L’OPINIONE / Candeloro Imbalzano: Lo sviluppo della Piana non è solo la Zes

di CANDELORO IMBALZANO – C’è voluta la drammatica siccità che si è abbattuta sul Centro-Nord, divenuta ormai una vera “Guerra dell’Acqua”, e che rischia di trasformarsi in una catastrofe economica – alimentare per l’intero Paese, per riproporre anche in Calabria il problema della gestione delle abbondanti risorse idriche di cui dispone la nostra regione, spesso inutilizzate per incapacità, insipienza e follia amministrativa, come è avvenuto in questi anni per i tre invasi della provincia di Reggio.

Ci riferiamo a quello sul Menta, che riguarda la Città di Reggio – come ogni anno puntualmente assetata – e l’Area Grecanica; quello sul Lordo nel Comune di Siderno; ma soprattutto la Diga sul Metramo, in località Castagnara tra i comuni di Galatro e S. Pietro di Caridà, una struttura gigantesca, un vero miracolo tecnico, capace di 27 milioni di mc. d’acqua, che interessa gran parte, almeno 50.000 abitanti, del Comprensorio Pianigiano.

Da Presidente della Commissione “Bilancio, Attività Produttive e Fondi Comunitari” eravamo presenti ed abbiamo rappresentato la Regione, alla presenza di tanti Sindaci e del Consorzio di Bonifica di Rosarno, in quella assolata mattinata del collaudo avvenuto nel 2013.

Avevamo assunto, intervenendo in quella sede, l’impegno a far finanziare le opere a valle per l’utilizzo potabile, agricolo, energetico, turistico ed antincendio dell’impianto: impegno che, nella seduta del 21 luglio 2014 del Consiglio Regionale, con un emendamento da noi proposto ed approvato all’unanimità dal Consiglio Regionale, nel corso della nostra relazione sulla nuova Programmazione Comunitaria 2014 -2020, avevamo puntualmente mantenuto.

Un risultato straordinario che doveva chiudere una vicenda che risaliva agli anni ’70, illustrato successivamente alla stampa nel corso di una conferenza tenuta presso la sede del Consorzio di Bonifica, i cui dirigenti si battevano da anni con noi su una questione così strategica per lo sviluppo del territorio pianigiano.

C’è voluta l’incoscienza della maggioranza di centro sinistra della legislatura successiva , con il disinteresse di chi rappresentava il territorio in Consiglio, per permettere al presidente Oliverio di congelare ed ignorare quel deliberato che finanziava l’opera, peraltro mai revocato. Oggi, di fronte alla crisi epocale sulla disponibilità e l’utilizzo virtuoso delle risolse idriche già disponibili, ci auguriamo che l’ottimo presidente Occhiuto, il quale fin qui ha dimostrato da par suo grande capacità, visione e sensibilità verso le esigenze reali di tutte le province calabresi, possa reperire quei modesti finanziamenti, se possibile tra i fondi FESR dell’attuale Programmazione 2021-2027, che consentano l’utilizzo multiplo di queste imponenti risorse che darebbero respiro all’agricoltura di tutta la Piana e consentirebbero finalmente di valorizzare turisticamente uno splendido Comprensorio montano”,continua Candeloro Imbalzano.
Al Governatore della Calabria, chiediamo altresì un energico intervento sull’Anas perché sblocchi il finanziamento di originario 38 milioni di euro strappato col “Decreto Sblocca Calabria”, per realizzare lo Svincolo sulla A2 in località “Misimizzi” di Laureana di Borrello, di enorme importanza per lo sviluppo agricolo e turistico di tutta la vallata del Mesima e per il quale si battono da anni gli amministratori interessati.

Lo svincolo stesso intanto toglierebbe dall’isolamento almeno 20 Comuni delle contigue province di Reggio e Vibo ma contemporaneamente faciliterebbe l’accesso e lo sviluppo anche del Comprensorio interessato dall’utilizzo delle acque della Diga sul Metramo.

All’Anas va chiaramente detto che non può più reggere la scusa banale fin qui addotta che manca il collegamento col tratto finale della Pedemontana già costruita fino a Laureana e per la cui realizzazione –si tratta di appena 3 – 4 chilometri sul piano – necessiterebbero risolse irrisorie che la Regione, nel totale disinteresse della Metrocity e dei suoi amministratori locali in questi anni, potrebbe reperire in qualsiasi anfratto della Programmazione 2021-2027. (ci)

L’OPINIONE / Siamo uomini o caporali

di MASSIMO COGLIANDRO – La divisione del Movimento 5S mi ha riportato alla mente il film di Totò “Siamo Uomini o caporali”. Il titolo del film (al quale verrà poi aggiunto il punto interrogativo) sta a significare, come letteralmente spiegato da Totò nel film: “Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano”.

E purtroppo in questo caso calza perfettamente perché proprio Di Maio nel 2017 diceva: «In Italia oltre ai furbetti del cartellino abbiamo i voltagabbana del Parlamento, dal 2013 ad oggi ci sono stati 388 cambi di partito, alcuni parlamentari hanno cambiato partito anche sei volte negli ultimi quattro anni, la terza forza politica del Senato e della Camera, pensate, è il Gruppo Misto… un vero e proprio mercato delle vacche che va fermato. Nel Movimento 5S se uno vuole andare in un partito diverso da quello votato, si dimette e lascia il posto ad un altro come accade ad esempio in Portogallo, ma anche per consuetudine, come accade nella civilissima Gran Bretagna».

«In Italia, invece, se ne fregano una volta votati, gli elettori non contano più nulla,  quello che conta è la poltrona, il megastipendio, ed il desiderio di potere, molti governi si sono tenuti in piedi ed hanno fatto approvare le peggiori porcate proprio grazie ai voltagabbana… chi non vuole stare più nel Movimento va a casa… chiamatelo come volete, vincolo di mandato, serietà istituzionale, rispetto della  volontà popolare, a nessuno è negato il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa  e ti fai rieleggere».

Ed ora? Dove sono finite tutte queste belle parole! Dove è finito il rispetto per l’elettore del movimento? Era doveroso umiliare così i propri elettori?

Rispettiamo le idee politiche, democraticamente espresse, di tutti, ma mi sento di dire che questo schiaffo agli elettori del movimento dimostra l’astrattismo politico su cui si basava la loro politica, che non trovava forza in concetti, obiettivi ed ideologie comuni. 

Questa sorte di disorientamento imposto da Di Maio deve fare riflettere quegli elettori che hanno sostento il movimento credendolo capace di dare slancio all’economia ed al Meridione. Le promesse elettorali man mano si stanno sciogliendo come neve al sole.

A mio giudizio, andrebbe anche valutata, Manuale Cencelli alla mano, la corretta attribuzione dell’incarico di Ministro degli Esteri al signor Di Maio. Infatti il Ministero degli Esteri è uno dei più importanti e spetta ad un partito espressione di un’importante forza politica. Non appartenendo più ai 5S ma ad un gruppuscolo di parlamentari fuggiaschi, quanto impiegheranno partiti, oggi di maggiore peso politico, come Forza Italia, Lega e lo stesso Movimento 5 Stelle o il Partito Democratico a chiedere il rimpasto di governo con l’assegnazione di ruoli più proporzionati alle forze votanti in parlamento e quindi la destituzione di Di Maio? 

Sarò carogna ma io lo avrei già fatto!

Purtroppo, come diceva Totò, siamo destinati ad una vita grama e gli elettori del Movimento 5 Stelle, aimè, che credevano di avere visto un raggio di sole nel movimento, dovranno guardare altrove alle prossime elezioni. (mc)

 

L’OPINIONE / Emilio Errigo: La Calabria e i calabresi credono nel Governo Draghi

di EMILIO ERRIGO – Il Mezzogiorno d’Italia negli ultimi 15 anni (2007- 2022) è stato vivisezionato e analizzato, economicamente, finanziariamente e socialmente, dalla Banca d’Italia, come in nessun altro periodo storico.
Credo sufficiente leggere i Report annuali a partire da quello del 2010 e terminare con quelli del 2022, compresa l’analisi monografica regionale sulla Regione Calabria, per averne contezza e materiale di studio e analisi, che è cosa buona e giusta definire pregiati sul Meridione e Meridionali dell’Italia.

Nello stesso arco temporale non sono certo mancati studi e analisi riferiti al quadro economico-finanziario delle Regioni  del Mezzogiorno, anche di quelle più al Sud del Sud dello stivale, come la Regione Calabria. La rappresentazione geografica in scala dell’Italia e del suo Mare, su carta nautica a piccola o grande  scala che sia, fa emergere una figura delle Regioni d’Italia, da nord a sud, Isole maggiori e minori incluse, con le bellissime Grandi Isole di Sardegna e Sicilia, situate a Ovest e Sud Sud Ovest, come territori protettivi e inespugnabili,  circondati dalle acque azzurre del Mare Nostrum.

La Calabria calzare e punta territoriale più avanzata nel Mar Mediterraneo, non solo ha dovuto subire, combattere, resistere e fronteggiare, tutte le storiche guerre di invasioni e le dominazioni  straniere, ma anche dovuto sopportare il peso di quanti (metaforicamente parlando) hanno tentato di schiacciarla con la pressione dei due piedi in fondo allo stivale.

La Calabria e i calabresi, si sono difesi e ci difendiamo  bene in verità, sia perché siamo  considerati dagli studiosi, geneticamente e biologicamente i più forti tra le razze euromediterranee dell’Unione Europea,
e anche perché l’alimentazione dei Calabresi è tra le più ricche di fibre, calcio benefico e dieta c.d. di  lunga vita diversificata e variegata naturalmente nei contenuti proteici.

Venendo al titolo di questa semplice opinione personale, la Calabria e i calabresi, (non tutti  in verità), quasi 2 milioni di abitanti, hanno la convinta sensazione e netta percezione, che l’attuale Presidente del Consiglio  dei Ministri, con tutti i Ministri del “Governo da Draghi”,  vogliono veramente aiutare la crescita economica e sociale della Calabria e delle altre Regioni del Sud Italia.

Perché e come,  lo si deduce chiaramente, dalle parole e atti  di buona amministrazione del Governo, dette e scritte e azioni intraprese negli ultimi Governi, dai rispettivi Ministri  pro tempore e attuale, per il Sud e la Coesione Territoriale, con uno dei quali ho avuto modo e molto piacere,  di cooperare lealmente e con forte impegno,  nel corso della precedente mia esperienza istituzionale quale Commissario Straordinario dell’AdSP del Mare della Sicilia Orientale, Giuseppe Provenzano.
È’ sufficiente avere o trovare il tempo e la calma necessaria, per leggere  i due “Piani per il Sud e Verso Sud”, (Calabria-Gioia Tauro, 14 febbraio 2020), nel “Piano Sud 2030 Sviluppo e Coesione per l’Italia” e  più recentemente, in  (Campania-Sorrento, il 13/14 maggio 2022), dalla Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, la decisa e determinata, Mara Carfagna, nel discorso di apertura  e successivi lavori del

Forum  Verso SUD – la Strategia Europea per una nuova stagione Geopolitica, Economica e Socio-Culturale del Mediterraneo. Tutto dipenderà dalla politica del fare e fare il bene dell’Italia e degli Italiani, Meridionali compresi. Questo è il Governo di Unità Nazionale e della serietà istituzionale, nessuno credo abbia il coraggio di dire, che  le Donne e gli Uomini di Governo in carica, non si siano prodigati a fare il bene del Paese.

Certo gli atti di buona volontà e gli intendimenti politici, possono pure divergere dalle azioni e atti del Governo, importante che l’Unità Nazionale, abbia sempre la meglio su tutto e tutti. Se parte il Sud, o meglio se cresce economicamente la Calabria, cresceranno tutte le Regioni del Mezzogiorno, del Centro e del Nord. Si pensi a una o tante verità economiche industriali storiche e attuali.

Se vengono impiegati risorse pubbliche e private nel Sud Italia, per la costruzione di opere pubbliche e stabilimenti di produzione a rilevanza pubblica di interesse nazionale, le tecnologie e i macchinari e non solo, provengono tutte dal nord del Paese e dall’estero, Germania, Francia, in primis, generando un indotto economico industriale che partendo dalle Regioni del Sud Italia, si propaga fino all’età Regioni del Nord e altri Stati Europei.

Basti andare a “leggere le targhette” del luogo di produzione,  dei macchinari, presse, nuove tecnologie meccaniche e informatiche, presenti all’interno delle Piccole o Grandi Imprese, presenti in Calabria, Sicilia, Sardegna, Campania, Basilicata e Puglia, per capire bene il senso del ragionamento deduttivo.

Altrimenti lo vedo molto difficile e disgregante , il futuro in Italia,  a Nord, al Centro e al Sud della Italia Unita. (er)

[Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, Generale della Guardia di Finanza in ausiliaria, Docente Universitario di Diritto Internazionale e del Mare, e di Management delle Attività Portuali. Consigliere giuridico Economico -Finanziario Internazionale]

L’OPINIONE / Claudio Aloisio: Il sistema delle rateazioni che rischia di affossare imprese e famiglie

di CLAUDIO ALOISIO – Per tutte le rateazioni in corso fino all’8 marzo 2021, in funzione dell’emergenza covid, il Governo ha stabilito che si può essere in “ritardo” anche di 18 rate che equivalgono, più o meno, al periodo di sospensione dovuto alla pandemia. Per le rateazioni richieste dal 9 marzo 2021 si possono non pagare un massimo di dieci rate. Per le dilazioni concesse nel 2022 invece si possono saltare non più di 5 rate anche non consecutive.

Ecco, quindi, servita una nuova ordalia per famiglie e aziende che, avendo ad esempio tre rateazioni: una prima dell’8 marzo 2021, una dopo l’8 marzo 2021 e una nel 2022 dovranno, ove per problemi non riescano ad essere perfettamente in “linea” con le scadenze, tenere conto di queste differenze per non rischiare di decadere dalle dilazioni concesse. Un caos che si sta tramutando in un incubo dato che, parte dei milioni di ingiunzioni di pagamento che stanno arrivando ad oltre 19 milioni di contribuenti, dipendono proprio da errori di calcolo funzionali a queste assurde diversificazioni. Si parla tanto di semplificazione, ma in Italia di semplice non c’è mai stato nulla e ormai dispero ci sarà. 

È da mesi, ormai, che denunciamo una situazione paradossale: l’emergenza finita per decreto di cui la situazione appena descritta è figlia. 

Ma purtroppo, lo sappiamo tutti tranne, a quanto pare, coloro che hanno il potere di decidere, non funziona in questa maniera. Non basta un tratto di penna per cambiare una situazione oggettiva, e se per l’emergenza sanitaria ci sono stati miglioramenti innegabili non è così per quella economica che, anzi, si sta trasformando in qualcosa di diverso e potenzialmente più pericoloso.

I prezzi alle stelle dell’energia e dei carburanti che hanno, a cascata, fatto impennare i costi delle materie prime e di conseguenza quelli al consumo, l’inflazione galoppante che inizia a erodere i risparmi, l’aumento del costo del denaro, una guerra alle porte dell’Europa, sono solo alcune delle devastanti criticità che rischiano di vanificare tutti gli sforzi sin qui compiuti per rimettere in moto un motore ormai sfiancato.

Se a questo aggiungiamo la folle ripartenza della macchina tributaria, l’eliminazione di tutte quelle agevolazioni che hanno permesso alle imprese di barcamenarsi tra i marosi della crisi e, addirittura, l’invio d’intimazioni di pagamento “a 5 giorni” ad aziende e famiglie che non sono riuscite a far fronte ai loro debiti certamente non per colpa loro, ecco che veramente non si comprende la ratio dell’idea che ha l’Esecutivo di “ripresa e resilienza”.

Che ripresa ci può essere se si chiedono tutti in una volta i denari che non si è riusciti a pagare ratealmente? A quale resilienza si può appellare il titolare di un’impresa che, non avendo la possibilità di saldare le cifre richieste in un’unica soluzione, ribadisco, non per proprie responsabilità, rischia il pignoramento dei beni aziendali e personali, il blocco dei conti correnti e la revoca delle linee di credito essendo così costretto, suo malgrado, a chiudere e licenziare. E che guadagno avrà l’Erario se decine di migliaia di attività abbasseranno le serrande mandando a casa centinaia di migliaia di persone? 

O qualcuno pensa seriamente che la ripresa possa davvero passare dagli spicci erogati con i rimborsi o dai bandi di sostegno strutturati con il sistema del click day che, invece di supportare realmente il tessuto economico e produttivo, creano intollerabili distorsioni di mercato?

Siamo veramente stanchi di questa incapacità di leggere la realtà da parte di chi ci dovrebbe rappresentare. Realtà che non si trova nei numeri che ognuno può interpretare e strumentalizzare a suo piacimento ma nel quotidiano delle migliaia di piccoli e piccolissimi imprenditori ormai scoraggiati ed esasperati che, proprio quando avrebbero potuto iniziare ad avere un minimo di ossigeno per continuare a resistere cercando di ripartire si ritrovano, grazie a un Esecutivo cieco e sordo, con questo “bel regalo” che rischia di affossarli definitivamente. (ca)

L’OPINIONE / Giovanni Giordano: Il dramma del Mezzogiorno è la classe dirigente che non c’è

di GIOVANNI GIORDANO – Qualche giorno fa, il professore Tonino Perna, rinomato docente e uomo di cultura che stimo molto e che ho avuto modo di conoscere da studente della Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Messina, ha presentato presso il Giardino dei Monfortani di Reggio Calabria il suo ultimo libro Diario: 385 giorni a Palazzo San Giorgio. Un racconto certosino sulla sua esperienza vissuta da vice sindaco.

Il lavoro editoriale del prof. Tonino Perna, senza soffermarci nelle questioni specifiche del libro, dona spunti di riflessione su un problema enorme, dove ad essere coinvolta non è soltanto Reggio Calabria, ovvero quel fenomeno generalizzato, purtroppo, della carenza di classi dirigenti – ai vari livelli – adeguate alle necessità dei nostri tempi.

A questo proposito, Alec Ross – esperto di tecnologia e già consulente del Dipartimento di Stato Americano – racconta dei “Furiosi anni ‘20”, con un occhio al passato ed uno al futuro. Egli afferma che quelli appena cominciati decideranno la partita degli anni a venire. Molti sono gli elementi che ci avvicinano agli anni ‘20 del secolo scorso: malattie pandemiche, venti di guerra, grande depressione economica. In poche parole: il buio delle profonde crisi. Proprio dal buio della fine degli anni ‘20, durato fino alla Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ripartì più fiera e speranzosa che mai.

L’Italia del boom Economico, che tutti conosciamo, fece la sua apparizione tra gli stati più avanzati del Vecchio Continente. Questo fantastico percorso, però, fu sostenuto e reso possibile da una nuova e giovane classe dirigente (post bellica e repubblicana) che guidò al Miracolo Economico; quella classe dirigente che oggi manca.

Potremmo affermare, senza tema di smentita, che il problema dei problemi, la questione delle questioni, il dramma che pesa come un macigno sul futuro dell’Italia – e soprattutto del Mezzogiorno – è proprio la classe dirigente che non c’è e che difficilmente ci sarà, data l’emigrazione delle migliori risorse umane.

La storia dei flussi migratori dal Meridione ci racconta che sono andate via le braccia e negli ultimi decenni le menti.

Dunque che fare? Certo, sperare negli illustri uomini e donne che parteciparono all’Assemblea Costituente post bellica non è possibile, perché chiaramente non ci sono più, sicuramente però potremmo ispirarci ai loro insegnamenti e modelli. Ciò, per quanto lodevole possa essere, purtroppo non basta. Serve una coraggiosa e visionaria missione capitanata dalle menti più illuminate del nostro Paese. Persone cristalline ed autorevoli che sposino l’unica vera grande ed esistenziale sfida: formare una nuova classe dirigente che possa ricostruire il Paese e – in particolare – un Mezzogiorno ridotto in macerie; nonché adeguata e all’altezza delle sfide per un’Europa unita, per la democrazia, i valori occidentali e il futuro dell’umanità.

Chi si assumerà questo oneroso compito? Sarà forse la Famiglia, la Scuola, la Chiesa, i Partiti, i Sindacati? Saranno tutti insieme o – chissà – non saranno nessuno di questi, per vari motivi?

Potrebbe rimanerci ancora una carta da giocare. Una possibile e concreta speranza potrebbe essere rappresentata dal variegato e straordinario mondo dell’associazionismo e del volontariato. Oggi, anche in Italia, quest’ultimo rappresenta una straordinaria ricchezza. Non sempre sufficientemente conosciuta e valorizzata. Spesso si manifesta silenziosamente, ma diffusamente in ogni ambito della Società, a partire dalla Formazione e dalla Cultura.

A volte anche più visibilmente, con gesta eroiche di tante donne e tanti uomini nei molti drammi vissuti dal nostro Paese, a partire dalle guerre fino alle numerose catastrofi naturali. Un mondo, dunque, che si fa sintesi di valori, coraggio e generosità e che potrebbe prendere in carico l’obiettivo esplicitamente dichiarato: dare al Paese una sana, capace e autorevole classe dirigente che oggi – appunto – purtroppo non c’è. (gg)

[Giovanni Giordano è imprenditore turistico, Presidente Confapi Turismo Calabria e Delegato Regionale MAAVI (Movimento Autonomo Agenzie di Viaggio Italiane]

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: Dipartimento Agricoltura più pericolo dei cambiamenti climatici

di PIETRO MOLINARO – Altri due anni trascorsi con promesse, rinvii e proclami sui crediti dei Consorzi di Bonifica (oltre 87milioni di euro), ad Aprile 2022 l’ennesimo rito di audizioni con formale risoluzione, puntualmente disattesa. Chiunque oggi si reca nei Consorzi di Bonifica noterà l’impegno e la programmazione per garantire il servizio dell’irrigazione; l’80% del Cibo deriva dall’acqua, è siamo nel pieno degli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.

Il Dipartimento Agricoltura, inspiegabilmente, da novembre ad oggi ha impedito ai Consorzi di approvare i Bilanci di Previsione 2022, costringendoli ad operare finanziariamente in emergenza.
Una follia a danno dei calabresi. Agroalimentare, occupazione e sviluppo sostenibile tra le priorità del PNRR, con il Sistema Consortile protagonista, nella fase progettuale, rischia di restare a “secco” nella realizzazione per l’irresponsabilità di pochi. Alla Cittadella Regionale servono interventi di “Bonifica” per ripristinare i Doveri della Pubblica Amministrazione a tutela dei Diritti  dei Cittadini Calabresi. (pm)

L’OPINIONE / Filippo Veltri: Quando c’era la politica

Non è mai bello autocitarsi ma in questo caso lo posso fare perché il titolo del mio libro ultimo, in libreria da pochi giorni non l’ho scelto io ma la casa editrice. Merito loro di avere centrato il problema: quando c’era la politica davvero non poteva accadere quello che abbiamo sotto i nostri occhi dopo il turno delle amministrative di domenica scorsa.

Ho in mente due casi (ma tanti se ne potrebbero fare): Catanzaro e Paola, dove è accaduto, sta accadendo e accadrà di tutto e di più, con un miscuglio di alleanze spurie e impurie nel nome del civismo, sacra parola che serve ormai per coprire tutto e in primo luogo l’assenza appunto della politica. Politica nel senso più alto del termine di battaglia di idee, di sentimenti, di animus. Un tempo si sarebbe detto anche di ideologie ma cancelliamo quel termine sennò ci mettono in qualche lista di proscrizione!

Ma se non ideologie almeno di idealità comuni, di sentire comune, di afflato simile! Nulla di tutto questo: solo la ricerca del consenso purché arrivi, in modo che magari è meglio non sapere. E così nel sacro nome del civismo ecco partiti divisi su tutto, dalla tradizione all’attualità, che si presentano uniti magari mascherati da liste di vario nome, che insieme vanno alla conquista dei municipi. E spesso ci riescono pure ma a volte inciampano, si fermano per poi ripartire con altri miscugli.

Il frutto malato della situazione di oggi alla quale porre un rimedio subito, pena il riemergere sotto mentite spoglie del problema più grande: l’attacco alla democrazia e alla libertà, di cui godiamo da molti decenni e di cui non possiamo scordarci, se non vogliamo fare la fine di chi ci stava prima del 1945 dalle nostre parti. (fv)

L’OPINIONE / Andrea Borelli: Catanzaro e il consenso tribale

di ANDREA BORELLI – Secondo una serie di indicatori socioeconomici, Catanzaro è una città in lento ma costante declino. La popolazione residente nel capoluogo di regione era di circa 95.000 abitanti nel 2001, vent’anni dopo si è ridotta a poco più di 86.000. Negli ultimi dieci anni nella provincia catanzarese sia la disoccupazione generale sia quella giovanile è drammaticamente aumentata.

Sempre più giovani hanno, dunque, dovuto abbandonare la città per studiare e poi lavorare nel resto d’Italia o all’estero.

Nel 2001 Catanzaro era la città con il reddito pro-capite più elevato nella sua provincia, oggi invece è terza dietro Soverato e Montauro. Il motivo è presto detto, negli ultimi anni la maggior parte degli investimenti privati si sono dispiegati sulla costa ionica. Basta vedere le attività commerciali aperte tra Soverato e Montauro e confrontarle con quelle chiuse a Catanzaro. 

Insomma, i catanzaresi investono sulla costa ionica, aprono attività commerciali dove poi si direzionano (ormai sia d’inverno che d’estate) i consumi; in molti, di conseguenza, vivono lì e non pagano più le tasse comunali nel capoluogo. La ricchezza si è spostata in provincia, contesto in cui Catanzaro non riesce neppure più ad essere una città attrattiva. 

Qualche giorno fa è andato in scena il primo turno delle elezioni comunali, che bene rispecchia questa crisi che è insieme socioeconomica e politica. Nella scheda avuta al seggio gli elettori potevano contare ben 6 candidati sindaco, 23 liste (quasi tutte “civiche”) e un totale di circa 700 candidati. Un esercito di aspiranti consiglieri, roba da fare invidia ai più quotati concorsi pubblici. Non facile scegliere per chi votare, anche se a dirla tutta sì è recato alle urne quasi il 66% degli aventi diritto. 

Ognuno aveva un fratello/sorella, un cugino/a quando non anche un genero/nuora o un amico/a del cuore contemporaneamente candidato.  Ovviamente il voto disgiunto non è stato sufficiente ad accontentare tutti. Sarebbe servito piuttosto il “voto ubiquo”, un tipo di voto che forse i catanzaresi potrebbero chiedere venga adottato per poter evitare di scontentare qualche amico o parente la prossima volta. 

Il più votato tra i candidati sindaco, il professor Donato, ha raccolto quasi il 44% dei voti, mentre le sue liste hanno ottenuto ben il 53,8%. Insomma, ad alcuni interessava che Donato diventasse sindaco mentre a molte più persone che il proprio congiunto o amico diventasse consigliere. 

Ecco Catanzaro, dove relazioni e istituzioni sociopolitiche di tipo moderno sono ampiamente ininfluenti ai fini della selezione del suo governo cittadino. Non è l’appartenenza a comunità religiose più o meno radicate nel territorio a influenzare o determinare il voto. Non lo è neppure la collocazione individuale in diverse classi sociali e l’adesione ad organizzazioni sociali di rappresentanza, come sindacati o associazioni di categoria. 

I partiti non ne parliamo. Questi non sono da tempo strutture capaci di indirizzare e poi dirigere i destini della città. Gli unici due che si sono presentati in questa tornata elettorale sono stati Partito Democratico e Fratelli d’Italia, che hanno raccolto singolarmente la miseria del 5% dei voti di lista.

Non c’è nemmeno un esagerato voto di scambio di tipo politico-mafioso a inquinare il consenso e le elezioni, perché per fortuna Catanzaro è in parte al riparo da grandi famiglie mafiose che spadroneggiano in lungo e in largo altrove in Calabria. Anche il voto di scambio di tipo economico, basato sulla ricerca di favori più o meno legali, influisce relativamente ed è ormai poco più di un luogo comune. Perché a Catanzaro (come in buona parte del Sud d’Italia) non c’è più niente da scambiare, trattandosi di una città sempre più povera e disabitata con tassi di disoccupazione alle stelle.

Che cosa allora determina la vita politica del capoluogo di regione della Calabria? Nella rarefazione più completa del tessuto sociale che la contraddistingue, l’unica cosa che resiste ed esiste è il legame tribale, ovvero quello con i propri parenti e amici. Catanzaro ha una struttura politica di tipo tribale e la sua vita politica, la scelta della sua classe dirigente, si basa anzitutto su due categorie: il sangue e le amicizie. 

Sarebbe però sbagliato pensare che Catanzaro sia una città “arretrata”, in realtà il capoluogo calabrese è specchio del presente: è un modello ampiamente replicato in numerose città italiane. Indifferentemente dal partito di appartenenza, infatti, negli ultimi trent’anni la classe dirigente italiana ha fatto propria la massima della signora Thatcher secondo cui: non esiste la società, esistono solo gli individui. Così abbiamo visto la politica trasformare l’Italia in un paese fragile, insicuro e frammentato nei mille egoismi e personalismi locali, un paese che ha distrutto le reti di protezione sociale e indebolito le istituzioni pubbliche a salvaguardia degli spazi condivisi e dei beni comuni (come ad esempio la scuola). 

Eppure nonostante decenni di neoliberismo sfrenato, al contrario di quanto affermava la Thatcher, gli uomini e le donne d’Italia hanno cercato di costruire nuove o conservare vecchie forme di socialità, perché per propria natura l’essere umano non è capace di vivere in solitudine, come un individuo isolato. Ed eccoci dunque di nuovo a Catanzaro, dove buona parte dei suoi cittadini si è affidata alle uniche due cose che ancora hanno senso nella nostra società: gli amici e la famiglia. 

Nessuna condanna moralista, dunque, se molti votano seguendo le logiche tribali, è questa la Catanzaro in cui vivono ed è questo l’unico modo che hanno trovato per sopravvivere e non sprofondare nella solitudine e nell’isolamento sociale.

Chiunque vincerà le elezioni a Catanzaro si spera tenga conto di questa dinamica. Negli anni sono state numerosissime le iniziative dal basso in campo sociale, culturale e politico che hanno tentato di risollevare le sorti del capoluogo, a dimostrazione che esistono strade alternative per rispondere al declino della città. Queste esperienze però da sole non bastano, devono essere infatti in primo luogo le istituzioni comunali a farsi carico della impellente necessità di ricostruire i legami di un tessuto sociale e umano che renda Catanzaro una comunità di cittadini. Forse così i programmi, le idee, i valori e la visione del futuro della città conteranno veramente qualcosa nell’elezione del consiglio comunale e del sindaco. (ab)

L’OPINIONE / Antonio Errigo: Industria difesa e sicurezza nelle aree Zes in Calabria e Sicilia

di ANTONIO ERRIGO – Che la logistica globale, intesa nel senso  più ampio dell’intermodalità sostenibile, della Green e Blue Economy, sia la scommessa economica strategica vincente per  il Sud Italia e non solo, lo scrivo da molti anni.

In particolare, ritengo che per una buona partenza delle Zone Economiche Speciali, (Zes), in tutte le Regioni ove sono state istituite, il primo investitore pubblico trainante dell’economia regionale, debba essere proprio lo Stato, attraverso le diverse agenzie e Industrie di difesa e sicurezza, partecipate, finanziate, sostenute, convenzionate e controllate. Può apparire a una superficiale attenzione quanto si va scrivendo, una esternazione alquanto ardimentosa, ma vi posso assicurare per esperienza vissuta sul campo  nell’affascinante e molto interessante mondo  delle relazioni diplomatiche, giuridiche ed economiche, che così non è!

L’Industria della sicurezza e difesa, può  fare molto a favore del sud Italia, delocalizzando uno o più rami delle aziende  pubbliche, per esempio,  per iniziare con un atto di buona e decisa volontà del Governo, investendo risorse finanziarie nelle  aree ZES delle Regioni  Calabria e Sicilia, si otterrebbe un effetto fiducia a calamita, con positive ricadute occupazionali,  con particolare riferimento ai giovani, i quali  si  sono o saranno  qualificati, formati, abilitati e specializzati presso gli Istituti Tecnici Superiori  o laureati nelle Università del Mezzogiorno d’Italia.

Non è percorribile questa idea progettuale e se la risposta è no, qualcuno sarà in grado di fornire motivazioni convincenti  e alternative appropriate?nNon si vuole qui riproporre la solita miscela di pessimismo cosmico, unito al persistente disfattismo geneticamente immodificabile, ma si intende  solo tentare di indicare strade e vie percorribili per giungere indenni e forti alla destinazione finale: “il lavoro ai Giovani della Calabria e Sicilia”.

Chi si è avvicinato per studi universitari o professione specializzata, nell’affascinante mondo della logistica ben conosce quante opportunità di lavoro adeguatamente remunerato offre ai giovani questi comparto trasversale e centrale per ogni attività industriale e d’impresa.

La delocalizzazione in Calabria e in Sicilia, di linee di produzione nei settori strategici della difesa e sicurezza, potrebbe portare ai cittadini di quelle  due regioni, fortemente condizionate  complesse e complicate da realtà note a tutti, quella fiducia necessaria e benessere collettivo, utili per una crescita economica civile e produttiva di reddito legale.

La riconversione industriale degli immobili esistenti, realizzati con notevole impiego di risorse pubbliche in Calabria e Sicilia, ora in parte inutilizzati o non ancora completati,  potrebbe addirittura a mio avviso rendere più agevole e favorevole il processo decisionale all’interno  della Pubblica Amministrazione.

Investendo al Sud parte delle risorse finanziarie nazionali ed europee, anche del PNRR, nell’industria  della difesa e sicurezza, si creerebbe una filiera interessante dal punto di vista economico ed un indotto a beneficio delle PMI specializzate nella  logistica Intermodale sostenibile, con effetti emulanti positivi a catena,  da parte di coloro che vogliono intraprendere attività d’impresa in Calabria e Sicilia nei comparti della produzione beni e prestazione di servizi.

Da più parti si va ripetendo che le Zone Economiche Speciali non decollano e che risentono dell’effetto timore  dei potenziali investitori di impiegare i propri capitali in aree considerate critiche del Paese.

Bene sia lo Stato a dare il buon esempio, così si potrà capire, se e chi, tenterà di bloccare la produzione e il funzionamento delle industrie della difesa e sicurezza in Calabria o in Sicilia. (ae)

L’OPINIONE / Candeloro Imbalzano: Ipotesi della Zes a Lamezia vanifica lo sviluppo della Piana

di CANDELORO IMBALZANO – Quando nel 2013 , da Presidente della competente Commissione, la nostra relazione  in  Consiglio Regionale sulla proposta di  legge istitutiva della Zes di Gioia Tauro, venne approvata all’unanimità, nessuno dei Consiglieri presenti avrebbe mai immaginato che ci sarebbe stato nella legislatura successiva un Presidente,  di centrosinistra,  che, nel silenzio e nella connivenza generale, avrebbe esteso il perimetro della Zona Economica Speciale ad altre parti della Regione, creando enormi e  colpevoli  ritardi sui tempi di realizzazione di un progetto che resta ancora oggi la madre di tutte le battaglie per lo sviluppo della Piana, della Provincia di Reggio e dell’intera Calabria.  

Eppure oggi, si vaneggia intorno all’ipotesi di localizzare la sede degli Uffici della Zes, dalla sua sede naturale, addirittura a Lametia, col rischio concreto di abbattere le residue speranze di sviluppo dell’intero progetto e dei territori reggini.

Di fronte a questa  ipotizzata e funesta  forzatura, aspettiamo di conoscere il pensiero e le  reazioni degli attuali Consiglieri Regionali della Provincia di Reggio, di tutti gli schieramenti, alcuni dei quali, durante la presidenza Oliverio, li abbiamo visti  pavidamente girare la testa dall’altra parte, quando la Zes stessa venne inopinatamente estesa ad altre parti della Regione. Questa paventata scelta di Lamezia porterebbe con sé una inevitabile e oggettiva diluizione di quello che dovrebbe essere il precipuo interesse per l’enorme area del retroporto di Gioia, per il cui sviluppo fu messa in campo la legge originaria.

Un rischio che significherebbe un oggettivo ridimensionamento del futuro del Porto di Gioia Tauro che continuerebbe ad essere prevalentemente  un Hub di transhipment e darebbe ogni alibi al  nuovo gestore del Gateway ferroviario a continuare a cincischiare, come ha fatto in questi anni, col risultato di stoppare sul nascere le grandi speranze di  sviluppo e di occupazione nel retroporto. Scelta, rispetto alla quale, ci attendiamo anche una posizione coerente e forte del Sindacato e dei Sindaci del Comprensorio, non solo di Alessio, che pure in questi anni  si sono  battuti per la realizzazione di un grande  polo logistico e tecnologico.

Quello che appare paradossale in questa  vicenda,  è che dopo la recente consegna degli asset  ferroviari costruiti in questi anni a Ferrovie dello Stato e le attività promozionali  della Regione messe in cantiere a Dubai  per promuovere l’interesse ad investire nell’immensa area, oggi quasi desertificata, dei grandi Gruppi internazionali, si vorrebbe riportare l’orologio  indietro di almeno dieci anni,  col sottile obiettivo di mettere in secondo ordine lo sviluppo del comprensorio di Gioia, privilegiando magari anzitutto lo sviluppo, peraltro legittimo con altri strumenti,  di  parti della Regione che nulla hanno a che vedere con il Porto ed il retroporto pianigiano. (ci)

[Candeloro Imbalzano  è già Consigliere Regionale e Presidente della Commissione “Bilancio, Attività Produttive e Fondi Comunitari]