 milioni di euro finanziato dal Pnc. A questi si aggiungono ulteriori 450 milioni per la sicurezza di 12.000 tra ponti, viadotti e tunnel della rete viaria principale, 6.500 dei quali saranno dotati di sistemi di monitoraggio dinamico per il controllo da remoto.

Quanti di questi interventi realisticamente saranno realizzati nel Mezzogiorno e in Calabria?

C’è da chiedersi con immediatezza: in questa enorme disponibilità monetaria, Longobucco, il suo ponte, il suo popolo e la voglia di vivere il futuro troveranno spazio e risposte?

Si può accettare che con tutti questi soldi a disposizione, lo Stato centrale non riesce a trovare la parte necessaria per Longobucco?

In buona sostanza i soldi, e non gli slogan e gli annunci, verranno spesi per superare i ritardi che il Mezzogiorno paga in termini sostanziali rispetto al Nord e che oggi rappresentano questa enorme area territoriale come la più debole e povera dell’occidente?

Il crollo del Ponte di Longobucco è lo schermo più vasto e limpido dove si possono leggere le tante storture e le infinite contraddizioni della storica contrapposizione Nord e Sud che e’ la vera debolezza italiana.

E c’è da riflettere compiutamente sul perché queste aree meridionali del Paese puntualmente consegnano larghi consensi elettorali al sistema governativo Nordcentrico.

E poi in aggiunta vi è da chiedersi se le classi dirigenti nazionali, non solo quelle relative all’articolazione politica, abbiano la  consapevolezza  reale che il mezzogiorno è fondamentale e necessario all’ Italia sia per fattori interni economici e demografici, sia per fattori esterni, dovuti all’unicità della nostra collocazione territoriale che ci  consegna la funzione  impareggiabile di snodo tra est e ovest, o meglio dire tra Sud e Nord del mondo?

Rispetto a tale consapevolezza e realtà dei fatti, vi è’ la visione e la volontà di assumere una scelta di investire sul mezzogiorno in termini di infrastrutture materiali e immateriali per sanare i divari che fino ad oggi hanno reso debole e poco competitiva l’Italia nel contesto globale?

Ecco perché Longobucco è assolutamente importante come non mai. Ed ecco perché Longobucco e i tanti Longobucco sparsi nel mezzogiorno parlano all’Italia.

Su questo aspetto ritengo vi siano le condizioni reali per segnare nettamente una linea di rottura e vera discontinuità rispetto al passato. Ed ecco perché ritengo che Longobucco mai come adesso interessi l’Italia. (gt)

L’OPINIONE / Claudio Aloisio: Reggio, quella città le cui mancanze sono inammissibili

di CLAUDIO ALOISIOEra il 19 maggio quando scrissi che, senza l’immediata emanazione di un bando a seguito dello sgombero, la Torre Nervi sarebbe rimasta chiusa in balia di vandalismo e degrado. Siamo al 14 luglio e le mie previsioni si sono avverate. La Rotonda del Lido con la sua splendida balconata è chiusa, abbandonata. Un pugno in un occhio nel mezzo del Lungomare, quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello della città.

Il 1° giugno 2022, invece, scrivevo che Reggio aveva perso una gigantesca occasione non riuscendo a mettere in piedi uno straccio di programmazione e promozione efficace per il cinquantesimo dei Bronzi di Riace. Tra le altre cose all’epoca si disse che, dato il ritardo, nell’anno successivo si sarebbe provveduto a organizzare meglio le cose per valorizzare i Guerrieri di Riace. Forse mi sarà sfuggito ma mi sembra che nulla sia stato fatto. Per l’ennesima volta.

Vedete, parliamo di due vicende molto diverse che però sono facce della stessa medaglia. Rappresentano plasticamente la situazione quasi kafkiana che stiamo vivendo. Sembra che a Reggio Calabria ci si stia mettendo d’impegno per rendere le cose peggiori più di quanto già lo siano, aggiungere difficoltà a difficoltà, far scappare quei pochi turisti che girano spaesati in un luogo che non offre il benché minimo servizio serio e professionale di accoglienza o d’informazione.

Reggio è quella città dove nel centro storico (e non solo) manca l’acqua ma in compenso abbondano i rifiuti, dove i lavori per riasfaltare il lungomare si protraggono sino estate inoltrata, dove nel pieno di quella che dovrebbe essere la stagione turistica si inizia a lavorare per la riqualificazione del Lido Comunale, dove si aprono cantieri per nuove opere mentre quelle realizzate non vengono neanche manutenute. 

Reggio è la città dove l’Estate Reggina, il contenitore degli eventi che dovrebbe valorizzare e caratterizzare la stagione estiva cittadina, altro non è che un guazzabuglio imbarazzante di qualsiasi cosa, senza un ordine, una visione strategica, una coerenza. Un minestrone dove i pochi eventi validi vengono fagocitati da decine di altri che nulla hanno a che vedere con la programmazione che dovrebbe portare avanti il capoluogo dell’area metropolitana.

Reggio è la città dove invece di agevolare chi vuole fare impresa lo si ostacola, dove si devono aspettare tempi inaccettabili per ottenere autorizzazioni per l’occupazione del suolo pubblico e dove si decide tout court, data la mancanza di un piano stabilito e condiviso, di non concedere più autorizzazioni per ztl e isole pedonali anche in quelle strade che non creano alcun problema alla viabilità, producendo un danno agli imprenditori, ai potenziali turisti e ai cittadini. In compenso è la città più tassata d’Italia, con le aliquote che vengono tenute al massimo anche ora che si potrebbe intervenire per abbassarle.

Reggio è una città senza una visione, una strategia, un’idea di sviluppo e questo lo si nota ancor di più sotto il cocente sole estivo che fa “brillare” tutte le mancanze che ormai non sono più sopportabili né ammissibili.

Comprendiamo le enormi difficoltà nel gestire una città come la nostra ma questo non basta più a giustificare lo stato in cui versa e l’inefficienza dell’azione amministrativa.

Come Confesercenti continueremo a dare il nostro contributo rimanendo interlocutore costruttivo per trovare soluzioni che mirino al bene e allo sviluppo di Reggio ma crediamo di avere il diritto di pretendere che si faccia di più, molto di più e meglio. (ca)

[Claudio Aloisio è presidente Confesercenti Reggio Calabria]

 

L’OPINIONE / Pasqualina Straface: Occhiuto subalterno? No, autorevole e rispettato

di PASQUALINA STRAFACE – Invece di tentare di governare una Cosenza sempre più allo sbando, l’ossessione del sindaco Franz Caruso sembra essere diventata quella di attaccare quasi quotidianamente – con zero argomentazioni e con teoremi fantasiosi – l’operato del presidente Roberto Occhiuto. Un atteggiamento davvero ridicolo.

Nell’ultima sua uscita Caruso accusa Occhiuto persino di essere subalterno nei confronti del governo nazionale. Due sono le opzioni: o il sindaco di Cosenza – vista la stagione – è stato vittima di un colpo di sole, oppure non legge i giornali e non segue in alcun modo il dibattito pubblico. Con Roberto Occhiuto finalmente la Calabria ha un governatore dalla riconosciuta autorevolezza, un presidente che tratta alla pari con i ministri e con Palazzo Chigi, tenuto in grande considerazione dalla stampa nazionale, e che gode della fiducia dei cittadini (è di pochi giorni fa il sondaggio de Il Sole 24 Ore che lo piazza quarto governatore più apprezzato in Italia, il più amato tra quelli del Mezzogiorno). Altro che subalterno… Roberto Occhiuto da un anno e mezzo si fa rispettare e porta a casa risultati straordinari per la nostra Regione.

E comunque, caro Caruso, semmai il presidente Occhiuto fosse subalterno al governo – e non lo è – sarebbe sempre meglio che essere subalterno a Gigino Incarnato. Il sindaco di Cosenza si faccia un esame di coscienza. (ps)

[Pasqualina Straface è consigliera regionale]

L’OPINIONE / Santo Gioffrè: Più che 1300 nuovi posti letto, è una profeziata

di SANTO GIOFFRÈ – Il giornale dei Vescovi, l’Avvenire, ieri ha pubblicato la drammatica notizia che metà degli studenti, in Italia,
persino Laureati, non comprendono ciò che leggono. Ieri, il Governatore della Calabria, Occhiuto, che cura più la promozione mediatica della sua immagine politica, con tecniche hollywoodiane, che i mari calabresi piene di chiazze nere e puzzolenti, ha annunciato, trionfalmente, l’avvento di un’era nuova nella sanità calabra. E che ha detto di tanto rivoluzionario? Che aumenterà la dotazione ospedaliera calabra di ben 1300 nuovi posti letto.

Poi, candidamente, lo stesso afferma che la conta dei numeri, per arrivare a 1300 posti nuovi, comprende quelli previsti nei 3 ospedali tutt’ora inesistenti, ospedali addirittura finanziati fin dal 2007. Due, ancora si trovano nella fase di progettazione e, uno, iniziati i lavori e, subito, fermati. In effetti, è dichiarazione marinara annunciare1300 nuovi posti letto in ospedali che non esistono e che non saranno mai costruiti o che avranno tempi di realizzazione lunghissimi visto le storie che si portano addosso. Poi, dice di aprirne, subito, 3 di ospedali, tutti nella provincia di Cosenza. E come? E il personale dov’è se gli unici medici arrivati in Calabria sono, momentaneamente, i medici provenienti da un Paese Comunista come Cuba? So bene che la situazione è gravissima in tutt’Italia e che questo governo di destra mira all’americanizzazione e alla privatizzazione del Sistema sanitario pubblico, distraendo i soldi dedicati verso l’invio di armi in una guerra che non è la nostra guerra, ma tutto ciò non deve portare a governare la Calabria con modalità in uso nell’oracolo di Delfi: profeziando.

Venti anni di ladroneggi e 13 anni di Piano di Rientro, hanno distrutto, unico posto in Europa, il minimo senso di servizio sanitario pubblico. Questo fatto è avvenuto perché c’era una protezione totale che garantiva e permetteva la rapina sistemica e sistematica del patrimonio economico e sanitario pubblico e che ha portato, negli anni, al depauperamento di ogni barlume di civiltà giuridica, sociale e, persino, antropologica della Calabria stessa. Tenere così la Calabria, conviene a tutti; a chi garantisce, politicamente, le Regioni del Nord che succhiano profitti, dai calabresi, pari a 340 milioni l’anno, causa l’emigrazione sanitaria, ai grandi gruppi imprenditoriali e multinazionali privati che hanno rubato a più non posso, a chi vende, continuamente, speranze per ricavarne utilità. Questo governo, come richiesto da Occhiuto, ha fatto, nel totale disinteresse di chi aveva l’obbligo di vigilare, politicamente, sulla Costituzione e la difesa del minimo vitale della dignità popolare, parlo delle opposizioni parlamentari, del PD e di piazza, i sindacati, un obbrobrio.

Ha permesso di fare quello che, in contabilità, è reato a priori: approvare il bilancio delle Asp 2022, senza aver potuto, mai, approvare i bilanci precedenti, per assenza e mancanza di carte. Questa manovra, che in sè è devastante per una civiltà di diritto e di fatto, è la sempre voluta, da parte di un certo mondo disonesto. Pianificare i debiti nella sanità calabrese. Pianificare significa scaricali sulle spalle della gente, debiti causati e frutto di rapine.Fare questo senza andare ad indagare chi, come, quanti, in che entità, con quali coperture, per decenni hanno rubato, trasformando le Asp in un bancomat, è, non solo la morte di ogni regola giuridica, di contabilità e di convivenza sociale, ma indica il degrado e lo stagno melmoso dove ogni ladro puo sguazzare tranquillamente. Qui nessuno ha pruriti giustizialisti o vuol fare lo sceriffo, ma vedere che chi ha rubato miliardi può farla franca, mentre la gente muore come conseguenza di malasanità, è infame e grida vendetta sociale.

Dire che ci sono avanzi di bilancio senza specificare che derivano da soldi non spesi, vuoi per incapacità politico-gestionali riferibili agli ultimi 3 anni, vuoi perché c’è la giusta paura di firmare, a causa dello sfascio dei conti, è raccontare nessuna verità. Indicare la fine del 2024 come ipotesi per conoscere la verità sui bilanci precedenti significa rinunciare.

Non andare alla doverosa ricostruzione dei bilanci degli ultimi 20 anni, con la denuncia delle eventuali rapine che sono state perpetrate, indagando su entrate e uscite, incrociando i dati dei pagamenti fatti, secondo quali modalità, visto che una recente sentenza ha cassato, persino, come non veri i pagamenti scaturiti da sentenze e decreti ingiuntivi e perseguire il rigoroso accertamento delle responsabilità, è non solo moralmente disonesto, ma favorirà la prescrizione che può fare da padrona e chi si è visto s’è visto.Allo stesso tempo, il Calabrese tace, grida, accetta, acconsente e muore il 5% in più che nelle altre Regioni e si ammala 10 anni prima rispetto alle altre parti dell’Italia. Se vi è vero sforzo, deve esserci estrema e totale verità. Perché solo Apollo poteva essere un dissimulatore. (sg)