L’OPINIONE / Tilde Minasi: Disincentivare il voto è sbagliato e antidemocratico

di TILDE MINASI – Mancano ormai pochissimi giorni al referendum del 12 giugno e duole sentire appelli a boicottare le urne, magari “per andare al mare”, come ha affermato addirittura sulla Tv di Stato, nel corso di una trasmissione seguitissima, una donna di spettacolo, Luciana Littizzetto, che si è sempre distinta per la sua libertà di espressione.

Nel nostro ordinamento parlamentare il referendum è una delle pochissime forme di democrazia diretta previste dalla Costituzione, è anzi l’espressione principale della possibilità per il popolo di pronunciarsi direttamente su questioni rilevanti.

Cercare di disincentivarne la partecipazione è sbagliato e antidemocratico. Lo hanno detto nei giorni scorsi per es. il sottosegretario alla giustizia, Paolo Sisto, per il quale “incitare all’astensionismo è una sorta d’illecito costituzionale” e il presidente emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese, che ricorda come partecipare sia un “dovere civico” e chi si astiene “collabora a rendere la democrazia più fragile”.

La democrazia è partecipazione, appunto, e, in questo caso, in cui si tratta di scegliere su cinque quesiti che riguardano la giustizia, partecipare significa voler cambiare un sistema che non funziona.

Innanzitutto è importante che i cittadini tornino a votare. Tutte le tornate elettorali degli ultimi anni si sono purtroppo contraddistinte per il forte astensionismo, segno chiarissimo della sfiducia sempre più diffusa tra la gente nei confronti delle Istituzioni.

Noi della Lega anche con questa iniziativa referendaria abbiamo voluto dare un forte segno di impegno fattivo a favore della popolazione, da un lato per coinvolgerla direttamente nei processi decisionali su una materia così cruciale come la giustizia, dall’altro per stimolare il Parlamento ad agire più concretamente.

Le materie affrontate nei cinque quesiti sono di fondamentale importanza per il buon funzionamento della giustizia, che purtroppo ormai troppo spesso non riesce a dare risposte al cittadino, in tempi certi e celeri e nelle forme più corrette.

Abbiamo assistito più volte a un’esecrabile commistione tra politica e magistratura, a scandali su magistrati, avvocati, parlamentari che hanno contribuito ad alimentare quella sfiducia nelle Istituzioni di cui parlavo prima. Il referendum è l’occasione per iniziare a riformare il sistema, che avrà certamente bisogno di ulteriori interventi, ma già questo è il primo passo: votare Sì alla separazione tra le carriere di pm e giudice, alla valutazione dei magistrati anche da parte degli avvocati, a un’elezione del Csm che non preveda la raccolta di firme per i candidati, all’abrogazione della legge Severino sull’incandidabilità dopo condanne per delitti non colposi e all’abolizione del pericolo di reiterazione del reato tra i requisiti per le misure cautelari, significa certamente voler cambiare la giustizia italiana.

Il nostro leader, Matteo Salvini, ha parlato di “censura imbarazzante e vergognosa”, che fa comodo alla sinistra per avere “magistrati politicizzati che in tribunale fanno quello che vogliono e se perdono le elezioni poi provano a vincerle con le sentenze”.

Questo è certamente un dato emerso con forza nei fatti e negli scandali cui accennavo poco fa e non è un bene che i mezzi di informazione non si siano occupati del referendum. Hanno privato la collettività della possibilità di capire bene materie tecniche e di informarsi a dovere per poi poter scegliere di votare e cosa votare.

Ciò che mi auguro è che i calabresi capiscano che questa è un’occasione da non perdere. Ci hanno dato già fiducia alle scorse elezioni e sono certa continueranno a darcela anche stavolta. (tm)

L’OPINIONE / Nino Mallamaci: Referendum abrogativo, uno strumento inadatto per intervenire sulla giustizia

di NINO MALLAMACI  – L’istituto del referendum abrogativo è un problema in sé. Volgarizzando, si può affermare che il modo in cui vengono formulati i quesiti (per difficoltà oggettive a fare diversamente) porta a scriverli in ostrogoto, cioè il contrario di come dovrebbe essere in quanto è il cittadino comune a doversi esprimere su temi complessi e ostici, e al rischio di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Sui quesiti di questo referendum non ho pregiudizi o preconcetti. Non sono un tifoso, neanche quando si tratta di calcio. Se il Milan va nelle mani di Berlusconi, o la Reggina in quelle di un imbroglione che ha danneggiato migliaia e migliaia di lavoratori, non li supporto.

Se l’Inter, per la quale simpatizzo, gioca male o vince per un rigore inesistente, non gioisco. In tema di Giustizia bisogna andarci coi piedi di piombo, valutando bene e in profondità quali effetti possano scaturire dalle decisioni che si assumono. Io forse andrò a votare, forse in quanto ritengo che vi sia un ricorso eccessivo e smodato al referendum abrogativo. Se andrò, esprimerò convintamente la mia contrarietà alle abrogazioni per 4 quesiti. Anche sulla Severino, che andrebbe sì aggiustata ma non sottoposta alla mannaia di uno complessivo.

Sulla separazione delle carriere tra PM e Giudici ho molti più dubbi. Tuttavia, non credo che una scelta così netta possa determinare un miglioramento della situazione della Giustizia italiana. Credo che un punto di equilibrio possa rintracciarsi nella proposta Cartabia, che spero venga approvata in tempi ragionevoli. Altra considerazione sulla divulgazione delle notizie: anche in questo caso, c’è la necessità, secondo me, di una maggiore sobrietà da parte dei magistrati. Ma tra i magistrati star e il silenziatore all’informazione esistono molti gradi intermedi.

E su quelli bisogna che si metta a ragionare il legislatore. Insomma, torniamo all’incipit di questa riflessione: il problema è a monte, ed è il referendum abrogativo. La polarizzazione sta danneggiando seriamente la democrazia liberale, grazie anche al lavorio delle autocrazie e all’utilizzo, da parte loro, di strumenti manipolativi pervasivi e tecnologicamente potenti ed efficaci. Questi referendum sono polarizzanti, roba da tifosi. Per molte materie questo è un approccio pessimo, per la Giustizia può essere letale. (nm)

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: In Italia mancano 200mila lavoratori in ristoranti e bar

di PIETRO MOLINARO –

L’Associazione dei Calabresi in Lombardia è stata sollecitata dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) di Milano a diffondere in Calabria nei confronti dei giovani l’opportunità di lavoro in ristoranti e bar. Sono ormai troppi anni che si è investito sulle politiche passive e mancano politiche attive del lavoro che, orientano i giovani verso determinate professioni e ne innovano le competenze.
Anche in Calabria le imprese faticano a coprire, questi settori con l’aggravante che mancano lavoratori anche nelle strutture balneari. Paradossalmente si può dire che esiste un “mercato del lavoro” e un “mercato dell’imprenditoria” che mal si conciliano.
La Calabria che punta sul Turismo come vocazione territoriale, deve valorizzare il suo potenziale lavorativo facendo si che lasciare la Regione sia una scelta spontanea e non una necessità. Al di la dei grandi progetti, occorre il potenziamento dei servizi di orientamento, informazione e formazione anche con il sostegno dei fondi paritetici di settore. Sostenere le nostre Imprese aiuta a contrastare lo spopolamento, l’emorragia demografica e il depauperamento degli asset naturali dello sviluppo. (pm)

L’OPINIONE / Emilio Errigo: La Blue Economy potrebbe rivelarsi la vera fortuna della Calabria

di EMILIO ERRIGO – Non si può pretendere di avere  proprio tutto da madre natura e dalla vita. Leonida Repaci, uno tra i più noti dei tanti  scrittori  e poeti Calabresi,  nella Sua lode alla Calabria, dal titolo attraente, “Quando fu il giorno della Calabria”,
ne parló molto bene a giusta ragione della sua e nostra Madre Terra, con l’amore  intenso di un figlio nobile.

Immaginiamo per un solo attimo che la Regione Calabria, avesse il mare, le spiagge e tanta altra roba da proporre ai moltissimi denigratori di questa bella terra, creata e voluta bella così com’è, troppo bella, bellissima e anche  tanto affascinante, saremmo letteralmente invasi non solo dai fratelli e sorelle migranti, povera umanità camminante e navigante, in cerca di migliori fortune per la loro lunga e buona vita,  ma soprattutto, riconquistati ancora altre volte con inaudite violenze,  dallo straniero invasore, predone, assetato di potere, di terre fertili, di tanta buona acqua e vino rosso fuoco, cibi gustosi, bellezze femminili e  corpi forzuti maschili, senza pari confronti al mondo.

Se la Calabria avesse il mare, occorrerebbero molte  più autostrade, nuovi aeroporti, ferrovie moderne e sicure, porti turistici e commerciali adeguati, ci sarebbe bisogno di troppe risorse pubbliche, molto  impiego di denaro prelevato dalle casse dello Stato. Invece no, la Calabria e i Calabresi,  non avendo il mare, le coste e le spiagge, si devono e ci dobbiamo saper accontentare,  solo dei 4 Parchi Nazionali e dei boschi più estesi e sempre verdi d’Europa.
Che gran peccato non avere il mare in Calabria!

E le spiagge, almeno le spiagge bianche, quelle si potevano creare naturalmente,  grazie alle piogge invernali, con le sabbie bianche, che dalle  montagne dei Parchi Nazionali dell’Aspromonte, della Sila, del Pollino, delle Serre e altre colline e pianure, sempre fiorite di ginestre, zagare di agrumi e gelsomini, sabbie che sarebbero scese  a valle con le acque impetuose delle tante Fiumare della Calabria.

Chi viene in Calabria, dice che ha la sensazione di percepire all’olfatto profumi a lui o lei sconosciuti,  dicono che è essenza di Bergamotto, senza capire l’origine di questo fenomeno soprannaturale, che sa di mistero della fede.

Il mare e le spiagge, avrebbero portato tanto benessere economico, no per carità di Dio, troppa grazia Divina per una Regione, dove il reddito procapite regionale è  inferiore al 75 % alla media tra gli Stati membri dell’Unione Europea.

Se la Calabria avesse avuto il mare più blu e le spiagge più balneabili d’Italia, sarebbero in tanti gli oligarchi e istituti bancari esteri, a voler investire in Calabria,  i propri capitali,  nella costruzione di: porti turistici e crocieristici, ville mozzafiato con vista mare, marine  per mega yacht,  moderne strutture alberghiere e ricettive attrezzate, stabilimenti balneari di lusso, con annessi impianti  sportivi estivi, ristoranti e case vacanze.

Pensateci quanta ricchezza e benessere arriverebbe  dentro le  case dei Cittadini Calabresi!
Poi per chi ancora non lo sapesse le  spiagge, il mare territoriale, la piattaforma  continentale, fondo e sottofondo marino, la zona economica esclusiva, stante alla “Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite su Diritto del Mare firmata a Montego Bay nel 1982” e con legge n.91/ 2021, anche il fondo e sottofondo del mare, compresa la colonna d’acqua  sovrastante, sono sottoposti al diritto di  giurisdizione esclusiva  italiana, quindi con enormi benefici economici e occupazionali anche per i residenti  nella Regione Calabria.

Quanta ricchezza immensa, in molta parte sconosciuta, risorse minerarie ancora inesplorate e inutilizzate, ci sarebbe nel mare e sotto il fondo del mare della Calabria. Che gran peccato avrebbe commesso il creatore, se avesse deciso di privare questa terra nobile, illuminata molte ore della notte dalla luna e riscaldata dal sole 365 giorni l’anno , del mare blu e delle estese spiagge bianche incontaminate.

Chissà se un giorno o l’altro scopriremmo, che il continuo depauperamento del patrimonio boschivo, gli incendi estivi dolosi e l’assenza delle necessarie opere di contenimento del continuo dissesto idrogeologico, avessero favorito le piogge alluvionali e fatto della Calabria , una tra le più grandi Regioni d’Italia, tutta bagnata dalle acque del mare, con le coste marine  e le spiagge,  più  estese, lunghe e belle del mondo.

Le spiagge, anche quelle della Calabria, sono beni pubblici appartenenti al demanio turistico ricreativo, amministrati dai Comuni costieri, con conseguenti rilevanti entrate tributarie derivanti dai canoni demaniali, che affluiscono nelle casse degli Enti Locali marittimi. Un paradiso così grande  di bellezza infinita, ce lo meritiamo  proprio tutto in Calabria.

Pensate e ragionate, che attuando sul Mare e nelle Spiagge, il noto principio del tornaconto economico, investendo 1000 euro, nelle mille e più attività d’impresa, della Blue Economy, il moltiplicatore positivo di utilità economica, varia con un incremento reddituale che oscilla da 3 a 5, ottenendo utili netti d’impresa,  quantificati da un minimo di 3000 euro, a un massimo di 5000 euro.

La Blue Economy potrebbe rivelarsi la vera fortuna della Calabria.

(Intanto chi ne ha voglia e nutre interesse conoscitivo, consiglio di visionare, l’Allegato al Documento Economia e Finanza 2022, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, presentato dal Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, sottotitolato:
Dieci anni per trasformare l’Italia. Strategie per infrastrutture, mobilità e logistica sostenibili e resilienti. Per il benessere delle persone e la competitività delle imprese, nel rispetto dell’ambiente.)

Aspetta e spera!

Se la Calabria non avesse avuto  il mare e le spiagge, ci metteremmo tutti a ridere e pure molto.
Allora, visto e considerato, che il mare c’è e avvolge la fascia costiera della Calabria, bagnando e accarezzando tutte le lunghe spiagge bianche,  iniziamo pure  a ridere  tanto che fa bene al cuore! (er)

[Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, docente universitario titolare di “Diritto Internazionale  e del Mare” e di “Management delle Attività Portuali”, Consigliere  giuridico economico – finanziario internazionale]

L’OPINIONE / Franco Cimino: La Festa della nostra Repubblica per le vittime delle assurde e stupide guerre

di FRANCO CIMINO – Buon compleanno Repubblica italiana! Oggi sono settantasei, un bel numero, che ti rende matura lasciandoti giovane. La giovinezza ti vien data dall’essere tu la Repubblica, prima che dagli anni. In te te c’è la forza, la vivacità, lo sguardo lungo sull’avvenire, verso il quale tendono sempre i valori cui ispiri il tuo compito.
E sei matura, perché sei nata dalla sofferenza e dalla lotta dei tuoi figli migliori. 

Dal dolore e dalla miseria. 

Anche quella morale di chi ha portato il tuo, e nostro, Paese alla rovina della guerra. 

E dall’odio che l’ha ferocemente scatenata, complice la follia assatanata, e di sangue assetata, di miseri uomini, dalla stanchezza popolare e dell’ignoranza ritenuti giganti.

Sei matura perché rechi con te la responsabilità, che maturità non dal grigio dei capelli è data, ma dalla responsabilità delle scelte. E della moralità con cui le attui nel quotidiano ininterrotto agire. La responsabilità contiene la promessa e il giuramento di rispettarla, attuandola puntualmente.
La tua promessa, che su diversi terreni si articola, muove da un principio apparentemente tecnico quando invece è assolutamente valoriale.
Quel principio che ti rende speciale e ineguagliabile da qualsiasi altro sistema statuale, o sociale e politico. È che le istituzioni sono per la persona e non delle persone; che esse sono pertanto neutre e neutrali, mentre agiscono per la difesa di precise scelte, che sono in esse incorporate, quali, per fare qualche esempio, la giustizia, l’eguaglianza, la promozione della persona umana in ogni suo aspetto. 

In particolare, in quello della cura e della difesa della Libertà, anima pensosa e pensante della Repubblica. Libertà, che significa anche diritto al lavoro, non inteso come necessità per la soddisfazione dei diversi bisogni dei cittadini, ma quale mezzo per realizzare la creatività individuale e la comunione solidale per la costruzione, attraverso ingegno e bisogni, della ricchezza per tutti. 

Le istituzioni, le architravi dello Stato autorevole e giusto, pertanto mai asservibili a qualsivoglia potere, ché di questo invece ne rappresenta la protezione rispetto al rischio sempre presente dell’autocorruzione. È per questo motivo che la Repubblica o è democratica o non è. È per questa sola ragione che quella italiana, la nostra, è nata democratica, preventivamente salvaguardandosi attraverso il varo, contemporaneo, della più bella Costituzione del mondo. Che, diversamente da quanto taluni storici affermano, non ha avuto un parto difficile, pur se a scriverla sono state persone culturalmente e politicamente quasi all’opposto tra loro. La Costituzione è la “copiatura” di quanto stava già scritto negli intimi valori della Repubblica. I tuoi. La nostra Repubblica. 

In essa campeggia trionfalmente, il primo: tutto è persona.
Della e per la persona. Le cose, i beni della natura, sono della persona. Essi diventano cosa pubblica perché la persona è anche l’insieme pacifico degli esseri umani, nella Repubblica divenuti cittadini perché ad essi, unitariamente e perciò democraticamente, ne è affidata la cura.
E la conservazione per la loro riconsegna al futuro. La Repubblica è insieme luogo della Pace e forza di costruzione della Pace. Per se stessa, innanzitutto. 

Ma siccome non esiste una Pace che sia territoriale, perimetrale in stretti confini nazionali, nella Repubblica italiana c’è il dovere di contribuire a edificarla nel resto del mondo. Un compito che il nostro Paese storicamente ha svolto abbastanza bene, pur tra limiti e contraddizioni evidenti. Molto diversi, però, da quelli che, con strumentalizzazione sospetta e tanta ignoranza, oggi, taluni esponenti della politica e dell’informazione, artificiosamente stanno cercando di riproporre sul falso quesito “pace sì e pace no” , stampato sul corpo martoriato dell’Ucraina, mentre dimentichi son tutti delle altre lunghe guerre in diverse regioni del mondo.
È a tutti i popoli che subiscono la guerra e ogni orrore che essa consuma, specialmente su donne e bambine e sulla stessa fertilità della terra, che voglio, pertanto, dedicare la festa di oggi e le lacrime che colmano di dolore impotente il nostro sguardo sulle miserie del pianeta. (fc)

L’OPINIONE / Pietro Molinaro: La delusione degli allevatori calabresi

di PIETRO MOLINARO – I chiarimenti del Dipartimento Regionale Agricoltura al Bando della Misura 10, Intervento 10.01.10 del PSR-Calabria “Tecniche di utilizzazione degli effluenti zootecnici per la riduzione delle emissioni di ammoniaca- annualità 2022”, ne confermano l’inadeguatezza. La pezza insomma è peggiore del buco.

Un intervento che avrebbe dovuto sostenere gli Allevatori, per la verità erano già pochissimi, risulta di fatto accessibile ad ancora meno allevatori. Una Misura, certamente idonea per la Pianura Padana, “copiata” per la Calabria da un’altra regione senza il minimo adattamento alle caratteristiche morfologiche, dimensionali e di meccanizzazione esistenti nelle nostre aziende zootecniche di fatto ne determina l’inefficacia. Si suggerisce il ritiro del bando affinché si possa correggere l’intervento per essere riproposto con durata pluriennale a beneficio degli allevatori.

Morale: non se ne farà nulla, almeno per ora!. (pm)

L’OPINIONE / Claudio Aloisio: La delusione per lo scarso interesse per il 50° dei Bronzi

di CLAUDIO ALOISIO – Era il 14 aprile quando scrissi un post riguardante il “logo” che avrebbe dovuto rappresentare il 50º dei Bronzi di Riace.

Parlavo non solo della qualità del lavoro presentato ma esternavo anche la preoccupazione che il nostro territorio non riuscisse a cogliere questa occasione unica di rilancio turistico, date le premesse. Ogg (ieri ndr), 1° giugno, sembrerebbe che le mie preoccupazioni avessero ragion d’essere.
Della tanto decantata cabina di regia che avrebbe dovuto coordinare gli eventi, la promozione e la comunicazione, nessuna traccia.
Ogni Ente sta “camminando” in splendida solitudine senza alcuna sinergia e raccordo con gli altri, emanando bandi ed elaborando “strategie” che rischiano di sovrapporsi per obiettivi, date e luoghi.
Non si ha alcuna notizia della campagna di comunicazione che avrebbe dovuto supportare l’anniversario del ritrovamento. (ricordo a me stesso che la promozione estiva di un territorio avviene già a partire, almeno, da gennaio/marzo nel contesto di una strategia di marketing territoriale efficace e ragionata).
Non si capisce chi gestirà, e come, il calendario degli eventi. Peraltro ancora non si sa nemmeno quali eventi ci saranno e come e quando verranno veicolati all’esterno per attrarre turisti.
Insomma, l’ennesimo pasticcio alla calabrese che sottolinea l’impreparazione e lo scollamento dalla realtà di una classe dirigente, di destra o sinistra che sia, la quale dimostra un imbarazzante inadeguatezza non riuscendo a cogliere nemmeno occasioni che vengono servite su un piatto d’argento.
Ed eccoci qui quindi, all’inizio di giugno a dover correre, ognuno facendo la propria gara però.
Perché nemmeno questo si è riusciti a fare: se pur in ritardo almeno correre tutti insieme, per cercare di mettere una pezza che, a questo punto, rischia di essere peggiore del buco, anzi della voragine di manchevolezze che sta caratterizzando l’ennesima, gigantesca, occasione persa. (ca)

L’OPINIONE / Antonella Postorino: Perché chiudere al traffico Via Orange a Reggio?

di ANTONELLA POSTORINO – Forse chiedo troppo, ma non importa. Per ogni cittadino, farsi domande deve essere la normalità, così come restituire risposte è un obbligo da parte di chi lo rappresenta.

“Perché inibire al traffico, rendendo pedonale un tratto di strada che non necessita di queste restrizioni?”

Questo è il quesito che mi ponevo già un anno fa e, dopo un apparente ritorno alla normalità durato qualche mese, oggi che mi imbatto nuovamente in una delle “incongruenze” più evidenti nella mia Città, mi sento in dovere di rivolgere subito la stessa domanda a chi è in grado di fornirmi prontamente una risposta.

Intanto mi presento, sono una cittadina interessata all’urbanistica e alla logistica della città in cui vivo. Questo interesse nasce esclusivamente dal bisogno di ricevere livelli di qualità della vita adeguati ai bisogni della collettività, che purtroppo non sempre sono fruibili per via di azioni che non trovano riscontro razionale, come nel caso che sto per descrivervi.

Parlo di Piazza Orange e nello specifico nel tratto di strada che la costeggia a monte delle due scalinate, ossia via Orange. 

Come tutti ben sanno, piazza Orange occupa un comparto urbanistico ubicato nel centro storico della città, a poca distanza da piazza Castello, in un’area ricca di attività connesse al settore terziario, pertanto servizi commerciali, culturali, bancari, amministrativi e i relativi collegamenti tra gli stessi. Essa è delimitata oltre che da via Orange, anche da via Filippini, via Crisafi e via Firenze. 

Ebbene il tratto di strada interessato da via Orange, negli ultimi tempi, viene periodicamente chiuso e reso area pedonale, senza comprenderne la reale esigenza.

Il problema è che chiudere al traffico via Orange comporta la “circumnavigazione” della piazza, con i disagi che ne scaturiscono; infatti, quel tratto di strada, di soli venti metri, è l’unico a collegarsi con via Crisafi per poter procedere verso via Possidonea e raggiungere la parte alta della Città verso via Reggio Campi.

Se andassimo a considerare gli orari di apertura e chiusura che riguardano scuole, uffici e attività commerciali, ne deriva che nelle ore di punta il traffico resta paralizzato, basti rilevare che nelle immediate vicinanze si contano ben cinque istituti scolastici (Classico Campanella, Convitto, Pio X, Principe di Piemonte e Galileo Galilei), tutti gli uffici Amministrativi, le Banche e gli altri uffici ministeriali. 

Considerando inoltre che a valle e a monte della piazza, si espande l’area commerciale del centro cittadino, nasce spontaneo chiedersi “Che benefici porta un’area pedonale di soli venti metri”?

Si potrebbe ipotizzare che la scelta sia dovuta dalla necessità di venire incontro alle esigenze delle due attività di ristoro che si affacciano sulla via Orange, ma sembrerebbe inverosimile per diversi motivi, infatti, queste sono dotate all’esterno di dignitosi dehors, e pur volendo, il tratto di strada beneficia di un ampio marciapiede libero e facilmente fruibile; oltre al fatto che la piazza, nella sua ragion d’essere, ha già una funzione esclusivamente pedonale da non giustificare la chiusura al traffico di una delle vie che la costeggiano. A questo aggiungi che, se così fosse essendo i locali aperti solo di sera “Perché non limitare il traffico esclusivamente negli orari di apertura degli stessi” ?

Forse sarebbe opportuno per trasparenza chiarire l’utilità di questa scelta e rendere pubbliche le motivazioni in virtù del disagio creato all’intero comparto storico della città e, soprattutto, perché non è stata attuata alcuna modifica alternativa alla viabilità esistente, tale da poter agevolare il transito dei veicoli principalmente negli orari di punta.

Per non apparire come la solita criticona, che pone tante domande, come è facile pensare quando un cittadino chiede risposte in merito a scelte incongruenti rispetto agli interessi della collettività, mi sento di essere propositiva in merito offrendo alla Città un’ipotesi progettuale alternativa a quella che ci viene proposta.

Quindi: “Perché non concedere, ai due esercenti, l’intero marciapiede adiacente la piazza, per posizionare i dehors a servizio dei locali, e magari parte della stessa piazza, in cambio della relativa manutenzione ordinaria” ?

Tale proposta, dovrebbe essere supportata dalla realizzazione di un progetto uniforme, nella scelta di materiali e arredi, con l’intento anche di valorizzare la piazza e le due scalinate, arricchendole con piante e illuminazione, così da restituire alla città un po’ di decoro e dignità, che troppo spesso vengono calpestati per portare avanti personalismi a discapito dell’intera comunità.

Mi sento anche di suggerire un regolamento per la progettazione degli spazi da concedere ai ristoratori; infatti, troppo spesso in città si vedono “cassettoni” osceni, delimitati con blocchi di cemento, realizzati con materiali e forme che “violentano”, più di quanto già non lo sia, il paesaggio urbano. Fermo restando che in tutte le città del mondo i tavolini dei bar e dei ristoranti all’aperto hanno un loro fascino di connotazione altamente turistica dei luoghi: “Perché non chiedere il deposito di un progetto, firmato da un tecnico abilitato, che rispetti tipologie, materiali e forme deliberate in sede di Consiglio Comunale” ?

Ordinariamente per tutti i lavori che modificano lo stato dei luoghi, persino quelli eseguiti in proprietà privata, viene richiesto un progetto “a norma”, proprio per evitare che ognuno si alzi la mattina libero di “interpretare” a proprio piacimento l’estetica di una Città.

Forse chiedo troppo, ma non importa, per ogni cittadino farsi domande deve essere la normalità, così come restituire risposte è un obbligo da parte di chi lo rappresenta. (ap)

L’OPINIONE / Pino Masciari e Giancarlo Costabile: Capaci di continuare a lottare, 30 anni dopo

di PINO MASCIARI e GIANCARLO COSTABILE – Capaci, trent’anni dopo. Capaci di memoria ma soprattutto di verità e resistenza. Sì, perché il problema italiano nella lotta alle mafie (e non solo, invero) è attraversato da queste due parole. Le stragi di mafia del ’92 non sono comprensibili pienamente sul piano storico-politico se restiamo ancorati al tradizionale domicilio criminale per interpretarne le strategie di potere.

Ha ragione Isaia Sales quando scrive nel suo importante testo Storia dell’Italia mafiosa che il crimine organizzato del nostro Paese è innanzitutto un linguaggio di relazioni tra élite che gestiscono il potere a tutti i livelli del vivere civile, sia locale che nazionale. Le mafie italiane sono parte fondamentale della narrazione di dominio con cui le classi dirigenti hanno sempre scandito il loro vocabolario nell’attività di governo dei nostri territori. Falcone e Borsellino sono stati i magistrati più combattuti non solo all’interno del mondo delle toghe italiane degli anni Ottanta del Novecento ma anche isolati dal sistema Paese che non ha saputo cogliere, né in quel periodo né dopo, la straordinaria densità investigativa e interpretativa del loro lavoro.

I due magistrati siciliani – dopo le inchieste sociologiche di Danilo Dolci e quelle giornalistiche di Pippo Fava, senza dimenticare le analisi di Pio La Torre sui patrimoni delle mafie – approfondiscono la struttura e la (profonda) vitalità sociale del potere mafioso che trascende il consueto radicamento del fenomeno nell’ambito dei fatti criminali e della violenza urbana organizzata. Trent’anni dopo Capaci e via d’Amelio, prevale ancora la retorica e l’ipocrisia nel ricordare queste monumentali biografie di resistenza: l’esigenza è normalizzare la loro storia, narcotizzarne il potenziale rivoluzionario delle intuizioni e della dignità istituzionale che li accompagna fino all’ultimo istante di vita.

Sono tre decenni che legittimiamo una lettura parziale del ’92, amputando la verità sui mandanti di quel terribile rosario di morte tra il 23 maggio e il 19 luglio. Dobbiamo avere il coraggio di affermare questo nostro diritto collettivo alla rabbia e non avere paura di chiedere verità e giustizia su quei mesi sporcati dal sangue innocente dei giusti. La caratteristica del potere in Italia è la frantumazione dell’autorità dello Stato in svariate statualità parallele (ad esempio, le mafie e la massoneria deviata) che si costituiscono in microstati all’interno dei quali viene amministrata la quotidianità di intere realtà territoriali non più circoscritte soltanto a Sud di Roma, come le indagini giudiziarie degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato.

Falcone e Borsellino comprendono (e vivono con disagio e dolore) questa specificità del nostro Stato che ha fatto, e per certi versi continua a fare, del nostro Paese, in Occidente e nel mondo, il vero laboratorio politico di concetti chiave quali democrazia criminale, capitalismo mafioso e borghesia armata.

È arrivato il momento di liquidare la retorica del piagnisteo, le celebrazioni asfittiche, le liturgie danzanti, tutte espressioni di una pedagogia del compromesso che Falcone e Borsellino hanno ostinatamente combattuto in vita per ripensare in modo radicale l’antimafia, a partire dalla (doverosa) ricerca della verità sui mandanti occulti degli omicidi del ’92. L’antimafia, oggi, non può che porsi dentro una pedagogia del cambiamento sociale che traduca nella prassi le idealità dello Stato della Costituzione, sfregiato in tutti questi decenni e sostanzialmente in minoranza nel nostro Paese. È una verità amara, scomoda, urticante ma che non si può più sottacere. Farlo, significherebbe essere complici di chi ha ucciso Falcone e Borsellino per poi ipocritamente commemorarli.

I morti non fanno paura quando viene anestetizzata la loro storia, espungendone i luoghi più significativi del loro pensiero-azione. Diciamola tutta con chiarezza: fa comodo a uno Stato corrotto (e alla falsa coscienza popolare che ha subito la sterilizzazione della memoria) pensare che i Corleonesi di Riina e Provenzano abbiano prodotto autonomamente la mattanza del ’92. Le democrazie criminali si reggono sulla manipolazione della memoria, della coscienza e dell’educazione, legittimando in tal modo il loro disordine etico come (necessario) ordine politico-sociale.

Noi non intendiamo piegarci a questo racconto del passato e del presente, così come non intendiamo accettare passivamente la sconfitta dello Stato della Costituzione. L’antimafia è un modo di intendere la vita perché è costruzione di una cultura militante in grado di coniugare la ricerca della verità (come metodo pedagogico dinanzi al passato e al presente) con la pratica della giustizia sociale (il futuro quale opportunità di scoperta e tutela di nuovi diritti di prossimità).

Trent’anni dopo, ripartiamo da Capaci perché siamo capaci di memoria, verità e resistenza. Capaci di umanità. Capaci di contrastare le mafie e il loro sistema di relazioni con gli apparati corrotti del nostro Stato. Capaci, in definitiva, di continuare quella lotta, trent’anni dopo. Per Falcone e Borsellino. Per i nostri caduti. Per lo Stato della Costituzione. (pm)

[Pino Masciari, imprenditore e testimone di giustizia, Giancarlo Costabile è ricercatore e docente di Storia dell’educazione alla democrazia e alla legalità, Università della Calabria]

L’OPINIONE / Emilio Errigo: I diritti dell’uomo, della donna e dei fanciulli in Calabria

di EMILIO ERRIGO – Parrebbe che in Calabria, non solo Cristo si è fermato ad Eboli, (per dirla con Carlo Levi, ma che anche i diritti dell’Uomo e della Donna, dei Fanciulli e dell’Infanzia, non abbiano ancora potuto trovare concreta residenza, dimora e domicilio.

I fini e principi solennemente affermati sia nello Statuto delle Nazioni Unite, firmato il 26 giugno 1945 a San Francisco, a conclusione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale, entro in vigore il 24 ottobre 1945, e le successive dichiarazioni Universale dei Diritti Dell’Uomo (della Donna), con relativi Patti Internazionali, approvati e proclamati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948, sembrerebbe che in Calabria, non siano ancora ben conosciuti e percepiti adeguatamente, nei loro significati universali, diritti proclamati, affermati e riconosciuti  dal diritto internazionale convenzionale e Pattizio, a tutti i Cittadini Calabresi e non.

Andate a leggere questi due fondamentali testi giuridici, neanche tanti complicati a comprendere i contenuti. Se poi l’esperienza letteraria vi crea curiosità e interesse, così come prevedo, proseguite nel leggere la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo è relativa Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, adottati dall’Assemblea Generale Onu, il 20 novembre 1959.

Allora fu deliberato dall’Organo delle Nazioni Unite, più volte citato, di provvedere a diffondere e pubblicarne e distribuirne  i testi in tutte le lingue possibili. Sono testi chiarissimi! Questa sintetica premessa giuridica di diritto internazionale pubblico, si ritiene utile per consentire ai Cittadini Calabresi, vicini e lontani, di memorizzarne i principi e valori universali.

Ora a mia opinione, in Calabria, non si riesce a comprendere il vero motivo, che impedisce a chi di dovere e potere, dovrebbe attuare, osservare e fare osservare, l’applicazione di  tali fondamentali diritti. I diritti di libertà, sicurezza, pace e giustizia, non sono riservati a un limitato numero di esseri umani e viventi, ma in quanto universali, devono trovare una generalizzata ed estesa applicazione e godimento, tra tutti i componenti della Comunità  Internazionale organizzata
In Calabria così come il buon Dio e l’ Onu, vogliono, non si è ancora completata l’opera di  diffusione e applicazione di tali diritti umani, altrimenti ci sarebbe lavoro dignitoso per tutti, nessuno escluso, diritti di sicurezza garantiti, pace e giustizia umana generalizzata, potenze e prepotenze controllate, dominatori vigilati e vita civile assicurata.

Si è scritto e si scrive tanto su questo e altri quotidiani e libri specializzati, sulla Calabria e i calabresi, ma la mia sensazione e percezione è allo stato di una grande indifferenza generalizzata a tratti interessata.

Osservo, leggo e ascolto,  da lontano da quasi 1000 km di distanza, cosa avviene in Calabria, sia perché ci sono nato, soprattutto in ragione di una incontrollata voglia di aiutare la mia e vostra Calabria a essere più attenzionata, non solo dalle Forze di Polizia e Magistratura, in verità sempre molto attente ed eccezionalmente impegnate ad affermare la Legalità e la Giustizia, contro il crimine incalzante e i criminali dominanti, ma anche per fare in modo di far conoscere e dar voce alle attese e diritti negati alla Calabria e ai Calabresi tutti.

In un giornale online ho letto dello stato di terremoto giudiziario e amministrativo, che si è abbattuto sulla Città Metropolitana di Reggio Calabria, speriamo tanto che tanta determinazione e attenzione non generi altra indifferenza e malaffare in Calabria e che i diritti umani universali vengano per almeno in questo particolare stato di necessità e urgenza applicati e fatti valere e riconosciuti anche ai Calabresi di Reggio Calabria e delle altre  4 Province della Calabria. (er)

[Emilio Errigo è nato a Reggio Calabria, docente universitario di diritto internazionale e del mare, e consigliere giuridico economico e finanziario Internazionale]